«Fogli d'arte» è una pubblicazione identificata univocamente da un codice ISSN (International Standard Serial Number), attribuito in data 7 marzo 2008: ISSN 1974-4455. Per comunicazioni: foglidarte@gmail.com.

venerdì 23 febbraio 2018

«Il giuramento», la storia di Mario Carrara al Menotti di Milano

Ci vuole coraggio a dire «no» e così, per non cedere al ricatto di chi si crede più forte e non omologarsi all’osanna della folla, abbandonare per sempre le certezze della propria quotidianità, restando fedeli solo alla propria coscienza. Certe volte quel coraggio lo si paga con una severa solitudine e molte difficoltà, altre volte con la vita stessa. Spesso quei «no» -frutto di ideali di dignità, onestà intellettuale e coerenza interiore- finiscono per essere dimenticati, fino a quando la Storia li sottrae al proprio oblio e li trasforma in torce che illuminano la strada verso la libertà e il sogno di un mondo migliore. È il caso della vicenda dei dodici professori universitari che nel 1931 rifiutarono di firmare il giuramento di fedeltà al regime fascista, consapevoli di andare incontro a conseguenze pesantissime per le proprie vite professionali e personali.
Erano solo dodici uomini su milleduecentotrentotto. Si chiamavano Gaetano de Sanctis, Mario Carrara, Giorgio Levi della Vida, Vito Volterra, Lionello Venturi, Bartolo Nigrisoli, Ernesto Bonaiuti, Fabio Luzzato, Piero Martinetti, Giorgio Errera, Francesco Ruffini ed Edoardo Ruffini.
«Erano differenti –ricorda Giorgio Boatti nel libro «Preferirei di no» (Einaudi, Torino 2011), dedicato alle loro storie- per origini, carattere, modi di pensare, attitudini sociali e radicamento alla vita».
Avevano in comune solo una cosa: si sentivano estranei alla servile grevezza del mondo che li circondava. E con la loro scelta di andarsene, perdendo per sempre la cattedra, diedero inconsapevolmente ai loro allievi una lezione indimenticabile, forse la lezione più bella della loro carriera: insegnarono, per usare le parole del filosofo Piero Marinetti, «che le cose esteriori in fondo poco importano e che nulla ci è tolto quando ci resta ciò che deve accompagnarci in vita e in morte».
Alla storia di uno di questi dodici coraggiosi professori universitari è dedicato lo spettacolo «Il giuramento» del drammaturgo e giornalista Claudio Fava, prodotto dal Teatro Stabile di Catania, in scena fino a domenica 25 febbraio al Menotti di Milano.
A portare in scena questo bel testo di impegno civile sono David Coco, Stefania Ugomari Di Blas, Antonio Alveario, Simone Luglio, Liborio Natali, Pietro Casano, Federico Fiorenza, Luca Iacono e Alessandro Romano.
Le musiche sono firmate da Cettina Donato, compositrice, arrangiatrice e pianista italiana, prima donna italiana a dirigere orchestre sinfoniche con repertorio jazz.
La storia raccontata, che si avvale della regia rigorosa e semplice di Ninni Bruschetta, è quella di Mario Carrara (Guastalla, 2 novembre 1866 – Torino, 10 giugno 1937) , medico legale e docente universitario, che insegna ai suoi studenti a coltivare il gusto del dubbio, ma anche a non intrupparsi, travestirsi ed esibirsi.
«Vedovo, solitario, ironico e inacidito al tempo stesso», con un impegno volontario nel carcere di Torino dove va a lenire più le pene del cuore che quelle del corpo, Carrara è un uomo semplice, che vive per la scienza, «ancora abituato -racconta Claudio Fava- a censire gli uomini e le anime con l’algida geometria di Cesare Lombroso: fronte, ossa, sguardo, fiato, pelle…».
Attorno a lui corre l’Italietta conformista dei primi anni del Fascio: gli studenti con la tessera del Guf, le camicie nere inamidate, i fez col fiocco, le canzoncine come «Faccetta nera», il finto perbenismo, le conversazioni vaghe e discrete dei colleghi, le brume umide di una città del Nord e quel sentimento comune ai più di non voler guardare in faccia alla realtà, perché voltare gli occhi altrove è più facile e tranquillo.
«Sulla politica, fatta di goliardia e di lettere maiuscole, Carrara -racconta ancora Claudio Fava- nutre un disagio estetico più che ideologico. Gli sembrano ridicoli certi suoi studenti inamidati in camicia nera e pugnaletto. Gli vengono a noia le finte orazioni dei colleghi più anziani sulla patria e sul destino. Troppo poco per un turbamento o per una ribellione: la vita potrebbe scorrere senza pieghe».
Ma certe volte il destino bussa alla porta e bisogna prendere una decisione: Carrara non giura la sua sottomissione e fedeltà al fascismo. Non vuole. Non può.
Il resto è storia: il medico di Guastalla, ormai 65enne, viene escluso da tutte le cariche pubbliche. La sua casa è perquisita nell'ambito dell'operazione che porta all'arresto di Vittorio Foa e Massimo Mila. Nell’ottobre del 1936 è arrestato per attività contro il regime fascista e solo la sua età avanzata lo salva dal confino. Detenuto alle carceri Nuove di Torino, continua a lavorare al suo «Manuale di medicina legale» fino alla morte, avvenuta nel giugno del 1937.
A guidare lui e gli altri nella scelta di non giurare fu, secondo Fava, «l’incapacità della menzogna, il rigore illuminista del sapere, la noia per le liturgie del fascismo. Ma anche l’intuizione sul destino del Paese, sul modo in cui furbizie e conformismi avrebbero trasformato l’Italia di quegli anni in una terra senza libertà e senza decenza».
Ecco così sotto i riflettori del teatro Menotti di Milano un importante lavoro d’impegno civile che racconta la storia di un'Italia a cui era rimasta solo un'estrema risorsa di dignità: il diritto di dire no, senza pensare alle conseguenze di quel gesto coraggioso.
Ma il Mario Carrara che racconta Claudio Fava non è un eroe e un martire, è un uomo qualunque che sente il bisogno di vivere in libertà. Non vuole dare insegnamenti, vuole sono essere onesto con la propria coscienza: «Io lo faccio solo per me», dice. Non vuole diventare un modello, vuole solo dimenticare quello che lo circonda, quella parata di uomini diventati manichini nelle mani del potente di turno: «Io sono uno scienziato, perché devo essere politico?», afferma ancora il protagonista.
«Ribellarsi si può sempre, basta volerlo», così senza retorica e senza luci della ribalta, sembra dire il Mario Carrara di Claudio Fava allo spettatore, invitandolo a rispondere, nel silenzio della propria coscienza, a una domanda chiara: «Tu giureresti?», «Tu avresti giurato?».

Informazioni utili 
Teatro Menotti, via Ciro Menotti 11 – Milano. Prezzi: intero 28.00 € + 1.50 € prevendita, ridotto over 65/under 14 - 14.00 € + 1.50 € prevendita, martedì e mercoledì posto unico 14.00 € + 1.50 € prevendita. Orari biglietteria: dal lunedì al sabato, dalle ore 15.00 alle ore 19.00; domenica (solo nei giorni di spettacolo) ore 14.30-16.30; cquisti online con carta di credito su www.teatromenotti.org. Orari spettacolo: martedì, giovedì e venerdì, ore 20.30; mercoledì e sabato ore 19.30 (eccetto le prime ore 20.30); domenica ore 16.30; lunedì riposo. Informazioni: tel. 02 36592544 o biglietteria@tieffeteatro.it

giovedì 22 febbraio 2018

Musica allo Squero: da Bach a Brahms, dodici concerti sull’acqua

Si apre sabato 24 febbraio la nuova stagione dello Squero, lo scenografico auditorium dell’Isola di San Giorgio Maggiore, recentemente riqualificato in sede di concerti attraverso un accurato ed elegante intervento conservativo, premiato anche con il Torta 2017, che ha messo in luce l’ottima acustica dello spazio, un tempo adibito ad officina per la riparazione delle barche. Ad aprire la stagione saranno il violoncellista Mario Brunello con Francesco Galligioni, violoncello e viola da gamba, e Roberto Loreggian, organo e clavicembalo, che eseguiranno con violoncello le sonate per violino bachiane n.1 BWV 1014, n.3 BWV 1016 e la sonata per viola da gamba e cembalo n.1 BWV 1027.
Seguiranno altri undici appuntamenti promossi dalla Fondazione Giorgio Cini, in collaborazione con Asolo Musica, che vedranno protagonisti anche Il Quartetto di Venezia, Giovanni Sollima e Federico Gugliemo.
Mario Brunello ritornerà sul palco dello Squero anche il 24 marzo e il 27 ottobre, sempre accompagnato da Francesco Galligioni (viola da gamba) e Roberto Loreggian (organo e clavicembalo). Il repertorio prevede l’esecuzione delle «Sei suonate a cembalo concertato e violino solo BWV 1014-1019» e le «Tre sonate per viola da gamba e clavicembalo BWV 1027-1029».
Il Quartetto di Venezia, gruppo in residenza alla Fondazione Giorgio Cini dal 2017, proporrà, in questa stagione, un progetto speciale sul repertorio cameristico di Robert Schumann e di Johannes Brahms. Si inizierà il 21 aprile e il 19 maggio con due esecuzioni in quartetto; il gruppo sarà, poi, affiancato nei successivi appuntamenti da Alessandro Carbonare al clarinetto (3 marzo), da Andrea Lucchesin al pianoforte (13 ottobre), da Danilo Rossi alla viola (24 novembre) e, infine, da Danilo Rossi alla viola e da Mario Brunello al violoncello (10 novembre).
Di Robert Schumann verranno eseguiti i tre quartetti dell’op. 41 i soli scritti dal compositore tedesco per questo complesso strumentale, e che presentano, secondo il musicologo Mauro Masiero «caratteri unitari, come le tonalità impiegate e la ricomparsa di disegni melodici». Seguirà, quindi, l’esecuzione del primo capolavoro di Schumann che unisce il pianoforte al quartetto d’archi, il quintetto in Mi bemolle maggiore op.44 che «mette subito in campo l’imponente potenziale sonoro dell’ensemble». Di Johannes Brahms verrà, invece, eseguito il ciclo integrale di quartetti per archi, op. 51 n.1 e 2. e op. 67 n.3, quattro quintetti, due per archi, op. 111 n.2 e op. 88 n.1; per archi e clarinetto, op. 115, e per pianoforte e archi, op 34. Mentre l’ultimo appuntamento con il «Quartetto di Venezia» sarà dedicato ai due sestetti del compositore amburghese.
La nuova stagione dello Squero prevede, inoltre, due appuntamenti con Giovanni Sollima, violoncellista di fama internazionale e compositore italiano tra i più più eseguiti nel mondo dai grandi interpreti, fra i quali la Chicago Symphony, Gidon Kremer e Patti Smith. Il 7 aprile terrà il concerto «Ba-Rock Cello», che vedrà un incrocio tra diversi generi musicali; mentre il 12 maggio sarà la volta di «Folk Cello», programma che include l’esecuzione di musiche tradizionali del Salento, della Sicilia, dell’Islanda e dell’Australia. In entrambi i concerti Giovanni Sollima eseguirà dei brani da lui composti.
Il cartellone, infine, prevede un unico appuntamento con il violinista e direttore Federico Guglielmo, che si esibirà insieme all’ensemble «L’Arte dell’Arco», costituito da Gianpiero Zanocco, secondo violino, Francesco Galligioni, violoncello, Ivano Zanenghi, liuti, e Roberto Loreggian, cembalo (17 novembre), in un programma dedicato ad Antonio Vivaldi intitolato «Suonate a solo e da camera». Un programma, dunque, vario che, spaziando da Bach a Vivaldi, permetterà di godere buona musica cullati dalle onde della Laguna veneta.

Informazioni utili
Stagione concertistica 2017/2018. Lo Squero - Isola di San Giorgio Maggiore (Venezia). Ingresso. biglietto intero €30,00, biglietto ridotto Soci “Asolo Musica” € 20,00, biglietto ridotto per studenti fino ai 26 anni €10,00.Prevendita on-line: https://www.boxol.it/auditoriumlosquero. Prevendita telefonica al numero +39.392.4519244 (dal lunedì al giovedì, dalle ore 10 alle ore 13). Informazioni: info@asolomusica.com. Dal 24 febbraio al 17 novembre 2018.  


mercoledì 21 febbraio 2018

«Il vendicatore oscuro»: un romanzo noir sul Caravaggio

Sono quasi passati tre anni da quando la casa editrice Electa di Milano dava vita alla collana «ElectaStorie», nata con l’intento di raccontare i fatti ed i personaggi reali protagonisti della grande arte attraverso il linguaggio della narrativa.
I volumetti di questa serie, inaugurati con «Amedeo, je t’aime» di Francesca Diotallevi e «L’orologio di Orfeo» di Simon Goodman, narrano le vicende biografiche che si nascondono dietro agli artisti famosi o le vicissitudini delle grandi collezioni, dentro a un contesto storico e geografico fortemente caratterizzato.
Nell’ambito di questa collana, sta per nascere un nuovo filone, «ElectaStorie - Noir», nel quale il mistero, con vicende criminali di furti e assassini, incontra l’arte. Ad inaugurare la collana sarà il volume «Il vendicatore oscuro» di Annalisa Stancanelli, che verrà presentato il prossimo 28 febbraio, alle ore 10.30, all’Accademia di Belle Arti di Brera, nel Salone napoleonico.
L’incontro vedrà la presenza di Giuseppe Bonini, Giuseppe Di Napoli ed Enrica Melossi.
Il libro è ambientato nella Siracusa barocca del 1608; il romanzo si ispira alla vita del Caravaggio, che proprio nella città siciliana si rifugia dopo l’evasione dalle prigioni di Malta.
L’autrice, dirigente scolastica a Siracusa e collaboratrice del quotidiano «La Sicilia», racconta i mesi della clandestinità del Merisi a Siracusa, città dove il pittore si nasconde, grazie all’aiuto dei monaci e del suo protettore Vincenzo Mirabella, per sfuggire all’ira dei Cavalieri di Malta che lo vogliono morto.
La vita di questo enfant terrible dell’arte si presta come poche altre ad essere raccontata nella forma romanzata del noir: in un continuo susseguirsi di colpi di scena, Caravaggio riesce ad evitare il misterioso personaggio che lo perseguita commettendo omicidi intorno a lui, non potendo tuttavia impedire che altri muoiano al suo posto.
Nel romanzo l'autrice conferisce anche un notevole spazio alla vicenda religiosa di Santa Lucia che viene raccontata con dovizia di particolare ed un'accurata ricostruzione storica. Nel libro, ispirato dal dipinto «Il seppellimento di Santa Lucia», custodito a Siracusa nella Chiesa di Santa Lucia la Badia, la scrittrice e ricercatrice narra la storia delle reliquie della Santa Patrona di Siracusa, il furto del corpo e le committenze religiose dell'epoca legate al culto della Santa, la statua d'argento e vari dipinti di cui furono incaricati i pittori più celebri. Un'attenzione particolare viene data anche ai riti religiosi legati alla Festa di Santa Lucia che proprio nel 1600 inizia ad avere le caratteristiche attuali.
Un romanzo dalla trama avvincente, in cui l’autrice sfrutta molti degli avvenimenti per raccontare l’arte di Caravaggio, la pittura dal vero e la committenza, il tutto nell'affascinante cornice della Sicilia seicentesca.

Informazioni utili 
Annalisa Stancanelli, «Il vendicatore oscuro», Mondadori Electa – Collana Electa Storie – noir. Note: formato 15,5 x 23,3 cm, brossura pagine 118, prezzo 16,90 €. In uscita da marzo 2017.

lunedì 19 febbraio 2018

«Katagami e Katazome», a Venezia una mostra sulla decorazione dei tessuti in Giappone

Sono ormai passati cinque anni da quando il Museo di Palazzo Mocenigo, a Venezia, è stato oggetto di un radicale intervento di restyling e ampliamento dei suoi spazi espositivi, che ha interessato la sede di San Stae, con nuovi percorsi museali dedicati al profumo.
Ora ad essere oggetto di un nuovo intervento è il primo piano nobile, dove per tutto il 2018 verranno esposti, a rotazione, oggetti delle collezioni permanenti, a cominciare da una ricchissima raccolta di tessuti e abiti di ambito orientale di proprietà della Fondazione di Venezia, schedati dalla storica Doretta Davanzo Poli e appartenenti alle collezioni del Centro studi di storia del tessuto e del costume di Palazzo Mocenigo.
L’esposizione sarà affiancata, fino al prossimo 22 aprile, da un interessante approfondimento sulla simbologia e sulla decorazione dei tessuti in Giappone, in particolare sugli stilemi Katagami e Katazome, che interesserà la «White Room» al piano terra del museo, dedicata alle esposizioni temporanee e a tema.
I rapporti di Venezia con l’Oriente fanno da filo conduttore alla rassegna lagunare, che si tiene in un luogo significativo per lo studio di questi scambi culturali e commerciali come il palazzo della famiglia Mocenigo, una delle più importanti e prestigiose dinastie del patriziato veneziano, che, come noto, ha dato alla Repubblica ben sette Dogi, oltre a un gran numero di procuratori, ambasciatori, capitani, ecclesiastici e letterati.
La residenza veneziana approfondisce questo importante capitolo della storia della città attraverso l’esposizione di una ventina di esemplari rappresentativi scelti tra gli oltre quattrocento manufatti (tra abiti, tessuti e paramenti sacri occidentali e orientali), appartenuti alla collezione avviata in Spagna dai genitori di Mariano Fortuny, in particolar modo dalla madre Cecilia, e fonte di ispirazione costante per l’artista nella sua attività di stampa su stoffa e di stilista di moda.
Come non pensare, a tal proposito, a quanto scritto dal poeta francese Henri de Régnier, nel suo libro «L’altana ou de la vie vènitienne»: «[…] Ecco i pesanti velluti di Venezia, di Genova o dell’Oriente, sontuosi o delicati, vivaci o gravi, con ampi ramages, con figure o fogliami, velluti che dogi o califfi hanno forse indossati; ecco i broccati dai toni accesi, le sete dalle delicate sfumature; ecco i paramenti sacri e quelli di corte; ecco gli affascinanti taffetas e i satins lucenti, disseminati di fleurettes e di fasci di fiori, con i quali nel XVIII secolo si facevano i vestiti per le donne e gli abiti per gli uomini; ecco le stoffe di tutti i colori e di tutte le fibre: alcune evocano la forma dei corpi che hanno vestito, le altre sono in lunghe pezze e in scampoli, altre ancora ridotte a minuscoli frammenti».
In questo contesto la presentazione di pezzi Katagami e Katazome nella «White Room» del museo rappresenta a tutti gli effetti un approfondimento sul tema: l’esposizione, che gode del patrocinio del Consolato generale del Giappone a Milano, illustra, infatti, un aspetto particolare della storia culturale ed etnografica degli artigiani giapponesi, con particolare riferimento al tessuto d’abbigliamento, in particolar modo dei kimono.
I tanti esempi di tessitura e stampa presentati e provenienti dalle collezioni private di Ishimi Ousugi, Nancy Stetson Martin e Franco Passarello, che cura anche l’allestimento, dimostrano con evidenza la lunga tradizione e l’alta qualità degli abiti indossati nel Paese orientale.
La mostra affianca ad abiti e tessuti stampati con la tecnica katazome le matrici katagami, una sorta di stencil, utilizzato per la loro realizzazione e appartenenti a un periodo che va dall’Ottocento ai primi anni del Novecento, e dunque corrispondenti ai periodi Edo e Meiji.

Informazioni utili
Venezia e l’Oriente. La collezione della fondazione di Venezia. Palazzo Mocenigo, Centro studi di storia del tessuto e del costume, Santa Croce, 1992 – Venezia. Orari: fino al 31 marzo ore 10.00 – 16.00 | dal 1° aprile ore 10.00 – 17.00 | la biglietteria chiude mezz’ora prima. Ingresso: intero € 8,00, ridotto € 5,50. Informazioni: info@fmcvenezia.it, call center 848082000 (dall’Italia), +3904142730892 (dall’estero). Sito internet: www.mocenigo.visitmuve.it. Fino al 22 aprile 2018

domenica 18 febbraio 2018

«L'anima e il sangue», la vita di Caravaggio diventa un film

Caravaggio arriva al cinema. Esce lunedì 19 febbraio in oltre trecentoquaranta sale italiane, grazie alla distribuzione di Nexo Digital, il documentario realizzato da Sky, in collaborazione con Magnitudo Film, su Michelangelo Merisi, uno degli artisti più amati, controversi e misteriosi della storia dell'arte.
La regia del progetto è stata affidata a Jesus Garces Lambert, mentre a dare voce all’artista, al suo io interiore, è Manuel Agnelli, frontman degli «Afterhours» e giudice di «X Factor», che racconterà i continui moti d’animo del Caravaggio, riproducendo le sfumature del suo carattere e tradendo le emozioni, spesso violente, che albergavano in lui, aiutando così lo spettatore a entrare in contatto con l’animo e la mente dell’inquieto genio seicentesco.
«Caravaggio – L’anima e il sangue», questo il titolo del film che rimarrà in cartellone fino al 21 febbraio, racconta, dunque, l’esistenza tormentata dell’artista e la sua propensione a vivere sempre sull’orlo dell’abisso attraverso scene fotografiche contemporanee, essenziali e simboliche, che focalizzano l’attenzione su sentimenti quali la costrizione e la ricerca della libertà, il dolore, la passione, l’attrazione per il rischio, la ricerca della misericordia, fino alla richiesta di perdono e redenzione.
Lo spettatore si ritroverà così a vivere un’esperienza cinematografica emozionale, inquieta e quasi tattile anche grazie all’ultra risoluzione di un girato in sorgente in 8K (7680x4320 pixel), che permette di carpire i dettagli delle opere riprese, di percepire la singola pennellata restituendo così la voluttuosità e la consistenza materica della produzione dell’artista. Ad aiutare questa esperienza visiva sarà anche il formato Cinemascope 2:40, che consente una visione più allungata e orizzontale dell’immagine, molto vicina all’effettiva visione dell’occhio umano, con il risultato di rendere l’immagine percepita meno rafforzata e artefatta.
A queste scelte visive si aggiunge il trattamento di post produzione della luce, protagonista nella rappresentazione delle opere caravaggesche, che regala un’esperienza di immersione di fortissimo impatto visivo, assolutamente inedita e pionieristica.
Il film racconta l’uomo e l’artista attraverso un’approfondita indagine investigativa effettuata attraverso documenti originali preziosissimi, mostrati per la prima volta sul grande schermo, tra cui quelli custoditi all’Archivio storico diocesano di Milano, che conserva l'atto di battesimo datato 29 settembre 1571, e all’Archivio di Stato di Roma, scrigno ricco di testimonianze preziosissime, documenti originali mostrati per la prima volta sul grande schermo, capaci di proiettarci nella vita e nei guai di Caravaggio, come querele e verbali dei processi a suo carico, che restituiscono il ritratto di un personaggio tenebroso e sanguigno, spavaldo e incline alle baruffe. Non mancano i contratti delle commesse, come quella per la Cappella Contarelli e la Cappella Cerasi, e i libri contabili del Pio Monte della Misericordia di Napoli.
La narrazione -che si avvale della consulenza scientifica di Claudio Strinati, Mina Gregori e Rossella Vodret- si sviluppa attraverso cinque città, una quindicina di luoghi e una quarantina di opere, tra le più celebri e rappresentative della produzione caravaggesca, come «Canestra di frutta», «Ragazzo morso da un ramarro», «Bacchino Malato», la «Vocazione di San Matteo», «Giuditta e Oloferne», «Scudo con la Testa di Medusa», «Davide con la testa di Golia», «Sette Opere di Misericordia» e «Decollazione di San Giovanni Battista».
Artista rivoluzionario e per questo spesso poco amato dai contemporanei, Caravaggio girò l’Italia in cerca di fortuna o forse in cerca di se stesso, sfuggendo ai nemici che sempre si creava al suo passaggio. Milano, Firenze, Roma, Napoli, la Sicilia e Malta sono i luoghi che lo videro lavorare, dalle prime nature morte, di grande realismo, fino alle ultime tele, complesse scene di figure sacre e profane, di luce e di ombra che attraversano la tempestosa vita di un uomo tormentato nello spirito.
In questo excursus narrativo e visivo l'uomo Caravaggio e la sua vita tormentata sono ricostruiti attraverso una ricerca documentale approfondita, condotta in stretto riferimento con la sua esistenza fatta di luci e ombre, contrasti e contraddizioni, genio e sregolatezza, e che trova nei suoi capolavori l’eco delle esperienze personali.
Va, infine, sottolineato che il film compie un’operazione senza precedenti, riposizionando virtualmente l’opera rifiutata «La Madonna dei Parafrenieri» nella sede a cui era originariamente destinata, ovvero l’attuale Altare di San Michele Arcangelo nella Basilica di San Pietro, proprio di fianco al Baldacchino del Bernini.
Nella grande tela, di quasi tre metri di altezza per due di larghezza, Caravaggio rappresenta la Vergine con Cristo bambino e Sant’Anna impegnati in una lotta contro il serpente, simbolo del male. La giovane madre è inondata dalla luce, protagonista assoluta dell’azione, con le fattezze di Maddalena Antognetti, descritta in molte cronache come «Lena donna di Michelangelo», cortigiana e concubina del Caravaggio, mentre alla Santa Patrona della Confraternita è affidato un ruolo da comprimaria, avvolta dall’oscurità e raffigurata come una donna anziana e fragile.
Quando Caravaggio consegnò l’opera, l’8 aprile del 1606, rilasciò al Decano della confraternita l’unica dichiarazione scritta di suo pugno che ci sia pervenuta, in cui si dichiara «contento e satisfatto» del dipinto realizzato; fu invece inappellabile il verdetto: «Rifiutata». L’opera rimase così nella sua collocazione originaria solo pochi giorni, rimossa rapidamente, e ben presto si sparse la voce che fosse stato Scipione Borghese, nipote di Papa Paolo V, a determinare il rifiuto dell’opera in modo da poterla acquistare a buon prezzo e arricchire così la sua collezione di dipinti del Caravaggio, oggi ammirabile nella Galleria Borghese.
«Caravaggio – l'anima e il sangue» si configura, dunque, come un’immersione assolutamente inedita e pionieristica nelle opere e nell'animo di Caravaggio, un film palpitante che racconta l’arte di un uomo la cui audacia e genio furono tormento ma anche slancio verso una gloria affidata all’eternità.

Informazioni utili
www.nexodigital.it