«Fogli d'arte» è una pubblicazione identificata univocamente da un codice ISSN (International Standard Serial Number), attribuito in data 7 marzo 2008: ISSN 1974-4455. Per comunicazioni: foglidarte@gmail.com.

mercoledì 21 ottobre 2009

«Sovrana eleganza»: la moda di Capucci in scena al Castello di Bracciano

«Uno storico potrebbe descriverli come “soffici corazze” del Medioevo. Un botanico potrebbe vederli come corolle giganti dalle quali si irradiano petali di seta in toni orientali. Un matematico commenterebbe indubbiamente sulle drammatiche forme geometriche impiegate nel disegno». Non ci sono parole migliori di quelle usate da Germano Celant, in un numero di Interview del 1991, per descrivere gli abiti di Roberto Capucci (Roma, 1930), uno dei più grandi maître couturier italiani, le cui creazioni sartoriali trascendono la funzione di mera copertura del corpo per diventare meraviglie degli occhi, curiose costruzioni in tessuto, che sembrano far proprio l'aneddoto di Oscar Wilde: «O si è un'opera d'arte o la si indossa».
Ne dà prova la mostra Sovrana eleganza, curata dallo stesso stilista e allestita, fino alla prossima domenica 13 dicembre, nell’area museale di uno dei manieri più maestosi d’Europa, il quattrocentesco Castello Odescalchi di Bracciano, i cui responsabili si sono occupati per l’occasione anche del restauro di un’opera della collezione: un prezioso dipinto raffigurante Cristina di Svezia in abiti regali, la cui azione conservativa ha restituito al pubblico la ricchezza e la magnificenza delle sete, dei gioielli, delle perle che incorniciano la sovrana.
Tra il secondo piano dell’ala nobile, il loggiato e l’antica sala del guardaroba, in un suggestivo dialogo con lo sfarzo dei velluti e broccati dei grandi ritratti e le armi lucenti in acciaio della raccolta del museo laziale, sessantasei abiti-sculture, che all'esuberanza delle forme coniugano la vivacità cromatica, raccontano la vicenda creativa del maestro romano, che ha fatto proprio il motto di Friedrich Schiller, lo stesso prescelto da Gustav Klimt a commento di un suo celebre dipinto, Nuda veritas: «se quello che fai o crei non piacerà alle folle, cerca di deliziare i pochi. È un errore voler piacere a tutti».
Sin dal 1951, anno della sua prima sfilata a Firenze per iniziativa del marchese Giovanni Battista Giorgini, Roberto Capucci ha, infatti, prodotto abiti sofisticati, magici che nulla hanno a che fare con la serialità e la riproducibilità, con i diktat dell'industria della moda. Le raffinate e pregevoli creazioni del sarto-artista che ha vestito, tra le tante, Silvana Mangano, Esther Williams, Valentina Cortese e il premio Nobel Rita Levi Montalcini sembrano anzi inespugnabili e inabitabili fortezze con le loro spirali vertiginose, i multiformi ventagli, gli ingombranti pannelli multicolori e le macchinazioni sartoriali di enfasi barocca. Eppure i vestiti dell'archivio Capucci, frutto di centinaia e centinaia di ore di lavoro, sono stati indossati almeno una volta; hanno fatto, anche solo per pochi istanti, sognare a una donna di essere la regina di una favola a lieto fine.
Sensazione da fiaba sarà anche quella provata da chi entrerà nei prossimi mesi al Castello di Bracciano, trasformato per l’occasione in una coloratissima e magica «wunderkammer», stanza delle meraviglie, in cui organze satinate, rasi, lamè e sete -«studi di forme e di colore», come afferma lo stesso stilista- discorrono silenziosamente tra loro per raccontare mezzo secolo di couture.
Tra l’altro, sfilano in mostra sette abiti da sposa, uno rosso donato dal museo Fortuny di Venezia, il vestito Fuoco con il volume del plissé verso l’alto, gli abiti-scultura «a scatola» della fine degli anni Cinquanta e quelli ispirati ai capitelli corinzi. Tratto distintivo di questa esposizione è, però, lo studio dei rapporti di Roberto Capucci con le altre arti, in primis la musica e il teatro. Ecco così che in un’ala del castello, nella sezione conclusiva del percorso espositivo della mostra, si ritrovano a sorpresa le note di Armando Trovajoli per la commedia musicale Vacanze Romane, andata in scena nel 2004 al teatro Sistina di Roma e tratta dal celebre film di William Wyler che aveva come indimenticabile protagonista l’icona della moda sofisticata e dello stile, Audrey Hepburn. Mentre nella sala della Loggia fanno mostra di sé venticinque disegni di costumi teatrali, fino ad ora inediti e presentati in catalogo da Luca Ronconi. Bozzetti, questi, pensati non per una specifica produzione, ma nati da un esercizio creativo e tesi a illustrare il desiderio del sarto-artista di misurare il proprio caleidoscopico immaginario con le potenzialità espressive e comunicative dell’abito, che diviene costume quando usa la propria forma e la propria materia per descrivere un carattere e costruire un personaggio.
Il tutto concorre a dimostrare come Roberto Capucci abbia guardato ai grandi maestri del Rinascimento, Beato Angelico e Benozzo Gozzoli, Carpaccio e Tiziano, meditandone il senso del colore, i volumi delle stoffe e le architetture degli abiti. Ne emerge, dunque, il ritratto di uno stilista anticonformista, capace di dar luogo a una meravigliosa sinfonia di colori, a un grande affresco dall'opulenza rinascimentale, a uno stile inconfondibile che «come un verso di Dante o Shakespeare -scriveva Francesco Alberoni, nel 1990- si riconosce in mezzo a tutti gli altri».

Didascalie delle immagini
[fig. 1] 1984, Parigi Ambasciata d’Italia. Abito-scultura in crepe seta rosso, maniche in gazaar multicolori effetto petali. Loggia Corte d’Onore Castello Odescalchi di bracciano. Foto: Claudia Primangeli; [fig. 2] 1992, Berlino Teatro Schauspielhaus. Abito scultura taffetas verde scuro vari colori nel motivo a farfalla. Giardino del granaio Castello Odescalchi di Bracciano. Foto: Claudia Primangeli; [fig. 3] 1984, Parigi Ambasciata d’Italia. Abito-scultura in crepe seta rosso, maniche in gazaar multicolori effetto petali. Loggia Corte d’Onore Castello Odescalchi di Bracciano – Foto: Claudia Primangeli; [fig. 4] 1992, Berlino Teatro Schauspielhaus. Abito scultura taffetas nero e bianco sovrapposizioni multicolori – Saloni del Piano Nobile Castello Odescalchi di Bracciano – Foto: Claudia Primangeli; [fig. 5] Abito scultura con corpino in stile capitello corinzio:Foto: Claudia Primangeli.

Informazioni utili
Sovrana eleganza. Castello Odescalchi, piazza Mazzini, 14 - Bracciano (Roma). Orari: da martedì a domenica, dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 17. Biglietti: intero € 7.00, riduzione per gruppi € 5.00. Catalogo: Allemandi, Torino. Infoline: tel. 06.99802379. Web Site: www.odescalchi.it. Fino al 13 dicembre 2009.

martedì 20 ottobre 2009

Federica Galli, una vita per l’incisione

«Per me questo lavoro è il paradiso terrestre». Così Federica Galli (Soresina - Cremona, 1932 - Milano, 2009) raccontava, nel 1998, alla critica Gina Lagorio la propria passione per la professione di acquafortista, un'attività praticata per oltre mezzo secolo in modo esclusivo, fatta eccezione per qualche sporadico intervento di carattere pittorico, come i pastelli egizi del 1966.
L'artista, cremonese di nascita e milanese d'adozione, iniziò a interessarsi alla tecnica dell'incisione negli anni Cinquanta, subito dopo aver terminato gli studi a Milano, presso il liceo artistico e l'Accademia di Brera. Da allora, la sua opera grafica è stata oggetto di più di duecento mostre personali in importanti spazi espositivi italiani e stranieri; ed ha interessato qualificati critici internazionali e prestigiose firme della narrativa mondiale, tra cui Gian Alberto dell'Acqua, David Landau, Daniel Bergen, Marco Valsecchi, Giovanni Testori, Franco Russoli, Dino Buzzati e Carlo Bo.
Protagonisti del lavoro di Federica Galli sono la natura e il paesaggio, anche quello modificato dall’uomo, come ben documenta la mostra omaggio allestita fino al prossimo giovedì 24 dicembre a Milano, presso gli spazi della Compagnia del disegno. I soggetti privilegiati di queste incisioni sono, infatti, gli scorci più suggestivi della vecchia Milano, le cascine, i corsi d'acqua e i boschi della pianura padana, le bellezze della laguna veneta e dei tanti luoghi visitati, ma soprattutto i millenari e monumentali alberi d'Italia, che l’artista inizia a raffigurare a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta.
L'acquafortista, come notò il critico Luciano Caprile, «ci racconta il mondo vegetale come se parlasse di persone con cui è entrata in confidenza, (…) come se indagasse la storia privata di ciascuno, attraverso un'accurata analisi anatomica». Il suo bulino a punta di grammofono, una sorta di bisturi affilato usato per scalfire i segreti della natura, ritrae vedute evocative e nostalgiche, magiche e dolcemente incantate. Ma alla poesia si unisce sempre la fedeltà analitica al reale, un'esigenza dell'artista che è comprovata dalla sua paziente e preziosa tecnica disegnativa, fatta di «delicate righe, punti e linee filigrane», come scrive Erich Steingräber nel saggio L'arte dell'acquaforte di Federica Galli, posto in apertura del catalogo generale dell’opera dell’artista, pubblicato nel 2003 dalle edizioni Bellinzona, in occasione della sua ultima antologica a Palazzo Leone da Perego di Legnano.
Si ravvisa, dunque, in questi lavori un insieme di valori artistici consolidati che si rifanno alla miglior tradizione incisoria, soprattutto a quella dell’arte nordica, del Gotico internazionale. I referenti più prossimi delle opere dell'«inciditrice» cremonese (termine, questo, coniato appositamente per l'artista da Giovanni Testori nel 1980) sono, infatti, Grunewald, Holbein, Rembrandt, Van Eych e Dürer, ma anche paesaggisti lombardi come Borgognone, Tanzio da Varallo e Ceruti. E un'aria di «lombardità» è quella che si respira in tutta l'arte della Galli, dove, ha scritto Marco Fragonara nel Catalogo generale dell’opera dell’artista, i luoghi diventano «teatro di esperienze», «palcoscenico del quotidiano», in cui l'uomo sempre assente, è in realtà presenza costante, anima del mondo. Vedere questa mostra dell'artista cremonese, nota anche come la «Signora degli alberi» è, dunque, un po' come guardare un diario privato fatto di memorie, di sogni, di speranze e di malinconie che diventa Storia di tutti noi.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Uno dei tanti alberi monumentali incisi da Federica Galli; [fig. 2] Federica Galli, Rio dei Mendicanti, 1984-1986, acquaforte; [fig 3] Federica Galli, Il canneto, 1981, acquaforte su zinco [fig. 4] Federica Galli, Rio San Lorenzo, 1987, acquaforte su zinco.

Informazioni utili
Omaggio a Federica Galli. Compagnia del Disegno Via S. Maria Valle, 5 – Milano. Orari: martedi -Venerdi 10.00-12.30 e 16.00-19.30; sabato su appuntamento. Ingresso libero. Informazioni: tel. 02.86463510, fax 02.8053374, e-maIl: info@compagniadeldisegno.com. Sito Web: www.compagniadeldisegno.com. Fino al 24 dicembre 2009.

Per saperne di più
Il sito di Federica Galli
L’opera di Federica Galli su Critica minore

sabato 17 ottobre 2009

Lazio, a Gaeta l’«ultimo» Hans Hartung

«L'arte astratta mi sembra essere il momento più puro nella vicenda dell'arte moderna. Con essa, dopo un lungo rilassamento sul piano formale, si ha una tendenza purificatrice che era già cominciata con Paul Cézanne ed era proseguita, in Francia, con il cubismo analitico. La macchia ridiventa una macchia, il tratto un tratto, la superficie ridiventa superficie. Più che mai le opere vivono autonome, libere dalla sottomissione alla mimesi». Così Hans Hartung (Lipsia, 1904 - Antibes, 1989), uno tra i più grandi pittori informali del Novecento, dava ragione della propria ricerca creativa, del proprio interesse per un'arte che alla rappresentazione figurativa preferiva l'automatismo del gesto.
I segni netti o zigzaganti e le brillanti chiazze di colore che furono perenni compagnie di vita dell'artista, fatta eccezione per un breve iniziale periodo dalle influenze espressioniste, sono al centro della mostra Hans Hartung. L’oeuvre ultime, allestita fino al 18 ottobre a Gaeta, negli spazi della Caserma Cosenz.
L’esposizione raccoglie, in una scenografia ingegnosa costruita attorno a pilastri, sedici tele di grandi dimensioni realizzate dall’artista poco prima della sua morte (di cui si celebra quest’anno il ventesimo anniversario), ma anche fotografie e documenti.
Il ricordo di come queste ultime opere presero vita è nelle parole del gallerista Antonio Sapone, originario proprio di Gaeta: «Hartung aveva attraversato un lungo periodo di immobilità totale. Rattrappito su se stesso, quest’uomo vigoroso sentiva le sue forze abbandonarlo. Persino le sue braccia gli sembravano pesanti, inutili [...] Erano tutti consapevoli che la sua morte era vicina. Ma ci fu un ultimo sussulto. Un bel giorno, Hartung si è svegliato chiedendo di scendere con la sua sedia a rotelle fino al suo studio. Succedeva nella sua casa di Antibes, diventata in seguito la Fondazione Hartung Bergman. Ero lì. Vidi il suo sguardo meravigliato davanti agli strumenti e ai pennelli. Uno sguardo simile a quello di un bambino che scopre un regalo atteso a lungo». Due giorni più tardi, l'artista ordinava delle grandissime tele, di quattro metri per tre, e, armato di una pompa destinata al trattamento della vite, nebulizzava i suoi colori nello studio e, con il medesimo getto, le idee sulla sua opera.
Era l’ennesimo gesto di libertà creativa di un autore fuori dagli schemi, che conobbe tutti i maggiori movimenti avanguardisti del suo secolo – dagli sperimentalismi del cubismo all'astrattismo lirico di Vasilij Vasil'evich Kandinskij, dall'action painting e al tachisme - senza mai lasciarsi omologare da correnti o farsi imprigionare da definizioni, come egli stesso amava dichiarare: «in quanto a me, voglio rimanere libero di spirito, d'azione. Non lasciarmi rinchiudere, né dagli altri, né da me stesso».
Hans Hartung, vincitore del Premio di pittura alla Biennale di Venezia del 1960 con il collega Jean Faurtier, fu, dunque, ideatore di una propria personalissima e riconoscibile cifra pittorica, pressoché invariata dagli anni Venti agli ultimi giorni, che ha fatto proprie, dell'astrattismo, tutte le modalità formali: macchie e spruzzi di colore in chiave tachista, linee che sono delle vere e proprie graffiature dai cui affiora misteriosamente la fisicità della luce, segni liberi che hanno «l'aspetto zigzagante di una linea che corre attraverso la pagina» ed altri, raffinatissimi, dai colti richiami orientali creano un alfabeto ricco, come ebbe a dire Riccardo Passoni in occasione della mostra alla Gam di Torino del 2000, di «vibrazioni di un arcano lirismo». Nascono così, dunque, vere e proprie poesie coloristiche, con il loro gioco di segni dai raffinati accordi cromatici, apparentemente identici ma nuovi ad ogni sguardo, in cui si palesa un sapiente gusto musicale.
I colori di Hartung - principalmente toni di azzurro, rosa e giallo abbinati all'immancabile nero – sembrano, cioè, cantare sinfonie e provare a raccontare all'animo attento, con il loro dispiegarsi sulla tela in curve improvvise e in graffi acuti simili a ferite, di conflitti interiori. Non era stata, d'altronde, facile la vita dell'artista, a cui toccò in sorte di sperimentare il dolore della persecuzione nazista, quello della guerra e della vita militare, di cui gli rimase come indelebile ricordo l'amputazione di una gamba, e le continue schermaglie d'amore con l'artista scandinava Anna-Eva Bergman, sposata nel 1929, lasciata nel 1938, ritrovata nel 1952 e risposata nel 1957.
L'arte era stata l'ancora di salvezza di Hartung, lo strumento per raccontare i propri moti dell'animo: «scarabocchiare, grattare, agire sulla tela, dipingere infine, mi sembrano – affermava lo stesso artista - delle attività umane così immediate, spontanee e semplici come lo possono essere il canto, la danza o il gioco di un animale che corre, scalpita o si scrolla. Una pianta che cresce, la pulsazione del sangue, tutto quello che è germinazione, crescita, slancio vitale, forza viva, resistenza, dolore o gioia possono trovare la propria incarnazione particolare, il proprio segno, in una linea morbida o flessibile, curva e fiera, rigida o possente, in una macchia di colore stridente, gioioso o sinistro».

Informazioni utili
Hans Hartung. L'Oeuvre ultime
. Caserma Cosenz, via Annunziata – Gaeta. Orari: dal lunedì al venerdì 17.00-22.00; sabato e domenica 10.00-12.30 e 17.00- 22.00. Ingresso: intero € 5.00, ridotto € 3.00 [studenti universitari con attestato di iscrizione, oltre i 65 anni, gruppi solo se prenotati (minimo 15, massimo 25 con capogruppo gratuito), minorenni e scolaresche solo se prenotate (minimo 15, massimo 25 con due accompagnatori a titolo gratuito], gratuito per bambini fino a 12 anni, portatori di handicap, giornalisti con tesserino. Informazioni: 327 8387453 (dalle ore 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 20.00). Sito web: www.hartung-gaeta.org. Fino al 18 ottobre 2009.

venerdì 16 ottobre 2009

Busto Arsizio, al ridotto Luigi Pirandello va in scena la poesia

«La letteratura è stata davvero per me, da un certo momento, la vita stessa»: è racchiuso in questa frase che lo scrittore e studioso ligure Carlo Bo vergò nel suo Diario aperto e chiuso, pubblicato dalla milanese Edizioni di Uomo nel 1945, il senso della rassegna Perché tu mi dici: poeta?, in cartellone da ottobre 2009 a maggio 2010 presso gli spazi del ridotto Luigi Pirandello, piccola sala consacrata al «teatro di parola e di ricerca» del Sociale di Busto Arsizio.
A dare il titolo all’iniziativa, promossa dall’associazione culturale Educarte, è un verso dello scrittore crepuscolare Sergio Corazzini, tratto dalla lirica Desolazione di un povero poeta sentimentale, pubblicata nella raccolta Piccolo libro inutile del 1906. Una poesia, questa, che sarà possibile risentire, giovedì 25 febbraio 2010, in un appuntamento dal titolo Tra crepuscolarismo e sperimentalismo futurista, incentrato anche sulle produzioni poetiche di Guido Gozzano, Corrado Govoni, Filippo Tommaso Marinetti e Aldo Palazzeschi.

Da Foscolo a Quasimodo
Undici gli incontri complessivamente in cartellone, rivolti principalmente a un pubblico giovane, che consentiranno di ricostruire alcune delle più significative esperienze poetiche dell’Ottocento e del Novecento. Si inizierà con il carme Dei Sepolcri del pre-romantico Ugo Foscolo, i cui 295 endecasillabi sciolti sul senso del vivere e del perire verranno rievocati giovedì 12 novembre 2009, e si terminerà, nella serata di giovedì 6 maggio 2010, con la poesia socio-filosofica dell’ermetico Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la letteratura nel 1959, il quale cantò la condizione dell’uomo moderno, sospeso tra sofferenza e solitudine, e la difficile condizione degli sconfitti dalla guerra e «dal piede straniero sopra il cuore».
A fare da prologo a questi appuntamenti sarà, nella serata di giovedì 29 ottobre 2009, una conferenza-spettacolo sull’avventura in versi del più grande scrittore e drammaturgo di tutti i tempi, l’inglese William Shakespeare, i cui intimi e intensi sonetti («struggente romanzo di un amore senza speranza, che si nutre della propria ambiguità e si sublima nella dignità del dolore», come ebbe a scrivere Gabriele Baldini) videro cimentarsi nella traduzione, dall’inglese all’italiano, due tra i principali poeti del nostro Novecento, entrambi premi Nobel per la letteratura: Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale.
Dalle atmosfere seicentesche del «grande Bardo», cantore dell’amore quale unione indissolubile tra due anime, si passerà, dunque, alla cosiddetta «letteratura contemporanea italiana», della quale gli Attori del teatro Sociale, con la guida della regista Delia Cajelli, ripercorreranno, secondo un itinerario cronologico, i profili di suoi undici protagonisti illustri, i più studiati nelle scuole italiane, chiarendone i motivi generali della produzione, ma anche fornendone notizie biografiche e un percorso per exempla tra le poesie più conosciute.
Unica voce fuori dai confini nazionali sarà quella di Federico Garcìa Lorca, del quale, nell’incontro A las cinco de la tarde./Eran las cinco en punto de la tarde… di venerdì 2 aprile 2010, verranno analizzate le atmosfere spagnole della sua poesia, innervata di musica flamenca, lirica gitana e tradizioni arabo-andaluse.

Letteratura come vita
Fil rouge tra le varie conferenze-spettacolo sarà il tema della «letteratura come vita», secondo una felice espressione coniata da Carlo Bo nel 1938, sulla rivista fiorentina Frontespizio, per presentare la corrente ermetica.
Gran parte della poesia otto-novecentesca è, infatti, intrisa di autobiografismo. Racconta, per usare le parole di Umberto Saba, la «vita di un uomo», diventandone specchio dei suoi sentimenti e delle circostanze della sua vita, come ben delineano le storie letterarie di Giacomo Leopardi, Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Giuseppe Ungaretti e dello stesso Umberto Saba.
Il sentimento civile e la contemplazione della storia che anima le liriche degli ottocenteschi Ugo Foscolo e Alessandro Manzoni (del quale giovedì 26 novembre 2009 verrà narrata la genesi delle sue due più note odi civili, Marzo 1921 e Cinque maggio) lasciano, dunque, spazio a una poesia che è cammino introspettivo e che è, per usare le parole di Salvatore Quasimodo, la «rivelazione di un sentimento che il poeta crede sia personale e interiore» e «che il lettore riconosce come proprio».
La quotidianità, la «calda vita» dei luoghi natale, il «male di vivere» di montaliana memoria, la precarietà del destino umano, l’orrore della guerra, il clima di inquietudine e di ricerca che anima il post-positivismo sono solo alcuni degli argomenti al centro della rassegna Perché tu mi dici: poeta?. Ecco così che il 14 gennaio 2010 si analizzeranno i «canti pisano-recanatesi» di Giacomo Leopardi, «storia di un’anima» grondante di delusione e amarezza. Giovedì 4 febbraio 2010 si parlerà di Giosuè Carducci e della sua amata terra natia: la verde e selvaggia Toscana. Due settimane dopo, il 18 febbraio 2010, si farà luce sulla «poetica delle piccole cose» di Giovanni Pascoli, della quale massimi esempi si hanno nelle raccolte Mirycae, Primi poemetti e Canti di Castelvecchio. E ancora, l’11 marzo 2010 si tratterà della «triestinità» del Canzoniere di Umberto Saba. Pochi giorni dopo, il 25 marzo 2010, si focalizzerà l’attenzione sulla raccolta Porto sepolto di Giuseppe Ungaretti, dove viene narrata l’esperienza del primo conflitto bellico, vissuta dallo stesso poeta come soldato semplice presso il XIX Battiglione di fanteria, sulle montagne del Carso. Mentre il 22 aprile 2010 si illustrerà la «cultura del negativo» che emana dai volumi Ossi di seppia e Occasioni, La bufera e l’altro, Satura e Quaderno di quattro anni di Eugenio Montale.

I motivi della rassegna
«Gli incontri –spiega Delia Cajelli- saranno intimi e interattivi, anche per la dimensione quasi domestica del Ridotto, che stimola la partecipazione del pubblico e il suo contatto fisico con gli attori», grazie alla platea mobile e all’esiguità del numero di posti a sedere (una settantina in tutto)». «Lo scopo di questa rassegna –prosegue la direttrice artistica del teatro Sociale di Busto Arsizio- è quello di conquistare l’animo dei più giovani alla poesia, non con lezioni scolastiche, ma con l’emozione della recitazione in teatro».
La poesia, dunque, con Perché tu mi dici: poeta? scende dalla cattedra e va in mezzo alla gente, forse realizzando uno dei sogni del futurista Aldo Palazzeschi, che scrisse «il vero poeta dovrebbe scrivere sui muri, per le vie, le proprie sensazioni e impressioni, fra l'indifferenza o l'attenzione dei passanti».
Tutte le conferenze-spettacolo avranno inizio alle 21.00.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Immagine promozionale della rassegna Perché tu mi dici: poeta?. Foto: Silvia Consolmagno. [fig. 2, fig. 3 e fig. 5] Serata di poesia al teatro Sociale di Busto Arsizio.
Foto: Silvia Consolmagno; [ fig. 5] Delia Cajelli con l'attore Gerry Franceschini. Foto: Silvia Consolmagno.

Informazioni utili
Perché tu mi dici: poeta?. Teatro Sociale / ridotto Luigi Pirandello, piazza Plebiscito 8 - 21052 Busto Arsizio (Varese). Biglietti: intero € 8.00, ridotto € 6.00 (riservato a giovani fino ai 21 anni, ultra 65enni, militari, Cral, biblioteche, dopolavoro e associazioni con minimo dieci persone). Botteghino: il botteghino del teatro Sociale, ubicato in piazza Plebiscito 8, presso gli uffici del primo piano, è aperto nelle giornate mercoledì e venerdì, dalle 16.00 alle 18.00, e sabato, dalle 10.00 alle 12.00. E’ possibile prenotare telefonicamente, al numero 0331.679000, tutti i giorni feriali, secondo il seguente orario: dal lunedì al venerdì, dalle 16.00 alle 18.00; il sabato, dalle 10.00 alle 12.00. Informazioni utili:
tel. 0331. 679000, e-mail: info@teatrosociale.it. Web site: www.teatrosociale.it.

Busto Arsizio, note e parole per la nuova stagione del teatro Sociale

Sarà un frizzante e benaugurale brindisi, in tempo di valzer, a tenere a battesimo la stagione 2009/2010 del teatro Sociale di Busto Arsizio, inserita nel cartellone della terza edizione di BA Teatro, rassegna cittadina che, sotto l'egida e con il contributo economico dell'amministrazione comunale, annette anche le programmazioni di Palkettostage-International theatre productions e dei teatri Manzoni e San Giovanni Bosco.

Tutti all’Opera
Il sipario della sala di piazza Plebiscito si alzerà, infatti, sul Libiamo nei lieti calici della La traviata, melodramma in tre atti e quattro scene, su libretto di Francesco Maria Piave e con musiche di Giuseppe Verdi, che mutua dalla comédie mêlée d’ariettes Le dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio.
A mettere in scena, nella serata di venerdì 27 novembre 2009, la tormentata storia d’amore tra Violetta Valery e Alfredo Germont, nonché la sua indimenticabile colonna sonora, con brani entrati prepotentemente nel comune sentire come la cabaletta Sempre libera degg’io, l’aria Addio, del passato bei sogni redenti e il duetto Parigi, o cara, noi lasceremo, sarà il Teatro dell’Opera di Milano, sotto la direzione di Mario Riccardo Migliara, insieme con la Corale lirica ambrosiana e l’Orchestra filarmonica di Milano, dirette rispettivamente da Roberto Ardigò e Vito Lo Re.
Questo giovane e preparato cast di cantanti lirici e orchestrali, attivo collaboratore dell’assessorato al Turismo, Marketing territoriale e Identità del Comune di Milano per la rassegna estiva Lirica sotto le stelle e per la stagione musicale del teatro Ciak Webank.it, si esibirà sul palcoscenico di piazza Plebiscito anche nella serata di venerdì 12 febbraio 2010 con Il barbiere di Siviglia, melodramma buffo in due atti, su libretto di Cesare Sterbini e con musiche di Gioacchino Rossini, il cui soggetto è ricavato dalla commedia Le barbier de Séville ou La précaution inutile di Pierre-Augustin-Caron de Beaumarchais.
Definito dalla critica come un’eccellente medicina contro le preoccupazioni del vivere quotidiano e le difficoltà della vita di tutti i giorni, il capolavoro rossiniano, nella rilettura del Teatro dell’Opera di Milano, andrà in scena su un antico palco della Commedia dell’arte, dove la «pazzia giocosa» e i briosi coup de théâtre che hanno reso immortale la storia del barbiere Figaro e le sue più riuscite invenzioni musicali, dalla cavatina Largo al factotum all’aria La calunnia è un venticello, la faranno da padrone.
Lo scenografico e intrigante mondo delle sette note sarà, dunque, l’attore protagonista della nuova stagione del teatro Sociale, sul cui palco, come è ormai abitudine consolidata, verrà offerto un affresco a tutto tondo della miglior tradizione drammaturgica, musicale e tersicorea italiana e internazionale, attraverso un percorso tra differenti generi: dal melodramma alla prosa, dalla commedia dialettale alla sacra rappresentazione, dall’opera buffa alla danza, dal teatro-documento alla favola per bambini.

Tra lustrini e paillettes
Otto gli spettacoli in cartellone per sei mesi di programmazione, equamente divisi tra ospitalità e produzioni interne, che vedranno, tra gli altri, calcare la scena interpreti amati dal grande pubblico, come I Legnanesi di Felice Musazzi, e realtà attive sul territorio locale, quali il Centro arte danza di Olgiate Olona.
«La Teresa», «la Mabilia» e «il Giuan» saliranno sul palco nato per volontà dei conti Carolina e Giulio Durini, nelle serate di martedì 2, mercoledì 3 e giovedì 4 marzo 2010, con la nuova rivista Oh vita, oh vita straca.
Dalla magia dei balletti al racconto della realtà sociale dei cortili, passando per le scene umoristiche ispirate a fatti d’attualità (su tutti la recessione economica) e per i tradizionali cliché comico-sentimentali del «trio più sgangherato d’Italia»: tutto il meglio del repertorio che ha fatto apprezzare la compagnia fondata sessant’anni fa da Felice Musazzi, e oggi diretta da Antonio Provasio, farà divertire e sorridere per tre serate il pubblico di piazza Plebiscito, conducendolo addirittura nella fredda e nevosa Mosca dei «nuovi ricchi russi».
Il Centro arte danza di Olgiate Olona e la sua direttrice artistica, Antonella Colombo, cureranno, invece, la selezione delle coreografie per Danzarte, vetrina dedicata all’arte tersicorea che, giovedì 15 aprile 2010, vedrà sfilare nella sala di piazza Plebiscito alcune delle migliori compagnie di balletto delle province di Milano, Varese e Novara.

Calendario alla mano
Fiore all’occhiello della stagione 2009/2010, insieme con il mini-cartellone dedicato all’opera lirica, sarà una serie di eventi legati alle principali ricorrenze del calendario, tutti prodotti dall’associazione culturale Educarte e interpretati dagli Attori del teatro Sociale, sotto la regia di Delia Cajelli.
Si inizierà venerdì 18 dicembre 2009 con Il pianeta degli alberi di Natale, favola natalizia nata nel 1962 dall’estro di Gianni Rodari, che condurrà grandi e piccini in un paese fantascientifico e utopico, dove gli orologi hanno un delizioso sapore di cioccolato, le vetrine sono senza vetri, la settimana dura tre giorni festivi (un sabato e due domeniche), non esistono le parole «ammazzare», «odiare», «guerra» e tutti gli abitanti si dedicano solo alle scienze, alle arti e alla politica.
Si proseguirà mercoledì 27 gennaio 2010 con un recital ideato per commemorare la nona Giornata della memoria: Hábermann, ultima testimone del silenzio, dedicato alla storia di Anna Maria Hábermann e di suo padre Aládar, medico ebreo ungherese, trapiantato a Busto Arsizio nel 1933, che aiutò e assistette profughi ebrei e perseguitati dal nazifascismo nel territorio della provincia di Varese, mentre nella sua terra natale perdeva i genitori e il figlio primogenito, Tamás, scomparsi in lager nazisti.
In concomitanza con la Pasqua, nella serata di mercoledì 31 marzo 2010, è, infine, prevista una sacra rappresentazione, dal titolo Donna de Paradiso lo tuo figlio è priso, che vedrà trasformarsi in palcoscenico i suggestivi spazi rinascimentali del santuario di Santa Maria di piazza e che focalizzerà la sua attenzione sulle figure femminili (la Madonna, Maria Maddalena, Veronica e le pie donne) che costellano il racconto del calvario della Croce e della morte del Signore.

Gran finale con Pirandello
Non poteva, infine, mancare nella programmazione del teatro Sociale l’ormai consueto spettacolo di e su Luigi Pirandello, commissionato dal Centro nazionale studi pirandelliani di Agrigento per la serata d’onore dell’annuale convegno internazionale sull’opera dello scrittore di Uno, nessuno e centomila, in programma in Sicilia nel mese di dicembre. Quest’anno l’attenzione si focalizzerà su due atti unici, L’uomo dal fiore in bocca e Cecè, l’uno (già presentato a Budapest, in Ungheria, questa primavera) espressione di quel senso di ineluttabile incomunicabilità tra gli individui e di struggente consapevolezza della finitudine umana che anima gran parte della letteratura novecentesca, l’altro ritratto scanzonato di un’«Italietta» senza dignità, soffocata da dissolutezze e corruzioni politiche. L’appuntamento è fissato per giovedì 29 aprile 2010, in chiusura di stagione. Il «Buonanotte, mio caro signore» dell’«Uomo dal fiore in bocca», accompagnato da discorsi sulla villeggiatura e sulle sua abitudini, calerà, dunque, il sipario sul palcoscenico della «sala grande» del teatro Sociale. Tutti gli spettacoli avranno inizio alle 21.00.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Una scena dell'opera lirica La traviata, con il Teatro dell'Opera di Milano; [fig. 2 e fig. 7] Una scena dell'opera lirica Il barbiere di Siviglia, con il Teatro dell'Opera di Milano; [fig. 4 e fig. 6] Una scena dello spettacolo Isadora. Omaggio alla Duncan, presentato dal Centro arte danza di Olgiate Olona presso il teatro Sociale di Busto Arsizio. Foto: Silvia Consolmagno; [fig. 5] Una scena di Cecè di Luigi Pirandello. Foto: silvia Consolmagno.

Informazioni utili
Ba Teatro - Stagione cittadina 2009/2010. Teatro Sociale, piazza Plebiscito 8 - 21052 Busto Arsizio (Varese). Biglietti: Oh vita, oh vita straca...primo settore platea € 38.00, secondo settore platea € 35.00, galleria € 30.00; La traviata e Il barbiere di Siviglia, intero € 32.00, platea € 25.00, galleria € 20.00, Danzarte, Il pianeta degli alberi di Natale e L'uomo dal fiore in bocca - Cecè, intero € 16.00, ridotto € 12.00; Hábermann, ultima testimone del silenzio «Donna de Paradiso lo tuo figliolo è priso, ingresso libero e gratuito. Le riduzioni sono riservate a giovani fino ai 21 anni, ultra 65enni, militari, Cral, biblioteche, dopolavoro e associazioni con minimo dieci persone. Botteghino: il botteghino del teatro Sociale, ubicato in piazza Plebiscito 8, presso gli uffici del primo piano, è aperto nelle giornate mercoledì e venerdì, dalle 16.00 alle 18.00, e sabato, dalle 10.00 alle 12.00. E’ possibile prenotare telefonicamente, al numero 0331.679000, tutti i giorni feriali, secondo il seguente orario: dal lunedì al venerdì, dalle 16.00 alle 18.00; il sabato, dalle 10.00 alle 12.00. Informazioni: tel. 0331.679000, e-mail: info@teatrosociale.it. Web Site: www.teatrosociale.it.