«Fogli d'arte» è una pubblicazione identificata univocamente da un codice ISSN (International Standard Serial Number), attribuito in data 7 marzo 2008: ISSN 1974-4455. Per comunicazioni: foglidarte@gmail.com.

mercoledì 26 novembre 2014

A Venezia un corso di alta formazione sul vetro muranese e sulla nascita dei musei europei di arte decorativa

Rimarranno aperte fino al 7 gennaio le iscrizioni al corso di alta formazione sul vetro muranese in programma dall’11 al 13 marzo 2015 a Venezia per iniziativa del Istituto veneto di scienze, lettere ed arti. Il simposio, promosso nell’ambito del progetto «Glass in Venice», si intitola «La nascita dei grandi musei: le collezioni vetrarie tra Rinascimento e revival» e vede tra i partner l’Ecole du Louvre, la Fondazione musei civici di Venezia e il Victoria & Albert Museum, con l’Ufficio regionale dell’Unesco.
Il programma, incentrato sull’Ottocento, prevede relazioni di carattere storico e artistico, studi sugli stili e sui materiali, compresa la presentazione di moderne tecniche di analisi per la datazione dei manufatti oggi adottate da alcuni tra i principali musei europei, fino a dimostrazioni pratiche di alcune tecniche di esecuzione particolarmente rilevanti, eseguite e commentate in una fornace di Murano in compagnia di Davide Fuin e William Gudenrath.
La tre giorni di studio comprende, inoltre, una visita all’Archivio di Stato di Venezia, dove sono conservati importanti documenti, inventari e ricettari, utili allo studio di aspetti particolarmente significativi della produzione vetraria veneziana. Sono, poi, in programma visite alla collezione Barovier e ai depositi del Museo vetrario di Murano, i cui oggetti conservati verranno illustrati da Rosa Barovier Mentasti e dalla direttrice Chiara Squarcina. Si avrà, inoltre, la possibilità di vedere la mostra «Within light / Inside glass - An intersection between art and science», concepita da Vicarte e dedicata alle corrispondenze tra luce e vetro, e la collezione di Fiorella e Phillip de Boos-Smith, che comprende centinaia di oggetti, selezionati e disposti in base alle diverse tecniche di lavorazione, e che ha consentito il recupero dell’antico stile muranese ottocentesco in cui gli oggetti in filigrana, millefiori, avventurine e calcedoni, ispirate dall’arte vetraria rinascimentale e barocca, si distinguono per la raffinatezza tecnica, il virtuosismo decorativo e l’audacia dei colori.
Le conferenze di Rosa Barovier Mentasti, Rosella Mamoli Zorzi, Marco Verità, Cristina Tonini, William Gudenrath, Suzanne Higgott, Reino Liefkes, Antonio Pires De Matos, Maria Joao Burnay e Rainald Franz(questi i relatori fino ad oggi confermati) permetteranno, poi, di approfondire la storia dei musei di arte decorativa in Europa e in America, nella maggior parte dei casi fondati nell’Ottocento.
Il vetro antico, soprattutto quello romano e veneziano, venne riscoperto in quel periodo e riscosse l'interesse degli storici e degli studiosi d’arte.Furono, quindi, scritti i primi libri focalizzati sulla storia del vetro, si redassero cataloghi di collezioni pubbliche e private e vennero editi i cataloghi delle numerose aste, da cui giunsero veri capolavori nei musei internazionali. La creazione di questi musei e di queste collezioni ha segnato una svolta nella storia della cultura, ma alcuni capolavori, pur noti già nel XIX secolo, non sono ancora stati studiati come meritano.
Questo fenomeno sarà al centro del convegno veneziano, come anche il problema della realizzazione di copie e falsi nello stesso XIX secolo. Nell'epoca dei revival, infatti, i musei di arti decorative –il Victoria & Albert Museum e il Museo vetrario di Murano, ad esempio- avevano spesso come missione istituzionale quella di proporre modelli da imitare agli artigiani contemporanei. Oggi gli studiosi di arte vetraria non solo considerano con interesse la produzione vetraria dei revival, ma sono anche impegnati nella individuazione di pezzi antichi e di pezzi ottocenteschi nell'ambito delle collezioni museali.

Informazioni utili 
«La nascita dei grandi musei: le collezioni vetrarie tra Rinascimento e revival». Domande di iscrizioni: vanno inviate via e-mail, entro il 7 gennaio 2014, corredate di curriculum vitae nel quale venga messo in evidenza l'interesse per la materia e gli studi precedentemente compiuti nel settore. Quota di partecipazione: € 300,00. Informazioni: Laura Padoan, ivsla@istitutoveneto.it. Sito web: http://www.istitutoveneto.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/941

lunedì 24 novembre 2014

«Perfecto e virtuale», a Fano l’«Uomo vitruviano» di Leonardo diventa tridimensionale

Corpo muscoloso, volto virile e sguardo sicuro: l’«Uomo vitruviano», uno dei disegni più celebri al mondo e canone rinascimentale della bellezza perfetta, sarà esposto a Milano, nelle sale di Palazzo Reale, in occasione della mostra «Leonardo da Vinci 1452-1519. Il disegno del mondo», curata da Pietro Marani e Maria Teresa Fiorio per Expo 2015. Una mostra senza precedenti, questa, che traccerà un ritratto a tutto tondo del poliedrico artista rinascimentale e nella quale saranno visibili, tra l’altro, il «Musico» della Pinacoteca ambrosiana, il «San Gerolamo» dei Musei vaticani, la «Scapigliata» della Galleria nazionale di Parma, la «Madonna Dreyfuss» della National Gallery di Washington e tre opere inestimabili provenienti dal Louvre di Parigi: la «Bella Ferronière», il «San Giovanni Battista» e l’«Annunciazione».
Il prezioso ed enigmatico capolavoro a matita e inchiostro del genio vinciano, databile intorno al 1490 e conservato dal 1822 nel Gabinetto dei disegni e delle stampe alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, resterà nel capoluogo milanese per un intero mese, grazie al nullaosta dato da Giovanna Damiani, soprintendente al Polo museale di Venezia. I tanti visitatori dell’Esposizione internazionale potranno così eccezionalmente ammirare questa disegno di piccole dimensioni, grande poco più di venti per trenta centimetri (esattamente 34,3 x 24,5), celebre rappresentazione delle proporzioni ideali del corpo umano inscrivibile armoniosamente nelle due figure «perfette» del cerchio e del quadrato secondo i canoni classici della bellezza classica, tracciati da Vitruvio nel terzo libro del «De Architectura».
In attesa del grande evento, previsto per la prossima estate, l’«Uomo vitruviano», o meglio la sua versione tridimensionale, è a Fano, nelle Marche. Nel Complesso rinascimentale di San Michele rimarrà, infatti, allestita fino al prossimo 6 gennaio la mostra-spettacolo «Perfecto e virtuale»,curata da Annalisa Perissa Torrini, direttrice del gabinetto dei disegni del Polo museale veneziano, e ideata da Paolo Clini, coordinatore scientifico del Centro studi vitruviani di Fano, con l’ausilio per l’allestimento degli architetti Adriana Formatio e Anna Paola Pugnaloni dell’Università Politecnica delle Marche.
Il famoso e delicato foglio di Leonardo Da Vinci, raramente visibile anche a Venezia per motivi conservativi (la luce diretta e un microclima non adeguato potrebbero scolorirne l’inchiostro), si presenta al pubblico per la prima volta in versione 3D attraverso un ologramma che ruota a 360° e lo proietta a grandezza originale, abbinato a un innovativo sistema touch screen di visualizzazione che consente di entrare nel disegno fino al centesimo di millimetro, studiandone il tratto della matita o la consistenza della filigrana della carta, nonché di coglierne ogni più incredibile dettaglio non visibile a occhio nudo, andando al di là di quello che forse lo stesso artista toscano poteva vedere.
Particolare si rivela, inoltre, l’allestimento che si distribuisce spazialmente ripercorrendo i segni principali del disegno leonardesco: si parte dalla genesi geometrica del disegno proveniente dalla collezione del pittore e scrittore milanese Giuseppe Bossi e dalla storia di Leonardo per, poi, passare all’interazione digitale vera e propria per ammirare l’opera d’arte come solo il suo autore poteva fare al momento della realizzazione.
Il modello tridimensionale del disegno è stato realizzato su uno dei più avanzati software di modellazione e visualizzazione, il Deltagen, messo appositamente a disposizione da 3DXcite per questa applicazione. «Il foglio leonardesco diventa così navigabile in modo interattivo, senza alcuna limitazione dovuta alle necessità di conservazione. Tale applicazione può, dunque, costituire –raccontano gli organizzatori- una possibile risposta alle sempre crescenti difficoltà di circolazione e divulgazione di opere delicate e che, come nel caso del lavoro leonardesco, possono essere esposte solo ogni cinque anni, a fronte di continue richieste di musei di tutto il mondo».
L’«Uomo vitruviano» diventa, invece, palpabile e studiabile da ogni angolazione grazie a una tecnica teatrale chiamata Pepper’s ghost, utilizzata per la prima volta nella serie di «Star Wars». L’esplorazione delle proporzioni ideali continua, poi, con il mirroring interattivo, una speciale pedana che mette a confronto le forme di ogni visitatore con quelle del disegno leonardesco, grazie a sistemi di natural interaction e computer vision appositamente sviluppati.
Ologrammi, touch screen, proiezioni, filmati e giochi interattivi fanno, dunque, muovere questa mostra sui binari della spettacolarizzazione, pur mantenendo la rigorosità scientifica, e la rendendo adatta ad un pubblico di tutte le età, dai bambini agli appassionati d’arte.

Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] Leonardo da Vinci, «Uomo vitruviano», 1490 circa. Matita e inchiostro su carta, cm 34,3 x 24,5. Venezia, Gallerie dell’Accademia; Elaborazioni 3d dell’«Uomo vetruviano» a cura di Marco Gaiani; [fig. 3] Allestimenti tecnologici realizzati da Eve spin off per la mostra «Perfecto e virtuale. L’Uomo vitruviano di Leonardo» a Fano; [fig. 4] L’«Uomo vitruviano» in 3D che fluttua nella campana olografica.

Informazioni utili 
«Perfecto e virtuale. L’Uomo vitruviano di Leonardo». Complesso di San Michele, Arco di Augusto – Fano. Orari: martedì-venerdì, ore 17.00-19.30 (la mostra è aperta può essere aperta in mattinata solo per scuole e gruppi, previa prenotazione), sabato e domenica, ore 10.00-12.30 e ore 17.00-19.30; lunedì chiuso. Ingresso gratuito. Informazioni: tel. 338.4234702 o tel. 328.3790087; info@centrostudivitruviani.org. Sito internet: www.centrostudivitruviani.org. Fino al 6 gennaio 2015.

venerdì 21 novembre 2014

Corea, Giorgio Morandi e le sue nature morte in mostra a Seul

Sono ventisei le opera volate da Bologna verso Seul per la mostra su Giorgio Morandi che il National Museum of Modern and Contemporary Art di Deoksugung promuove fino al prossimo 25 febbraio, in occasione delle celebrazioni per i centotrenta anni delle relazioni diplomatiche tra Italia e Corea. Ricorrenza, questa, che il Comune di Bologna e la Città di Seul hanno voluto ricordare con uno speciale protocollo d'intesa, impegnandosi a rafforzare sempre più i rapporti di scambio e cooperazione reciproca.
L’esposizione porta, dunque, per la prima volta nel Paese asiatico un consistente numero di opere del maestro bolognese, presentando i principali nuclei tematici delle raccolte del Museo Morandi, a conferma del forte interesse e dei continui studi che in tutto il mondo ruotano intorno alla figura dell’artista, uno dei protagonisti più significativi della pittura del XX secolo.
Nello specifico sono partiti da Bologna alla volta della Corea sei dipinti, cinque acquerelli, sei disegni, cinque incisioni e quattro opere di collezione privata in deposito di comodato, oltre a una serie di oggetti originali provenienti da Casa Morandi, tra i quali il foglio che ricopriva il tavolo di lavoro dell’artista e sul quale venivano segnate le posizioni degli oggetti che sarebbero, poi, stati raffigurati nelle celebre nature morte.
«La selezione delle opere in mostra, ben lontana dal voler essere un’antologica, non procede cronologicamente e non vuole esaminare rapporti e influenze nell'ambito della pittura europea del Novecento ponendo Giorgio Morandi in una prospettiva storiografica. Il progetto espositivo -spiegano dall’Istituzione Bologna Musei- ambisce piuttosto a rendere evidente il peso di una ricerca artistica in grado, oggi, di dialogare con le istanze culturali di un mondo globalizzato, perché ha saputo interrogarsi incessantemente sul valore dell'opera e sull'atto stesso del dipingere».
Nature morte, fiori, paesaggi e conchiglie, dipinti attraverso poche tonalità di colore o disegnati con l’incisivo bianco e nero delle acqueforti, diventano da sempre agli occhi dello spettatore pure forme, oggetti privi di qualsiasi semantica, che l'artista trascende per coglierne l'essenza. Il percorso espositivo coreano non smentisce questo assunto e permette così di addentrarsi, attraverso opere realizzate tra gli anni Quaranta e gli anni Sessanta, in un’indagine artistica sempre coerente e rigorosa che è riuscita a tradurre felicemente in pittura un’esperienza umana e un universo poetico, quello di Giorgio Morandi appunto, artista che, lavorando su continue variazioni di pochi temi e rivolgendosi a oggetti o paesaggi familiari, è arrivato a cogliere l'essenziale nell'idea stessa di pittura.
Un momento di ulteriore approfondimento della vita e della poetica del maestro bolognese è, poi, rappresentata dalla proiezione del film «La polvere di Morandi», un documentario del regista Mario Chemello, prodotto da Imago Orbis, in collaborazione con il museo bolognese e con il contributo della Film Commission dell’Emilia Romagna. La rassegna mette, inoltre, a confronto l’opera del «pittore delle bottiglie» con quella di artisti coreani che si sono ispirati al suo lavoro quali To Sang-bong, Oh Ji-ho, Kim Whan-ki, Park Soo-keun, Kim Ku-lim, Choi In-soo, Sul Won-gi, Ko Young-hoon, , Shin Mee-kyoung, Hwang Hae-sun, Lee Yoon-jean e Jeong Bo-young.
Un’occasione, dunque, preziosa quella offerta dalla mostra di Seul per vedere come un pittore che non amava molto viaggiare abbia attraversato, grazie al suo lavoro, i confini dell’Italia, insegnando a molti la sua filosofia ideativa: «di nuovo al mondo non c’è nulla o pochissimo, l’importante è la posizione diversa o nuova in cui un artista si trova a considerare e a vedere le cose della cosiddetta natura e le opere che lo hanno preceduto e interessato».


Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] National Museum of Modern and Contemporary Art, Deoksugung, Seul, Corea. Facciata allestita per mostra Giorgio Morandi; [fig. 2] Giorgio Morandi, «Natura morta», 1939. Olio su tela, 41,5 x 47,3 cm. Istituzione Bologna Musei - Museo Morandi; [fig. 3] Giorgio Morandi, «Fiori», 1950. Olio su tela. Istituzione Bologna Musei - Museo Morandi  

Informazioni utili
Giorgio Morandi. National Museum of Modern and Contemporary Art di Deoksugung - Galleria Venue 1 e 2, 99 Sejong-daero, Jung-gu, Seoul 100-120 (Corea). Orari: martedì-domenica, ore 10.00-19.00 mercoledì e sabato, ore 10.00-21.00; lunedì chiuso (la biglietteria chiude un'ora prima). Ingresso: adulti 9,000won, studenti delle scuole secondarie 7,000won,studenti delle scuole primarie 5,000won. Informazioni per l'Italia: Mambo di Bologna, tel. 051.6496611, fax 051.6496637 o info@mambo-bologna.org. Sito web: www.mmca.go.kr. Fino al 25 febbraio 2015. 

giovedì 20 novembre 2014

Milano, al teatro Verdi una performance dell’artista H.H. Lim

Si apre alle contaminazioni tra il teatro e le arti visive l’ottava edizione del Festival internazionale IF, prestigiosa vetrina di teatro di immagine e di figura promossa dal Buratto che, fino al prossimo 31 maggio, porterà a Milano il meglio delle produzioni europee e mondiali che fanno dell’uso di marionette e pupazzi animati, di videoproiezioni e di tagli di luce la propria cifra stilistica, inaugurando così una nuova sezione intitolata «Performing Art District». Venerdì 21 e sabato 22 novembre il teatro Verdi, nel cuore del vivace e contradditorio fermento creativo e culturale del quartiere Isola/Garibaldi, ospiterà, infatti, l’eclettico artista cino-malese H.H. Lim nella performance site-specific «Tornare al senso costruttivo», curata da Francesca Pasini e realizzata in collaborazione con la Galleria Bianconi, dove lo scorso aprire è stata ospitata la prima personale milanese del fondatore dello spazio espositivo «Edicola Notte» di Roma, una delle realtà più dinamiche e propositive della capitale.
Attraverso proiezioni video e una «fulminante» azione teatrale, H.H. Lim rivolge l’attenzione artistica alla spettacolarità e alla superficialità del mondo mediatico. In questo modo viene condivisa la concezione di un’arte che rivaluti la realtà e si ponga come specchio del mondo, un’arte attenta cioè alle manifestazioni sensibili della sfera umana, ai malesseri sociali, all’emarginazione etnica e alla diversità sessuale.
L’interazione tra cultura e politica coinvolge del resto tutto il lavoro dell’artista, che attraverso il mondo della scena esprime compiutamente l’adesione alla città, secondo una logica antica che, sin dall’antica democrazia ateniese, vedeva nel teatro il punto di svolta dell’aggregazione urbana, civile, politica e rituale, ovvero il nucleo costruttivo della convivenza sociale e culturale.
La performance di Lim è accompagnata dalla ripresa video di tre metaforici «cantieri» che rappresentano la dimensione ciclica di ogni costruzione, dando così forza a quel «senso costruttivo» che rappresenta in realtà la costante attività di elaborazione dei rapporti, degli affetti e dei comportamenti culturali e politici.
I video proiettati in scena riguardano lo scavo del trapano di un dentista, dove i denti appaiono come elementi di una strana architettura, la visione del cantiere in fieri di Expo Milano 2015, e il lavoro di una fonderia, dove Lim ha fatto realizzare a suo tempo una spada. Questa stessa spada, presente fisicamente in scena, viene «ricostruita» e tramutata da Lim in una sorprendente realizzazione sotto lo sguardo del pubblico. Immediata è l’allusione metaforica al taglio del nodo gordiano per liberare nuove energie e decisioni diverse, ma anche alla necessità di rendere inefficace questo oggetto di aggressione attraverso l’attribuzione di un senso costruttivo che non preveda solo una speculare distruzione.
Il cantiere di Expo Milano 2015 è invece, come dice Lim stesso, «un collegamento alla Milano contemporanea» e un segnale della condizione straordinaria delle città italiane, che continuano il ciclo dell’esistenza tra glorioso passato storico e ricostruzione del presente. Le immagini realizzate dall’artista si alleano al concetto processuale del costruire, perché rappresentano una documentazione «storica e unica»: il cantiere è in costante movimento, sempre diverso da se stesso, e rappresenta un tempo che non sarà più visibile una volta ultimati i lavori.
L’opera, rivelando il processo, assume così la forma di un atto performativo che mette in scena un evento non ancora avvenuto, creando un dialogo costruttivo con il simbolo della spada e, tagliando i tempi della previsione lineare, mette in primo piano il costruire che prosegue nel tempo, fino all’apparire di un ponte che congiunge la scena alla famosa sentenza di Martin Heidegger «Costruire – Abitare – Pensare», in cui l’azione del pensare è il perno attorno al quale si attuano sia il costruire che l’abitare.

Informazioni utili 
«Tornare al senso costruttivo» - Performance di H.H.Lim. Teatro Verdi, via Pastrengo, 16 – Milano. Orari: venerdì 21 e sabato 22 novembre, ore 21. Ingresso: € 5,00. Informazioni: tel. 02.6880038 e info@teatrodelburatto.it. Prenotazioni: dal lunedì al venerdì, dalle ore 10.00 alle ore 13.00 e dalle ore 14.00 alle ore 18.00. Sito internet: www.teatrodelburatto.it. Da venerdì 21 a sabato 22 novembre 2014.

martedì 18 novembre 2014

In mostra a Parigi l’arte dell’amore e del piacere ai tempi delle geishe

La bellezza femminile, l’immaginario erotico e le abitudini di vita del Giappone si svelano alla Pinacothèque de Paris, dove è allestita la mostra «L’art de l’amour au temps des geishas. Les chefs-d’oeuvre interdits de l'art japonais», per la curatela di Francesco Paolo Campione, direttore del Museo delle culture di Lugano, e la direzione artistica di Marc Restellini.
Disegni, pitture, stampe e immagini dell’Ottocento colorate a mano, oltre a una quarantina di opere d’arte applicata appartenenti alle collezioni dei musei d'arte orientale di Torino e Venezia, per un totale di duecentocinquanta reperti datati tra il XVII secolo e i giorni nostri, in massima parte conservati all'Heleneum di Lugano, compongono il percorso espositivo, nel quale sono messe per la prima volta organicamente a confronto le opere tradizionali del periodo Edo con le fotografie della Scuola di Yokohama e soprattutto con le opere d’arte contemporanea d’ispirazione erotica e pornografica che ne sono la diretta prosecuzione artistica e culturale.
L'esposizione, della quale rimarrà documentazione in un catalogo in lingua francese pubblicato dalla casa editrice Giunti di Firenze, è frutto di una ricerca condotta dal Museo delle culture di Lugano e sostenuta anche dalla Fondazione «Ceschin Pilone» di Zurigo, che è stata avviata nel 2006 e che ha già dato vita a due mostre sull'arte erotica giapponese, una al Palazzo Reale di Milano nel 2009, l’altra all’Heleneum di Lugano nel 2010.
Al centro dell’esposizione parigina, alla quale ne è contemporaneamente affiancata una sul Kamasutra nell’arte indiana, si trova un nucleo di oltre centocinquanta stampe che raffigurano le «belle donne», soggetto della tradizione ukiyo-e che viene definito bijin-ga, e una variegata serie di circostanze erotiche, raffigurazioni per le quali in Giappone si usa il termine shunga, letteralmente «immagini della primavera», così da rievocare alla mente la gioiosa vita del principe ereditario tra letti di piacere.
I due generi, entrambi creati con la tecnica della xilografia policroma, raggiunsero la loro massima fioritura nel periodo dello shogunato Tokugawa, tra il 1603 e il 1867. In estrema sintesi, essi sono la manifestazione di una riflessione etica ed estetica sulla brevità e sulla transitorietà dell’esistenza umana, che esprime -a diversi livelli- i valori del ceto borghese delle grandi città, composto da mercanti, artigiani, medici, insegnanti e artisti. Queste persone, dette chōnin, erano escluse dal potere politico, ma avevano un tenore di vita economicamente fiorente, grazie al quale si affermò una concezione edonistica dell’esistere, in contrasto con la rigida morale neoconfuciana sostenuta dalla classe guerriera dei samurai, che reggeva in quei secoli il governo centrale del Giappone. I chōnin offrivano, infatti, uno stile di vita raffinato, ostentavano il lusso, organizzano feste, frequentano i teatri, i bordelli e le case da tè. Il termine ukiyo-e, che designa l’arte ispirata a tale genere di vita, finì così per diventare sinonimo di «moderno» e fu usato per esprimere una sorta di filosofia incentrata sul gusto di un’esistenza piacevole e, per quanto possibile, appagante dei desideri personali.
«I bijinga e gli shunga -spiegano al Museo delle culture di Lugano- sono composizioni semplici, ma non povere. La loro «semplicità» è il risultato della ricerca profonda di un’associazione formale che giunge allo schematismo, anche se -è bene sottolinearlo- nel gesto pittorico o nel bulino, non vi è mai tecnicismo o rarefazione artata, ma piuttosto la pienezza senza ripensamento di un’idea a lungo maturata, prima di diventare forma». Basti pensare alle ōkubie, le «immagini dal grande collo» di Kitagawa Utamaro, attraverso le quali il volto sembra effettivamente spiccare il volo dal corpo, trascendendone la materialità per porsi quasi a un livello spirituale.
Gli shunga, usati per album dalla diffusione semi-clandestina o anche come illustrazioni per racconti erotici e per manuali destinati all’educazione delle giovani spose e delle cortigiane, giunsero, poi, in Europa nella seconda metà dell’Ottocento, ovvero dopo che il Giappone fu costretto ad aprire le sue isole alle navi straniere e agli scambi commerciali col mondo occidentale. Diventarono così motivo di ispirazione diretta di letterati e artisti della levatura di Zola, Klimt e Van Gogh, e influirono in modo significativo sulla riflessione artistica nell’ambito dell’Orientalismo della fine del XIX e dell’inizio del XX secolo, proprio nello stesso frangente in cui l’interesse per questo genere artistico stava andando ad affievolirsi nel Paese natale, finendo per diventare un tabù.
Una mostra, dunque, che non lascia spazio all’immaginazione quella della Pinacothèque de Paris, dove il massimo della crudezza erotica, rappresentata da amplessi (anche saffici) nei quali si vede nudo solo il sesso dei soggetti raffigurati in sontuosi abiti da sera, si sposa con il massimo dell’artificio artistico, dove corpi intrecciati, volti distaccati e colori dalle tonalità più varie raccontano di un mondo lontano, un mondo di coinvolgente sensualità e di estatica raffinatezza.

Disascalie delle immagini
[Fig. 1] Utagawa Kunisada - Kesa Gozen, moglie di Watanabe Wataru (Watanabe Wataru no tsuma Kesa Gozen) - 1843-1847. Museo delle culture, Lugano. © 2014 Museo delle culture, Foto A. Quattrone; [fig. 2] Keisai Eisen, Senza titolo, 1835-1840 ca. Museo delle culture, Lugano. © 2014 Museo delle culture, Archivio iconografico; [fig. 3] Kitagawa Utamaro, Libro illustrato. Abbracciare Komachi (Ehon Komachi biki) - 1802. Museo delle Culture, Lugano. © 2014 Museo delle Culture, Foto A. Quattrone; [fig. 4] Utagawa Hiroshige I, La notte di primavera (Haru no yowa), 1851. Museo delle culture, Lugano. © 2014 Museo delle Culture, Archivio iconografico.

Informazioni utili   
«L’art de l’amour au temps des geishas. Les chefs-d’oeuvre interdits de l'art japonais». Pinacothèque de Paris, 28 Place de la Madeleine  - Parigi (Francia). Orari: tutti i giorni, ore 10.30-18.30, mercoledì e venerdì apertura notturna fino alle ore 21.Ingresso: intero € 13,00, ridotto € 11,00. Informazioni: tel. +33142680201 o billetterie@pinacotheque.com. Sito web: www.pinacotheque.com.Fino al 15 febbraio 2015. 

lunedì 17 novembre 2014

Calabria, terminato il restauro della «Madonna di Ognissanti» del Battistello

È giunto a compimento il restauro della grande pala d’altare raffigurante la «Madonna di Ognissanti» che Giovan Battista Caracciolo detto il Battistello (1578–1635), protagonista dell’arte pittorica del primo seicento napoletano, dipinse per la chiesa di San Giovanni Therestis nella cittadina calabrese di Stilo.
Il lavoro di pulitura che ha interessato la superficie pittorica della tela, la cui presentazione ufficiale si terrà nel pomeriggio di martedì 18 novembre, è stato oggetto di un cantiere aperto di restauro, inaugurato lo scorso 21 marzo in occasione delle Giornate di primavera, promosse annualmente dal Fai (Fondo per l’ambiente italiano), che ha visto il coinvolgimento delle scuole calabresi grazie all’interessamento della Delegazione della Locride e della Piana che ha studiato una serie di attività formative e didattiche.
La «Madonna di Ognissanti» di Battistello Caracciolo (cm. 415 x 300), realizzata per la chiesa matrice di Stilo tra il 1618 e il 1619 su commissione del medico Tiberio Carnevale, raffigura una complessa rappresentazione iconografica del «Paradiso» con i protagonisti disposti su due registri. Secondo i precetti sanciti dalla Controriforma, infatti, i santi, insieme con la Vergine Maria, ascoltano le preghiere dei fedeli presentando le supplici istanze a Cristo. In alto è raffigurata la Chiesa trionfante, con al centro Maria col Figlio incoronata da angeli. Nel gruppo a sinistra si possono riconoscere sant’Anna, san Francesco di Paola, san Francesco d'Assisi e san Giovanni Battista; a destra invece, san Giuseppe e i santi diaconi Stefano e Lorenzo. La Chiesa militante si colloca nel registro inferiore, con i santi Pietro e Paolo ai piedi della Vergine, tra il gruppo degli Evangelisti, a sinistra, e quello dei Quattro Dottori della Chiesa, a destra. Alle loro spalle si intravedono altre figure che fuoriescono dal buio del fondo: fra esse Maria Maddalena e santa Marta -immagini simboliche di «vita contemplativa e vita attiva»-, gli apostoli e le sante vergini.
Dopo il restauro -realizzato da Sante Guido, Giuseppe Mantella, Laura Liquori e Ilaria Maretta- si può finalmente apprezzare l’articolata composizione creata da Battistello che genera uno spazio denso di figure pervase dal chiarore di una luce radente o immerse nella fitta penombra su un cielo che ora appare finalmente azzurro. La pulitura delle superfici pittoriche ha, quindi, evidenziato il modo dell'artista di amplificare il tono rosato degli incarnati e l’intensità del rosso e dell’ocra delle vesti o, al contrario, il rendere sempre più indefinito e cupo lo sfondo della scena.
La dinamica dei gesti e la retorica degli sguardi emerse a seguito del restauro crea un commovente dialogo tra le figure dei santi che finisce per coinvolgere, in un vibrante percorso ascensionale verso la Vergine, lo sguardo partecipato dello spettatore.

Informazioni utili 
«Il paradiso si mostra». «Madonna di Ognissanti» di Battistello Caracciolo. Chiesa di San Giovanni Therestis - Stilo (Reggio Calabria). Presentazione restauro: martedì 18 novembre 2014, ore 17.00.

venerdì 14 novembre 2014

«Imaginarium», a Genova per mostre per viaggiare con le ali della fantasia

Le immagini della fantasia trovano casa, ancora una volta, al museo Luzzati di Genova. Lo spazio espositivo di Porta Siberia propone, infatti, «Imaginarium», una mostra una e trina che comprende le esposizioni «Pinocchio Biennale 2014», «Burning Water» e «Temporary Artshop». Comune denominatore delle tre rassegne, visitabili fino al prossimo 25 gennaio, è la possibilità di portarsi via un po’ del mondo che fa capo al museo, dove immaginazione, fantasia e colore sono da sempre di casa. Tutto quello che è esposto è, infatti, in vendita, a partire dalle opere dedicate a Pinocchio per giungere alle proposte del «Temporary Artshop», vetrina espositiva che ogni Natale permette agli amanti dell’illustrazione di acquistare idee-regalo che coniugano qualità, fantasia e valore come, per esempio, serigrafie, stampe d’arte, grafiche con opere di Emanuele Luzzati, Flavio Costantini, Quentin Blake, Silver, Nicoletta Costa e Altan.
La prima delle tre mostre in programma, «Biennale Pinocchio 2014», continua il percorso iniziato nel 2012 e dedicato alla figura del burattino italiano più celebre e amato nel mondo. L’idea era nata nel 2011 da un incontro con il pittore Flavio Costantini, allora presidente del Museo internazionale Luzzati. L’edizione del 2012 accolse, tra l’altro, le opere di Baj, Dine, Dalisi, Fiorato, Grondona, Innocenti, Jacovitti, Luzzati, Nespolo, Paladino e Topor; fu corredata da un corposo catalogo e ricevette importanti riconoscimenti come il premio di rappresentanza della Presidenza della Repubblica.
Mentre la nuova edizione presenta sculture di Vincent Maillard e Piergiorgio Colombara, con una serie di tavole a collage firmate da Fabio de Poli per un libro su testo di Andrea Rauch.
A queste opere vanno affiancati i lavori vincitori dei premi messi in palio nel 2012 da Latte Tigullio e Faber-Castell. Si trovano così in mostra trentadue nuovi illustratori, autori di tavole realizzate con le tecniche più varie. Ecco così il Pinocchio a forma di pallone aerostatico di Francesca Di Martino o il burattino sognante di Laura Desirèe Pozzi o, ancora, la poetica illustrazione «Radici» di Michela Costantin.
«Burning Water» è, invece, la sezione di «Imaginarium» in cui vengono esposti i lavori dell’omonimo concorso organizzato nel 2013 da « AnoMali Festival», in collaborazione con l’associazione culturale «Campo di carte» e la libreria «Cibrario» di Acqui Terme. Il tema analizzato lo scorso anno dalla competizione artistica era «Acqua che brucia», un ossimoro di particolare suggestione che viene rivisitato ora a Genova attraverso una cinquantina illustrazioni provenienti da tutto il mondo, Giappone compreso, come documentano i lavori di Kumiko Matsumoto.
Mentre nel «Temporary Artshop» si potrà trovare una vasta scelta di idee-regalo come sagome in legno dipinte a mano dagli allievi del maestro Emanuele Luzzati, grandi riproduzioni su tela o microforato, oggetti d’arredo e parti di scenografie.

«Imaginarium» propone, poi, tre incontri per i bambini, nelle giornate del 16 e del 30 novembre e del 7 dicembre. Un’occasione, questa, per avvicinare i più piccoli all’arte costruendo sculture in terracotta o inventando storie, in compagnia di Piergiorgio Colombara, Vincent Maillard e Fabio De Paoli.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Sagome di un Pulcinella di Emanuele Luzzati; [fig. 2] Vincent Maillard, «Balena», scultura in terracotta; [fig. 3] Michela Costantin, «Radici» 

Informazioni utili 
«Imaginarium». Museo Luzzati a Porta Siberia,  Area Porto Antico, 6 - Genova. Orari: martedì-venerdì, ore 10.00-13.00 e ore 14.00-18.00; sabato e domenica, ore 10.00-18.00; chiuso il lunedì. Ingresso: gratuito. Laboratori didattici: € 5,00. Informazioni: tel. 010.2530328 o info@museoluzzati.it. Sito web: www.museoluzzati.it. Fino al 25 gennaio 2015. 

giovedì 13 novembre 2014

Louis Michel van Loo e Giovanni Battista Quadrone, a Torino un percorso tra ritrattistica e pittura di genere ottocentesca

Fu uno dei più famosi e richiesti ritrattisti del XVIII secolo, tanto da lavorare alla corte spagnola di Filippo V e a quella francese di Luigi XV. Stiamo parlando di Louis Michel van Loo (Tolone, 1701 – Parigi, 1771), discendente di una dinastia di artisti originaria dell’Olanda, che operò tra il Seicento e il Settecento a Parigi, Torino, Madrid e Berlino. Alla sua mano si devono i ritratti dei quattro figli piccoli di Carlo Emanuele III di Savoia: Vittorio Amedeo, Maria Luisa Gabriella, Maria Felicita Vittoria ed Eleonora Maria Teresa.
Il pittore realizzò questi quattro quadri, pagatigli il 4 gennaio 1734, poco prima di ritornare in Francia, al termine del suo secondo soggiorno italiano, che lo vide nel 1733 a Torino in compagnia dello zio Charles-André; tre anni prima Louis Michel van Loo era, invece, stato a Roma, ospite all’Accademia di Francia, per studiare la pittura rinascimentale e la scultura antica, dando prova delle sue potenzialità in una serie di ritratti raffiguranti gli allievi dell’istituzione francese.
Dei quattro ritratti sabaudi si perse ben presto memoria, al punto che per molto tempo si è pensato fossero andati perduti. Almeno fino a una recente asta, quando dei quattro documentati ne sono stati presentati tre. Di questi la Fondazione Accorsi-Ometto di Torino se ne è aggiudicato uno, quello raffigurante Maria Luisa Gabriella, e, grazie alla disponibilità degli altri proprietari, il quadro viene ora esposto insieme a quelli raffiguranti le due sorelle, Maria Felicita Vittoria ed Eleonora Maria Teresa.
Si tratta di tre opere straordinarie, cariche di fascino che rivelano pienamente le capacità dell’artista nella levigata stesura degli incarnati, nella salda qualità della composizione e nella perfetta resa dei tessuti, nell’uso costante di colori luminosi e ben sfumati. Per eseguire i dipinti, van Loo attinse ai modelli della grande ritrattistica francese, da Hyacinthe Rigaud a Nicolas Largille. Pur indulgendo su una rappresentazione ufficiale delle fanciulle, eredi di un’importante dinastia europea, il pitture scelse di raffigurarle con estrema modernità e con una vena quasi intimista, cogliendole ognuna in un’azione diversa.
Questi ritratti ebbero un peso notevole nella codificazione delle immagini infantili all’interno della corte sabauda e garantirono all’artista un rapporto privilegiato con i Savoia. Un rapporto, questo, testimoniato dallo splendido ritratto che il pittore fece a Madrid nel 1750 della principessa Maria Antonia Ferdinanda di Borbone, andata in sposa quello stesso anno a Vittorio Amedeo III principe di Piemonte.
In contemporanea, alla Fondazione Accorsi Ometto di Torino è allestita la mostra «Giovanni Battista Quadrone. Un iperrealista nella pittura piemontese dell’Ottocento», curata dal professore Giuseppe Luigi Marini e organizzata in collaborazione con lo Studio Berman di Giuliana Godio.
Il percorso espositivo si apre con una selezione di quadri giovanili, di ispirazione romantica, come «L’agguato», «Un giullare», «Vergognosa» e «Ogni occasione è buona! », nei quali l’artista di Mondovì dipinge soggetti in costume del passato, di riferimento letterario, ma collocati in situazioni riferibili al proprio tempo. Ampio spazio è, poi, dedicato ai temi quali lo sport venatorio e il mondo arcaico della Sardegna, come documentano le tele «Cacciatore fortunato», «Entrate che fa freddo» e «Una vecchia berlina».
Tra i soggetti di riferimento cinegetici, sono presenti in mostra anche capolavori che colgono attimi di vita quotidiana, quali «Fortune diverse», che fissa un momento del dopo caccia, e «L’occasione fa il ladro», titolo che spiega le simultanee reazioni a catena di una mancata sorveglianza.
La mostra è completata da due quadri dell’ultimo periodo: «Il circo» e «Ciarlatani con oche», in cui l’attenzione vira dalla collettività della rappresentazione –i protagonisti sulla pista e gli spettatori sulle panche- a momenti più intimi legati alla vita quotidiana, del backstage e degli artisti dello spettacolo.
Giovanni Battista Quadrone fu autore di dipinti finitissimi, di piccole e medie dimensioni. Il fil rouge che lega tutti i soggetti delle sue opere è la paziente definizione «iperrealistica»; il maestro cesellava, con il colore, i particolari anche minimi, con tecnica e precisione inesorabili, nulla dimenticando e a nulla rinunciando di quanto riteneva utile alla completa rappresentazione di una situazione.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Louis Michel van Loo, ritratto di Maria Luisa Gabriella di Savoia, 1733. Torino, Fondazione Accorsi–Ometto; [fig. 2] Giovanni Battista Quadrone, Pranzo democratico, 1894. Olio su tavola, cm32 x 44. Collezione privata; [fig. 3] Giovanni Battista Quadrone, Il circo (I saltimbanchi), 1894. Olio su tela. Collezione privata 

Informazioni utili
«Giovanni Battista Quadrone. Un iperrealista nella pittura piemontese dell’Ottocento» e « Louis Michel van Loo - Le tre principessine di Casa Savoia». Museo di arti decorative Accorsi–Ometto, via Po, 55 - Torino. Orari: martedì-venerdì, ore 10.00-13.00 e ore 14.00-18.00; sabato e domenica, ore 10.00-13.00 e ore 14.00-19.00; lunedì chiuso. Visite guidate: tutti i giorni, ore 11.00 e ore 17.00; domenica, ore 11.00, ore 17.00 e ore 18.00. Ingresso: mostra € 6,00; mostra con visita guidata - intero € 8,00, ridotto € 6,00; abbonamento musei € 3,00. Informazioni: Biglietteria, tel. 011.837.688 (int. 3). Sito web: www.fondazioneaccorsi-ometto.it. Fino all’11 giugno 2015. 

mercoledì 12 novembre 2014

«Morandi e l’antico» in mostra a Bologna

Federico Barocci, Giuseppe Maria Crespi, Rembrandt van Rijn e Vitale da Bologna: sono questi gli artisti selezionati per la mostra «Morandi e l’antico» che, in occasione dei cinquant’anni dalla morte del maestro bolognese, focalizza l’attenzione sul suo rapporto con l’arte del passato, scegliendo di introdurre nel percorso espositivo del Museo Morandi di Bologna alcuni capolavori di autori che hanno operato tra il Trecento e il Settecento.
Il rinnovato allestimento, visitabile fino al 17 maggio, va di pari passo con gli importanti prestiti legati all'imminente apertura al National Museum of Modern and Contemporary Art di Deoksugung della mostra su Giorgio Morandi promossa in occasione delle celebrazioni per i centotrent'anni delle relazioni diplomatiche tra Italia e Corea e che, dal 19 novembre al 25 febbraio, vedrà protagonista il «pittore delle bottiglie» della prima personale a lui dedicata nel Paese asiatico.
Per Giorgio Morandi l’osservazione degli antichi non era solo studio accademico e parte integrante della pratica che accompagna ogni formazione artistica. Si trattava soprattutto di una traiettoria per collegarsi a quella linea ideale che congiungeva Piero della Francesca a Paul Cézanne attraverso Chardin e Camille Corot. L'artista era assiduo visitatore della Pinacoteca cittadina, dove non si stancava di osservare le tele di Guido Reni e del Guercino o i dipinti di Giuseppe Maria Crespi, di cui possedeva alcune opere nella sua collezione privata. Ma amava anche le tavole dei Primitivi ed era un fine conoscitore della pittura bolognese delle origini fino a conservare per sé tre frammenti attribuiti da Roberto Longhi allo Pseudo Jacopino di Francesco.
Quando non entrava in una chiesa della sua città per ammirare le pale d’altare, il maestro emiliano era a Firenze, Padova, Roma, Venezia o a mostre e biennali, dove aveva occasione di confrontarsi con i francesi Renoir, Monet e Courbet.
Ma l’occhio del grande artista e la sua eccezionale capacità percettiva si manifestavano ancor prima nella conoscenza e nella profonda comprensione degli artisti attraverso le sole riproduzioni in bianco e nero. Oltre a Cézanne, Giorgio Morandi scoprì la pennellata lenta di Chardin, la nitidezza dell’immagine di Vermeer, i paesaggi immensi di Corot, cui si aggiungono i fondamentali esempi di Seurat e Rousseau.
L'artista non ebbe meno interesse nei confronti di Rembrandt, considerato un maestro assoluto dell'arte incisoria. È, infatti, a lui che il pittore bolognese si ispirò per diventare uno fra i più grandi incisori all’acquaforte di tutti i tempi, tecnica che insegnò ininterrottamente all'Accademia di Belle Arti di Bologna dal 1930 al 1956.
Il progetto espositivo rilegge il percorso di Giorgio Morandi, analizzandone i temi e le stagioni che hanno caratterizzato la sua attività artistica. Una prima area tematica, denominata «Oltre il genere», evidenzia come nature morte e paesaggi, ovvero i motivi frequentati assiduamente dal maestro bolognese, costituiscano la via privilegiata per superare i temi della rappresentazione a favore di una concentrazione sulla pratica pittorica. A seguire, la sezione «Tempo e composizione» esemplifica come nell'approccio agli oggetti comuni, allo spazio dei paesaggi, ai fiori di stoffa, l’artista individui composizioni di geometrie elementari come cubi, cilindri, sfere e triangoli, in cui si esprime l’essenza delle rispettive qualità visibili. Sulla tela il pittore spoglia l'oggetto di ogni elemento superfluo per restituire, limpido, il sentimento del visibile. Il rigore formale delle nature morte morandiane si accompagna a un'atmosfera silenziosa e contemplativa, che ben si sposa con le due opere di arte antica scelte per il nuovo allestimento, studiato dall’Istituzione Bologna Musei, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni storici, artistici ed etnoantropologici per le Province di Bologna, Ferrara, Forlì/Cesena, Ravenna e Rimini e la Pinacoteca nazionale.Lungo il percorso si trova così la tela «Giocatori di dadi» di Giuseppe Maria Crespi (Bologna, 1665 - 1747),un’opera del 1740 conservata al Museo Davia Bargelini e comparsa per la prima volta nelle fonti nel 1920 grazie all’interessamento del critico Matteo Marangoni, la cui essenzialità della fattura e il vibrare dei chiari sui toni fondi, ma colorati la rendeva degna dell’ammirazione di Giorgio Morandi.
Nella stessa sezione sono, poi, visibili due lavori di Vitale da Bologna (notizie dal 1330 al 1359): le tempere su tavola «Sant'Antonio Abate e San Giacomo Maggiore» (1345-50 ca.) e «San Pietro benedicente un donatore con veste da pellegrino» (1345-50 ca.), per lungo tempo credute parti di un polittico al cui centro avrebbe dovuto trovarsi la «Madonna col Bambino», detta «Madonna dei Denti», ora al museo Davia Bargellini, che il pittore bolognese celebrò in una lettera all'amico Cesare Brandi del marzo 1939: «[...]Oggi sono stato in Municipio a vedere i due laterali del trittico di Vitale. Sono veramente stupendi; molto più belli, almeno per me, della parte centrale della Galleria Bargellini...».
Il percorso espositivo dedica, quindi, una bella sezione all'incisione, nella quale sono accostate diciannove acqueforti morandiane, tra le quali «Natura morta con pane e limone» (1921) e «Il giardino di via Fondazza» (1924), a due opere di Rembrandt (Leiden, 1606 – Amsterdam, 1669) e Federico Barocci (Urbino, 1535 – 1612). Del primo artista è esposto «Nudo femminile disteso (La negra sdraiata)», un'opera grafica appartenuta all'artista bolognese, nella quale il maestro olandese riuscì a far emergere la figura scura dalla penombra dello sfondo, modulando con cura i diversi volumi del corpo in toni e semitoni. Di Barocci  è, invece, esposta un'«Annunciazione» (1584–1588), nella quale il maestro urbinate sperimenta per la prima volta il nuovo processo delle morsure replicate, caratterizzato da una copertura a cera, mezzo fondamentale per creare profondità prospettica e diverse intensità di chiaroscuro.
L’utilizzo sulla stessa lastra di tecniche diverse quali il tratteggio, il reticolo e il puntinato consente all’artista di raggiungere esiti altissimi, e di risolvere il problema del rapporto forma – luce – spazio, graduando l’intensità del segno e ottenendo così inediti valori tonali. Nell'area tematica successiva, «La poetica dell'oggetto», le nature morte della maturità, con le loro forme, i lori colori e i loro giochi di luci ed ombre, divengono poco più che suggestioni. Le sagome sfumano una dentro l'altra in una fusione di luci e colori ma l'oggetto rimane nella memoria dell'artista e sulla tela come forma stabile e primaria, elemento fondante di una poetica che non prescinde mai dalla realtà. È qui visibile l'ultima natura morta dipinta e firmata da Morandi nel 1964, che rimase sul cavalletto come epilogo o possibile apertura di una nuova stagione.
l tema dell'oggetto sempre presente e visibile seppur nella sua dissolvenza emerge con forza nel lavoro qui esposto di Tony Cragg, «Eroded Landscape» (1999), in cui i bicchieri, le bottiglie e i vasi che lo compongono trascendono la propria funzione, manifestandosi in una fisicità effimera, ma durevole.
Chiude il percorso espositivo una sezione di approfondimento sulla figura e l'opera di Giorgio Morandi, nella quale sono presentati una serie di dieci immagini fotografiche dello studio e degli oggetti dell'artista, realizzate da Jean-Michel Folon. Trova, inoltre, collocazione in questa parte conclusiva l'opera «Not Morandi (natura morta), 1943» (1985) dell'artista americano Mike Bidlo, recentemente entrata a far parte della collezione permanente del Mambo.

Didascalie delle immagini 
 [Fig. 1] Rembrandt van Rijn (Leiden, 1606 – Amsterdam, 1669), «Nudo femminile disteso (La negra sdraiata)», 1658. Acquaforte, bulino e puntasecca su rame, 80 x 157 mm. Istituzione Bologna Musei - Casa Morandi; [fig. 2] Giorgio Morandi, «Natura morta con pane e limone», 1921 (V.inc.13). Acquaforte su rame. Istituzione Bologna Musei - Museo Morandi; [fig. 3]  Giuseppe Maria Crespi (Bologna, 1665 - 1747), «Giocatori di dadi», 1740 ca.. Olio su tela, 58 x 46,5 cm. Museo Davia Bargellini, Bologna; [fig. 4] Giorgio Morandi, «Natura morta», 1963 (V.1323). Olio su tela. Istituzione Bologna Musei | Museo Morandi; [fig. 5] Federico Barocci (Urbino, 1535–1612), «Annunciazione», 1584–1588. Acquaforte e bulino, 438 x 313 mm. Pinacoteca Nazionale, Bologna; [fig. 6] Giorgio Morandi,«Natura morta con panneggio a sinistra», 1927 (V.inc.31).Acquaforte su zinco. Collezione privata

Informazioni utili 
«Morandi e l’antico: Vitale da Bologna, Barocci, Rembrandt e Crespi». Museo Morandi @ Mambo, via Don Minzoni, 14 – Bologna. Orari: martedì, mercoledì e venerdì, ore 12.00-18.00, giovedì, sabato, domenica e festivi, ore 12.00-20.00. Ingresso: intero (comprensivo di accesso alle mostre temporanee) € 6,00, ridotto € 4,00. Informazioni: tel. 051.6496611, fax 051.6496637 o info@mambo-bologna.org. Sito internet: www.mambo-bologna.org. Fino al 17 maggio 2015.

martedì 11 novembre 2014

AAA cinquanta mostre offronsi. Anonima Talenti mette on-line il suo catalogo

In tempi di crisi economica, arrivano le mostre «chiavi in mano». A proporle è Anonima talenti, società della Repubblica di San Marino che ha appena messo on-line il suo ricco catalogo di esposizioni. Va subito chiarito che quelle proposte dal gruppo fondato da Cesare Bernardi non sono mostre formate da pannelli fotografici o da riproduzioni, ma rassegne vere e proprie con opere d’arte originali realizzate da grandi maestri del passato o del contemporaneo storicizzato, curatori di fama e comitati scientifici di alto livello. Mostre serie e di qualità, dunque, capaci di attrarre anche un buon numero di visitatori, ma tutte disponibili a un costo limitato.
Ma come è nata l’idea di proporre questo nuovo servizio ad Anonima Talenti? «Ci siamo resi conto -spiega Cesare Bernardi- delle difficoltà da parte di molte amministrazioni a ideare e gestire, al proprio interno, eventi espositivi di richiamo, soprattutto se a cadenza annuale. Le strutture interne necessitano di tempi medi per pensare, finanziare e gestire una loro mostra. Mediamente almeno due anni. Mentre questi uffici stanno lavorando alla concretizzazione dei loro progetti, gli spazi espositivi non possono restare vuoti e non possono nemmeno accogliere esposizioni che comprometterebbero l’immagine che la sede si è conquistata». Da queste considerazioni -racconta ancora il patron di Anonima Talenti- «è nata la nostra proposta di ideare mostre di elevata qualità, personalizzabili rispetto ad esigenze e strategie territoriali, che richiedono l’impegno di direttori o funzionari soprattutto nella fase di condivisione e personalizzazione del progetto, sgravandoli però da tutto il resto».
«Altra caratteristica -prosegue Cesare Bernardi- è il costo molto contenuto dei nostri lavori, che possiamo garantire perché siamo attivi su diversi fronti contemporaneamente».
Dopo aver offerto servizi che spaziavano dalla segreteria organizzativa alla comunicazione, la società sanmarinese ufficializza, dunque, anche la fase propositiva, mettendo a disposizione progetti per grandi mostre e, se di interesse dell’acquirente, anche la loro gestione parziale o completa.
Centocinquanta eventi gestititi in venti anni di esperienza fanno di Anonima Talenti una garanzia di successo per chiunque voglia sperimentare questo nuovo servizio. Ma cosa offre il catalogo? Sfogliandolo si possono consultare più di quaranta proposte che, però, diventano almeno una cinquantina giocando su ulteriori mostre nate dal confronto tra due artisti qui proposti in monografiche. Dai massimi esponenti della storia dell’arte italiana tra Quattrocento e Settecento a grandi autori degli ultimi due secoli come Giorgio Morandi e Massimo Campigli, senza dimenticare contemporanei ancora viventi è, dunque, ampio l’offerta espositiva, realizzata a partire da collezione private come la Cavallini-Sgarbi e la Reverberi e dalle raccolte di un nucleo di pinacoteche e di musei italiani di rilievo. Tra le proposte, si segnalano l’intera collezione Brandi o i magnifici fiamminghi della collezione Spannocchi, entrambe patrimonio dei musei senesi, i capolavori della Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi di Rovigo o monografiche raffinate e colte, come quelle sul Trecento senese e su artisti tutti da scoprire come Leonello Spada, detto la «Scimia del Caravaggio», il bavarese Ignazio Stern, maestro del barocco molto attivo in Italia, o ancora Marco Marchetti, che operò accanto a Giorgio Vasari in Palazzo Vecchio.
Sul fronte del Novecento, Anonima Talenti propone mostre con opere della collezione Venezia e importanti monografiche su maestri quali Guttuso, de Chirico, Mattia Moreni, Sebastian Matta, Agenore Fabbri e il raffinato futurista Mino delle Site, ma non solo. Varia è anche l’offerta di mostre di disegni, fotografia e grafica, tra le quali spiccano quelle dedicate a Le Courbousier e a Franco Fontana. Di notevole pregio si rivelano, poi, le mostra dedicate alle arti applicate: dalle opere di Gio Ponti per Richard Ginori a quelle che mette in raffronto ceramiche e vetri firmati da Giovanni Gariboldi e Paolo De Poli.
Tante, dunque, le mostre proposte da Anonima Talenti, «in grado di soddisfare –afferma, per finire, Cesare Bernardi- anche palati difficili e attenti, com’è giusto siano quelli di coloro che negli enti e nelle istituzioni hanno il compito di programmare le stagioni d’arte».

Informazioni utili 
www.anonimatalenti.com

lunedì 10 novembre 2014

Restauro, il fondo Tefaf premia due progetti su Francisco Zurbarán

Sono due progetti legati alla figura di Francisco Zurbarán (Fuente de Cantos, 1598 – Madrid, 1664), pittore spagnolo che ha interpretato il fervore religioso dei suoi tempi con uno stile moderno, intimo e grandioso nello stesso tempo, ad essere stati premiati quest’anno dall’Executive Committee della Tefaf (The European Fine Art Foundation), fiera di arte e antiquariato famosa in tutto il mondo per il suo impegno nell’eccellenza e nell’eleganza, che sta già lavorando alacremente alla sua prossima edizione in programma dal 13 al 22 marzo 2015 al Meec di Maastricht.
Henk van Os, Kenson Kwok, Rachel Kaminsky e David Bull, i quattro esperti che compongono la commissione del Museum Restoration Fund, hanno, infatti, deciso di premiare con una donazione di cinquantamila euro le candidature avanzate dal Museo Kunstpalast di Düsseldorf per il restauro del «San Francesco d’Assisi in meditazione»(circa 1630-1635) e dal Wadsworth Atheneum Museum of Art di Hartford per il recupero del «San Serapio»(1628).
Il comitato che gestisce il fondo per i restauri della Tefaf, nato nel 2012 per celebrare i venticinque anni della fiera, si è detto piacevolmente colpito per l’elevata qualità e diversità dei progetti presentati, grazie ai quali è stata offerta una rara occasione per stimolare lo scambio di expertise tra i musei, a seguito dei quali sono stati premiati due lavori di Francisco Zurbarán, definito dalla critica il «Caravaggio spagnolo» per la sua capacità di disegnare i volumi attraverso sapienti pennellate di luce.
Il «San Francesco d’Assisi in meditazione», realizzato tra il 1630 e il 1635, ha un valore straordinario per la Germania dal momento che è uno degli unici cinque dipinti autentici di Francisco Zurbarán che si trovano in collezioni pubbliche tedesche. L’opera, esposta nella galleria Rubens del Kunstpalast di Düsseldorf, sarà al centro di un’ampia mostra sull’artista spagnolo che il museo ha in programma per l’autunno del 2015, ragion per cui un intervento immediato di conservazione e di restauro della tela (di cui il museo intende creare un film-documentario) è condizione indispensabile.
Il «San Serapio» venne, invece, dipinto nel 1628 per il convento della Merced Calzada di Siviglia ed è uno degli esiti più alti del primo periodo dell’artista. L’opera è giunta al Wadsworth Atheneum nel 1951 ed è oggi una delle tele principali della sua collezione di dipinti barocchi, tra i più grandi depositi di opere del XVII secolo presente negli Stati Uniti, ed è destinata a diventare il cuore pulsante del nuovo allestimento la cui inaugurazione si terrà il prossimo anno.
Attualmente, entrambe le opere versano in condizioni seriamente compresse strutturalmente ed esteticamente. Sebbene ciascun dipinto necessiti di un trattamento specifico e ad hoc, entrambi richiedono un’ampia azione di conservazione. Quindi, per riportare i due capolavori alla gloria di un tempo, si prevede la rimozione di un precedente e mediocre tentativo di restauro, della vecchia vernice e delle parti che si stanno disgregando e il riempimento delle aree di caduta del colore e delle vecchie abrasioni.
Per l'intervento sul «San Serapio» del Wadsworth Atheneum si prevede, nello specifico, un consolidamento e una trasformazione estetica. Non solo il valore dell’opera ne verrà aumentato ma questa sarà anche messa in una nuova luce nell’ambito della storia dell’arte, permettendo al visitatore di apprezzare a pieno l’intento originale dell’artista. Il lavoro di restyling sul «San Francesco d’Assisi in meditazione» servirà, invece, a creare una superficie più omogenea, migliorandone l’apparenza estetica così che possa, ancora una volta, trasmettere il suo potente messaggio.
Entrambi i lavori saranno raccontati, passo dopo passo, sul sito web di Tefaf e sui social media, mentre il video relativo a ciascun progetto scorrerà sugli schermi posti nella hall di ingresso del Meec di Maastricht, in occasione della prossima edizione della fiera.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Francisco Zurbarán, «San Serapio», 1628. Usa, Wadsworth Atheneum Museum of Art di Hartford; [fig. 2] Francisco Zurbarán, «San Francesco d’Assisi in meditazione», 1630-1635. Germania, Museo Kunstpalast di Düsseldorf

Informazioni utili
www.tefaf.com



venerdì 7 novembre 2014

«Musiche in mostra»: dodici concerti nei musei di Piemonte e Liguria

Tango e hypercello: sono queste le parole chiave dell’appuntamento che sabato 8 novembre inaugura a Genova, negli spazi di Palazzo Rosso, la ventinovesima edizione della rassegna «Musiche in mostra», promossa da Rive Gauche Concerti, con il sostegno della Compagnia di San Paolo e con i contributi della Regione Piemonte e di molte altre realtà, tra le quali l’Accademia Albertina di Belle arti di Torino e il Conservatorio Vivaldi di Alessandria, che animerà lezioni-concerto nei licei cittadini.
«Dodici tanghi in contemporanea» è il titolo dello spettacolo, in programma a partire dalle ore 17.30, che vedrà esibirsi interpreti di rilievo internazionale nel campo del pianismo, come il Duo Pianox2, e dell’hypercello, come il violoncellista Nicola Baroni.
A fare da filo conduttore a questo appuntamento, e a tutti gli altri incontri che animeranno varie sedi espositive del territorio nazionale fino al prossimo 6 dicembre, è il rapporto tra passato e presente. In questo caso, il dialogo tra antico e contemporaneo si connoterà come relazione tra una danza ultracentenaria, viva ancora oggi nel repertorio colto, e uno strumento di antiche tradizioni quale il violoncello, rimodulato nella sua versione elettronica.
La rassegna si sposterà, quindi, a Torino, dove domenica 9 novembre l’Accademia Albertina ospiterà il concerto «La voce e il soffio», nel quale il suono del trombone, uno degli strumenti a fiato più nobili e antichi, si unirà a interventi di pianoforte ed elettronica per un programma di raro fascino, che vedrà esibirsi il trombonista svedese Ivo Nilsson e il Duo Alterno, considerato uno dei più significativi punti di riferimento nel repertorio vocale-pianistico dal Novecento storico.
L’appuntamento successivo, in agenda il 15 novembre al Palazzo Tursi di Genova, sarà, invece, dedicato a uno dei padri della contemporaneità: il compositore ungherese Béla Bartók. La sua musica verrà messa a confronto con quella del giovane Ensemble De Rerum Mechanica, la cui anima è il compositore fiorentino Manzini, vincitore del Toru Takemitsu Composition Awards 2014, nel concerto «La Babele dei linguaggi».
Il confronto tra musica e arte proseguirà con due appuntamenti incentrati su un repertorio chitarristico novecentesco nei quali si esibiranno Bryan Johanson e Jesse McCann: «Toccata in blu», il 16 novembre all’Accademia Albertina di Torino, e «Magic Serenade», il 18 novembre al Conservatorio Vivaldi di Alessandria.
Nel nome di Nino Rota e delle sue indimenticabili colonne sonore da film verrà, invece, intessuto il programma dell’appuntamento successivo: «Musica dallo schermo», che il 22 novembre vedrà esibirsi all’Archivio di Stato di Asti il duo formato da Mario Carbotta e Carlo Balzaretti. In scena, quindi, l’Ensemble SpazioMusica di Cagliari, da decenni impegnato nella performatività contemporanea, che il 23 novembre proporrà all’Accademia Albertina di Torino «Fuga Libre. L’ultimo contrappunto», una versione, tra passato e presente, della fuga, notoriamente considerata la più alta espressione del contrappunto della tradizione occidentale.
La rassegna diretta da Riccardo Piacentini proseguirà, quindi, con un evento dedicato alla memoria di Nuto Revelli: «Il mondo dei vinti: foto-suoni per Paraloup», in scena il 29 novembre alla Sala San Giovanni di Cuneo. Il Duo Alterno eseguirà uno dei lavori più rappresentativi degli anni Sessanta, raramente presente nelle programmazioni concertistiche e pietra miliare della vocalità nel Novecento: «La fabbrica illuminata» di Luigi Nono, nata nel ’64 per denunciare la situazione di sfruttamento dei lavoratori della Italsider, accanto a «Il mondo dei vinti», foto-suoni della borgata partigiana di Paraloup, su materiali audio raccolti in quota da Piacentini, contrappuntati con i materiali fono-antropologici raccolti da Nuto Revelli.
Due capolavori delle avanguardie storiche, di Stockhausen e Cage, faranno, poi, da cornice al concerto «Formale Informale», in agenda il 30 novembre all’Accademia Albertina di Torino. Sul palco si esibiranno sei interpreti tra i più accreditati nel mondo della musica contemporanea uniti nella compagnia ImprovvisoFantasia: Gianni Trovalusci, Giuseppe Giuliano, Walter Prati, Sergio Armaroli e due giovani artisti di riconosciuta bravura come il clarinettista Michele Mazzini e il violoncellista Gabriele Battaglia.
Trae, invece, spunto da una delle opere più significative di Girolamo Frescobaldi il titolo del concerto «Cento passacaglie», in agenda il 6 dicembre all’Archivio di Stato di Asti, nel quale si esibiranno Mattia Laurella e Gian Luca Rovelli su antichi strumenti, come il flauto traversiere e il clavicembalo.
Nel programma di «Musiche in mostra» rientrano anche le due lezioni-concerto nate da un progetto innovativo ideato dai giovani musicisti del Conservatorio Vivaldi di Alessandra per gli studenti dei licei, in programma il 13 e il 20 novembre: «MDA - Musica degli Animali», nove prime esecuzioni assolute di autori under 35 eseguite dall’Ensemble Innesti di Cultura.
Un programma, dunque, vario quello proposto in questa edizione da Riccardo Piacentini, che coinvolgerà cinque città del Piemonte e della Liguria, dove saranno ospitati dodici concerti uniti dal tema «Tra passato e presente».

Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] Ritrattro del Duo Pianox2; [fig. 2] Ritratto del Duo Alterno; [fig. 3] Ritratto di Bryan Johanson 

Informazioni utili 
Musiche in mostra - XXIX edizione. Informazioni: tel. 011.6614170 e rivegaucheconcerti@libero.it. Sito Web: rivegaucheconcerti.org. Facebook: MusicheInMostra. Dall’8 novembre al 6 dicembre 2014.

giovedì 6 novembre 2014

Roma, l’iconografia della fantascienza in mostra in quattro mercati rionali

Razzi celesti, astronavi, robot, dischi volanti e marziani tra i banchi di frutta e verdura: è quanto sta accadendo in questi giorni in quattro mercati rionali di Roma (Unità, in via Cola di Rienzo; Vittoria, in via Sabotino; Pinciano, in via Antonelli; e Savoia, in piazza Gimma). L’occasione è offerta dalla mostra «Fantascienza.1950-1970. L’iconografia degli anni d’oro», ideata e curata da Marco Panella, nella quale si racconta il mito della science fiction in Italia attraverso una selezione di duecentoottanta immagini provenienti da fumetti, libri, manifesti, rotocalchi, riviste, pubblicità, figurine e quaderni scolastici. Quattro i temi indagati dalla rassegna, prodotta da Artix e visibile fino al 23 novembre: invasione, frontiera, creazione robotica e viaggio.
È il 1952 quando nelle edicole del nostro Paese escono pubblicazioni come «Scienza fantastica», «Mondi nuovi» ed «Urania», sulle cui pagine Giorgio Monicelli conia il neologismo fantascienza. Seguono anni in cui il miglioramento delle condizioni sociali che darà origine al boom economico viene a coincidere con la corsa allo spazio che porterà alla conquista della Luna e con lo sdoganamento della fantascienza dall’ambito ristretto delle avventure per ragazzi dove, sino ad allora, era stata sostanzialmente confinata. Giungono così sulle riviste italiane autori come Isaac Asimov, Theodore Sturgeon, Arthur C. Clarke, Robert A.Heinlein, Ray Bradbury; mentre sulle copertine di queste pubblicazioni trovano spazio le illustrazione di maestri come Curt Caesar, Carlo Jacono, Guido Buzzelli, Benedettucci, Enzo Cassoni, Luigi Garonzi, Ed Emshwiller, Luigi Rapuzzi, Mario Todarello, Gianni Renna e Karel Thole.
Parte di questo materiale è in mostra a Roma così come la produzione fumettistica, che riprende quella importata già negli anni Trenta dagli Stati Uniti Flash Gordon, Buck Rogers e Brick Bradford, che in Italia avrà vita con nomi diversi come Giorgio Ventura, Antares, Bat Star, e trova anche una via tutta italiana. Ecco così la serie «Saturno contro la terra», sceneggiata da Cesare Zavattini con Federico Pedrocchi e disegnata da Scolari, o «Virus», ideato sempre da Pedrocchi e disegnato da Walter Molino. Non si devono dimenticare, poi, «Misterix» di Paul Campani, «Alex l’eroe dello spazio» e «Nolan il pioniere dello spazio» di Guido Buzzelli, «Raff pugno d’acciaio» di Mario Guerri e Vittorio Cossio, «Razzo» di Platania, ma anche le strisce «Dick Saetta», «Tony Comet» e poi, ancora, il primo «Alan Ford di Lorenzo Sechi (Max Bunker), che nasce nel 1963 come «Spaziale moderno» e, nel 1968, l’«Astronave pirata» di Guido Crepax.
Numerosissimi sono anche i casi di contaminazione della materia fantascientifica su fumetti non di genere. È il caso della produzione disneyana, ad esempio, ma anche di personaggi come Zagor di Sergio Bonelli e Gallieno Ferri.
Alle illustrazioni di genere si affiancano con grande efficacia e forza persuasiva le copertine di rotocalchi come «Epoca», «Oggi», «La Domenica del Corriere» e «Tribuna illustrata», dove cronaca, scienza e fantascienza propongono ai lettori avvistamenti di dischi volanti, lanci di satelliti, razzi e primi uomini nello spazio che trovano la straordinaria sintesi ed interpretazione grafica di Walter Molino e Guido Bertoletti, sostituendo spesso, per attrazione, articoli e notizie. Interessante notare anche la portata iconografica di riviste di divulgazione tecnica e scientifica, come «Scienza popolare», «Scienza e vita», «Sistema pratico», «Scienza illustrata» che cavalcano il tema del futuro proponendo ai lettori scenari illustrati nei quali il confine tra scienza e fantascienza è quanto mai incerto.
Il cinema trova nel filone fantascientifico una grande fonte di ispirazione: negli anni Cinquanta le produzioni che arrivano nelle sale italiane sono soprattutto americane e inglesi, con effetti speciali che, visti oggi, non nascondono tutte le ingenuità del tempo, ma che allora affascinavano gli spettatori. Indimenticabili per la loro straordinaria efficacia iconografica, sono i manifesti e le locandine dei film, che facevano vivere anche a chi al cinema non sarebbe andato l’esperienza di viaggi interstellari, invasioni marziane e mostri atomici.
La rassegna romana si addentra anche nel tema delle ambientazioni spaziali nella pubblicità dell’epoca, linguaggio della comunicazione che, cogliendo e anticipando per vocazione lo spirito dei tempi, non poteva non trovare nelle suggestioni del futuro una sua leva di fascinazione.
Non mancano, poi, in mostra una selezione di quaderni scolastici resi attraenti da illustrazioni con basi lunari, astronavi e viaggi spaziali.
Una mostra da vedere con lentezza, quindi, quella ai mercati rionali di Roma per lasciarsi andare alla suggestione delle sue immagini e per godere di una narrazione iconografica a tutto tondo, che sovrappone media e linguaggi grafici diversi tra loro nel tentativo di ricreare l’atmosfera, il mood, che la genialità creativa di disegnatori ed illustratori del fantastico e dell’anticipazione ha fatto entrare nel quotidiano dell’Italia che cercava la via della modernità.

Informazioni utili 
 «Fantascienza.1950-1970. L’iconografia degli anni d’oro». Mercati rionali Unità, via Cola di Rienzo; Vittoria, in via Sabotino; Pinciano, in via Antonelli; e Savoia, in piazza Gimma – Roma. Ingresso libero. Informazioni: artix@artixcom.it. Sito internet: www.mostrafantascienza.it. Fino al 23 novembre 2014.

mercoledì 5 novembre 2014

Pistoia, al Funaro una biblioteca con oltre cinquemila libri sul teatro

Ci sono teatri speciali, capaci di fare cultura a 360°. Uno di questi è il Funaro di Pistoia, la cui storia non passa solo attraverso il palcoscenico e le pur tante produzioni. L’attivo centro culturale toscano si occupa, infatti, di formazione, curando corsi di recitazione per tutte le età e ospitando la sede italiana Scuola dei sensi di Enrique Vargas, e vanta anche una biblioteca dedicata alla drammaturgia e alla ricerca teatrale da far invidia.
L’ultima acquisizione, che verrà festeggiata nella serata di venerdì 7 novembre con un incontro animato dal poeta Giacomo Trinci, consta di ben tremila nuovi titoli fra saggi, drammi, commedie, tragedie, satire e teatro di narrazione, raccolti durante la sua vita da Piero Palagi, bibliotecario della Nazionale di Firenze e appassionato di drammaturgia.
La straordinaria donazione è opera di Donella Orsini, che ha concesso questo collezione alla Rete documentaria della Provincia di Pistoia, alla quale è spettato il compito di selezionare il Funaro, dove recentemente sono stati ampliati i locali adibiti a biblioteca, quale luogo adatto ad ospitarla.
Grazie a questa acquisizione, la realtà curata da Massimiliano Barbini può contare ora più di cinquemila volumi e si colloca tra le più fornite della Toscana nel settore.
I “nuovi arrivati” non saranno, però, immediatamente disponibili, bisognerà aspettare che venga completata la loro lunga opera di catalogazione prima di poterli consultare. Nel frattempo, i lettori potranno leggere o sfogliare i materiali del Fondo Andres Neumann, donato nel 2011 e recentemente dichiarato d'interesse storico-archivistico rilevante dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact) - Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici della Toscana.
L’archivio -composto da un’articolata serie, tra i cinquantamila e i sessantamila pezzi, di varie tipologie documentarie- è uno dei più importanti patrimoni relativi alla storia dello spettacolo mondiale degli ultimi quarant’anni. Al suo interno è raccolta la memoria della «Andres Neumann International», agenzia che dal 1978 è stato un imprescindibile punto di riferimento per artisti di assoluto prestigio internazionale quali Peter Brook, Tadeusz Kantor, Dario Fo, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Ingmar Bergman, Pina Bausch, Luca Ronconi, Andreij Waida, Robert Wilson, il Living Theatre, e ha dato vita a spettacoli memorabili quali il «Mahabharata» di Brook, l’«Amleto» di Bergmane e «Palermo Palermo» di Pina Bausch, tra gli altri.
Il riordinamento preliminare dei documenti curato da Giada Petrone, è stato il punto di partenza del successivo lavoro di digitalizzazione, catalogazione e analisi dei materiali dell’archivio a cura dell'Università degli studi di Firenze, iniziato nel 2012 e che nel 2013 ha dato origine al libro, edito Titivillus, «L’archivio Andres Neumann. Memorie dello spettacolo contemporaneo», di Maria Fedi, con una presentazione del professor Renzo Guardenti e una testimonianza di Giada Petrone.
L’intero catalogo della biblioteca è suddiviso in sezioni per agevolare la consultazione: grandi maestri del ’900, teatro di ricerca, pedagogia teatrale, storia dello spettacolo, ricerca sensoriale, testi teatrali e approfondimenti sulla drammaturgia, spazi teatrali, costumi, luci, scenografie, letteratura di approfondimento, dvd e cd. Tra i servizi offerti: collegamento a internet, libero accesso agli scaffali, fotocopiatura e prestito; la biblioteca svolge anche attività di promozione alla lettura, reading, mostre e iniziative di animazione per l’infanzia, fra cui l’apprezzato «Raccontamerende». Uno spazio, dunque, vivo quello del Funaro, a dimostrazione che –diceva Augustine Birrell- «le biblioteche non si fanno, crescono».

Informazioni utili
Il Funaro centro culturale, via del Funaro, 16/18 – Pistoia. Orari: dal lunedì al venerdì, dalle ore 10.00 alle ore 13.00 e dalle ore 16.00 alle ore 19.00, ad esclusione del martedì pomeriggio, con la possibilità di aperture straordinarie su appuntamento, telefonando al numero 0573.977225 o scrivendo a biblioteca@ilfunaro.org. Sito web: www.ilfunaro.org.

martedì 4 novembre 2014

«Todo Cambia», viaggio intimo tra le noti di Mercedes Sosa con Maria Letizia Gorga

Era per tutti la «cantora popular», simbolo della lotta contro la dittatura argentina e paladina nella difesa dei diritti civili dei più umili. La chiamavano anche «la voce della maggioranza silenziosa» e «la negra», in omaggio alle sue origini indie, alla carnagione e ai capelli scuri. Ha legato il suo nome a grandi poeti come Pablo Neruda così come ai maggiori talenti della canzone d'autore sudamericana, da Pablo Milanes a Carlos Gardel, da Chico Buarque de Hollanda a Milton Nascimento. Con rara coerenza per un’artista, e indomito impegno, ha usato la sua arte come strumento di lotta a favore del popolo, portando all’attenzione mondiale il dramma dei desaparecidos. Il mito dell’indimenticabile Mercedes Sosa (San Miguel de Tucumán, 9 luglio 1935 – Buenos Aires, 4 ottobre 2009), premiata dall’Unesco nel 1996 per aver usato la sua musica come strumento di condivisione tra le persone, torna a vivere sul palco. L'occasione è offerta dall’anteprima nazionale dello spettacolo «Todo Cambia», in scena dall'11 al 16 novembre al teatro «Lo Spazio» di Roma.
Successi come «Gracias a la vida», «Rumba de amor», «Luna Tucumana» e «Maria va» rivivono sul palco grazie all'attrice e cantante Maria Letizia Gorga, accompagnata dal vivo dai musicisti Stefano De Meo al pianoforte e Pino Jodice alla chitarra, in un avvincente spettacolo di teatro e musica nato da un’idea dell'autore e regista Pino Ammendola, a partire dal cd «Viaggio intimo con Mercedes Sosa» che la stessa Maria Letizia Gorga ha registrato negli scorsi mesi.
Il pubblico potrà così approcciarsi alla storia di una donna nata poverissima, ma dotata della ricchezza più grande: l’amore per la vita e il desiderio di battersi contro l’ingiustizia. Un percorso umano, questo, non facile, nel quale il canto è stato vissuto come strumento di comunicazione e di battaglia politica, anche a costo di sperimentare la censura, il carcere e l’esilio.
Il racconto, come negli altri testi di Pino Jodice, si lega in una partitura ininterrotta alle canzoni, inseguendo la duplice e mai disgiunta realtà di donna e di artista, che rese Mercedes Sosa esponente di spicco della Nueva Canción, corrente artistica emersa negli anni Sessanta che riprendeva i moduli della tradizione musicale latino-americana per metterli al servizio di testi impegnati. Si scoprono così i segreti di un’anima tormentata che, dietro la propria inguaribile voglia di lottare per il bene degli altri, nascondeva un senso profondo di solitudine e di dolore. L’artista soffrì, infatti, moltissimo per l’esilio, prima a Parigi e poi a Madrid, inflitto da un regime totalitario che aveva procurato alla sua patria, la martoriata Argentina, oltre trentamila vittime e che l’ha resa testimone internazionale della silenziosa battaglia della Madri di Plaza de Mayo.
Una donna così non poteva che lasciare un vuoto incolmabile nel suo Paese, ma anche nel resto del mondo. E come tutti i grandi che se ne vanno, anche Mercedes Sosa ci ha lasciato il suo messaggio, il suo testamento spirituale: «Todo cambia», tutto cambia, anche quando pensiamo che non sia possibile. Un bellissimo grido di speranza e di amore, questo, che è un invito a «sporcarsi le mani» per rendere il mondo un posto migliore. (s.am.)

Didascalie delle immagini 
[Fig.1] Locandina dello spettacolo «Todo Cambia. Viaggio intimo con Mercedes Sosa»; [figg. 2 e 3] Ritratto di Maria Letizia Gorga 

Informazioni utili 
«Todo Cambia. Viaggio intimo con Mercedes Sosa». Teatro Lo Spazio, via Locri, 42/44 (traversa di Via Sannio, a 100 metri da Metro S. Giovanni) – Roma. Orari spettacoli: da martedì a sabato, ore 20.45; domenica, ore 17.00. Ingresso: inter 12,00 euro, ridotto 9.00 euro + 3,00 euro per la tessera associativa del teatro. Informazioni: tel. 06.77076486 o tel. 06.77204149,  info@teatrolospazio.it. Sito internet: www.teatrolospazio.it. Dall'11 al 16 novembre 2014.