«Fogli d'arte» è una pubblicazione identificata univocamente da un codice ISSN (International Standard Serial Number), attribuito in data 7 marzo 2008: ISSN 1974-4455. Per comunicazioni: foglidarte@gmail.com.

lunedì 30 marzo 2015

Grottaglie, «Le donne di Federico» in mostra in una grotta del Duecento

Ci sono le immagini di Costanza d’Aragona, Isabella d’Inghilterra e Costanza d’Altavilla, ma anche di Pier delle Vigne, Manfredi e Tommaso da Oria nella mostra «Le donne di Federico», che allinea in una grotta ipogea del Duecento scavata a mano, nel cuore dell’antico quartiere delle ceramiche di Grottaglie, ventidue statue realizzate dall’artista Domenico Pinto.
Le opere, esposte da giovedì 2 a giovedì 9 aprile, rappresentano non solo l’universo femminile del grande imperatore conosciuto con l’appellativo di «stupor mundi et immutator mirabilis» (letteralmente «lo stupore del mondo e il miracoloso trasformatore») per la sua moderna concezione organizzativa dello Stato e per la sua tolleranza nei confronti degli altri credo religiosi, ma ne raccontano anche il mito e la leggenda attraverso figure maschili che hanno partecipato agli intrighi di corte, vestite di regale autorità e rappresentate a cavallo.
Le opere esposte in una nicchia rurale ai piedi del Castello Episcopio di Grottaglie, trasformata da Domenico Pinto in spazio espositivo, sono tutte realizzate in terracotta ingobbiata e invetriata con lustri e oro zecchino (72x50 cm).
Quelle plasmate dall’artista pugliese sono figure lunghe e nobili, dai visi affusolati, fissi e solenni e dagli abiti dorati e impreziositi da colori ricchi. Le dame eleganti e i cavalieri autorevoli disegnati dal ceramista pugliese nascondono le trame narrative della storia di Federico II ed evocano i fasti e i luoghi della corte sveva. «Appaiono –si legge nella nota di presentazione- come un’idea arcaica quasi fossero divinità nell’orgoglio storico di un popolo».
La mostra vuole, dunque, rappresentare la cultura, la storia, l’architettura della Puglia permeate da quel fascino misterioso che da sempre alimenta nell’uomo del Sud la figura di Federico II di Svevia. E ci offre così forme e immagini che appagano non solo il nostro bisogno di bellezza, ma anche la necessità di sentirci raccontare delle storie.
Particolarmente sensibile ai problemi della ceramica e della cultura grottagliese tradizionale, Domenico Pinto compie enormi sforzi per il rinnovo e la rivisitazione delle forme e dei decori popolari, attingendo non solo alle sue tecniche, ai suoi valori e alla sua simbologia, sintetizzando e armonizzando la tradizione locale con la ricerca e l’innovazione.
La mostra è anche un’ottima occasione per fare una gita nel Quartiere delle ceramiche di Grottaglie, in provincia di Taranto. Nel cuore di questa caratteristica cittadina, lungo la gravina San Giorgio, si è formato nei secoli un’intera zona di esperti ceramisti che, ricavando laboratori e forni di cottura nella roccia di ambienti ipogei utilizzati in passato anche come frantoi, hanno saputo sviluppare una fiorente attività artigianale oggi riconosciuta ed apprezzata in tutto il mondo.
Due i principali prodotti della tradizione figulina grottagliese: i «Bianchi di Grottaglie», manifattura artistica propria di un certo tipo di produzione elitaria caratterizzata dall'esaltazione della forma pura attraverso l'utilizzo dello smalto bianco stannifero, e la più caratteristica ceramica rustica e popolare, caratterizzata da una tavolozza cromatica costituita dal verde marcio, giallo ocra, blu e manganese. Ad oggi Grottaglie, con le sue numerose botteghe di ceramisti, è l’unico centro ceramico pugliese protetto dal marchio Doc ed inserita nel ristretto elenco delle ventotto città della ceramica italiana.

Informazioni utili 
 «Le donne di Federico» Studio d’arte di Paola e Domenico Pinto, via Crispi, 6 - Grottaglie (Taranto). Orari: ore 9.00-13.00 e ore 16.00-20.00. Ingresso libero. Informazioni: tel. 099.5628440 o cell. 348.5492334 o domenicopinto45@libero.it. Sito web: www.ceramichepinto.it. Dal 2 al 9 aprile 2015.

venerdì 27 marzo 2015

Donatello davanti al mistero della Croce

La presenza di Donatello a Padova innova profondamente il linguaggio della scultura in Italia e pone il centro veneto tra i principali luoghi di diffusione del Rinascimento.
Questo momento nodale nella storia artistica della città viene ricordato, a partire da sabato 28 marzo, attraverso una serie di importanti mostre e iniziative, promosse da differenti istituzioni e in diverse sedi, sotto il titolo comune di «Donatello e Padova».
In occasione di questa iniziativa, il Museo diocesano ospita, nello scenografico Salone dei Vescovi, tre crocifissi realizzati dall’artista toscano nel corso della sua vita, dagli anni giovanili alla piena maturità: quello della chiesa di Santa Croce in Firenze -oggetto di una celebre gara con l'antagonista Filippo Brunelleschi, raccontata da Giorgio Vasari-, quello bronzeo della Basilica di Sant'Antonio e quello dell’antica chiesa padovana di Santa Maria dei Servi, da poco aggiunto al catalogo delle opere donatelliane.
Quest’ultimo crocifisso è stato attribuito all’artista alcuni anni fa da Francesco Caglioti, dell'Università di Napoli, che sulla scorta delle ricerche di Marco Ruffini ha restituito alla scultura la corretta paternità, attestata dalle fonti più antiche, ma ben presto dimenticata. La riscoperta dell’opera, di cui lo studioso scrisse in uno articolo molto circostanziato comparso sulla rivista «Prospettiva» nel 2008, deriva, per la precisione, dall’individuazione, alla Beinecke Library della Yale University, del primo volume di un esemplare dell’edizione del 1550 delle «Vite» di Giorgio Vasari, contenente annotazioni manoscritte fino a quel momento sconosciute, che forniscono preziose informazioni inedite sull’arte veneta del Quattro e Cinquecento.
L'oblio del nome di Donatello si spiega con la particolare devozione di cui l'opera ha goduto, e tuttora gode, specialmente in seguito ai fatti miracolosi del 1512, quando il Crocifisso trasudò sangue dal volto e dal costato per quindici giorni consecutivi a partire dal 5 febbraio e anche il successivo Venerdì santo. L’evento eccezionale, riconosciuto come miracoloso dal vescovo vicario di Padova Paolo Zabarella, suscitò subito una speciale devozione, ancora viva, e condusse, in tempi eccezionalmente brevi all’istituzione della Confraternita del Crocifisso.
Con il passare dei secoli la memoria popolare trasferì la paternità donatelliana alla scultura gotica della Vergine conservata sempre nella chiesa, ma la speciale cura dei fedeli per il Crocifisso ne assicurò la conservazione, preservandolo dalla distruzione o dalla dispersione, sorte molto comune per questo tipo di immagini scolpite.
Se in un primo momento l'attribuzione, argomentata da Caglioti su basi stilistiche, ha suscitato qualche perplessità e un atteggiamento di prudenza all'interno della comunità scientifica, oggi i risultati del restauro condotto dalla Soprintendenza per beni storici, artisti ed etnoantropologici per le province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso nel laboratorio di Udine, con il finanziamento del Ministero dei beni e delle attività culturali e turismo, non lasciano più dubbi.
La rimozione della spessa ridipintura a finto bronzo, affidata alle sapienti mani dei restauratori Angelo Pizzolongo e Catia Michielan, rivela ora tutta la qualità dell'intaglio e della policromia originaria, in buona parte conservatasi, restituendo a Padova un capolavoro che va ad aggiungersi alle altre opere che Donatello ha lasciato durante la sua permanenza in città (1443-1453), come la statua equestre del Gattamelata, l'altare e il Crocifisso bronzeo per la Basilica di Sant'Antonio.
L’opera restaurata, visibile fino al 26 luglio al Museo diocesano nella mostra «Donatello svelato», a cura di Andrea Nante ed Elisabetta Francescutti, sarà accompagnata da un’esaustiva documentazione attraverso la quale il pubblico avrà modo di avvicinarsi dettagliatamente alle varie fasi del restauro e alle indagini tecniche che lo hanno preceduto, interamente realizzate grazie al contributo dell'Opificio delle pietre dure di Firenze e del Centro conservazione e restauro «La Venaria Reale».

Didascalie delle immagini 
[Figg. 1, 2 e 3] Donato di Niccolò di Betto Bardi, detto Donatello, Crocifisso.  Padova, Chiesa di Santa Maria dei Servi 

Informazioni utili
«Donatello svelato. Capolavori a confronto». Museo diocesano di Padova / Palazzo vescovile, piazza Duomo, 12 - Padova. Orari: tutti i giorni (esclusi i lunedì non festivi), ore 10.00-19.00. Ingresso: intero € 5,00, ridotto € 4,00. Informazioni: tel. 049.8761924/ 049.652855 e info@museodiocesanopadova.it. Sito internet: www.museodiocesanopadova.it. Dal 27 marzo al 26 luglio 2015.

giovedì 26 marzo 2015

All’asta la collezione di Jean Ferrero

Sarà battuta all’asta mercoledì 1° aprile da Francis Briest di Artcurial, casa d’aste leader in Francia con uffici a Milano, Vienna e Bruxelles, una parte della collezione di Jean Ferrero, preziosa testimonianza della scena artistica in Costa Azzurra nella seconda metà del Novecento. Questo gruppo di opere, in tutto oltre duecento, vede la firma di una trentina di artisti della cosiddetta Scuola di Nizza, alcuni dei quali appartenenti a movimenti artistici affermati come Arman, César e Martial Raysse del Nuovo Realismo o Ben del Fluxus, altri non classificabili entro alcuna corrente artistica come, per esempio, Bernar Venet e Claude Gilli.
Jean Ferrero vive a Nizza e ha sviluppato profonde amicizie con tutti gli artisti che hanno lavorato in Riviera, ma ha avuto nella sua raccolta anche opere di autori come Man Ray, Lucio Fontana, Marc Chagall, Pierre Soulages, Jean Cocteau e Martial Raysse, estranei alla scuola nizzarda. Il fotografo francese è stato, infatti, un fervente collezionista o, come egli stesso si definiva, «un commerciante d’arte compulsivo con il virus del collezionismo».
Della sua passione per l’arte ne parlò anche l’amico Ben in un’opera del 1971: «Qui vive Ferrero / nato il 1° marzo 1931 / direttore di star del cinema, guida, fotografo di uomini nudi – appassionato collezionista di arte moderna – ama il denaro – la carne di cavallo cruda – le donne di altre persone – parla troppo».
Figlio di un immigrante italiano, Jean Ferrero ha avuto una formazione da autodidatta: ha ricevuto un’educazione modesta e, prima di dedicarsi alla fotografia, ha svolto numerosi lavori.
Ha esordito come fotografo di strada, ritraendo i passanti e ricercando da solo i suoi soggetti. Ha fotografato pugili e sollevatori di pesi, esplorando il tema del nudo maschile all’aperto.
Ben presto le sue fotografie hanno attirato l’attenzione del pubblico internazionale e, tra il 1955 e il 1975, le commissioni da parte di pubblicazioni straniere sono diventate un’importante risorsa economica che gli ha dato la possibilità di acquistare un gran numero di opere.
Allo stesso tempo, Ferrero ha lavorato come paparazzo per il «Nice Matin», per «La Stampa» e, in particolare, per la rivista «XXe siècle», per la quale ha realizzato numerosi servizi dedicati ad artisti famosi, occasione che gli ha aperto le porte del mondo dell’arte.
Lo sport è stata una risorsa fondamentale nella vita del fotografo francese, gli ha permesso di trovare i suoi primi modelli ed è stato nei club  sportivi della Costa Azzurra che ha incontrato e stretto amicizia con diversi artisti. Per questo motivo nella sua collezione, accanto a pezzi caratteristici di ogni autore, si trovano lavori più intimi e personali, come, per esempio, l’opera di César, creata in compagnia sua e della figlia.
Nel 1970 il fotografo francese ha inaugurato la sua prima galleria-appartamento al porto di Nizza; si è, quindi, trasferito in Promenade des Anglais, in uno spazio di 300 metri quadrati gestito sino al 2003.
Ora, all’età di 84 anni, Jean Ferrero si vuole concentrare sui suoi lavori fotografici. Il 26 febbraio 2014 ha donato oltre ottocento opere alla città di Nizza, tra le quali figurano opere di Arman, Ben, César e Moya, e adesso ha deciso di vendere più di duecento lavori della sua raccolta attraverso Artcurial.
L’asta si terrà mercoledì 1° aprile e sarà anticipata da un’esposizione in programma da domenica 29 a martedì 31 marzo nella sede parigina, nelle vicinanze degli Champs-Elysées.

Didascalie delle immagini
Ben, «C’est Jean qui a attrapé l’art par la queue, 2000. Acrilico e legno su pannello, 52,5 x 72,5 cm. Collezione Jean Ferrero, stima: € 4.000 – 6.000 / $  4.500 – 7.000; [Fig. 2] Arman, «Colere de contrebasse», 1971. Rabbia, basso distrutto e carbonizzato, 200 x 160 x 22 cm. Collezione Jean Ferrero. Stima: € 170.000 – 220.000 / $ 190.000–250.000; [Fig. 3] Cesar, «Expansion Mobiloil», 1968. Schiuma di poliuretano e lattina su pannello, 86,50 x 66 x 20,50 cm. Pezzo unico. Collezione Jean Ferrero. Stima: € 10.000 – 15.000 / $ 11.000 – 17.000

Informazioni utili 
 «Jean Ferrero Collection», «gli amici artisti della Scuola di Nizza». Artcurial , 7 rond-point des Champs-Élysées – Parigi. Mostra: domenica 29 marzo, ore 14.00-18.00; lunedì 30 e marteì 31 marzo, ore 11.00-19.00; ingresso libero.  Asta, mercoledì 1° aprile 2015, ore 16.00. Catalogo: www.artcurial.com/pdf/2015/2702.pdf (dal Lotto 131 alla fine).  Informazioni: Vanessa Favre, tel. +33.142991613. Da domenica 29 marzo a mercoledì 1° aprile 2015. 


mercoledì 25 marzo 2015

«Testimonianze ricerca azioni»: Genova accende i riflettori sul teatro con spettacoli e residenze artistiche

Sessanta artisti ospiti, quaranta giorni di programmazione, otto spettacoli, cinque residenze creative, quattro laboratori pratici sull’arte dell’attore, tre seminari e due conferenze: sono questi i numeri della quarta edizione di «Testimonianze ricerca azioni», festival ideato da Clemente Tafuri e David Beronio per il teatro Akropolis di Genova, realtà ubicata nel quartiere periferico di Sestri Ponente da sempre attenta a far circuitare ciò che di interessante producono prestigiose compagnie internazionali e a far incontrare e dialogare tra loro gli artisti.
Ad inaugurare la rassegna, in cartellone dal 26 marzo al 3 maggio, sarà un focus su Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa che prevede lo spettacolo «Nel lago dei leoni – dalle estasi di Maria Maddalena de’ Pazzi», per la regia di Marco Isidori, e una visita “dietro le quinte” per osservare da vicino le favolose macchine scenografiche della compagnia, realizzate da Daniela Dal Cin, che si è già aggiudicata due premi Ubu per il suo lavoro.
Il giorno successivo, venerdì 27 marzo, il gruppo sarà ancora in scena a Genova con «Loretta Strong», un monologo di Copi in cui la giornata di un essere umano è trasformata in un’avventura spaziale minacciata da alieni bellicosi, il cui scopo è seminare oro in un pianeta distante anni-luce dalla Terra.
Il festival proseguirà, quindi, nella giornata del 2 aprile con lo spettacolo «Le parole nascoste», nuovo lavoro dell’Open Program del «Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards», gruppo prodotto da Pontedera, una delle anime del neonato Teatro nazionale toscano, che è piuttosto raro vedere all'opera.
Sarà, poi, la volta dei napoletani «TeatrInGestAzione» con «Bestiale copernicana», uno spettacolo in programma il 12 aprile che riflette sui momenti che danno vita a ribaltamenti di prospettiva, liberando nuove possibilità di intendere e agire l’esistenza. Mentre venerdì 17 aprile verrà presentato, all’interno della consueta festa in villa Rossi, «Senza niente 2 - Il presidente» del modenese Teatro Magro: un’attrice racconta cosa vuol dire essere a capo di un’ impresa culturale in cerca di emancipazione, inserendosi in un ambiente ostico nel quale è fondamentale procurare commesse, intrattenere pubbliche relazioni, mostrarsi imprenditore e manager competente.
Il giorno successivo, sabato 18 aprile, la scena sarà, invece, occupata dalla compagnia Teatro dei Venti di Modena con il pluripremiato «InCertiCorpi», un’indagine sulla fisicità della donna nato dagli appunti e dalle suggestioni del testo «Pittura su legno» di Ingmar Bergman.
Sarà, quindi, la volta della prima nazionale dello spettacolo «Morte di Zarathustra» della compagnia Teatro Akropolis, in scena il 19 aprile(e in replica il 26). Si tratta dell’esito di un percorso di ricerca sulla nascita della tragedia, ispirato a Nietzsche e alle sue scoperte sul coro ditirambico, cioè su quella straordinaria esperienza che è all’origine della tragedia classica e di cui si hanno pochissime tracce. L’appuntamento teatrale -non una digressione letteraria sui temi della mitologia, ma un mito presentato nella sua natura più essenziale, attraverso azione e movimento- è parte di un progetto più ampio che comprende la pubblicazione di un libro e un percorso di ricerca condotto con un gruppo di attori.
La programmazione proseguirà, quindi, il 30 aprile con gli «Instabili Vaganti» di Bologna che presenteranno, in prima nazionale, la rivisitazione di «Megalopolis # 43», dopo il debutto romano di marzo e la residenza al teatro Akropolis. Con questo spettacolo si dà voce alla drammatica vicenda dei quarantatré studenti desaparecidos di Ayotzinapa, in Messico, bruciati vivi e sepolti in una fossa comune del narco-governo nel settembre del 2014.
Un altro capitolo importante di questa quarta edizione del festival è rappresentato dalla residenze, tema centrale a livello nazionale, se si riflette sulla sostenibilità produttiva del «sistema teatro» e, quindi, sulle reali opportunità date alla creazione dello spettacolo dal vivo. Fino al prossimo novembre il teatro Akropolis ospiterà, grazie al sostegno della Regione Liguria e al Clec – Centro linguaggi espressivi contemporanei, artisti e compagnie, aprendo i suoi spazi e sostenendo la produzione. Sono oltre novanta i gruppi di tutta Europa che hanno presentato la propria candidatura nell’ambito di questo progetto, del quale si parlerà mercoledì 22 aprile durante il convegno «Genius Loci – incontri e riflessioni sulle Residenze artistiche», ideato con «L’arboreto – Teatro Dimora», la prima struttura in Italia ad aver sviluppato, pensato e progettato le residenze principalmente come luoghi di studio, ricerca e sperimentazione. Tra le prime compagnie in residenza a Genova si segnalano: «TeatrInGestAzione» (7-12 aprile), «Instabili Vaganti» (27-30 aprile), «Officine Papage» (1-7 maggio), «Nicola Marrapodi/Nicolas Ricchini» (22-28 maggio) e, infine, «ErosAntEros» (novembre 2015).
La terza ed ultima parte del programma prevede, infine, laboratori, seminari e incontri che completano e approfondiscono gli spettacoli e il progetto residenziale. Si inizia sabato 28 e domenica 29 marzo con Maria Luisa Abate e Paolo Oricco che intratterranno il pubblico sul tema «L’arte recitativa: la via dei Marcido». Mentre dal 30 marzo al 1° aprile Mario Biagini, direttore associato del «Workcenter of Gerzy Grotowski and Thomas Richards», presenterà il workshop «Il fare dell’attore: azione intenzionale e processo creativo». Sarà, poi, la volta di «Animali Lab», un laboratorio intensivo sulla presenza scenica, condotto da Anna Gesualdi e Giovanni Trono di «TeatrInGestAzione». A seguire Marco De Marinis, docente e direttore del Dams di Bologna, terrà il seminario «La riscoperta della Commedia dell'arte nel teatro italiano contemporaneo»; mentre Elena Lamberti parlerà della gestione dell’ufficio stampa in ambito teatrale. Clemente Tafuri e David Beronio introdurranno, quindi, il pubblico al tema «Gioco e sapere – forme di un teatro senza scena», una conferenza sulle arti dinamiche con Roberto Cuppone, Gerardo Guccini, Silvia Mei, Roberto Pellery ed Enrico Pitozzi. Nel corso della giornata verranno presentati i libri «L’Incorporeo. O della conoscenza», un testo inedito di Alessandro Fersen, e il già citato «Morte di Zarathustra». A chiudere il cartellone dei laboratori sarà un incontro con Marco Pasquinucci e Paola Consani dal titolo «Coniugazioni: la grammatica dell’esistenza». Un programma, dunque, ricco quello del festival genovese attento agli interessi di coloro che considerano il processo creativo fra gli aspetti più ricchi e significativi dell’atto artistico, sia per chi crea che per chi guarda.


Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Una scena dello spettacolo «Morte di Zarathustra» della compagnia Teatro Akropolis; [fig. 2] Una scena dello spettacolo «Nel lago dei leoni – dalle estasi di Maria Maddalena de’ Pazzi», per la regia di Marco Isidori; [fig. 3] Una scena dello spettacolo «Loretta Strong»; [fig. 4] Una scena di «Megalopolis # 43»; [fig. 5] Il «Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards», gruppo prodotto da Pontedera, una delle anime del neonato Teatro nazionale toscano; [fig. 6] Una scena dello spettacolo «InCertiCorpi» del Teatro dei Venti di Modena

Informazioni utili 
«Testimonianze ricerca azioni». Sedi varie, Genova. I luoghi del festival: Teatro Akropolis, via Mario Boeddu, 10 - Sestri Ponente; Villa Rossi Martini, piazza Bernardo Poch, 4 - Sestri Ponente; Auditorium ex Manifattura Tabacchi, via Giacomo Soliman, 7 - Sestri Ponente; Villa Durazzo Bombrini, via Ludovico Antonio Muratori, 5 - Cornigliano;  Regione Liguria - Sala Auditorium, piazza De Ferrari, 1; Museo Biblioteca dell’Attore, via del Seminario, 10; Università di Genova – Scuola di scienze umanistiche, via Balbi, 4; Museo di Sant’Agostino, piazza di Sarzano, 35r. Informazioni e biglietteria: Teatro Akropolis, via Mario Boeddu, 10 - Genova,  tel. 329.1639577 (prenotazioni per gli spettacoli anche con sms, tutti i giorni dalle 10.00 alle 20.00);  info@teatroakropolis.com. Ingresso:   intero € 12,00, ridotto € 10,00 (under 28, over 65, Green Card, operatori teatrali). Informazioni e iscrizioni ai laboratori:  tel. 329.9777850 o laboratori@teatroakropolis.com. Informazioni e iscrizioni ai seminari: tel. 329.1639577 o info@teatroakropolis.com. Sito internet: www.teatroakropolis.com. Dal 26 marzo al 3 maggio 2015. 

lunedì 23 marzo 2015

«Ashes/Ceneri», il libro di Pierpaolo Mittica tra i finalisti del «Pictures of the year International POYI»

C’è anche un editore insolito come il Comune di Pordenone tra i finalisti del «Pictures of the year International POYI», uno dei più prestigiosi concorsi internazionali di fotografia al mondo, la cui prima edizione si tenne nel 1944 per iniziativa dell’istituto di giornalismo «Donald W. Reynolds» del Missouri.
Il riconoscimento è stato conseguito dall’amministrazione della città friulana grazie alla pubblicazione del libro «Ashes/Ceneri. Racconti di un fotoreporter», catalogo della mostra di Pierpaolo Mittica (Pordenone, 1971) tenutasi dal settembre 2014 al gennaio 2015 negli spazi della galleria Harry Bertoia, all’interno di Palazzo Spelladi.
Il volume, realizzato da Roberto Duse e Carlo Rossolini di Obliquestudio, contiene contributi di Luis Sepúlveda, Angelo Bertani, Charles – Henri Favrod, Naomi Rosenblum e dello stesso Pierpaolo Mittica.
Al suo interno vengono documentate dieci emergenze del nostro mondo: «Balcani: dalla Bosnia al Kosovo, 1997-1999», «Incredibile India, 2002-2005»; «Chernobyl l’eredità nascosta 2002-2007»; «Vite riciclate, 2007-2008»; «Kawah Ijen – Inferno, 2009»; «Piccoli schiavi, 2010»; «Fukushima No-Go Zone, 2011-2012»; «Karabash, Russia, 2013»; «Mayak 57, Russia 2013» e «Magnitogorsk, Russia 2013».
Arrivare a classificarsi tra i sei volumi fotografici finalisti del «Pictures of the year International POYI», concorso che ogni anno premia le eccellenze del fotogiornalismo, del visual editing e del multimedia on-line, è una grande soddisfazione per il Comune di Pordenone. Basti pensare che la giuria, composta dai maggiori esperti mondiali, ha selezionato il volume «Ashes/Ceneri. Racconti di un fotoreporter» dopo uno screening su ben cinquantaduemila opere in concorso, presentate da editori e fotografi di settantuno diverse nazioni.
«A far emergere questa nostra opera –ha affermato l’assessore alla Cultura Claudio Cattaruzza- credo sia stata la qualità e l’intensità del lavoro di Mittica, innanzitutto. Ma anche la terribile attualità della tematica da lui affrontata. «Ashes / Ceneri. Racconti di un fotoreporter» ci trasmette, senza alcuno sconto, i devastanti effetti sociali ed ecologici causati dallo sfruttamento degli uomini e dell’ambiente in varie parti del mondo. Ma, in positivo, indica l’urgenza di una svolta epocale e di una rinascita, proprio a partire dalla conoscenza di ciò che, anche negli ultimi decenni, è stato provocato da ciniche scelte politiche ed economiche».
Pierpaolo Mittica è, d’altronde, da sempre particolarmente attento alle tematiche sociali e ambientali, interesse che lo ha portato ad essere definito come «fotografo umanista». Si è occupato soprattutto degli oppressi, degli ultimi e delle persone che non hanno diritto di parola nei luoghi più difficili del terzo mondo. E, negli ultimi anni, ha iniziato a indagare sui più gravi disastri ecologici che hanno afflitto l’umanità e distrutto l’ambiente.
Ha ricevuto la sua preparazione scolastica con docenti come Charles - Henri Favrod, Naomi Rosenblum e Walter Rosenblum, che egli considera il suo mentore. Le sue fotografie sono state esposte in Europa, negli Stati Uniti e, nel 2011, alla Biennale di Venezia. «L’Espresso», «Vogue Italia», «Repubblica», «Panorama», «Il Sole 24 ore», «The Telegraph» e «The Guardian» sono solo alcuni dei giornali che hanno pubblicato i suoi scatti.
La sua mostra «Chernobyl - l’eredità nascosta» è stata scelta nel 2006 come rassegna ufficiale per il ventennale del disastro di Chernobyl. L’elenco dei riconoscimenti che gli sono stati assegnati è lunghissimo e di assoluto prestigio; alle sue opere sono state dedicate monografie pubblicate da editori specializzati di vari Paesi, così come le sue immagini sono patrimonio di grandi musei e collezioni internazionali.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Copertina del libro «Ashes / Ceneri. Racconti di un fotoreporter»; [fig. 2] Pierpaolo Mittica, La  memoria. Sarajevo, Bosnia Herzegovina, 1997; [fig. 3] Pierpaolo Mittica, Rifiuti chimici tossici scaricati dalla fonderia di rame. Karabash, Russia, 2013

Informazioni utili
 Pierpaolo Mittica, «Ashes / Ceneri. Racconti di un fotoreporter». Edizioni Comune di Pordenone, Pordenone 2015. Testi di Luis Sepúlveda, Angelo Bertani, Charles – Henri Favrod, Naomi Rosenblum e Pierpaolo Mittica. Informazioni: Ufficio Cultura - Comune di Pordenone, tel. 0434.392916 e
attivitaculturali@comune.pordenone.it.

venerdì 20 marzo 2015

Pollock e «Alchimia», a Venezia una mostra per scoprire come nacque la tecnica del dripping

È il 4 settembre 1947 quando Jackson Pollock scrive alla madre Stella informandola che sta usando il suo grande telaio da ricamo per realizzare un’opera d’arte. Nasce così «Alchimia», il primo capolavoro dell’artista americano realizzato con la tecnica del dripping, ovvero la tecnica dello «sgocciolamento» del colore su una tela distesa a terra.
Quell'opera, del cui lavoro di esecuzione rimane documentazione in una serie di foto di Herbert Matter scattate nell’atelier di Long Island, è stata di recente restaurata dall’Opificio delle pietre dure di Firenze ed è attualmente al centro di una mostra allestita alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia.
«Alchimia di Jackson Pollock. Viaggio all’interno della materia» è il titolo dell’esposizione, a cura di Luciano Pensabene Buemi e Roberto Bellucci, che fino al prossimo 6 aprile accompagnerà il pubblico in un viaggio sorprendente all’interno del dipinto, eccezionalmente esposto senza la teca protettiva in modo da offrire l’esatta lettura della sua complessa superficie tridimensionale e della sua ampia palette di diciannove colori.
Video, riproduzioni in 3D, touch-screen, strumenti interattivi, nonché documentazioni e oggetti storici provenienti dalla Pollock-Krasner House and Study Center di Long Island permetteranno al visitatore di avere notizie sulla tecnica esecutiva e sull’intervento di restauro, rivelando la personalità di un artista che ha combinato materiali e metodi di applicazione tradizionali con tecniche totalmente anti-convenzionali.
L’esposizione veneziana costituisce il primo, importante risultato di un più ampio progetto di studio e conservazione dedicato a dieci opere di Jackson Pollock, realizzate tra il 1942 e il 1947, oggi di proprietà collezione Peggy Guggenheim. Le tele vennero acquisite dalla stessa Peggy Guggenheim, mecenate dell’artista americano, che le espose nella propria galleria newyorkese «Art of This Century» nel corso degli anni Quaranta.
Nell’insieme queste opere rappresentano un momento cruciale nel lavoro del maestro americano, ovvero il passaggio da un linguaggio pittorico relativamente tradizionale e figurativo/astratto, a quella tecnica distintiva di versare, schizzare e sgocciolare la pittura sulla tela stesa a terra.
Nell’ambito di questo progetto, «Alchimia» è stata trasferita lo scorso dicembre nel Laboratorio dipinti dell’Opificio delle pietre dure di Firenze, per un attento studio analitico e intervento di conservazione. Qui, nel corso del 2014, è stato esaminato ogni aspetto tecnico del dipinto da un team di oltre cinquanta persone, tra studiosi, scienziati e conservatori, provenienti da diversi istituti scientifici italiani impegnati nel campo della conservazione dei beni culturali, che ha lavorato incessantemente sull’opera, con l’entusiasmo di chi per la prima volta si avvicina a un capolavoro d’arte moderna del Novecento di queste dimensioni.
L’opera è stata sottoposta in seguito a un meticoloso intervento di pulitura, particolarmente complesso a causa della ricca e stratificata superficie pittorica, costituita da smalti, resine alchidiche, colori a olio, sabbia e sassolini, il tutto combinato in un impasto denso, fatto di grumi di pittura, schizzi e sgocciolamenti.
Il lavoro di conservazione, realizzato da Luciano Pensabene Buemi con Francesca Bettini ed illustrato in mostra da un filmato realizzato dalla Web Tv del Cnr - Consiglio nazionale delle ricerche, è stato necessario per rimuovere lo strato di sporco accumulato negli anni, che aveva compromesso la leggibilità del quadro, opacizzando i colori e diminuendo lo spazio tridimensionale creato dalla tecnica innovativa di Pollock.
Questo studio ha permesso di avere informazioni nuove sul dipinto: in passato si pensava che «Alchimia» fosse stata realizzata senza un piano preciso, attraverso schizzi e colate casuali. Oggi è emerso un progetto di lavoro razionale nella stesura dei colori, un sistema di contrappunti e simmetrie, in cui le linee rette si bilanciano con quelle curve, i colori brillanti con i colori opachi, il nero con l’argento, il blu con il rosso. I sottili tratti bianchi riemersi dopo la pulitura disegnano una sorta di griglia, come se Jackson Pollock avesse avuto in mente fin dall’inizio l’architettura generale del dipinto, e avesse così diretto l’opera come fa un direttore d’orchestra con i suoi elementi.
Il team coinvolto nel progetto di ricerca -formato da studiosi dell’Opificio delle Pietre Dure, del Molab e dell’Istituto Cnr, che per l’intera durata della mostra tutti i giovedì, alle 11.30 e alle 15, incontreranno il pubblico per raccontare il loro lavoro- concorda che in un’opera così grande sarebbe stato impossibile ottenere tale risultato in modo del tutto incontrollato. È, inoltre, stato scoperto che la tela è stata realizzata con 4,6 chilogrammi di materia pittorica, una quantità enorme se paragonata a quella utilizzata per i dipinti antichi e rinascimentali delle stesse dimensioni, che ne contengono in media tra i 200 e 300 grammi.
Con questa mostra si inaugura il progetto espositivo ideato dalla collezione Peggy Guggenheim, con il patrocinio della Missione diplomatica statunitense in Italia e il prezioso sostegno della Pollock-Krasner Foundation, per omaggiare i due fratelli Pollock. Dopo la rassegna su «Alchimia», le sale di palazzo Venier dei Leoni ospiteranno, a partire dal 23 aprile, la prima tappa europea della mostra itinerante «Jackson Pollock Mural. L'energia resa visibile», curata da David Anfam, che fino al 9 novembre permetterà al pubblico di ammirare l'immenso «Murale» (1943, University of Iowa Museum of Art, Iowa City) realizzato dall'artista per l'appartamento newyorkese di Peggy Guggenheim.
Parallelamente, le sale destinate alle mostre temporanee, presenteranno, fino al 14 settembre, la prima grande retrospettiva dedicata a Charles Pollock. La mostra, curata da Philip Rylands e realizzata grazie alla collaborazione dell'archivio Pollock di Parigi, allineerà un centinaio di opere tra dipinti, materiali e documenti, in parte inediti, oltre a lettere, fotografie e schizzi che analizzeranno il rapporto tra i due fratelli. Un’occasione, questa, per gettare nuova luce su uno dei maestri dell’Action Painting.

Vedi anche
Venezia, un anno all’insegna dei fratelli Pollock alla collezione Geggenheim
Venezia, alla Guggenheim un progetto di studio su Jackson Pollock

Per saperne di più
Il filmato su «Alchimia» della Web tv Cnr 

Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] Jackson Pollock, «Alchimia» («Alchemy»), 1947. Olio, pittura d'alluminio (e smalto?) e spago su tela, 114,6 x 221,3 cm. Collezione Peggy Guggenheim, Venezia 76.2553 PG 150;[fig. 2] Jackson Pollock, «Alchimia» («Alchemy») - particolare, 1947. Olio, pittura d'alluminio (e smalto?) e spago su tela, 114,6 x 221,3 cm. Collezione Peggy Guggenheim, Venezia 76.2553 PG 150; [fig. 3] Il quadro «Alchimia» di Jackson Pollock all'Opificio delle pietre dure di Firenze; [fig. 4] Allestimento della mostra «Alchimia di Jackson Pollock. Viaggio all’interno della materia» alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia. Foto: Matteo De Fina

Informazioni utili 
«Alchimia di Jackson Pollock. Viaggio all’interno della materia». Collezione Peggy Guggenheim - Palazzo Venier dei Leoni,  Dorsoduro 701   – Venezia. Orari: mercoledì-lunedì, ore 10.00-18.00; chiuso il martedì. Ingresso (comprensivo della visita alla collezione permanente, alle raccolte di Hannelore B. e Rudolph B. Schulhof e Gianni Mattioli e del Giardino delle sculture Nasher): intero € 14,00; seniors oltre i 65 anni € 12,00; studenti entro i 26 anni € 8,00; bambini (0-10 anni) e soci ingresso gratuito. Prevendita on-line: http://www.vivaticket.it/index.php?nvpg[evento]&id_evento=1212198. Visite guidate: tutti i giorni, alle ore 15.30; non è necessaria la prenotazione. Informazioni: Tel. 041.2405440/419 o info@guggenheim-venice.it. Fino al 6 aprile 2015. 

mercoledì 18 marzo 2015

Parma, apre a Palazzo Smeraldi lo studio di Carlo Mattioli

Il tempo sembra essersi fermato a vent’anni fa, a quel 12 luglio 1994 quando Carlo Mattioli (Modena, 1911-Parma, 1994) lasciava per sempre la sua Parma. Al piano terreno del seicentesco Palazzo Smeraldi, dove l’artista emiliano ebbe il suo atelier a partire dalla fine degli anni Sessanta, tutto è come allora. Ci sono i tubetti aperti sul tavolo da lavoro, gli olî appena stemperati, una giacca di lino bianca intrisa di mille colori appoggiata a una sedia, una sigaretta ridotta a mozzicone, un orologio da polso e fogli con schizzi e disegni appena abbozzati.
Da venerdì 20 marzo quelle stanze vibranti di memoria, un vero e proprio santuario dell’arte e della creatività artistica, saranno aperte per la prima volta al pubblico, su prenotazione, per due giorni a settimana.
Gli spazi, che non verranno «musealizzati» ma conservati nello spirito e nell’aspetto originario, diventeranno anche luogo di racconto, incontro e confronto aperto a tutte le arti con la realizzazione di esposizioni e di eventi culturali, di musica o di letteratura, dedicati alla cultura del Novecento per spiegare come l’artista, pur vivendo nell’isolamento di Parma e sfuggendo a ogni tentativo di inquadramento della sua opera in una precisa avanguardia, fosse un uomo profondamente inserito nel suo tempo.
Nello studio di Borgo Retto 2, che vide nascere molte nature morte ispirate alla «Canestra di frutta» del Caravaggio e i ritratti della nipotina Anna, passarono, infatti, tanti grandi intellettuali del secolo scorso: scrittori, poeti, registi, fotografi, giornalisti, pittori, storici e critici come Mario Luzi, Attilio Bertolucci, Alberico Sala, Cesare Garboli, Pier Carlo Santini e Carlo Carrà, attratti dal carisma del pittore, amante della sua privacy al pari del conterraneo Giorgio Morandi, e affascinati dal suo modo di lavorare «entro una “logora solitudine”», per usare le parole di Simona Tosini Pizzetti, e con costanza e metodo, per dare forma di poesia a coaguli di materia.
Tantissime così sono le testimonianze illustri sull’artista. «Sono andato a trovare Carlo Mattioli a Parma -racconta, per esempio, Enzo Biagi-. Ho visto il suo studio raccolto e antico, oltre il cortile del palazzo, con le antiche pietre annerite dal tempo e dalle nebbie. Non lo conoscevo e davanti a lui ho ritrovato una sensazione dell’adolescenza, quando per la prima volta, al Caffè della Borsa, in Bologna, vidi Morandi. Il profumo della pulizia, del rigore morale e, nella figura alta e severa, qualcosa di monacale».
Scrive, invece, Vittorio Sereni: «Mattioli mi guida nell’appartamento che gli fa da studio a Parma, stanze fresche, soffitti alti [...] uno studio che pare sul punto di mutarsi in pinacoteca tanti sono i dipinti recenti e meno che hanno trovato una collocazione lungo le pareti. Il solo soggetto “irregolare” è la giacca da lavoro dell’artista, un’imbrattata casualità, quasi un riflesso della tavolozza».
L’apertura al pubblico dello studio parmense è stata voluta dall’Archivio Carlo Mattioli che, dalla scomparsa del maestro, ne cura l’opera con numerose mostre come quelle organizzate al museo della cattedrale di Barcellona in Lussemburgo (1998), alla Tour Fromage di Aosta (2000), alla Galleria nazionale di Parma (2004), al Braccio di Carlo Magno in Vaticano (2011) e al Museo Morandi di Bologna (2011).
In questi anni, l’archivio ha, inoltre, provveduto a fotografare, catalogare e studiare le opere, i disegni e il prezioso materiale documentario, tra cui numerose carte autografe e vari libri, conservati nello studio.
A breve il lavoro di valorizzazione e di promozione della produzione artistica del maestro passerà nelle mani di una fondazione, che intende pubblicare un’importante, esaustiva monografia, a cura di Luca Massimo Barbero, nella quale il catalogo dei dipinti dell’artista sarà affiancato a un’antologia critica di approfondimento. Un’occasione, questa, per accendere ancora una volta i riflettori su un pittore «di grandi finezze, di deliberate succosità cromatiche e luministiche», il cui «tocco -scriveva Mario Luzi- arriva sulla tela intriso di dense e svarianti sostanze che non coincidono in tutto e per tutto con la sola materia o, se mai, con una materia non solo usata ma anche pensata».

Vedi anche 
Carlo Mattioli, nature morte come stati d’animo 

Didascalie delle immagini 
[Figg. 1, 2, 3 e 4] Studio/Museo Carlo Mattioli a Parma. Foto di Fabrizio Piscopo [Si ringrazia lo Studio Esseci di Padova per le immagini] 

Informazioni utili 
Studio/Museo Carlo Mattioli, Borgo Retto, 2 – Parma. Informazioni: Archivio Carlo Mattioli, tel. 0521.231076 o tel. 0521.230366, info@carlomattioli.it o archiviocarlomattioli@gmail.com. Sito internet: www.carlomattioli.it. Conferenza stampa: venerdì 20 marzo, ore 12.00; inaugurazione: venerdì 20 marzo, ore 17.30. Da venerdì 20 marzo 2015.

lunedì 16 marzo 2015

Dall’India alla Corea, viaggio a tempo di musica alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia

Sarà Pandit Vishwa Mohan Bhatt a inaugurare la nuova stagione di seminari, concerti e spettacoli promossa dall’Istituto interculturale di studi musicali comparati di Venezia, una delle eccellenze della Fondazione Giorgio Cini, per far conoscere al grande pubblico la musica di Paesi come l’India, la Turchia e la Corea.
Giovedì 19 marzo, alle ore 19, l’isola di san Giorgio ospiterà un appuntamento con il musicista indiano, conosciuto per le sue numerose collaborazioni con artisti occidentali quali Taj Mahal, Béla Fleck, Jerry Douglas e il chitarrista americano Ry Cooder, con cui ha realizzato l’album «A Meeting by the River», vincitore di un Grammy Award nel 1994.
Pandit Vishwa Mohan Bhatt, che sarà accompagnato nella sua esibizione veneziana da Krishna Mohan Bhatt al sitar e Nihar Mehta alle tabla, intratterrà i presenti con le sonorità inconfondibili della mohan veena, strumento di sua creazione, ibrido tra sitar e chitarra spagnola, che questo, pur ricordando la chitarra slide occidentale, grazie alla fusione di melodia, bordone, corde che vibrano per simpatia e l’approccio microtonale alla melodia di Bhatt, si colloca chiaramente nel panorama musicale indiano.
La programmazione dell'istituto veneziano proseguirà mercoledì 15 aprile a Ca' Foscari con la giornata di studi «Musica e cultura ebraica nel mondo ottomano», a cura di Giovanni De Zorzi e Piergabriele Mancuso. Mentre dal 13 al 18 aprile si terrà il seminario Bîrûn, giunto alla quarta edizione, nel quale Kudsi Erguner parlerà a un gruppo di borsisti specializzati in diversi strumenti (ney, ûd, tanbûr, kanûn, kemençe, percussioni e voce) del tema «I maftirîm e le opere degli ebrei sefarditi nella musica classica ottomana». Le lezioni si chiuderanno, come da tradizione, con un concerto aperto al pubblico. Nel quale i partecipanti si esibiranno diretti dal maestro Erguner.
Giovedì 26 maggio è, invece, in programma un concerto di musica coreana di Ji Aeri, virtuosa della cetra gayageum e una delle più autorevoli interpreti di questo strumento nel suo Paese, accompagnata da Kim Woongsik al tamburo a clessidra janggu. I due interpreti si esibiranno in un repertorio di musiche sia tradizionali che contemporanee composte per questo duo di strumenti che viene utilizzato nel repertorio denominato kayagum sanjo, una sorta di suite strumentale che ha avuto origine nel XIX secolo, nella quale si susseguono diverse sezioni melodiche e ritmiche.
Il programma riprenderà il 29 e il 30 settembre con il terzo Convegno annuale del comitato italiano dell’International council for traditional music, l’organizzazione più autorevole e rappresentativa a livello internazionale per lo studio dell’etnomusicologia. Ci sarà, quindi, nelle giornate del 21 e del 22 ottobre un corso di formazione per gli insegnanti, dal titolo «Polifonie in viva voce a scuola: proposte didattiche», a cura di Serena Facci e Gabriella Santini.
Dal 29 al 31 ottobre sarà, poi, possibile partecipare al prestigioso convegno internazionale organizzato dalla Fondazione Giorgio Cini, con vari enti tra i quali l’Università Ca’ Foscari Venezia - Dipartimento di studi sull’Asia orientale, la School of Oriental and African Studies della University of London e l’Aga Khan Foundation.
«Music, Art and Spirituality in Central Asia» è il titolo dell’incontro che mira a collocare le pratiche musicali, artistiche e spirituali all’interno del loro retroterra culturale, politico e ideologico e, allo stesso tempo, pone questioni sui confini tra sacro e secolare, tradizionale e contemporaneo.
Il convegno si concluderà sabato 31 ottobre con un concerto, aperto al pubblico, di musica classica uzbeka con la partecipazione di Nodira Pirmatova (voce, tamburo a cornice, dutar), Sirojiddin Juraev (dutar e tabu) e Abduvali Abdurashidov (tabu e sato).
L’isola di San Giorgio farà, quindi, da scenario alla master class (a numero chiuso) «Dal bharata natyam alle tecniche della danza contemporanea» con Shobana Jeyasingh, fondatrice e coreografa della Shobana Jeyasingh Dance Company di Londra. Il 4 e 5 novembre, la famosa artista indiana di nascita, da tempo residente in Inghilterra, terrà due giorni intensivi di incontri con danzatori professionisti e semi-professionisti su come la sua formazione di danzatrice bharata-natyam abbia influito sul proprio modo di creare coreografie.
Il 3 dicembre sarà, invece, la volta della diciannovesima edizione della rassegna «Polifonie in viva voce», curata da Maurizio Agamennone, che sarà dedicata, quest’anno, alle polifonie liturgiche e paraliturgiche della Sardegna. Per la giornata è previsto il seminario «Cantare a cuncordu» e, a seguire, il concerto del coro «Su Concordu e’ su Rosariu» di Santu Lussurgiu (Oristano).
A chiudere il ricco programma musicale della Fondazione Giorgio Cini sarà, dal 28 al 30 gennaio 2016, l’appuntamento con il seminario di etnomusicologia nella rinnovata formula «I seminari dell’Iismc: musiche e musicologie del XXI secolo». Un vero e proprio viaggio intorno al mondo e alla scoperta di sonorità poco conosciute in Europa, dunque, quello proposto, a partire dal prossimo 19 marzo, sull’isola di San Giorgio.

Didascalie delle immagini

[Fig. 1] Vishwa Moahn Bhatt; [fig. 2] Krishna Moahn Bhatt; [fig. 3] Ji Aeri

Informazioni utili
Fondazione Giorgio Cini - Istituto interculturale di studi musicali comparati, Isola di San Giorgio Maggiore - Venezia, tel. 041.2710357, fax 041.2710221,e-mail musica.comparata@cini.it. Sito internet: www.cini.it

venerdì 13 marzo 2015

«Un anno sull’altipiano», Daniele Monachella rilegge Emilio Lussu

«Tra i libri sulla Prima guerra mondiale «Un anno sull’altipiano» di Emilio Lussu è per me il più bello. Tra quanti ne ho letti, studiati, consultati di autori italiani, tedeschi, francesi, inglesi, russi, americani, nessuno, proprio nessuno, mi ha coinvolto e reso partecipe con quanto l’autore racconta». Così Mario Rigoni Stern, scrittore che ha narrato la tragica ritirata degli italiani in Russia nel libro «Il sergente nella neve» e che ha lasciato pagine indimenticabili sulle terre intorno all’altipiano di Asiago, descriveva, nella sua introduzione alla ristampa edita nel 2000 per i tipi della Einaudi editore di Torino, il valore del libro di memorie che lo scrittore e politico sardo Emilio Lussu (Armungia - Cagliari, 1890 – Roma, 1975) redasse tra il 1936 e il 1937 in un sanatorio svizzero di Clavadel, tra le montagne dei Grigioni, dietro invito di Gaetano Salvemini. Questo testo è stato ridotto per la scena dall’attore e doppiatore Daniele Monachella e venerdì 27, sabato 28 e domenica 29 marzo sarà rappresentato al teatro dell’Orologio di Roma, nell’ambito del programma di Governo per il Centenario della prima guerra mondiale curato dalle struttura di missione per gli anniversari di interesse nazionale.
Con l’interprete milanese saranno in scena in questo inedito recital di teatro e musica, ideato da Mab Teatro con il Cecad Sardegna - Circuito teatrale regionale sardo, l’etnomusicologo Andrea Congia alla chitarra classica e Andrea Pisu (vincitore del Premio Maria Carta) alle launeddas e alle percussioni.
Apparso per la prima volta in Francia nel 1938 grazie alle Edizioni italiane di cultura, pubblicato a Roma da Giulio Einaudi nel 1945 (subito dopo la Liberazione della capitale) e giunto al successo nel 1960 con la sua seconda ristampa, «Un anno sull’altipiano» narra, con uno stile asciutto e disincantato, la vita dei Reggimenti di fanteria 151° e 152° della Brigata Sassari nel periodo tra il giugno 1916 e il luglio 1917, quando «i diavoli rossi» combatterono contro l’esercito austro-ungarico e i bosniaci nei territori intorno ad Asiago, sui monti Fior, Lisser, Castelgomberto, Spil, Miela e Zebio.
Continui assalti a trincee inespugnabili, battaglie assurde volute da comandanti imbevuti di retorica patriottica e di vanità (emblematica è nel libro la figura del generale Leone) storie di giovani estranei al mito dell’interventismo e nonostante questo mandati biecamente al macello, racconti di uomini che, con dignità e grande capacità di sopportazione, hanno donato la propria vita animati da un grande «desiderio di libertà e di giustizia» rivivono attraverso gli occhi di Emilio Lussu, protagonista e testimone del primo conflitto bellico come ufficiale della Brigata Sassari.
Pagina dopo pagina, emerge un’austera invettiva contro i nazionalismi e i conflitti di lingua, religione e costumi, una spietata requisitoria contro l'orrore della guerra, rivelata nella sua dura realtà di «ozio e sangue», di «fango e cognac». In questo libro, intriso di quotidianità minuta (come non pensare, per esempio, all’episodio dei soldati che, lasciando il Carso per l’Altipiano di Asiago, intonano «Quel mazzolin di fiori»), i giovani di oggi trovano, inoltre, «quello che i testi scolastici non dicono, quello che i professori non insegnano, -scrive Mario Rigoni Stern, nell’introduzione alla ristampa edita nel 2000 per i tipi della Einaudi editore di Torino - quello che la televisione non propone. E nemmeno il cinema».
«I Dimonios della Brigata Sassari e gli eventi della trincea, la poesia del ferro e del cognac, del fuoco e del sangue, i flash, le fughe e le ferite della Grande Cagnara, le cadute delle vittime sul fango dell'Altipiano in contemporanea alle disfatte dei Giganti Europei: questi - raccontano gli organizzatori- sono alcuni degli ingredienti di cui è intriso il docu-spettacolo di Daniele Monachella, reso maggiormente emozionale dalle parole di un autore che si rivolta moralmente alla guerra e alla classe che la provoca, permeate dal commento sonoro della tradizione musicale sarda e di suoni universali, espressa contrappuntisticamente in relazione alla voce dell’unico attore in scena».
Un viaggio mnemonico emozionale, dunque, quello che proposto al teatro dell'Orologio di Roma, intriso dal ricordo di una guerra il cui racconto, per la prima volta nella letteratura italiana, denuncia l'irrazionalità e il suo non-senso, porta a riflettere sul passato per scrivere il futuro con la penna della pace. (sam)

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Ritratto di Emilio Lussu; [fig. 2] Daniele Monachella; [figg. 3 e 4] Una scena dello spettacolo «Un anno sull’altipiano», ideato da Mab Teatro con il Cecad Sardegna - Circuito teatrale regionale sardo

Informazioni utili
«Un anno sull’altipiano». Teatro dell'Orologio -  Sala Moretti, via dei Filippini, 17/a – Roma.Orari spettacoli: 27 e 28 marzo 2015, ore ore 20.00; 29 marzo 2015, ore 16.00. Ingresso: intero € 15,00, ridotto € 12,00, tessera associativa del teatro € 3,00. Informazioni: tel. 06.50619598 o biglietteria@teatroorologio.com. Sito internet: www.mabteatro.com o www.teatroorologio.com.

mercoledì 11 marzo 2015

Festival della cultura creativa, le banche italiane investono sulla fantasia dei più giovani

Sarà Michelangelo Pistoletto, uno dei maestri dell’Arte povera, a tenere a battesimo la seconda edizione del Festival della cultura creativa, manifestazione organizzata dalle banche italiane, con il coordinamento dell’Abi e con il patrocinio dell’Unesco e del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, che da lunedì 16 a domenica 22 marzo coinvolgerà una sessantina di città del nostro Paese, da Bolzano a Palermo, passando per Torino, Milano, Vicenza, Verona, Bologna, Roma e Napoli.
L’artista biellese, vincitore del Leone d’oro alla cinquantesima edizione della Biennale di Venezia (2003) e del Praemium Imperiale dalla Japan Art Association (2013), sarà protagonista dell’evento «WWW - KnoW the World with Words», promosso dal Dipartimento educazione del Castello di Rivoli (Torino) a Napoli, negli spazi del Madre - Museo d’arte contemporanea Donnaregina.
Bambini e ragazzi del territorio campano saranno invitati a «Creare mondi», a partire dalla struttura fantasmagorica della «Pallamondo» ispirata alla «Houseball» di Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen. Su queste gigantesche “architetture” confluiranno alfabeti differenti, espressione di lingue e comunità diverse, insieme al segno-simbolo del «Terzo Paradiso» di Michelangelo Pistoletto.
L’evento è, dunque, in linea con il tema guida di questa seconda edizione del festival dedicato alla cultura e agli «aspetti più generativi della creatività», il cui pubblico sono i ragazzi dai 6 ai 13 anni: «L’alfabeto del mondo - Leggiamo i segni intorno a noi e raccontiamo». Un tema, questo, estremamente attuale se si considera che oggi, anche grazie all’uso delle nuove tecnologie, narrare e narrarsi è un’attività che fa sempre più parte della nostra vita quotidiana.
Oltre ottanta gli eventi e i laboratori in programma che interesseranno i settori di arte, archeologia, musica, canto, lettura, teatro, fotografia, robotica e tecnologie digitali, coinvolgendo oltre 10mila studenti grazie alla collaborazione di scuole, musei, biblioteche e operatori culturali attivi su tutto il territorio nazionale.
«Trarre ispirazione dalla natura, dall’opera dell’uomo e dalle proprie emozioni, imparare a riconoscere e a leggere i segni intorno a noi, spostare il punto d’osservazione e reinterpretare le situazioni e i loro significati, capire come nasce il racconto, come si forma e con quali linguaggi e strumenti si può declinare, condividerlo per generare poi altre infinite narrazioni: è -spiegano gli organizzatori- la sfida di questa edizione del festival», che vede alla sua direzione scientifica Hubert Jaoui, Anna Pironti e Aldo Tanchis.
I ragazzi potranno così sperimentare le potenzialità della loro fantasia e costruire infiniti racconti. Lo spiega bene l’immagine identificativa del festival ideata dall’artista emiliana Eva Montanari, che ha esposto, tra l’altro, alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna e alla Mostra internazionale dell’illustrazione di Sarmede (Treviso): un bambino che sta per indossare un paio di grandi occhiali sulle cui lenti sono disegnati animali e oggetti di ogni genere come un cavallo bianco e una luna azzurra con le gambe.
Dai palazzi Magnani di Bologna e Branciforte di Palermo agli antichi chiostri francescani di Ravenna, senza dimenticare il  Museo nazionale della scienza e della tecnica di Milano, sono tante le sedi prestigiose coinvolte nella manifestazione, che avrà come media partner la Rai.
Evento clou sarà la giornata di studio «Reinventare l’apprendimento – Cultura e creatività tra linguaggi, metodi e azioni», in programma venerdì 20 marzo a Roma, nelle sale delle antiche Scuderie di Palazzo Altieri, oggi sede dell’Abi. Protagonisti del mondo dell’educazione di ieri e di oggi parleranno del metodo Montessori, del maestro Manzi, di Bruno Munari, della robotica applicata all’insegnamento e di molto altro. Saranno presenti, tra gli altri, Aldo Tanchis, Anna Pironti, Alessandra Falconi, Carlo Infante, Fiorella Operto, Hubert Jaoui e Ruggero Poi.
Una manifestazione, dunque, di alto valore educativo quella promossa dall’Abi che fa proprie le parole di uno degli scrittori italiani per bambini più apprezzati, Gianni Rodari: «con le storie e i procedimenti fantastici per produrle, aiutiamo i bambini a entrare nella realtà dalla finestra anziché dalla porta».

Didascalie delle immagini
[Figg. 1 e 4] Immagini di repertorio della prima edizione del Festival della cultura creativa; [fig. 2] «Pallamondo», stuttura per il laboratorio «WWW - KnoW the World with Words», promosso dal Dipartimento educazione del Castello di Rivoli (Torino) a Napoli, negli spazi del Madre - Museo d’arte contemporanea Donnaregina; [fig. 3] Locandina della seconda edizione del Festival della cultura creativa.

Informazioni utili 
«L’alfabeto del mondo - Leggiamo i segni intorno a noi e raccontiamo» - II edizione Festival della cultura creativa. Italia, sedi varie. Informazioni utili: festival@abi.it, tel.06.6767343. Sito web: www.festivalculturacreativa.it. Dal 16 al 22 marzo 2015. 

lunedì 9 marzo 2015

Expo, il Carro-teatro di Leonardo diventa realtà

Una grande mostra a Palazzo Reale, una serie di incontri a cura del Fai – Fondo per l’ambiente e, ora, anche la ricostruzione di uno dei suoi più straordinari progetti per iniziativa della Regione Toscana e della Fondazione Carnevale di Viareggio: l’Expo di Milano punta tutto su Leonardo da Vinci, «mirabile inventore d’ogni eleganza e di delizie, soprattutto di spettacoli teatrali», per dirla con le parole usate Paolo Giovio nella prima metà del Cinquecento. È, infatti, notizia di questi giorni che il «Carro-Teatro dell’universo», straordinaria macchina scenica nata nel 1508 dalla genialità del maestro toscano, diventerà realtà grazie all’abilità artigianale di Massimo Breschi, uno dei tanti maghi della cartapesta, vincitore dell’ultima edizione del carnevale viareggino con un carro contro gli abusi sui minori.
Il progetto, che verrà ricostruito a grandezza naturale, evidenzia come Leonardo Da Vinci abbia reinterpretato e reinventato la grande tradizione non solo degli artisti dell’antichità, ma anche di quelli del primo Rinascimento toscano per progettare ingegni straordinari che anticipavano il futuro.
Il «Carro-Teatro dell’universo» guarda, infatti, alla tradizione delle macchine teatrali di Brunelleschi, agli artifici e agli automi dell’antichità mediterranea rivisitati da ingegneri senesi come il Taccola e Francesco di Giorgio Martini, alla cultura teatrale di autori come il fiorentino Bernardo Bellincioni e Agnolo Poliziano.
L’opera compendia, inoltre, in maniera esemplare discipline ed esperienze di cui Leonardo era incomparabile maestro: dal disegno progettuale alla pittura, dalla musica al teatro, dall’architettura all’ingegneria.
Da un punto di vista artistico, tecnologico e iconografico la ricostruzione del «Carro-Teatro dell’universo» combinerà la rigorosa interpretazione scientifico-filologica dei progetti e dei documenti leonardiani con quella della più moderna tecnologia, costruendo l’opera con criteri di trasportabilità e flessibilità componibile.
 Il nucleo scenico deriva dal «Teatro della montagna che si apre» di Leonardo, in rapporto all’«Orfeo» del Poliziano con l’inserimento degli effetti di luce dei pianeti. Le figure sovrastanti riprendono le suggestioni dalle sue grandiose scenografie per la «Festa del Paradiso» del Bellincioni (già con Leonardo a Fiesole), messa in scena dal 1490 (a Milano) al 1518 (ad Amboise). Inoltre, simbolicamente, si delinea la concezione universale di Leonardo in annotazioni riferite alla concordia fra i popoli e a un mondo a misura d’uomo. Fra gli effetti speciali ideati dal maestro vinciano, è prevista una spettacolare accentuazione notturna, sia visiva, con giochi di luci e ombre (proiezioni di «figure grandi» e specchi), che sonora (elaborazione della musica leonardiana).
Attori e musicisti porteranno un contributo straordinario all’animazione di questo lavoro, con varie messe per le quali si stanno scegliendo i partner creativi toscani per quanto riguarda i costumi, le figure teatrali e gli effetti luminosi e sonori.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Ritratto di Leonardo, antica incisione dal disegno della Royal Library di Windsor.  © Museo Ideale Leonardo Da Vinci, riproduzione autorizzata per la comunicazione del Carro-Teatro dell’Universo di Leonardo/Fondazione Carnevale di Viareggio; [fig. 2] Modello spedimentale del Carro-Teatro dell’Universo di Leonardo/Fondazione Carnevale di Viareggio. © Museo Ideale Leonardo Da Vinci, riproduzione autorizzata per la comunicazione del Carro-Teatro dell’Universo di Leonardo/Fondazione Carnevale di Viareggio; [fig. 3] Leonardo, prima idea per la scenografia della «Montagna che si apre», circa 1508, Codice Arundel, Londra, British Library. Modello sperimentale per il meccanismo scenico della «Montagna che si apre» nel Carro-Teatro dell’Universo di Leonardo. © Museo Ideale Leonardo Da Vinci, riproduzione autorizzata per la comunicazione del Carro-Teatro dell’Universo di Leonardo/Fondazione Carnevale di Viareggio

Informazioni utili
viareggio.ilcarnevale.com

venerdì 6 marzo 2015

Letizia Battaglia si racconta a «Domina Domna». Torna a Bergamo il festival sulla creatività al femminile

Bergamo si accende di rosa. La città lombarda torna a fare da scenario al festival «Domina Domna», rassegna di cultura e creatività al femminile, promossa per il quarto anno consecutivo dall’associazione «La scatola delle idee», che offre al pubblico un itinerario tra palazzi storici, sale espositive, librerie, cinematografi, caffè, auditorium, centri socio-culturali all’insegna di teatro, musica, fotografia, pittura, scultura, letteratura, cinema e laboratori per bambini.
La kermesse -spiegano gli organizzatori- «si propone di restituire al pubblico- al di là degli stereotipi legati all’universo femminile e alla sua produzione creativa- come quello delle donne sia uno sguardo complesso sul mondo, capace di suggerire nuove direzioni, tematiche ed espressive». Proprio per questo motivo la rassegna, in programma dal 21 al 29 marzo, è multidisciplinare e permette così di accostarsi al lavoro di una fotografa di grande talento come Letizia Battaglia e di una regista impegnata come Costanza Quatriglio (neo vincitrice del Nastro d’argento per il documentario «Triangle»), ma anche di vedere all’opera le attrici Giuliana Musso, Chiara Stoppa e Marta Dalla Via.

Palermo, andata e ritorno: una fotografa e la sua storia
Ad annunciare ai bergamaschi e ai turisti l’inizio del festival è, in questi giorni, la personale di Letizia Battaglia, uno tra le fotografe italiane più famose nel mondo, testimone con il suo obiettivo di uno dei periodi più oscuri della storia del nostro Paese: quello dell’orrore dei delitti di mafia a Palermo, con i volti del dolore di chi è rimasto e di chi cerca ogni giorno di riscattare l’anima della sua città nel ricordo degli «Invincibili» che hanno segnato la storia italiana.
A Palazzo della Ragione, nel cuore di Bergamo Alta, rimarranno esposte fino al prossimo 5 aprile cinquantanove fotografie in bianco e nero, tutte provenienti dall’archivio personale dell’artista, che mettono a fuoco gli aspetti di ricerca, denuncia e analisi da lei condotti tra il 1974 e il 2015.
Il percorso espositivo, a cura di Alice Giacometti, si articola in quattro sezioni. Il viaggio comincia con «Palermo», in cui rivive l’anima del luogo nelle sue profonde contraddizioni. Gli scatti raccontano di una città piegata dagli effetti delle azioni mafiose sulla società siciliana -il lavoro minorile, la disoccupazione, il degrado ambientale-, ma trasmettono anche il fuoco della bellezza e delle tradizioni che arde tra queste strade.
C’è, poi, «Cronaca», frammento espositivo nel quale sono visibili immagini diventate icone in tutto il mondo degli anni bui delle guerre di mafia.
Dal 1974 Letizia Battaglia inizia a fotografare, giorno dopo giorno, i delitti mafiosi, documentando l’incedere della violenza. L’esecuzione con una raffica di mitra del magistrato Cesare Terranova e del maresciallo di pubblica sicurezza Lenin Mancuso, l’omicidio del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, l’uccisione di Salvo Lima, la strage di Capaci e quella di via D’Amelio, in cui muoiono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sono alcuni degli episodi finiti davanti all’obbiettivo dalla fotografa palermitana.
Letizia Battaglia non mette, però, il suo interlocutore di fronte al solo orrore della morte; gli racconta anche il dolore di chi rimane attraverso sguardi di donne che sono state madri, mogli, figlie, sorelle di uomini uccisi dalla guerra di mafia, come Rosaria Schifani, vedova di Vito, agente di scorta del giudice Falcone.
Dopo le stragi del ’92, la fotografa palermitana decide di andare a vivere a Parigi, in cerca di un po’ di pace. Nel 2004 nascono le «Rielaborazioni», terza tappa del progetto espositivo: alcuni dei suoi più famosi scatti di cronaca mafiosa vengono trasformati in altro, «sovrapponendo –raccontano gli organizzatori- alle immagini della morte, come in un rito di purificazione, quelle dell’acqua e di un nudo femminile, di una bambina o di un fiore, perché l’atrocità sia finalmente lasciata sullo sfondo portando in primo piano il richiamo alla bellezza e alla speranza».
Chiude la mostra, a ingresso libero, la serie «Gli Invincibili», nata nel 2013, con immagini che rendono omaggio ad alcuni dei miti dell’artista: tra gli altri, Gabriele Basilico, Pier Paolo Pasolini, Rosa Parks, «Il Crocifisso di Santo Spirito» di Michelangelo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, James Joyce, Marguerite Yourcenar e Che Guevara.

Teatro e musica raccontano le donne
Nell’ambito del festival «Domina Domna» è in cartellone anche un’altra mostra: «Siriani in transito», nata dall’esperienza di tre mediatrici interculturali nei centri di accoglienza milanesi. Agli appassionati di musica è, invece, dedicato lo spettacolo «Sudoku killer» al cineteatro del Borgo (venerdì 27 marzo, alle ore 21), che permetterà di accostarsi alle sperimentazioni del quartetto di Caterina Palazzi, le cui sonorità sono vicine al jazz mediterraneo e nord europeo, senza disdegnare un’influenza rock-psichedelica.
Mentre per gli amanti del cinema sono stati pensati due appuntamenti: una conversazione con Costanza Quatriglio (martedì 24 marzo, alle ore 20.30), alla quale seguirà la proiezione dei film «Fiato sospeso» e «Triangle», e l’incontro con la giovane regista Teresa Iaropoli (lunedì 23 marzo, alle ore 20).
Molti, poi, gli appuntamenti teatrali in cantiere. Si inizia con «Veneto Fair» (sabato 21 marzo, alle ore 21), nel quale la bravissima caratterista Marta Dalla Via affresca con ironia, dai tratti sociologici, i cliché, gli stereotipi, le aberrazioni e le miserie del nord Italia. Spazio, quindi, a Chiara Stoppa che porterà sul palcoscenico «Il ritratto della salute», un racconto autobiografico, diventato anche un libro per i tipi della Mondadori (la presentazione bergamasca si terrà martedì 24 marzo, alle ore 18, alla libreria Ibs), nel quale l’attrice racconta la sua esperienza di malata oncologica, dalla diagnosi -linfoma di Hodgkin- alla chemioterapia, dall'autotrapianto delle cellule staminali alla radioterapia, dalla scelta di una cura non tradizionale alla guarigione.
Vita, pagina scritta e palcoscenico si intrecceranno anche in «Dieci», libro di Andrej Longo (la presentazione è in agenda giovedì 26 marzo, alle ore 18) i cui personaggi si materializzeranno sul palco grazie al talento di Elena Dragonetti (venerdì 27 marzo, alle ore 21). La rassegna vedrà in scena anche Giuliana Musso, spesso interprete di temi scomodi, con il suo spettacolo «La fabbrica dei preti» (sabato 28 marzo, alle ore 21), nel quale tre anziani sacerdoti raccontano con franchezza -si legge nella sinossi- «la giovinezza in un seminario, i tabù, le regole, le gerarchie, e poi l'impatto col mondo delle donne, le frustrazioni ma anche la ricerca e la scoperta di una personale forma di felicità umana».
Pamela Sabatini e Valeria Bianchi nel loro «Taccia per sempre» (giovedì 26 marzo, alle ore 21) narreranno, invece, un viaggio per l’Italia, «armate» solo di un registratore e di un piccolo organetto, con l’intento di rompere il silenzio. Mentre a chiudere il cartellone teatrale sarà «La zuppa di sasso» (domenica 29 marzo, alle ore 15 e alle ore 16.30) di Alice Paolini, che –si legge nella sinossi- «vuole mettere in risalto, attraverso l’utilizzo di grandi animali in stoffa, come la semplice condivisione di un piatto di minestra possa permettere di valicare le barriere della diffidenza, del pregiudizio e dell’individualismo, facendo incontrare sconosciuti o acerrimi nemici».
Infine, tra i laboratori in programma si segnalano «Il corpo che ascolta» (lunedì 23 marzo, alle ore 20.30) e «Antigone, parole e sassi» di Alice Bescapè (domenica 22 marzo, alle ore 14.30). Un progetto, dunque, di ampio respiro quello del festival «Domina Domna» per scoprire, come si legge nella brochure di presentazione, che «le donne hanno tanto da raccontare che si parli di altre donne, di altri uomini o della loro percezione del mondo».

Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] Letizia Battaglia, Il giudice Falcone ai funerali del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo. Palermo, 1982; [fig. 2] Letizia Battaglia, Rosaria Schifani. Palermo, 1992; [fig. 3] Letizia Battaglia, Il gioco del killer. Palermo, 1982; [fig. 4] Letizia Battaglia, Pier Paolo Pasolini - Serie Gli invincibili, 2013; [fig. 5] Una scena dello spettacolo La zuppa di sassi, con Valentina Paolini; [fig. 6] Alice Bescapè nello spettacolo Antigone, parole e sassi

Informazioni utili 
«Domina Domna» - Festival di cultura femminile. Bergamo, sedi varie. Programma: www.babelecomunicazione.it/Portals/0/DOMINA/PROGRAMMA%20brochure.compressed.pdf. Informazioni per il pubblico:associazione «La scatole delle idee», tel. 349.2632871 o info@dominadomna.it. Sito internet: www.dominadomna.it. Dal 21 al 29 marzo 2015. 

«Letizia Battaglia 1974-2015». Bergamo Alta – Palazzo della Ragione, piazza Vecchia – Bergamo Alta.  Orari: martedì – domenica, ore 10.00 – 19.00; chiuso lunedì. Ingresso libero. Informazioni per il pubblico:associazione «La scatole delle idee», tel. 349.2632871 o info@dominadomna.it. Sito internet: www.dominadomna.it. Fino al 5 aprile 2015. 

mercoledì 4 marzo 2015

Ada Duker, a Bologna sulle tracce di Giorgio Morandi

Ha camminato per le strade di Bologna andando alla ricerca delle fonti di ispirazione di Giorgio Morandi. Con la sua macchina fotografica al collo, l'artista olandese Ada Duker (Hoogeveen, 1955) ha esplorato i portici e i vicoli che il maestro emiliano percorreva abitualmente per andare dalla sua casa di via Fondazza, in cui soggiornò dal 1910 al 1964, all’Accademia di belle arti, dove fu docente di tecniche dell’incisione. Ne è nato un raffinato reportage fotografico che il Mambo – Museo d’arte moderna di Bologna, con il sostegno dell’ambasciata del Regno dei Paesi Bassi a Roma, espone fino a domenica 22 marzo negli spazi di Casa Morandi.
La mostra, per la curatela di Alessia Masi, si intitola «Imprevedibili nature morte» ed è il primo lavoro fotografico dell’artista olandese, che ha da poco donato tre sue opere al museo di via Fondazza.
Soggiornando in città per un lungo periodo, Ada Duker ha percorso e ripercorso l’itinerario lungo il quale il maestro emiliano si è mosso per quasi mezzo secolo, cercando le possibili suggestioni che questo peregrinare urbano ha lasciato nelle sue note nature morte. Quello che scorre davanti agli occhi del visitatore è, dunque, un affascinante gioco di specchi e di rimandi che cerca nella realtà architettonica di Bologna il rigore geometrico e l’armonia compositiva di Giorgio Morandi, sposando il tutto con lo stile dell’artista olandese, la cui indagine estetica pone al centro la ricerca di composizioni ritmate da linee e piani sovrapposti, nonché da geometrie costruite sull'alternarsi di luce e ombra.
«Ogni scatto -spiega Alessia Masi- è accuratamente costruito in modo da svelare alcuni particolari del paesaggio che assumono il significato metafisico di imprevedibili nature morte: inquadrature selettive isolano e valorizzano la qualità estetica e semantica di colonne, capitelli e volte, rendendo visibile all'osservatore disattento ciò che la sua capacità percettiva distrattamente ignora, ma che pure forma l'abito del luogo che vive. Il ritmico alternarsi dei piani, le sfumature dei colori, la composizione ortogonale che il pilastro crea quando incontra l'architrave rimandano immediatamente e in modo inequivocabile ad alcuni tratti distintivi dell'opera di Morandi, al suo rigore geometrico e alla sua costante ricerca di equilibrio e armonia compositiva».
Sfruttando il potere mimetico della fotografia, Ada Duker rintraccia le forme protagoniste delle opere dell’artista bolognese, compreso il vuoto che diventa soggetto in sé, parte integrante e persino strutturale del suo essere. In questa continua dialettica tra luce e ombra, pieno e vuoto, chiaro e scuro si distende il suo personale e originale racconto per immagini, capace di creare una relazione strettissima tra i soggetti delle rappresentazioni di Morandi e Bologna, i cui particolari architettonici sono restituiti distillati e amplificati, dopo averli setacciati attraverso i filtri del proprio sentire.

Vedi anche 
«Morandi e l’antico» in mostra a Bologna
Bologna, trent’anni di Lawrence Carroll in mostra al Mambo
Franco Guerzoni, ovvero fotografie e tele come memoria del passato. Al Mambo una mostra dell'artista   

Didascalie delle immagini 
[Figg. 1, 2 e 3] Ada Duker, «Imprevedibili nature morte», 2014. Stampa inkjet, laminazione semi-lucida, applicata su dibond, 42 x 56 cm 

Informazioni utili 
«Imprevedibili nature morte». Casa Morandi, via Fondazza, 36 - Bologna. Orari di apertura: dal martedì al venerdì su prenotazione (tel. 051.6496611), sabato e domenica, ore 14.00-18.00. Ingresso libero. Informazioni utili: tel. 051.6496611. Sito internet: www.mambo-bologna.org. Fino al 22 marzo 2015.