«Fogli d'arte» è una pubblicazione identificata univocamente da un codice ISSN (International Standard Serial Number), attribuito in data 7 marzo 2008: ISSN 1974-4455. Per comunicazioni: foglidarte@gmail.com.

sabato 24 dicembre 2016

«Il Natale di Rossini», una favola degli «Attori in erba» di «Culturando»

C’è un posto in Italia in cui il Natale è di casa. È il Sud Tirolo e lì, tra montagne rese incantate dalla neve e borghi suggestivi come un presepe, c’è un paese speciale. Si chiama Curon Venosta ed è conosciuto in tutto il mondo per il suo antico e pittoresco campanile, che sorge da un lago, quello di Resia, talvolta ghiacciato per le rigide temperature invernali.
Lo sanno in pochissimi, ma quel campanile è, in realtà, solo una piccola parte della casa delle arti, un luogo meraviglioso, nascosto sotto la superficie delle acque, dove ogni 25 dicembre i più importanti scrittori, musicisti, pittori e cantanti di tutti i tempi si incontrano per festeggiare il Natale.
Dal 1868 a organizzare il banchetto è Gioachino Rossini, lo chef più famoso tra tutti gli artisti del pentagramma, così amante della buona cucina da dire: «Dopo il non far nulla io non conosco un’occupazione migliore del mangiare, cioè del mangiare veramente. L’appetito è per lo stomaco quello che l’amore è per il cuore […] Mangiare e amare, cantare e digerire: questi sono in verità i quattro atti di quell’opera buffa che si chiama vita […]».
 Il pranzo di Natale preparato da Gioachino Rossini, con l’aiuto della fata della musica, prevedeva ogni anno dieci portate e sei vini diversi, tra cui l’amato champagne. Nei giorni che precedevano il banchetto, i folletti delle note volavano da un luogo all’altro del pianeta a cercare prelibatezze per creare una vera e propria sinfonia di sapori.
Da Napoli arrivavano i maccheroni, da Siviglia i prosciutti, da Gorgonzola il formaggio, dalla Francia il fois gras, dall’Inghilterra la mostarda, da Bologna la mortadella e da Milano il panettone.
 Alla tavola natalizia di Gioachino Rossini non mancavano, poi, quasi mai le olive, i tartufi, il tacchino, il filetto di manzo, le uova, lo zampone, oltre ai ravanelli, ai cetrioli, al burro e alle acciughe, alimenti ai quali il compositore marchigiano aveva dedicato il divertente brano per pianoforte «I quattro antipasti», contenuto nella raccolta «Peccati di vecchiaia».
Il «cigno di Pesaro» amava, inoltre, sperimentare inediti accostamenti di aromi e sapori in una danza frenetica e gioiosa, consegnataci dalla storia attraverso una serie interminabile di aneddoti, lettere, ricette e pagine musicali.
Quale sarebbe stato il cibo principe sulla tavola del Natale 2016? Tra i folletti delle parole, intimi amici di Gianni Rodari, si vociferava che Gioachino Rossini avrebbe preparato un’inedita amatriciana: i bucatini avrebbero avuto il gusto del cioccolato amaro.
Le fatine dei colori, mandate a controllare i lavori da Leonardo da Vinci, dicevano, invece, che non sarebbe mancato in tavola un buonissimo tacchino ripieno di tartufo nero proveniente da Norcia. Il compositore pesarese era, d’altronde, ghiotto di questo cibo, almeno a leggere una delle sue tante affermazioni: «Ho pianto tre volte nella mia vita. Quando mi fischiarono alla prima opera, quando sentii suonare Paganini e quando mi cadde in acqua, durante una gita in barca, un tacchino farcito ai tartufi».
Anche la tavola -raccontavano Cenerentola e il Barbiere di Siviglia- sarebbe stata degna di nota: la tovaglia avrebbe avuto il sapore dello zucchero candito, i piatti sarebbero stati di marzapane, le posate di cioccolato e i bicchieri di arancia caramellata.
Mancava solo un dolce speciale per chiudere in bellezza la festa. Gioachino Rossini aveva deciso di preparare la torta alla Guglielmo Tell, con mele candite e glassa di zucchero. Ma il compositore voleva che il dolce fosse unico. Stava pensando a quale ingrediente segreto aggiungere nell’impasto quando il campanile di Curon Venosta iniziò a suonare e dal cielo scesero, magicamente, tanti fiocchi di neve di cioccolato con fogli dolci pieni di parole. Erano poesie da mettere nell’impasto: un regalo del folletto delle idee per sorprendere tutti gli invitati. «La festa è pronta», pensò Gioachino Rossini, che già vedeva i suoi amici invitati leggere poesie e danzare sulle note di una canzone natalizia.

Buone feste! 

venerdì 23 dicembre 2016

Pistoia: al Funaro dieci spettacoli internazionali per un 2017 da Capitale della cultura

«Rendere quotidiano ciò che spesso è un’eccezione» è l’obiettivo che si pone il Funaro per il 2017, anno nel quale Pistoia vestirà i panni di Capitale italiana della cultura. Ecco così che anche l’ordinario può diventare straordinario come racconta «Leo», spettacolo per la regia del canadese Daniel Brière, ideato e interpretato da Tobias Wegner, che sarà in scena il 10 e l’11 febbraio.
Presentato in molti stati dell’America, in Russia, Australia, Giappone, Cina, Corea, in numerosi Paesi europei e in Africa, in un quasi ininterrotto tour iniziato nel 2012, il titolo, al suo debutto sulla scena toscana, è vincitore di prestigiosi premi del Festival di Edimburgo e dell’Adelaide Fringe Festival.
«Leo» – si legge nella presentazione- «è uno spettacolo di teatro fisico per un pubblico di tutte le età, costruito su un’ingegnosa interazione tra performance dal vivo e proiezioni video, con cui sfida e destabilizza i sensi e la percezione della realtà fisica».
Di tutt’altro stile l’appuntamento che il 10 marzo vedrà tornare a Pistoia Daniel Pennaro: «Un amore esemplare», tratto dal fumetto «Un amour examplaire» (edizioni Dargaud), con la regia di Clara Bauer e i disegni di Florence Cestac, che sarà in scena insieme a Massimiliano Barbini e Ludovica Tinghi, sulle musiche di Alice Pennacchioni. Lo spettacolo, prodotto dalla compagnia Mia di Parigi con il Funaro, racconta la storia d'amore di Jean e Germaine, una storia così vera da sembrare inventata e così bella da doversi condividere.
Spazio, quindi, il 23 e 24 marzo a «Terre noire», una produzione del Théâtre Nationale de Nice (Francia) in prima nazionale, che vede alla regia Irina Brook su un testo originale da lei commissionato al pluripremiato drammaturgo italiano Stefano Massini. Lo spettacolo mostra la battaglia psicologica, degna di un thriller hollywoodiano ma tratta da una storia vera, di una donna sola contro alcune multinazionali prive di scrupoli, in un mondo in pericolo, dove l’umanità perde il suo posto per far spazio al denaro.
Il 21 aprile andrà, invece, in scena in prima nazionale la nuova versione di «Blake Eternallife Show», una produzione del Teatro del Carretto, con le voci di Elena Nenè Barini ed Elsa Bossi, Giacomo Vezzani alla tastiera e Fabio Pappacena alla chitarra. Dopo due anni di lavoro e la residenza artistica al Funaro, dal 18 al 21 aprile, questa indagine artistica diventa un live in bilico tra musica rock, teatro e videoarte, in cui si racconta di un William Blake, vissuto tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, incisore, disegnatore e soprattutto poeta, artista visionario, libero, provocatorio, inafferrabile e capace di rivoluzionare il linguaggio poetico con immagini che ancora oggi impressionano perché eterne.
Mentre il 6 maggio i riflettori saranno puntati su Alessandro Bergonzoni, che sarà al Funaro per un progetto speciale: la proiezione del film «Urge» e una conferenza dal titolo «Città e Cultura». Il film è tratto dallo spettacolo omonimo, un monologo che combatte artisticamente e civilmente le vacuità e le «metastasi culturali» della società di massa. Una giornata per interrogarsi sul tema a partire dal bergonzoniano assunto: «urge grandezza non mania di grandezza, urge fantasia».
Il 21 giugno verrà presentata, dopo il debutto al Festival Aperto di Reggio Emilia, la seconda data italiana di «A Fury Tale», spettacolo di Cristiana Morganti, volto noto della Compagnia Pina Bausch che, dal 2011, ha intrapreso con successo la carriera da solista e coreografa (accompagnata fin dall’inizio dal Funaro in veste di produttore), diventando, in poco tempo, fra i danzatori italiani più apprezzati anche all’estero. Con questo appuntamento, vengono messe in scena due danzatrici, Breanna O’Mara e Anna Wehsarg, che esplorano in modo sorprendente la favola poetica, feroce, ironica che può nascere dall’incontro di due donne alte, dalla pelle chiara e i capelli rossi, uguali ma diverse.
La stagione riprenderà, dopo la pausa estiva, con Enrique Vargas e il suo Teatro dei sensi che, dal 16 al 22 settembre presenteranno in prima nazionale «Il filo di Arianna», primo spettacolo della compagnia, che compone con «Oracoli» e «L’eco dell’ombra», la trilogia dei grandi labirinti. In questa creazione, concepita come un viaggio per uno spettatore alla volta chi è coinvolto è invitato a percorrere un cammino mitologico sulle orme del Minotauro, per superare i propri limiti. Si tratta –si legge nella nota stampa- di «un gioco teatrale sulla memoria del corpo, archetipi e paure, condotto nell’oscurità, per acuire sensi, intuizione e la dimensione poetica che risiedono in ciascuno». Chiude la programmazione, l’1 e il 2 dicembre, la prima nazionale di «Aladino» dei praghesi Fratelli Forman, uno spettacolo con marionette, ombre, musica e una straordinaria scenografia che conduce il pubblico nei paesaggi esotici e incantati de «Le mille e una notte».
Dieci spettacoli, di cui quattro in debutto nazionale, proposti da artisti di sei differenti Paesi compongono, dunque, il cartellone del Funaro, che miscela linguaggi e discipline per accompagnare il pubblico alla scoperta di un teatro che fa proprie due differenti direttrici: mondo e territorio. Grande spazio nel cartellone ha anche la formazione con corsi di teatro per tutte le età e laboratori con i maestri della scena contemporanea come Mark Down di Blind Summit Theatre che, l’8 luglio, parlerà delle marionette giapponesi (il Bunraku).
Completano l’offerta le iniziative legate alla biblioteca del Funaro come Il «Raccontamerende», «Leggiamo poi si vedrà», i «Compleanni d’autore» e il «Cinetandem», ovvero il cinema più piccolo del mondo.

Informazioni utili 
Il Funaro centro culturale, via del Funaro 16/18 – 51100 Pistoia, tel/fax 0573.977225, tel 0573.976853, e–mail: info@ilfunaro.org. Sito web: www.ilfunaro.org.

giovedì 22 dicembre 2016

Da Vivaldi a Sottsass: il 2017 della Fondazione Giorgio Cini

Sarà dedicato a Vittorio Cini, di cui nel 2017 ricorrono i quarant’anni dalla morte, il nuovo programma delle attività culturali della Fondazione Giorgio Cini. Sei nuovi importanti progetti espositivi, diciannove appuntamenti tra convegni, giornate di studio e seminari, oltre venti concerti, ma anche borse di studio, pubblicazioni e un premio per la traduzione poetica intitolato alla memoria di Benno Geiger compongono il cartellone degli eventi ideati dall’istituzione veneziana per il nuovo anno.
Nel 2017 la Fondazione Cini celebrerà, inoltre, altri due importanti anniversari: i settant’anni alla costituzione dell’Istituto italiano Antonio Vivaldi e i dieci anni del Centro studi per la ricerca documentale sul teatro e il melodramma europeo.
Per celebrare il primo appuntamento la fondazione veneziana organizzerà dal 7 al 16 luglio, con la Akademie für Alte Musik Bremen della Hochschule für Künste Bremen, una settimana di studi interamente dedicata al repertorio vivaldiano.
Tra i convegni in cartellone si segnalano, inoltre, «Le opere veneziane di Monteverdi: nuove proposte di lettura e messa in scena – Monteverdi’s Venetian Operas: Sources, Performance, Interpretation» (16-18 giugno), ma anche i due appuntamenti promossi dal Centro studi del vetro dedicati rispettivamente a Vittorio Zecchin (14 marzo 2017) ed Ettore Sottsass (25 maggio 2017).
Accanto a queste iniziative, la fondazione porterà avanti nel nuovo anno anche la valorizzazione del patrimonio immobiliare, mobiliare, materiale e immateriale custodito sull’Isola di San Giorgio Maggiore, promuovendo lo studio dei suoi archivi, grazie all’erogazione di borse di studio.
Grande protagonista della nuova stagione sarà lo Squero. Oltre al Quartetto di Venezia, che consolida quanto iniziato nel 2016, divenendo quartetto in residenza, il nuovo auditorium della Fondazione Cini vede nuove prestigiose collaborazioni e propone un vero e proprio cartellone dedicato alla musica classica. La stagione si aprirà con un grande nome, Mario Brunello, che eseguirà il primo di sei concerti dedicati a Bach (21 gennaio, 4 marzo, 8 aprile, 28 ottobre, 18 novembre, 2 dicembre). Il Quartetto di Venezia e l’associazione Asolo Musica proporranno, invece, un nuovo ciclo di otto concerti che vedrà anche la partecipazione di solisti importanti, come Alessandro Carbonare e Oscar Ghiglia (28 gennaio, 25 febbraio, 22 aprile, 27 maggio, 22 luglio, 16 settembre, 14 ottobre, 16 dicembre). Entrano in gioco, poi, con quattro date anche i Sonatori de la Gioiosa Marca (11 febbraio, 25 marzo, 9 settembre, 21 ottobre) e I Solisti della Fenice (24 settembre e 11 novembre).
Tra gli appuntamenti fuori cartellone si ricorda, infine, il «Concerto per cinque pianoforti e sei voci», evento conclusivo della nona edizione della Solti Peretti Répétiteurs Masterclass, incentrato sul repertorio del bel canto (20 aprile).
Per quanto riguarda le mostre si segnala la riapertura, dal 21 aprile al 15 novembre, della Galleria di Palazzo Cini a San Vio, con due appuntamenti. Il programma inizierà in primavera con la rassegna Afterglow: Pictures of Ruins dell’artista e fotografo brasiliano Vik Muniz, curata da Luca Massimo Barbero; mentre in autunno, per iniziativa del Centro studi teatro, è previsto un progetto espositivo dedicato all’attrice Lyda Borelli, moglie di Vittorio Cini, nel quale saranno esposti materiali originali come quadri, fotografie, locandine, documenti autografi e memorabilia.
In occasione della cinquantasettesima Biennale d’arte la Fondazione ospiterà, inoltre, una mostra su Alighiero Boetti (dal 12 maggio al 30 luglio) e «Yesterday/Today/Tomorrow», installazione dell’artista irlandese Bryan Mc Cormack (dal 12 maggio al 13 agosto).
Importanti anche i progetti in cantiere a Le stanze del vetro iniziativa per lo studio e la valorizzazione dell’arte vetraria veneziana del Novecento nata dalla collaborazione tra Fondazione Cini e Pentagram Stiftung. Si inizia con la mostra «Ettore Sottsass: il vetro» (10 aprile – 30 luglio), a cura di Luca Massimo Barbero, che prende in esame in maniera esaustiva, attraverso l’esposizione di circa duecento pezzi, la produzione dell’architetto italiano dedicata al vetro, un materiale che lo interessa fin dagli anni Quaranta, quando presenta alcuni oggetti alla Biennale del 1948.
In autunno ci sarà, invece, la rassegna «Vittorio Zecchin 1921-1926: l’eleganza del vetro trasparente» (10 settembre 2017 - 7 gennaio 2018), curata da Marino Barovier, che metterà in luce l’attività vetraria di Vittorio Zecchin a partire dal 1921, con la sua direzione artistica della V.S.M. Cappellin Venini & C., per la quale propone forme di notevole eleganza che si contraddistinguono subito dalle coeve realizzazioni muranesi, spesso connotate da eccessivi virtuosismi.

Informazioni utili 
Fondazione Giorgio Cini, Isola di San Giorgio Maggiore - Venezia, tel. 041.2710357, fax 041.2710221. Sito internet: www.cini.it.

mercoledì 21 dicembre 2016

Berenice Abbott e Pablo Picasso: due artisti alla Peggy Guggenheim di Venezia

«Quando ero a Parigi Berenice Abbott mi aveva chiesto di prestarle cinquemila franchi per comprarsi una macchina fotografica. Disse che voleva metter su uno studio di fotografia e per ripagarmi in qualche modo [..] fece delle bellissime foto a me, Sindbad e Pegeen: non avrebbe potuto ripagarmi in maniera migliore». Così Peggy Guggenheim ricorda, nelle sue memoria, il primo incontro con la celebre fotografa americana che iniziò la propria carriera, tra il 1923 e il 1925, nello studio di Man Ray dedicandosi inizialmente ai ritratti, e immortalando personaggi famosi, tra cui Max Ernst e la stessa Peggy.
Non stupisce, dunque, che la Fondazione Solomon R. Guggenheim abbia voluto arricchire la propria raccolta acquisendo, per la sua sede veneziana, sei preziose stampe in bianco e nero di Berenice Abbott (1898 – 1991), che nel 1942 immortalò la pionieristica galleria-museo newyorkese «Art of This Century», progettata dall’architetto di origini austriaco-rumene Frederick Kiesler e composta da alcuni spazi espositivi innovativi che la rendono fin da subito il luogo più stimolante per l’arte contemporanea della Grande Mela.
Qui Peggy espone la propria collezione di arte cubista, astratta e surrealista e organizza mostre temporanee dei maggiori artisti europei e di autori americani allora poco noti al grande pubblico come Robert Motherwell, William Baziotes, Mark Rothko, Richard Pousette-Dart, Clyfford Still e Jackson Pollock.
Le opere, il design e l’allestimento rivoluzionario sono ancora oggi un punto di riferimento nei manuali di museologia e attestano lo spirito avanguardistico di Peggy come gallerista, mecenate e collezionista.
La notorietà di Art of This Century fu in gran parte dovuta anche alle fotografie che Berenice Abbott scatta tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre di quell’anno, poco dopo l’apertura dello spazio. Gli scatti sono diventati negli anni sinonimi della galleria-museo newyorkese.
Le sei stampe acquisite oggi dal museo veneziano sono un importante documento storico di Art of This Century dei suoi principali spazi espositivi: la Galleria surrealista, quella astratta e la cosiddetta Biblioteca delle opere d'arte. La veduta della Galleria surrealista mostra i dipinti non incorniciati montati su bracci mobili appesi alle pareti concave di legno, mentre le sculture sono appoggiate su strutture cosiddette correaliste progettate da Kiesler. Le sei foto appartennero originariamente a Kiesler, una provenienza che ne enfatizza ulteriormente il valore storico.
In questi giorni la collezione Peggy Guggenheim sta facendo parlare di sé anche per il ritorno nei suoi spazi dell’opera «Lo Studio (L’Atelier)» di Pablo Picasso, recentemente sottoposta a restauro grazie ai fondi della banca BSI, Institutional Patron del museo dal 2001.
«Quel bianco incredibile ha finalmente recuperato la sua luminosità» sostiene il conservatore del museo, Luciano Pensabene Buemi, che ha eseguito il restauro sul lavoro, in mostra fino a metà gennaio a Venezia, prima di essere esposto nella mostra newyorkese «Visionaries: Creating a Modern Guggenheim». «Si possono adesso distinguere i due bianchi utilizzati da Picasso per dare profondità differenti agli elementi della composizione. Inoltre la pulitura ha messo in evidenza come l’artista abbia voluto sperimentare una diversa superficie materica dei bianchi creando alcune figure con impasti ricchi di colore e altre con stesure che lasciano intravedere il grigio della preparazione. Gli altri colori presenti nel dipinto, il rosso, il verde, i gialli, il grigio sono ora più vividi e saturi».
Decisamente innovativo, nell’ambito di questo intervento, è stato l'utilizzo sperimentale della nanotecnologia e l’applicazione di nanogel selettivi che hanno permesso di rimuovere lo sporco accumulatosi nel tempo e le vernici non originali. Il lavoro di ricerca e di restauro si è di fatto inserito all’interno del progetto europeo Nanorestart (NANOmaterials for the REStoration of works of ART) finanziato dalla Commissione europea, che ha come obiettivo lo sviluppo di nanomateriali per la pulitura selettiva delle opere moderne e contemporanee. Il progetto è stato presentato, in anteprima, lo scorso 25 novembre alla Tate Britain di Londra durante il simposio «Picasso, Picabia, Ernst. New perspectives».

Informazioni utili 
Collezione Peggy Guggenheim - Palazzo Venier dei Leoni, Dorsoduro 701 - Venezia. Orari: 10.00-18.00; chiuso il martedì. Ingresso: intero € 14.00; ridotto convenzioni € 12.00; ridotto senior 65 € 11,00, studenti fino ai 26 anni € 8.00; gratuito 0-10 anni. Informazioni: tel. 041.2405411, fax 041.5206885, e-mail: info@guggenheim-venice.it. Sito web: www.guggenheim-venice.it.

martedì 20 dicembre 2016

«Dal segno al suono»: concerti, masterclass e incontri musicali in scena a Treviso

Sarà il celebre liutista svedese Jakob Lindberg a inaugurare, nella serata di sabato 28 gennaio, la rassegna «Musica antica in casa Cozzi», organizzata a Treviso dalla Fondazione Benetton e da almamusica433, con la direzione artistica del maestro Stefano Trevisi. Il concerto inaugurale, preceduto da una lezione-concerto nella giornata di martedì 24 gennaio, ripercorrerà le pagine di due maestri della musica barocca, Sylvius Leopold Weiss e Johann Sebastian Bach, che hanno reso il liuto lo strumento protagonista di pagine intense e importanti, al limite di vere e proprie opere aperte ante litteram.
Nel mese di marzo protagonista assoluta del programma sarà Emma Kirkby, soprano inglese icona della musica antica, che sul finire dell’inverno, dal 17 al 20 marzo, sarà per la prima volta a Treviso per quattro intense giornate che la vedranno coinvolta in una conferenza, un concerto e una masterclass. Gli appuntamenti prenderanno il via con una conversazione pubblica in cui l’artista racconterà lo straordinario percorso che, dal coro di Oxford, l’ha portata a diventare ambasciatrice di un genere musicale che sta sempre più conquistando generazioni di musicisti e pubblico. In occasione del recital che la vedrà protagonista sabato 18 marzo, Emma Kirkby sarà affiancata dal liutista Jakob Lindberg in un viaggio nel mondo della song rinascimentale inglese nei suoi rapporti con la musica spagnola e l’aria italiana: da Dowland a Caccini, passando attraverso le pagine suggestive di Mudarra e Merula. Mentre nei due giorni successivi i due artisti saranno in residenza a casa Cozzi, docenti del corso di alto perfezionamento, rispettivamente di canto e liuto.
Spazio, quindi, al progetto «Bach eMotion» di Xavier Díaz-Latorre e della coreografa slovena Tanja Skok, in programma sabato 1° aprile. Il liutista catalano torna per il secondo anno consecutivo a Treviso e propone uno spettacolo-concerto in cui, dall’esecuzione delle «Suite per liuto» di Bach, prenderanno vita in scena i gesti barocchi della danza.
La stagione si chiuderà venerdì 28 aprile con il concerto di Friederike Heumann alla viola da gamba. La celebre interprete tedesca racconterà l’evoluzione dello strumento, che, inizialmente apprezzato negli ambienti della nobiltà perché «facile da suonare», diventa una delle voci sonore a cui i grandi maestri Sainte Colomb, Bach e Abel decidono di affidare pagine tra le più significative per la storia della musica.
L’esibizione sarà preceduta da una lezione-concerto a cura di Stefano Trevisi, in programma giovedì 20 aprile. Inoltre, il 29 e il 30 aprile, Friederike Heumann condurrà una masterclass di viola da gamba a casa Cozzi.
Il programma della stagione concertistica si completa con tre conferenze, fra febbraio e giugno 2017, che coinvolgeranno Guido Mambella, che presenterà il suo lavoro «Gioseffo Zarlino e la scienza nella musica del ‘500, dal numero sonoro al corpo sonoro» (IVSLA editore, 2016), Paolo Da Col, con un approfondimento sul tema della pittura musicale e simbolica del linguaggio musicale, e Carlo Boccadoro, con un contributo sul segno e sul suono nella musica antica e contemporanea. È questo l’argomento scelto come filo conduttore della rassegna veneta, intitolata «Mimesis», a partire da un’opera del filologo tedesco Erich Auerbach, prima riflessione in cui viene affrontata la realtà rappresentata nella letteratura medievale e rinascimentale. «Anche la musica, come la scrittura e la pittura, vive – spiegano gli organizzatori- di segni che traducono i suoni. Gli artisti e i musicologi che si avvicenderanno nei diversi momenti del programma ci aiuteranno a capire quanto fondamentale sia la conoscenza del segno per ricostruire il suono della pagina musicale, quanto questo segno silenzioso possa essere spazio e terreno di molteplici interpretazioni».
Come nella tradizione del progetto, un’attenzione particolare verrà dedicata alla formazione attraverso corsi di alto perfezionamento, laboratori per le scuole e un progetto didattico in residenza finalizzato a una produzione concertistica e a un’incisione discografica. Dopo la produzione dello scorso anno su Guillaume Du Fay si è scelto di continuare il lavoro sulla trilogia del compositore franco-fiammingo con un laboratorio sulla Missa «L’homme armé», composta tra il 1459 e il 1460.

Informazioni utili
«Mimesis: dal segno al suono». Spazi Bomben, via Cornarotta, 7 – Treviso | Casa Luisa e Gaetano Cozzi, via Milan, 41 – Zero Branco - Treviso. con Ingresso: abbonamento a quattro concerti - intero € 60,00, ridotto € 45,00 (under 24 e over 65); biglietto - intero € 20,00, ridotto € 15,00 (under 24 e over 65) | prevendita negli spazi Bomben (via Cornarotta, 7 – Treviso), dal lunedì al venerdì, dalle ore 9.00 alle ore 13.00 e dalle ore 14.00 alle ore 18.00. Informazioni: Fondazione Benetton, tel. 0422.5121. Sito web: www.fbsr.it o www.almamusica433.it. Da gennaio a giugno 2017. 

lunedì 19 dicembre 2016

Busto Arsizio, il Natale degli «Attori in erba» tra poesie e una storia su Rossini e la cucina

Che cosa metterebbe in tavola Gioachino Rossini, il compositore ottocentesco che ha lasciato musiche indimenticabili con quelle de «Il barbiere di Siviglia» e de «La Cenerentola», per il prossimo Natale? Un’inedita amatriciana con i bucatini al gusto di cioccolato amaro, un tacchino ripieno al tartufo nero di Norcia e la torta «Guglielmo Tell», una specialità dello chef Antonin Carême con mele caramellate e glassa di zucchero. Parola degli «Attori in erba», ventotto bambini dai 6 ai 12 anni che stanno frequentando «Il cantiere delle arti», scuola multidisciplinare di teatro che ha da poco aperto i battenti negli spazi del Manzoni di Busto Arsizio e del vicino oratorio «San Filippo Neri» per iniziativa di «Culturando», nuova realtà associativa che ha tra le proprie finalità l’educazione e la formazione dei giovani nell’ambito delle attività connesse al mondo dello spettacolo.
A partire dai racconti contenuti nei libri «Rossini – Ascoltando ‘Il barbiere di Siviglia’, ‘La Cenerentola’ e ‘Guglielmo Tell’» (Sillabe, Livorno 2015) di Isabella Vasilotta, scritto in collaborazione con l’Accademia Teatro alla Scala di Milano, e «A cena con Gioachino Rossini» (Babetta’s World, Usa 2012) di Monica E. Lapenta, illustrato da Stefania Pravato, gli «Attori in erba» hanno redatto, nell’ambito del loro laboratorio di scrittura creativa condotto da Annamaria Sigalotti, una storia di Natale dedicata al compositore pesarese e alla sua passione per i piaceri della buona tavola e dell’arte culinaria.
 La favola, ambientata tra le montagne del Sud Tirolo e tesa a porre l’attenzione sui prodotti enogastronomici tipici dei territori colpiti dal recente terremoto, è stata presentata nel pomeriggio di venerdì 16 dicembre, nel Salone dell’oratorio «San Filippo Neri», durante la festa degli auguri con i genitori e i parenti degli «Attori in erba».
Il reading ha visto, inoltre, i più piccoli recitare -sotto la supervisione degli attori Gerry Franceschini e Davide De Mercato, assistiti per l’occasione da Stefano Montani e Igino Portatadino- alcune poesie natalizie come «La Notte Santa» di Giudo Gozzano, «Il vecchio Natale» di Marino Moretti, «A Gesù Bambino» di Umberto Saba, il canto popolare germanico «Ora dormi» e la canzone popolare «Maria lavava, Giuseppe stendeva».
A chiudere il mini-spettacolo è stata una coreografia ideata da Elisa Vai sulle note del brano «Feliz Navidad», canzone pop-natalizia scritta e cantata da José Feliciano.
Al termine dell’incontro il Babbo Natale di «Culturando», Stefano Montani, ha consegnato a tutti i bambini presenti un libro a scelta tra la raccolta «I racconti della slitta» della Giacomo Morandi editore e «Quando Hitler rubò il coniglietto rosa» di Judith Kerr, edito per i tipi della BurRagazzi.
L’appuntamento ha offerto anche l’occasione per fare un primo bilancio di «Attori in erba», corso di educazione allo spettacolo e alla teatralità per bambini delle scuole primarie e secondarie di primo grado (dai 6 ai 12 anni), le cui lezioni si tengono una volta a settimana, in orario non scolastico, negli spazi del teatro Manzoni e dell’oratorio «San Filippo Neri»: il venerdì pomeriggio, dalle ore 16.45 alle ore 18.45, con ingresso a partire dalle ore 16.30 e uscita entro le ore 19.00.
 Il corso, le cui lezioni riprenderanno nella giornata di venerdì 13 gennaio, si chiuderà nella serata martedì 9 maggio 2017, alle ore 21.00, con un un saggio-spettacolo di fine anno dal titolo (ancora provvisorio) «Figaro qua, Figaro là». Le iscrizioni ad «Attori in erba» rimarranno aperte fino a venerdì 20 gennaio. «Tutti all’opera con…Gioachino Rossini e Lele Luzzati» è il tema scelto per questa prima edizione del laboratorio, ideata con l’intento di avvicinare i più piccoli al mondo del teatro e dell’opera lirica attraverso la figura del «cigno di Pesaro» e alcune delle sue opere più importanti come «Il barbiere di Siviglia», «La cenerentola», «Guglielmo Tell» e «La gazza ladra», rivisitate anche attraverso le illustrazioni di Lele Luzzati e di altri artisti contemporanei. Un'occasione per avvicinare i più piccoli, in maniera ludica e creativa, al magico mondo dell'opera lirica, del teatro, della danza e della scrittura creativa.

Didascalie delle immagini
[Figg. 1, 2 e 3] Un momento della festa degli auguri con gli «Attori in erba» di «Culturando», tenutasi nella giornata di venerdì 16 dicembre 2016 all'oratorio «San Filippo Neri» di Busto Arsizio. Foto di Valentina Eleonora Colombo 

Informazioni utili 
 «Attori in erba» -  scuola multidisciplinare di teatro per bambini dai 6 ai 12 anni. Teatro Manzoni, via Calatafimi, 5 - Busto Arsizio (Varese). Quando: il venerdì, dalle ore 16.30 alle ore 19.00. Quanto: da venerdì 13 gennaio a martedì 9 maggio 2017 | € 200,00 (pagabili anche in cinque rate) + € 30,00 per l'iscrizione. Lezioni di prova: venerdì 13 gennaio 2017 e venerdì 20 gennaio 2017, dalle ore 16.30, nel Salone dell'oratorio «San Filippo Neri» di Busto Arsizio (via don Albertario, 10). Prenotazione obbligatoria all'indirizzo info@associazioneculturando.com.  Informazioni: info@associazioneculturando.com o stampa@cinemateatromanzoni.it.    

giovedì 15 dicembre 2016

«Andrea Doria», la storia della «nave più bella del mondo» in mostra a Genova

«Un pezzo d’Italia se ne è andato, con la terrificante rapidità delle catastrofi marine e ora giace nella profonda sepoltura dell’oceano. Proprio un pezzo d’Italia migliore, la più seria, geniale, solida, onesta, tenace, operosa, intelligente». Così il 27 luglio del 1956 lo scrittore Dino Buzzati parlava, sul quotidiano «Il Corriere della Sera», dell’«Andrea Doria», la «nave più bella del mondo» che nella notte tra il 25 e il 26 luglio era bruscamente affondata nel suo viaggio tra Europa e America.
A sessant’anni dal naufragio, il Mu-Ma - Galata Museo del mare di Genova e la Fondazione Ansaldo ricostruiscono, attraverso una mostra che si basa sui documenti ritrovati , la storia di quell’imbarcazione leggendaria, vanto della marineria italiana, la cui costruzione segnò l’inizio di una nuova era, quella caratterizzata dall’italian style come cifra dell’eleganza sul mare e del bel vivere. L’«Andrea Doria», che qualche critico considerò un anticipo di Dolce Vita, era, infatti, «una nave dove, per la prima volta in Italia, -si legge nella nota stampa- ingegneri e architetti avevano lavorato insieme e, gli architetti, avevano avuto negli artisti incaricati delle decorazioni, in primis Salvatore Fiume, dei ‘complici’, per creare un’atmosfera, un climax, che non si sarebbe più ripetuto».
L’esposizione vuole essere, secondo uno stile ormai consolidato al Galata, una Doria Experience. Nel museo genovese sono, infatti, stati ricostruiti alcuni ambienti del transatlantico a partire dalla prora, riprodotta in scala 1:5, che incombe sul visitatore mentre le pareti della mostra lo avvolgono come se si trattasse delle fiancate stesse della grande nave, segnata dalle linee bianche e rosse dello scafo.
L’esposizione è scandita dai portali presenti sulle rampe inclinate che conducono al Mirador, uno degli spazi architettonicamente più affascinanti dell’edificio genovese, rimodellato nel 2004 dall’architetto spagnolo Vazquez Consuegra.
Il primo dei portali introduce alla genesi del Doria, costruita nel secondo Dopoguerra, in un contesto caratterizzato da una marina mercantile azzerata e da una cantieristica sopravvissuta a stento.
La seconda sezione investiga l’aspetto artistico e architettonico: con fotografie e ricostruzioni 3D di alcuni degli ambienti più prestigiosi della nave come la «Suite dello Zodiaco», dove tutti gli elementi d’arredo, dalle tende ai copriletto, dal telefono alla tavoletta del wc erano disegnati nello stesso stile.
Il terzo portale è dedicato al varo e al maiden voyage, il «viaggio della vergine», ovvero la prima traversata dell’Atlantico, dove la nuova nave debuttava e, a seconda della sua accoglienza, si capiva quale sarebbe stato il suo successo di pubblico.
Per sei giorni gli ospiti del transatlantico passavano un periodo di estraniazione dalla vita comune, fatto di attività sociali a bordo, di giochi, di cucina, di letture, di bagni di sole e molta, molta piscina (l’«Andrea Doria» aveva addirittura tre vasche, una per ogni classe, secondo un lido digradante che era la vera particolarità dei transatlantici italiani).
La sezione successiva mostra il vero gioiello dell’esposizione: un modello di sei metri del transatlantico, realizzato dalla ditta Giacomo Patrone nel 1952 per essere esposto negli atri delle principali stazioni ferroviarie italiane. Ritrovato dal curatore del Galata, Pierangelo Campodonico, nella fine degli anni Novanta e donato dalla Finmare, prima della sua liquidazione, il modellino, al quale è affiancata in mostra la ricostruzione di una parte del ponte di passeggiata della nave, è stato completamente restaurato dal modellista Cambiassi di Genova.
La quinta sezione è più tecnica: spiega, attraverso un filmato realizzato appositamente dallo Studio ToonTaun, la cinematica del viaggio, proponendo una sorta di conto a rovescio che mostra, sulla base dei verbali e della documentazione esistente, che cosa avvenne prima del naufragio, che cosa è stato visto e fatto nei due ponti di comando e, infine, grazie alla visione dei tracciati di rotta, la prova che scagiona definitivamente il comando italiano. «La collisione -si legge nella nota di presentazione della mostra- avvenne in un tempo brevissimo, in seguito a una decisione sbagliata presa a bordo della nave investitrice, non più tardi di due minuti prima. Il tempo del destino».
La settima sezione è dedicata all’equipaggio. Attraverso la ricostruzione dei dialoghi che, nella notte avvennero tra le navi soccorritrici e il «Doria», il Galata vuole rappresentare quella che è stato considerato il più grande (e il più riuscito) salvataggio in mare della storia. Se è vero che parte dei cinquecentosettantuno membri dell’equipaggio si mise in salvo non appena ne ebbe la possibilità è vero che chi rimase, gli ufficiali, i macchinisti, i marinai e molti tra i camerieri e gli addetti ai servizi generali, misero in salvo la gran parte dei passeggeri.
In quella notte, il comando di bordo e quarantasette, tra uomini e donne dell’equipaggio, «meritano un particolare riconoscimento per il lodevole comportamento tenuto»: quella notte le scialuppe del «Doria» salvarono il 70% dei naufraghi e questo perché andarono avanti e indietro, senza sosta. E il manifesto della mostra è dedicato a loro: una foto, inedita, che mostra la scialuppa n. 5, una delle ultime a fermarsi, i volti dell’equipaggio con il comandante Piero Calamai, a guardarsi e a guardare la nave che affonda.
L’ottava sezione rappresenta l’impatto che la vicenda del «Doria» ebbe sui mass-media. L’affondamento del transatlantico italiano fu, infatti, la prima «tragedia in diretta» della storia: la radio, le televisioni, immortalarono attimo per attimo l’evento. Il fotografo Harry Trask conseguì il «Pulitzer Price» per le immagini scattate negli ultimi istanti della nave a galla. I giornali ne parlarono con le loro edizioni speciali, settimanali come «Life» ed «Epoca» fecero servizi che passarono alla storia del giornalismo.
Un’ultima sezione rappresenta il «Doria dopo il Doria» ed è la ricostruzione e la riflessione su ciò che avvenne dopo: le polemiche, la causa in tribunale, il processo che non si tenne mai, ma anche la storia della marineria italiana negli anni successivi. Il «Doria» rappresentò, infatti, il breve «canto del cigno» di un’epoca e di un mondo. La «nave più bella del mondo» non avrebbe, infatti, avuto eredi.

Informazioni utili 
«T/N Andrea Doria, lanave più bella del mondo». Galata Museo del Mare, Calata De Mari, 1 (Darsena - via Gramsci) – Genova. Orari: da novembre a febbraio  - martedì–venerdì, ore 10.00 – 18.00 (ultimo ingresso, ore 17.00); sabato, domenica e festivi, ore 10.00 – 19.30  (ultimo ingresso 18.00) | da marzo a ottobre  - lunedì-domenica, ore 10.00 – 19.30  (ultimo ingresso 18.00). Ingresso (solo museo): intero  € 12,00, gruppi € 9,00, ridotto € 10,00, ragazzi dai 4 ai 12 anni  7,00, scuole € 5,50, bimbi 0-3 anni gratuito. Sito internet: www.galatamuseodelmare.it. Fino al 30 maggio 2017. 

mercoledì 14 dicembre 2016

Reggia di Caserta, tre installazioni site-specific sulla Natività

La Natività, il numero tre legato alla Trinità, ma anche un concetto laico di rinascita e rinnovamento: sono questi gli elementi che compongono il progetto espositivo «The Rebirth Triad», ideato, promosso e realizzato dall’agenzia di comunicazione Uncommon di Milano e dalla Galleria Intragallery di Napoli, con la curatela di Chiara Canali.
La mostra, che si avvale del patrocinio di Michelangelo Pistoletto e del Rebirth Day da lui ideato, allinea negli spazi della Sala delle Battaglie di Spolverini alla Reggia di Caserta tre installazioni site-specific elaborate da Vincenzo Marsiglia, Anita Calà e Lapo Simeoni.
Il progetto, visibile fino al prossimo 8 gennaio, nasce con lo scopo di creare un dialogo profondo tra una delle residenze reali più importanti non solo in Italia ma anche nel mondo, spesso lasciata in secondo piano, con l'arte contemporanea.
Traendo spunto dal presepe settecentesco custodito nell’Appartamento Reale della Reggia, per il quale è stato realizzato un nuovo impianto illuminotecnico, Chiara Canali ha invitato tre artisti a reinterpretare il concetto di Natività in senso laico, parlando di nascita e di ri-nascita anche in senso culturale.
Le sculture di Vincenzo Marsiglia (1972, Belvedere Marittimo), con la loro imponente struttura esagonale in legno, sono forme di interazione che contengono nel loro interno un mondo artificiale e tecnologico: captato il volto del fruitore, un software nascosto all’interno legge le emozioni umane e genera suoni e forme diverse, mutevoli e immateriali, rispettando esternamente il cambiamento interiore dell’uomo.
L'opera di Anita Calà (1971, Roma) è formata da un grande ovale in resina trasparente, opaca all'interno e lucida all’esterno, che contiene al suo interno una sfera più piccola rossa; al di fuori si trova un’altra sfera rossa, identica a quella contenuta all’interno, in un rispecchiamento del dentro con il fuori.
Il progetto di Lapo Simeoni (1979, Orbetello) è costituito, invece, da una struttura a forma di anello che attraverso la sua forma e il suo contenuto evoca la trasposizione concreta del virtuale tradotto in reale, rendendo tangibile e materico quel portale (Internet) che rappresenta oggi lo scollegamento tra uomo e macchina.
Al tema della Ri-Nascita si rapporta il fil rouge dei simboli del cerchio e della luce, così come quello dell’infinito, sintetizzando il gesto creativo dell’artista che nelle sue mani fa risorgere e rinascere ciò che prima non aveva significato. Queste tre opere dialogano tra loro secondo il principio, formulato da Michelangelo Pistoletto, della Trinamica, cioè della dinamica del numero tre. Il simbolo-formula del triplo offre l'energia necessaria alla trasformazione della società a partire dall'arte, in quanto essa è fondamentalmente incentrata nella creazione e può portare la creazione nella società non solo come prodotto da fruire, ma come attività a cui partecipare.

Informazioni utili 
 «The Rebirth Triad». Reggia di Caserta, viale Dohuet – 81100 Caserta. Orario di visita: ore 8.30-19.30; chiusura biglietteria, ore 18.45; ultimo ingresso, ore 19.00. Ingresso: intero € 12,00 (solo appartamento € 9.00), ridotto € 6,00 (solo appartamenti € 4,00).  Informazioni: tel. (0039)0823-448084 o (0039)0823-277580. Sito internet: http://www.reggiadicaserta.beniculturali.it. Fino all'8 gennaio 2017. 

martedì 13 dicembre 2016

Venezia, tre giorni alla scoperta de «Il cinema ritrovato»

È nato nel 1986 a Bologna, ma da qualche anno ha varcato i confini del capoluogo emiliano. Stiamo parlando del festival «Il cinema ritrovato», un appuntamento importante a livello internazionale per gli appassionati, che porta alla riscoperta di pellicole poco note, con particolare riferimento alle esperienze delle origini del cinematografo.
Da mercoledì 14 a venerdì 16 dicembre la rassegna sbarca in Laguna, negli spazi del teatrino di Palazzo Grassi. A curare il programma della tappa veneziana sono Mariann Lewinsky e Antonio Bigini.
Ad aprire il cartellone è la mini-serie «Au pays des Lumière», due film dedicati al grande cinema francese delle origini con uno speciale omaggio ai fratelli Lumière, gli inventori del cinematografo, che tra il 1895 e il 1905 realizzarono ben centoquattordici film, recentemente restaurati in versione digitale in 4K con la voce narrante di Valerio Mastrandrea.
Ad inaugurare la serata, alle ore 18, è, nello specifico, il filmato «Lumière! La scoperta del cinema», girato da Thierry Frémaux nel 2015, che racconta come il duo di Lione, grazie alla sua macchina magica, ritrasse «città, paesaggi, uomini, donne, bambini, animali, il lavoro, il gioco, il mare, la folla, la solitudine»: un insieme di vedute che lascia ancora senza fiato.

A seguire, alle ore 20, ci sarà la proiezione del film «Les enfants du paradis» (Francia, 1943-1944, 189’) di Marcel Carné, un film vibrante di un'identità intima, segreta, disperata, il cui recente restauro, con tutti i suoi grigi e qualche luccicanza, ha accentuato - racconta Jacques Lourcelles- «il lato onirico, evanescente, di un'opera pronta ad affrontare l'eternità».
Giovedì 15 dicembre si prosegue con una serata consacrata alle «Donne e Dive» del cinema. Si inizia con un omaggio a Ella Maillart, fotografa e viaggiatrice svizzera che, mentre l'Europa sprofonda nella guerra, parte alla volta dell’Afghanistan e dell’India. La sua storia viene raccontata in un film di Mariann Lewinsky e Antonio Bigini: «Double Journey» (Svizzera, 2015, 40’). Seguirà, quindi, l'omaggio a Lyda Borelli con il film «Rapsodia satanica» di Nino Oxilia (Italia, 1915-1917, 45’), la storia di un'anziana dama dell'alta società, Alba d'Oltrevita, che stipula un patto con Mefisto per riacquistare la giovinezza in cambio della quale ha però il divieto di innamorarsi.
L'ultima parte della serata sarà, invece, dedicata al mito di Greta Garbo, protagonista della commedia romantica «Ninotchka» (USA, 1939, 110’).
Infine, venerdì 16 dicembre, il pubblico del teatrino di Palazzo Grassi sarà trasportato tra Mosca, Napoli e New York nel corso della serata dedicata ai «Viaggi».
Ad aprire la serata sarà la proiezione del film «Il treno va a Mosca» (Italia, 2013, 70’) di Federico Ferrone e Michele Manzolini, «un poema lirico, visivo, musicale, politico, umano, esistenziale, storico, comico, struggente –per usare le parole di Paolo Virzì- su cosa voleva dire il comunismo italiano e su cosa era l’Italia negli anni’50».
Seguirà la visione di una raccolta di preziosi «film dal vero» dei primi del Novecento restaurati dalla Cineteca di Bologna e da altri istituti italiani, per essere raccolti sotto il titolo di «Grand Tour italiano» (Italia, 45’), un raro viaggio dalla Sicilia al Cervino, in un’Italia sospesa tra Ottocento e modernità.
Sarà, quindi, la volta di grande capolavoro di Charlie Chaplin, «The Immigrant» (Usa, 1917, 25’); mentre a concludere la serata sarà «Viaggio in Italia» (Italia, 1954, 97’) di Roberto Rossellini.
Le tre serate veneziane, tutte a ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili, sono organizzate in collaborazione con la Cineteca di Bologna che, fino al 30 gennaio, dedica ai fratelli Lumière una mostra a cura di Thierry Frémaux, nello Spazio Sottopasso di piazza Re Enzo, cuore del capoluogo emiliano.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] «Les enfants du paradis» di Marcel Carné. Francia, 1943- 1944, 189’; [fig. 2] «Ninotchka» di Ernst Lubitsch. USA, 1939, 110’; [fig. 3] «The Immigrant» di Charlie Chaplin. USA, 1917, 25’

Informazioni utili 
www.palazzograssi.it.

lunedì 12 dicembre 2016

Nicolas Party, la natura morta incontra la street art

La Marchese Antinori, famiglia toscana che ha legato il proprio nome all’eccellenza in campo viticolo, apre per la prima volta al pubblico le porte del suo palazzo fiorentino per un evento di arte contemporanea. Protagonista dell’appuntamento, in cartellone fino al 14 gennaio, è l’artista svizzero Nicolas Party (Losanna, 1980), la cui opera site-specific «Giant Fruit» è entrata ufficialmente a far parte della collezione permanente nella cantina di famiglia nel Chianti Classico.
Il lavoro, realizzato nel 2015 per la collettiva «Still-life Remix», raffigura una natura morta dai colori pop e dalle forme un po’ surreali, un vero e proprio inno a tutto ciò che la terra ci offre, in dialogo con l’architettura innovativa del luogo costruito con materiali naturali quali cotto, legno, acciaio corten e affacciato sulla bellezza dei vitigni dell’azienda.
Per celebrare questa importante acquisizione, la storica sede fiorentina di Palazzo Antinori ospita il progetto speciale «Nicolas Party in the Garden Room», curato da Ilaria Bonacossa.
L’artista svizzero presenta qui una serie di lavori prodotti tra il 2013 e il 2016. Si tratta di un insieme di sei opere pittoriche, tre nuovi acquerelli e altrettanti sassi-scultura, che illustrano come il genere della natura morta sia oggi più che mai vivo e capace di trasmettere emozione.
L’artista si riappropria così, con ironia, di un’iconografia classica. I suoi lavori lasciano, infatti, ben trasparire come i valori della composizione e dell’equilibrio cromatico siano reinventati, completamente trasformati e tradotti nella contemporaneità, per conservare l’efficacia dell’indagine.
La volontà di Nicolas Party di rimescolare i limiti tra arte e decorazione rendono i suoi interventi negli spazi ancora più incisivi. Per questo motivo la scelta di presentare le opere nella boschereccia, la saletta di palazzo Antinori completamente affrescata alla fine del Settecento con vedute tratte da un paesaggio bucolico e boschivo, diventa una dichiarazione d’intenti e si inserisce in maniera puntuale nella pratica artistica di questo giovane talento.
L’idea di trasformare gli affreschi del paesaggio toscano in una sorta di carta da parati che faccia da sfondo agli acquerelli esposti, nasce dal fatto che Nicolas Party, artista che ha iniziato il proprio iter creativo dipingendo sui vagoni dei treni e negli spazi urbani degradati, spesso ha dipinto gli sfondi prima di allestire le sue opere sulle pareti mettendo così in discussione il rapporto tra opera unica e decorazione e tra prospettiva e bidimensionalità.
Ceramiche e stoviglie sono soggetti ricorrenti nella produzione dell’artista e denotano il suo interesse nei confronti dei precedenti storici della pittura, richiamando alla memoria pittori come Giorgio Morandi. Tuttavia i dipinti e i pastelli di Nicolas Party, connotati da proporzioni spesso improbabili, sono portati in vita da sfumature di colori brillanti e vitali capaci di alterare, trasformare e attivare le più svariate superfici, pietre comprese; in tutti si respira il suo inizio da street artist.
In occasione della mostra sarà presentata al pubblico anche la nuova opera site-specific dell’«Antinori Art Project» nella cantina di Bargino: «Portal del Angel» dello scultore Jorge Peris.
Il tutto si iscrive in una tradizione secolare della famiglia Antinori di passione per l’arte che –oggi come allora– si impegna a tutto campo per realizzare una forte connessione tra le migliori espressioni della tradizione e della contemporaneità.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Facciata di Palazzo Antinori a Firenze; [fig. 2] Nicolas Party, Giant Fruit, 2015 – 2016, Cantina Antinori , Bargino, Chianti Classico; [fig. 3] Nicolas Party, Two Pots, 2016, pastel on canvas. Courtesy of the artist and kaufmann repetto, Milano-New York

Informazioni utili 
«Nicolas Party in the Garden Room». Palazzo Antinori, piazza degli Antinori, 3 – Firenze. Orari: lunedì-venerdì, ore 8.00-19.00. Ingresso libero. Antinori nel Chianti Classico, via Cassia per Siena, 133 - Località Bargino (Firenze), tel. 055.2359700 o visite@antinorichianticlassico.it. Sito internet: www.antinorichianticlassico.it. Fino al 14 gennaio 2017. 

mercoledì 7 dicembre 2016

La Scuola di Rivara, un momento magico dell’Ottocento pedemontano in mostra a Torino

È un percorso alla scoperta dei pittori che, a vario titolo e in tempi anche diversi, frequentarono il «cenacolo di Rivara», orbitante intorno alla figura di Carlo Pittara, quello proposto dal Museo di arti decorative Accorsi –Ometto di Torino.
La mostra, a cura di Giuseppe Luigi Marini, comprende circa settanta opere provenienti da collezioni private italiane, selezionate secondo un elevato criterio qualitativo e storico.
Dodici sono gli artisti presentati, provenienti da diverse regioni italiane e non solo, a sottolineare l’importanza di una stagione artistica che supera i confini regionali. Accanto ai piemontesi Carlo Pittara, Vittorio Avondo, Ernesto Bertea, Federico Pastoris (a cui si aggiungeranno più tardi i torinesi Giovanni Battista Carpanetto, Adolfo Dalbesio e Francesco Romero, di Moncalvo) sono presenti artisti liguri (Ernesto Rayper e Alberto Issel) o “naturalizzati” come tali (gli iberici D’Andrade e De Avendaño), nonché il fiorentino di natali, ma giunto a Torino in tenera età, Antenore Soldi.
Il momento che essi rappresentano è caratterizzato dalla ricerca di un sensibile realismo nella rappresentazione del paesaggio agreste, con accenti diversi, ma improntati dalla comune attenzione prima al paesismo ancora intriso di romanticismo dello svizzero Alexandre Calame (che quasi tutti conobbero inizialmente a Ginevra), presto attratti dal paesismo dei pittori di Barbizon in Francia e dalle novità di Corot e dal linguaggio fontanesiano attraverso contatti diretti, poi rinnovati negli anni di Rivara, con il maestro reggiano a Volpiano, tramite anche le esortazioni del ligure Tammar Luxoro.
Il confronto tra i pittori iberici e quelli liguri iniziò dapprima negli incontri a Carcare, nel Savonese, poi, sopratutto d’estate o in autunno, a Rivara, dove il lavoro gomito a gomito ebbe momenti catalizzanti, specie dopo l’inserimento nel gruppo di Rayper, su esortazione di D’Andrade. La scelta di confrontarsi con il paesaggio di Rivara avvenne non solo per l’amenità del dolce paesaggio agreste, ma perché tutti potevano godere della generosa ospitalità del banchiere Carlo Ogliani, cognato di Pittara, rivarese d’origine e proprietario di un’accogliente villa, poi anche del vasto castello acquistato all’inizio degli anni Settanta.
L’abituale consuetudine dei gioviali incontri, che connotò la rivoluzione realista di quei compagni di cavalletto, ebbe il proprio momento di maggiore vitalità e di fulgore a cavallo del 1870, sino alla precoce morte di Rayper nel 1873 e a uno stillicidio di abbandoni alla fine del decennio, tra cui quello, parziale, dello stesso Pittara, che ritroviamo a Roma nel 1877 e a Parigi dopo il 1880 (anche se di ritorno a Rivara ogni anno per qualche mese). Valorizzata in primis dal poeta Giovanni Camerana, poi dai critici Emilio Zanzi, Marziano Bernardi e in ultimo e autorevolmente da Roberto Longhi, l’importanza della cosiddetta Scuola di Rivara era già stata riconosciuta da Telemaco Signorini che, tuttavia, dimenticò Pittara per sottolineare il ruolo innovatore di Ernesto Rayper, indubbiamente la figura più dotata del gruppo. Anche se Carlo Pittara fu il più produttivo e vario, sebbene discontinuo, realista del cenacolo pedemontano, progressivamente attratto dalla finezza e dal successo del linguaggio denittisiano; e curioso delle più dolci eleganze di una pittura narrativa.
A questa epopea tardo-ottocentesca, che seppe definitivamente accantonare la ridondanza della pittura di storia e i ritardi di gusto dell’insegnamento accademico con un’espressione gioviale e sincera della realtà, la verde Rivara ha legato per sempre il proprio nome: luogo di una pacifica, osteggiata a lungo ma definitiva rivoluzione che ha segnato l’attualità della pittura piemontese, ligure e, in parte, attraverso Gignous, lombarda del maturo Ottocento.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Carlo Pittara, Rive della Senna. 1884. Olio su tela, cm 38 x 56. Collezione privata; [fig. 2] Giovanni Battista Carpanetto,Fiori raccolti. 1892. Olio su tavola, cm 32,5 x 48,5. Collezione privata; [fig. 3]Ernesto Rayper, Primavera. Olio su tavola, cm 52 x 38

Informazioni utili
Carlo pittara e la scuola di Rivara. Museo di Arti Decorative Accorsi – Ometto, via Po, 55 - Torino. Orari: da martedì a venerdì, ore 10.00–13.00 e ore 14.00–18.00; sabato e domenica, ore 10.00–13.00 e ore 14.00–19.00; lunedì chiuso. Ingresso: intero € 8,00, ridotto € 6,00 o € 4,00 (con abbonamento Torino Musei). Informazioni: tel. 011.837.688 int. 3; info@fondazioneaccorsi-ometto.it. Sito internet: www.fondazioneaccorsi-ometto.it. Fino all'8 gennaio 2016. | Mostra prorogata fino al 12 febbraio 2016. 

martedì 6 dicembre 2016

«Mindful Hands», un viaggio tra i capolavori miniati della Fondazione Cini di Venezia

È una mostra preziosa quella che la Fondazione Giorgio Cini di Venezia presenta sotto il titolo di «Mindful Hands». La preziosità di questa esposizione, il cui allestimento è stato curato dallo studio Michele De Lucchi, è data da due elementi: è la prima volta, dopo più di trentacinque anni, che viene esposta al pubblico grande parte della collezione di miniature medioevali e rinascimentali acquisite da Vittorio Cini tra il 1939 e il 1940 dalla Libreria Antiquaria Hoepli di Milano e donate alla fondazione nel 1962. L’esposizione rappresenta, poi, il momento conclusivo di un progetto scientifico di schedatura e di catalogazione, durato oltre tre anni, che ha coinvolto più di quaranta studiosi e restauratori, coordinati da Federica Toniolo, Massimo Medica e Alessandro Martoni.
Circa centoventi delle duecentotrentotto miniature della collezione di Vittorio Cini, una delle più importanti raccolte private al mondo di questo genere, sfilano così, ora, nelle Sale del Convitto in una mostra, della quale rimarrà documentazione in un catalogo generale e in una guida breve. La rassegna, visitabile fino al prossimo 8 gennaio, segue un andamento cronologico e geografico, offrendo una visione generale delle principali scuole di miniature italiane tra XII e XVI secolo.
Per l’occasione, lo Studio Michele De Lucchi ha concepito un allestimento che si ispira agli ambienti e alle atmosfere della tradizione miniaturistica medievale, ma li traduce in chiave contemporanea. In particolare il grande spazio espositivo centrale delle Sale del Convitto risulta ridimensionato grazie a oggetti espositivi architettonici creati ad hoc: grandi nicchie in tessuto chiaro che ricreano lo spazio delle cappelle delle chiese gotiche e cassettiere ottagonali in rovere massiccio, imponenti ma funzionali.
Nelle quattro grandi cassettiere e nelle nove nicchie dell’allestimento sono stati, nello specifico, raggruppati nuclei di fogli e ritagli di iniziali provenienti dagli stessi volumi o riconducibili a maestri e botteghe affini, mentre quattro vetrine su piedistallo mostrano eccezionali manoscritti miniati ancora integri. Lungo la parete a sinistra dell’ingresso un’infilata di vetrine ospita fogli interi e frammenti di particolare bellezza e importanza.
L’esposizione offre, poi, al visitatore l’opportunità di conoscere da vicino due dei volumi più importanti e rari della collezione: il Martirologio della confraternita dei Battuti Neri di Ferrara, manoscritto quattrocentesco in cui le meditazioni sulle sofferenze di Cristo sulla croce sono alternate a miniature con immagini della Passione e di martiri di santi, e il piccolo (6x3 cm) ma preziosissimo Offiziolo di Carlo VIII, commissionato alla fine del XV secolo dal duca di Milano Federico il Moro per donarlo al re di Francia, uno dei più raffinati libri d’ore (volumi per la preghiera personale quotidiana) di area lombarda. Il senso della mostra è, inoltre, esemplificato dall’esposizione di un libro di grande importanza per la storia di San Giorgio Maggiore e della Fondazione: l’Antifonario (libro che contiene le parti cantate della liturgia) comune dei Santi, denominato «Q», appartenente alla basilica benedettina di San Giorgio Maggiore e prestato in occasione di «Mindful Hands».
L’atelier Factum Arte di Adam Lowe, esperto di tecniche digitali applicate alla conservazione, alla riproduzione e alla lettura delle opere d’arte, ha, invece, accettato la sfida di confrontarsi con i grandi maestri artigiani del passato nella realizzazione di una serie di vere e proprie installazioni artistiche multimediali, protagoniste dell’ultima sezione della mostra, dedicata all’analisi e alla comprensione delle tecniche di produzione del manoscritto miniato.
Il visitatore viene accolto da una grafica che illustra la storia della tecnica miniatoria e assiste alla proiezione del video «Cuttings», che documenta con sole immagini e suoni in presa diretta la genesi del foglio di pergamena, la realizzazione dei pigmenti e dei colori, le tecniche di decorazione e rilegatura. Si entra, quindi, nell’ultima sala della mostra, caratterizzata da un allestimento scenografico che richiama l’atmosfera dei monasteri medievali.
La prima parte è dedicata all’Offiziolo: la parete sinistra è interamente occupata da un’imponente installazione che affianca ingrandimento e riproduzione in scala 1:1 di ciascuna delle pagine miniate del volume, mentre un video illustra le tecniche di scansione e di realizzazione del facsimile, che i visitatori potranno toccare con mano e sfogliare in un piccolo salotto.
La seconda parte della sala evoca, invece, l’atmosfera dei percorsi penitenziali e meditativi della medievale confraternita dei Battuti Neri di Ferrara e il senso profondo di uno dei libri a essa in uso, il Martirologio: qui il visitatore si trova attorniato dagli ingrandimenti monumentali di dieci delle miniature più emblematiche racchiuse nel codice. Oltre alla penombra in cui è immersa, la sala acquista drammaticità per l’intreccio con una potente installazione sonora: le registrazioni di un canto prepolifonico curato a metà del secolo scorso da padre Pellegrino Ernetti, monaco benedettino del monastero di San Giorgio Maggiore e noto musicologo, “purificate” grazie alle più moderne tecnologie audio, sintetizzate e unite alla musica di altri periodi e tradizioni che richiamano il tema del martirio. La scelta di un’installazione dedicata al canto si lega alla natura stessa dei volumi da cui proviene la quasi totalità dei pezzi della collezione Cini, rappresentati appunto da fogli o ritagli di libri per il coro.

Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] Belbello da Pavia, foglio staccato da Antifonario con Annunciazione in iniziale M (1467-1470); [fig. 2] Franco dei Russi, foglio staccato da Antifonario con Lapidazione di Santo Stefano in iniziale; [figg. 3 e 4] Veduta interna della mostra «Mindful Hands»

Informazioni utili 
Mindful Hands. I capolavori miniati della Fondazione Giorgio Cini. Fondazione Cini, Isola di San Giorgio Maggiore - Venezia. Orari: ore 11.00 – 19.00; chiuso il mercoledì. Ingresso: intero 12,00, ridotto € 10,00 o € 7,00. Informazioni: tel. 041.2710229 o segr.gen@cini.it. Sito internet: www.cini.it. Fino all'8 gennaio 2017. 

lunedì 5 dicembre 2016

Carol Rama tra passioni e inquietudini

I «vantaggi di essere una donna artista» consistono nel «sapere che la tua carriera potrebbe esplodere quando hai ottant’anni». La dichiarazione del gruppo Guerrilla Girls ben si sposa con quanto è successo a Carol Rama (Torino, 1918-2015), autrice ignorata a lungo dalla storia dell’arte ufficiale per sua rappresentazione dissidente della sessualità femminile, la cui opera è stata riconosciuta a livello internazionale solo nel 2003, con il Leone d’oro della Biennale di Venezia.
Carol Rama è, però, un’artista indispensabile per comprendere i mutamenti della rappresentazione pittorica nel XX secolo e, nel contempo, il lavoro di autrici quali Cindy ShermanKara WalkerSue WilliamsKiki Smith o Elly Strik.
Di grande interesse si rivela, dunque, la mostra, a cura di Teresa Grandas e Paul B. Preciado, che la Gam – Galleria civica d’arte moderna e contemporanea di Torino dedica all’artista e che ne segna la consacrazione internazionale attraverso l’esposizione di circa duecento opere che abbracciano settant’anni di carriera (dal 1936 al 2005), delle quali rimarrà documentazione in un catalogo edito da Silvana editoriale.
Nata nel 1918 da una famiglia di piccoli industriali torinesi, priva di una formazione artistica accademica, Carol Rama lascia nella sua opera giovanile l’impronta dell’esperienza della reclusione in istituto (fu probabilmente la madre a essere internata in un ospedale psichiatrico) e della morte (il padre, con ogni probabilità, si suicidò).
Negli anni Trenta e Quaranta l’artista inizia a inventare una grammatica visiva tutta sua, attraverso acquerelli figurativi. Nelle serie «Appassionata e Dorina» appaiono membri amputati e lingue erette: sono i corpi malati e istituzionalizzati cui l’opera dell’artista darà visibilità, esaltandoli attraverso una rappresentazione vitalista e sessualizzata e restituendoli come soggetti politici e di delizia. Queste opere del primo periodo si ribellano alle norme dei codici etici imposti dall’Italia fascista. Leggenda vuole che alcuni lavori dell’epoca, esposti per la prima volta nel 1945, furono censurati per «oscenità» dal governo italiano.
Nel decennio degli anni Cinquanta l’artista si associa al Movimento di arte concreta per dare, secondo la sua stessa espressione, «un certo ordine» e «limitare l’eccesso di libertà». Poco a poco si disfa, però, delle convenzioni geometriche del Mac e inizia a sperimentare con nuovi materiali e nuove tecniche. La svolta verso l’astrazione la porta a giocare, negli anni Sessanta, con l’arte informale e lo spazialismo e a sviluppare i suoi bricolage: mappe organiche fatte di unghie, cannule, segni matematici, siringhe e componenti elettrici. Queste opere, fatte per essere «sperimentate» con tutti i sensi più che semplicemente viste, riorganizzano in maniera aleatoria materiali organici e inorganici, includendo parole e nomi quali Bomb, Mao Tse-Tung o Martin Luther King.
Alla fine degli anni Sessanta, il mondo dell’arte sia italiano sia internazionale è soprattutto attraversato dalle opere di artisti uomini e pertanto la sua ricerca rimane isolata.
All’incrocio tra arte povera, junk art e Nouveau Réalisme, l’opera dell’artista torinese è più viscerale e più sporca che povera. Carol Rama aveva, infatti, capito che non solo gli oggetti inorganici dovevano essere recuperati attraverso un nuovo incontro utopico con la materia, ma che il corpo stesso, i suoi organi e fluidi, oggetti della gestione politica e del controllo sociale, dovevano anch’essi essere sottoposti a un recupero plastico.
Negli anni Settanta, l’artista si ricollega alla sua biografia attraverso l’intensità dei materiali. È in quest’epoca che impiega quasi esclusivamente la gomma proveniente dagli pneumatici delle biciclette, materiale che conosce bene poiché il padre aveva avuto una piccola fabbrica che tra l’altro produceva biciclette a Torino. Carol Rama disseziona gli pneumatici, li trasforma in superfici bidimensionali, crea forme attraverso l’assemblaggio di diversi colori e tessiture. Gli pneumatici, invecchiati dalla luce e dal tempo, sgonfiati, flaccidi e in decomposizione sono, al pari dei nostri corpi, «organismi ancora ben definiti e vulnerabili».
Nel 1980 la storia e critica d’arte Lea Vergine, alla quale si deve la riscoperta dell’artista, include una selezione dei suoi primi acquerelli nella mostra collettiva «L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940», in cui riunisce opere di oltre un centinaio di artiste.
Negli stessi anni Carol Rama riprende alcuni temi iconografici degli inizi, tornando alla figurazione.
Nel decennio successivo non ricorre più a figure della femminilità, bensì alla figura dell’animale malato affetto da encefalopatia spongiforme bovina: la mucca pazza. Gli elementi e motivi caratteristici di Carol Rama -il caucciù, le tele dei sacchi postali, i seni, le lingue, i peni, le dentature- si riorganizzano per formare un’anatomia distorta che non può più costituire un corpo. Ciò nonostante, Rama si spingerà fino a definire questi lavori non-figurativi come autoritratti. Un percorso, dunque, interessante quello della mostra torinese che racconta come Carol Rama abbia visto l’arte come un modo per esorcizzare inquietudini esistenziali e paure. Lei stessa diceva, infatti, «la mia sicurezza esiste solo davanti a un foglio da riempire. Il lavoro è l’unico modo di togliermi le paure. La mia trasgressione è la pittura».

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Carol Rama, Nonna Carolina, 1936. Acquerello su carta, 24 x 35 cm. Proprietà della Fondazione per l'Arte Moderna e Contemporanea-CRT in comodato presso la Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea, Torino e presso il Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea, Rivoli-Torino. Photo: Roberto Goffi, Torino; [fig. 2] Carol Rama, La macelleria, 1980. Tecnica mista su tela, 120 x 120 cm. Collezione privata; [fig. 3] Carol Rama, Lusinghe, 2003. Tecnica mista e incisione su carta foderata, 25 x 35 cm. Collezione Charles Asprey, Londra. Photo: Andy Keate; [fig. 4] Carol Rama, Appassionata, 1940. 41.5 x 30.5 cm, Acquerello e matita su carta. Fondazione Guido ed Ettore De Fornaris - GAM – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino

Informazioni utili 
La passione secondo Carol Rama. GaM - Galleria civica d’arte moderna e contemporanea, via Magenta, 31 – Torino. Orari: martedì – domenica, ore 10.00-18.00; chiuso lunedì | la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso: € 10,00, ridotto € 8,00. Informazioni: tel. 011. 4429518 o gam@fondazionetorinomusei.it. Sito internet: www.fondazionetorinomusei.it. Fino al 5 febbraio 2017. 

venerdì 2 dicembre 2016

Paolo Venini e la sua fornace in mostra a Venezia

È dedicata a Paolo Venini (1895-1959) la nuova mostra del progetto «Le stanze del vetro», ideato dalla Fondazione Giorgio Cini di Venezia con Pentagram Stiftung. Fino al prossimo 8 gennaio lo spazio espositivo sull’isola di San Giorgio Maggiore ospita trecento opere uscite dalla fornace dell’imprenditore milanese di nascita e muranese d’adozione, che ha scritto nel Novecento un’importante pagina della storia del vetro italiano e internazionale, in compagnia di artisti come Tyra Lundgren, Gio Ponti, Riccardo Licata, Ken Scott, Massimo Vignelli e Tobia Scarpa.
Paolo Venini, dopo una prima esperienza con Giacomo Cappellin nella V.S.M. Cappellin Venini & C. (1921-1925), fondò nel 1925 la vetreria V.S.M. Venini & C. con Napoleone Martinuzzi e Francesco Zecchin. Divenuto in seguito presidente della società, operò instancabilmente come grande regista e direttore della ditta fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 1959. Nel corso di quarant’anni di attività si avvalse della collaborazione di grandi artisti come lo scultore Napoleone Martinuzzi, gli architetti Tomaso Buzzi e Carlo Scarpa e il designer Fulvio Bianconi. Ma Paolo Venini, imprenditore colto e interessato sia ai fermenti artistici coevi sia alle esigenze del mercato internazionale, intervenne anche come ideatore di nuove serie di vetri, avvalendosi del proprio ufficio tecnico e contribuendo all’articolato catalogo della vetreria che vide comunque l’intervento di più autori.
Grazie a un attento lavoro di ricerca, la mostra veneziana, con il relativo catalogo edito da Skira, documentano la produzione nata da specifiche scelte di Paolo Venini che hanno portato ad esempio, a serie come i vetri Diamante in cristallo, nella seconda metà degli anni Trenta. È, però, negli anni Cinquanta che l’imprenditore si dedicò con assiduità alla creazione di nuovi vetri ottenendo un grande successo alla Triennale di Milano e alla Biennale di Venezia, ma anche nelle manifestazioni internazionali a sostegno e per la diffusione del design e dell’artigianato italiano che si tenevano sia in Europa che negli Stati Uniti.
Diversi vetri pensati da Paolo Venini nacquero da una raffinata rilettura in chiave innovativa di alcune tecniche tradizionali muranesi come quella dello zanfirico di cui vennero proposte alcune varianti soprattutto tra il 1950 e il 1954. Esemplari sono gli eleganti zanfirici (1950-51) in vetro lattimo o in versione policroma, gli elaborati zanfirici a reticello (1954), monocromi e talvolta ricchi di colore, insieme ai vetri mosaico zanfirico (1954) impreziositi dall’articolata trama bianca che risalta sulla parete colorata. Di grande effetto sono, poi, i vetri mosaico tessuto multicolore (1954), caratterizzati da un’inedita tessitura a fili policromi con tonalità delicate.
Dal 1953 vi fu una ripresa della tecnica della murrina che portò progressivamente alla nascita di ricercate tipologie di tessuto vitreo, perlopiù opaco, (a dame, mezzaluna, a puntini) eseguito con suggestivi accostamenti cromatici. Risentendo dell’influsso del design nordico, la produzione si orientò poi verso delicate monocromie associate a velature o incisioni dovute a lavorazioni a freddo che portarono alla cospicua serie dei vetri incisi (1956-57). Di grande successo, in quegli stessi anni, furono inoltre la variopinta serie di bottiglie e le coloratissime vetrate presentate alla Triennale del 1957, dove si distinsero per il notevole effetto decorativo.
Pur mettendo al centro dell’esposizione la straordinaria personalità e il ruolo di Paolo Venini, la mostra vuole illustrare anche la produzione dovuta agli autori che collaborarono con lui in maniera episodica tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta, chiamati dallo stesso Venini o giunti perché interessati alla qualità del lavoro della sua fornace. Alla metà degli anni Trenta risale la collaborazione con la ceramista svedese Tyra Lundgren (1897-1979) che, oltre ad alcuni vasi, propose un ricco bestiario di volatili, pesci, serpenti, e diverse foglie dalle fogge variegate; del Dopoguerra sono le fantasiose bottiglie, i servizi da tavola e le lampade dell’architetto Gio Ponti (1891-1979).
Nella seconda metà del XX secolo transitarono per la vetreria il designer Piero Fornasetti (1913-1988), a cui si deve un originale servizio da tavola, e il pittore di origini russe Eugène Berman (1899-1972) che creò il centrotavola «Le rovine» in vetro trasparente. L’americano Ken Scott (1918-1989) ideò una coloratissima serie di pesci stilizzati in vetro opaco realizzata per il grande magazzino americano Macy’s, mentre Charles Lin Tissot (1904-1994), anch’egli statunitense, propose originali interpretazioni della tecnica dello zanfirico.
Alle sperimentazioni del pittore Riccardo Licata (1929-2014) si deve una piccola ma fortunata serie di vetri, esposti alla Biennale del 1956, caratterizzati da una fascia di murrine di sua ideazione. Dalla metà degli anni Cinquanta anche gli architetti Massimo Vignelli (1931-2014) e Tobia Scarpa (1935) parteciparono alla vita della Venini: il primo, tra il 1954 e il 1958, si dedicò all’illuminazione e ai servizi da tavola, il secondo, tra il 1959 e il 1962, mise a disposizione la sua creatività ideando tra l’altro nuove serie in vetro murrino o battuto. I contatti con i paesi nordici, infine, portarono Paolo Venini a una breve collaborazione, interrotta dalla sua scomparsa, con la designer norvegese Grete Prytz (1917-2010), che realizzò alcuni gioielli in vetro e argento (1958-59).

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Paolo Venini, Vasi in vetro a murrine “a dame” (a scacchiera), 1953; [fig. 2] Paolo Venini, Vasi in vetro della serie "diamante”, 1934-36; [fig. 3] Paolo Venini, Vasi in vetro mosaico con “tessuto” multicolore, 1954; [fig. 4] Paolo Venini, Vasi della serie “incisi”, 1956-57

Informazioni utili
Paolo Venini e la sua fornace. Le stanze del vetro, Isola di San Giorgio Maggiore – Venezia. Oari: 10.00-19.00; chiuso il mercoledì. Ingresso libero. Informazioni: info@lestanzedelvetro.org, info@cini.it. Sito internet: www.lestanzedelvetro.org. Fino all’8 gennaio 2016.