«Fogli d'arte» è una pubblicazione identificata univocamente da un codice ISSN (International Standard Serial Number), attribuito in data 7 marzo 2008: ISSN 1974-4455. Per comunicazioni: foglidarte@gmail.com.

domenica 17 dicembre 2017

«Da un capo all’altro», a Pistoia una mostra interattiva sul viaggio

Una mostra interattiva sul tema del viaggio che crea un ponte tra due città, Pistoia e Matera, chiamate a interrogarsi sulla propria identità culturale. Si presenta così «Da un capo all’altro, ovvero nuovo atlante mobile di abitografia umana», mostra presentata dal Funaro e dal Comune di Pistoia per «Pistoia Capitale italiana della cultura 2017», in coproduzione con la Fondazione Matera Basilicata 2019, ente incaricato di curare «Matera Capitale europea della cultura 2019», e in collaborazione con il Polo museale regionale della Basilicata.
L’esposizione, a cura dell’associazione «La luna al guinzaglio» di Potenza, si terrà in luogo speciale di Pistoia, normalmente non accessibile perché oggi proprietà privata. Lungo Via Curtatone e Montanara, tra Vicolo degli Armonici e Piazzetta Mergugliese, sorge la sede dell’Accademia degli Armonici, circolo ricreativo per nobili e intellettuali, fondato nel 1785. Il primo nucleo, l’ex chiesa di Sant’Anna, conosciuta come S. Niccolao (già S. Maria in Torre), venne acquistato nel 1789 poi ampliato tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo con alcuni vani del Palazzo delle Potesterie, prospiciente Piazza dello Spirito Santo e appartenuto alla soppressa Opera di S. Jacopo. Il nome con cui viene spesso citata, «Le Stanze», deriva dalla sua organizzazione interna: una serie di vani tra loro comunicanti, ove veniva organizzato il gioco da tavolo o il biliardo e la lettura, sviluppati attorno ad un unico salone centrale, sede delle serate danzanti o dei saggi della Scuola di musica Mabellini, che qui ebbe la sede per alcuni anni dopo il 1850. L’aspetto attuale dell’edificio è frutto di un restauro completo voluto dagli Accademici, secondo stilemi di gusto neoclassico.
Il pubblico di questa mostra è chiamato ad attraversare arcipelaghi fatti di comodini, cassettiere ed armadi che custodiscono più di trecento abiti blu donati dalle persone. Quattro sono gli arcipelaghi/mobili da attraversare e ognuno è dedicato a una fase del viaggio: «Da lontano», «Corpo a corpo con i luoghi», «La risacca del ricordo» e «La comprensione».
Per poter passare da un arcipelago all’altro bisogna aprire ante e cassetti e, leggendo le etichette che li accompagnano, interagire con gli abiti in essi custoditi, per vivere stupori, piccole meraviglie e accedere a micro mondi poetici che raccontano la bellezza dell’Altro e dell’Altrove.
Alla fine del percorso i viaggiatori potranno timbrare la propria carta di viaggio (fornita all’ingresso).
Chi partecipa è invitato ad attraversare con i suoi sensi la «geografia» del vestito, osservandolo, infilando la mano in una tasca oppure aprendo una zip, sbottonando un bottone, guardando in un cappuccio.
Attraverso azioni così familiari e quotidiane i capi «si attivano»: luci, suoni, venti, illusioni ottiche che raccontano il fascino, la paura, la voglia, lo stupore del viaggio, le emozioni e le sensazioni che tutti i corpi in transito hanno provato almeno una volta nella vita.
Ogni abito si manifesta come un raccoglitore di esperienze, una tessitura tra luoghi, uomini e culture.
«Da un capo all’altro» invita a mettersi in relazione con i vestiti utilizzando paradossalmente l’intimità dell’arredo domestico e dell’abbigliamento, per parlare dell’esperienza del viaggio, quella che più di tutte mette l’uomo in dialogo con l'Altro.
In questo capovolgimento, gli abiti danno vita a dei mondi interattivi poetici, intimi e delicati, divertenti e dinamici, vestendo nuove ed inedite trame di senso. Allo stesso modo, i mobili sono realmente mobili: perdono la loro fissità e si circumnavigano a tutto tondo come isole nello spazio espositivo, avendo la particolarità di poter essere aperti ed esplorabili da più lati.
La mostra offre, inoltre, spunti per l’approfondimento scientifico, dando la possibilità di indagare il corpo umano in maniera interattiva. Questo è possibile grazie a una app, che dà accesso ai contenuti speciali denominati «Scampoli di scienza e geografia».
Puntando il proprio smartphone su alcuni abiti ed inquadrando le costellazioni ricamate su di essi, è possibile fare un viaggio nel mondo attraverso le parti del corpo e sotto un cielo di costellazioni immaginarie dedicate ad oggetti quotidiani: l’abito con la «costellazione della collana» racconta, ad esempio, come è fatto e a cosa serve il collo e ci porta poi in Thailandia tra le donne Kaian, la «costellazione del pallone» racconta curiosità sui muscoli delle gambe facendoci viaggiare nell’antica Grecia e i suoi Giochi Olimpici.
La mostra «Da un capo all'altro» è l'esito di un percorso che, partendo dai grandi temi del dossier di candidatura di Matera 2019, ha voluto esplorare argomenti universali come il viaggio, ma anche difficili come quelli dell’emigrazione.

Informazioni utili 
«Da un capo all’altro, ovvero nuovo atlante mobile di abitografia umana». Le Stanze, via Curtatone e Montanara, 14 – Pistoia. Orari: da martedì a venerdì, ore 16.30 - 19.30; sabato e festivi, ore 10.00 - 13.00 e ore 16.30 - 19.30; chiuso il lunedì e nelle giornate del 23, del 27 dicembre e del 1° gennaio. Ingresso libero. Informazioni: cell. 347.9315416. Sito internet: www.dauncapoallaltro.eu. Fino al 7 gennaio 2018.

venerdì 15 dicembre 2017

Le «Memorie triestine» di Leonor Fini in mostra a Bruxelles

È Bruxelles la prima tappa di un ciclo espositivo dedicato a Leonor Fini (Buenos Aires 1907 - Parigi 1996), artista argentina di nascita e triestina d’adozione, conosciuta come una delle più importanti, significative e raffinate rappresentanti del Surrealismo, autrice di un linguaggio molto personale e pervaso d’inquietudine, assai apprezzato da critica e pubblico in un’epoca in cui non era facile per le donne operare nel campo dell’arte, a causa di molti pregiudizi.
Parigi, Laveno Mombello (Varese) e Trieste, città dove Leonor Fini crebbe e si formò, saranno le prossime tappe di questa rassegna, ideata da Marianna Acerboni per festeggiare i centodieci anni dalla nascita dell’artista.
L’esposizione -che si avvale di un allestimento introspettivo, nel quale le opere avvolte nella penombra della sala sono illuminate da fasci di luce- allinea in tutto un’ottantina di lavori, tra cui undici quasi totalmente inediti, che provengono dalla collezione della cugina triestina Mary Frausin.
La mostra presenta, inoltre, una collezione di trentadue opere su carta, in buona parte fuori commercio o prove d’autore inedite, donate all’amico triestino Giorgio Cociani, con il quale Leonor Fini intrattenne per quasi vent’anni una corrispondenza fatta di telefonate quotidiane, lettere e cartoline inedite e al quale l’artista era unita dalla comune passione per i gatti, motivo ispiratore di sue svariate opere.
Questi lavori sono in mostra accanto a rari libri d’arte e a sei affiches di importanti mostre personali realizzati dalla pittrice in Europa, oltre ad alcuni suoi vestiti appartenuti, tra cui una preziosa cappa da sera in pelliccia molto evocativa della sua personalità.
Sono, inoltre, presenti lungo il percorso espositivo lettere di Arturo Nathan e di Gillo Dorfles a testimoniare simbolicamente le affinità elettive tra questi tre artisti, la pittura introspettiva e visionaria che li accomunava e la loro grande amicizia, oltre a offrire un quadro dell’intellighenzia e dell’arte triestina che ruotavano intorno alla Fini in quegli anni di formazione, rimasti fondamentali nell’elaborazione del suo fare artistico.
A completare il percorso è un video realizzato dalla curatrice, che raccoglie una sintesi delle testimonianze e interviste inedite ad amici e conoscenti triestini dell’artista, tra i quali Gillo Dorfles, Daisy Nathan, Giorgio Cociani, Eligio Dercar (gallerista di riferimento della Fini a Trieste).
Immaginifica, enigmatica, sensuale e trasgressiva, ribelle, anticonformista e per certi versi ambigua, la Fini era dotata di un poliedrico ingegno creativo.
Oltre che pittrice, fu, infatti, dagli anni Quaranta, illustratrice di più di cento testi, tra cui quelli di Edgar A. Poe e del marchese de Sade, considerato un nume tutelare dei surrealisti. Ma fu anche disegnatrice, incisore, scrittrice e, tra gli anni Quaranta e Sessanta, scenografa e costumista per il cinema e per il teatro a Milano, Roma, Parigi e Londra.
Protagonista del panorama culturale del Novecento e considerata per certi versi uno dei capiscuola del Surrealismo, l’artista ebbe una carriera lunga e straordinariamente fortunata, costellata di eventi e relazioni importanti, che hanno fatto di lei una sorta di icona.
Cantata da Eluard e ritratta, tra gli altri, da Man Ray, Cartier Bresson, Cecil Beaton e Richard Overstreet, ha ispirato numerose biografie, tra le quali l’ottimo saggio «Leonor Fini ou les metamorphoses d’une oeuvre» (1996) di Jocelyne Godard.
Visse per oltre cinquant’anni a Parigi, ma deve molto alla città di Trieste, dove fu portata nel 1908 dalla madre, Malvina Braun, appartenente a una colta famiglia della borghesia intellettuale triestina, in fuga da Buenos Aires, e dal marito argentino di origini beneventane, dalla dubbia personalità. Qui la Fini si formò artisticamente nei primi vent’anni della sua vita nel fervido e vivace milieu culturale della Trieste dell’epoca, sospeso tra pensiero mitteleuropeo e suggestioni italiane, a contatto con personalità di livello internazionale.
Arturo Nathan, Gillo Dorfles, Leo Castelli, Umberto Saba, Italo Svevo e Bobi Bazlen, il grande traghettatore in Italia della letteratura dell’Est europeo in lingua originale, sono solo alcuni degli artisti, letterati e intellettuali, che lei frequentò nei primi vent'anni della sua vita e che influirono molto sulla sua formazione concettuale ed estetica, oltre che sulla sua forma mentis internazionale.
Approdata in Francia negli anni Trenta, l’«l’italienne de Paris» (questo era l’appellativo con cui era conosciuta Oltralpe) ebbe l’occasione di esporre assieme a celebri artisti come Salvador Dalì, Max Ernst e Meret Oppenheim alla mostra inaugurale della Galerie Drouin che il gallerista Leo Castelli (triestino, di origine ungherese) aveva appena aperto nella capitale francese con l’architetto Renè Drouin.
Sempre a Parigi l’artista conobbe e frequentò personaggi storici quali il fotografo Henri Cartier-Bresson, lo scrittore e poeta Jules Supervielle e Max Jacob, pittore e critico amico di Picasso, Braque, Cocteau e Modigliani.
La sua pittura, sofisticata e a volte sottilmente torbida, è nota per essere pervasa di elementi magici e simbolici. L’ibrido, il doppio, il duplice, palesati attraverso apparizioni e sfingi sono alcuni dei temi che compaiono nei suoi quadri, ascrivibili agli anni a cavallo tra i Trenta e i Quaranta. In questo periodo fanno la loro comparsa anche sofisticate citazioni dei grandi del Quattrocento e del Cinquecento italiano come Tiziano, Arcimboldo e il suo maestro ideale Piero della Francesca.
Dopo la parentesi romana, in cui era divenuta la ritrattista per eccellenza del bel mondo, la Fini approcciò le figure minerali, in una tensione verso il rinnovamento e la modernità che sfociò negli anni Sessanta in una produzione molteplice, spesso connotata da suggestioni preraffaellite e di gusto floreale. Alla fine degli anni settanta subentrò in lei una maturità creativa inquieta, ispirata a tematiche nordiche: raffinatezza, mistero, eros galleggiavano in atmosfere oppressive e oscure.
Fil rouge della sua creatività, il complicato rapporto uomo-donna, spesso interpretato da una figura femminile, sovente con l’aspetto di una sfinge e con il volto dell’artista, che domina un maschio debole e androgino.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Leonor Fini a Parigi, Anni `60. Collezione privata, Trieste; [fig. 2] Leonor Fini, Figura con gatto, Anni `70. Litografia, 74x52 cm. Coll. Giorgio Cociani, Trieste; [Fig. 3] Leonor Fini, Luna, 1982. Olio su tela, 73x60 cm. Collezione privata, Trieste; [fig. 4] Elegante cappa da sera di breitschwanz con bordo in faina appartenuta a Leonor Fini, 2017. Pezzo fotografato sullo sfondo di Trieste. Coll. Giulietta Frausin, Trieste; [fig. 5] Leonor Fini, Ballerina al banco, Anni `60. Aquerello, 40x60 cm. Coll. Giulietta Frausin, Trieste 

Informazioni utili 
Leonor Fini. Memorie triestine. Istituto Italiano di Cultura (IIC), Rue de Livourne, 38 - 1000 Bruxelles. Orari: lunedì – venerdì, ore 9.30-13.00 e ore 14.30-17.00. Ingresso libero. Informazioni: tel + 32 (0)25332720. Sito internet: www.iicbruxelles.esteri.it. Fino al 5 gennaio 2018

mercoledì 13 dicembre 2017

«In miniatura», al Fai «piccolo è bello»

La storia dei modelli in miniatura di edifici e oggetti d’uso comune ha origini lontane. I primi risalgono, infatti, alla Cina del 2000 a.C., alla Mesopotamia, all’Egitto e all’età romana. I modelli di mobili fioriscono, invece, dall’epoca rinascimentale, con l’affermarsi in Europa delle Corporazioni dei mobilieri, maestri d’arte al servizio di nobili e mercanti. Nascono così esemplari straordinariamente precisi in ogni dettaglio, nei materiali e nelle decorazioni: nulla li distingue dall’opera finita, se non la dimensione; rispetto ai mobili finiti, però, questi modelli hanno il vantaggio di materializzare l’idea creativa, la prima ispirazione, avvicinandosi alla produzione d’arte tanto quanto il lavoro artigiano.
Prove d’artista, capi d’opera, oggetti di campionario, soprammobili, pezzi da collezionista, esercizi di stile per artigiani e giocattoli si diffondono nel tempo e nello spazio con finalità differenti, ma con una caratteristica comune: l’utilizzo del legno quale materiale.
Agli oggetti in miniatura è dedicata la mostra promossa dal Fai – Fondo per l’ambiente italiano negli spazi di Villa Necchi Campiglio, nel cuore di Milano.
La rassegna, ideata da Angelica Guicciardini, allinea oltre duecento preziosi modelli in legno di mobili antichi e moderni in miniatura provenienti da diverse collezioni private, da archivi e musei.
Si tratta di oggetti d’antiquariato e non solo, sorprendenti per la fine lavorazione dei dettagli, i materiali, i decori e la varietà tipologica, che forniscono una panoramica sulla storia dell’arredo tra XVII e XX secolo.
Tra le opere esposte si trovano prove d’artista o d’esame per gli ebanisti nel Settecento, pezzi da «campionario» da mostrare ai clienti nell’Ottocento o curiosi oggetti in miniatura da collezionare, talvolta destinati a case di bambola.
Cassettoni, madie, sedie, armadi, dormeuse, tavoli e toelette sono affiancati e messi a confronto e in dialogo con gli arredi e gli spazi della villa progettata da Piero Portaluppi, sintesi di creatività, modernità e cura del dettaglio tipica dello stesso fare artigianale.
La mostra è anche l’occasione per ragionare sul «modello» come strumento di lavoro nel XX secolo: con l’affermarsi dell’industrial design, gli artigiani -a metà tra fare artigianale e pensiero industriale- lavorano fianco a fianco con i designer per concretizzare l’idea progettuale.
A memoria di questo importante momento storico per il design italiano, la mostra accoglie alcuni pezzi dei più famosi ebanisti moderni milanesi – al servizio dei più grandi designer del Novecento, tra cui Aulenti, Castiglioni, Nizzoli e ZanusoGiovanni Sacchi e Pierluigi Ghianda: a quest’ultimo sarà dedicato anche lo spazio del sottotetto in un allestimento, curato dall’architetto Lorenzo Damiani, che vuole riprodurre e rievocarne la bottega storica. Qui sarà possibile vedere campioni di essenze, quaderni di appunti, modelli e disegni messi a disposizione dalle figlie del grande ebanista per il pubblico.
Diversi modelli di Sacchi, invece, grazie al prestito della Triennale di Milano, saranno in esposizione negli ambienti di lavoro della villa –gli office di servizio e la stireria– a sottolineare quanto il suo lavoro abbia contribuito a rispondere alle esigenze dell’uomo, fine ultimo del design.

Informazioni utili 
«In miniatura». Villa Necchi Campiglio, via Mozart, 14 -Milano. Orari: da mercoledì a domenica, dalle ore 10.00 alle ore 18.00. Ingresso con visita alla villa: intero € 12,00; ridotto (Ragazzi 4-14 anni) e Iscritti FAI, € 4,00. Informazioni: tel. 02.76340121 o fainecchi@fondoambiente.it Sito internet: www.inminiatura.it. Fino al 7 gennaio 2018.

lunedì 11 dicembre 2017

Markku Piri e il design finlandese in mostra a Venezia

«Sono un artista e un designer. Mi affascinano le meraviglie della natura e dell’architettura, lo spazio e la luce, i colori e i materiali, gli ideali di bellezza che cambiano nel tempo, gli ornamenti, la lingua e i significati delle forme che dialogano attraverso le epoche». Così il designer e pittore finlandese Markku Piri (1955) parla del suo lavoro scelto per celebrare il centenario dell’indipendenza della Finlandia in Italia. Dopo essere stata esposta al Palazzo Medici Riccardi di Firenze e al Museo Carlo Bilotti di Roma, la rassegna giunge a Venezia, negli spazi della Sala Brandolini al Museo del vetro.
Profondamente affascinato dall’Italia, l’artista si è lasciato ispirare dai luoghi e dai materiali per creare, con il suo stile sicuro ed eclettico, una serie di opere dove appare evidente la contaminazione culturale e artistica che mescola il gusto della natura e dei colori con la ricchezza delle forme e dei linguaggi.
Si tratta in tutto di una novantina di pezzi, tra vetri, stoffe, serigrafie, dipinti, che vanno dalle piccole sculture alle installazioni di grandi dimensioni. Di questa collezione fanno parte anche opere realizzate dai maestri vetrai muranesi, con i quali Markku Piri lavora da anni, dove il dialogo fra colori e forme rielabora suggestioni arcaiche che lo hanno suggestionato durante i suoi viaggi e le sue ricerche storico-artistiche.
Nel suo lavoro Piri tende a raggiungere una perfetta armonia estetica progettando e realizzando i suoi vetri con la massima attenzione ai minimi particolari, nell’intento di esaltare le potenzialità estetiche del materiale d’adozione. Nascono così creazioni artistiche in vetro composte da oggetti unici e piccole serie di sculture realizzate insieme ai rinomati maestri muranesi Pino Signoretto, Gambaro &Tagliapietra, Simone Cenedese e Gianni Seguso, ma anche con i soffiatori della cooperativa finlandese Lasismi.
L’arte di plasmare il vetro rappresenta una lunga e solida tradizione in Finlandia, che ne ha reso famoso il design a partire dagli anni ’50. Tradizione di cui Piri si fa portatore, continuando con le sue ricerche questa memoria e immergendosi nei segreti del vetro, materiale affascinante che unisce in maniera magica la luce, il colore e la tridimensionalità.
Il filo rosso dell’esposizione, che vede la curatela di Ritva Röminger-Czako, è proprio quello di creare un dialogo fra le sculture in vetro tridimensionali e le opere d’arte bidimensionali, come nel caso delle serigrafie della serie «Shadow Dances», che dialogano con i vasi in vetro della collezione «Raggi di Sole» realizzati a Murano dal maestro Simone Cenedese; lo stesso vale per i dipinti e i tessuti, in un rapporto che coinvolge l’architettura, la natura e lo spazio, in un elaborato gioco di colori e di rifessi.
La mostra prevede un’installazione particolare nel dialogo tra forme e colori con «perle giganti» realizzate in collaborazione con Pino Signoretto, che formando un filo di cinque metri, richiamano la tradizione delle perle di vetro veneziane, di cui il museo ospita un’importante collezione e ancora, le sculture di vetro in colori sfumati chiamate «Fusi Orari», realizzate con il maestro Matteo Tagliapietra, trovano valore nelle loro forme classiche, nelle caratteristiche trasparenti, opache, traslucide e stratificate del vetro e nelle variazioni di finitura e rifinitura offerte dal materiale. Inoltre alcune opere contestualizzano la tecnica della doppia filigrana, quale peculiarità virtuosistica muranese, all’interno della nuova concezione formale dell’artista.
La mostra presenta anche la nuova collezione di tessuti per l’arredamento realizzati dall’artista, si tratta di 10 pittoreschi modelli dedicati al centenario dell’indipendenza finlandese che cade il 6 dicembre 2017 proprio mentre l’esposizione è ospitata al Museo del Vetro. Per questo lavoro, Piri, noto anche nel campo del design tessile, si è ispirato alla natura e al cambiamento delle stagioni, di cui riesce a catturare nei suoi arazzi le diverse atmosfere.

Informazioni utili 
Markku Piri. Vetri & dipinti. Museo del vetro, Fondamenta Giustinian, 8 – Murano (Venezia). Orari: dal 1° aprile al 31 ottobre, ore 10.00-18.00; dal 1° novembre al 31 marzo, ore 10.00–17.00; la biglietteria chiude un'ora prima; aperto tutti i giorni, escluso il 25 dicembre, il 1° gennaio e il 1° maggio. Ingresso: intero € 10,00; ridotto € 7,50; biglietto scuole € 4,00. Informazioni: call center 848082000 (dall’Italia); +3904142730892 (dall’estero),info@fmcvenezia.it. Sito internet: www.visitmuve.it. Fino al 7 gennaio 2018.

sabato 9 dicembre 2017

Zhang Hong Mei in mostra al Designer Outlet di Noventa di Piave

In Veneto la moda incontra l’arte contemporanea. Il Designer Outlet di Noventa di Piave offre al suo pubblico l’occasione di confrontarsi con l’opera di Zhang Hong Mei. L’artista cinese esporrà, fino al prossimo 7 gennaio, tra i negozi della piazza principale del Centro McArthurGlen due suoi progetti: «Xi’an Warriors» e «Mental Landscapes».
Il primo progetto allinea venticinque sculture in bronzo colato che riproducono le teste dei guerrieri del famoso esercito di terracotta di Xi’an in Cina, una delle opere funerarie più celebri e grandi del mondo.
L’esercito, composto da un numero totale tra i seimila e gli ottomila guerrieri, fu scoperto da un contadino per caso nei propri campi durante i lavori di scavo di un pozzo. Gli immobili guerrieri di terracotta, armati e disposti in formazione, sono suddivisi in avanguardia, esercito e retroguardia e compongono l’esercito posto a difesa della tomba del primo imperatore cinese Qin Shi Huang, vissuto tra il 260 a.C. e il 210 a.C. La particolarità di questo capolavoro sta nel fatto che i guerrieri di Xi' an furono plasmati a grandezza reale differenziandone i tratti somatici e gli armamenti in modo tale che è impossibile, fino a prova contraria, trovarne due uguali.
Il lavoro sui guerrieri di Zhang Hong Mei avuto inizio alcuni anni fa dopo una visita ai depositi del Museo di Xi'an, dove lo sguardo dell'artista, a un esame ravvicinato degli antichi guerrieri, ha potuto scorgere ancora deboli tracce del colore originario. La disposizione di questo colore, principalmente sul viso dei guerrieri, appariva come una policromia di taglio quasi razionalista, come se Malevic o Mondrian si fossero dilettati a dipingerne alcune parti.
Questa visita e questa scoperta hanno fatto nascere in Zhang Hong Mei l'idea di rivestire i volti dei guerrieri con una seconda pelle attraverso l'uso di tessuti colorati, con forme e cromie che si ispirassero a quelle originali intuite sui volti delle antiche statue. Zhang Hong Mei dona così una vita nuova ai guerrieri, offrendo al pubblico una sorta di ritmo colorato, pop, traghettandoli nel contemporaneo e mostrando al contempo la vacuità del destino e l'incessante lavorio del tempo che tende a cancellare i segni e a rendere tutto uniforme.
L’altro lavoro esposto, «Mental Landscapes», si compone di cinque lavori di dimensioni importanti (3 metri x 1,5), accompagnati da alcuni schizzi preparatori. Già apprezzato alla cinquantaseiesima edizione della Biennale di Venezia, questo lavoro ci rimanda alla riflessione di Zhang Hong Mei sulle fattezze del mondo: nuove forme e nuovi punti di vista su cui soffermarsi e a cui ispirarsi per la sua arte. Che siano vedute metropolitane o cieli nuvolosi, tutto viene trasformato da uno spirito di osservazione che spazia senza sosta alla ricerca di elementi che poi diventano paesaggi immaginati o forme dall'aspetto vagamente arboreo.
Tutto questo la porta ad un lavorio mentale incessante, teso alla creazione di nuove forme e nuovi punti di vista su cui riflettere e ispirarsi, per portare avanti il grande mistero della creazione artistica.
Zhang Hong Mei dimostra così che si può fare pittura con qualsiasi cosa, la cosa importante è avere un'ispirazione profonda, un senso dell'arte che a volte può lasciare stupiti e sorpresi di fronte a cose spesso difficili da comprendere al primo sguardo, ma sempre capaci di porre domande, di far incuriosire, di far riflettere.
Il progetto si completa con una scultura in marmo di Carrara, sviluppo tridimensionale dei «Mental Landscapes», anch’essa in esposizione in occasione della passata edizione della Biennale di Venezia.
La mostra, per la curatela di Vincenzo Sanfo, rappresenta un buon punto di partenza per entrare nel mondo creativo dell'artista, per indagare la sua ricerca basata da un lato sulla necessità di tramandare la storia, lo spirito e l'essenza dell'arte cinese incontrando le tecniche della tradizione popolare, dall'altro nel dare alla pittura cinese nuove possibilità, rivisitandola, riportandola in luce, utilizzando per questa sua indagine mezzi e tecniche inusuali.
Zhang Hong Mei adopera, infatti, al posto dell'olio o degli inchiostri, tessuti colorati per dipingere e creare quegli effetti che evocano appunto le tecniche della tradizione cinese, dalla pittura ad inchiostro alle carte ritagliate. I suoi lavori, sempre più ricercati da collezionisti attenti e preparati, sono un chiaro esempio di come l'arte cinese contemporanea sappia uscire da schemi prefissati e ormai superati dalla storia dell'arte per imboccare nuove strade e nuovi percorsi.

Informazioni utili 
www.mcarthurglengroup.com 

giovedì 7 dicembre 2017

Orologi, porcellane e reperti archeologici: nuove collezioni al Museo Poldi Pezzoli di Milano

Il museo Poldi Pezzoli di Milano è un po’ più grande. Rispettando le volontà testamentarie di Gian Giacomo Poldi Pezzoli, che più di centotrent’anni fa chiedeva di continuare ad arricchire il patrimonio artistico da lui donato alla città, la collezione meneghina ha da poco tre nuove sale, collegate armoniosamente al cuore storico del museo, il Salone dorato, attraverso un corridoio di grande impatto scenografico.
Questo «cannocchiale visivo» suggerisce il percorso di visita guidando il pubblico alla scoperta degli ambienti appena inaugurati, la cui realizzazione è stata resa possibile grazie a una donazione di Mario e Carmen Franzini e all’esecuzione tecnica di Luca Rolla e Alberto Bertini; l’impianto di illuminazione si deve, invece, a Ferrara Palladino Lightscape.
Nel nuovo allestimento, visibile dallo scorso 24 novembre, c’è spazio anche per la Galleria dei ritratti, uno spazio, questo, degno di un palazzo nobiliare quale era quello di Gian Giacomo Poldi Pezzoli. Qui, uno dopo l’altro, si susseguono i volti dei personaggi del Sei e Settecento appartenenti alla collezione permanente.
Il nuovo percorso inizia con l’esposizione di un’eccezionale collezione di orologi da persona provenienti da un’importante raccolta privata milanese che offre una panoramica dell’evoluzione tecnica e artistica dell’orologio dal XVI al XX secolo e permette al pubblico di ammirare la varietà delle tecniche di oreficeria e di smaltatura applicate alla decorazione delle casse.
Con questa acquisizione, la collezione di orologi del Museo Poldi Pezzoli diventa così una delle più importanti al mondo, alla pari di quelle del Louvre di Parigi, del Metropolitan Museum of Art di New York e del Musée d’art et d’histoire di Ginevra.
Proseguendo, nella seconda sala, grazie alla generosità di Rossella Necchi-Rizzi e Orazio Carandente, è possibile godere di una raccolta di reperti archeologici, costituita da un significativo nucleo di ceramica apula del IV-III secolo a.C., testimonianza della storia del gusto e delle tendenze del collezionismo europeo che tra Otto e Novecento si sviluppò tra monarchi, aristocratici e la nascente borghesia.
Infine, nella Galleria dei Ritratti è esposta, in dialogo con i dipinti dello stesso periodo qui accolti, la collezione di porcellane europee del XVIII secolo, donata dagli eredi di Guido e Mariuccia Zerilli-Marimò. La nuova sala consente così al pubblico un’immersione nella produzione artistica settecentesca di grande fascino. Le porcellane rappresentano, con pezzi di notevole rilievo, tutte le principali manifatture europee attive nel Settecento, tra le quali spiccano, per qualità e importanza, le opere realizzate a Meissen. Per l’occasione e per la prima volta dopo molti decenni, i tre vasi bianchi della raccolta, che facevano parte di una garniture de cheminée inviata nel 1725 da Augusto II a Vittorio Amedeo II di Sardegna, sono eccezionalmente riuniti ad altri due provenienti dallo stesso gruppo, conservati presso il Palazzo Reale di Torino.
A queste nuove collezioni, che dialogano in grande armonia con quelle già presenti nel museo, si affiancano altre opere giunte recentemente in donazione e finalmente accolte in ambienti più ampi e adeguati. Tra queste, piacevolmente inaspettato, il contributo di Omar Gallianiche nel 2011 ha donato l’opera «A contatto»: uno degli esempi di relazione che l’arte contemporanea può stabilire con quella del passato.

Informazioni utili 
Museo Poldi Pezzoli, via Manzoni, 12 - Milano. Orari: da mercoledì a lunedì, dalle ore 10.00 alle ore 18.00. Ingresso: intero € 10,00, ridotto € 7,00. Sito internet: museopoldipezzoli.it.

martedì 5 dicembre 2017

«Splendida Persia», gemme, preziosi, oro e gioielli tra passato e futuro

Iran e Italia, tradizioni millenarie e linguaggi contemporanei che si fondono nell'emozione di un viaggio alla scoperta del gioiello: si presenta così «Splendida Persia», la mostra che Bianca Cappello e Sogand Nobahar hanno curato per il Museo del Bijou di Casalmaggiore , spazio museale in provincia di Cremona, fondato nel 1986, che ospita oltre ventimila pezzi di bigiotteria, dalla fine dell’Ottocento alle soglie del nuovo millennio.
La rassegna, visibile fino al prossimo 28 gennaio, allinea, per la prima volta nel nostro Paese, un’esclusiva selezione di gioielli appartenenti alla storia della Persia e all'influenza del suo magico fascino nell'oreficeria iraniana contemporanea, rilevandone anche l’eco che hanno avuto nella bigiotteria italiana dagli anni Sessanta a oggi.
Il percorso della mostra, del quale rimarrà documentazione grazie a un catalogo pubblicato dalle edizioni Universitas Studiorum, si apre con un prezioso nucleo di gioielli e perle antiche provenienti dalla regione dell’antica Mesopotamia, espressione, con i loro simboli e i suoi materiali, della variegata e millenaria tradizione persiana.
Tra i pezzi che stupiscono maggiormente per la propria fattura si segnalano una collana in corniola incisa, proveniente dalla Bactriana, regione storica dell'Asia centro-ccidentale corrispondente in gran parte all'Afghanistan settentrionale, e realizzatra tra il_III e X secolo d.C.,  e una collana in faiance dell’epoca sasanide, ideata nell’VII secolo.
L’esposizione presenta, quindi, una selezione di gioielli contemporanei di alcuni dei principali designer iraniani, che reinterpretano i temi della tradizione persiana arabo-islamica, ma anche zoroastrica e apotropaica popolare.
Sogand Nobahar, designer che cura anche l'esposizione, presenta, per esempio, un anello e dei bracciali della serie «MyCity-Teheran», mentre Fateme SafarTalab è in mostra con le collane della collezione «Lady Pomegranate» e Nogol Zahabi con un collare Dark Blue in ricamo Termeh.
Si trovano, quindi, esposti alcuni gioielli made in Italy, creati tra gli anni Sessanta e oggi da grandi firme della bigiotteria italiana e ispirati all'iconografia, ai colori e alla poesia persiana. Carlo Zini espone un collier molto lavorato realizzato negli anni Duemila, Ornella Bijoux una collana con pietre blu degli anni Settanta,  Bozart un diadema con piumette degli anni Ottanta, Sharra Pagano dei bracciali ricchi di gemme colorate, solo per fare qualche esempio. 
Chiudono il percorso espositivo della rassegna, inserita nel progetto «Stupor Mundi - Iran», i gioielli concettuali di un gruppo di giovani studenti talentuosi del corso di Design del gioiello dell’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano che hanno realizzato opere di grande suggestione e forza vitale.
Il tour espositivo si arricchisce infine di una serie di scatti inediti tratti dal reportage documentario in Iran del fotografo Federico Wilhelm che analizza il paesaggio naturale, artistico e sociale dell’Iran contemporaneo, nel particolare e delicato passaggio dalla radicata e millenaria tradizione alla contemporaneità.

Informazioni utili
«Splendida Persia». Museo del Bijoux di Casalmaggiore, via Porzio, 9 - Casalmaggiore (Cremona). Orari: da martedì a sabato, ore 10.00-12.00 e ore 15.00 - 18.00; domenica e festivi, ore 15.00- 19.00; chiuso a Natale e Capodanno. Ingresso: intero € 3,00; ridotto € 2,50, gratuito per le scolaresche, i possessori dell'Abbonamento Musei Lombardia e, per tutti, la prima domenica del mese. Informazioni e prenotazioni:  tel. 0375.284424 (Ufficio Cultura del Comune), info@museodelbijou.it. Sito web: www.museodelbijou.it. Fino al 28 gennaio 2018. 

domenica 3 dicembre 2017

Aligi Sassu e l’arte sacra: Silvana editoriale pubblica il catalogo ragionato

«Aligi Sassu credeva sinceramente in Dio, in un essere, superiore a noi tutti, che domina le sorti del mondo». Così Alfredo Paglione parla del rapporto che l’artista milanese, di padre sardo e madre emiliana, ebbe con il sacro. A questo argomento è dedicato l’ultimo libro curato dal gallerista e mecenate di Tornareccio (Chieti): «Aligi Sassu-Catalogo ragionato dell’opera sacra» (45 euro, edizioni Silvana, 288 pagine riccamente illustrate).
All’interno del pregevole volume sono presenti, oltre a cinquecento tavole a colori, saggi e contributi di Antonio Paolucci, Gianfranco Ravasi, Antonello Negri, Elena Pontiggia, Giuseppe Bonini e Bruno Forte.
Aligi Sassu, per usare le parole di Ludovico Ragghianti, «ha significato, senza clamore, nella sua vicenda, l’infinita potenza dell’uomo di aggiungere sempre nuove e incancellabili verità di poesia alla vita e alla storia».
Conosciuto e amato in tutto il mondo, l’artista milanese è stato uno dei protagonisti del rinnovamento della pittura italiana assieme agli artisti del gruppo milanese di Corrente, da Treccani a Cassinari, da Morlotti a Guttuso.
In questo clima culturale, Aligi Sassu ha maturato il proprio linguaggio figurativo, segnato dalla propria coscienza di antifascista e di militante della Resistenza, che gli ha fatto vivere in prima persona il dramma della detenzione per il reato di cospirazione politica mediante associazione.
La sua pittura nasce da un’esigenza etica di libertà espressiva che si realizza attraverso un uso straordinariamente libero del colore come elemento costitutivo della stessa forma. Questa attenzione alla forza espressiva dei soggetti raffigurati e all’acceso cromatismo ne hanno fatto un artista molto amato dai grandi protagonisti del suo tempo, da Sandro Pertini, suo grande amico, a Paolo VI, suo estimatore, per giungere a Salvatore Quasimodo.
In ambito sacro, Aligi Sassu si accostò a due temi: la deposizione e la crocifissione. Il suo Cristo Crocifisso e il suo Cristo deposto sono simboli della sofferenza di tutti gli uomini che hanno vissuto a cavallo tra i due eventi bellici. In queste figure si ravvisano i sentimenti dei partigiani e di tutte le persone comuni colpite da un fato collettivo che porta con sé dolore, fame, privazioni, morte.
Dal punto di vista più strettamente pittorico il pittore declina queste opere su un piano visivo decisamente caratterizzato dal colore, quella cifra stilistica che gli è propria e che ha reso grande la sua pittura. Le figure sono chiuse in se stesse, attraversate dalla cupa ombra dell’angoscia e della sofferenza.
L’artista milanese fu anche il solo artista che nel Novecento dipinse opere aventi come tema il Concilio di Trento. Il consesso tridentino è un’altra testimonianza del «credente» Aligi Sassu, così come scrive in catalogo il cardinale Gianfranco Ravasi, che ebbe con l’artista un lungo incontro umano e spirituale.
Va ricordato che Aligi Sassu era conosciuto per le sue idee politiche, era un uomo del suo tempo, affacciato sui grandi cambiamenti e sulle grandi ideologie politiche dell’epoca che, per la prima volta, attraversavano il mondo a grande velocità. Ma l’artista era comunque figlio di una cultura e di una tradizione cattolico-cristiana, la cui impronta conviveva perfettamente in un alveo di pensiero di fine intellettualità. Quella stessa raffinata intellettualità che si ritrova in tutte le sue opere, e in particolare in quelle sacre, dove la sua visione delle cose, del mondo e della società, trovano spazio ed espressione comune sulla tela che rappresenta un soggetto sacro ma grida il dolore dell’uomo.
Le ragioni per conoscere l’opera sacra di Sassu non sono solo artistiche o culturali; l’artista ha saputo, così come tutti i grandi hanno fatto, lasciarci una grande eredità su cui riflettere. L’eredità è quella visione che in opere come la «Deposizione» del 1932, vede per la prima, e ultima volta, un fanciullo nel consesso della pietas di coloro che accolgono il corpo del Cristo deposto dalla croce. Questo giovane che quasi si nasconde, con il quale forse l’artista voleva lasciarsi un’immagine di speranza e di futuro, è al centro della scena ed è in piena contrapposizione con il corpo di Cristo abbandonato nell’inconsistenza della morte.
«A questo fanciullo, e in senso lato a tutti i giovani, – racconta Alfredo Paglione- è dedicato il volume, nella speranza che loro sappiano leggere nell’arte una delle essenze principali della vita».

Informazioni utili
«Aligi Sassu-Catalogo ragionato dell’opera sacra». Curatore: Alfredo Paglione. Casa editrice: Silvana editoriale, Cinisello Balsamo (Milano). Formato: 24 x 28 cm. Pagine: 288. N. illustrazioni: 500. Rilegatura: Brossura con alette. Anno pubblicazione: 2017. ISBN/EAN:9788836637706. Prezzo: 45,00 Euro. Presentazione: 8 gennaio 2018, ore 11 – Milano, Accademia di Brera

venerdì 1 dicembre 2017

«Cantierememoria», a Milano le arti raccontano la Costituzione

Arte, teatro, musica, cinema e laboratori didattici per riflettere sulla Costituzione e sull’articolo 9, quello dedicato al diritto alla promozione e allo sviluppo della cultura: si presenta così «Cantierememoria», l’iniziativa in programma dal 3 dicembre al 6 gennaio a Milano, alla Casa della memoria, per la curatela di Maria Fratelli e Andrea Kerbaker.
A inaugurare il cartellone, intitolato «I diritti non sono acquisiti una volta per tutti», sarà la mostra fotografica «Il paesaggio dei diritti. Fotografare la costituzione», curata da Maddalena D’Alfonso e ideata a partire da un progetto sviluppato durante il corso di Storia e critica della fotografia per l’architettura del Politecnico di Milano.
«A partire dal riconoscimento del legame tra spazi e diritti, peculiare dello spazio pubblico europeo, ogni studente -raccontano gli organizzatori- ha ideato un progetto fotografico documentale e autografo, in cui diversi articoli della costituzione che rappresentano i valori della società civile, sono stati messi in relazione con alcuni luoghi dello spazio urbano – e non – di Milano, teatro della vita della comunità».
L’esposizione, allestita al pianoterra, vede l’esposizione di sedici lavori fotografici e sarà accompagnata dal lavoro del writer Tazzletter che animerà gli spazi della Casa della Memoria scrivendo i primi dodici articoli della Costituzione in un grandewall. Dal 13 dicembre sarà, inoltre, possibile ammirare una mostra di Käthe Kollowitz, a cura di Renato Galbusera, che si interroga sulla figura dell’artista e sul suo ruolo sociale, lasciando un messaggio alle generazioni future.
Anche la programmazione dedicata al teatro è ricca. Ad aprire il cartellone sarà «Hotel Lausanne» (6 dicembre) di Chiristian Gallucci e Anna Sala, che racconta la storia di due sosia di Hitler e Marilyn Monroe che trovano la loro ragion d’essere nel recitare quei personaggi in una sorta di Museo delle Cere, in cui si scoprirà tutta la fragilità umana. Si continua, poi, con «Gli Scavalcamontagne» (14 e 15 dicembre) di Marco M. Pernich, in cui viene raccontata la storia dell’Italia Unita dal 1861 al 2011 attraverso la storia di una compagnia teatrale. Spazio, quindi, allo spettacolo «La guerra del sipario. Atto unico per baracca e burattini» (19 dicembre) di Gigio Brunello e Gyula Molnar, che ha come protagonisti Mario e Linda, due burattini costruiti per uno spettacolo mai andato in scena, felici di vivere dietro il sipario con il loro cagnolino Peluche, finché un giorno il sipario scompare e loro dovranno lottare per la loro sopravvivenza tra straniamento, passione e ironia. A chiudere il cartellone sarà lo spettacolo «Il Paese delle facce gonfie» (20 dicembre) di Paolo Bignami, che fa rivivere in maniera metaforica e potente il dramma di Seveso, evocandone la memoria e il significato come fondamento per una riflessione più ampia sull’oggi e sul domani.
La programmazione teatrale darà spazio anche ad attori non professionisti con tre spettacoli di giovanissimi: il 4 dicembre sarà la volta degli studenti del liceo Vittorini con «Una recita italiana», spettacolo nel quale rappresentano una compagnia teatrale che mette in scena il dramma di Eschilo Orestea e con questo racontano la storia d’Italia tra le due guerre. L’8 dicembre sarà, invece, in scena il Gruppo Copeau, laboratorio di ricerca teatrale sulla pedagogia dell'attore adolescente di Studio Novecento, con «La Montagna dei Giganti», spettacolo che prende le mosse da Pirandello, Goethe e Pasolini per offrire uno spunto di riflessione sul teatro attraverso la prospettiva di giovani ancora immersi nella loro formazione artistica. Il 18 dicembre, infine, gli allievi di StudioNovecento rappresenteranno «Ride la Gazza nera sugli aranci», un racconto scanzonato e cialtrone degli antefatti dell’«Edipo Re», contaminato dalla tradizione del teatro popolare, che è stato segnalato come miglior spettacolo al festival Recontres Du Jeune Theatre Europeen di Grenoble.
Anche la musica, da sempre espressione profonda di rivendicazioni di diritti civili e di integrazione sociale o di richiesta di riconoscimento della propria specificità, avrà grande spazio nel programma di «Cantierememoria». Ad aprire il cartellone sarà, il 5 dicembre, la Woody Gipsy Band, giovane ma già afferma formazione jazz; il 21 dicembre sarà, invece, la volta del quartetto «I cameristi», diretto da Giovanni Scafidi, che eseguirà musiche di Schubert, Molino, Weill, Alassio, Mancini, Strauss, Piovani, Piazzolla. A seguire, il 28 dicembre, i riflettori saranno puntanti sul duo Fase Hobart che propone brani inediti e originali, riconducibili al genere etno-jazz, coniugando l’avanguardia occidentale con tradizioni musicali appartenenti a regioni lontane, anche di epoche passate. A chiudere il cartellone toccherà, invece, il 6 gennaio 2018 impegnato al pianoforte di Matteo Carminati con una selezione di brani classici, accompagnati dalla lettura dei primi dodici articoli della Costituzione affidati ai giovani allievi di Studionovecento.
Tra gli eventi in cartellone che hanno a che fare con il mondo della musica si segnala, infine, «Bagno di Gong» (26 dicembre), a cura di Mahendra Daniele Riggiardi di Gongheart: un massaggio sonoro svolto con campane tibetane, conchiglie, arpa angelica, drum tank, koshi, didjeridoo e principalmente dai Gong suonati dal vivo, che permette a grandi e piccini di sperimentare in modo semplice ed immediato i benefici dei suoni armonici e la qualità di silenzio e ascolto che si viene a creare e che è già presente in ognuno di noi.
Sul fronte cinematografico si segnala la proiezione tutti i giorni (dal lunedì al sabato, dalle ore 10 alle ore 13) dei video documentari di memoMI, la web TV della memoria di Milano. Paola Pivi ha selezionato e ordinato una serie di filmati che parlano dei diritti, con differenti tematiche come le donne, la cultura, la salute, l’informazione, l’istruzione, la casa. Ogni domenica, invece, sarà possibile vedere il film «Bambini nel tempo» di Roberto Faenza, realizzato con filmati di RAI Teche. Il 17 dicembre è, inoltre, previsto un incontro con il giovane regista Andrea Bersani e il suo «La voce di mio fratello», «film documentario -raccontano gli organizzatori- vincitore di numerosi premi internazionali che narra la storia di Anna, cinque anni, e la sorella minore Sharon. Non hanno un fratello maggiore, ma Riccardo vive nelle storie raccontate dalla mamma e dal papà, finché dal fondo di un armadio non affiorano vecchie videocassette che permetteranno ad Anna e Sharon di vedere finalmente il fratello».
«Cantierememoria» vuole essere anche un luogo di dibattito e scambio, per questo ad affiancare l’intrattenimento ci saranno anche dei momenti di approfondimento con una serie di incontri che hanno come protagonisti personalità del mondo dell’arte, del cinema, della letteratura e del teatro. Tra gli ospiti si segnalano Fernand Garnier (9 dicembre), Salvatore Settis (12 dicembre), Franco Loi (16 dicembre).
L’11 dicembre Maurizio 'gibo' Gibertini racconterà «This arm / Disarm. Le macchine armate di Paolo Gallerani», film realizzato per Officina Multimediale e dedicato alle opere dell’artista Paolo Gallerani; mentre il 14 dicembre è in programma la tavola rotonda «Vedere la storia. La forza delle immagini attraverso cinema, televisione, archivi digitali e social network», a cura di Giovanna Milella e Maria Fratelli, con la partecipazione di Stefano Coletta (direttore RAI3), Maria Pia Ammirati (Direttore di RAITeche), Didi Gnocchi (responsabile di MEMOMI), Simona Pezzano (docente IULM), Matteo Pavesi (Direttore del MIC) e il critico cinematografico Paolo Mereghetti.
A completare il cartellone è, poi, un ricco calendario di laboratori didattici e workshop, a partire da quello dedicati ai giochi di una volta e a Modo Circus, che porterà i più piccoli nel magico mondo dei clown e dei giocolieri.

 Informazioni utili 
Cantierememoria. Casa della memoria, Via Confalonieri, 14 – Milano. Orari: Aperto tutti i giorni dalle 9 alle 21 || ore 10-14 | Proiezioni video | Ingresso libero || Ore 14-18 | Laboratori didattici e Workshop | Ingresso libero fino a esaurimento posti, consigliata la prenotazione scrivendo a info@studionovecento.com || Ore 19 | Performance teatrali, musicali e incontri | Ingresso libero. Programma completo al sito www.cantierememoria.it. Per info: info@studionovecento.com. Dal 3 dicembre al 6 gennaio 2018.

mercoledì 29 novembre 2017

Un'«Alice nel paese delle meraviglie» solidale al teatro Manzoni di Busto

Un Coniglio bianco con panciotto e orologio da taschino, un grande Bruco azzurro che fuma il narghilè, un’irosa Duchessa che culla un maialino, un Cappellaio tutto matto e una Regina di cuori con la mania delle decapitazioni: gli improbabili e surreali personaggi nati dalla penna di Lewis Carroll troveranno casa per un giorno al cinema teatro Manzoni di Busto Arsizio. Mercoledì 6 dicembre, alle ore 16 e alle ore 21, la sala di via Calatafimi ospiterà una riduzione scenica del romanzo «Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie», nuovo allestimento della compagnia «Il Nodo Teatro» di Desenzano del Garda, per la regia e la traduzione di Raffaello Malesci.
Sul palco saliranno Elisa Benedetti, Danilo Furnari, Fabio Tosato, Silvia Pipa, Giuseppe Sacco, Giorgio Mosca, Fiorenzo Savoldi, Adele Draisci, Stefano Maccarinelli, Silvia Lobertini, Luca Vassalini, Matteo Mario e Michele Zanola.
L’appuntamento è promosso dall’agenzia teatrale «Premier Show» di Alessandria per conto dell’associazione «DottorSorriso», una onlus nata nel 1995 con la missione di rendere più serena la degenza dei bambini in ospedale attraverso la clownterapia.
Nato in abbozzo il 4 luglio 1862, durante una gita in barca sul Tamigi, con la piccola Alice Liddell e le sue due sorelle, Edith e Lorina (le tre figlie di Henry George Liddell, decano del Christ Church College di Oxford), il racconto «Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie» di Lewis Carroll, pseudonimo di matematico e reverendo Charles Lutwidge Dodgson, venne pubblicato a Londra tre anni dopo, nel 1865.
Il successo fu immediato in tutto il mondo (la prima traduzione italiana data al 1872) e la storia affascina ancora oggi la fantasia dei più piccoli, ai quali offre -scrive il traduttore e letterato Piero Pignata- «l’opportunità di vedersi ricreato davanti il mondo quale essi, più o meno consciamente, se lo raffigurano, libero da ogni legame logico».
Il «paese delle meraviglie» è, infatti, un luogo nel quale l’immaginazione e il paradosso regnano sovrani, dove le percezioni spaziali e temporali vengono stravolte e dove tutte le leggi del buon senso non trovano casa. Ed è proprio un sogno quello che porta Alice, una bambina di sette anni dalla curiosità vivace e dallo spirito intraprendente, a inseguire un Coniglio bianco dagli occhi rosa e dal passo svelto, con tanto di panciotto e orologio da taschino, in un luogo solo all’apparenza normale, con aiuole tutte fiorite e fontane zampillanti, dove è possibile cambiare la propria altezza con una facilità sorprendente, solo assaggiando pasticcini speciali, funghi magici e sciroppi dal sapore di «torta alle ciliegie, crema, ananas, tacchino arrosto, caramello e perfino toast col burro».
La bambina si troverà, poi, a fare conoscenza con tanti altri personaggi «colorati ed evanescenti» come il ghignagatto dal sorriso stampato, il caustico grifone, la melanconica tartaruga, il flemmatico re di cuori, la regina con la smania di decapitare tutti i suoi sudditi, la Lepre marzolina e il Cappellaio matto, fino al brusco risveglio finale.
Il «paese delle meraviglie», luogo che ha il suo senso nel nonsense, si dissolve così magicamente, lasciando il posto alla realtà di tutti i giorni. La piccola dovrà continuare a confrontarsi con il conformismo e il convenzionalismo di una società, quella vittoriana, dove le stravaganze e le fantasticherie sono messe al bando, confinate negli spazi più reconditi dell'anima.
 «Le folli avventure di Alice -racconta Raffaello Malesci- hanno una connotazione molto inglese con i vari riferimenti all’ora del tè, al gioco del croquet e ai verdi giardini dell’immaginario anglosassone». La storia è anche ricca di spiritosi giochi di parole e di canzoncine divenute popolarissime in area anglosassone (la filastrocca «The Queen of Hearts» è, per esempio, citata in «Mary Poppins»).
«Le avventure di Alice – ricorda ancora Raffaello Malesci- sono infinite e cangianti e hanno stimolato innumerevoli trasposizioni teatrali e cinematografiche. Noi ci siamo divertiti a cercare la nostra Alice che si perde nella vastità delle fantasie di Lewis Carrol. Una storia ingarbugliata come un gomitolo, che abbiamo attualizzato, cercando di trovare il bandolo dell’infinita avventura di Alice, ma sperando sinceramente di non trovarlo affatto, come era verosimilmente nelle intenzioni dell’autore. Perché le avventure di Alice devono sempre potersi dipanare nuove e inaspettate nella fantasia di ciascuno di noi».

Informazioni utili
«Alice nel paese delle meraviglie». Cinema teatro Manzoni, via Calatafimi, 5 - Busto Arsizio. Quando:  mercoledì 6 dicembre 2017, ore 16.00 e ore 21.00. Ingresso: il costo del biglietto, il cui incasso sarà in parte devoluto all’associazione «DottorSorriso» onlus di Lainate (Milano), è fissato ad euro 20,00 per la replica pomeridiana ed euro 25,00 per quella serale; per entrambi gli appuntamenti è stato pensato un biglietto ridotto per i bambini dai 3 ai 15 anni di euro 15,00. Informazioni e prenotazioni:  tel. 393.1020800 o premier@premiershow.it.

martedì 28 novembre 2017

Genova, al Teatro della Tosse un festival sulla danza come strumento di indagine sociale

Riflettori puntanti sulla danza al Teatro della Tosse di Genova, dove fino a domenica 10 dicembre va in scena «Pubblico corpo», terza edizione di «Resistere e creare», rassegna a cura di Michela Lucenti, coreografa in residenza dal 2015 negli storici spazi di Sant’Agostino, che guarda all’arte coreutica come strumento privilegiato di indagine sociale, estetica e politica.
Sedici spettacoli, di cui cinque in debutto nazionale o anteprima, e numerosi laboratori dedicati ai professionisti e non compongono il cartellone, che individua due tematiche come fili conduttori: «identità del singolo nella relazione con l’altro» e «comunità in un territorio». Campo di indagine di questa edizione della rassegna, il cui manifesto utilizza una foto di Jacopo Benassi con una carismatica Asia Argento, è, dunque, quello della relazione, fra due o fra molti, tra l’artista, il suo pubblico e, in alcuni casi, la critica.
Ad aprire il programma sarà, nella serata del 28 novembre, l’anteprima della performance «Autoritratto di un mammifero» di Jacopo Benassi, con le musiche dal vivo di Calibano; a seguire (intorno alle ore 19.45 e, in seguito, tutti i giorni della rassegna in varie fasce orarie) Balletto civile presenterà, in debutto, «Impronte», improvvisazioni accidentali di “relazione fisica” tra i danzatori della compagnia diretta da Michela Lucenti e chiunque, giovane o anziano, danzatore o no, voglia sperimentare liberamente il movimento in un contesto protetto ed eccezionale. Sempre nella giornata inaugurale, e in replica il 29 novembre, sarà possibile assistere ad «Alfa» di Aldes, il gruppo diretto da Roberto Castelli, con cinque danzatori impegnati nell’indagine sull’identità maschile e la sua costruzione, sul potere e ruoli dominanti.
Giovedì 30 novembre è la volta di «MODIdiDà», esiti di un laboratorio per ragazzi dai 15 ai 20 anni sui poliedrici approcci alla danza contemporanea, condotto da Nicoletta Bernardini, Veronique Liaudat e Claudia Monti. Nella stessa serata ci sarà anche «After party» del Collettivo Poetic Punkers, diretto da Natalia Vallebona: un punto di vista sulla decadenza della donna contemporanea, che si chiuderà con un vero DJ Set.
Il 2 dicembre ci sarà, invece, l’evento «Happy hour» di Alessandro Bernardeschi e Mauro Paccagnella, che partendo da una collaborazione e un’amicizia ventennale, danno vita a un progetto coreografico in progress, itinerante, che si costruisce attorno a una serie di residenze e prevede la presenza di danzatori che avranno preso parte ad un workshop intensivo (in cantiere nella giornata del 1° dicembre). I due interpreti-danzatori ripercorreranno, attraverso dieci coreografie e un dialogo costante e diretto con il pubblico, le loro vite e i loro ricordi di teenagers cresciuti negli anni ‘70 in Italia.
Domenica 3 dicembre il Teatro della Tosse ospiterà, quindi, «Lo schiaccianoci» dei Natiscalzi, opera fantastica in atto unico per ensemble di danzatori e tappeto elastico, che vedrà anche la presenza di dieci bambini del coro delle voci bianche del Teatro Carlo Felice. A seguire, nella stessa serata, è previsto il pluripremiato spettacolo «Quintetto» di TIDA - Théâtre Danse. Il giorno successivo Emanuela Serra, storico membro di Balletto Civile, presenta «Just before the forest», un lavoro sulla relazione, sulla solitudine, il tentativo di orientarsi e di essere trovati al quale fa da filo rosso «La notte poco prima della foresta» di Koltès perché il tema dello spettacolo è lo «straniero» non inteso come nato in un altro paese ma come persona che «perde» un senso di appartenenza e cerca suoi simili.
Mercoledì 6 dicembre il palcoscenico sarà occupato da uno spettacolo in debutto nazionale: «Lunaticus» (parte I) – «Tilietulum» (parte II), opera aperta di soundpainting che nasce dall’incontro fra Giancarlo Locatelli e quattro danzatori -Clelia Moretti, Claudia Monti, Federica Tardito e Aldo Rendina- e che si avvale del fondamentale contributo di Cristiano Calcagnile, Andrea Grossi e Pietro Bologna.
Il giorno successivo il Teatro della Tosse ospiterà «Gli Uomini»: tre solo di Yoris Petrillo, Simone Zambelli, Demian Troiano Hackman intitolati rispettivamente «Nothing to declare», «Non ricordo», «I walk slowly into the wind», quest’ultimo in debutto nazionale.
Venerdì 8 dicembre i riflettori saranno, quindi, puntati su Joerg Hassmann, che incontrerà il pubblico nel corso di un workshop per danzatori esperti sulla contact improvisation (in programma dal 7 al 10 dicembre).
Seguiurà un approfondimento in quattro appuntamenti sulla vita e la poetica di Anna Halprin, danzatrice, coreografa, insegnante di fama mondiale oggi ancora in attività (all’età di 97 anni), che ha formato intere generazioni di danzatori e coreografi di tutte le nazionalità sul principio del LifeArtProcess, che integra nella pratica del danzatore tutte le altre arti e le più avanzate ricerche della somatica. Halprin ha ridefinito l’arte moderna attraverso la convinzione che la danza possa trasformare l’essere umano e guarirlo a qualsiasi età.
L’inserzione inizierà con il debutto nazionale di «Me myself and I» della Compagnia Itinèrrances, per l’ideazione di Christine Fricker, e proseguirà con la proiezione del film «Le soufle de la danse» di Ruedi Gerber.
Sabato 9 dicembre ci sarà un ulteriore momento di approfondimento sulla Halprin con una masterclass diretta da Yendi Nammour, una conferenza danzata a cura di Aude Cartoux e Yoann Boyer e la proiezione del video «Danser la vie», edito da Contredanse, che illustra la ricerca e metodologia di lavoro sviluppata dalla danzatrice americana.
In serata sarà possibile vedere «Salvaje», una carrellata di immagini che espongono, anche in modo crudo, quell’impulso distruttivo in cui emerge l’idea di strumentalizzare l’altro da sé. Attraversando queste emozioni (che si trasformano in stati fisici, danze concitate e immagini disturbanti), accettandole e vivendole senza giudizio per quelle che sono, le performer arrivano a una catarsi, a una necessità di condivisione.
A chiudere la rassegna sarà, nella serata del 10 dicembre, «Danse de nuit» di Boris Charmatz, danzatore e coreografo di fama mondiale, direttore del Musée de la dance di Rennes, celebrato per il suo approccio innovativo alla danza contemporanea. Lo spettacolo, con Magali Caillet-Gajan, sarà in uno spazio urbano della città che sarà comunicato agli spettatori via sms.
Un cartellone, dunque, di grande interesse quello della nuova edizione di «Resistere e creare», che racconterà attraverso vari eventi la danza come strumento di indagine sociale e politica.

Informazioni utili
«Pubblico corpo» - III edizione del festival «Resistere e creare». Teatro della Tosse, piazza Renato Negri, 6 – Genova. Programma: http://www.teatrodellatosse.it/?s=2&id=36. Dal 28 novembre al 20 dicembre 2017.

lunedì 27 novembre 2017

A Torino una mostra sul «Ritratto di Massimo D’Azeglio»

Nel 2016 la Fondazione Guido ed Ettore De Fornaris ha acquistato per la Gam – Galleria d’arte moderna di Torino un capolavoro della cultura romantica sinora noto come «Autoritratto» di Massimo d’Azeglio.
L’acquisizione ha posto le basi per uno studio sul dipinto. Si è così tentato di rispondere a varie domande che sono sorte durante il lavoro di ricerca: si tratta realmente di un «Autoritratto» o piuttosto di un «Ritratto»? E se è così, chi ne è l’autore? Per chi fu eseguito? A quale tipo di gusto collezionistico appartiene? Quando fu presentato per la prima volta? Cosa ci restituisce della cultura del suo tempo?
Il risultato della ricerca, che ha ricostruito la storia del dipinto anche in relazione viene presentato, dal 29 novembre al 25 febbraio, in una piccola mostra allestita da Virginia Bertone, con Alessandro Botta, negli spazi della Wunderkammer della Gam di Torino.
Il percorso dell’esposizione, di cui rimarrà documentazione in un catalogo edito dalla Fondazione De Fornaris, invita il visitatore a ripercorre le fasi cruciali della ricerca, presentando venti capolavori della cultura figurativa romantica, di cui almeno dieci mai esposti a Torino, insieme a fotografie d’epoca, manoscritti e documenti originali, che portano a svelare il mistero del dipinto.
L’opera può essere oggi restituita a Giuseppe Molteni (1800-1867), uno dei maggiori ritrattisti della Milano romantica, che fu legato da un rapporto di stretta e duratura amicizia con Massimo d’Azeglio (1798 – 1866).
Dopo un lungo soggiorno a Roma, d’Azeglio era tornato a Torino nel 1829 per trasferirsi definitivamente a Milano nel marzo del 1831. Poco dopo il suo arrivo l’artista chiedeva la mano della primogenita di Alessandro Manzoni, Giulia, che avrebbe sposato nel maggio del 1831. Accanto ad un sincero affetto, d’Azeglio non trascurava i benefici che potevano derivare alla sua carriera dall’appartenenza ad una delle famiglie culturalmente più in vista della città. Quello stesso anno egli si presentava con successo all’esposizione di Belle Arti di Brera, ponendo le basi per consolidare la sua affermazione artistica.
A quel felice periodo corrisponde la selezione delle opere in mostra, che si concentra su dipinti realizzati entro gli anni 1831-1836, periodo che vide una singolare collaborazione tra d’Azeglio e Molteni sul piano artistico e commerciale.
Lo testimonia un interessante acquerello di Francesco Gonin, realizzato a Milano nello stesso 1835, che raffigura d’Azeglio intento a dipingere nell’ampio e confortevole atelier di Giuseppe Molteni: sul cavalletto si riconosce la grande tela «Bradamante che combatte col mago Atlante per liberar Ruggero dal castello incantato», che avrebbe presentato a Brera quello stesso anno. Tra le tele poste sullo sfondo è riconoscibile il grande «Ritratto di Alessandro Manzoni», pervaso di impeto romantico, realizzato a quattro mani da due artisti (Molteni per la figura, d’Azeglio per lo sfondo che rievoca le sponde del lago di Como), ma che Manzoni non permise mai di esporre.
Questa tela, raramente concessa in prestito per la sua fragilità, si affianca in mostra a un altro capolavoro, per la prima volta esposto a Torino: si tratta del monumentale «Ritratto della famiglia Belgiojoso», eseguito da Molteni ed esposto a Brera in quello stesso 1831.
Si tratta di un dipinto di grande interesse poiché rinnova l’impianto tradizionale del ritratto di famiglia e che qui assume un particolare rilievo essendo intimamente legato alla committenza del dipinto protagonista.
Il «Ritratto di Massimo d’Azeglio» offre, quindi, lo spunto per ripercorrere un momento centrale nella carriera dei due artisti. Attraverso l’intensità dello sguardo il ritratto restituisce tutto il fascino di un artista maturo - d’Azeglio aveva compiuto 37 anni - che aveva ormai assunto a Milano un indiscutibile ruolo di primo piano. Con effetto attentamente studiato, la figura si staglia sullo sfondo che trascolora dall’arancio all’azzurro creando una sorta di icona dell’artista romantico. Altrettanto interessante è la scelta di rappresentarlo non con pennello e tavolozza, o all’interno dello studio, ma esaltandone le doti intellettuali, una variante che in Italia non aveva ancora molti precedenti, ma che per il talento di d’Azeglio, che si era già autorevolmente affermato nella pittura e nella scrittura, riusciva calzante.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Giuseppe Molteni (Affori, MI 1800 – Milano, 1867), «Ritratto di Massimo d’Azeglio (Ritratto d’uomo)», 1835. Olio su tela, 50,5 x 43,5 cm. Acquisto Fondazione Guido ed Ettore De Fornaris, 2016. Torino, GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea; [fig. 2] Giuseppe Molteni (Affori, MI, 1800 – Milano, 1867) - Massimo d’Azeglio (Torino, 1798 – 1866), «Ritratto di Alessandro Manzoni», 1835. Olio su tela, 103 x 80,5 cm. Milano, Biblioteca Nazionale Braidense; [fig. 3]  Giuseppe Molteni (Affori, MI 1800 – Milano, 1867), «Ritratto di Alessandro Manzoni», 1835 circa. Carboncino su carta, 485 x 345 mm. Torino, Collezione privata

Informazioni utili
Un mistero svelato: «Il ritratto di Massimo D’Azeglio». Gam – Galleria civica d’arte moderna e contemporanea, via Magenta, 31 – Torino. Orari: da martedì a domenica, ore 10.00 - 18.00, lunedì chiuso | la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso: intero € 10,00, ridotto € 8,00, Ingresso libero Abbonamento Musei e Torino Card. Informazioni: tel. 011.4429518 – 011.4436907, email: gam@fondazionetorinomusei.it. Sito internet: www.gamtorino.it. Dal 29 novembre al 25 febbraio 2018.

sabato 25 novembre 2017

«I luoghi del cuore», al via i lavori in ventiquattro beni

Sono ventiquattro i progetti di intervento e valorizzazione che il Fai – Fondo per l’ambiente italiano ha deciso di sostenere a un anno dalla chiusura dell’ottava edizione del censimento «I luoghi del cuore», che ha visto gli italiani votare per quei tesori, paesaggi e monumenti, che rappresentano per loro un simbolo delle proprie origini e tradizioni. Otre un milione e cinquecento mila persone espresse il proprio parere nel 2016 chiedendo di salvare o di proteggere luoghi, spesso considerati minori, ma di fondamentale valore identitario per le comunità di riferimento. Di questi ne sono stati scelti appunto ventiquattro, situati in quindici regioni italiane, per i quali sono stati stanziati complessivamente 400mila euro.
I primi interventi riguardano i vincitori del censimento: il Complesso monumentale di Bosco Marengo (Alessandria), posizionatosi al secondo posto della classifica e che grazie a un contributo di 40mila euro completerà l’allestimento al suo interno di un museo vasariano con ventotto nuove opere attualmente in deposito, e le Grotte del Caglieron a Fregona (Treviso), classificatosi terzo, che beneficerà di un intervento di 30mila euro.
Non sono, invece, state prese ancora decisioni in merito al bene classificatosi per primo, il Castello di Sammezzano a Reggello (Firenze), che si trova in una situazione particolare: in seguito all’annullamento dell’asta dello scorso 9 maggio, che aveva visto l’assegnazione del bene a una società araba, la proprietà è tornata al custode giudiziario e, in attesa di sviluppi chiari circa il nuovo proprietario e i suoi progetti, è stato congelato il contributo di 50mila euro già stanziato.
Tra i beni che si sono aggiudicati un contributo vi è anche quello più votato nelle filiali Intesa San Paolo: il Tempietto di San Miserino a San Donac (Brescia), che riceverà 5.000 euro destinati a migliorarne la fruibilità.
Gli altri ventuno luoghi sono stati scelti nell’ambito delle «Linee Guida per la selezione degli interventi», rivolto agli oltre centonovanta beni che hanno ricevuto almeno 1.500 segnalazioni, settantasette dei quali hanno presentato una richiesta di intervento. Le proposte sono state vagliate da una commissione composta da archeologi, architetti e storici dell’arte, secondo otto parametri di valutazione: numero di voti al censimento, qualità e innovazione del progetto proposto, possibilità di effettuare un intervento significativo e duraturo, valenza storico e artistica o naturalistica, importanza per il territorio di riferimento e urgenza dell’urgenza.
Fra questi luoghi si annoverano, per esempio, l’area archeologica di Capo Colonna (Crotone), la spiaggia di Randello a Ragusa, l’Anfiteatro Augusteo di Lucera (Foggia), il Santuario internazionale per i cetacei del Mediterraneo e la Chiesa rupestre del Crocifisso a Lentini, nelle campagne siciliane, con i suoi affreschi di struggente bellezza.
Ma il lavoro del Fai non finisce qui. L’obiettivo è di poter gettare nuova luce su tanti altri luoghi italiani. Non resta, dunque, che aspettare il maggio 2018 quando verrà lanciata la nuova edizione del censimento, un’occasione per raccontare la propria Italia del cuore.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Chiesa rupestre del Crocifisso, Lentini (SR) - Foto di Fabio Fortuna © FAI - Fondo Ambiente Italiano; [ fig.2] Complesso di Santa Croce, Bosco Marengo (AL) a - Foto di Jonathan Vitali © FAI - Fondo Ambiente Italiano; [fig. 3] Pelagos – Santuario internazionale per i cetacei del Mediterraneo

Informazioni utili
www.iluoghidelcuore.it