«Fogli d'arte» è una pubblicazione identificata univocamente da un codice ISSN (International Standard Serial Number), attribuito in data 7 marzo 2008: ISSN 1974-4455. Per comunicazioni: foglidarte@gmail.com.

venerdì 31 marzo 2017

Gioachino Rossini, un compositore tra note e fornelli

A nove anni pizzicava le corde della viola e strimpellava vari strumenti a tastiera, tra cui la spinetta. A dieci anni era in grado di cavarsela in molte discipline musicali come il canto, l’accompagnamento al clavicembalo e la trascrizione degli spartiti. A undici anni iniziava gli studi di composizione e, intanto, cantava e suonava in chiese e teatri. A quattordici anni si iscriveva alle classi di violoncello e contrappunto del neonato Liceo musicale di Bologna; si aggregava come cantore all’Accademia filarmonica felsinea e scriveva la sua prima opera, «Demetrio e Polibio», che sarebbe rimasta per qualche anno nel cassetto. È la storia di un uomo dotato di un talento straordinario e precoce quella di Gioachino Rossini, apprezzato compositore ottocentesco noto per opere famose come «Il barbiere di Siviglia» e il «Gugliemo Tell», nato a Pesaro il 29 febbraio 1792 da una famiglia di modesti musicisti.
Il papà, Giuseppe Rossini, suonava la tromba e il corno nella banda cittadina. Gli amici lo chiamavano «Vivazza» per quel suo carattere sempre allegro e tendente alla burla, ma anche per le sue veraci origini romagnole.
La mamma, Anna Giudarini, era una bella ragazza che cuciva cappelli e che, grazie alla sua voce dolce e piena di grazia, si esibiva nei teatri minori di opera buffa come cantante lirica «a orecchio».
Con l’arrivo a Bologna, datato intorno al 1798, il compositore ebbe la fortuna di trovarsi a vivere in una delle maggiori città musicali del tempo ed è qui che si accostò per la prima volta alle musiche di due grandi autori tedeschi, Wolfgang Amadeus Mozart e Franz Joseph Haydn, le cui partiture erano ancora difficilmente reperibili in Italia, tanto da guadagnarsi il soprannome di «tedeschino».
Poco dedito agli studi ufficiali e incapace di sopportare le regole, Gioachino non completò mai gli studi al Liceo musicale di Bologna, ma le sue idee erano così fresche e innovative che, a soli diciotto anni, nel 1810, riuscì a debuttare con una sua opera, «La cambiale di matrimonio», nel prestigioso teatro San Moisè di VeneziaFu l’inizio di una brillante carriera, che vide la sua musica dinamica, trascinante e di facile ascolto accogliere i favori del pubblico, anche se non mancò qualche insuccesso. È il caso de «Il turco in Italia», accolto con freddezza dagli appassionati del teatro alla Scala nel 1814, e dell’opera «Il signor Bruschino» (1813), le cui repliche furono totalmente annullate, ma la cui ouverture continua a far parlare di sé per il caratteristico percuotere ritmico degli archi dei violini sul leggio.
Dal 1810 al 1829 Gioachino Rossini compose quarantuno opere, a tamburo battente, con un ritmo di cinque o sei l’anno (con un «rallentando» negli ultimi anni della sua vita).
Già l’anno dopo il debutto veneziano andava in scena a Bologna un altro suo lavoro: «L’equivoco stravagante». E ben presto la fama del compositore pesarese si diffuse oltre i confini nazionali grazie a due opere come il «Tancredi», le cui arie più famose venivano addirittura cantate per le strade, e «L’Italiana in Algeri», della quale i giornali scrissero che alla ‘prima’ gli spettatori stavano quasi per soffocare dal ridere e per la quale Stendhal parlò di «follia organizzata e completa».
Nel 1815 Gioachino Rossini si trasferì a Napoli su invito di Domenico Barbaja, importante impresario del teatro San Carlo, e vi rimase fino al 1822. Appena arrivato nella città partenopea compose «Elisabetta Regina d’Inghilterra», opera che ebbe grande successo grazie anche alla magistrale interpretazione della bella cantante spagnola Isabella Colbran, con cui il compositore si sarebbe sposato sette anni dopo. Fu un periodo molto intenso, che vide il maestro pesarese scrivere anche per altri teatri. Basti pensare che, tra il 1816 e il 1817, videro la luce due delle sue opere più celebri: «Il barbiere di Siviglia» per il teatro Argentina di Roma (1816) e «La Cenerentola» per il teatro Valle di Roma (1817). In questi anni vennero scritti anche lavori come «La gazza ladra» (1817), «Mosè in Egitto» (1818), «La donna del lago» (1819) e «Maometto II» (1820).
Il compositore si trasferì, quindi, a Londra, ma vi rimase pochi mesi preferendo spostarsi a Parigi, dove gli avevano offerto la direzione del Thèâtre des Italiens. Lì compose «Il viaggio a Reims» (1825), la sua ultima opera in lingua italiana, e il «Guglielmo Tell», con cui lanciò un nuovo genere musicale detto grand-opèra, basato su soggetti storici e caratterizzato da spettacolari effetti scenici, balletti e grandi cori. Il debutto di questo lavoro si ebbe la sera del 3 agosto 1829. Il successo fu strepitoso e il compositore fu premiato con la Legione d’Onore, una delle massime onorificenze del Governo francese. Malgrado ciò Gioachino Rossini decise di ritirarsi dalle scene. Non compose più opere, ma continuò a scrivere per piacere sonate e composizioni per pianoforte, oltre a musiche sacre come lo «Stabat Mater» (1841) e la «Petit Messe Solennelle» (1863).
Al momento del ritiro il compositore pesarese aveva trentasette anni. Sarebbe morto trentanove anni dopo, il 3 novembre 1868, nella sua villa di Passy, vicino a Parigi.
La decisione di ritirarsi sorprese tutti i suoi amici e ammiratori che non riuscivano a spiegarsene il motivo. Ma non c’è da sorprendersi: Gioachino Rossini era un personaggio dalle mille sfaccettature: era suscettibile e collerico, ma anche ironico e spiritoso; amava la buona tavola e l’ozio, ma era anche un infaticabile lavoratore quando si trattava di comporre un’opera. Di lui si ricordano molti aneddoti e battute spiritose: «non conosco -diceva- un lavoro migliore del mangiare» o ancora «l’appetito è per lo stomaco quello che l’amore è per il cuore». Di lui si ricordano molti aneddoti e battute spiritose: «non conosco -diceva- un lavoro migliore del mangiare» o ancora «l’appetito è per lo stomaco quello che l’amore è per il cuore». Era talmente ossessionato dal buon mangiare che quando Richard Wagner si recò da lui a Parigi, Rossini continuò per tutta la visita ad alzarsi per andare a controllare un capriolo sul fuoco. Ed era un ghiottone così raffinato da essere sempre alla ricerca di cibi speciali che si faceva portare dai diversi paesi d’origine: da Gorgonzola il formaggio, da Milano il panettone, da Siviglia il prosciutto e così via. La sua passione per il buon cibo era così grande che a chi gli chiedeva se avesse mai pianto, rispondeva sorridendo: «sì, una volta in barca quando mi è caduto nel lago uno stupendo tacchino farcito con i tartufi. Quella volta ho proprio pianto».
Per il mondo della musica è noto non solo per alcune sue opere immortali, ma anche per aver inventato il «crescendo», un procedimento compositivo che consisteva nel ripetere in maniera ossessiva, e a intensità crescente, un modulo melodico-armonico inserendo gradualmente nuovi strumenti a ogni ripetizione.
Le sue spoglie riposano nella Basilica di Santa Croce a Firenze, definita da Ugo Foscolo «il Tempio dell’Itale glorie», perché al suo interno sono conservate le tombe di grandi personaggi italiani come Michelangelo Buonarroti, Galileo Galilei e Vittorio Alfieri.

Per saperne di più
Gaia Servadio, «Gioachino Rossini. Una vita», Feltrinelli, Milano 2015;
Lina M. Ugolini, Piano pianissimo, forte fortissimo, Rueballu, 2015;
Monica E. Lapenta, «A cena con Giachino Rossini», Babetta's World, Baltimora 2012;
Cecilia Gobbi e Nunzia Nigro, «Alla scoperta del melodramma. Il teatro e le sue storie», Edizioni Curci, Milano 2009;
Fiorella Colombo e Laura Di Biase, «Recitar cantando ovvero come accostare i bambini all’opera lirica attraverso il teatro», Erga edizioni, Genova 2006;
Giorgio Paganone, «Insegnare il melodramma. Saperi essenziali, proposte didattiche», Pensa MultiMedia, Lecce –Iseo 2010;
Fiorella Colombo e Laura Di Biase, «Il barbiere si Siviglia – Un percorso di sensibilizzazione e avvicinamento all’opera di Gioachino Rossini», Erga edizioni, Genova 2012;
Fiorella Colombo e Laura Di Biase, «Figaro qua, Figaro là», Vallardi, Milano 2014 (le immagini pubblicate sono tratte da questo libro);
Cecilia Gobbi e Nunzia Nigro, «Alla scoperta del melodramma – Il barbiere di Siviglia», Curci, Milano 2010;
Isabella Vasilotta (a cura di), «Rossini. Ascoltando Il barbiere di Siviglia, La Cenerentola e Guglielmo Tell», Sillabe, Livorno 2015
Fiorella Colombo e Laura Di Biase, «La Cenerentola – Un percorso di sensibilizzazione e avvicinamento all’opera di Gioachino Rossini», Erga edizioni, Genova 2009;
Cristina Pieropan, «La Cenerentola», Nuages, Milano 2010;
Cecilia Gobbi e Nunzia Nigro, «Alla scoperta del melodramma – La Cenerentola di Rossini», Curci, Milano 2015.

giovedì 30 marzo 2017

Giorgio Morandi e Tacita Dean, un dialogo tra artisti in mostra a Mantova

Che cosa accade quando un’artista guarda e incorpora nel proprio lavoro quello di un altro artista, magari distante da sé nello spazio e nel tempo? Che opportunità viene offerta al pubblico quando questa inclusione si fa a sua volta opera d’arte? Sono queste due domande a fare da filo rosso alla mostra «Giorgio Morandi e Tacita Dean. Semplice come tutta la mia vita», allestita a Mantova, negli spazi del Centro internazionale d’arte e di cultura di Palazzo Te, per la curatela di Massimo Mininni e Augusto Morari e con il supporto di Cristiana Collu.
L’esposizione mette a confronto, fino al prossimo 4 giugno, i film «Day for Night» e «Still life», che l’artista inglese ha realizzato nel 2009 nello studio bolognese del pittore, e una raccolta di circa cinquanta opere del maestro novecentesco: dipinti, disegni, acquarelli e grafiche, concessi da importanti musei e collezioni private, che illustrano la sua ricerca relativa alla natura morta nel periodo dal 1915 al 1963.
L’intero percorso espositivo, che si apre con una ricostruzione in grandezza naturale dello studio dell’artista, mette in luce il legame tra due artisti, raccontando non solo la linfa che alimenta il lavoro di Tacita Dean, ma facendo anche splendere la contemporaneità del lavoro di ricerca sviluppato per tutta la vita -con pazienza, attenzione e sensibilità- da Giorgio Morandi.
L’artista inglese si sofferma sugli oggetti dell’universo poetico del maestro bolognese e sulle tracce lasciate su un piano dalle basi degli oggetti stessi, tracce composte dalla matita del pittore che calcolava, centrava, affiancava, spostava, ricollocava, aggregava, insisteva, con un’attenzione matematica, sperimentale, priva di casualità plausibilmente in rapporto con le ore del giorno, le luci, i colori dell’aria.
Partendo dagli oggetti cari a Morandi - bottiglie, lumi, caffettiere, tazze, porcellane e vetri -, il processo di creazione artistica attivato dall’osservazione e dalla meditazione sulle cose è il punto di incontro dei lavori dei due artisti. I film di Tacita Dean esprimono l’intuizione della necessità di guardare alle cose e alle tracce involontarie del processo della pittura. La sua opera non è un documentario: non antologizza Morandi, non analizza il suo contesto e il suo tempo, ma lo guarda con semplicità e permette allo spettatore di sperimentare come il suo lavoro sia ben vivo nel presente.
Le nature morte di Giorgio Morandi esposte nello spazio delle Fruttiere mostrano come l’elaborazione del colore nelle sue composizioni si sia arricchita sino a raggiungere gli ultimi raffinatissimi accordi dei toni più alti. Forme, cromie e valori spaziali sono associati a una musica di luce: la luce e l’ombra, presenti nelle stanze abitate dal pittore, sono appunto alla base della sua espressione grafica e coloristica.
Tacita Dean ci restituisce con chiarezza nei suoi lavori le atmosfere e gli ambienti morandiani: le ombre delle bottiglie, dei vasi appaiono in una pallida penombra. I film raccontano un mondo limitato, polveroso, dimesso e domestico, dove cose umili affiorano in una luce fioca e rendono magiche le stanze, il carattere del luogo e l’arte di Morandi. Si avverte che l’artista si è soffermata a indagarle, cercando di scoprire la rigorosa ricerca di quel mondo plastico, di quel vedere e sentire per volumi e parallele, di quel comporre con chiarezza l’ordine con il quale Morandi procedeva nel misurare e disporre gli oggetti, qualità sostanziali nelle nature morte che metteva in scena.

Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] Giorgio Morandi, Natura morta con brocca e bottiglia, 1921; [Fig.2] Giorgio Morandi, Natura morta, 1921 

Informazioni utili 
«Giorgio Morandi e Tacita Dean. Semplice come tutta la mia vita». Museo civico di Palazzo Te, viale Te, 19 – Mantova. Orari: fino a sabato 25 marzo 2017 – lunedì, dalle ore 13.00 alle ore 18.30; da martedì a domenica, dalle ore 9.00 alle ore 18.30 (ultimo ingresso alle ore 17.30) | da domenica 26 marzo 2017 - lunedì, dalle ore 13.00 alle ore 19.30; da martedì a domenica, dalle ore 9.00 alle ore 19.30 (ultimo ingresso 18.30). Ingresso: intero € 12,00, ridotto € 8,00, ridotto studenti € 4,00 (visitatori tra i 12 e i 18 anni, studenti universitari). Informazioni: tel. 0376.323266. Sito web: www.centropalazzote.it. Fino al 4 giugno 2017.

mercoledì 29 marzo 2017

Teatro Manzoni di Busto Arsizio, ad aprile il pranzo è servito in scena

Si apre all’insegna della solidarietà il mese di aprile del cinema teatro Manzoni di Busto Arsizio. Sabato 1° aprile, alle ore 21, la sala di via Calatafimi ospiterà la compagnia amatoriale «I ragazzi dell’altro ieri» di Magenta con la commedia brillante «Mistero a Villa Gaia», per la drammaturgia e la regia di Francesco Cuccaro.
L’appuntamento teatrale, che gode del patrocinio dell’Amministrazione comunale, si propone di raccogliere fondi a favore del progetto «Borsa di studio Guatemala», un’iniziativa di solidarietà rivolta ai ragazzi in età scolare nata dall’esperienza di alcuni giovani dell’oratorio «San Filippo Neri» di Busto Arsizio nel centro «Manos Amigas», situato nel Sud America, nella campagna di San André Itzapa, tra Città del Guatemala e Antigua. Il costo del biglietto per questo spettacolo, per il quale sarà disponibile anche un servizio di baby sitting, è fissato ad euro 10,00 per l’intero ed euro 5,00 per il ridotto, riservato ai bambini fino ai 12 anni.
All’insegna del sorriso sarà anche l’altro appuntamento teatrale in cartellone nella sala di via Calatafimi per queste prime settimane primaverili. Venerdì 21 aprile, alle ore 21, la stagione «Mettiamo in circolo la cultura», inserita nel cartellone cittadino «BA Teatro», si chiuderà, infatti, con lo spettacolo «Bedda Maki – Come reSUSHItare il ristorante e vivere felici» (biglietti da € 30,00 a € 23,00, in vendita al botteghino da venerdì 14 aprile).
Il testo drammaturgico, scritto da Chiara Boscaro e Marco Di Stefano, ha vinto la quarta edizione del concorso «Una commedia in cerca d'autori», con il quale il cinema teatro Manzoni di Busto Arsizio prosegue la propria collaborazione con la Bilancia Produzioni, realtà che gestisce il teatro Martinitt di Milano e il teatro de’ Servi di Roma, e con altre sale di comunità del territorio come il cine-teatro Cristallo di Cesano Boscone, la Sala Argentia di Gorgonzola e il teatro San Rocco di Seregno.
Cinque giovani e talentuosi attori professionisti -Roberta Azzarone, Caterina Gramaglia, Franco Mirabella, Lorenzo Parrotto e Arturo Scognamiglio- porteranno il pubblico tra i tavoli del ristorante «La Tonnara di Toni», un locale siciliano a Milano che, per sconfiggere la crisi, cerca di trasformarsi in un’azienda di ristorazione particolarmente all’avanguardia, dove i capisaldi della gastronomia isolana vengono trasformati in piatti sushi-fusion.
Con uno stile comico e fluido, lo spettacolo, sapientemente diretto da Roberto Marafante, porta così il pubblico alla scoperta di tanti temi attuali: dai «problemi mai risolti tra il nostro nord e il nostro sud» alla crisi delle attività commerciali, dalla «spasmodica ricerca del nuovo ‘a tutti i costi’» all’improbabile culto del mondo degli chef e molto altro.
Ricco è anche il cartellone della rassegna «Mercoledì d’essai – Stagione 2016/2017», promossa dal cinema teatro Manzoni di Busto Arsizio nell’ambito del progetto «Sguardi d’essai – Sale cinematografiche culturali a Busto Arsizio». Quattro i film in agenda per questo mese di aprile, con l’usuale doppia programmazione alle ore 16 e alle ore 21.
Si inizia mercoledì 5 aprile con «Non c’è più religione» di Luca Miniero, commedia incentrata sull'incontro-scontro fra diverse etnie e relative confessioni, che vede nel cast Claudio Bisio, Alessandro Gassmann e Angela Finocchiaro. Sarà, quindi, la volta, nella giornata di mercoledì 12 aprile, del film «Il viaggio di Fanny» di Lola Doillon, vincitore dell'ultimo Giffoni Film Festival, nel quale si racconta la storia vera di Fanny Ben-Ami, oggi 86enne, che nel 1943 riuscì a portare, senza adulti, un gruppo di bambini come lei dalla Francia alla Svizzera, fuggendo all’esercito tedesco.
Mercoledì 19 aprile l’atmosfera si tingerà dei colori dell’Oscar con «La la land» di Damien Chazelle, interpretato da Ryan Gosling ed Emma Stone, film che si è aggiudicato sette Golden Globe, la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile alla settantatreesima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il premio del pubblico al Toronto International Film Festival e sei statuette alla notte degli Oscar, tra cui quelle per la miglior regia e la miglior colonna sonora. «La storia -si legge nella sinossi- è quella di due sognatori che cercano la fama a Los Angeles, si incontrano e si innamorano: sono un'aspirante attrice che si sente sola nella città caotica e un carismatico e sfacciato pianista jazz che impara a sue spese la difficoltà di conciliare una relazione amorosa e la carriera».
A chiudere la programmazione per questa edizione di «Mercoledì d’essai» sarà, nella giornata di mercoledì 26 aprile, la commedia «Mister Felicità» di Alessandro Siani, con Diego Abatantuono e Carla Signoris, che racconta la storia di un giovane napoletano, residente in Svizzera, che si finge assistente del dottor Gioia, un mental coach specializzato nel motivare le persone e nel far ritrovare loro l’ottimismo per affrontare le avversità della vita.
Tutte le proiezioni del cineforum saranno corredate da schede di approfondimento; all’appuntamento pomeridiano, pensato specificatamente per il pubblico della terza età, seguirà sempre un momento conviviale con tè e dolci. Le schede e i trailer dei film in programmazione -comprese le prime visioni, il cui calendario viene diffuso ogni giovedì- sono consultabili sul sito www.cinemateatromanzoni.it. Nel mese di aprile la sala di via Calatafimi ospiterà, inoltre, nella serata di venerdì 7 aprile, alle ore 21, l’associazione «La mia voce ovunque» con lo spettacolo «Io, padrona di me stessa», per le coreografie di Elisa Valentino, Lucia Urgese, Alessio Campanelli ed Angelica Masla. Il costo del biglietto per questo appuntamento, presentato da Massimo Brugnone e patrocinato dal Comune di Busto Arsizio, è fissato ad euro 5,00; per informazioni è possibile contattare Monica Guanzini al numero 347.8148673.
Per maggiori informazioni sulla programmazione della sala è possibile contattare il numero 339.7559644 o lo 0331.677961 (negli orari di apertura del botteghino e in orario serale, dalle ore 20.30 alle ore 21.30, tranne il martedì) o scrivere all’indirizzo info@cinemateatromanzoni.it.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Una scena del film «Il viaggio di Fanny» di Lola Doillon [figg.2, 3, e 4] Una scena del film «La la land»[fig. 5] Immagine promozionale dello spettacolo «Bedda Maki – Come reSUSHItare il ristorante e vivere felici»

Informazioni utili 
www.cinemateatromanzoni.it

martedì 28 marzo 2017

La via della Seta, un viaggio sulle rotte tra Oriente ed Europa

Un viaggio lungo rotte carovaniere, marittime e spirituali. Un punto di riferimento per le interconnessioni tra Occidente e Oriente. Una vasta e antica rete di scambi da sempre proiettata verso il futuro. Una sinfonia di civiltà dove far prevalere lo spirito di dialogo e di collaborazione in tutti i campi. Tutto questo è la via della Seta. A raccontarla, al Mao - Museo d’arte orientale di Torino, sarà fino al prossimo 2 luglio una mostra curata da Louis Godart, David Gosset e Maurizio Scarpari, con oltre settanta opere antiche e preziose a rappresentare la storia millenaria dei rapporti tra la Cina e l’Occidente.
«Dall’antica alla nuova Via della Seta», questo il titolo dell’esposizione, si propone di raccontare la storia di questo percorso che per almeno due secoli ha unito Oriente e Occidente e ha così permesso alle diverse culture di crescere, attingendo reciprocamente alle conquiste scientifiche e culturali degli uni e degli altri attraverso l’intermediazione e il dialogo. Mercanti, ambasciatori, monaci, esploratori, avventurieri e missionari di varie fedi, provenienti dai luoghi più disparati, si incontravano lungo le strade confrontando senza sosta usanze, pratiche e fedi religiose.
Dal Musée du Louvre di Parigi al Museo archeologico nazionale di Napoli, dalla Biblioteca Apostolica Vaticana alla Procuratoria della Basilica di San Marco di Venezia, sono numerose le istituzioni museali, bibliotecarie e archivistiche europee e italiane che hanno prestato le proprie opere per questa mostra che testimonia la varietà e la ricchezza degli scambi tra Oriente e Occidente, l’abilità dei maestri artigiani e la velocità di circolazione delle informazioni.
Accanto a questi lavori è esposta anche una ventina di opere moderne provenienti dalla Cina e realizzate da artisti cinesi contemporanei.
Tra i pezzi che è possibile vedere si segnalano un Cammelliere su cammello battriano (VI-VII secolo), animale simbolo delle vie carovaniere, uno Straniero dal volto velato (VII-VIII secolo), piccolo capolavoro dell’arte funeraria cinese e un Piatto con girotondo di pesci (XIII-XIV secolo), prodotto durante la dinastia mongola ilkanide. Una segnalazione meritano anche la Mattonella con giocatori di polo (1256-1335), una importante e rara manifestazione artistica dell’Iran durante il dominio degli Ilkhanidi di origine mongola dipinta a lustro e blu cobalto, e la Descrizione illustrata del mondo di P. Ferdinand Verbiest (1674), un lavoro monumentale che rappresenta la sintesi più avanzata delle conoscenze geografiche dell’epoca.
L’Italia ha avuto un ruolo fondamentale nella storia dei rapporti con la Cina. Si tramanda, per esempio, che già Marco Aurelio, nel 166 d.C., inviò un’ambasceria alla corte del Figlio del Cielo permettendo ai due imperi più grandi e longevi della storia di entrare in contatto. Mentre, nel Duecento, Marco Polo celebrò lo splendore della Cina nell’opera «Il Milione», contribuendo a migliorare le conoscenze di popoli e mondi ancora poco noti in Occidente. Nel Seicento sono, invece, il gesuita Matteo Ricci e Martino Martini a far conoscere l’Oriente agli italiani. Il primo, nel 1601, è accolto nella Città proibita come ambasciatore d’Europa, è ammesso dall’imperatore Wanli nella cerchia ristrettissima dei Mandarini e ha il permesso di fondare una chiesa a Pechino; il secondo redige il «Novus Atlas Sinensis», primo atlante moderno della Cina che verrà pubblicato in Europa nel 1655.
Come in passato, saranno gli uomini capaci di proiettare verso il futuro questa antica realtà i protagonisti di questo nuovo corso, che non va inteso come un fenomeno esclusivamente economico, ma come un cantiere aperto di interconnessioni e di arricchimento reciproco.

Informazioni utili 
«Dall’antica alla nuova Via della Seta». Mao – Museo d’arte orientale, via San Domenico, 11 – Torino. Orari: martedì-venerdì, ore 10.00-18.00; sabato-domenica, ore 11.00–19.00; chiuso lunedì | la biglietteria chiude un'ora prima. Ingresso: intero € 10,00, ridotto € 8,00, gratuito fino ai 18 anni e abbonati Musei Torino Piemonte. Informazioni: tel. 011.4436927, mao@fondazionetorinomusei.it. Sito internet: www.maotorino.it. Fino al 2 luglio 2017.

lunedì 27 marzo 2017

Art For Kids: «La Cenerentola» di Rossini, ovvero «la bontà in trionfo»

Esistono circa trecentoquarantacinque versioni differenti della storia di Cenerentola. La vicenda della fanciulla povera e maltrattata che, a dispetto delle sorellastre invidiose e poco avvenenti, riesce a sposare un bel principe azzurro con il quale vivere per sempre «felice e contenta» è, infatti, presente in tutte le culture del mondo, dall’America alla Norvegia, già a partire da epoche molto remote.
La versione più antica della favola fu scritta in Cina nel IX secolo, con circa settecento anni di anticipo rispetto alla prima stesura occidentale, che si deve allo scrittore Gianbattista Basile, autore nel 1634 del racconto in dialetto napoletano «La gatta Cenerentola», inserito in una raccolta di fiabe popolari intitolata «Lo cunto de li cunti ovvero la tratteneimento de peccerille», detta anche «Pentamerone».
Le due varianti più conosciute della storia, insieme con quella del cartone animato di Walt Disney (1950), sono scritte dal francese Charles Perrault, autore nel 1697 di «Cendrillon», e dai fratelli Grimm, che nel 1812 diedero alle stampe «Aschenputtel».
Le due fiabe si differenziano per il messaggio contenuto nel finale: nella prima, le sorellastre sono perdonate da Cenerentola e non subiscono alcun castigo per la loro cattiveria; nella seconda sono, invece, punite da due colombe fatate che strappano loro gli occhi. Nella storia di Charles Perrault trionfa, dunque, il perdono, in quella dei fratelli Grimm il castigo. Il racconto dello scrittore francese inventa, poi, particolari, che ci sono diventati così familiari da sembrare inscindibili dalla fiaba: la madrina fatata, la zucca trasformata in cocchio, il ritorno a casa allo scoccare della mezzanotte e la scarpina di vetro.
Anche Gioachino Rossini volle cimentarsi con questa storia romantica e appassionante, che si chiude con il lieto fine. Nacque così il dramma giocoso in due atti «La Cenerentola, ossia la bontà in trionfo», che il librettista Jacopo Ferretti trasse dall’omonima favola di Charles Perrault (1697), ma anche dai lavori operistici «Cendrillon» di Charles Guillaume Etienne per Nicolò Isouard (1810) e «Agatina, o la virtù premiata» di Francesco Fiorini per Stefano Pavesi (1814).
L’opera fu scritta tra la fine del 1816 e gli inizi del 1817, in poco più di una ventina di giorni, per i festeggiamenti carnevaleschi al teatro Valle di Roma. Il debutto si ebbe la sera del 22 gennaio 1817, duecento anni fa.
Il lavoro non ottenne il successo sperato: la musica piacque molto, ma l’esecuzione fu pesantemente criticata a causa della preparazione frettolosa. Gioachino Rossini era, però, ottimista. Agli amici diceva: «gli impresari faranno a pugni per allestirla come le prime donne per poterla cantare». Il tempo gli diede ragione: nel giro di pochi mesi «Cenerentola» fu rappresentata in molti teatri italiani e, con gli anni, è diventata una dei titoli più amati del repertorio operistico.
Non trovandosi a proprio agio tra fate e prodigi vari, il compositore pesarese ne fece una storia edificante basata sulle doti morali della protagonista, fermamente convinta che la bontà sia destinata a trionfare sulla cattiveria e abbia il potere di convertire persino gli animi più malvagi, piuttosto che sull’incantevole scenografia della zucca trasformata in carrozza.
Gioachino Rossini sostituì così la celebre scarpetta con un braccialetto. «Mandò in pensione» la fatina e mise al suo posto il saggio filosofo Alidoro, precettore del principe Ramiro. Sarà lui ad aiutare Angelina, detta Cenerentola, a realizzare il suo sogno d’amore: sposare un uomo bello, nobile, ricco e di buoni e onesti sentimenti.
Per dare vita a una girandola di travestimenti ed equivoci esilaranti, che ben si sposano con i travolgenti «crescendo rossiniani», il compositore aggiunse, poi, un personaggio buffo, il cameriere Dandini. La matrigna, infine, venne sostituita con un patrigno, Don Magnifico, un uomo tanto disonesto quanto ridicolo, che si è riempito di debiti per vivere nel lusso e soddisfare i capricci delle sue due figlie: Clorinda e Tisbe.
La musica è divertente e frizzante. Tra i brani più famosi c’è l’ouverture, presa in prestito da un altro lavoro rossiniano di minor successo: «La Gazzetta» del settembre 1816.
L’intera vicenda narrata viene, invece, ben riassunta nella cavatina «C’era una volta un re», nella quale si parla di un sovrano che vuole prendere moglie, trova tre candidate possibili e, alla fine, sceglie colei che dimostra dolcezza e amore anziché cedere alle lusinghe della ricchezza. È questa una semplice aria in re minore che si svolge su un tempo di barcarola, ovvero un brano in cui il movimento ritmico ricorda quello ondulatorio delle gondole veneziane. Il carattere visionario di quest’aria trova coronamento nella morale finale del coro: «Tutto cangia a poco a poco. / Cessa alfin di sospirar. / Di fortuna fosti il gioco: incomincia a giubilar».

Per saperne di più
Fiorella Colombo e Laura Di Biase, «La Cenerentola – Un percorso di sensibilizzazione e avvicinamento all’opera di Gioachino Rossini», Erga edizioni, Genova 2009;
Cristina Pieropan, «La Cenerentola», Nuages, Milano 2010 (le prime due immagini pubblicate sono tratte da questo libro);
Cecilia Gobbi e Nunzia Nigro, «Alla scoperta del melodramma – La Cenerentola di Rossini», Curci, Milano 2015 (la terza immagine pubblicata è tratta da questo libro).

venerdì 24 marzo 2017

Mambo, Jonas Burgert scandaglia i grandi temi esistenziali

«Hanno il potere di portare in superficie le nostre paure ancestrali e di assorbirle per liberarcene»: così Laura Carlini Fanfogna parla dei dipinti che l'artista tedesco Jonas Burgert presenta al Mambo – Museo d’arte moderna di Bologna nella sua prima mostra personale in Italia.
L’esposizione, aperta fino al 17 aprile, si intitolata «Lotsucht / Scandagliodipendenza» ed allinea, negli ampi spazi della Sala delle ciminiere, trentotto dipinti, prevalentemente di grandi dimensioni, creati nell’ultimo decennio.
Jonas Burgert, con ogni composizione, con ogni singola pennellata, dipinge veri e propri scenari.
Le sue opere raffigurano la sua visione della rappresentazione teatrale che costituisce l'esistenza umana, dell'inesauribile bisogno dell'uomo di dare un senso, una direzione e uno scopo alla propria vita. La ricerca si apre a ogni sfera della ragione, dell'immaginazione e del desiderio generando tele spesso imponenti, affollate di figure fantastiche di proporzioni diverse: ci sono scimmie e zebre, scheletri e arlecchini, amazzoni e bambini.
Questi dinamici scenari pittorici generano un senso di forte inquietudine in chi guarda: i soggetti raffigurati indossano maschere e costumi, ci sono pareti e pavimenti che si squarciano rivelando cumuli di corpi o pozze di liquidi, mentre un buio inspiegabile incombe ovunque.
Lo scandaglio che troviamo nel titolo della mostra appare con frequenza nelle opere di Jonas Burgert.
Scandagliare compulsivamente la realtà in un cimento perpetuo è la passione, l'ossessione dell'artista. Burgert privilegia l'analisi dei grandi temi esistenziali, in un percorso di approfondimento che non disdegna di avventurarsi in angoli ignoti per esplorare sentimenti, emozioni, ossessioni, demoni. Lo spettatore si confronta con un mondo caotico, che riecheggia la confusione e l'ansia degli eventi del presente e rimane senza un saldo punto di appoggio. Lo scopo dell'artista è spingere al limite la conoscenza personale per ridefinire, prova dopo prova, le proprie ragioni di vita hic et nunc e il proprio centro di gravità. Metaforicamente il filo a piombo simboleggia l'equilibrio interiore e la ricerca spirituale.
Secondo Laura Carlini Fanfogna, curatrice della mostra, Burgert inserisce un elemento specifico che attraversa tutta la sua produzione: l’immagine femminile. «Donne misteriose e risolute –afferma la studiosa- si stagliano sulla tela, istintivamente consapevoli dei loro destini. Le maghe conoscono i segreti e le verità che l’uomo cerca affannosamente. Le sibille provengono da territori remoti, ma l’arte divinatoria le accomuna. I turbanti michelangioleschi e i colori manieristici reinterpretati in chiave postmoderna giocano con le delicate sfumature dei chiaroscuri. Evocano le vergini indovine che predicono il futuro, le cariatidi imperturbabili, significano forse l’onnipotenza archetipica della Grande Madre e però la intingono negli umori della Raben Mutter, la madre snaturata, colei che non si cura della prole. Lo scandaglio di Jonas sonda implacabile la profondità degli abissi».
Le opere in mostra al Mambo utilizzano sia ampie superfici di grande impatto visivo, per dare spazio alla complessità compositiva, sia tele di formato ridotto per approfondire lo studio dei singoli soggetti, in ritratti che portano in primo piano, quasi in un'indagine al microscopio, le figure effigiate.
Un appunto merita, infine, l’uso del colore che David Anfam, autore di uno dei testi critici inclusi nel ricco catalogo pubblicato dalle Edizioni MAMbo, definisce idiosincratico: «è difficile trovare un altro artista contemporaneo –precisa ancora lo studioso- che utilizzi il colore con una destrezza pari a quella di Burgert».

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Jonas Burgert, Puls führt / Guida di polso, 2014.Olio su tela, 240 x 280 cm. Collezione privata. Foto: © Lepkowski Studios; [fig. 2] Jonas Burgert, Leugne / Negalia, 2016. Olio su tela,300 x 220 cm. Proprietà dell'artista. Foto: © Lepkowski Studios;[fig. 3]  Jonas Burgert, Schutt und Futter / Macerie e Mangime, 2012. Olio su tela, 380 x 600 cm. Collezione privata, Basilea. Foto: © Lepkowski Studios

Informazioni utili 
 «Lotsucht / Scandagliodipendenza» - Personale di Jonas Burgert. Mambo, via don Minzoni, 14 – Bologna. Orari: martedì, mercoledì, domenica e festivi, ore 10.00 – 18.00; giovedì, venerdì e sabato, ore 10.00 – 19.00; chiuso il lunedì. Ingresso: intero mostra € 6,00, ridotto mostra € 4,00, intero mostra + museo € 10,00; ridotto mostra + museo € 8,00. Informazioni: tel. 051.6496611 o info@mambo-bologna.org. Sito internet: www.mambo-bologna.org. Fino al 17 aprile 2017.

giovedì 23 marzo 2017

Cremona, Caravaggio e Monteverdi in dialogo al Museo del violino

«Duoi gravicembali, duoi contrabassi de viola, dieci viole da brazzo, un’arpa doppia, duoi violini piccoli alla francese, duoi chitaroni, duoi organi di legno, tre bassi da gamba, quattro tromboni, un regale, duoi cornetti, un flautino alla vigesima seconda, un clarino con tre trombe sordine». Era questo, stando alle annotazioni delle prime edizioni a stampa, l’organico completo dell’orchestra che doveva suonare l’«Orfeo» di Claudio Monteverdi, compositore di cui Cremona celebra quest’anno i quattrocentocinquanta anni dalla nascita con un ricco cartellone di eventi, che avrà la sua punta massima a maggio con l’esecuzione proprio dell’«Orfeo» da parte dell’Accademia Bizantina.
Gli strumenti originali di quell’opera, eseguita per la prima volta quattrocentodieci anni fa, saranno esposti dall’8 aprile al 23 luglio al Museo del violino nella mostra «Monteverdi e Caravaggio, sonar stromenti e figurar la musica», la cui inaugurazione sarà preceduta, nella serata del 7 aprile, dal concerto «La bella più bella», con il soprano Roberta Invernizzi e Franco Pavan al liuto e torba.
Gli strumenti in mostra sono stati scelti secondi criteri di valore filologico ed estetico e provengono dalle maggiori collezioni italiane e internazionali. Particolare attenzione è stata posta nella ricerca di esemplari conservati o riportati, grazie al restauro, senza gli interventi che, nei secoli successivi, si sono rivelati necessari per affrontare i repertori sette e ottocenteschi. Laddove questo non sia stato possibile, a fianco dello strumento ammodernato, sarà presentata una copia con montatura barocca. Applicazioni multimediali permetteranno di ascoltare il suono di ognuno di essi per conoscerne il timbro e identificarne il ruolo nella trama musicale e simbolica dell’«Orfeo».
L’esposizione troverà posto all’interno del percorso museale, per sottolineare le affinità che già tra XVI e XVII secolo legano liuteria e musica. Si potrà anche ripercorrere la nascita del violino grazie alla famiglia cremonese Amati e rileggere il contributo della scuola bresciana, testimoniata dall’opera di Gasparo da Salò, la cui viola tenore con montatura barocca arriva con altri preziosi prestiti dall’Ashmolean Museum di Oxford, e di Giovanni Paolo Maggini di cui sarà esposto un magnifico contrabbasso del 1610, con altri preziosi strumenti di scuola veneziana, terzo straordinario centro di produzione di strumenti musicali dell’epoca.
L’«Orfeo» di Monteverdi ha un lieto fine: il suo eroe diventa simbolo dell’amore che supera la morte. Il ruolo apollineo e salvifico della musica ha ispirato diverse rappresentazioni pittoriche. Tra le più famose c’è certamente «Il suonatore di liuto» di Caravaggio. Questa meravigliosa opera, presentata a Cremona come introduzione agli strumenti musicali e proveniente da una collezione privata, ha una storia affascinante: il dipinto realizzato nel 1597 dal grande pittore per il cardinal del Monte, comprato dal duca di Beaufort nel 1726-1737, portato a Badminton House nel Gloucestershire, dove è rimasto per due secoli e mezzo, venduto nel 1969 come una copia e infine nuovamente a New York nel 2011. Si tratta di un quadro meno famoso rispetto alla versione conservata all’Hermitage e all’altrettanto celebre versione Wildenstein, già esposta al Metropolitan Museum di New York, tuttavia riscoperto e attribuito con certezza a Caravaggio da grandi studiosi come Sir Denis Mahon, Mina Gregori e Claudio Strinati.
La natura morta qui raffigurata è simile a quella utilizzata da Caravaggio per il «Ragazzo morso da un ramarro» e rivela una brillante osservazione degli effetti della luce sul vetro e attraverso l’acqua; tutto viene rappresentato con una eccezionale accuratezza, al punto da poter determinare non solo l’età del liuto e del violino, ma anche seguire ciascun dettaglio delle corde, della scatola dei piroli, del ponticello, della cassa, della tastiera, della rosetta così come questi elementi erano nella realtà. Gli strumenti fanno parte della estesa collezione del cardinale Del Monte e la musica, incipit di quattro madrigali di Jacques Arcadelt, era scritta probabilmente su uno spartito. Caravaggio vede e studia quegli strumenti dal 1595 quando prende servizio presso il cardinale a Roma e dimostra di possedere una discreta formazione musicale, tanto da rappresentare diversi strumenti e partiture in altre sue importanti opere come i «Musici» (1595 circa), «Riposo durante la fuga in Egitto» (1594-1595), «Amor vincit omnia» (1601-1602).
«Così la mostra allestita negli straordinari spazi del Museo del violino, partendo dall’opera di Monteverdi, dai suoi strumenti e dalla luce di Caravaggio -afferma Fausto Cacciatori- ripercorre il clima di cambiamento e novità di un periodo denso di significati per la storia della musica e degli strumenti musicali, e per l’arte del dipingere. Sono gli anni in cui il violino si rivela, per timbro e sonorità, più adatto degli altri strumenti a interpretare i toni del melodramma, ad accompagnare in musica il recitar cantando. Sono gli anni in cui il naturalismo di Caravaggio conferisce a ogni corpo una forma tridimensionale evidenziata dalla particolare illuminazione, lasciando in eredità uno stile proprio, oggi noto non a caso come caravaggismo».

Per saperne di più
Cremona festeggia Monteverdi. A 450 anni dalla nascita 

Informazioni utili
«Monteverdi e Caravaggio, sonar stromenti e figurar la musica». Museo del violino, piazza Marconi – Cremona. Orari: martedì-domenica, ore 10.00-18.00. Ingresso: intero  € 10,00. Informazioni: tel. 0372.801801 o  info@museodelviolino.org. Sito internet: www.monteverdi450.it. Dall’8 aprile al 23 luglio 2017. 

mercoledì 22 marzo 2017

Isole Borromee, completato il restauro del «San Rocco» di Sperindio Cagnoli

L’Isola Bella ritrova uno dei suoi tesori: è ritornato a Palazzo Borromeo, dopo un importante e complesso lavoro di restauro, il «San Rocco», dipinto su tavola del maestro cinquecentesco Sperindio Cagnoli.
La bellissima tavola, donata sul finire dell’Ottocento dai principi Borromeo alla parrocchiale dell’isola, è stata da questa temporaneamente riaffidata alla famiglia donatrice, che l’ha consegnata allo studio di restauro di Carlotta Beccaria.
Lo stato conservativo della pala, che è stata sottoposta ad approfondite analisi, appariva decisamente “non adeguato”, sia per effetto di problemi strutturali del supporto ligneo ma anche per problemi conservativi ed estetici degli strati di pittura.
Con la consueta maestria, la conservatrice è riuscita a mettere in sicurezza l’opera, restituendole anche la vivacità dei colori che appariva offuscata.
Il grande >«San Rocco» restaurato, è già stato posizionato lungo il percorso di visita di Palazzo Borromeo all’Isola Bella e, all’apertura il 24 marzo della nuova stagione turistica, fornirà un ulteriore motivo di attrazione per il pubblico.
La tavola è una pittura dal forte valore devozionale. Secondo la tradizione, san Rocco avrebbe dedicato la propria vita all’assistenza dei malati di peste da cui avrebbe contratto il contagio di ritorno da un pellegrinaggio a Roma nei dintorni di Piacenza. Durante la malattia, isolato nella campagna, sarebbe stato nutrito da un cane e una voce divina gli avrebbe annunciato la prossima guarigione.
La devozione per il popolare santo taumaturgico, invocato durante le funeste epidemie che si sono succedute nel Quattrocento e nel primo quarto del Cinquecento, ha conosciuto una diffusione straordinaria in tutta l’Europa occidentale, e soprattutto in Italia del nord dove le immagini che lo raffigurano si sono moltiplicate a partire dalla seconda metà del Quattrocento.
Sperindio Cagnoli, ai primi del Cinquecento, per quest’opera sceglie di raffigurare il santo come un giovane pellegrino con il bastone da viaggiatore, la conchiglia e le chiavi di san Pietro cucite sull’ampio collo della mantella che copre l’abito, stretto ai fianchi da una cintura alla quale è appesa la borsa dei denari. San Rocco, con la mano sinistra solleva un lembo della veste e mostra il bubbone dell’infezione, scoperto dalla calza arrotolata poco sopra il ginocchio. Gli attributi, l’abito e la posa sono gli stessi di quelli della tradizione quattrocentesca, ma addolciti dal disegno e dal tenero chiaroscuro che modella le mani, il volto e la gamba malata del santo; anche il piccolo angelo che trasmette l’annuncio della prossima, miracolosa guarigione, è dipinto con scioltezza e facilità, in pieno accordo con il volto di san Rocco, colto in un’espressione di perplessa rassegnazione contadina. A fronte di questa grazia formale, il pittore ha sbozzato rapidamente il paesaggio montuoso, gli avvallamenti in primo piano e il fantasioso quadrupede che con le zampette giunte supplica il santo di nutrirsi e di afferrare il pane che tiene in bocca. Il carattere sommario del piano di posa, abbreviato ma efficace, mette in risalto per contrasto l’ampia superficie del cielo prealpino, terso e luminoso, contro il quale si staglia la figura colossale del santo.

Informazioni utili 
www.isoleborromee.it

martedì 21 marzo 2017

Da Electa un volume sulla Casa del Manzoni

Si arricchisce di un nuovo prezioso volume la collana «Musei e Gallerie di Milano», progetto editoriale nato nel 1973 per iniziativa della Banca commerciale italiana, proseguito poi per volontà di Banca Intesa, che si avvale della collaborazione editoriale di Electa Mondadori. È, infatti, da poco stato editato un volume dedicato a Casa Manzoni, abitazione dello scrittore che nel 1937 è diventata, per iniziativa del Centro nazionale studi manzoniani, un museo. Attraverso l’esplorazione sistematica del patrimonio artistico cittadino, la collana di Electa si propone di realizzare una documentazione completa delle opere d’arte di proprietà pubblica o di uso pubblico che fino ad oggi erano note soltanto in minima parte.
Ogni catalogo comprende un’introduzione generale con le vicende storiche del museo e della collezione, schede di catalogazione per tutte le opere con notizie esterne (caratteristiche, misure, tecnica, provenienza, cambio di proprietà ecc.), le vicende attributive, la fortuna critica attraverso le esposizioni e le pubblicazioni, le valutazioni estetiche, la bibliografia sistematica e indici organici, riproduzioni in bianco e nero e a colori delle opere esaminate; modello di schedatura scientifica poi adottato come riferimento anche per la catalogazione del patrimonio artistico nazionale.
I cataloghi, oltre a essere uno strumento prezioso per gli studiosi, costituiscono inoltre una guida accattivante per chiunque sia interessato a un itinerario ragionato per le raccolte artistiche milanesi. Non differisce dagli altri questo nuovo volume che racconta la casa del Manzoni sita a Milano, in via Morone 1 ed oggetto nel 2015 di un intervento di restauro realizzato su progetto dello Studio De Lucchi.
La casa conserva ancora l’aspetto che aveva ai tempi in cui Alessandro Manzoni l’abitò soltanto in due ambienti, del resto molto significativi: il suggestivo studio al pianterreno, affacciato sul giardino, e la camera da letto, spoglia come la cella di un monaco.
Le altre sale sono, invece, state adattate nel tempo alle due funzioni principali di Museo manzoniano, lungo il cui percorso è possibile rivivere la vita e l’opera dello scrittore, e di Biblioteca manzoniana, dove ai libri appartenenti al Manzoni e ai suoi familiari si sono via via aggiunte nuove acquisizioni.
Il volume, realizzato sotto la direzione scientifica di Fernando Mazzocca e la direzione editoriale di Carlo Pirovano, raccoglie le schede complete di ogni arredo ed è corredato da una splendida e inedita campagna fotografica.
Attraverso duecentoventototto pagine è possibile non solo attraversare tutte le dieci sale che compongono il percorso di visita, ma anche approfondire tematiche varie attraverso la penna di Mariella Goffredo, Jone Riva, Alessia Schiavi ed Elena Lissoni.

Informazioni utili 

AA. VV., Casa Manzoni, Electa Mondadori, Milano 2017. Dati: pp. 228, illustrazioni 240 colori e b/n, 24 x 24 cm, cartonato con cofanetto. Prezzo: € 110,00.

lunedì 20 marzo 2017

«Mistero a Villa Gaia», comicità e solidarietà in scena al Manzoni di Busto

Una casa di riposo, una serie di oggetti che spariscono nel nulla e un susseguirsi di situazioni esilaranti e divertenti: sono questi gli ingredienti della commedia brillante «Mistero a Villa Gaia», per la drammaturgia e la regia di Francesco Cuccaro, in cartellone nella serata di sabato 1° aprile, alle ore 21, al cinema teatro Manzoni di Busto Arsizio. Sul palco salirà la compagnia amatoriale «I ragazzi dell’altro ieri» di Magenta; firma le scenografie Giuseppe Terzoli.
Scopo della serata, che gode del patrocinio dell’Amministrazione comunale, è quello di raccogliere fondi a favore del progetto «Borsa di studio Guatemala» del Gruppo missionario «San Filippo Neri» di Busto Arsizio. Si tratta di un’iniziativa di solidarietà nata dall’esperienza di alcuni giovani dell’oratorio di via don Albertario nel centro «Manos Amigas», situato nel Sud America, nella campagna di San André Itzapa, tra Città del Guatemala e Antigua.
Nella struttura guatemalteca sono accolti orfani e ragazze madri, che sono state vittime di violenza o di abbandono; ai bambini vengono offerti vari servizi, tra cui l’istruzione dai primi mesi di vita ai 15 anni, ma anche corsi professionali per diffondere capacità utili a trovare un lavoro.
Le scuole superiori e l’università devono essere frequentate fuori dal centro «Manos Amigas» e quasi tutti i ragazzi, per mancanza di soldi, decidono di interrompere i propri studi: le università sono tutte private e il costo medio annuo (comprensivo di retta universitaria, trasposto e libri) è di circa 1300 euro, di molto superiore alle possibilità economiche delle famiglie, la maggior parte delle quali è impiegata nel settore agricolo e ha uno stipendio che non supera i 3/4 euro al giorno.
Il progetto del gruppo missionario «San Filippo Neri» «consiste –spiega Chiara Mertelli- nel creare un fondo per l’assegnazione di borse di studio che permettano alla maggior parte degli studenti del centro di accedere a corsi universitari, secondo criteri decisi dai loro responsabili. Questa iniziativa vuole essere un incentivo alla prosecuzione degli studi così da garantire un futuro migliore alle nuove generazioni e alla società in cui vivono».
La solidarietà incontrerà, dunque, la comicità sul palco del cinema teatro Manzoni di Busto Arsizio. La commedia brillante «Mistero a Villa Gaia» promette, infatti, di far ridere il pubblico raccontando una storia a metà tra il giallo e la commedia, nella quale la sparizione di vari oggetti metterà in atto delle vere e proprie indagini tra un gruppo di anziani ricoverati in una casa di riposo, dando vita a situazioni esilaranti e divertenti. Lo spettacolo è in dialetto lombardo, «in parte adattato –spiega Francesco Cuccaro- per essere compreso anche dai più giovani e per essere ‘compatibile’ alle inevitabili inflessioni locali di questo tipico linguaggio».
Il costo del biglietto per la commedia brillante «Mistero a Villa Gaia» è fissato ad euro 10,00 per l’intero ed euro 5,00 per il ridotto, riservato ai bambini fino ai 12 anni. La prevendita dei biglietti è aperta al botteghino di via Calatafimi con i seguenti orari: dal lunedì al venerdì, dalle ore 17 alle ore 19. I tagliandi di ingresso sono già acquistabili on-line sul sito www.cinemateatromanzoni.it, da poco rinnovato nella grafica e migliorato nell’usabilità grazie alla professionalità dell’azienda Crea Informatica Srl di Milano.
Durante la serata sarà attivo un servizio di baby sitting, a cura dei ragazzi dell’oratorio «San Filippo Neri» di Busto Arsizio, per agevolare la visione dello spettacolo a chi ha bambini piccoli.

Informazioni utili 
«Mistero a Villa Gaia». Cinema teatro Manzoni, via Calatafimi, 5 - Busto Arsizio (Varese). Quando: sabato 1° aprile 2017, ore 21.Ingresso: intero € 10,00, ridotto € 5,00. Informazioni: cell. 339.7559644 o tel. 0331.677961 (negli orari di apertura del botteghino e in orario serale, dalle ore 20.30 alle ore 21.30, tranne il martedì) o scrivere all’indirizzo info@cinemateatromanzoni.it. Sito web: www.cinemateatromanzoni.it

venerdì 17 marzo 2017

«Partite perse», Noemi Vona e le nostre battaglie inutili in mostra a Roma

«Ci sono partite che sono perse in partenza. Sembra inutile giocarle, per quanto è impossibile vincerle. L’avversario è troppo potente, talmente grande che magari neanche lo riusciamo a vedere. Tuttavia ci proviamo lo stesso, a batterci». Inizia così la presentazione di «Partite perse», la mostra personale di Noemi Vola (Bra- Cuneo, 1993) allestita, per la curatela di Jasmine Pignatelli, negli spazi della Sweet Home Gallery di Roma.
L’artista piemontese, che ha studiato all’Accademia di Belle arti di Bologna e che è tra i fondatori della rivista per bambini «Blanca», presenta nel mini-loft capitolino di Luca Guatelli una serie di manifesti che parlano della tante battaglie inutili che spesso ci troviamo a lottare, proponendo soluzioni anche impossibili. Tra queste la proposta di un referendum per cambiare la catena alimentare, l’abolizione della legge di gravità, consigli di medicine aliene e l’uso di divani scomodi.
Ad aprire questa raccolta è un «Avviso alla cittadinanza», che invita i cittadini di ogni città, uomini, animali o oggetti che siano, a immaginare regole, logiche e comportamenti diversi da quelli codificati.
Con Noemi Vola, che ha recentemente collaborato con Vogue Bambini e Illystories, ci si interroga, dunque, sul ruolo della comunicazione commerciale e istituzionale e sul ruolo del manifesto inteso come portatore di costumi e specchio sociologico della collettività.
L’artista piemontese nei suoi manifesti mette in scena un assurdo logico che attraverso lo spiazzamento ironico, attraverso la costruzione lirica di paradossi, capovolge e trasforma il senso in non senso, modifica la comunicazione puramente commerciale in merce inutile ma al tempo stesso poetica, muta un'imposizione mediatica in un invito alla riflessione e alla fantasia.
Il valore del lavoro di Noemi Vola è affidato tutta al potere dell’immaginazione. Un potere che addirittura arriva a creare una suggestione che ha la forza di abolire la forza di gravità, almeno per un giorno. In questo caso l’arte qui proposta è aberrazione della comunicazione, ma è l’unica possibilità per sopravvivere, è fiducia nel futuro e nelle persone. I manifesti di Noemi Vola sono come i tenaci  «Fiori Blu» delle illusioni che spuntano dal fango e che a volte, come una piccola favola, possono salvare il mondo.

Informazioni utili 
«Partite perse» - personale di Noemi Vola. Sweet Home Gallery, via Teodoro Monticelli, 5 – Roma. Informazioni e visite su appuntamento: cell. 3333262940. Inaugurazione: sabato 18 marzo, dalle ore 18.00 alle ore 00.00. Dal 18 marzo al 5 maggio 2017.

giovedì 16 marzo 2017

«Be Comics!», a Padova un festival per gli amanti del fumetto

Da Dylan Dog ad Hanna & Barbera: i grandi autori del fumetto e dell’animazione vanno in scena a Padova. Da venerdì 17 a domenica 19 marzo la «Città del Santo» ospita la prima edizione del festival «Be Comics! ». Sei esposizioni con tavole e materiali originali, oltre ad approfondimenti tematici, caratterizzano l’offerta culturale ideata dall’Amministrazione comunale, in collaborazione con Arcadia Arte.
«Il programma delle mostre –raccontano gli organizzatori- è stato pensato sia per un pubblico attento alle nuove tendenze nel fumetto sia per visitatori interessati ad approfondire o ritrovare temi e protagonisti che hanno segnato la storia dell'animazione. Lo spirito è quello di portare lo spettatore alla scoperta di nuovi protagonisti del panorama contemporaneo mantenendo sempre vivo l'interesse al passato ed ai suoi maestri».
La Galleria Samonà -situata in via Roma, una delle principali direttrici che unisce le piazze del centro storico padovano- accoglierà, da venerdì 17 a domenica 26 marzo, «Hanna & Barbera Artworks: Cartoni in tv». Disegni, illustrazioni e maquettes ripercorreranno la storia di uno dei più importanti e prolifici studi d’animazione tra gli anni Sessanta e Novanta, al quale si deve la creazione di oltre quattrocento serie e più di mille personaggi dei cartoni animati.
Il materiale esposto permette di ripercorrere il processo creativo che va dalla nascita dei personaggi su carta alla loro messa in onda sugli schermi attraverso autori come Alex Toth, Iwao Takamoto, Bob Singer, Willie Ito e Jerry Eisenber.
Il Centro culturale Altinate San Gaetano, cuore dell’area dedicata al fumetto e ai manga, ospiterà un omaggio a Dylan Dog, in occasione dei dieci anni dal suo debutto in edicola. Da supplemento annuale a serie trimestrale, la collana ha contribuito non solo a rafforzare la produzione di testate a colori da parte di Sergio Bonelli editore, ma è stata anche un'autentica palestra per la sperimentazione di nuovi stili grafici e nuovi fumettisti, rivelandosi uno dei più efficaci anelli di congiunzione tra il fumetto d'autore e l'intrattenimento seriale.
In questo spazio sarà, inoltre, possibile vedere, sempre fino al 14 maggio, due mostre dedicate alle reciproche influenze nel fumetto tra Italia e Giappone. «Manga in Italy» presenta, per la prima volta, un percorso ragionato sulla presenza di luoghi e ambientazioni italiane nella vasta produzione dei fumetti giapponesi. Dall'epoca dell'Impero romano alla Venezia del futuro, attraversando il Rinascimento e il Dopoguerra, sono molti i manga che hanno ambientato le proprie storie in Italia, contribuendo a diffondere in Asia (e non solo) aspetti della nostra cultura che spaziano dall'arte al cibo. Da «Cesare» di Fuyumi Soryo ad «Arte» di Kei Ohkubo, da «Gantz» di Hiroya Oku a «I Am a Hero» di Kengo Hanazawa: la mostra offre un bel viaggio in Italia attraverso gli occhi dei fumettisti giapponesi. «Viaggio a Tokyo» presenta, invece, una selezione di tavole tratte dall’omonimo libro di Vincenzo Filosa, una graphic novel che ripercorre le avventure di un occidentale un po’ sprovveduto nella capitale del Giappone, seguendo le orme dei maestri del manga gekiga come Tsuge Tadao e Tsuge Yoshiharu.
Sempre al Centro culturale Altinate San Gaetano va in scena un ‘dietro le quinte’ della lavorazione del manifesto ideato da Lorenzo LRNZ Ceccotti per la prima edizione di «Be Comics! ».
Nella splendida cornice dell'Orto Botanico troverà, invece, la sua collocazione ideale la mostra di «Sandro Cleuzo L'arte di creare personaggi»: un divertente percorso tra i disegni originali del character design brasiliano che ha dato anima ad alcuni film come «Anastasia» di Don Bluth e Gary Goldman, «La principessa e il ranocchio», «Il gigante di ferro», «Angry Birds» e «Kubo e la spada magica», il candidato all’Oscar 2017 come miglior film d’animazione.
A chiudere il cartellone è la mostra «Saint Seiya – L’epica giovanile degli anni Ottanta» a Palazzo Zuckermann, che propone, per la prima volta in Italia, un percorso ragionato attraverso la storia, l'arte e il lascito culturale della celebre serie «I Cavalieri dello Zodiaco», mettendo in esposizione un centinaio di pezzi da collezioni, disegni originali degli autori e materiali d’epoca come una fedele riproduzione dell'armatura del Sagittario realizzata in scala 1:1. Nata nel 1985 col manga d'azione di Masami Kurumada, la saga ha assunto i suoi caratteristici tratti sontuosi solo a partire dall'anime prodotto da Toei Animation, il quale alle intuizioni originali affiancava lo stile elegante del maestro dell'animazione Shingo Araki.
Per garantire la massima fruizione, tutte le esposizioni sono a ingresso libero, ad eccezione della mostra di «Sandro Cleuzo. L'arte di creare personaggi», che sarà visitabile acquistando il biglietto dell’Orto botanico.

Informazioni utili 
www.becomics.it

mercoledì 15 marzo 2017

«Ieri è un altro giorno», humor alla francese sul palco del Manzoni di Busto

Storpia la celebre frase pronunciata da Rossella O’Hara nel finale del film «Via col vento» la commedia brillante «Ieri è un altro giorno», che giovedì 23 marzo, alle ore 21, vedrà salire sul palco del cinema teatro Manzoni di Busto Arsizio due campione della comicità italiana: Gianluca Ramazzotti e Antonio Cornacchione.
Lo spettacolo, inserito nel cartellone cittadino «BA Teatro», è il settimo appuntamento della stagione «Mettiamo in circolo la cultura», ideata da Maria Ricucci dell’agenzia «InTeatro» di Opera (Milano) con l’intento di offrire al pubblico occasioni di riflessione, ma anche di divertimento leggero, attraverso otto spettacoli di prosa con noti personaggi della scena contemporanea, da Stefania Sandrelli a Sebastiano Somma, da Anna Galiena a Enzo Decaro.
Un meccanismo teatrale perfetto e l’ironia come strumento per parlare di un tema drammatico e attuale quale la corruzione caratterizzano lo spettacolo in cartellone nella sala di via Calatafimi, nella mise en scène di Ginevra Media Production con il Théâtre des Bouffes-Parisiens, versione italiana, a firma di Luca Bercellona e David Conati, di una divertente commedia francese scritta da Silvain Meyniac e Jean Francois Cros, vincitrice del Premio Molière nel 2014.
Nel cast, accanto a Gianluca Ramazzotti e Antonio Cornacchione, spiccano i nomi di Milena Miconi, Stefania Barca, Antonio Conte e Alessandro Sampaoli. Firma la regia Eric Civanyac. Le scenografie sono di Eduard Laug, i costumi di Adele Bargilli. Le musiche originali sono state composte da Sylvain Meyniac; mentre il disegno luci è stato ideato da Stefano Lattavo.
«Ieri è un altro giorno» -si legge nella sinossi- «è una commedia solida, moderna, piena di sorprese [...], perfettamente costruita e con un’inventiva folle nella messa in scena che fa ben comprendere il perché di un così inaspettato successo».
Ma che cosa succede in due ore quasi ininterrotte di risate? Presto detto: sul punto di affrontare la causa più importante della sua vita, il freddo e irreprensibile avvocato Pietro Paolucci, magistralmente interpretato da Gianluca Ramazzotti, sta per cedere alla tentazione di far carriera più rapidamente grazie a un escamotage, in netto contrasto con i suoi principi. Aiutando il titolare del studio, Bernardo, che con il genero Federico sta portando a termine «un affare non esattamente cristallino», l’avvocato Paolucci spera di guadagnare il tanto agognato traferimento a Londra. Ma nel momento in cui ha compiuto il gesto irreparabile, un bizzarro e imprevedibile personaggio bussa alla sua porta: è il fantasma del defunto e non compianto Michele Verda (interpretato con brio da Antonio Cornacchione), capace di far retrocere a suo piacimento il corso del tempo e di far rivivere, anche più e più volte, la stessa situazione. La segretaria (Milena Miconi) continua così a inciampare nel tappeto e il capo a chiedere la stessa cosa. Tutto sembra ripetersi ciclicamente e l’avvocato Pietro Paolucci si trova a vivere -si legge nella sinossi- «una giornata, strana, assurda, dove niente va come previsto, niente è prevedibile, dove tutto è possibile e tutto può accadere».
La stagione serale del cinema teatro Manzoni di Busto Arsizio si chiuderà nella serata di venerdì 21 aprile, alle ore 21, con «Bedda Maki – Come reSUSHItare il ristorante e vivere felici», testo di Chiara Boscaro e Marco Di Stefano che ha vinto la IV edizione del concorso «Una commedia in cerca d'autori». Lo spettacolo, per la regia di Roberto Marafante, narra le vicissitudini di un ristorante siciliano a Milano che, per sconfiggere la crisi, cerca di trasformarsi in un’azienda di ristorazione particolarmente all’avanguardia, dove i capisaldi della gastronomia isolana vengono trasformati in piatti sushi-fusion.

Informazioni utili 
 «Ieri è un altro giorno», con Renato Pozzetto. Cinema teatro Manzoni, via Calatafimi, 5 – Busto Arsizio (Varese). Ingresso: poltronissima € 30,00 , poltrona € 26,00 (intero) o € 24,00 (ridotto), galleria € 25,00 (intero) o € 23,00 (ridotto) | Le riduzioni sono previste per studenti, over 65 e per gruppi (Cral, scuole, biblioteche e associazioni) composti da minimo dieci persone. Orari botteghino: da giovedì 16 marzo, dalle ore 17.00 alle ore 19.00. Informazioni: tel. 0331.677961 (negli orari di apertura del botteghino e in orario serale, dalle ore 20.30 alle ore 21.30, tranne il martedì) o info@cinemateatromanzoni.it. Sito internet: www.cinemateatromanzoni.it. Giovedì 23 marzo 2017.

martedì 14 marzo 2017

Art for kids: «Il barbiere di Siviglia», Gioachino Rossini e la Commedia dell’arte

Un’eccellente medicina contro le preoccupazioni e le difficoltà della vita di tutti i giorni: si presenta così «Il barbiere di Siviglia», opera buffa in due atti che il compositore Gioacchino Rossini scrisse all’inizio del 1816, in poco meno di tre settimane (ma qualcuno parla addirittura di solo nove giorni), per le celebrazioni carnevalesche del teatro Argentina di Roma, allora di proprietà del duca Francesco Cesarini Sforza.
Il componimento, su libretto di Cesare Sterbini, trae la propria trama della commedia settecentesca «Le barbier de Séville ou La précaution inutile» del drammaturgo francese Pierre-Augustin-Caron de Beaumarchais, già oggetto di varie versioni musicali, tra le quali quella, molto applaudita, di Giovanni Paisiello, i cui sostenitori -secondo i pettegolezzi del tempo- fischiarono lungamente il debutto della versione rossiniana.
Ma alla «prima» dell’opera non accadde solo questo episodio sfortunato; pare addirittura che, durante lo spettacolo, un gatto sia passato quatto quatto sul palcoscenico.
Nonostante l’insuccesso della prima rappresentazione, andata in scena il 20 febbraio 1816 con il titolo «Almaviva ossia l’inutile precauzione» (l’attuale nome sarà utilizzato solo a partire dalla ripresa bolognese dello stesso anno), il capolavoro del musicista marchigiano, con il suo meccanismo teatrale perfetto e le sue frizzanti e giocose invenzioni musicali, era destinato a diventare uno dei più grandi successi del teatro musicale italiano.

Non a caso un altro importante compositore ottocentesco, Giuseppe Verdi, ebbe a dire: «Non posso che credere il Barbiere di Siviglia, per abbondanza d'idee, per verve comica e per verità di declamazione, la più bella opera buffa che esista».
Definito oggi dalla critica come «il più grande poema musicale, comico, satirico e umoristico dell’umanità», «Il barbiere di Siviglia» ambienta la propria vicenda nel tardo Settecento ed ha come scenario la calda e solare Spagna.
Qui il maturo don Bartolo tiene segregata in casa la pupilla Rosina, che egli desidererebbe sposare. Il barbiere Figaro, fantasioso e pieno di risorse, aiuta l’innamorato conte di Almaviva a conquistare la giovane, che ricambia i suoi sentimenti. Dopo arditi travestimenti, scambi di biglietti, colpi di scena e la corruzione di don Basilio, maestro di musica della fanciulla, Figaro e il conte di Almaviva riescono a compiere il loro progetto: i due giovani innamorati si sposano, don Bartolo non può che rassegnarsi alla situazione e l’opera si chiude nell’allegria generale.
Sembra abbastanza evidente, come ha scritto il regista Luis Jouvet, che nell’opera «Il barbiere di Siviglia» si trova tutta la tradizione della commedia dell’arte: Arlecchino, Scaramuccia e Scapino sono stati tramutati in Figaro, Pantalone in Bartolo, Lelio e Leandro nel conte d’Almaviva.
Tra i brani entrati nell’immaginario collettivo, per quella che il critico Giuseppe Radiciotti ha definito la loro «giocondità serena e benefica», si ricordano l’ ouverture iniziale, la cavatina «Largo al factotum» e l’ aria «La calunnia è un venticello».
Per l’ouverture Gioachino Rossini si autocopiò; la sinfonia esisteva già, era quella dell’«Aureliano in Palmira», opera composta tre anni prima de «Il barbiere di Siviglia». Questo ci mostra un’altra caratteristica del teatro d’opera all’epoca di Gioachino Rossini: l’ouverture era, infatti, sì il momento musicale che annunciava i toni e i temi dell’opera, ma era anche un vero e proprio segnale sonoro che avvisava gli spettatori dell’inizio dello spettacolo ed era, dunque, spesso eseguita tra chiassi e schiamazzi che si calmavano successivamente.

La cavatina «Largo al factotum», grande classico che ogni baritono ha nel proprio repertorio, è così famosa per le sue note gioiose e spavalde che se ne conosce addirittura un’interpretazione del gatto Tom, della celebre coppia Tom e Gerry, nel cartone animato «The Cat Above and the Mouse Below» (1964).
L’ aria «La calunnia è un venticello» è utile per comprendere il cosiddetto «crescendo rossiniano», una tecnica compositiva molto utilizzata da Gioachino Rossini che consiste nel ripetere in maniera ossessiva determinate battute inserendo gradualmente nuovi strumenti a ogni ripetizione.

Per saperne di più
Fiorella Colombo e Laura Di Biase, «Il barbiere si Siviglia – Un percorso di sensibilizzazione e avvicinamento all’opera di Gioachino Rossini», Erga edizioni, Genova 2012;
Fiorella Colombo e Laura Di Biase, «Figaro qua, Figaro là», Vallardi, Milano 2014 (le immagini pubblicate sono tratte da questo libro);
Cecilia Gobbi e Nunzia Nigro, «Alla scoperta del melodramma – Il barbiere di Siviglia», Curci, Milano 2010;
Isabella Vasilotta (a cura di), «Rossini. Ascoltando Il barbiere di Siviglia, La Cenerentola e Guglielmo Tell», Sillabe, Livorno 2015

lunedì 13 marzo 2017

Art For Kids, l'opera lirica: ma che cos'è?

L’opera lirica, detta anche melodramma, è una forma di teatro speciale, nata tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento nella città di Firenze, a casa del conte Giovanni Bardi, per iniziativa di Vincenzo Galileirecitar cantando, una speciale tecnica artistica che unisce il canto alla parola e alla gestualità tipica dell’attore.
Gli interpreti, detti cantanti lirici, indossano costumi, trucco e parrucche bellissimi e si muovono sullo sfondo di una scenografia che rappresenta i luoghi in cui si svolge la storia. I loro discorsi canori sono accompagnati dalla musica eseguita da una grande orchestra; a volte è presente in scena anche un corpo di ballo, con le sue étoiles (o primi ballerini).
La storia di un’opera può prendere spunto da una leggenda, da una favola, da un romanzo o da un lavoro teatrale, ma può anche essere completamente inventata. In base all’argomento narrato, l’opera lirica in Italia può essere definita a grandi linee seria o buffa: nel primo caso la trama ha prevalentemente un soggetto storico o mitologico; nel secondo l’ambientazione è contemporanea e la storia è ricca di equivoci, imbrogli e malintesi divertenti, quasi sempre con il lieto fine.
Nel corso dei secoli, in vari Paesi europei, si sono diffusi anche altri generi operistici: il Singspiel tedesco («canto e recitazione», che prevede l’alternanza tra dialoghi e parti cantate), la tragédie-lyrique (opera di corte francese con cori e danze), l’operetta (leggera e spiritosa nei contenuti), l’opéra-ballet, la grand-opéra (fastoso spettacolo musicale in cinque atti con balli, scene sontuose, cori e un gran numero di cantanti).
Uno scrittore, detto librettista, scrive i dialoghi dei personaggi, nella maggior parte dei casi in versi, e le didascalie, con le quali vengono descritte l’epoca e i luoghi in cui si svolge la vicenda. Il risultato finale è il libretto d’opera. Questo è composto da sezioni chiamate atti, a loro volte suddivise in scene; tra uno e l’altro ci sono gli intervalli, durante i quali si cambiano le scenografie e gli spettatori si intrattengono nel foyer.
Seguendo il testo del libretto, il compositore mette in musica i versi, creando l’atmosfera della storia e sottolineando i sentimenti e le emozioni dei personaggi. Se, per esempio, arriva in scena un personaggio cattivo la musica sarà cupa o minacciosa, mentre se due innamorati si dividono l’orchestra accompagnerà il loro addio con melodie dolci.
I protagonisti indiscussi di un’opera lirica sono i cantanti, che si distinguono in solisti e coro e si classificano in base al loro registro di voce, ovvero all’estensione vocale. Partendo dalla più grave per giungere alla più acuta, le tre voci maschili sono basso, baritono e tenore; le tre femminili contralto, mezzosoprano e soprano.
Il basso di solito interpreta il ruolo di un anziano o di un saggio; mentre nelle opere buffe caratterizza un personaggio un po’ ridicolo, vittima degli scherzi degli altri. La voce del baritono è quella di un uomo adulto; mentre il tenore, al quale è affidato il ruolo del giovane innamorato o dell’eroe romantico, ha il registro vocale più acuto ed è capace di raggiungere il famoso Do di petto che fa tremare i vetri.
Tra le voci femminili quella del contralto è la più scura e profonda ed è legata a personaggi anziani, drammatici e misteriosi. Il mezzosoprano è la voce intermedia; mentre il soprano è generalmente la protagonista femminile dell’opera.
In scena si trovano anche gli orchestrali, tutti vestiti rigorosamente di scuro, con il loro direttore. L’orchestra d’opera è composta da quattro grandi famiglie di strumenti: gli archi (violino, viola, violoncello e contrabbasso), i legni (flauto, clarinetto, oboe, fagotto, corno), gli ottoni (tromba, trombone, corno e tuba) e le percussioni (timpani, grancassa, piatti); talvolta può, però, includere altri strumenti come l’arpa e il pianoforte. A dare il segnale che l’opera lirica sta per incominciare è l’orchestra, con il La d’intonazione del primo violino.
Ci sono, poi, tante altre persone ugualmente importanti per determinare il successo di un’opera lirica: il regista, che decide e coordina le azioni dei cantanti e del coro in palcoscenico; il coreografo, che decide i movimenti dei ballerini; lo scenografo e il costumista, che disegnano rispettivamente le scene e i costumi.
Maestri collaboratori come il direttore di coro, il direttore di palcoscenico e il suggeritore, truccatori, parrucchieri, sarte, datori luci, macchinisti (tecnici addetti al montaggio e smontaggio delle scene e al funzionamento dei dispositivi meccanici), attrezzisti (tecnici che procurano gli elementi di arredo e gli oggetti necessari alla messa in scena) sono le tante altre figure che lavorano «dietro le quinte» per rendere magico lo spettacolo.
Ad aprire un’opera lirica è l’ouverture (in italiano «apertura»), ovvero la sinfonia iniziale suonata dall’orchestra a sipario chiuso. Questa musica è il biglietto da visita dell’opera stessa: ne annuncia il carattere e l’argomento trattato.
Le arie sono, invece, i brani melodici che esprimono un sentimento e che commentano un episodio; sono di solito arricchite da virtuosismi che permettono al cantante di fare sfoggio delle proprie qualità canore. La più nota è la cavatina o aria di sortita, che viene cantata dal personaggio principale alla sua prima entrata in scena per presentare se stesso.
Accanto all’aria e ad altre forme solistiche affini come la cabaletta e la romanza (l’una dall’intonazione vivace, l’altra dallo stile più sentimentale), nell’opera lirica ci sono pezzi di insieme quali il duetto, il terzetto, il quartetto e il quintetto, così detti a seconda del numero di personaggi che cantano contemporaneamente.
Un’altra parte importante dell’opera lirica è il concertato, ovvero la parte di una scena o di un atto, caratterizzata dalla presenza di due o più personaggi che si trovano a cantare contemporaneamente, spesso anche con il coro, senza seguire la medesima linea melodica. Il concertato si usa per far capire che ogni personaggio si è smarrito nei propri pensieri.
Ad unire le varie parti di un’opera lirica è il recitativo, uno stile di canto che si avvicina alla lingua parlata, imitandone il ritmo e l’intonazione.

Per saperne di più 
Cecilia Gobbi e Nunzia Nigro, «Alla scoperta del melodramma. Il teatro e le sue storie», Edizioni Curci, Milano 2009 
Fiorella Colombo e Laura Di Biase, «Recitar cantando ovvero come accostare i bambini all’opera lirica attraverso il teatro», Erga edizioni, Genova 2006 
Giorgio Paganone, «Insegnare il melodramma. Saperi essenziali, proposte didattiche», Pensa MultiMedia, Lecce –Iseo 2010