«Fogli d'arte» è una pubblicazione identificata univocamente da un codice ISSN (International Standard Serial Number), attribuito in data 7 marzo 2008: ISSN 1974-4455. Per comunicazioni: foglidarte@gmail.com.

sabato 5 agosto 2017

A Venezia «Sulla spiaggia» con Pablo Picasso

Pablo Picasso e il Mediterraneo: è questo il tema al centro della nuova mostra che la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia ospita, dal 26 agosto al 7 gennaio, nelle sue nuove Project Rooms, due stanze inaugurate lo scorso febbraio e destinate a ospitare progetti espositivi raccolti e mirati, finalizzati ad approfondire il lavoro di un artista o specifiche tematiche legate alla sua produzione artistica.
Attraverso tre dipinti, una scultura e dieci disegni realizzati dall’artista spagnolo tra il febbraio e il dicembre del 1937, esposti insieme per la prima volta, Luca Massimo Barbero cerca di gettare nuova luce sul lavoro di Pablo Picasso, evidenziando i suoi collegamenti con quel Mediterraneo che ha avuto un ruolo così importante nella sua carriera artistica: dalle radici in Spagna alla vita in Francia, passando per le relazioni con artisti e forme d’arte che avevano in questo mare un punto di riferimento. Nata dalla collaborazione con il Musée Picasso di Parigi, la mostra, raccolta e mirata, si snoda attorno a una delle tele più amate da Peggy Guggenheim, il dipinto picassiano «Sulla spiaggia» («La Baignade»), appartenente oggi al museo veneziano.
L’esposizione rientra nell’intenso programma di seminari, pubblicazioni, studi ed esposizioni legato al progetto triennale «Picasso-Méditerranée», promosso dal Musée national Picasso-Paris, che coinvolge oltre sessanta istituzioni.
Nel corso dei primi mesi del 1937 Pablo Picasso rispondeva con forza alla guerra civile spagnola con le incisioni «Il sogno e la menzogna di Franco» («Sueño y mentira de Franco»), di cui un esempio è conservato oggi alla Collezione Peggy Guggenheim. Questo lavoro sarà in mostra a Venezia insieme con i disegni preparatori per «Guernica», cittadina basca distrutta il 26 aprile dello stesso anno dalle forze falangiste nazi-fasciste con lo scopo di appoggiare il generale Francisco Franco e rovesciare il governo legittimo della Repubblica Spagnola. La celebre opera, una tra le più conosciute immagini iconiche del Novecento, veniva ultimata nel giugno dello stesso anno per il padiglione spagnolo dell'Esposizione internazionale di Parigi. Tuttavia, in questo stesso periodo, l’artista spagnolo eseguiva lavori che non rivelavano, almeno apparentemente, la sua preoccupazione per gli eventi politici che si stavano consumando in Spagna. È il caso del dipinto «Sulla spiaggia», firmato e datato 12 febbraio 1937, che richiama in maniera specifica alcune opere degli anni Venti, una delle quali -«Tre bagnanti»- conservata al museo Solomon R. Guggenheim di New York.
Dipinta a Le Trem-blay-sur-Mauldre, una cittadina poco distante da Versailles, la tela ricorda le figure antropomorfe dai volumi esageratamente accentuati, dalla consistenza quasi scultorea e inserite in paesaggi marini, tipiche di alcune sue opere eseguite fra la fine degli anni ‘20 e gli inizi degli anni ‘30. Le due bagnanti, la cui attenzione è rivolta principalmente al gioco con la barchetta, sono figure aggraziate e allo stesso tempo mostruose, e la composizione si offre da un lato calma e rilassata, sospesa nel suo sottile lirismo, dall’altro trasmette un velato senso di minaccia per la sinistra presenza della figura che si staglia all’orizzonte. Un senso di impotente voyerismo, suggerito dall’uomo che osserva le ragazze dalle forme floride, richiama alla mente certi miti classici come il bagno di Diana e alcuni episodi biblici come Susanna e i vecchioni.
Il disegno preparatorio del dipinto «Sulla spiaggia», proveniente dal Musée Picasso e apparentemente eseguito lo stesso giorno dell’opera, sarà esposto a Venezia per la prima volta insieme a un altro disegno preparatorio, che risulta essere a oggi quasi del tutto inedito. Donata da Picasso a Dora Maar, quest’ultima opera su carta è legata sia alla prima fase di creazione del dipinto «Sulla spiaggia» che alla figura di «Femme assise sur la plage», capolavoro appartenente alle collezioni del Musée des Beaux Arts de Lyon, datato 10 febbraio 1937, anch’esso in mostra.
Con un sottile gioco di approfondimenti e rimandi, la ricostruzione del processo creativo che portò Picasso a dipingere Sulla spiaggia, prosegue appunto attraverso «Femme assise sur la plage». Di qualche giorno antecedente al dipinto veneziano, questo splendido olio su tela a tecnica mista può essere considerato come il primo vero risultato dell’incessante ricerca formale che Pablo Picasso stava sperimentando e che avrebbe concretizzato pochi giorni più tardi, compiutamente, in «Sulla spiaggia». La tela raffigura una bagnante nuda, su una spiaggia, sorpresa in un gesto banale. La curva del corpo proteso nello spazio, il trattamento plastico-volumetrico delle forme esageratamente prosperose e anatomicamente semplificate, uniti ad un’atmosfera di silenzioso lirismo, ci riportano in maniera quasi esplicita alla bagnante di destra del grande dipinto della Collezione Peggy Guggenheim. 
Il percorso espositivo si conclude con una terza altissima prova offerta da Pablo Picasso nel febbraio di quello stesso anno, la «Grande Baigneuse au livre», conservata a Parigi sempre negli spazi del Museé Picasso. Si tratta di un’opera dipinta una settimana più tardi rispetto a «Sulla spiaggia», più precisamente il 18 febbraio 1937, a Le-Tremblay sur Mauldre, dove l’artista aveva acquistato una vecchia casa di campagna.
«La Grande Baigneuse» si trasforma qui in una grande scultura, di colore bianco-grigiastro, dalle gambe incrociate, dalla testa china sul libro e sorretta dai gomiti. Ancora una volta è una figura imperturbabile, immersa in un ambiente fatto di quiete e silenzi, dal volto enigmatico e poco connotato; qualcosa tuttavia sembra cambiare nell’inarrestabile ricerca dell’artista spagnolo: con la terza «Grande Bagneuse» Picasso sembra abbandonare, almeno in parte, la delicatezza formale delle precedenti bagnanti in favore di una costruzione delle forme per piani più statica e di uno stile ostinatamente spigoloso, quasi cubista.
Con le sue numerosissime rappresentazioni di spiagge e bagnanti, l’artista spagnolo non ha certamente scoperto un nuovo soggetto ma ha identificato e rivelato l’unico vero «scenario esterno» dell’intera sua opera.
Come la maggior parte dei suoi temi, il concetto di spiaggia viene affrontato in maniera sia tradizionale che più propriamente moderna. Giorgione, Tiziano, Ingres, Puvis de Chavannes, Manet, Cezanne, Matisse, Renoir sono tutti artisti ai quali Picasso mostra di aver guardato come fonte di ispirazione per le sue figurazioni e strutture compositive; il tema del nudo in movimento è tema ricorrente e di primaria importanza per tutti quegli artisti interessati alla pittura figurativa. Il passo in avanti fatto dall’artista non è dato tuttavia dal soggetto quanto invece dal modo in cui il genio spagnolo, collegando l’esperienza individuale alle forme della tradizione, creò non solo qualcosa di nuovo ma di assolutamente rivoluzionario.

Informazioni utili
«Sulla spiaggia». Collezione Peggy Guggenheim - Palazzo Venier dei Leoni, Dorsoduro 701 - Venezia. Orari: 10.00-18.00; chiuso il martedì. Ingresso: intero € 10.00; ridotto € 8.00; studenti € 5.00; gratuito 0-10 anni. Informazioni: tel. 041.2405411, fax 041.5206885, e-mail: info@guggenheim-venice.it. Sito web: www.guggenheim-venice.it. Dal 26 agosto al 7 gennaio 2018.

venerdì 4 agosto 2017

Boltanski, artista della memoria

Si entra attraverso il battito di un cuore, che con il suo pulsare anima un ambiente buio dove specchi scuri vengono a intervalli regolari illuminati dalla luce di una lampadina, nella mostra antologica che il Mambo – Museo d’arte moderna di Bologna dedica a Christian Boltanski (Parigi, 1944), uno dei massimi artisti internazionali viventi, il cui percorso di ricerca si sviluppa intorno ai temi della memoria e del trascorrere del tempo inteso come ineluttabile passaggio tra la vita e la morte.
«Coeur», questo il titolo dell’opera posta in limine, ricorda, con il suo ritmo del battito cardiaco e con le sue luci a intermittenza, un altro importante lavoro che l’artista francese ha realizzato per la città emiliana: l’installazione permanente al Museo per la memoria di Ustica, del quale ricorrono quest’anno i dieci anni dall’inaugurazione.
Il 2017 segna, però, anche un altro importante anniversario per il lungo rapporto di amicizia e di collaborazione tra Christian Boltanski e la città di Bologna. Ricorrono, infatti, i vent’anni dalla mostra «Pentimenti» alla Villa delle Rose, in cui fu esposta per la prima volta «Les Regards», installazione con le fotografie di dieci partigiani e partigiane al Sacrario della Resistenza di piazza Nettuno, oggi visibile nell'ambito della collezione permanente del Mambo.
Curatore di quella mostra come dell’antologica attualmente allestita al pianoterra del museo bolognese, per la quale è stato scelto il titolo «Anime. Di luogo in luogo», è Danilo Eccher.
Venticinque, tra installazioni e video, sono le opere che lo studioso trentino ha selezionato per gli spazi della Sala delle ciminiere, permettendo così al visitatore di rivivere gli ultimi trent’anni di una ricerca artistica in cui la riflessione sulla transitorietà della nostra esistenza e sulla ricostruzione di tracce di vita per fugare il timore dell’oblio è stata resa con un linguaggio al contempo delicato e potente.
Al centro dell’esposizione, della quale rimarrà documentazione in una pubblicazione informativa gratuita in formato newspaper e in un agile instant book pubblicato dalle Edizioni Mambo, vi è «Volver», imponente installazione per la prima volta presentata in Europa, così come «Animitas (blanc)», costituita da una struttura piramidale alta oltre sette metri interamente rivestita da coperte isotermiche metallizzate di colore oro, che richiamano le drammatiche immagini dei primi soccorsi prestati ai migranti.
Intorno a questo lavoro l’artista francese ha posto «Regards», un insieme di tessuti leggeri e trasparenti appesi a cavi di acciaio, che sembrano ondeggiare al vento, su cui sono impressi quaranta sguardi: volti e occhi anonimi provenienti dall’immenso archivio fotografico raccolto negli anni da Boltanski. Il dialogo stabilito dall’artista tra queste due opere sembra suggerire un’immanente vicinanza tra le presenze/assenze dei volti oggi scomparsi raffigurati in «Regards», di cui sopravvive solo uno sguardo diafano, e i migranti, odierni fantasmi senza nome, uniti dalla comune privazione delle identità individuali.
È questo silenziosa relazione tra gli anonimi della storia il cuore della mostra bolognese, per cui è stato pensato un allestimento di intenso coinvolgimento emotivo: «Boltanski -raccontano al Mambo- ha immaginato l'architettura del museo come una cattedrale ricomponendone gli spazi espositivi in una navata centrale e due laterali, a disegnare un’ambientazione immersiva in cui la luce assume il ruolo di materia d’arte. Tutte le sale sono, infatti, completamente avvolte in una semi-oscurità rischiarata unicamente da piccole fonti luminose, con l’effetto di accentuare la dimensione evocativa del suo lavoro».
Si arriva in quella che è la «navata centrale» della mostra al Mambo passando attraverso «Entre temps», un video proiettato su una tenda in cui il volto di Christian Boltanski, fotogramma dopo fotogramma, si modifica nel passaggio dall’età infantile a quella adulta. L’opera sembra rappresentare un invito metaforico a entrare «dentro il tempo», attraversando letteralmente il viso dell’artista. Inizia così un’esperienza percettiva totalizzante che porta il visitatore a riflettere sul valore della testimonianza come mezzo di riparazione dell'assente o anche sulla riattivazione della memoria attraverso il valore simbolico di manufatti effimeri. Questa poetica viene spiegata dallo stesso Christian Boltanski nell’instant book realizzato per l’occasione: «Nelle mie installazioni cerco di usare oggetti in cui ciascuno possa riconoscersi e possa farli propri, come una foto, un vestito o anche una scatola di biscotti, che ricorda le urne funerarie». Ecco così «Le monteau», con un cappotto nero illuminato da luci al neon, e «Containers», grandi contenitori con abiti usati e dismessi che, per usare le parole dello stesso artista, «parlano di qualcuno che era lì e che non c’è più», la cui presenza rimane tra «l’odore e le pieghe». Seppure non in forma esplicita, questo lavoro, come altri di Christian Boltanski, ha spesso suggerito un'immediata associazione con l'Olocausto, un momento storico che ha segnato profondamente la vita dell'artista, figlio di un medico ebreo che sfuggì alla deportazione rimanendo per anni nascosto sotto il pavimento di casa.
A quella tragica pagina di storia guarda anche «Autel Lycée Chases», costituita da fotografie in bianco e nero che ritraggono i volti di giovani adolescenti ebrei di Vienna tratte da un album scolastico del 1931. «Questi muti frammenti -raccontano al Mambo- riportano al periodo precedente la salita al potere di Adolf Hitler, suggerendo la premonizione di un destino tragico che conferisce all’opera il valore di un luogo di culto e di omaggio per non dimenticare le vittime innocenti della barbarie nazista».
La dimensione reliquiaria della commemorazione si respira anche in «Monuments», un’installazione con fotografie in bianco e nero di volti, e in «Le grand mur de Suisses Mort», un muro formato da cento e quarantasette scatole di latta, ognuna delle quali è contrassegnata da un ritratto tratto dai necrologi di un giornale svizzero: a ciascuno Christian Boltanski crea piccoli memoriali per restituirvi una composta dignità del ricordo.
A chiudere il percorso espositivo, in quella che è l’abside della cattedrale costruita dall’artista francese al Mambo, è «Animitas (blanc)», un’installazione ambientale composta da un video a parere (della durata di undici ore) con centinaia di pali metallici a cui sono legati campanelli giapponesi, piantati nel deserto di Atacama in Cile, che tintinnano al vento e, sul pavimento, fiori secchi, fieno e terra. Si tratta di un’opera effimera e fugace, destinata a una progressiva scomparsa, che invita il visitatore a sedersi e riflettere sulla Storia da manuale scolastico, quella pubblica, che incontra e incrocia le piccole storie di tutti noi, quelle che vivono nel ricordo di pochi.
Christian Boltanski lascia così il visitatore carico non di risposte, ma di domande. Domande sul senso del nostro essere al mondo, sulla precarietà del nostro vivere, sulla necessità di preservare la memoria, trasformandola da ricordo privato o da pagina di un libro in un messaggio per il futuro.

Per saperne di più
«Anime. Di luogo in luogo», Boltanski, Bologna e la memoria che si fa futuro

Didascalie delle immagini
[Figg. 1,2,3 e 4] Christian Boltanski, «Anime. Di luogo in luogo»: veduta dell'allestimento presso il MAMbo – Museo d'Arte Moderna di Bologna, 2017. Foto di Matteo Monti; [fig.5] Christian Boltanski, «Animitas (blanc)», 2017. Video con sonoro, 16/9, HD. © C. Boltanski

Informazioni utili 
«Anime. Di luogo in luogo». MAMbo – Museo d'arte moderna di Bologna, via Don Minzoni, 14 – Bologna. Orari: martedì, mercoledì, domenica e festivi, ore 10.00 – 18.00; giovedì, venerdì, sabato, ore 10.00 – 19.00; chiuso il lunedì.Ingresso: intero mostra € 6,00, ridotto mostra € 4,00 (Card Musei Metropolitani Bologna e altre riduzioni); intero cumulativo mostra + Collezioni permanenti MAMbo e Museo Morandi € 10,00, ridotto cumulativo mostra + Collezioni permanenti MAMbo e Museo Morandi € 8,00.Informazioni: tel. 051 6496611 o info@mambo-bologna.org. Sito web: www.mambo-bologna.org. Fino al 12 novembre 2017

giovedì 3 agosto 2017

«Un’eterna bellezza», al Mart di Rovereto una mostra sull’arte italiana del primo Novecento

Dopo la devastazione della Prima guerra mondiale e le rivoluzioni avanguardiste di inizio secolo nell’arte europea emerge un’esigenza di equilibrio e stabilità che prende il nome di «ritorno all’ordine»: la ribellione futurista, espressionista e cubista cede il passo alla bellezza e all’armonia del periodo simbolista fino ad approdare alla riconquista della tradizione mediterranea anche attraverso linguaggi metafisici o richiami a una «moderna classicità».
L’«aspirazione verso il concreto, il semplice e il definitivo», per usare le parole di Margherita Sarfatti, è il fondamento che nutre la poetica di numerosi artisti a cavallo tra gli anni Venti e Trenta.
Generi tradizionali quali il ritratto, la figura, il paesaggio e la natura morta sono interpretati secondo un nuovo linguaggio che declina in chiave moderna i valori dell’arte antica e rinascimentale, a cominciare dal «ritorno al mestiere», alla maestria tecnica del fare artistico inteso come strumento di restituzione e trasfigurazione del reale alla ricerca di una dimensione trasognata e senza tempo.
A questa storia guarda la mostra «Un’eterna bellezza», a cura di Beatrice Avanzi e Daniela Ferrari, allestita fino al 5 novembre negli spazi del Mart di Rovereto, dove è in corso anche una grande retrospettiva dedicata ad Armando Testa e alle sue visionarie pubblicità.
Una selezione di circa cento opere di alcuni tra i più significativi protagonisti dell’arte italiana come Carrà, Casorati, de Chirico, de Pisis, Funi, Martini, Oppi, Savinio, Severini e Sironi, molti dei quali presenti anche nelle collezioni del museo trentino, propone un percorso espositivo in sette tappe che parla del recupero della tradizione, con un occhio rivolto alle lezione di Giotto, Masaccio e Piero della Francesca.
Ad aprire la mostra, della quale rimarrà documentazione in un catalogo di Electa Editore, è un omaggio alla Metafisica, che vede il suo principale esponente in Giorgio de Chirico, autore di una poetica di rarefazione formale, di visionaria percezione della realtà, di straniante relazione tra i luoghi e le cose, attenta recupero dell’arcaismo e della pittura giottesca e rinascimentale.
Il ritorno all’antico è centrale anche nel movimento Novecento, nato a Milano nel 1922 dal sodalizio di sette artisti -Bucci, Dudreville, Funi, Malerba, Marussig, Oppi e Sironi- che fanno il proprio esordio l’anno seguente alla Galleria Pesaro di Milano, presentati da Margherita Sarfatti, e che espongono insieme alla Biennale di Venezia del 1924. Nei ritratti e nelle figure allegoriche dipinte da alcuni di questi autori, al centro della seconda sezione della mostra, l’antico è evocato dall’ambientazione ed è all’origine anche dello stile essenziale e solenne della rappresentazione, basato su un disegno accuratamente definito e su forme e volumi sintetici e maestosi.
Tra i temi al centro di questa stagione di ritorno all’ordine vi è la pittura di paesaggio con vedute urbane e luoghi della natura che affermano una piena riconquista dei valori pittorici fondati sulla tradizione.
Le architetture della periferia milanese «disegnate con il filo a piombo» da Sironi, proposte nella terza sezione della mostra, sono -si legge nella presentazione- «l’esempio più fulgido di questa capacità di rinnovare un genere pittorico, spogliandolo non solo di tutte le scomposizioni e frammentazioni avanguardiste ma anche dei residui del pittoricismo ottocentesco, approdando a una solida sintesi costruttiva».
L’esposizione roveretana permette di vedere anche le vedute di Milano e di Roma dipinte da Usellini e Donghi, oltre alle opere paesaggistiche di Carrà, nelle quali -afferma lo stesso artista- si ha una «trasformazione del paesaggio in poema pieno di spazio e di sogno».
Il percorso espositivo prosegue, quindi, con un focus sul genere della natura morta. A questo tema si dedicano con un’assiduità quasi esclusiva soprattutto de Pisis e Morandi, il primo dipingendo oggetti che paiono personaggi di una narrazione, il secondo trasformandoli, al contrario, in elementi quasi astratti. Anche Dudreville, Oppi, Donghi e Cagnaccio di San Pietro si confrontano con questo genere; nelle loro tele -si legge nella presentazione- «le cose sembrano osservate attraverso le lenti di un realismo talvolta esasperato, che per nettezza, luminosità, trasparenza e precisione nei dettagli ricorda la grande tradizione della natura morta fiamminga». Mentre le atmosfere evocate da Severini appaiono solenni e silenziose.
La mostra analizza, poi, il tema del ritratto. Un atteggiamento meditativo e malinconico, un distacco dalle cose del mondo che le circondano è ciò che si evidenzia principalmente nei soggetti raffigurati. In alcuni dipinti di Cagnaccio, Casorati, Donghi e Oppi lo «specifico tono di solitudine» delle figure, come lo definisce lo scrittore Giacomo Debenedetti, è trasposto in una dimensione incantata e sospesa, tipica del Realismo magico. In molti dei ritratti esposti si riconoscono, inoltre, scelte compositive e formali ispirate alla pittura rinascimentale, come la presenza di scorci paesaggistici inquadrati da finestre o balconi.
Anche il tema del nudo, ampiamente diffuso nella pittura italiana degli anni Venti, costituisce un’occasione di studio e di confronto con i modelli degli antichi maestri. A tal proposito le curatrici della mostra roveretana affermano: «nelle figure femminili dipinte da Casorati si legge l’eredità delle forme pure di Masaccio e Piero della Francesca; quelle di Marussig e di Celada da Virgilio discendono dalle Veneri rinascimentali di Giorgione e di Tiziano; mentre le forme opulente dei nudi di Malerba e Oppi condensano in forme sintetiche l’idea di bellezza della statuaria greca e romana».
Tra i grandi temi della tradizione riscoperti dalla pittura italiana del primo Novecento vi è, inoltre, quello della maternità, le cui radici affondano nell’arte sacra: la tela «Madre che si leva» di Virgilio Guidi, ricco di puntuali rimandi all’arte rinascimentale, e il quadro di Anselmo Bucci con una donna che allatta teneramente il suo bambino sono due esempi del genere esposti nella mostra trentina.
L’ultima sezione della rassegna, dall’atmosfera intima e introspettiva, guarda alla quotidianità e al susseguirsi delle varie età della vita esponendo ritratti di fanciulli in posa, bimbi che giocano, gruppi di famiglia e anziani genitori.
Classicità e modernità si incontrano, dunque, tra le sale del Mart per raccontare un momento storico nel quale gli artisti abbandonano le sperimentazioni avanguardiste per guardare al passato. Ma senza nostalgia, senza voglia di tornare indietro. Alla ricerca della perfezione, delle sue regole, delle armonie.

Didascalie delle immagini
[Fig.1]Felice Casorati, Ritratto di Renato Gualino, 1923-1924. Istituto Matteucci, Viareggio; [fig. 2] Giorgio de Chirico, Enigma della partenza, 1914. Fondazione Magnani Rocca, Mamiano di Traversetolo (PR); [fig. 3]Filippo de Pisis, Natura morta, 1924. Mart, Collezione L.F.; [fig. 4] Achille Funi, Saffo, 1924. Collezione privata. Courtesy Studio d’arte Nicoletta Colombo, Milano

Informazioni utili
«Un’eterna bellezza – Il canone classico nell’arte italiana del primo Novecento». Mart, Corso Bettini, 43 – Rovereto. Orari: martedì-domenica, ore 10.00–18.00; venerdì, ore 10.00-21.00; lunedì chiuso. Ingresso: intero € 11,00; ridotto gruppi, giovani dai 15 ai 26 anni e over 65 anni € 7,00, biglietto famiglia € 22,00. Informazioni e prenotazioni: numero verde 800.397760, info@mart.trento.it. Sito internet: www.mart.trento.it. Fino al 5 novembre 2017.

mercoledì 2 agosto 2017

Dai Maya agli Inca, a Napoli «il mondo che non c’era»

«Queste cose son più belle che delle meraviglie […] Nella mia vita non ho mai visto cose che mi riempissero di gioia come questi oggetti». Così scriveva, nel 1520, Albrecht Dürer di fronte ai regali di Montezuma a Cortés, giunti a Bruxelles dall’America del Sud, terra sconosciuta fino a pochi decenni prima. La scoperta di questo continente, avvenuta tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, scardina la visione culturale del tradizionale asse Roma – Grecia – Oriente e, secondo l’antropologo Claude Lévi- Strauss, è l’evento forse più importante nella storia dell’umanità.
Fu il grande esploratore Amerigo Vespucci a comprendere per primo che le terre incontrate da Cristoforo Colombo nel 1492 non erano isole indiane al largo del Cipango (Giappone) e neppure le ricercate porte dell’Eden, ma un Mundus Novus, un nuovo continente che pochi anni dopo alcuni geografi che lavoravano a Saint-Denis des Voges vollero chiamare, in suo onore, America.
Alle principali culture di questo territorio -quelle degli Olmechi, dei Maya, degli Aztechi e degli Inca- è dedicata la mostra «Il mondo che non c’era», allestita fino al 30 ottobre al Mann – Museo archeologico nazionale di Napoli. Al centro dell’esposizione -curata da Jacques Blazy, specialista delle arti pre-ispaniche della Mesoamerica e dell’America del Sud- c’è una delle principali raccolte italiane dedicate a quest’ambito di indagine: quella di Giancarlo Ligabue (1931- 2015), imprenditore ma anche paleontologo, studioso di archeologia e antropologia, esploratore e appassionato collezionista che partecipò ad oltre centotrenta spedizioni.
La mostra -realizzata anche grazie alla collaborazione di Inti Ligabue- racconta le antiche culture della cosiddetta Mesoamerica (gran parte del Messico, Guatemala, Belize, una parte dell’Honduras e del Salvador), il territorio di Panama, le Ande (Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia, fno al Cile e Argentina), dalla cultura Chavin a Tiahuanaco e Moche, fno agli Inca.
Dalle rarissime maschere in pietra di Teotihucan, la più grande città della Mesoamerica, primo vero centro urbano del Messico Centrale, ai vasi Maya d’epoca classica, preziose fonti d’informazione, con le loro decorazioni e iscrizioni: è articolato il viaggio proposto dalla mostra napoletana, che vede nel comitato scientifico personalità del calibro dello studioso André Delpuech, direttore del Musée de l’Homme – Muséum d’Histoire Nationale Naturelle di Parigi, e dell’archeologo peruviano Federico Kauffmann Doig, entrambi anche componenti del comitato scientifico della Fondazione Giancarlo Ligabue di Venezia.
Tra i pezzi esposti sarà possibile ammirare delle statuette antropomorfe della cultura Olmeca, che tanto affascinarono anche il pittore Diego Rivera e la moglie Frida Kahlo, e le sculture Mezcala, tanto enigmatiche nella loro semplicità quanto misteriose nelle origini, al punto che ne restarono profondamente suggestionati divenendone collezionisti anche André Breton, Paul Eluard e lo scultore Henry Moore.
Sempre dal Messico arrivano delle statuette policrome di ceramica cava della cultura di Chupicuaro, il cui apogeo si situa tra il 400 e il 100 a.C., e urne cinerarie (dal 200 a.C. al 200 d.C.) della cultura Zapoteca, databili tra il 200 a.C. e il 200 d.C.. Sono, poi, esposte sculture azteche, esempi pregevoli delle Veneri ecuadoriane di Valdivia, oggetti Inca, tessuti e vasi della regione di Nazca, manufatti dell’affascinante cultura Moche, straordinari oggetti in oro.
Purtroppo proprio l’oro, che spingerà nelle Ande spagnoli ed avventurieri alla ricerca del mitico El Dorado, segnò la fine delle culture degli Aztechi e degli Inca, schiacciati con le armi e con la schiavitù dai conquistatori. Milioni di indio moriranno anche a causa delle malattie arrivate dal Vecchio Mondo. Dovranno passare almeno quattro secoli, prima che l’Europa prenda nuovamente coscienza della grandezza dell’arte dell’America antica e ancora oggi sfuggono molti aspetti di queste culture.
La mostra al Museo archeologico nazionale di Napoli permette, dunque, di approfondire alcuni aspetti di queste civiltà, ma anche di ricordare gli storici legami della città campana non solo con la Spagna tra XVI e XVIII secolo, ma anche con l’immenso impero spagnolo cresciuto a dismisura all’epoca dei Conquistadores e portatore di ricchezze a scapito, appunto, dei popoli meso e sudamericani. E i debiti in termini di progresso economico e di ampliamenti culturali nei confronti del Nuovo Mondo sono evidenti: pensiamo ad alcuni alimenti (cacao, pomodori o patate) che sono arrivati per mediazione delle cucine della Corte spagnola nella tradizione alimentare del regno di Napoli e che oggi costituiscono la base di piatti considerati della tradizione locale. Ma ricordiamo anche il gioco con il pallone “di gomma” che scopriremo, grazie alle raffigurazioni in mostra sul tema, essere profondamente e anticamente radicato nella civiltà e nella ritualità mesoamericana.
Va del resto ricordato che lo stesso Carlo III di Borbone diede un contributo importante alla riscoperta dell’archeologia precolombiana, in particolare del sito maya di Palenque. Il complesso, definito la Pompei dei Maya, fu esplorato da una spedizione alla quale parteciparono Antonio Bernasconi, allievo di Luigi Vanvitelli, e alcuni studiosi che parteciparono ai primi scavi di Pompei ed Ercolano. Un’occasione, dunque, quella della mostra di Napoli per conoscere attraverso duecento opere vite, costumi e cosmogonie di un mondo entrato nella Storia.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Tessuto e copricapo. Cultura Nazca, 200. A. C.. Piume di uccelli amazzonici e corda. Altezza: 46 cm. Altezza banda: 12 cm Larghezza: 38 cm. Venezia, Collezione Ligabue; [fig. 2] Vaso o tazza votiva, Cultura Nazca - Perù, I-II secolo d.C. Ceramica con decorazioni di esseri mitologici. Altezza: 10,5 cm, diametro: 13 cm. Venezia, Collezione Ligabue; [fig. 3] Maschera. Cultura Chimù-Lambayeque, 1300 d.C.. Maschera funebre in rame ricoperto da lamina d’oro. Altezza 26 cm. Venezia, Collezione Ligabue

Informazioni utili 
«Il mondo che non c’era». Museo archeologico nazionale di Napoli, piazza Museo, 19 - Napoli. Orari: ore 09.00 – 19.30; chiuso il martedì. Ingresso: intero € 12,00, ridotto € 6,00, per altre tariffe si consiglia di consultare il sito www.museoarcheologiconapoli.it. Informazioni: tel. 081.4422149. Sito internet: www.ilmondochenoncera.it. Fino al 30 ottobre 2017. 

martedì 1 agosto 2017

«Bestiale!», quando il cane e il gatto diventano star del cinema

Ci sono proprio tutti alla Mole Antonelliana di Torino: Rin Tin Tin e Lassie, l'orca Keiko del film «Free Willy» e «Furia il cavallo del West», il gatto di «Colazione da Tiffany» e gli «Uccelli» di Hitchcock, ma anche il maialino Babe, il gufo di Harry Potter, «Francis il mulo parlante», la scimmia Cita di Tarzan e non solo. Gli animali resi famosi dal grande schermo sono i protagonisti della mostra «Bestiale! Animal Film Stars», a cura di Davide Ferrario e Donata Pesenti Campagnoni, con la collaborazione di Tamara Sillo e Nicoletta Pacini, che il Museo del cinema di Torino accoglie fino al prossimo 8 gennaio.
Animatronics, oggetti di scena, costumi, storyboard, bozzetti, disegni, sceneggiature, libri, fotografie, manifesti e materiali pubblicitari, brochure e programmi di sala, per un totale di oltre quattrocento opere, compongono il percorso espositivo che documenta l'esistenza di oltre duecentosettanta animali-attori, tra cui quarantuno stelle del cinema, e più di duecentottanta film dedicati all'argomento.
Tra i prestatori ci sono l'Academy of Motion Picture -quella degli Oscar- la Cinémathèque française, il Bafta di Londra e collezionisti privati come il premio Oscar per gli effetti speciali John Cox e gli storyboard artists Giacomo Ghiazza, Davis Russell e Jason Mayah.
Due i filoni di indagine della mostra, di cui rimarrà documentazione in un catalogo di Silvana editoriale. «Il primo -spiegano gli organizzatori- racconta cos’è un animale star e, in particolare, qual è la relazione tra icona popolare e animale in carne e ossa (spesso non un singolo, ma più di uno, che lo interpretano sullo schermo). Il secondo indaga il ruolo dell’animale-attore, interrogandosi se esista una recitazione animale, soprattutto oggi, quando animatronics ed effetti speciali digitali spingono verso personaggi di animali che sembrano sempre più esseri umani, mutandone la natura stessa».
Ad aprire il percorso espositivo sono gli esperimenti pre-cinematografici di Eadweard Muybridge, che nel 1878 cercò di documentare la corsa di un cavallo, e un fotogramma di «Adieu au langage» («Addio al linguaggio», 2014), l’ultimo film di Jean-Luc Godard, che ha per co-protagonista il suo cane.
La rassegna documenta, poi, come la storia del cinema abbia spesso creato intorno a molti cani e gatti, ma anche cavalli, topi o pinguini una storia da umani, dotandoli di personalità e – talvolta – di linguaggio. Sono nati così dei premi che danno riconoscimento al talento cinematografico degli animali-attori come lo storico PATSY Award (acronimo di Picture Animal Top Star of the Year e di Performing Animal Television Star of the Year), creato nel 1951 dall’American Humane e assegnato ininterrottamente fino al 1896, o il Palm Dog Award, istituito nel 2001 dal giornalista Toby Rose e assegnato nei giorni del Festival di Cannes. A dire il vero c’è anche chi pensò di candidare un animale all’Oscar con tanto di campagna mediatica. Il fortunato fu il cagnolino Uggie del film «The Artist», che letteralmente rubò la scena (e l'affetto del pubblico) al protagonista Jean Dujardin. Pure Donald O'Connor, protagonista della serie «Francis», si ritrovò a competere per la notorietà con il famoso mulo parlante ed esasperato dal successo del suo collega-animale lasciò la serie -dicono i ben informati- con le parole «Quando giri sei film e il mulo riceve più posta dai fan di te, qualcosa non va...».
Gli animali, in effetti, hanno sempre suscitato un grande interesse nel pubblico sin dagli esordi del cinema. Basti pensare che la prima pellicola con un quadrupede fu girata nel 1897 dai fratelli Lumière, che dedicarono al pranzo di un gattino uno dei loro primissimi film: «Le déjeuner du chat». Ecco così scorrere lungo le pareti del museo torinese le storie di animali che hanno fatto sognare, sorridere, spaventare ed emozionare svariate generazioni di grandi e piccoli spettatori: da Zanna Gialla a King Kong, dallo squalo di Spielberg al vero e proprio zoo che fu messo in piedi per girare il kolossal «La Bibbia», diretto nel 1966 da John Huston. A completamento della mostra sono stati ideati numerosi eventi: da laboratori per i più piccoli a incontri con gli insegnanti, da visite guidate a feste di compleanno a tema, fino all’attesa rassegna cinematografica in programma dall’11 ottobre al 1° novembre al cinema Massimo. Un’occasione per vedere quanto sia stato determinante l’apporto degli animali per la storia della settima arte.

Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] King Kong, John Guillermin, USA, 1976  Jessica Lange (Dwan) e il braccio meccanico di King Kong. King Kong di John Guillermin, USA, 1976.  ©Angelo Frontoni/Cineteca Nazionale-Museo Nazionale del Cinema; [fig. 2] L’orca assassina di Michael Anderson, USA, 1977. Disegno di progettazione dello scenografo Mario Garbuglia per la costruzione delle orche. Collezione Museo Nazionale del Cinema; [fig. 3] 102 Dalmatians di Kevin Lima, USA, 2000. Animatronic di un cucciolo di dalmata; [fig. 4]Fumetti degli anni ’60 - ’70 tratti dalla serie televisiva Lassie. Collezione Museo Nazionale del Cinema 

Informazioni utili 
«Bestiale! Animal Film Stars». Museo Nazionale del Cinema – Mole Antonelliana, via Montebello, 20 – Torino. Orari: dalla domenica al venerdì, ore 9.00-20.00; sabato, ore 9.00-23.00; chiuso il martedì; aperture straordinarie nei giorni del 1° ottobre (Halloween), 1° novembre (Ognissanti), 8 dicembre (Immacolata), 24 dicembre (Vigilia di Natale), 25 dicembre (Natale), 26 dicembre (S. Stefano), 31 dicembre (Vigilia di Capodanno), 1° gennaio 2018 (Capodanno), 2 gennaio 2018 e 6 gennaio 2018 (Epifania).Ingresso: intero € 10,00, ridotto € 8,00, ridotto speciale € 3,00. Informazioni: tel. 011.8138.560 / 561 o info@museocinema.it. Sito internet: www.museocinema.it. Fino all’8 gennaio 2018.