venerdì 29 maggio 2026

«Fotografia europea - Fantasmi del quotidiano», a Reggio Emilia l’arte di vedere ciò che resiste alla vista

C’è un momento, la sera tardi, quando il rumore della città si fa sottile come un filo, che i ricordi vengono alla mente senza essere stati chiamati: una voce lontana torna a parlarci, un odore riaccende un’estate perduta, un gesto dimenticato riemerge con la nitidezza di una fotografia. Non abbiamo un nome esatto per questi visitatori che abitano «i corridoi del silenzio e le crepe della memoria». Sono sussurri di ciò che è stato e non vuole essere archiviato nel passato. Sono l'eco di ciò che sarebbe potuto accadere e non abbiamo vissuto, o anche di ciò che potrebbe succedere in futuro. Sono nostalgici ritorni mentali di persone che abbiamo amato e non sono più accanto a noi. Sono «presenze latenti e potenzialità sospese», che «respirano dolcemente all’interno del nostro presente».
La ventunesima edizione di «Fotografia europea», il festival internazionale di Reggio Emilia che, fino al 14 giugno, trasforma ancora una volta la città emiliana in uno dei più vivaci laboratori visivi del Vecchio continente, chiama questa soglia percettiva «Fantasmi del quotidiano».
Con questo titolo, l’evento espositivo, che nel 2022 ha vinto il prestigioso premio Photo Festival of the Year ai Lucie Awards di New York, vuole invitare il pubblico a prestare attenzione a ciò che non si vede ma agisce, a ciò che non è più presente ma non è ancora scomparso, a ciò che non è finora accaduto ma si annuncia già come potenzialità sospesa nell’aria. In questo senso, la fotografia - fin dalle sue origini ottocentesche - intrattiene un rapporto privilegiato con la traccia di una presenza che è stata e non è più, con quello che Henri Cartier-Bresson chiamava «il momento decisivo».
 
Mostre
, installazioni, eventi e pratiche partecipative - in un dialogo tra grandi maestri e giovani talenti emergenti - compongono il ricco cartellone, che vede alla direzione artistica Tim Clark (editor e curatore della rivista «1000 Words»), Luce Lebart (ricercatrice all’«Archive of Modern Conflict» e direttrice artistica del «Pavillon Populaire» di Montpellier) e Arianna Catania (fondatrice e direttrice del «Gibellina Photoroad»), oltre a Walter Guadagnini (storico della fotografia e docente all’Accademia di Belle arti di Bologna), incaricato di costruire una grande mostra commemorativa per i duecento anni dalla nascita della fotografia.
Questa polifonia curatoriale riflette una delle caratteristiche più interessanti di «Fotografia europea»: la capacità di tenere insieme, all’interno di una medesima cornice tematica, prospettive diverse per formazione, provenienza geografica e sensibilità estetica, evitando il monologo di una singola visione autoriale e producendo, invece, un dialogo aperto tra approcci differenti.
Il festival, nato nel 2006 per iniziativa della Fondazione Palazzo Magnani e del Comune di Reggio Emilia, ci restituisce così una sorta di diario intellettuale del tempo che viviamo, un archivio di preoccupazioni e desideri collettivi rifratti attraverso lo sguardo fotografico.

Cuore pulsante della manifestazione sono i Chiostri di San Pietro, che accolgono il nucleo principale delle mostre curate da Tim Clark e Luce Lebart.
Il percorso inizia con Felipe Romero Beltrán e il suo progetto «Bravo», premiato nel 2025 con il «KBr Photo Award» della Fundación Mapfre. Si tratta di un’indagine visiva lungo il Rio Bravo, il fiume al confine tra Messico e Stati Uniti, che diventa metafora di un’attesa sospesa, raccontando storie di vite in bilico tra due sponde.
Organizzato in tre capitoli - «Endings», «Bodies» e «Breaches» - il progetto sfida frontalmente i regimi di sorveglianza e identificazione che governano le politiche migratorie contemporanee, con la consapevolezza che ogni fotografia di frontiera è anche una riflessione sulla nostra capacità di vedere l’altro.
Dialoga con questo lavoro un progetto di Mohamed Hassan, dal titolo «Our Hidden Room», vincitore dello Star Photobook Dummy Award. Il lavoro si configura come un’autobiografia frammentata, costruita attorno al rapporto con il padre affetto da disturbo bipolare, in cui fotografia e scrittura si intrecciano per dare forma a ciò che il silenzio familiare aveva tenuto nascosto. Il progetto appartiene a quella tradizione della fotografia documentaria soggettiva che, da Nan Goldin in poi, ha trasformato il privato in luogo di ricerca collettiva sull’identità, la memoria e la vulnerabilità.
Negli stessi spazi, Salvatore Vitale presenta «Automated Refusal», un film che analizza la precarietà del lavoro digitale. Il fantasma qui è inscritto nelle infrastrutture invisibili che regolano la platform economy: ranking, sorveglianza, automazione.
Di segno differente è il lavoro di Marine Lanier, «Le Jardin d’Hannibal», che porta lo spettatore a 2.100 metri d'altezza nel Giardino del Lautaret, dove le piante alpine riemergono dalle nevi come orme del passaggio di Annibale, unendo scienza e visione onirica. Attraverso grandi formati e monocromi cromaticamente ispirati a Karl Blossfeldt e Anna Atkins, l’artista costruisce un erbario onirico e notturno in cui la ricerca scientifica sul cambiamento climatico si fonde con il mito antico di Annibale che attraversò le Alpi.
Nei Chiostri di San Pietro trovano posto anche Ola Rindal con «Stains and Ashes», un’esplorazione sull’errore e sulla sfocatura come dispositivi estetici, e Giulia Vanelli con «The Season», meditazione visiva sul rapporto tra memoria e oblio, ispirata a «La lentezza» di Milan Kundera e ambientata in un borgo marittimo toscano, dove il tempo è indagato come esperienza soggettiva, nel quale il passato non è mai definitivamente concluso, ma continua a sedimentarsi nei luoghi e nei corpi.
Tania Franco Klein, con «Subject Studies: Chapter I», propone, invece, un esperimento antropologico: centosei soggetti ritratti in ambienti identici ci interrogano su come pregiudizi e aspettative culturali modellino la nostra percezione dell’altro anche quando il contesto rimane invariato.
Mentre Frédéric D. Oberland espone «Vestiges du futur», in cui immagine e suono creano un’esperienza sinestetica che attraversa oltre un decennio di visioni psichedeliche e premonizioni catturate in 35mm e Super8. Il progetto esplora la condizione umana, il rapporto tra visibile e invisibile e la connessione tra mito, civiltà e natura.
Infine, al piano terra dei Chiostri di San Pietro, la committenza 2026 - progetto pensato e prodotto appositamente per il festival - vede la firma di Simona Ghizzoni, fotografa di origini reggiane, che con «Milk Wood» (titolo ispirato all’ultimo, omonimo, radiodramma di Dylan Thomas sui sogni e sulle speranze di una piccola comunità) ha condotto un processo laboratoriale partecipato nel quartiere della vecchia stazione, raccogliendo le voci e i volti di un gruppo di donne, depositarie di memoria e immaginazione collettiva, che si ritrova il mercoledì in via Turri, al Binario 49.
Al piano terra dei Chiostri di San Pietro trovano posto anche «Speciale Diciottoventicinque», un progetto formativo dedicato ai giovani tra i 18 e i 25 anni, e la mostra «Keep the Fire Burning», a cura di Francesco Colombelli, con una selezione di libri fotografici su miti, fiabe, credenze popolari e tradizioni.

Spostandoci a Palazzo Da Mosto, la collettiva «Ghostland», curata da Arianna Catania, riflette sulla condizione iper-mediata dell’esperienza contemporanea: in un’epoca in cui gli schermi non sono più semplici dispositivi ma veri e propri ambienti culturali, otto artisti provenienti da contesti geografici diversi - dalla Lituania alla Francia, dagli Stati Uniti all’Ucraina - esplorano come sorveglianza, social media, droni di guerra e archivi digitali ridisegnino il confine tra presenza e assenza, tra identità e simulacro. Tra gli artisti esposti, si segnalano: Carolyn Drake con «Next Door», che trasforma i sistemi di videosorveglianza in dispositivi di intimità; Mykola Ridnyi con «Blind Spot», che dissolve le immagini della guerra in punti ciechi visivi; Visvaldas Morkevicius con «Camouflage», che trasforma il conflitto bellico in astrazione; e Indrė Šerpytė con «This Is How We Win Wars», che mette in scena le danze dei soldati condivise sui social.
Sempre a Palazzo da Mosto, ma al piano terra, sono allestiti i progetti della Open Call, scelti dai curatori del festival tra gli oltre settecento lavori pervenuti. Federica Mambrini, con «L’albergo della lontananza», trasforma la distanza geografica tra Italia e Cile in uno spazio architettonico simbolico, dove ponti, deserti e gesti quotidiani diventano strumenti per costruire legami tangibili tra due emisferi. Mentre Emilia Martin, con «The serpent’s thread», intreccia storia e mito ricostruendo la vicenda delle cinque sorelle Andersson, vissute in un villaggio svedese all’inizio del XX secolo, e dei loro corredi tessili. L’artista esplora così il significato profondo della dote come simbolo di identità e destino sociale.
 
Proseguendo il percorso tra gli spazi ufficiali di «Fotografia europea», a Palazzo Scaruffi, edificio del XVI secolo mai utilizzato prima dal festival, Walter Guadagnini firma la mostra storica «200×200. Due secoli di fotografia e società», un percorso dalla metà dell’Ottocento a oggi, dai primi dagherrotipi agli scatti fatti con gli smartphone, che parte dalla «Veduta di Gras» di Joseph Nicéphore Niépce, realizzata nel 1826 (primo esempio rimasto di immagine fotografica), per passare in rassegna i lavori di Nadar, Curtis, Man Ray, Berenice Abbott, Dorothea Lange, Walker Evans, Gilles Caron, Henri Cartier-Bresson, Robert Capa e molti altri ancora.

Spostandoci nella Chiesa dei Santi Carlo e Agata, risalente al IX secolo, troviamo Elena Bellantoni con «Ghostwriter», una mostra, curata da Fulvio Chimento, che attraverso fotografia, cinema d’autore, scultura e installazione riflette sulla narrazione storica dal punto di vista femminile, evocando i «fantasmi della storia» come corpi imprevisti di una memoria ufficiale ancora largamente maschile.
Ci sono, poi, le mostre partner come le due allestite al Palazzo dei Musei: «Giovane Fotografia Italiana», con i progetti di sette artisti under 35, e «Luigi Ghirri. A Series of Dreams», dedicata al legame tra fotografia e musica nell’opera del maestro reggiano, con particolare riferimento a Bob Dylan, Lucio Dalla e il musicista Iosonouncane.
In questo settore del festival si innesta anche la rassegna «Francesco Guccini. Canterò soltanto il tempo» a Palazzo Gerra: un viaggio intimo nella poetica del cantautore come meditazione sul tempo, sulla parola e sulla memoria, arricchita da contributi di vari artisti e illustratori, tra cui spiccano le ricerche fotografiche di Paolo Simonazzi, che mappa la «geografia sentimentale» di Pavana, e di Kai-Uwe Schulte-Bunert, che tenta di dare una forma astratta e frammentaria alla materia fluida del ricordo.
Infine, la Collezione Maramotti presenta la prima personale italiana di Ndayé Kouagou: «Heaven’s truth», un percorso volutamente incoerente e ludico, che mette a nudo le ambiguità della comunicazione e le fragilità della nostra società.

Il festival si estende, poi, fuori dai confini degli spazi istituzionali. Una delle intuizioni più felici di «Fotografia europea» è, infatti, il «Circuito Off» che trasforma l’intera città ma anche la provincia reggiana in uno spazio espositivo diffuso: negozi, ristoranti, cortili, abitazioni private, studi professionali diventano gallerie temporanee in cui fotografi professionisti e appassionati si confrontano con i «Fantasmi del quotidiano» attraverso 272 mostre (152 nel centro storico, 61 fuori le mura e 44 in provincia). Il progetto «Off@school» estende questa vocazione partecipativa alle scuole di tutta la provincia, costruendo un percorso educativo che si intreccia con quello artistico.

In questo senso, «Fotografia europea» si configura come una vera e propria «ecologia dello sguardo», capace di attivare processi di partecipazione, educazione e confronto intergenerazionale.
Attraversare le varie mostre del festival reggiano significa, in ultima analisi, non solo guardare delle immagini, ma fermarsi tra le pieghe di ciò che normalmente sfugge allo sguardo, di quelle tracce che sono i «fantasmi del quotidiano». In questo senso, la scelta tematica del 2026 si inserisce in un dibattito culturale più ampio che attraversa la filosofia, la psicoanalisi e gli studi culturali contemporanei: la riscoperta dell'attenzione come forma di resistenza civile, la rivalutazione della lentezza e della contemplazione in un'epoca che premia la velocità e la reattività immediata. La fotografia - con la sua capacità di congelare l'istante e di restituire alla visione ciò che il flusso continuo dell'esperienza dissolve - si conferma strumento privilegiato per questa pratica, che ci permette di vedere il mondo in modo nuovo e diverso.

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giovedì 28 maggio 2026

«I luoghi del cuore» del Fai: un censimento partecipativo tra memoria, identità e futuro

C’è una chiesa trecentesca a Penne, nel Pescarese, dove il guano dei piccioni si deposita sugli affreschi come una coltre di oblio. C'è un'isola nella laguna meridionale di Venezia, Poveglia, che giace completamente abbandonata con le sue storie leggendarie su fantasmi di appestati e di pazienti psichiatrici. C’è una rete di sentieri in arenaria bianca tra le Cinque Terre e Portovenere, costruita per permettere ai contadini di scendere al mare anche di notte, che ora frana sotto il passo incauto dei visitatori. E c’è anche un parco archeologico, alle porte dell’Aquila, dove Sallustio guardò forse per la prima volta il cielo, oggi dimenticato fra i pascoli. Ognuno di questi luoghi custodisce una memoria, un’identità, una promessa di tutela non mantenuta. Tutti aspettano di tornare a vivere.

Dal 2003
il Fai – Fondo per l’ambiente italiano, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, lancia periodicamente un censimentounico nel suo genere in Europa - per mappare tutto questo patrimonio storico-artistico italiano che merita una maggiore cura e valorizzazione: «piccole chiese di provincia, borghi spopolati, dimore storiche disabitate, aree agricole incolte o spazi di natura che sempre più soffrono gli effetti del cambiamento climatico o del dissesto idrogeologico».
Giunto alla tredicesima edizione, il censimento «I luoghi del cuore» - che si avvale del patrocinio del ministero della Cultura e che vede nella Rai il main media partner - ritorna a risvegliare il senso civico degli italiani e la loro voglia di fare comunità per dare un futuro a quei beni culturali e ambientali, spesso estranei ai circuiti turistici più battuti, che, parafrasando il poeta Iosif Brodskij, fanno parte di una speciale «cartina geografica», quella «disegnata (…) nella mente», che ci ha parlato «un giorno di bellezza».
Il meccanismo è semplice nella forma, ma straordinario negli effetti: fino al prossimo 15 dicembre, chiunque può candidare e votare i luoghi che ritiene meritevoli di attenzione e salvaguardia, attraverso il sito www.iluoghidelcuore.it o tramite gli appositi moduli cartacei scaricabili on-line. Ogni voto è insieme un gesto affettivo e un atto politico: il riconoscimento che quel luogo esiste, conta per la comunità di riferimento e merita di sopravvivere.

I numeri del censimento, recentemente presentati alla stampa, restituiscono la misura di un fenomeno culturale di proporzioni eccezionali. Nelle dodici edizioni finora concluse, il programma ha raccolto oltre 13milioni e mezzo di voti, di cui 2.316.984 solo nel 2024, l’anno con maggior partecipazione nella storia dell’iniziativa. Nel complesso sono stati segnalati più di 41mila luoghi distribuiti in oltre 6mila e cinquecento comuni italiani, pari all’83% del totale nazionale. La crescita dagli inizi a oggi è vertiginosa: dalle 24.200 segnalazioni del 2003 si è giunti alle oltre 2,3 milioni dell’ultima edizione.
Il programma si articola su un ciclo biennale: gli anni pari sono dedicati alla fase di censimento, quelli dispari all’apertura del bando per il finanziamento dei progetti. Per l’edizione 2026, Fai e Intesa Sanpaolo mettono a disposizione 600mila euro per sostenere restauri e interventi di valorizzazione. I primi tre luoghi classificati per numero di voti riceveranno premi rispettivamente di 70mila, 60mila e 50mila euro; tutti i siti che avranno raggiunto la soglia minima - alzata in questa edizione da 2.500 a 3.000 voti – potranno, invece, accedere a un bando con contributi fino a 50mila euro per proposta.

Dal 2003 a oggi sono stati finanziati centoottanta progetti in venti regioni italiane, una rete di interventi che ha agito, come precisa la documentazione ufficiale del Fai, come «scintilla» capace di trainare altri stanziamenti istituzionali e privati.
A tal proposito, risulta emblematico il caso della Chiesetta di San Pietro dei Samari a Gallipoli, edificio dell’XI secolo in stato di grave degrado, che ha vinto il censimento 2022 grazie a una mobilitazione che ha coinvolto quarantadue soggetti diversi tra scuole, confraternite, associazioni e commercianti. Il contributo del Fai e di Intesa Sanpaolo (di 50mila euro) ha innescato ulteriori stanziamenti da parte del Comune di Gallipoli (70mila euro) e della Provincia di Lecce (300mila euro), per un totale di oltre 400mila euro destinati al restauro, ora in corso, dopo decenni di abbandono e inagibilità. Vale la pena sottolineare che la chiesetta di Gallipoli è solo uno dei tanti edifici di culto ad aver ricevuto un contributo nell’ambito dell’iniziativa «I luoghi del cuore»: 73 dei 180 progetti fino ad oggi sostenuti riguardano, infatti, il patrimonio ecclesiastico, a conferma che l’Italia era ed è il «Paese dei campanili».

La cornice teorica entro cui si inscrive il censimento rimanda alla «Convenzione di Faro» del Consiglio d’Europa, stipulata nel 2005, che definisce le «comunità di patrimonio» come gruppi di persone che attribuiscono valore a specifici aspetti dell’eredità culturale e desiderano trasmetterli alle generazioni future. In questa prospettiva, l’iniziativa del Fai non è soltanto uno strumento di mappatura, ma un vero e proprio dispositivo di costruzione comunitaria. Dal 2003 ad oggi, queste comunità sono passate da una manciata di comitati a oltre 1.500 realtà attive, con oltre 5.000 stakeholder locali, capaci di aggregare scuole, parrocchie e associazioni in un impegno civico senza precedenti.
Uno degli aspetti più rilevanti della traiettoria recente del censimento è la crescita della partecipazione scolastica. Nell’edizione 2024 hanno aderito 538 istituti italiani, distribuiti in diciassette regioni, ai quali si sono aggiunte novantadue scuole con sede all’estero. Il dato suggerisce che il programma stia progressivamente diventando uno strumento di educazione al patrimonio, capace di formare nuove sensibilità civiche.

Una ricerca condotta nel 2024 dalla Fondazione Santagata per l’economia della cultura ha documentato, inoltre, come il programma generi impatti culturali, sociali, ambientali ed economici misurabili, in particolare nelle aree interne e nei piccoli centri, dove la capacità progettuale locale è spesso limitata. Il caso di Monesteroli, nel Parco nazionale delle Cinque Terre, illustra questo effetto moltiplicatore: accanto al restauro della scalinata storica sostenuto dal Fai, sono nati progetti di recupero agricolo, con l’assegnazione di terreni abbandonati a giovani viticoltori, e un accordo quadro con l’Amministrazione comunale spezzina e il Parco nazionale delle Cinque Terre per la salvaguardia dei versanti franosi. Una semplice firma e un voto fatto con un rapido click hanno, dunque, innescato una importante visione di futuro.
Mentre la risonanza ottenuta da via Vandelli, tra le prime strade carrozzabili europee, costruita nel Settecento tra l’Appennino modenese e la Garfagnana per collegare Modena e Massa attraverso le Alpi Apuane, ha portato al suo riconoscimento come «cammino», prima da parte della Regione Emilia-Romagna e poi della Toscana.

Quest'anno la tutela non passa solo dal restauro fisico, ma anche dalla narrazione. Tra le novità più significative della XIII edizione vi è, infatti, il lancio del video-podcast «I luoghi che leggiamo», ideato e condotto dalla scrittrice Marta Stella, ora disponibile sul sito www.iluoghicheleggiamo.it e su Spotify. Il progetto, realizzato in collaborazione con quattro studenti dell’Università Iulm, coinvolge dieci autori di primo piano della letteratura italiana contemporanea - Viola Ardone, Marta Barone, Daria Bignardi, Maria Grazia Calandrone, Giulia Caminito, Donatella Di Pietrantonio, Antonio Franchini, Melania Mazzucco, Marco Missiroli e Bianca Pitzorno – in un viaggio narrativo dal nord al sud della penisola, alla scoperta dei luoghi che hanno nutrito la loro immaginazione o che portano nel cuore.
La scelta di coinvolgere gli scrittori non è puramente comunicativa: la letteratura e la tutela del patrimonio condividono una radice comune, che è quella del racconto. Donatella Di Pietrantonio, Premio Strega 2024, osserva, a tal proposito, che nei suoi romanzi i luoghi «trasformano le mere ambientazioni in protagonisti, al pari dei personaggi umani». Per lei il «luogo del cuore» è la chiesa di Sant’Agostino a Penne, in stato di abbandono avanzato: gli affreschi interni sono deturpati dal guano dei piccioni, le finestre rotte. Melania Mazzucco, Premio Strega 2003, segnala, invece, l’isola di Poveglia a Venezia, le catacombe romane lungo la via Salaria e il convento di San Liberatore in Valnerina, gravemente danneggiato dal sisma del 2016, con al suo interno un ciclo di affreschi di Paolo da Visso, artista marchigiano del ‘400 molto importante e rappresentato anche al Louvre. Mentre Daria Bignardi racconta nel podcast il Delta del Po e la sua Ferrara, riscoperta con nuovo amore dopo il terremoto emiliano del 2012.

Proseguendo, per Antonio Franchini il luogo del cuore è la Valsesia con i suoi impetuosi fiumi e torrenti. Per Viola Ardone è Napoli, della quale porta nel cuore piazza Bellini. Mentre Marco Missiroli è indeciso fra la realtà di Rimini, dove è nato, e quella di una grande città come l’adottiva Milano.
I ricordi d’infanzia e di gioventù segnano i luoghi più amati anche per Giulia Caminito, con il molo di Anguillara Sabazia, e per Marta Barone, con piazza Vittorio a Torino, città nella quale è cresciuta, e con il paese della madre, Villafranca Piemonte. Bianca Pitzorno, invece, ama perdersi nella campagna sarda, con il suo «azzurro color di lontananza».

I testimonial del censimento 2026 comprendono anche voci del mondo televisivo e dello spettacolo: Carlo Conti segnala le Terme del Corallo a Livorno, Carlo Carrara il Cappellone della Basilica di San Nicola da Tolentino nelle Marche terremotate, Antonella Clerici gli scavi romani di Libarna in Piemonte, Bruno Vespa il Parco archeologico di Amiternum, a dieci chilometri dall’Aquila, città che nel 2026 è Capitale italiana della cultura. Mentre Dario Vergassola, con la consueta verve poetica, invoca la protezione della rete di sentieri che collega La Spezia alle Cinque Terre, costruita con arenarie bianche visibili al chiaro di luna perché i contadini potessero scendere al mare anche di notte: manufatto idraulico e paesaggistico di straordinaria ingegnosità, oggi minacciato dall’incuria e dai cinghiali.
Le testimonianze dei vip raccolte evidenziano una pluralità di prospettive: dalle chiese abbandonate alle aree archeologiche, dai borghi colpiti da calamità naturali ai paesaggi rurali. Dal censimento, di anno in anno, emerge, infatti, una geografia varia, con le sue storie di fragilità, ma anche di resilienza e di desiderio di riscatto. I luoghi segnalati non sono soltanto beni materiali da preservare, ma dispositivi di senso, capaci di attivare appartenenza e responsabilità, parlandoci della conservazione non come un atto statico, ma come un processo dinamico che trasforma l’affetto in azione e la memoria in progetto. Ogni firma, ogni voto digitale, non è, dunque, solo un mattone posato per dare nuova vita a un luogo, ma è anche il racconto di una comunità che si unisce promettendo alle generazioni future che la bellezza ricevuta in dono non andrà perduta sotto il peso del silenzio. Perché un Paese che sa curare le proprie cicatrici è un Paese che ha ancora il coraggio di sognare.

Didascalie delle immagini
1. Isola di Poveglia, Venezia. Luogo del cuore di Melania Mazzucco, Premio Strega 2003, tra i protagonisti di video-podcast «I luoghi che leggiamo»; 2. Chisa di Sant'Agostino, Penne (Pescara). Luogo del cuore di Donatella Di Pietrantonio, Premio Strega 2024, tra i protagonisti di video-podcast «I luoghi che leggiamo».Foto di Katia Camplone. Courtesy: Fai - Fondo per l'ambiente italiano; 3. Stintino, Luogo del cuore di Bianca Pitzorno, tra i protagonisti di video-podcast «I luoghi che leggiamo»; 4. Monesteroli (La Spezia), nel Parco nazionale delle Cinque Terre, tra i beni segnalati nelle precedenti edizioni del censimento «I luoghi del cuore». Foto: Massimo Amato. Courtesy: Fai - Fondo per l'ambiente italiano; 5. Monesteroli (La Spezia), nel Parco nazionale delle Cinque Terre, tra i beni segnalati nelle precedenti edizioni del censimento «I luoghi del cuore». Foto: Davide Marcesini. Courtesy: Fai - Fondo per l'ambiente italiano;  6. e 7. Via Vandelli, tra Emilia e Toscana, tra i beni segnalati nelle precedenti edizioni del censimento «I luoghi del cuore». Foto: Davide Marcesini. Courtesy: Fai - Fondo per l'ambiente italiano; 8. e 9. Chiesetta di San Pietro dei Samari nel parco di Gallipoli (Lecce), tra i beni segnalati nelle precedenti edizioni del censimento «I luoghi del cuore». Foto: Silvio Zecca. Courtesy: Fai - Fondo per l'ambiente italiano; 10. Complesso Santa Croce di Campese, a Bassano del Grappa, tra i beni segnalati nelle precedenti edizioni del censimento «I luoghi del cuore». Foto: Tommaso Prugnola. Courtesy: Fai - Fondo per l'ambiente italiano  

Informazioni utili

Per votare e candidare un luogo: www.iluoghidelcuore.it | Videopodcast I luoghi che leggiamo: www.iluoghicheleggiamo.it e Spotify | Censimento aperto fino al 15 dicembre 2026

mercoledì 27 maggio 2026

«Creativamente Roero», residenze d’artista tra borghi e castelli

(sam) Tra le morbide colline del Roero, dove il paesaggio vitivinicolo dialoga da secoli con la memoria storica di antichi castelli e un paesaggio geologicamente unico in Europa, l’arte si fa laboratorio a cielo aperto e abita il territorio. Tra torri medievali che in autunno emergono dalla nebbia mattutina, borghi dove il tempo sembra essersi fermato, chiese romaniche immerse nelle campagne, cantine scavate nelle marne e filari di vite che si arrampicano lungo i declivi argillosi delle «rocche» - singolari pareti che il fiume Tanaro ha scavato per millenni -, qualcosa di vivo e inatteso accade ogni anno: un artista entra in punta di piedi, ascolta, osserva, si lascia permeare e, poi, lascia un segno. Realizza un’opera che, da quel momento, appartiene al luogo tanto quanto un campanile o una roggia che scorre a valle.
È questo il cuore di «Creativamente Roero – Residenze d’artista tra borghi e castelli», un progetto di valorizzazione territoriale attraverso la cultura, nato nel 2018, che è ormai diventato un modello di riferimento nel panorama italiano dell’arte pubblica e partecipativa.

Ideato e diretto da Patrizia Rossello, l'appuntamento giunge quest'anno alla sua ottava edizione presentando un itinerario diffuso tra San Martino Alfieri, Antignano, Govone e Castellinaldo d’Alba, cittadine che fanno parte di un angolo di Piemonte, entrato nella lista del Patrimonio mondiale dell’Umanità di Unesco, quale «testimonianza vivente della tradizione storica della coltivazione della vite» ed «esempio eccezionale di interazione dell’uomo con il suo ambiente naturale».
In questo contesto di notevole densità storica, paesaggistica e culturale, la presenza dell’arte contemporanea non costituisce un innesto estraneo, ma una nuova stratificazione di senso generata dal dialogo tra uomo e territorio: le opere nascono dal luogo e per il luogo, in un percorso articolato di studio, sopralluogo, relazione e produzione, della durata di circa un mese, che vede l’artista in dialogo con le comunità locali.

Il coinvolgimento diretto degli abitanti nel percorso creativo non è accessorio, ma strutturale: la comunità diventa co-autrice, testimone e custode del lavoro realizzato. Come racconta la direttrice artistica Patrizia Rossello: «punto di partenza resta l’incontro, motore di relazioni e di nuovi legami che, tramite la sensibilità dell’artista e la disponibilità degli abitanti, incoraggia il racconto delle esperienze individuali per cogliere successivamente quelle sfumature che costituiscono la chiave di lettura per entrare in contatto con la vita della collettività e della sua storia».

Le opere che ne risultano sono site specific: la loro esistenza è inscindibile dal contesto fisico, sociale e storico che le ha generate. Rimosse dal luogo, perderebbero il loro senso, e, infatti, vanno a comporre un museo a cielo aperto tra borghi e castelli, che si arricchisce di anno in anno e che oggi conta più di trenta installazioni realizzate da ventotto artisti, un archivio di sguardi e dialoghi che integra e potenzia l’offerta turistica del territorio.

Ogni edizione di «Creativamente Roero» è tradizionalmente accompagnata da un tema guida: «Il nostro lavoro» nel 2018, «Vocazione natura» nel 2019, «A due passi dal mare» nel 2020-2021, «Esercizi di memoria» nel 2022, «Biodiversità: l’equilibrio della coesistenza» nel 2023, «Bloc-Notes: appunti di viaggio» nel 2024 e «In agricoltura» nel 2025.
L’edizione 2026 compie una scelta inedita e per certi versi audace: il titolo è «Tema libero». Nessun argomento imposto e nessuna cornice tematica predefinita definiscono, dunque, i lavori realizzati quest'anno, presentati nella giornata di domenica 24 maggio con una festa itinerante all’insegna di degustazioni enogastronomiche, musica, danza e suoni di campane. Come spiega Patrizia Rossello, l’idea è stata di «lasciare totale indipendenza agli artisti nell’individuazione di quei fattori che rendono un territorio unico e speciale, rimarcando così la potenza del loro sguardo che va ben oltre la superficie».

La scelta non è un abbandono della cornice metodologica, ma la sua maturazione più alta: la fiducia, conquistata in otto anni di pratica condivisa, che lo sguardo artistico sappia trovare da solo la chiave di accesso ai luoghi. 
Come afferma Pablo Picasso in una frase scelta come sottotitolo di questa edizione: «L’artista è un ricettacolo di emozioni che vengono da ogni luogo: dal cielo, dalla terra, da un pezzo di carta, da una forma di passaggio, da una tela di ragno». Chi, dunque, meglio di lui può capire un luogo e chi lo vive?

I quattro borghi coinvolti nel 2026 — Antignano e San Martino Alfieri in provincia di Asti, Govone e Castellinaldo d’Alba in provincia di Cuneo — costituiscono un campionario della diversità di questo territorio: borghi di pianura e di collina, paesi con forti radici agricole e comuni con una storia nobiliare e castellana, comunità che si affacciano sul Tanaro e altre perdute tra i vigneti del Roero.

Altrettanti differenti sono i linguaggi creativi dei quattro artisti coinvolti - Carlo Gloria, Francesco Meloni, Giuseppe Gavazza e Saverio Todaro -, che rappresentano ambiti di ricerca eterogenei anche se accomunati da una forte attenzione al rapporto tra individuo, ambiente e sistemi sociali.

Il percorso può partire da San Martino Alfieri e dall’intervento di Carlo Gloria, artista piemontese che dal 1996 costruisce una pratica in bilico tra fotografia, pittura, disegno e tecnologie digitali, con una riflessione costante sul tema dell’identità multipla e sulla complessità dell’espressione di sé. Particolarmente significativa è la sua vocazione per l’arte pubblica, che lo ha portato a intervenire con installazioni in ospedali, spazi urbani e contesti produttivi.
La sua opera per «Creativamente Roero» è attraversata da un tema centrale e urgente, idealmente in linea con la vocazione agricola del territorio: il paesaggio agrario che scompare, la cultura contadina erosa dalla modernità, il rapporto tra uomo e natura in un’epoca di crisi ecologica.
Carlo Gloria interviene a San Martino Alfieri, nell’area dell’ex bocciofila in via Tanaro, trasformandola con una pittura murale e progettando un giardino botanico pubblico: un’opera che non solo decora ma ri-abita uno spazio abbandonato, restituendolo alla comunità come luogo di bellezza e di memoria. Il gesto artistico si sovrappone così a quello civico, e l’estetica diventa strumento di rigenerazione urbana e sociale.

Proseguendo verso Antignano si incontra il lavoro di Francesco Meloni (Cagliari, 1973), artista multidisciplinare - noto fino al 2020 con lo pseudonimo di Mei Ziqian - che indaga le relazioni tra materia, territorio e comunità, focalizzandosi sulle dinamiche del lavoro e delle interazioni sociali.
Segnalato per la partecipazione a «Creativamente Roero» dalla Fondazione Bartoli Felter per l’arte di Cagliari, l’autore sardo, che si divide tra la sua terra e Milano, ha ideato un’installazione per via Malabaila, frutto di una riflessione sul costruire e l’abitare. Si tratta di «Roof#A», un’opera che si sviluppa a partire da alcuni elementi minimi dell’architettura come il tetto e le tegole per creare un luogo di incontro e di sosta: una specie di pensilina dalle tonalità bluastre, che si trova al culmine di una scalinata panoramica e sul lato della Chiesa di San Rocco, la cui sagoma indica una freccia, una direzione.

Nella tappa successiva, Govone, si incontra, invece, il lavoro di Giuseppe Gavazza, compositore e ricercatore di formazione internazionale, attivo nel campo della musica contemporanea e delle tecnologie del suono, con alle spalle studi al Conservatorio di Milano e collaborazioni con istituti di ricerca di primo piano come il Csc dell’Università di Padova, l’Ircam di Parigi e l’Experimental Studio di Friburgo, ma non solo.
La sua residenza nel Roero è nata da un dialogo con il Centre de recherche sur l’espace sonore (Cresson) dell’École nationale supérieure d’architecture di Grenoble: un istituto che studia gli ambienti architettonici in prospettiva sonora. 
Il risultato è l’opera time specific «e la presente e viva e il suon di lei – Giardino d’ascolto», ispirata a «L’infinito» di Giacomo Leopardi e installata nel roseto storico di re Carlo Felice e Maria Cristina di fronte al Castello di Govone, sito Unesco dal 2014, che ora fa parte anche del progetto «I luoghi del Belsentire», dedicato a realtà italiane in cui è valorizzato e promosso l’aspetto acustico. 
L’opera, che è anche un invito all'attenzione, trasforma il giardino in uno spazio d’ascolto permanente: il paesaggio smette di essere sfondo visivo e diventa partitura, invitando chi lo attraversa a percepirlo con un’attenzione sensoriale rinnovata. 
Immersi nel verde, si scorgono degli indicatori sui quali sono apposti dei QR Code, che permettono di accedere, tramite il proprio cellulare, a dei file audio. Una serie di nomi di rose e di suoni ambientali raccolti in situ accompagnano la visita in maniera discreta. Il visitatore può liberamente girovagare a caccia delle tracce sonore, sedersi sulle panchine per godere del panorama o rintanarsi nella nicchia scavata nel muro.

Infine, a Castellinaldo d’Alba troviamo il lavoro di Saverio Todaro (Berna, 1970), scultore formatosi all’Accademia Albertina di belle arti di Torino, la cui poetica si nutre dei codici della biologia, della comunicazione e della tecnologia digitale, indagando scenari che emergono dalla connessione globale e dal loro impatto sull’identità individuale e collettiva.
L’artista ha un legame lungo con «Creativamente Roero»: nel 2018 aveva realizzato l’opera «Share» sull’ex torre dell’acqua del paese. La sua partecipazione all’ottava edizione ha, dunque, il carattere di un ritorno: completare e arricchire un dialogo già avviato con uno spazio diventato nel tempo, per sua stessa ammissione, «un luogo identitario che appartiene a tutti». 
Per l’occasione è stata realizzata, all'esterno, una panchina bianca, che riprende il simbolo dello share, già presente sulla torre: tre cerchi uniti da due linee. Mentre all'interno dell'architettura è stato allestito uno spazio per l’esposizione di bottiglie di barbera dei produttori locali, principale ricchezza del territorio. I QR Code posizionati sotto ogni bottiglia raccontano la storia delle aziende del territorio.

Inserito in una rete territoriale più ampia che comprende «Orma. Tracce d’artista in Langhe Monferrato Roero» e il programma «Alba Capitale dell’arte contemporanea 2027», il progetto si configura, dunque, come un modello virtuoso di sinergia tra arte contemporanea e sviluppo territoriale, basato sulla cura, sull’ascolto, sulla co-creazione.
In un’epoca in cui il patrimonio culturale è spesso ridotto a una risorsa da consumare per attirare like e follower, «Roero Contemporanea» va così in controtendenza e sceglie il passo lento, la presenza fisica, il radicamento nel territorio. Il risultato è un museo diffuso che non ha né orari d’ingresso né biglietti da acquistare: è aperto all’alba e al tramonto, sotto la pioggia di novembre e la luce di maggio, a chiunque sappia camminare lentamente e guardare con curiosità.

Didascalie delle immagini
1. Inaugurazione 2026 - Castellinaldo. Foto di Mattia Gaido; 22. Carlo Gloria, Agriparco, San Martino Alfieri. Foto Mattia Gaido; 3. Giuseppe Gavazza, e la presente e viva e il suon di lei, Govone - Giardino d'ascolto. Immagine guida del progetto; 4.Giuseppe Gavazza, …e la presente e viva e il suon di lei. Giardino d’ascolto - Govone - Foto di Mattia Gaido; 5.Inaugurazione 2026 - Castellinaldo d'Alba. Saverio Todaro, Share. Foto di Mattia Gaido;  6. Enrica Borghi, Piante d'acqua - fiore di loto, Ceresole d'Alba. Foto di Mattia Gaido e Rebecca Pati (opera inserita nel museo a cielo aperto di Creativamente Roero); 7. Bruno Meloni, L'uomo albero, Cisterna d'Asti. Foto di Mattia Gaido  (opera inserita nel museo a cielo aperto di Creativamente Roero); 8. Johannes Pfeiffer, La Vita, Govone. Foto Giorgia Alloisio, Anna Paola Francavilla, Mattia Gaido, Miriam Mancuso, Matteo Scotti  (opera inserita nel museo a cielo aperto di Creativamente Roero); 9. Carlo Gloria, Agriparco - San Martino Alfieri. Foto di Mattia Gaido

martedì 26 maggio 2026

«Torino Comics» compie trent’anni e cambia pelle

(sam) Nell'immaginario collettivo, il fumetto ha da tempo superato i confini dell'intrattenimento leggero per affermarsi come una forma d'arte poliedrica e un potente vettore di indagine sociologica. In questo contesto di continua evoluzione, la trentesima edizione di «Torino Comics» si pone non solo come un traguardo celebrativo, ma come un autentico spartiacque.
Abbandonando le consuete architetture fieristiche del Lingotto (che sono state casa per oltre vent’anni), la manifestazione, che nel 2025 ha toccato la soglia degli oltre 60mila visitatori, esce dai confini cittadini ed elegge a propria dimora la suggestiva cornice storica della Certosa reale e del parco Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa di Collegno.
Il monumentale portale di ingresso, eretto nel 1737 per volere di re Carlo Alberto III, su disegno dell’architetto e scenografo Filippo Juvarra, si fa così soglia d’accesso per immergersi in un universo colorato e pop che profuma di carta stampata, quella delle tavole illustrate e delle narrazioni seriali, e che ha come sottofondo sonoro il brulichio dei cosplayer, gli appassionati che indossano costumi e accessori per interpretare personaggi della cultura di massa.

Con Pietro Micca verso un «festival a cielo aperto» 
Tra i chiostri barocchi della Certosa reale, costruita nel 1641 per iniziativa della duchessa Maria Cristina di Francia, e l’area verde del parco circostante, «Torino Comics» veste, dunque, i panni inediti di «festival a cielo aperto», per essere più permeabile, più urbano, più orientato alla sostenibilità e più vicino a quella «partecipazione autentica» che gli organizzatori dichiarano come obiettivo centrale del progetto. 

Tra le novità più rilevanti di questa edizione, organizzata da Just for fun in joint venture con P&P Italia,  vi è la ridefinizione degli accessi: l’area commerciale - con stand dedicati a fumetti vintage, gadget, carte collezionabili, memorabilia, magliette e oggettistica legata alla cultura pop - sarà a ingresso gratuito e aperta a tutti, favorendo così un primo contatto con l'universo nerd per i neofiti. Al contempo, il biglietto d'accesso diventerà il passaporto per accedere a un'area culturale di profondo spessore, con mostre tematiche, competizioni cosplay internazionali, sezioni dedicate agli autori e al fumetto erotico, concerti e incontri di vario genere.
Altra scelta significativa è quella di rendere gratuita la partecipazione allo spazio dedicato a fumettisti, illustratori e disegnatori indipendenti. Si tratta di un gesto importante che vuole essere, nelle parole degli organizzatori, «un’assunzione di responsabilità» verso la comunità creativa: il riconoscimento che senza artisti (oltre che senza pubblico) non esisterebbe nessun festival.

A suggellare questa transizione è il manifesto ufficiale firmato da Vittorio Pavesio, figura storica del fumetto italiano e fondatore stesso di «Torino Comics». Protagonista dell’illustrazione è Pietro Miccia, la storica mascotte dell’evento, raffigurato in cima alla Mole Antonelliana mentre allarga lo sguardo verso nuovi orizzonti e come una «vedetta» scopre «una nuova terra, un’isola del tesoro»: la Certosa reale di Collegno, appunto, che assurge così a metafora di una manifestazione che, forte delle proprie radici, non teme di esplorare territori ignoti, ben consapevole che «la fantasia non ha limiti né confini», come racconta lo stesso Vittorio Pavesio.

Milo Manara e l'arte del racconto 
Ospite principale di questa edizione è Milo Manara (Luson – Bolzano, 12 settembre 1945), riconosciuto universalmente come uno dei maestri del fumetto europeo contemporaneo. La sua formazione universitaria - studi di architettura e, poi, di pittura all’Accademia di Brera - si riflette in un tratto di rara eleganza e di raffinata sensualità, che coniuga la precisione del disegno classico con la libertà espressiva del fumetto come medium di massa.
Dopo il debutto nel 1969 sulle pagine della collana erotico-poliziesca «Genius», l’artista trentino compie il salto verso il fumetto d’autore, illustrando un'opera di forte impatto civile come «Un fascio di bombe» (1975), su testi di Alfredo Castelli e Mario Gomboli, e collaborando con Silverio Pisu nella realizzazione di due lavori emblematici: «Lo Scimmiotto» (1976), rivisitazione del romanzo cinquecentesco «Il viaggio in Occidente» di Wu Cheng’en, dove il personaggio di Sun Wu-Kung diviene metafora di Mao Zedong, e «Alessio, il borghese rivoluzionario» (1977), opera di critica sociale, tipica del clima culturale italiano della fine degli anni Settanta del Novecento.
Il 1978 è l'anno della consacrazione: Milo Manara crea, sceneggia e disegna il suo primo, grande personaggio di successo: Giuseppe Bergman, un esploratore di mondi onirici e filosofici. Quattro anni dopo, nel 1982, con «Il gioco», fumetto erotico commissionato dalla rivista «Playmen», il fumettista diventa famoso a livello internazionale.
Da quel momento il suo tratto inconfondibile compare sulle pagine delle più importanti testate italiane e francesi di settore - «CortoMaltese», «Totem», «Metal Hurlant», «Pilote» – e anche sulle riviste americane «Marvel» e «Dc Comics».
La sua statura di artista completo attira l'attenzione di altri giganti del racconto. Nascono così collaborazioni leggendarie come quella con il suo grande amico e maestro Hugo Pratt, per cui disegna due capolavori, «Tutto ricominciò con un’estate indiana» (1983) ed «El Gaucho» (1991, 1995).
Il suo ecclettismo non conosce confini di genere. Milo Manara collabora con Federico Fellini per «Viaggio a Tulum» (1986) e il mai realizzato film «Il viaggio di G. Mastorna, detto Fernet», con Luc Besson per una campagna pubblicitaria per il profumo «Chanel n. 5» (1998), e con Alejandro Jodorowsky per l’epopea de «I Borgia» (2004-2010). Firma le copertine di alcuni album di Lucio Dalla, Enzo Avitabile, Riccardo Cocciante e David Riondino. Si dedica alla trasposizione a fumetti di grandi classici della letteratura come «Gulliveriana» (1996), «Kamasutra» (1998), «L’asino d’oro» di Apuleio (1999) e «Il nome della rosa» di Umberto Eco (2023). Si immerge nella storia dell'arte per raccontare la vita di uno dei suoi più grandi protagonisti, Caravaggio, in una acclamata biografia in due volumi pubblicata da Panini Comics: «La tavolozza e la spada» (2015) e «La grazia» (2019). Collabora con il teatro, realizzando, tra l’altro, le affiches per il «Tristano e Isotta» (2004) di Richard Wagner e per il il «Falstaff» (2006) di Giuseppe Verdi al teatro San Carlo di Napoli, il manifesto sulle olimpiadi invernali per l’«Opera Festival» (2026) dell’Arena di Verona, e le scenografie e costumi per la messa in scena del «Così fan tutte» (2023) di Wolfang Amadeus Mozart, su regia di Stefano Vizioli, coprodotto dai teatri di Jesi, Modena, Rovigo, Pisa e Metz.

A «Torino Comics» il fumettista trentino è celebrato con la mostra «Manara e l’arte del racconto: letteratura, cinema e storia», allestita nella Sala delle arti del parco Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.  Ma anche con due incontri: uno in programma lunedì 1° giugno, alle 12, nel teatro Lavanderia a Vapore, in dialogo con Ivo Milazzo e Fabrizio Accatino; l'altro, alle 16, nella Sala delle arti.

L’esposizione - già aperta al pubblico e visibile fino al prossimo 28 giugno - presenta una ricca selezione di oltre cinquanta opere tra tavole originali, riproduzioni, storyboard, documenti e materiali rari in formati che variano dai 50×70 ai 70×100 cm.
Il percorso espositivo mette in luce la capacità dell’artista di attingere ai grandi patrimoni della cultura mondiale per rielaborarli attraverso il proprio segno inconfondibile, uno stile nel quale rigore compositivo, precisione tecnica, finezza del tratto e potenza narrativa dialogano tra di loro. Accanto a lavori che rievocano la collaborazione con Federico Fellini e alle tavole che rileggono il genio di Caravaggio, trovano spazio lungo il percorso espositivo ritratti e illustrazioni su protagonisti della musica, del cinema e della cultura, oltre ai disegni sensuali con Miele e Molly Malone.
Quest'ultimi lavori si relazionano con la sezione «Eros ed ethos» del «Torino Comics», che presenta nomi storici del fumetto erotico e underground italiano come Roberto Baldazzini, Marco Bianchini, William Bondi, Andrea Bulgarelli e Fabrizio Pasini, accanto a creator,  realtà associative e attivisti impegnati nella costruzione di nuovi immaginari legati al corpo, all’identità e alla sessualità. Fanno parte di questo settore del festival anche la rassegna «Venti di Pride», dedicata ai manifesti storici delle venti edizioni del Pride torinese, e la mostra «Sensuability: ti ha detto niente la mamma?», inserita nel progetto «Sensuability®️» ideato nel 2016 da Armanda Salvucci che, attraverso tutti i linguaggi artistici, vuole abbattere gli stereotipi e i pregiudizi su sessualità e disabilità.

Torna il Quartiere giapponese: ospite Kenta Suzuki
L’edizione 2026 del festival, che nell'area dedicata agli autori vedrà la partecipazione di oltre cinquanta ospiti tra fumettisti, illustratori e sceneggiatori, ospita, poi, un grande ritorno, quello del Quartiere giapponese, spazio tematico dedicato alla cultura nipponica assente dalla manifestazione da oltre dieci anni.
Realizzato in collaborazione con l’associazione Okugi, il progetto, che trova sede nel Chiostro maggiore della Certosa reale, non si limita a celebrare l'estetica giapponese dei manga e degli anime, ma propone anche un approccio etnografico e laboratoriale alle tradizioni del Sol Levante. Il palinsesto si articola, infatti, in attività di fine artigianato: dai laboratori di pittura Sumi-e su carta di riso (con Samantha Scuri) all'arte degli origami (con l'artigiana orafa Francesca Godeas), fino alla vestizione del tradizionale yukata (con Selena Gabriele).
Sono previsti, inoltre, incontri di approfondimento con storici e saggisti come Enzo Tripodina, Massimo Nicora, Jacopo MistèGuglielmo Signora e Jacopo Nacci, che animeranno tavole rotonde sulle evoluzioni stilistiche e narrative dell'animazione giapponese, ponendo un accento critico sulla genesi e sull'eredità del «fenomeno anime». Il fulcro della riflessione sociologica sarà, però, affidato a Kenta Suzuki. Attraverso l'incontro «La differenza nella relazione sentimentale e nella vita scolastica tra Italia e Giappone» (in programma domenica 31 maggio, alle ore 11), il divulgatore, conosciuto sui social come @kenta.giappone, offrirà un'analisi comparata delle dinamiche relazionali e dell'espressione dei sentimenti, decostruendo stereotipi e analizzando il complesso rapporto tra individuo e collettività nella società asiatica.

Dai games alla musica, dallo sport agli incontri: un cartellone per tutti
Oltre al ritorno del Quartiere giapponese, lo sfaccettato universo della trentesima edizione del  «Torino Comics» ha, però, molte altre sorprese in cartellone per gli amanti della «nona arte». 
L’area games conterà ottocento postazioni dedicate a giochi da tavolo, giochi di ruolo, modellismo e carte collezionabili, con oltre trenta associazioni, autori indipendenti, realtà culturali e università. Qui il gioco sarà valorizzato anche come strumento educativo, sociale e culturale. Le attività proposte affronteranno temi ambientali, sicurezza, logica, crescita personale, migrazioni e sicurezza sul lavoro. Mentre l’area videogames, nella Lavanderia a Vapore, proporrà free play, tornei su Fortnite, Ea Sports Fc e Mario Kart, il debutto del videogioco «Ourion – The Rise of the Elements» e sedici progetti di videogiochi indie selezionati con Igda Italy. 
Non mancherà nel festival un'ampia area sport, con esibizioni, workshop e attività interattive che spaziano dagli sport da combattimento alle discipline acrobatiche, dalle arti marziali alla scherma storica, dal medieval combat alla pet therapy, ma non solo. Ci sarà anche spazio per le competizioni cosplay, la musica e lo spettacolo con Giovanni Muciaccia, i Gremlins Soundtracks, Giorgio Vanni e Cristina D'Avena
«Torino Comics» rilancia, poi, il Premio Pietro Miccia, dedicato ai talenti emergenti della  «nona arte», che vede una mostra dei dieci finalisti nella «Self area». 
Ricco è, infine, il cartellone degli incontri, tra cui si segnalano il ricordo di Alfredo Castelli e del suo impatto sull’immaginario fumettistico italiano (sabato 30 maggio, alle ore 14) e «Tutto fa storia»  (sabato 30 maggio, alle ore 18), panel dedicato alle grandi parodie disneyane: da Fantozzi a Francesco Totti, da Rugantino a Giacomo Puccini fino all’Eneide. 

«Torino Comics» non è, dunque, solo una semplice fiera di settore, ma un vero e proprio simposio della creatività contemporanea. Tra i colonnati e il portale juvarriano della Certosa reale, dove un tempo regnava il rigore della spiritualità monastica, vibreranno così le voci degli autori, l'energia vitale dei fan e le visioni cromatiche dei maestri del fumetto. In questo felice cortocircuito temporale, il festival ci ricorda che la fantasia non è un lusso. È il modo più antico che l’umanità conosca per raccontarsi e stare insieme.

Didascalie delle immagini
1. Locandina di «Torino Comics»; 2. Milo Manara, guest star della 30° edizione di «Torino Comics». Foto di Simona Florena; 3. Illustrazione per la locandina della mostra «Manara e l’arte del racconto: letteratura, cinema e storia»; 4.  Illustrazione di Milo Manara per la copertina del secondo volume del romanzo «Il nome della rosa» di Umberto Eco; 5. Illustrazione di Milo Manara per l'opera su Caravaggio pubblicata da Panini Comics; 6. Illustrazione di Milo Manara con Miele; 7.Esempio di pittura Sumi-e su carta di riso 8.Esempio di origami; 8. Arazzo DK di Massaglia; 9. Autoritratto di Giorgio Cavazzano
  
Informazioni utili
# «Torino Comics» – 30° edizione. Certosa reale e parco Generale Carlo Dalla Chiesa, via Martiri XXX aprile, 16 – Collegno (Torino). Orari di apertura: tutti i giorni, ore 10:00-19:30. Biglietti: intero - in promo € 15,00 + diritti di prevendita fino a esaurimento, poi € 18,00 + diritti | ridotto (bambini 6-12 anni, over 65, persone con disabilità) € 15,00 + diritti di prevendita | ridotto cosplay: € 12,00 + diritti di prevendita | biglietto Family (2 adulti + 2 bambini 6–12 anni) € 46,00 + diritti di prevendita | prevendita on-line su ticketone.it. Ufficio stampa - Thunder Communication: Edoardo Parolisi 339 5996798|Alfonsa Sabatino 347 0151911 | comics@thundercommunication.it. Sito internet: https://torinocomics.it. Dal 30 maggio al 1° giugno 2026 

# «Manara e l’arte del racconto: letteratura, cinema e storia». Parco Generale Carlo Dalla Chiesa - Sala delle arti, via Torino, 7 – Collegno (Torino). Orari di apertura: dal martedì al venerdì, dalle ore 15:00 alle ore 19:00; sabato e domenica, dalle ore 10:00 alle ore 19:00; lunedì chiuso. Biglietti: € 9,00 + diritti di prevendita | prevendite on-line su ticketone.it. Nota: non manca in mostra un bookshop, all’interno del quale è possibile acquistare le opere del maestro, litografie, poster autografati e merchandising a tema. Fino al 28 giugno 2026

lunedì 25 maggio 2026

«Circuit»: a Mestre un nuovo hub creativo sui new media e l’arte digitale

C’è una luce che, pur abbagliando lo sguardo, resta intrinsecamente fredda. È il riflesso bluastro degli schermi dei computer e degli smartphone, che se da un lato annullano le distanze geografiche, dall'altro consumano silenziosamente il nostro tempo e le nostre energie. Viviamo così in un’epoca di paradossale «abbronzatura digitale», in una saturazione di pixel che ci fa dimenticare il tocco autentico del sole sulla pelle. Questo disagio dei giorni nostri ha ispirato il titolo di «Sunburn» (in italiano «scottatura solare»), il progetto espositivo di Federica Di Pietrantonio (Roma, 1996) per «Circuit», piattaforma di ricerca sui nuovi media e l'arte digitale recentemente inaugurata a Mestre.

A pochi passi dal Centro culturale Candiani, polo che ha visto nei giorni scorsi la nascita di Muvec - Casa delle contemporaneità, il nuovo spazio nasce da un significativo intervento di rigenerazione urbana, della durata di due anni, che ha restituito vitalità a quattro locali commerciali a lungo rimasti inutilizzati, trasformando una superficie di oltre cento metri quadrati al civico 16 di Calle del Gambero in un nuovo baricentro per la ricerca artistica nel cuore della terraferma veneziana.

Sotto la guida del direttore Herwig Egon Casadoro Kopp (Heck), artista e filosofo il cui percorso di ricerca si concentra sull’impatto delle nuove tecnologie sulla società e sul sistema dell’arte contemporanea, e con un comitato organizzativo composto da Elena Casadoro Kopp, Francesca Fungher e Andrea M. Campo, la nuova realtà veneta vuole essere - dichiarano gli organizzatori - «un luogo insieme fisico e teorico per l’esplorazione, la riflessione critica e la resistenza alla trasformazione digitale totalizzante, un laboratorio aperto alla comunità, capace di generare incontri».
«Circuit» non è così solo uno spazio espositivo, ma un vero e proprio hub creativo, che accoglie un bookshop specializzato sui new media e uno spazio per incontri e corsi di formazione, e che ospita, al piano superiore, la redazione della rivista online art-frame e della casa editrice art-frame books.

La mostra inaugurale, curata da Laura Cocciolillo e accolta anche dagli spazi della Project Room in via Giordano Bruno 31, presenta nove opere cardine della ricerca di Federica Di Pietrantonio, artista laziale, vincitrice del premio Videocittà Awards 2024 e protagonista della diciottesima Quadriennale di Roma (2025), che - attraverso pittura, installazione e videoarte - indaga le forme di connessione e isolamento che definiscono l’esperienza contemporanea.

Il titolo della rassegna, «Sunburn», ha una funzione allegorica precisa e spietata. «Evoca una condizione ambivalente: esposizione e vulnerabilità, la scottatura della pelle non più abituata all’esposizione solare e all’ambiente esterno naturale. È una metafora dell’essere online oggi: costantemente esposti, connessi, irradiati da schermi che illuminano e consumano allo stesso tempo ma lontani dalla luce del sole», spiega la curatrice Laura Cocciolillo.

Il percorso espositivo, visitabile fino al 30 maggio, si configura come una discesa nelle sottoculture e comunità nate o radicalizzate nell’ecosistema digitale: dagli hikikomori ai gold farmer, da chi sceglie il ritiro sociale a chi abita economie virtuali parallele.
La mostra si apre con l’opera «SuspenseState» (2025), un’installazione ambientale che funge da soglia sensoriale tra il mondo organico e quello sintetico. L'artista manipola il concetto informatico di default sleep - lo stato di sospensione energetica di un sistema - trasponendolo in un’esperienza che ricalca i ritmi circadiani dell'essere umano, evidenziando un’inattesa sincronia tra cicli biologici e processi di calcolo. Un piumone con stringhe di codice stampate digitalmente e una traccia mp3 diffusa ambientalmente costruiscono uno spazio liminale dove hardware e corpo umano condividono un linguaggio comune di vulnerabilità e riposo. L’oggetto domestico per eccellenza, il letto, diventa interfaccia tra coscienza e macchina.
Le opere successive esplorano stati liminali e situazioni di equilibrio precario. Nel grande smalto su tela «Das Eismeer (office core)» (2024), Federica Di Pietrantonio compie un’operazione stilisticamente raffinata: il celebre dipinto di Caspar David Friedrich, emblema romantico del sublime, viene traslato in un paesaggio d’ufficio contemporaneo, con sedie da gaming, posture reclinate, schiene esposte. La pittura mantiene un'algida levigatezza che richiama lo schermo, eppure è il risultato di stratificazioni lente e irreversibili di smalto. In questo processo, l'immagine digitale - per sua natura effimera, a-temporale e infinitamente riproducibile - subisce una metamorfosi radicale: i pixel acquisiscono peso e si trasformano in una presenza fisica ingombrante. «Il quadro - afferma la curatrice - non simula lo schermo: lo re-incarna».
Nella serie «the edge of collapse» (2025), recentemente esposta alla Quadriennale di Roma e della quale a Mestre vengono presentate due opere, Federica Di Pietrantonio esplora, poi, la pratica del contatto visivo, l’incrocio degli sguardi con un avatar, mettendo in discussione il confine tra realtà e virtualità.

Infine, nella Project Room di via Giordano Bruno 31, la ricerca si espande in un ambiente installativo che intreccia immaginario videoludico, economia virtuale e desiderio di fuga. Qui il video «The Field» (2023) dialoga con opere come «screenshot 13_35_35» (2023) e «New Mod From Game…» (2023), in cui la stampa digitale su alluminio e il supporto monitor evocano la grammatica dell’interfaccia.

Come complemento alla mostra, di cui rimarrà documentazione in un catalogo di art-frame books, «Sunburn» presenta una serie di nove multipli d’artista in edizione di tre, dal titolo «echoes from the edge of collapse». Ogni elemento è costituito da due lastre di plexiglass unite con viti in acciaio inox, con la parte superiore retro-incisa a laser con frammenti narrativi prelevati dagli script delle opere. L’operazione richiama la tradizione della cultura elettronica e della programmazione, in cui sviluppatori e progettisti celano messaggi nascosti all’interno dell’hardware o del codice.
Come queste lastre di plexiglass - che rendono permanente ciò che era effimero, che solidificano il codice in materia - anche la pittura di Federica Di Pietrantonio svolge un compito discreto e necessario: toglie precarietà e dà materialità a un’esperienza che il digitale dissolve nel momento stesso in cui la produce e ci ricorda che dietro ogni schermo c’è sempre una persona.

Didascalie delle immagini
Federica Di Pietrantonio, «Sunburn». Vista dell'installazione. Foto di Massimo Pastore; nell'ultima foto: Bookshop di Circuit. Foto di Massimo Pastore  

Informazioni utili 
Federica Di Pietrantonio, «Sunburn». Circuit, Calle del Gambero 16 / Project Room, Via Giordano Bruno 31 - Mestre (Venezia). Orari: mercoledì–venerdì, 11–13 e 15–18. Ingresso gratuito. Catalogo: Circuit / art-frame books | con saggi di H.E. Casadoro-Kopp, V. Catricalà, L. Cocciolillo e L. Aspesi | euro 18,00. Sito internet: https://www.circuit-space.art. Fino al 30 maggio 2026