ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

martedì 3 maggio 2011

«Vincere il tempo», una mostra sui collezionisti della Carrara di Bergamo

«La Madonna con bambino» di Giovanni Bellini, il «Rio dei Mendicanti» di Francesco Guardi, Il «Ritratto di gentiluomo ventinovenne» di Giovan Battista Moroni e le «Tre crocifissioni» di Vincenzo Foppa: sono questi quattro dei tanti quadri in mostra per tutto il 2011 a Bergamo, nelle sale del Palazzo della Ragione. In occasione del restauro della monumentale sede neoclassica dell’Accademia Carrara, la Sala delle Capriate accoglie, infatti, la mostra «Vincere il tempo. I collezionisti: la passione per l’arte e il dono alla città»: una selezione di opere della prestigiosa pinacoteca lombarda, selezionate da Maria Cristina Rodeschini ed esposte nel progetto di allestimento di Mario e Tommaso Botta.
La rassegna, realizzata con il sostegno della Camera di Commercio e della Fondazione Credito Bergamasco, ripercorre l’affascinante e ininterrotta storia collezionistica della Carrara, fondata nel 1785 dal conte Giacomo Carrara e arricchita in oltre duecento anni di storia dai lasciti di grandi conoscitori come Guglielmo Lochis (pervenuto nel 1866), Giovanni Morelli (1891), e in tempi più recenti Federico Zeri (1998).
Ad accogliere il visitatore è la sezione «Di collezione in collezione», con una quindicina di dipinti, databili tra il ‘500 e l’800 ed entrati nella raccolta lombarda per legato di Francesco Baglioni, Maria Ricotti Caleppio, Cesare Pisoni e Carlo Ceresa.
Si entra, quindi, nel vivo della mostra con un assaggio della collezione di Giacomo Carrara: una selezione dei più di 1200 quadri raccolti dal mecenate bergamasco tra il 1755 ed il 1796, che offre uno spaccato sulla pittura del Rinascimento (Foppa), rivela la qualità degli artisti di origine bergamasca (Moroni, Salmeggia, Ceresa, Fra’ Galgario), ma si interessa anche all’arte contemporanea (Capella).
E’, poi, la volta della raccolta di Guglielmo Lochis, uomo della Restaurazione, che acquistò oltre 250 quadri per arricchire la propria straordinaria collezione, per la quale fece edificare una sede ad hoc sul modello del Pantheon, la Pinacoteca alle Crocette di Mozzo, aperta a chiunque volesse visitarla, ma destinata soprattutto a riscuotere l’ammirazione di connoisseur, turisti, nobili e reali d’Europa, che la consideravano una tappa obbligatoria nei loro tour. Maestri del Quattro e Cinquecento (Tura, Bellini) e protagonisti della pittura veneta del settecento (Tiepolo, Longhi, Guardi) rendono unico questo lascito, per il quale si fece avanti addirittura l’allora direttore della National Gallery, sir Charles Eastlake.
L’itinerario espositivo procede con un omaggio alla raccolta di Giovanni Morelli, patriota d’ispirazione liberale e senatore del Regno d’Italia, che raccoglie un centinaio di dipinti e sculture, opere tese a documentare in particolare la pittura toscana (Botticelli) e la fiammingo-olandese, ma tra le quali non mancano di accogliere capolavori di Pisanello e di Bellini.
La mostra conduce, infine, all’incontro “a tu per tu” con la sezione «I protagonisti». Dalle personalità molto diverse, e non solo per le differenti epoche in cui sono vissuti, i “primi attori” di questa storia collezionistica si presentano nella loro apparenza fisica, attraverso una sequenza di ritratti eseguiti da Fra’ Galgario, Piccio e Franz von Lenbach.
Una sezione speciale del nuovo allestimento dell’Accademia Carrara è riservata, inoltre, ad un work in progress di presentazione di restauri, donazioni, approfondimenti, scoperte scientifiche, collezioni meno note. ll primo «Focus» è dedicato a Federico Zeri (1921-1998), il grande storico dell’arte che, lasciando in dono la sua collezione di sculture alla Carrara, ha voluto legare il suo nome a quelli dei grandi conoscitori dei secoli passati che hanno formato il patrimonio del museo. Anch’egli, resistendo fino all’ultimo alle lusinghe francesi, consegnò la sua eredità artistica -46 opere, datate tra il '400 e l’800, da Pietro Bernini a Domenico Guidi, da Alessandro Vittoria a Nicolas Cordier, con una predilezione per il barocco romano– all’Accademia Carrara, tramandando al futuro la sua immagine di collezionista.
In occasione della mostra, fino al prossimo novembre, Palazzo della Ragione ospiterà, con cadenza quindicinale e sotto lo slogan «I martedì della Carrara», una serie di incontri di approfondimento sulla raccolta bergamasca. Le iniziative nella sede espositiva di Bergamo Alta non terminano, però, qui. Fino al 5 giugno, è, infatti, possibile visitare anche una mostra dedicata al restauro e allo studio della «Madonna con il Bambino e Santi» (nota come «Madonna Baglioni»), raffinata opera su tavola (cm 86,5 x 118,5) eseguita nel 1511-1513 circa da Andrea Previtali, uno dei principali protagonisti, insieme a Lotto, Cariani e Palma il Vecchio, di quella peculiare “corrente” con cui il territorio bergamasco si inserì e si distinse all’interno della grande scuola pittorica veneziana. La rassegna, sempre curata da Maria Cristina Rodeschini, fa dialogare questa preziosa opera, del cui intervento conservativo si è occupata Roberta Grazioli, con la «Madonna con il Bambino leggente tra San Domenico e Santa Marta di Betania» (cm 83 x 83), recentemente acquisita alle proprie collezioni da Banca Popolare di Bergamo e a sua volta sottoposta a un intervento di restauro e a un’iniziativa di studio, da parte di Delfina Fagnani Sesti e Enrico De Pascale.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Giovan Battista Moroni, «Ritratto di bambina di casa Redetti», olio su tela, Raccolta Guglielmo Lochis (1886); [fig. 2] Fra Galgario, «Ritratto di Giacomo Carrara», olio su tela, Raccolta Giacomo Carrara (1796); [fig. 3] Andrea Previtali, «Madonna Baglioni», 1511-1513 circa, cm 86,5 x 118,5, olio su tavola di pioppo, dopo il restauro. Accademia Carrara, Bergamo; [fig. 4] Andrea Previtali, «Madonna con il Bambino leggente tra San Domenico e Santa Marta di Betania», 1515-20 circa, olio su tela,cm 83 x 83,dopo il restauro. Collezione Banca Popolare di Bergamo

Informazioni utili Vincere il tempo. I collezionisti: la passione per l’arte il dono alla città. Palazzo della Ragione, Sala delle Capriate Piazza Vecchia - Bergamo Alta. Orari: da giugno a settembre, martedì-domenica 10.00-21.00 e sabato 10.00- 23.00; da ottobre a maggio: martedì - venerdì 9,30-17,30 e sabato e domenica 10.00-18.00. Ingresso: intero € 5,00; ridotto e gruppi € 3,00; scuole, giovani card e family card € 1,50. Prenotazioni e visite guidate: tel. +39.035.218041. Informazioni: tel. +39.035.399677. Sito web: www.accademiacarrara.bergamo.it. Fino al 31 dicembre 2011.

venerdì 29 aprile 2011

A Busto Arsizio un reading teatrale su Wojtyla e la pace

C’è una frase che, forse, più di tutte riassume il messaggio di papa Giovanni Paolo II agli uomini di oggi. E’ l’espressione «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! […] Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo lui lo sa!». Queste parole, pronunciate il 22 ottobre 1978 nell’omelia di inizio pontificato, risuoneranno domenica 1° maggio, alle ore 20.45, negli spazi del Tempio civico sant’Anna, casa della memoria dei caduti di tutte le guerre e Centro permanente per la pace della città di Busto Arsizio. Si chiuderà, infatti, con una registrazione d’epoca di questo appassionato invito di Giovanni Paolo II, vera e propria «frase-guida» dei suoi ventisei anni sul soglio di san Pietro (come dimostrano tante omelie di inizio anno e numerosi discorsi ai giovani), il reading-spettacolo «Wojtyla. Parole di pace», nuova co-produzione del teatro Sociale di Busto Arsizio e dell’associazione culturale «Educarte», in programma nella chiesetta settecentesca di largo «Angioletto Castiglioni» per iniziativa del Comitato Amici del Tempio civico. Sul palco saliranno gli attori Gerry Franceschini, Mario Piciollo e Anita Romano, già protagonisti dell’apprezzato spettacolo «Vita di Karol», andato in scena lo scorso 19 aprile al teatro Sociale di Busto Arsizio, nell’ambito della stagione cittadina «BA Teatro». La regia e la guida storica dell’incontro, a ingresso libero e gratuito, portano la firma di Delia Cajelli; mentre l’accompagnamento musicale è a cura del pianista Michele Formenti. Ad aprire il breve momento di spettacolo, proposto in occasione della cerimonia di beatificazione in programma a Roma per la giornata del 1° maggio, sarà sempre una registrazione della voce di Karol Wojtyla che, sulle note di «Jesus Christ you are my life», proporrà alcune frasi-simbolo sulla pace, pronunciate nel corso dei tanti viaggi per il mondo: da «Mai più la guerra!» a «Basta con il sangue!», sino a «Mai potremo essere felici gli uni contro gli altri». Verrà, quindi, offerta una lettura drammatizzata di alcuni passi tratti dall’ampia opera letteraria del papa polacco, a partire dai venticinque messaggi per la Giornata mondiale della pace, dei quali verranno, tra l’altro, ripercorsi quelli con riferimento alle donne (1° gennaio 1995) e ai bambini (1° gennaio 1996). «L’itinerario del recital -spiega Delia Cajelli- è articolato per argomenti: si parlerà della seconda guerra mondiale, dell’Olocausto, della minaccia delle armi nucleari, dei conflitti bellici che hanno caratterizzato la seconda metà del Novecento, del terrorismo islamico, ma anche del lavoro, della salvaguardia dell’ambiente e del rapporto con le altre confessioni religiose». «L’appuntamento proporrà -racconta ancora la regista- raffronti con altri autori che hanno trattato il tema della guerra, come Primo Levi e Salvatore Quasimodo. Scrittori dei quali verranno proposte, rispettivamente, le poesie «La bambina di Pompei» e «Uomo del nostro tempo». Questi ultimi versi verranno letti per un confronto con l’omonima preghiera di Karol Wojtyla, recitata in occasione della Pasqua 1990». «Non mancherà, inoltre, -termina Delia Cajelli- un riferimento al «Cantico delle creature» di san Francesco, in apertura dell’ampio spazio che, durante la serata, verrà dedicato al rapporto tra papa Giovanni Paolo II ed Assisi, in occasione dei venticinque anni dal primo incontro interreligioso per la pace». Saranno, infatti, vari i richiami ai testi prodotti in occasione delle due Giornate mondiali di preghiera, che il 27 ottobre 1986 e il 24 gennaio 2002 (anno internazionale della pace per iniziativa dell’Onu) portarono, nel «cuore verde d’Italia», rappresentanti di tutte le grandi religioni mondiali. Tra questi va ricordato il celebre «Decalogo di Assisi per la pace», uno dei “testi pacifisti” più famosi di Karol Wojtyla, presentato nel reading-spettacolo accanto ad altri tre brani noti al grande pubblico: le preghiere «Ascolta la mia voce», composta in memoria delle vittime del primo bombardamento nucleare e recitata il 25 febbraio 1981 al «Peace memorial» di Hiroshima, «Dio dei nostri Padri, grande e misericordioso», letta per la prima volta il 2 febbraio 1991, nei giorni in cui si combatteva la Guerra del Golfo, e la «Preghiera al muro del pianto di Gerusalemme», del marzo 2000. In occasione della Festa del 1° maggio, il recital «Wojtyla. Parole di pace» verrà, poi, arricchito da una breve sezione dedicata al tema del lavoro, con un passo tratto dall’enciclica «Laborem exercens», della quale ricorrono quest’anno i trent’anni dalla pubblicazione, e due poesie giovanili di Wojtyla: «In memoria di un compagno di lavoro» e «Operaio in una fabbrica d’armi». «Il nostro spettacolo -racconta Delia Cajelli- permetterà al pubblico di capire come il tema della pace sia stato uno dei fili rossi del pontificato di Giovanni Paolo II. E’ stato arduo selezionare tra le tante omelie, preghiere, poesie e lettere con le quali Wojtyla ha detto il suo «no ai conflitti», ha invitato al dialogo tra i popoli e le religioni». «Il papa ha vissuto in prima persona le asperità della seconda guerra mondiale e ha sentito spesso il dovere di dire, soprattutto ai giovani, «mai più la guerra». E’ per questo motivo -termina la regista bustese- che dedico, idealmente, questo mio lavoro ad Angioletto Castiglioni, ex deportato nel campo di concentramento di Flossembürg ed anima del Tempio civico sant’Anna, un uomo che ha fatto del dovere della testimonianza la missione della sua vita». 

Didascalie delle immagini 
[fig. 1, 2 e 3] Una scena dello spettacolo «Vita di Karol», andato in scena il 19 aprile 2011 al teatro Sociale di Busto Arsizio. Nella foto: Gerry Franceschini. Foto: Silvia Consolmagno. 

Informazioni 
Wojtyla. Parole di pace. Tempio civico Sant'Anna, largo Angioletto Castiglioni - Busto Arsizio (Varese). Ingresso libero e gratuito. Informazioni: tel. 0331.679000. Domenica 1° maggio, ore 20.45.

martedì 12 aprile 2011

Siena, il Trittico di Badia a Rofeno torna al suo antico splendore

Torna a risplendere il Trittico di Badia a Rofeno, una delle opere più straordinarie del Medioevo senese. In occasione della XIII Settimana della Cultura, il laboratorio dei dipinti dell’Opificio delle pietre dure di Firenze ha presentato in anteprima assoluta il restauro di uno dei capolavori indiscussi di Ambrogio Lorenzetti (Siena, notizie dal 1319 al 1348). L'opera, il cui intervento conservativo è stato reso possibile grazie al contributo della Fondazione Musei Senesi (con il supporto della Fondazione Monte dei Paschi e con finanziamenti ministeriali), farà ritorno al Museo d'arte sacra di Palazzo Corboli ad Asciano fra la fine di maggio e gli inizi di giugno.
Attribuito per la prima volta ad Ambrogio Lorenzetti nel 1912 dal De Nicola, che lo vide nella sua antica collocazione di Badia a Rofeno, il trittico costituisce una delle più formidabili testimonianze della pittura di questo artista: l’immagine imponente del san Michele Arcangelo, elegantissimo, che lotta con la bestia dalle sette teste descritta dall'Apocalisse, ebbe una singolare risonanza nelle generazioni di artisti a venire, apprezzato anche per gli azzardati ed accattivanti contrasti cromatici.
L’intervento conservativo, curato da un’equipe di restauratori, diretta da Marco Ciatti e coordinata da Luisa Gusmeroli, è stato reso necessario dal repentino aggravarsi nel dicembre del 2006 delle condizioni dell’opera, già segnata da una storia conservativa complessa, che presentava gravissimi ed estesi distacchi e sollevamenti del colore. Una prima fase del lavoro è stata, perciò, compiuta in loco al fine di proteggere con una adeguata velinatura la superficie pittorica e di predisporre tutte le altre operazioni necessarie per poter poi trasportare in sicurezza il dipinto al Laboratorio della Fortezza. Qui la situazione è stata documentata ed il dipinto è stato sottoposto alle indagini diagnostiche necessarie per la comprensione dei suoi materiali, della tecnica artistica e delle patologie in atto. Secondo la metodologia propria dell’Opificio delle pietre dure si è iniziato con le indagini non invasive di area (radiografia Rx, riflettografia Ir, fluorescenza Uv, falso colore Ir, ecc.), per passare poi agli approfondimenti tramite misure non invasive puntuali (fluorescenza X, misure di riflettanza Fors), riservando così la conoscenza più approfondita propria delle tecniche invasive, cioè con prelievo, ad un numero limitatissimo di punti.
Per far fronte ai distacchi ed ai sollevamenti del colore è stato messo a punto un sistema di consolidamento tramite l’impiego del sottovuoto e per poterlo realizzare si è reso necessario separare il trittico nei suoi elementi costitutivi: le tavole dipinte da Ambrogio e la complessa cornice intagliata, dorata e dipinta del secolo XVI, attribuita a Fra’ Raffaele da Brescia (Brescia 1479 - Roma 1539), pesantemente inchiodata alle parti più antiche.
Grazie allo smontaggio è stato possibile compiere l’interessante scoperta delle antiche cornici dipinte da Ambrogio, nascoste da secoli, che, insieme agli originari perni di collegamento tra le tre tavole maggiori, dimostrano che esse costituivano fin dall’origine un unico dipinto.
Risolti i problemi di adesione del colore, il restauro ha affrontato il risanamento delle strutture lignee secondo il progetto di rendere le due parti, il trittico di Ambrogio e la cornice cinquecentesca, ciascuna autoportante ed indipendente rispetto all’altra.
È poi seguita la pulitura della superficie dallo sporco e dalle ridipinture alterate, recuperando sia la raffinata cromia di Ambrogio, sia alcuni dettagli della figurazione. Le mancanze di colore sono state stuccate e trattate con due sistemi di reintegrazione: una di tipo ricostruttivo delle forme, sia pur in modo differenziato e riconoscibile, dove ciò era filologicamente possibile, ed una invece non ricostruttiva, dove non vi erano sufficienti informazioni nelle parti residue, detta “astrazione cromatica” al fine di non falsificare il documento figurativo.
La fortuita scoperta delle antiche cornici trecentesche dipinte da Ambrogio Lorenzetti costituisce una tappa fondamentale nella conoscenza delle capacità formali di Ambrogio e dà un senso alla testimonianza del Vasari che documentava per il Polittico di Badia a Rofeno una fortuna critica straordinariamente vasta.
L’opera è ora presentata in Laboratorio con le due parti separate, il Trittico di Ambrogio Lorenzetti e la cornice cinquecentesca, in modo da consentire una piena fruizione del capolavoro del grande pittore senese e delle novità emerse con il restauro. Con il ritorno dell’opera nel Museo d’Arte Sacra di Asciano si prevede un primo periodo di esposizione analogo a quello qui attuato, ed una successiva ricomposizione, a cura degli specialisti dell’Opificio delle pietre dure delle due parti, che rimarranno comunque strutturalmente indipendenti.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Il Polittico di Badia a Rofeno dopo dell'intervento di restauro; [fig. 2] Il Polittico di Badia a Rofeno prima dell'intervento di restauro; [fig. 3] Particolare del san Michele Arcangelo del Polittico di Badia a Rofeno durante la pulitura [Le foto sono state fornite dall'Agenzia Freelance di Siena]

Informazioni utili
Museo Palazzo Corboli, corso Giacomo Matteotti, 128 - Asciano (Siena). Informazioni: tel. 0577.719524; tel. 0577.718811 (Ufficio turistico) o tel. 0577.707262 (Ufficio turistico Abbazia Monteoliveto Maggiore). Orari: da martedì a domenica, ore 10.30-13.00 e ore 15.00-18.30 Ingresso: intero € 4,50, ridotto € 3,00. Sito web: www.palazzocorboli.it.

Merano, all'Imperialart Hotel si dorme in dodici stanze d'autore

Per tutto il Novecento ha rappresentato il salotto buono di Merano, ospitando tra le sue pareti grandi nomi della cultura internazionale come Hugo von Hoffmannsthal, Franz Kafka, Ezra Pound e Peggy Guggenheim. Stiamo parlando del Caffè e Garni Imperial, affacciato sul centralissimo corso Libertà e a due minuti dal centro termale. Uno spazio, questo, che il nuovo proprietario Alfred Strohmer ha trasformato, dallo scorso autunno, nel raffinato Hotel Imperialart, una meta perfetta per chi ama soggiornare in un ambiente riservato, approfittando di spazi dal grande impatto e personalità. Dietro la facciata originale in stile Liberty, datata al 1899, si “nascondono”, infatti, dodici camere di design e arte, disposte su tre piani, in cui si alternano decori a stucco di cristalli astratti, pareti di ferro e istallazioni al neon, combinazioni di colori e materiali ispirati ad antichi edifici della storia meranese.
Le concept room dell'Imperialart hotel, un vero e proprio museo a quattro stelle con tanto di catalogo d'arte, sono state plasmate dallo stile di tre famosi artisti meranesi contemporanei: Elisabeth Hölzl, Marcello Jori e Ulrich Egger. Tutti e tre hanno lavorato condividendo le proprie visioni con l’architetto Harald Stuppner e sotto supervisione della Fondazione Kunst Meran/o Arte.
Il risultato del restyling sovrappone il passato al futuro. Nel Caffè le restaurate Tulip Chairs di Saarinen, risalenti agli anni Cinquanta, dialogano con nuovissimi oggetti di design, come le famose sedute Moroso. Una fila di luci scorta il visitatore al piano superiore attraverso immagini a parete retroilluminate e ringhiere dorate. Da qui inizia il viaggio tra dodici suite da favola, tutte diversi tra di loro, ma tutte ugualmente magiche.
La proposta concettuale di Ulrich Egger, attraverso un gioco realizzato con differenti materiali, come lastre di ferro e pannelli di video-immagini in movimento, intende portare l’ospite della camera a una riflessione sulla propria funzione di inconsapevole fruitore d’arte e di partecipante alla vita di altre persone. Elisabeth Hölzl rimane, invece, fedele al suo confronto con la memoria dei luoghi. Nelle “sue” stanze sono, infatti, state ricreate le atmosfere di edifici simbolo di Merano, partendo da splendide fotografie che documentano lo stesso vecchio Imperial, l’antico hotel Bristol, le vecchie Terme. Infine, Marcello Jori, artista designer, collaboratore anche per Moroso, ha seguito la sua fascinazione per la densità, la struttura fisica e la luminosità dei cristalli, che per lui sono dei veri e propri talismani in quanto costituenti minimi della vita. Le sue concept room appaiono così come dei “castelli di sogno”, con nomi onirici e fantastici.

Didascalie delle immagini
[fg. 1] Veduta esterna dell'
Imperialart hotel di Merano; [fig. 2] Camera progettata da Elisabeth Hölzl all'Imperialart hotel di Merano; [fig. 3] Camera progettata da Elisabeth Hölzl all'Imperialart hotel di Merano.

Informazioni utili
Imperialart hotel, corso Libertà, 110 -Merano. Informazioni: tel. 0473.237172 o info@imperialart.it. Web Site: www.imperialart.it.

Per saperne di più
www.accart.it/el_h%F6.htm
www.ulrichegger.com
www.marcellojori.it

lunedì 11 aprile 2011

Un nuovo museo per la Spagna: il Thyssen di Malaga

Sarà sicuramente il fiore all’occhiello della candidatura a Capitale europea della cultura 2016 di Malaga. Stiamo parlando del nuovo museo Thyssen, che ha aperto i battenti, negli scorsi giorni, all’interno del restaurato palazzo di Villalón, un edificio simbolo dell’architettura rinascimentale locale, edificato alla fine del secolo XVI.
Situato nella calle Compañía, nel cuore del centro storico della città, lo spazio ha una superficie di 7.147 metri quadrati, oltre 5.000 dei quali dedicati ad uso espositivo. La collezione permanente è, invece, composta da circa duecentotrenta opere, raccolte dalla baronessa Carmen Thyssen-Bornemisza, che permettono di realizzare un percorso importante e completo attraverso l’arte spagnola del XIX secolo e dell’inizio del secolo successivo, con particolare attenzione alla pittura andalusa. Tra gli artisti più importanti si segnalano, Zurbarán, Sorolla, Zuloaga o Romero de Torres, insieme con pittori originari di Malaga quali Gómez Gil, Moreno Carbonero e Barrón.
Il percorso espositivo permette di vedere, al momento, solo centosettanta di questi lavori (gli altri resteranno in magazzino e saranno presentati in maniera ciclica), suddivisi in otto sezioni. Nella prima, Costumbrismo, sono raccolte opere di pittori come Rafael Benjumea o Guillermo Gómez, ispirate ai costumi e alla vita popolare del secolo XIX. La sezione Preciosismo ospita dipinti ispirati all’omonima corrente artistica. Tra i Maestros Antiguos si trovano alcuni capolavori come la Santa Marina di Francisco de Zurbarán, o la Adorazione dei Magi di Jerónimo Ezquerra. Nella sezione Pintura de entresiglos, artisti come Muñoz Degrain, Zuloaga e Sorrolla permettono di comprendere alcuni dei cambiamenti vissuti non solo dall’arte ma da tutta la società spagnola degli inizi del secolo XX. Paisajismo romantico e Paisajismo naturalista raccolgono opere ispirate alle omonime correnti artistiche. Nella sezione Pintura naval, si distinguono stampe dei porti di Malaga e Siviglia e artisti quali Manuel Barrón y Carrillo ed Emilio Ocón y Rivas. Completano il museo le sezioni dedicate alle Opere su carta, tra cui si trovano stampe di Flórez Ibáñez, Cecilio Plá e Sorolla, e i Prestiti a tre anni, con dipinti di Fortuny, Madrazo y Garreta e Rico Ortega.
Il museo accoglie, inoltre, fino al 30 giugno l’esposizione antologica Da Picasso a Tapies, con opere del secolo XX proveniente da fondi di Carmen Thyssen di autori quali Juan Gris, Joan Mirò, Antonio Saura, oltre agli stessi Picasso e Tapies.
Un'occasione, dunque, imperdibile -questa- per un viaggio a Malaga, città che, nei prossimi giorni, coinvolgerà il pubblico anche in una delle sue tradizioni più autentiche e sentite, la Settimana Santa, festa barocca ed andalusa per eccellenza, che trasforma il centro storico in uno splendido scenario in cui tutta la popolazione rivive i momenti della Passione di Cristo. Ogni giorno della settimana, dalla domenica delle Palme a Pasqua, sfileranno per le vie del centro varie confraternite, provenienti dalle diverse chiese della città e caratterizzate dal colore e dallo stile della tunica dei loro membri. Questi gruppi porteranno in processione i propri troni, cioè sontuose strutture scultoree che raffigurano immagini di Cristo o della Madonna, vere e proprie pale d’altare che camminano portate sulle spalle. La processione del Risorto del giorno di Pasqua è, invece, formata da nazareni che rappresentano tutte confraternite cittadine: è un lungo corteo colorato che entra nella Alameda Principal a mezzogiorno e si raccoglie alle 2 nella chiesa di San Julián, nei pressi della calle Carretería, per celebrare in modo indimenticabile la Festa della Resurrezione.

Didascalie delle immagini
[fig. 1]
Veduta interna del Museo Thyssen di Malaga; [fig. 2] Ramon Casas i Carbó, Julia, c. 1915. Olio su tela, 85 x 67 cm; [fig. 3] José García Ramos, Corteggiamento spagnolo, 1885. Olio su tela, 54,3 x 33,5 centimetri.

Informazioni utili
Museo Thyssen di Malaga, Azienda Calle 10 - Málaga (Spagna). Orari: da martedì a domenica, ore 10.00-20.00; chiuso il lunedì. Ingresso: intero € 6,00, ridotto € 3,50. Sito web: www.carmenthyssenmalaga.org.

Per saperne di più
www.spain.info/it
www.diariosur.es/multimedia/fotos/ultimos/74146-museo-carmen-thyssen-malaga-realidad-0.html

La UBS Art Collection si mette in mostra per Italia 150

Dipinti, fotografie, disegni, sculture e video: sono oltre quarantamila le opere che compongono la UBS Art Collection, una delle più importanti collezioni di arte contemporanea presenti al mondo.
In coincidenza con i primi quindici anni di presenza di UBS in Italia e con le celebrazioni dei centocinquanta anni della nostra unità nazionale, la raccolta svizzera approda nel Bel Paese con una mostra itinerante, che sta toccando otto città italiane: Dettagli di territorio. I fotografi italiani della UBS Art Collection.
Dopo Torino (Accademia Albertina, 24-27 marzo), Firenze (Stazione Leopolda Spazio Alcatraz, 1-3 aprile) e Roma (Chiostro del Bramante, 8-10 aprile), la rassegna giungerà nei prossimi giorni a Fiorano Modenese, nei suggestivi spazi del Castello di Spezzano, all'interno del quale è ospitato anche un interessante Museo della ceramica.
Trentacinque i lavori esposti, tutti firmati da grandi nomi della fotografia italiana, autori che hanno saputo riscoprire e reinterpretare, ciascuno a proprio modo, il tema del paesaggio e del territorio negli ultimi quarant’anni, contribuendo alla nascita di una nuova fotografia italiana contemporanea.
Accanto alle geometrie astratte e ai netti contrasti di colore di Franco Fontana, ai ritratti quasi “parlanti” delle sculture classiche e dei paesaggi archeologici di Mimmo Jodice, si troveranno gli ambienti tanto familiari quanto metafisici di Luigi Ghirri, la cui eleganza compositiva e acume intellettuale ne fecero uno dei fotografi più influenti del dopoguerra in Europa. Gabriele Basilico focalizza, invece, il proprio lavoro sulla fotografia dei paesaggi urbani e, grazie alla propria passione per l’architettura, percorre un approccio più documentaristico, capace di raccontare la bellezza celata in luoghi e paesaggi industriali. Affascinanti e a volte romanzate, quasi sovrannaturali, sono le immagini di Olivo Barbieri che catturano la magia incompresa della vita di tutti i giorni e dei luoghi più comuni. Le grandi fotografie di Massimo Vitali diventano, invece, vere e proprie finestre sul mondo, dove paesaggi sovraffolati e brulicanti di persone si trasformano in paesaggi umani, a rappresentare uno spaccato sociale della nostra epoca. Una testimonianza di contemporaneità che Francesco Jodice raccoglie, invece, in maniera metodica, quale osservatore internazionale del mondo moderno e della sua globalizzazione, mettendo a confronto ambienti sociali di tutto il mondo e mostrandoci come le città possano condizionare il modo in cui viviamo.
L'esposizione, a cura di Stephen Mc Coubrey, sarà visitabile da venerdì 15 a domenica 17 aprile al Castello di Spezzano, prima di proseguire il suo viaggio per Treviso (Casa dei Carraresi, 6-8 maggio), Padova (Caffè Pedrocchi, 13-15 maggio), Brescia (Teatro Grandi, 20-22 maggio) e Bologna (Pinacoteca nazionale, 27-29 maggio).
In occasione della mostra itinerante verranno, inoltre, esposti, accanto ai grandi nomi della fotografia italiana, gli scatti dei vincitori del concorso fotografico: UBS e il Territorio. Il dettaglio come codice, destinato a giovani talenti emergenti nel campo della fotografia di età compresa tra i 18 e i 35 anni, domiciliati o residenti a Torino e Roma e relative province. A comporre la giuria sono stati chiamati Guido Curto, Giorgetto Giugiaro, Ugo Nespolo, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo e Paolo Turati per Torino, e Corrado Augias, Paolo Giorgi, Margherita Guccione, Ada Passaretta, Dino Sorgonà, Claudio Strinati e Dario Zerboni per Roma.
Oltre all’opportunità di esporre insieme ai grandi nomi della fotografia italiana, i vincitori saranno premiati con un viaggio e soggiorno a Basilea per tutta la durata di Art Basel 2011, la più prestigiosa fiera d'arte moderna e contemporanea a livello internazionale di cui UBS è sponsor principale dal 1994 e con la realizzazione di un catalogo delle proprie opere in mostra.

Didascalie delle immagini
[fig. 1]Luigi Ghirri: Venezia, 1987. Eredi di Luigi Ghirri; [fig. 2] Francesco Jodice, Untitled (Napoli), 1998. © Francesco Jodice. Courtesy of the artist and Brancolini Grimaldi, London / Rome; [fig. 3] Massimo Vitali: Picnic Alternatif, 2000, c print 180x225cm. © Massimo Vitali. Courtesy of the artist and Brancolini Grimaldi, London / Rome.
[Le foto sono state messe a disposizione da Alessandra De Antonellis di Ddl Studio]

Informazioni utili
Dettagli di territorio. I fotografi italiani della UBS Art Collection. Date: 15–17 aprile - Modena, Castello di Spezzano; 6–8 maggio - Treviso, Casa dei Carraresi; 13–15 maggio - Padova, Caffè Pedrocchi; 20–22 maggio - Brescia, Teatro Grande; 27–29 maggio - Bologna, Pinacoteca nazionale. Ingresso gratuito nelle diverse sedi espositive. Informazioni: www.ubs.com/dettagliocomecodice.

Per saperne di più
www.ubs.com/4/artcollection/index.html

Venezia, Prada restaura Ca' Corner della Regina

Venezia avrà un nuovo spazio espositivo dedicato all'arte contemporanea. Grazie alla collaborazione tra la Fondazione Musei civici di Venezia e la Fondazione Prada di Milano, ritornerà, infatti, a nuova vita Ca’ Corner della Regina, palazzo settecentesco, affacciato sul Canal Grande, che fu costruito da Domenico Rossi, per conto della famiglia dei Corner di San Cassiano, sulle rovine del palazzo in cui nacque Caterina Corner, la futura regina di Cipro.
L'impegnativo programma di restauro, rispettoso dei vincoli di legge relativi agli edifici di rilevante valore storico artistico si attuerà in sei anni, con l'intesa di rinnovo per altri sei e sarà articolato in tre fasi di intervento. La prima, elaborata di comune accordo, prevede sostanzialmente interventi di messa in sicurezza delle superfici di pregio artistico e architettonico, il rilievo di tutte le parti impiantistiche incoerenti, la manutenzione dei serramenti, l’eliminazione dei materiali di scarto e il recupero degli spazi destinati a uffici e servizi. Tali lavori consentiranno l’apertura parziale del palazzo a fine maggio, mentre le fasi successive sono in corso di progettazione.
L'intero progetto di riqualificazione consentirà allo storico edificio veneziano, la cui architettura si rifà allo stile della vicina Ca' Pesaro di Baldassarre Longhena, attuale sede della Galleria internazionale d’arte moderna, di ritornare al suo antico splendore.
Modulato su tre livelli, lo stabile ha un aspetto slanciato, anche per la presenza di due ammezzati tra piano terra e primo piano, con paramento in pietra d'Istria sulla facciata principale e bugnato dal pianterreno fino al mezzanino.
L’ultimo discendente della famiglia Corner lasciò il palazzo a Papa Pio VII; la dimora ospitò in seguito la congregazione dei Padri Cavanis, il Monte di Pietà e l'Archivio storico della Biennale. Il nuovo corso, di esclusiva competenza della Fondazione Prada e bato da un progetto culturale condiviso con a Fondazione Musei civici di Venezia (usufrutturia dell'edificio, di proprietà comunale), vedrà l'edificio diventare centro di attività espositive, di ricerca e di studio volte all’approfondimento dei linguaggi artistici contemporanei e non solo.
«Siamo felici di raccogliere l’impegnativa sfida per riqualificare lo straordinario palazzo di Ca' Corner della Regina - rilevano Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, presidenti della Fondazione Prada -, nel totale rispetto della sua storia, e con l’ambizione di offrire alla città di Venezia e non solo, una programmazione stimolante e importante sul piano delle arti per tutta la durata del nostro mandato». «Ringrazio vivamente la Fondazione Prada - sottolinea Walter Hartsarich, presidente della Fondazione Musei civici di Venezia - per avere sposato le esigenze d’integrazione culturale della città e della nostra Fondazione completando il variegato mosaico delle strutture museali veneziane con l’apertura di un nuovo spazio dedicato alla cultura contemporanea».

Didascalie delle immagini
[fig. 1]
Ca’ Corner della Regina, Venezia - Facciata esterna; [fig. 2] Ca’ Corner della Regina, Venezia - Particolare dell'interno [Le foto sono state messe a disposizione dall'ufficio stampa della Fondazione Musei civici di Venezia]

Per saperne di più
www.fondazioneprada.org
www.museiciviciveneziani.it

mercoledì 17 novembre 2010

Da Segundo de Chomón a Jacques Tati: Roma accende i riflettori sul cinema restaurato

Cappello in testa, ombrello in mano, pipa in bocca, pantaloni dall'orlo troppo corto e buffi calzini a righe: lo stralunato e maldestro monsieur Hulot mette il suo vestito d'ordinanza e compare sul grande schermo di villa Medici. Quasi in contemporanea con l'uscita nelle sale italiane del film L'illusionista di Sylvain Chomet, ispirato a un soggetto di Jacques Tati (1907–1982), la storica ed elegante sede dell'Accademia di Francia in Roma apre le proprie porte, o meglio la sala cinema Michel Piccoli, a una panoramica filmica dedicata all'autore di Mon oncle (1958) e Playtime (1967), maestro del genere comico-burlesco alla cui lezione hanno guardato, tra gli altri, Jerry Lewis, il primo Woody Allen e Maurizio Nichetti.
In occasione della prima edizione di Re-Visioni, rassegna sul grande cinema restaurato e sul tesori ritrovati del patrimonio cinematografico europeo, in programma nella capitale da venerdì 19 a domenica 28 novembre, gli spazi di viale Trinità dei Monti ospiteranno, infatti, Omaggio a Jacques Tati, iniziativa che ripropone quattro film tra i sei lungometraggi e i tre cortometraggi, realizzati dal regista d'Oltralpe negli anni compresi tra il 1947 e il 1974.
Ad aprire la rassegna sarà la proiezione della pellicola Les vacances de monsieur Hulot (venerdì 19, ore 21.00 e domenica 21, ore 21.00), girata nel biennio 1951-'53 e restaurata nel 2009 grazie alla collaborazione di Groupama Gan e di Technicolor, uniche due fondazioni attive nel settore cinematografico in Francia. In queste sequenze -poetico ed elegante bianco e nero sonoro e non parlato- il cineasta di Le Pecq ironizza sulla ritualità codificata delle vacanze estive vissute dalla borghesia francese negli anni Cinquanta, attraverso la figura del goffo e pressoché taciturno monsieur Hulot. Un tipo fisso, questo, del cinema di Jacques Tati, quasi certamente recuperato dai modelli della comicità muta di Buster Keaton e Charlie Chaplin, che ritroveremo in altre due pellicole in programmazione a Re-Visioni: Mon oncle (sabato 20, ore 19.30 e martedì 23, ore 19.00) del 1958, Gran premio della giuria al Festival di Cannes e Oscar per il miglior film straniero nel 1959, e Playtime (sabato 20, ore 21.00 e lunedì 22, ore 19.00) del 1967.
L'omaggio che l'Accademia di Francia in Roma dedica a Jacques Tati, del quale ogni mattina le scuole potranno scoprire il suo mondo spassoso e pieno di ironia, prevede, inoltre, la proiezione di Jour de féte (domenica 21, ore 10.30 –appuntamento per i più piccoli, dai 6 anni in su- e ore 19.00 e lunedì 22, ore 21.00), film del 1949, premiato alla Mostra del Cinema di Venezia per la miglior sceneggiatura, con il quale il cineasta si fece conoscere al grande pubblico grazie alle esilaranti gag di François, postino di un “paesotto” della provincia francese che, ammaestrato da un cinegiornale sul dinamismo del servizio postale americano, invano cercherà di imitarne la velocità nella consegna delle lettere, ostacolato dal mezzo di trasporto usato: una vecchia bicicletta, con la quale, tra le risate degli spettatori, si ritroverà persino tra i corridori di una gara ciclistica.
Questo film, la cui proiezione sarà anticipata dalla rassegna Una memoria in corto (domenica 21, ore 16.00) con cinque documentari di e su Jacques Tati, verrà presentato nella versione inedita a colori del 1964, il cui restauro è stato realizzato nel 1995 sotto la supervisione di François Ede e Sophie Tatischeff. Un restauro, questo, del quale sarà possibile scoprire tutti i segreti nella tavola rotonda Parlons Tati (sabato 20, ore 16.00), durante la quale Jérôme Deschamps, responsabile di Les Films de Mon Oncle, si confronterà con tre rappresentati di fondazioni che, negli ultimi dieci anni, hanno riportato a nuova vita il lavoro del grande maestro della comicità burlesca: Séverine Wemaere della Technicolor pour le Patrimoine du Cinéma, Gilles Duval della Groupama Gan pour le Cinéma, e Davide Pozzi, direttore dell’Immagine Ritrovata di Bologna.
La prima edizione del festival Re-visioni non terminerà, però, con l'omaggio a Tati e al suo cinema brillante e poetico, intelligente e garbatamente comico, tutto incentrato sui paradossi di una società che si sta modernizzando e che fa fatica a capire la modernità stessa. La rassegna romana prevede, infatti, altre due iniziative: Carta bianca ed Extra. La prima proporrà la visione di cinque grandi opere restaurate del patrimonio cinematografico mondiale, tre delle quali fanno parte degli Archives Françaises du Film, al cui interno sono conservate oltre 10.000 copie appartenenti al patrimonio filmico europeo: Lola di Jacques Demy (martedì 23, ore 21.00 e domenica 28, ore 19.00), Les anges du péché di Robert Bresson (mercoledì 24, ore 21.00 e domenica 28, ore 21.00) e La bandera di Julien Duvivier (giovedì 25, ore 19.00). Le altre due pellicole in programmazione sono, invece, state ristampe in copia nuova e si tratta dei film Il club dei 39 (venerdì 26, ore 19.00) di Alfred Hitchcock e di Serpico (sabato 27, ore 21.00) di Sidney Lumet, con il quale Al Pacino dimostra una prova d’attore che gli vale il premio Donatello come migliore attore straniero e il Golden Globe nel 1974.
Più cospicua la sezione Extra, che propone una vera e propria immersione nelle origini del cinema muto e, più nello specifico, del cinema d’animazione degli inizi del '900, periodo nel quale un pugno di artisti esplorarono le possibilità creative del disegno animato e della sua proiezione. Il primo appuntamento (mercoledì 24, ore 19.00 e venerdì 26, ore 21.00), in programma nel Grand Salon di Villa Medici, è con i pionieri del genere. Durante l'incontro verranno presentati, sulle note del pianoforte di Jacques Cambra, dieci cortometraggi, oggi patrimonio degli Archives Françaises du Film, che sono stati realizzati tra il 1909 e il 1929 da geni creativi quali Émile Cohl, Segundo de Chomón, Robert Lortac, Albert Mourlan, Marius o’Galop. Questi artisti esplorarono diverse tecniche di animazione, dando forma e vita, oltre che al classico disegno animato, a pezzi di carta ritagliata, a marionette, sculture e oggetti vari. E con la loro arte documentarono campagne di prevenzione contro la tubercolosi e la sifilide, per le pubblicità di bevande alcoliche, vetture e sigarette e per la propaganda contro il regime tedesco durante la Grande guerra.
La seconda sezione di Extra sarà, invece, incentrata sulla figura di Segundo de Chomón (1871-1929), regista, sceneggiatore, direttore della fotografia, pioniere del cinema a colori, costruttore di macchine da presa, creatore di nuovi generi del cinema di animazione, ma soprattutto inesauribile inventore di trucchi e di effetti speciali. La sua figura, ancora poco conosciuta in Italia (il suo nome nel nostro Paese rimane legato solo agli effetti speciali di Cabiria), è fondamentale per scrivere le tappe più importanti dei primi anni della storia del cinematografo: «Chomón –si legge nell’elegante ed esaustivo libretto che accompagna il festival- era a Parigi nel 1895 quando al Grand Cafè nel Boulevard des Capucines i fratelli Lumière tennero la prima proiezione pubblica, era con la Pathé all’inizio del secolo, sperimentando l’opportunità di lavorare nella prima vera industria cinematografica, era nell’Itala Film di Torino con Pastrone a dare corpo al monumentale progetto di Cabiria, era ancora in Francia nel 1926 con Gabel Gance per il suo Napoléon, immenso laboratorio di sperimentazione e ricerca a tutti i livelli della tecnica cinematografica».
Re-Visioni omaggia questa grande figura del cinema muto con L’arte dei trucchi (giovedì 25, ore 21.00) proiezione di otto brevissimi corti ottenuti grazie alla Cinémathèque Française e alla Filmoteca de Catalunya, e con la rassegna I restauri del Museo nazionale del cinema (sabato 27, ore 21.00), presentazione di tre preziosissimi cortometraggi restaurati, con la rimusicazione dal vivo di Emanuele Bultrini: Le spectre rouge, La guerra e il sogno di Momi e Lulù, film realizzati rispettivamente nel 1907 a Parigi, nel 1917 e 1923 a Torino.
A questa epoca straordinaria della cinematografia internazionale guarda anche la città di Milano che, da venerdì 17 a giovedì 16 dicembre, presenta la prima edizione del Gran festival del cinema muto.
Nato da un progetto artistico del direttore d'orchestra Alessandro Calcagnile, della compositrice Rossella Spinosa e della formazione da camera I Solisti Lombardi, questo appuntamento sarà totalmente dedicato alla figura di Charlie Chaplin, del quale verranno presentati, tra l'altro, due film recentemente restaurati: Il circo e Tempi moderni.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Un'immagine del film Les Vacances de Monsieur Hulot di Jacques Tati (1953) © Les Films de Mon Oncle; [fig. 2] Un'immagine di Mon Oncle di Jacques Tati (1958) © Les Films de Mon Oncle ; [fig. 3] Un'immagine del film The 39 steps di Alfred Hitchcock (1935) © AFF; [fig. 4] Un'immagine di Bécassotte à la mer di Marius O'Galop (1920) © GPA
; [fig. 5] Ritratto di Charlie Chaplin.
[Le immagini dalla n.1 alla n.4 sono pubblicate nel volumetto che accompagna il festival Re-Visioni di Roma. Si ringrazia per il materiale Ludovica Scolari dell'ufficio stampa e comunicazione dell'Accademia di Francia a Roma];

Informazioni utili
Revisioni – rassegna di cinema restaurato. Accademia di Francia a Roma - Villa Medici, viale Trinità dei Monti, 1 – Roma. Ingresso: biglietto singolo € 5,00 (intero) ed € 4,00 (ridotto); abbonamento 4 proiezioni (escluso il cineconcerto e la proiezione per i più piccoli) € 15,00 euro; pass Re-Visioni (valido per tutti gli eventi di re | visioni, tranne che per il cineconcerto di Jacques Cambra e per la proiezione per più piccoli) € 30,00; cinecorto € 10,00 (intero) € 8,00 (ridotto). Informazioni: tel. 06.67611 o cinema@villamedici.it. Sito web con programma: www.villamedici.it. Note: tutti i film sono in 35mm e in versione originale sottotitolata; la sala cinema Michel Piccoli di villa Medici contiene 98 posti. Da venerdì 19 a domenica 28 novembre 2010.


Gran festival del cinema muto. Sedi varie - Milano e provicia. Ingresso: libero; € 5,00 per la proiezione di tempi moderni. Informazioni: EventiCultura, cell. 339.1528836 o contatti@eventicultura.it. Sito web con programma: www.cinemamuto.it. Da mercoledì 17 a giovedì 16 dicembre 2010.

lunedì 15 novembre 2010

«Il gioco serio dell’arte»? Un viaggio tra le note di Chopin e i colori di Botticelli

Saranno le note di Fryderyk Franciszek Chopin (1810-1849) a tenere a battesimo la quinta edizione della rassegna Il gioco serio dell'arte, ideata e condotta da Massimiliano Finazzer Flory, assessore alla Cultura del Comune di Milano, per conto de Il gioco del lotto - Lottomatica.
In occasione dei duecento anni dalla nascita del compositore polacco, Palazzo Barberini in Roma aprirà, infatti, le proprie porte al pianista statunitense Jeffrey Swann, allievo di Alexander Uninsky alla Southern Methodist University di Dallas e vincitore di numerosi riconoscimenti, tra i quali il Premio Dino Ciani al teatro alla Scala di Milano e la medaglia d'oro al Concors Queen Elisabeth di Bruxelles.
Con questo talento del pianoforte saranno in scena, nella serata di lunedì 15 novembre, anche Elena Ghiaurov e lo stesso Massimiliano Finazzer Flory, interpreti di una lettura teatrale sul tormentato rapporto amoroso tra Fryderyk Franciszek Chopin e la scrittrice George Sand. Rapporto, questo, che verrà ripercorso non solo attraverso lettere e scritti biografici, ma anche con la proiezione di una serie di ritratti realizzati da Eugène Delacroix, nel commento della storica dell'arte Anna Lo Bianco.
Perdere è il verbo scelto per fare da parola-chiave a questo primo appuntamento della rassegna, grazie alla quale sarà possibile partecipare anche a una visita guidata gratuita alle sale di Palazzo Barberini, all'interno del quale sono conservate pregevoli opere d'arte di Caravaggio, Guercino, Canaletto, Raffaello Sanzio, Hans Holbein e Domenico Beccafumi.
Il gioco serio dell'arte proseguirà, quindi, con sette incontri multi-disciplinari (tutti in programma alle 18.30), che, fino al 30 maggio 2011, porteranno negli scenografici spazi del Salone Pietro Cortona, recentemente restaurato anche grazie ai fondi de Il gioco del lotto, protagonisti di rilievo del mondo artistico e della scena culturale italiana quali Eleonora Abbagnato, Ermanno Bencivenga, Armando Massarenti, Mimmo Paladino, Michele Placido, Giovanni Reale, Sergio Romano e Rossella Vodret.
Ballare, convertire, girare, pensare, perdere, provocare, ricordare, scoprire sono gli otto verbi scelti come parole-chiave di questa nuova edizione della rassegna, alla quale prenderanno sempre parte le storiche dell’arte Anna Lo Bianco e Angela Negro, che proporranno una ricognizione storico-artistica dei temi affrontati, con una panoramica su tutta l'arte europea e, in particolare, sulla collezione di Palazzo Barberini.
L’appuntamento più atteso è senz’altro quello in programma lunedì 17 gennaio 2011, alle 21.00, nelle sale dell’auditorium Parco della Musica, dove si terrà Il tempo di Gustav Mahler, di e con Massimiliano Finazzer Flory. Lo spettacolo teatrale, organizzato per i cent'anni dalla morte del compositore austriaco e con la partecipazione del musicologo Quirino Principe e della ballerina Gilda Gelati, ripercorrerà la biografia del musicista, segnata dall'irrequietudine e attraversata dal fuoco del genio creativo, nel clima culturale della Vienna di fine secolo e dei primi '900.
Prima di questo appuntamento, lunedì 13 dicembre, sarà possibile discutere di gesto artistico con Mimmo Paladino; mentre il 28 febbraio 2011 Michele Placido e Rossella Vodret, soprintendente per il Polo museale della città di Roma, parleranno delle relazioni che intercorrono fra interprete, autore e regista, durante le riprese di un film. Il 14 marzo 2011 i riflettori saranno, invece, puntati sulla danza, della quale si converserà con Eleonora Abbagnato (prima ballerina dell’Opera di Parigi), e il 9 maggio sulla filosofia, grazie alla presenza di Ermanno Bencivenga e Armando Massarenti.
Non poteva, poi, mancare in questa edizione della rassegna Il gioco serio dell’arte un omaggio ai centocinquant’anni dell’Italia unita. Massimiliano Finazzer Flory li ricorderà, insieme con lo storico Sergio Romano, nella serata di lunedì 18 aprile, quando proporrà una lettura teatralizzata di alcune pagine di uno dei grandi capolavori della nostra storia letteraria: I promessi sposi di Alessandro Manzoni(1785-1873).
A chiudere il ciclo di appuntamenti sarà, nella serata di lunedì 30 maggio, un incontro su La Primavera di Sandro Botticelli (1445- 1510), al quale prenderà parte il filosofo Giovanni Reale e dove sarà possibile vedere alcune sequenze del film che Elisabetta Sgarbi ha dedicato a questo celebre dipinto, oggi conservato nella Galleria degli Uffizi di Firenze.

Didascalie delle immagini
[fig 1] Veduta esterna di Palazzo Barberini in Roma; [fig. 2] Eugène Delacroix, Ritratto incompiuto di Frédéric Chopin, 1938. Olio su tela, 46 × 38 cm. Parigi, Museo del Louvre; [fig. 3] Ritratto di Gustav Mahler; [fig. 4] Sandro Botticelli, La primavera, 1482 circa, tempera su tavola, 203 × 314 cm, Firenze, Galleria degli Uffizi.

Informazioni utili
Il gioco serio dell’arte - V edizione. Galleria nazionale d’arte antica di Palazzo Barberini, via Quattro Fontane 13 - Roma. Orari: ore 18.30. Ingresso libero (con prenotazione obbligatoria al numero 392.8159509). Informazioni: www.gruppolottomatica.it o www.finazzerflory.it. Da lunedì 15 novembre 2010 a lunedì 30 maggio 2011.

venerdì 12 novembre 2010

«Sei personaggi in cerca d’autore», sipario aperto sul «metateatro» pirandelliano

Uno dei testi più prestigiosi della tradizione teatrale italiana. Un dramma che contiene in sé tutte le future evoluzioni e trasformazioni della drammaturgia e della ricerca contemporanea. Uno spettacolo che raffigura una metafora insuperabile della condizione dell'uomo moderno, in bilico tra realtà e apparenza, verità e finzione. Un racconto di come vita e teatro possano incontrarsi su un palco, creando un magico e misterioso cortocircuito. Tutto questo è Sei personaggi in cerca d'autore (1921), prima opera della trilogia pirandelliana del «teatro nel teatro» (detto anche «metateatro»), completata da Ciascuno a modo suo (1924) e Questa sera si recita a soggetto (1928-1929).
I precedenti narrativi di questo componimento teatrale, tra i più rappresentati e amati dal pubblico, sono da ricondurre alle novelle Personaggi (1906), Tragedia di un personaggio (1911) e Colloqui coi personaggi (1915); la fonte diretta è, però, l’abbozzo di un romanzo, appena due pagine pervenute in foglietto, databile al 1910-‘12. Nasce così in Luigi Pirandello l’idea di mettere in scena il meccanismo della creazione artistica nel momento e nell’atto del proprio farsi, la volontà di raccontare il passaggio dalla persona al personaggio. E’ rottura con la struttura tradizionale del dramma, con gli schemi correnti: quello decadente e accentuatamente simbolista di Gabriele D’Annunzio, quello verista di Giovanni Verga e Giuseppe Giocosa, ma anche quello crepuscolare di Ercole Luigi Morselli e quello grottesco di Rosso di San Secondo. L’innovazione non viene immediatamente compresa né dal pubblico né dalla critica: la prima nazionale dello spettacolo, tenutasi il 9 maggio 1921 al teatro Valle di Roma, con la compagnia di Dario Niccodemi, (tra i protagonisti ci sono Vera Vergani e Luigi Almirante), viene accolta al grido di «Manicomio, manicomio!». Lo shock prodotto negli spettatori è tale che l’autore, all’uscita del teatro, viene investito da una baraonda di proteste e urla: alcuni gli gridano «Buf-fo-ne! Buf-fo-ne!», altri gli danno del «criminale». Come spesso accade nel mondo della drammaturgia e, soprattutto, dell’opera lirica, il successo arriva solo con la seconda replica, tenutasi il 27 settembre dello stesso anno al teatro Manzoni di Milano, sempre per iniziativa della compagnia di Dario Niccodemi. Da allora i Sei personaggi in cerca d’autore esibiscono senza sosta il loro fascino sottile e originale, attestandosi come uno tra gli spettacoli più rappresentati e amati dal pubblico di tutto il mondo.
Il testo viene tradotto presto in varie lingue: nel 1922 è già sul palco a Londra al Kingsway Theatre (a cura della Stage Society) e a New York al Princess (per iniziativa di Brock Pemberton); nel 1923 è la volta di Parigi, dove lo spettacolo è rappresentato alla Comédie des Champs-Elysées, per la regia di Georges Pitóeff (una regia, questa, che rimarrà nella storia del teatro per l’arrivo dei «sei personaggi» con il montacarichi di servizio, avvolti da una luce verdastra e totalmente vestiti di nero). Nel 1924 gli applausi arrivano da Vienna, con la messa in scena di Rudolf Beer al Raimund Theater, e da Berlino, dove a cimentarsi con l’allestimento del testo pirandelliano è Max Reinhardt al Komódie. Dall’anno dopo è la stesura della prefazione, pubblicata nella quarta edizione del testo; qui lo scrittore agrigentino fornisce un'interpretazione d'autore del dramma, chiarendone la genesi, gli intenti, le fondamentali tematiche, la natura dei personaggi e i rapporti che intercorrono fra loro. Questo scritto è importante per la ripresa dello spettacolo sulle scene romane (ripresa nella quale si trova anche un nuovo finale, quello ancor’oggi rappresentato): il 18 maggio 1925 il capolavoro pirandelliano ritorna, infatti, nella «Città eterna», questa volta al teatro Odescalchi, in un allestimento che vede in scena Lamberto Picasso, Marta Abba e Mario Cervi. E’ la consacrazione definitiva e i Sei personaggi in cerca d’autore diventano anche una storia di registi e di attori: a farsi ammaliare dal testo sono Guido Salvini, Orazio Costa, Giorgio De Lullo, Giuseppe Patroni Griffi, Giorgio Strehler e Giulio Bosetti, da un lato; Vera Vergani, Lina Satri, Rossella Falk, Romano Valli, Sergio Tofano e Antonio Salines dall’altro, solo per fare qualche nome.
La piéce pirandelliana affascina, però, anche fuori dai confini strettamente teatrali: ne nascono un soggetto cinematografico (mai realizzato), scritto dallo stesso Pirandello con Adolf Lantz, e un’opera lirica in tre atti, rappresentata a New York il 26 aprile 1959, con libretto di Denis Johnston e musica di Hugo Weisgall.
Ma che cosa ha reso questo lavoro una delle pietre miliari del nostro teatro? La trama non ha, in realtà, caratteristiche particolari; ha accenti da feuilleton borghese familiare, da romanzo d’appendice. Sulle tavole di un palcoscenico, dove si stanno facendo le prove del dramma pirandelliano Il gioco delle parti, si presenta una tormentata famiglia, composta da un padre, una madre, un figlio, una figliastra, un giovinetto e una bambina. Questi personaggi chiedono al capocomico e agli attori di mettere in scena la loro fosca e intricata vicenda, intessuta di tradimenti, abbandoni, riconciliazioni, sofferenza, desideri di vendetta, fino al tragico epilogo finale: la morte di due membri della famiglia. Ciò che colpisce l’attenzione dello spettatore non è, dunque, l’intreccio della storia, fitta di luoghi comuni, quanto le illuminazioni metateatrali pirandelliane. Per usare le parole di Francesca Malara e Roberto Alonge nella Storia del teatro moderno e contemporaneo di Einaudi, lo scrittore agrigentino inizia con questo dramma il suo passaggio dal «teatro d’attore», tipico della tradizione ottocentesca, al «teatro di regia», caratteristico della nuova temperie novecentesca. L’enfasi declamatoria degli interpreti e gli intrecci leggeri e mondani di tradizione francese lasciano, dunque, spazio a un «teatro di idee», dove protagonista è la «vita nuda», cioè la vita senza la maschera dell’ipocrisia e delle convenzioni sociali. Un teatro nel quale un ruolo importante assume la figura del regista (allora ancora chiamato «capocomico»), sguardo esterno che dà una corretta lettura del testo, istradando in qualche modo un'autorizzata e privilegiata ipotesi di regia.
In Sei personaggi scompare l’usuale suddivisione in atti e in scene ed appare, per la prima volta nel teatro di Luigi Pirandello, l’eliminazione della «quarta parete» di diderotiana memoria, cioè della parete trasparente che sta tra attore e pubblico, tra palcoscenico e platea. Una innovazione, questa, memore di certe soluzioni futuriste e dadaiste, che troverà la sua massima espressione nella rappresentazione simultanea dello spettacolo Questa sera si recita a soggetto, altra occasione importante per fare il punto sulla drammaturgia contemporanea.
Con i Sei personaggi in cerca d’autore, Luigi Pirandello, premio Nobel per la letteratura nel 1934, inizia, dunque, il suo rifiuto fermo e netto della «scatola teatrale» ottocentesca. Con questi personaggi «nati vivi», con la loro storia drammatica fatta di un tradimento e di un mancato incesto –una storia, questa, che sembra chiedere a gran voce di «entrare nel mondo dell’arte»- l’autore di Girgenti ci porta in un luogo fuori dal tempo. Racconta, per usare le parole di Enzo Lauretta in Luigi Pirandello. Storia di un personaggio fuori chiave, «un dramma che si conclude con quello che i filosofi esistenziali chiamano uno «scacco», dopo il quale ai personaggi-fantasmi non rimane che l’informale, il nulla». Un dramma che è «illusione di realtà», dal momento che –afferma il Padre dei «sei personaggi», parafrasando quanto già scritto in Uno, nessuno e centomila- è commedia della vita che non conclude, perché se domani conclude –addio- è finita»

Vedi anche
Ad Agrigento un convegno internazionale sul teatro di Pirandello

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Luigi Pirandello, in compagnia degli attori Marta Abba e Lamberto Picasso. Roma, teatro Agentina - 1928; [fig. 2] Copertina dell'edizione di Sei personaggi in cerca d'autore, pubblicata da Oscar Mondadori; [fig. 3] Una immagine dell'allestimento dei Sei personaggi in cerca d'autore di Georges Pitóeff, andato in scena il 10 aprile 1923 alla Comédie des Champs-Elysées di Parigi; [fig. 4]
Copertina dell'edizione di Sei personaggi in cerca d'autore, pubblicata da Oscar Mondadori.

Curiosando nel Web
Il testo di Sei personaggi in cerca d’autore su LiberLiber

Da leggere
Roberto Alonge e Francesca Malara, Il teatro italiano di tradizione in AA.VV., Storia del teatro moderno e contemporaneo. Avanguardie e utopie del teatro, Einaudi, Torino 2001;
Raffaele Cazzulli, Pirandello: la soglia del nulla, edizioni Dedalo, Bari 2003;
Enzo Lauretta, Luigi Pirandello. Storia di un personaggio fuori chiave, Ugo Mursia editore, Milano 1980.