ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

lunedì 14 aprile 2014

«A piccoli passi», scatti della Settimana Santa in Puglia

Il Venerdì santo la Puglia si veste di dolore. La Chiesa ricorda la passione e la morte di Gesù Cristo e, da Foggia a Taranto, è un pullulare di processioni di statue, di cortei di donne velate e di uomini incappucciati, di ali di folla silenziose e commosse, di musiche funebri e solenni suonate dalle bande musicali.
Fede e folklore si mescolano in riti che proseguono fino al giorno di Pasqua: passioni teatrali, pellegrinaggi penitenziali al Sepolcro, processioni per rinnovare la gioia della Resurrezione. A queste tradizioni millenarie che animano la Settimana Santa è dedicato il progetto fotografico «A piccoli passi» firmato da Carlos Solito, fotoreporter e scrittore pugliese che vanta collaborazioni con importanti giornali italiani e che firma il blog «Tachicardia» per la rivista «Vanity Fair». Quarantacinque gli scatti in bianco e nero che compongono il lavoro, in mostra fino a martedì 6 maggio al MuDi - Museo diocesano di Taranto per iniziativa della Oz Film, produttore che ha al proprio attivo collaborazioni per pellicole come «Io non ho paura» di Gabriele Salvatores, «La Terra» di Sergio Rubini, «Il passato è una terra straniera» di Daniele Vicari e la fiction televisiva «Braccialetti rossi».
L’esposizione, patrocinata dall’agenzia regionale per il turismo Puglia Promozione e dalla Società geografica italiana nell’ambito dell’Ente Premio Sele d’Oro Mezzogiorno, racconta le fasi salienti della Settimana Santa, dalla vestizione degli incappucciati, che s’incamminano per il viaggio della penitenza, fino alla fotografia finale di Cristo Risorto. Timidi gesti di fede, sguardi ammirati, veglie e preghiere costruiscono un reportage in bianco e nero carico di pathos che ripercorre le nuance e i chiaroscuri di un neorealismo tutto meridionale.
Fotografia dopo fotografia, il visitatore percorre un viaggio lentissimo, senza tempo: una sorta di Via Crucis che tocca le città di Taranto, Grottaglie, Pulsano, Castellaneta e Francavilla Fontana. Ogni centro, unicum di tradizioni, ha proposto, in sostanza, i tasselli che compongono il puzzle d’insieme per la lettura dei rituali della Settimana Santa in terra pugliese, un momento dell’anno in cui –si legge nella nota stampa- «devoti, addolorate, penitenti, incappucciati rallentano il loro metabolismo, per dedicarsi, anima e corpo, lentamente, a piccoli passi (da qui il titolo della mostra fotografica) al millenario sentimento di fede».
In considerazione della scelta stilistica del suo lavoro, Carlos Solito ha prediletto la bicromia bianco e nero che rende bene quel clima di fede, di devozione e di folklore in bilico tra antico e presente che caratterizza le tradizioni del Sud Italia.
In occasione della rassegna, il nuovo, e già diffuso, settimanale «Credere», diretto da don Antonio Rizzolo, pubblica un reportage all’interno del numero in edicola da giovedì 10 aprile. Un’occasione, questa, per scoprire tutti i segreti di un lavoro che la nota photo editor Giovanna Calvenzi ha descritto con queste parole: «Carlos Solito ci accompagna in un lungo viaggio in bianco e nero, intenso, drammatico, magistralmente composto. Un viaggio nella profondità delle emozioni, nella rappresentazione della spiritualità. Ogni sua immagine è una costruzione di equilibri fatti da forza narrativa e lirica».

Didascalie delle immagini
[Figg. 1, 2, 3 e 4] Uno scatto del progetto «A piccoli passi» di Carlos Solito

Informazioni utili 
«A piccoli passi». MuDi - Museo diocesano, vico Seminario, 1 - Taranto. Orari: fino al 20 aprile, ore 10.00-12.00 e ore 17.00-21.00; dal 21 aprile al 6 maggio, giovedì, ore 9.30-12.00 e ore 16.30-19.30; sabato e domenica, ore 9-30-12.00. Ingresso libero. Supporto editoriale alla mostra: brochure, totem, striscione microforato, reportage pubblicato sul numero di Credere del 10 aprile 2014. Informazioni: tel. 099.4709636. Sito internet: www.carlossolito.com o www.facebook.com/pages/Carlos-Solito/319205728214357?ref=hl. Fino al 6 maggio 2014. 

venerdì 11 aprile 2014

«Mex Pro», l’arte messicana si mostra a Trieste

L’arte contemporanea del Messico trova casa a Trieste. In occasione del centoquarantesimo anniversario dall’apertura delle prime relazioni diplomatiche tra l’Italia e il Paese sudamericano, l’associazione culturale Gruppo 78 lancia il progetto «Mex Pro». Due i segmenti principali nei quali l’iniziativa espositiva si articola: la mostra «Circa 2000» e l’installazione «2.501 Migrantes» dell’artista Alejandro Santiago.
La prima rassegna -curata da Maria Campitelli, con la collaborazione di Manolop Cocho, Fernando Galvez de Aguinaga e Gerardo Traeguez- porterà ottantasette artisti messicani provenienti dalla collezione di Josè Pinto Mazal nella splendida location delle Scuderie del Castello di Miramare, luogo particolarmente significativo per quanto riguarda le relazioni tra Trieste e il Paese sudamericano relativamente alla vicenda di Massimiliano d'Austria che andò a morire oltre oceano dopo essersi costruito a Chapultepec, nel cuore di Città del Messico, una dimora sul modello della magione friulana.
La collezione di Mazal, composta da una ricca selezione di opere realizzate tra il 1980 e il 2013, si attiene a una pluralità di tendenze. Appaiono, infatti, tutti i generi consacrati, secondo un paradigma messicano che tende di preferenza al racconto complesso, prediligendo in ogni caso un’intensa, debordante figuratività. Si spazia così dal paesaggio al ritratto, dal nudo al realismo sociale, dalla tendenza primitiva a tematiche sacre come il citazionismo arcaico e surreale.
Molti degli artisti che esporranno a Trieste a partire da lunedì 14 aprile, e per tutta la primavera e l’estate, vantano curricula internazionali e hanno frequentato la prestigiosa Scuola nazionale d’arte Esmeralda di Città del Messico. Va detto che su tutte le tendenze artistiche esplose in Europa e approdate, poi, nel Paese latinoamericano, s’inserisce -ineludibile, sotteso o dichiarato- un imprinting tipicamente messicano, un legame con le culture passate, con le civiltà precolombiane degli Aztechi e dei Maya, che incombono con le loro straordinarie vestigia e che parlano di grandezza, di tempi favolosi e di incessante produttività.
Vero e proprio perno portante dell’intera iniziativa triestina, che prevede anche numerosi eventi collaterali, sarà l’installazione «2.501 Migrantes» dell’artista Alejandro Santiago: un popolo di statue di terracotta, delle misure variabili dai 120 ai 180 centimetri, che sarà esposto in piazza Unità d’Italia. L’opera, che sarà poi in mostra anche al Berengo Center di Venezia, evoca il dramma eterno della migrazione dei popoli, di cui lo stesso artista si sentiva di far parte.
Alejandro Santiago fu, infatti, egli stesso migrante (quell'uno aggiunto ai duemilacinquecento lo rappresenta) e, una volta ritornato al suo piccolo paese arroccato sulle montagne, lo trovò spogliato di vita umana. La comunità che lo abitava era andata a vivere negli Stati Uniti per garantire la sopravvivenza ai propri congiunti. Erano rimaste solo le donne, i bambini e i vecchi. Mancavano duemilacinquecento persone all’appello: uomini costretti ad abbandonare la propria terra con il sogno di un futuro migliore. Un vero e proprio esercito della disperazione e, allo stesso tempo, della volontà incrollabile, della speranza.
Le duemilacinquecentouno statue di Alejandro Santiago, con la loro presenza e il loro assordante silenzio, vogliono invitare le persone a prendere coscienza di un problema, come quello della migrazione, che interessa sempre più persone e che la politica sembra incapace di risolvere. Basti pensare ai recenti scandali legati ai luoghi d’accoglienza, dove ci sono conclamati casi di violazione dei diritti umani, o alla difficile situazione che sta vivendo Lampedusa.
Il progetto espositivo sarà corredato da una schiera di eventi collaterali, distribuiti in spazi pubblici come il Museo Revoltella o in gallerie private, e tesi a restituire un’immagine a tutto tondo della cultura messicana, anche in settori come la cucina, la lettura e il cinema. Tra le iniziative più interessanti si segnala la mostra «Rostros de la fiesta», che porterà negli spazi del Castello di Miramare una selezione di maschere messicane provenienti dal museo nazionale della maschera di San Luis. Sono, poi, in programma una rassegna di video-arte alla DoubleRoom Gallery, una mostra di Luciana Esqueda alla Stazione Rogers, una rassegna di Alejandro Echeverria alla Lux Art, un omaggio all’arte grafica messicana e, per chiudere, una personale di German Venegas, che unirà opere di pittura con lavori in vetro e che prevede anche una sezione al Berengo Center for Art and Glass di Venezia. Un omaggio, dunque, a tutto tondo nei confronti di una cultura artistica che affascinerà il pubblico con i suoi colori squillanti e con le sue tematiche esotiche.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Graciela Iturbide, «Un Ángel en el Desierto Plata». Gelatina in B/N. 53,3 x 53,5 cm; [fig. 2]Marco Arce, «Cuento de los pájaros» (polittico di quattro parti), 2003. Olio, cm 58 x 58 x ; [figg. 3 e 4] Alejandro Santiago, installazione «2.501 Migrantes»

Informazioni utili
«Mex Pro. Ponte internazionale di arte contemporanea Italia -Messico».  Trieste, sedi varie. 
Mostre principali: Circa 2000- 90 artisti messicani,Scuderie del Castello di Miramare - Trieste. Orari: tutti i giorni, ore 10.00-18.00. Dal 15 aprile al 15 settembre 2014; 2501 Migrantes - macro installazione di 2500 sculture di terracotta di Alejandro Santiago. Piazza Unità d'Italia, Trieste. Dal 20 novembre 2014.   
Catalogo: disponibile in mostra (edizione trilingue in italiano, spagnolo e inglese). Informazioni: Gruppo78, gruppo78trieste@gmail.com, tel./fax 040.567136, mob. +39.339.8640784. 

giovedì 10 aprile 2014

«All is New in Art», otto lezioni tra arte e nuove tecnologie

È dedicata all’analisi delle prospettive introdotte dalle nuove tecnologie in ambito culturale e imprenditoriale il progetto «All is New in Art», promosso dalla Regione Lazio e dalla Fondazione Pastificio Cerere come piattaforma di partenza per le attività di Cinta - Centro italiano nuove tecnologie e arte, un osservatorio rivolto alle nuove forme di comunicazione e alle novità in campo formativo nei settori della cultura e dell’imprenditoria.
Otto le lezioni in programma, a cura di Marcello Smarrelli, che vedranno al tavolo dei relatori, tra gli altri, Marco Delogu, Pippo Ciorra, Domenico Quaranta, Lorenzo De Rita, Alberto Iacovoni, Massimo Coen Cagli e Luigi Capello.
Ad aprire gli incontri -rivolti a studenti universitari, neolaureati e persone interessate ad ampliare la propria formazione- sarà la conferenza «Osservazione. Per una visione del ritratto in fotografia», in programma giovedì 10 aprile alla Fondazione Pastificio Cerere, realtà nata nel 2004 con l’intento di realizzare e promuovere progetti formativi e programmi di residenze dedicati a giovani artisti e curatori, insieme a un ricco programma di mostre, conferenze, workshop e studio visit.
Marco Delogu, direttore artistico di Fotografia – Festival Internazionale di Roma, parlerà ai presenti di come le nuove tecnologie abbiano modificato il nostro modo di scattare immagini.
In un momento in cui tutti fotografano, ritraggono e si auto-ritraggono, cosa rimane del genere accademico del ritratto, sviluppatosi nella seconda metà dell’Ottocento?: è la domanda che fa da filo conduttore all’incontro, al quale prenderanno parte anche lo storico dell’arte Matteo Lafranconi, la curatrice di mostre Valentina Tanni e il fotografo Alessandro Giuliani.
La lezione, a ingresso gratuito (previa prenotazione), si aprirà con un’introduzione su quei fotografi che sentono il ritratto come esigenza personale, ossia quella di fotografare il conosciuto o indagare il conoscibile: la New York di Leonard Freed, gli americani di Paul Fusco, la famiglia di Bernard Plossu, le maghe di Graciela Iturbide, la gang di Finsbury Park di Don McCullin, il cafè di Anders Petersen, il Central Park di Tod Papageorge e la Sardegna di Pablo Volta.
Questa prima parte sarà indispensabile per contestualizzare e leggere le opere di artisti che, attraverso alcune pratiche nate dall'uso quotidiano delle nuove tecnologie come ad esempio quella dello screenshot, secondo cui si fotografa quanto succede sul monitor– traducono l'attività fotografica coniugandola con il mondo digitale. Saranno, quindi, illustrati gli esempi dell’artista canadese Jon Rafman, con il progetto «The Nine Eyes of Google Street View», e dell’artista greco Miltos Manetas con «BlackBerry Paintings».
Le lezioni -che si articoleranno in laboratori e momenti di approfondimento teorico, i cui video verranno raccolti sul sito www.cintarte.it- proseguiranno con un appuntamento sull’arte contemporanea e l’impresa, a cura di Marcello Smarrelli (giovedì 8 maggio, ore 9); si continuerà, quindi, con un incontro dal titolo «Vitruvio nel XXI secolo: ars utilitas comunicatio» che vedrà Pippo Ciorra, senior curator al Maxxi, parlare delle relazioni tra architettura e nuove tecnologie (giovedì 12 giugno, ore 9). Sarà, poi, la volta di Domenico Quaranta (giovedì 10 luglio, ore 9), docente, critico, curatore e direttore artistico del Link Art Center, che racconterà come gli strumenti dell'information technology si relazionino, dagli anni Sessanta ad oggi, con il mondo dell’arte.
Lorenzo De Rita proporrà, invece, l’incontro «Una tranquilla giornata di lavoro». L’11 settembre, per il direttore del Soon Institute, sarà un giorno come un altro. Andrà al lavoro, aprirà il suo computer, farà telefonate, invierà e-mail, navigherà su internet, farà qualche chiacchierata su Skype, riceverà colleghi e amici e probabilmente s’inventerà qualcosa di nuovo. Ma, a differenza degli altri giorni, Lorenzo De Rita farà tutto questo non nella stanza del suo studio di Amsterdam, ma di fronte alla platea di «All is New in Art». Un’occasione unica, questo incontro, per capire dall’interno il mondo della comunicazione e dei new media e conoscere come lavora e pensa un inventore con interessi che vanno dall’editoria sperimentale all’educazione innovativa, dalla costruzione di nuove forme di comunicazione all’ideazione di nuovi linguaggi.
Toccherà, quindi, ad Alberto Iacovoni, coordinatore culturale di Ied Roma, raccontare la profonda trasformazione subita dagli oggetti di design con l’evoluzione delle nuove tecnologie nell’incontro «Dalla pietra alla nuvola» (giovedì 9 ottobre, ore 9). Seguirà un incontro con Massimo Coen Cagli sul fundraising culturale (giovedì 13 novembre, ore 9), mente, in chiusura del programma,  Luigi Capello parlerà delle imprese creative (giovedì 11 dicembre, ore 9). Un progetto, dunque, interessante quello della Fondazione Pastificio Cerere per comprendere quali nuove sfide attendono il sistema dell’arte e il mondo della cultura.

Didascalie delle immagini
[Figg. 1, 2, 3] Fondazione Pastificio Cerere di Roma 

Informazioni utili
«All is New in Art». Fondazione Pastificio Cerere, via degli Ausoni, 7 - Roma. Ingresso gratuito. Informazioni: Fondazione Pastificio Cerere, via degli Ausoni, 7 - Roma, info@pastificiocerere.it o tel./fax 06.45422960.  
Quando: gli incontri si svolgono il secondo giovedì di ogni mese, da aprile a dicembre, dalle ore 9.00 alle ore 13.00 e dalle ore 14.00 alle ore 18.00.
A chi: studenti universitari (è previsto il riconoscimento di crediti formativi per gli studenti del Dipartimento di Storia dell'arte e spettacolo della Sapienza di Roma e dello Ied – Istituto europeo di design di Roma), neolaureati, e tutti coloro che intendono ampliare la propria formazione.
Come: Ogni incontro prevede una classe di 50 persone e sarà possibile prenotarsi fino ad esaurimento posti scrivendo a info@cintarte.it
Social Media: hastag #cintarte e #allisnewinart
fb: Fondazione Pastificio Cerere
tw: @FondCerere
ig: fondazionepastificiocerere
La lezione sarà disponibile, nei giorni successivi sul sito cintarte.it.
Dal 10 aprile all'11 dicembre 2014. 

mercoledì 9 aprile 2014

Torino, Caravaggio va in visita da Ettore Spalletti

Caravaggio arriva a Torino con uno dei suoi più straordinari capolavori e la Galleria d’arte moderna gli riserva un’accoglienza speciale. Da giovedì 10 aprile il percorso espositivo della mostra «Ettore Spalletti Un giorno così bianco, così bianco» sarà arricchita da una celebre opera del maestro seicentesco della luce: la tela «Ragazzo morso dal ramarro», proveniente dalla Fondazione Longhi di Firenze.
Non è la prima volta che il museo piemontese mette in dialogo l’antico con il contemporaneo: negli ultimi cinque anni sono stati accostati, lungo il percorso espositivo, Mario Merz e Antonio Fontanesi, Giorgio Morandi e Fausto Melotti, Antonio Canova e Marina Abramović, Giorgio De Chirico e Pierre-Auguste Renoir.
Il dipinto ad olio del Caravaggio, del quale esiste anche una versione conservata alla National Gallery di Londra, è stato realizzato tra il 1595 e il 1596, e raffigura il dolore sordo e lo spavento di un giovanetto per l’inatteso morso di un ramarro, nascosto tra i fiori, i frutti e gli oggetti della natura morta raffigurata.
La forte contrazione del volto e il rigore plastico del ragazzo dipinto, accostato da alcuni al «David» di Michelangelo, attenuano il tono elegiaco proprio di altre opere giovanili caravaggesche ed evidenziano una maggiore violenza espressiva e mimetica che Mina Gregori collega «con le ricerche sulle reazioni psico-fisiche, sia del riso che del dolore», approfondite in Lombardia nel Cinquecento e sollecitate anche da Leonardo.
Punto di contatto tra l’opera di Michelangelo Merisi e quella di Ettore Spalletti è l’uso dell’elemento luminoso.
Il chiarore diffuso e intenso e le sfumature di bianco, rosa e azzurro che caratterizzano il lavoro del maestro di Cappelle sul Tavo vengono stravolte da una sorta di inversione, un coup de théâtre espositivo che si avvale di un allestimento raccolto e che enfatizza la potenza della luce fuori campo del quadro «Ragazzo morso dal ramarro», proveniente da una finestra chiaramente riflessa sulla caraffa.
La luce come espressione della quiete e della pace interiore che caratterizza l’opera di Ettore Spalletti viene, dunque, contrapposta alla visione del Merisi, per cui l’elemento luministico è un mezzo per esaltare la forza e la drammaticità delle emozioni.
La mostra torinese, parte di un ampio omaggio che coinvolge anche il Maxxi di Roma e il Madre di Napoli, si propone di ricostruire l’atmosfera dello studio del maestro pescarese. L’intento non è quello di riprodurre fisicamente lo spazio in sé quanto di trasmettere la poetica dell’artista ricreando l’energia che si respira in quell’ambiente.
Ettore Spalletti vive emotivamente i suoi luoghi: qui trascorre le sue giornate, e lo studio, al pari della sua casa, è a tutti gli effetti un rifugio protetto, un punto di osservazione privilegiato del mondo circostante, in cui nasce la sua personale riflessione e interpretazione dell’essenza delle cose che lo circondano. È il luogo che accoglie i pensieri da cui nascono le sue opere, fedeli compagne di vita. La convivenza con esse è continua e persistente: non si riduce al momento creativo o al lungo periodo di lavorazione durante il quale l’artista sceglie con cura i materiali, studia e controlla la trasformazione dei pigmenti e l’effetto finale dei colori.
Le opere che popolano lo studio abbracciano un arco temporale molto ampio che va dagli anni ’80 ad oggi, ma convivono armoniosamente abitando lo stesso spazio fisico, in una dimensione temporale sospesa. Sono loro che accolgono l’artista ogni giorno in maniera nuova, inaspettata a seconda delle luci o della collocazione, sempre diversa, con cui vengono disposte nello spazio, in una costante ricerca di ordine e di equilibrio perfetto.
Per ricreare l’atmosfera di queste stanze sono state scelte dalla Gam di Torino venticinque tele, tra le quali sarà possibile vedere un’opera proveniente da una importante collezione privata belga, «Coppa» del 1982, e un disegno a mano libera del 1981, presentato in anteprima nazionale.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Michelangelo Merisi da Caravaggio, «Ragazzo morso dal ramarro», 1595-1596. Olio su tela, cm 65,8 cm × 52,3. Fondazione Longhi, Firenze; [fig. 2]  Ettore Spalletti, «Salle des départs, Garches», 1996. Foto: Attilio Maranzano; [fig. 3] Ettore Spalletti, «Fontana», 2004. Foto: Attilio Maranzano

Informazioni utili 
«Ettore Spalletti Un giorno così bianco, così bianco». Gam, via Magenta, 31 – Torino. Orari: martedì-domenica, ore 10.00-18.00; chiuso il lunedì. Ingresso: intero € 10,00, ridotto € 8,00. Informazioni: centralino, tel. 011 4429518; segreteria, tel. 011 4429595. Sito web: www.gamtorino.it. Fino al 15 giugno 2014.

martedì 8 aprile 2014

Tra totem africani e tarocchi, un viaggio nell’arte di Enrico Prometti

La città di Bergamo e i suoi musei si uniscono in un percorso comune per raccontare il multiforme itinerario artistico di Enrico Prometti (Bergamo, 1945-2008), artista viaggiatore che ha esplorato le culture di alti Paesi, soprattutto delle civiltà Dogon e Tuareg, durante i suoi lunghi viaggi in Africa, dando vita a una ricerca figurativa, unica nel panorama nazionale, che ha attraversato i terreni della pittura, della scultura, della grafica, della realizzazione di gioielli e di oggetti d’uso quotidiano.
L’articolato progetto espositivo, intitolato «Prometti dal mito dalla storia dalla strada», è promosso dall’Accademia Carrara di Belle arti, dalla Fondazione Bergamo nella storia, dalla Fondazione Credito bergamasco e dalla Gamec – Galleria d’arte moderna e contemporanea, in collaborazione con il Museo civico di Scienze naturali «Enrico Caffi». E nasce da un’idea di Maria Grazia Recanati, che si è avvalsa della consulenza di Serena e Vania Prometti e del fondamentale apporto organizzativo di Roberta Marchetti, Rosanna Paccanelli, Angelo Piazzoli, Maria Cristina Rodeschini, Marco Valle e Claudio Visentin.
Il risultato è una mostra diffusa sul territorio, che si propone non solo di ricordare la figura dell’artista bergamasco, ma anche di costruire un percorso di conoscenza e incontro della poetica del viaggio e della cultura africana di cui Enrico Prometti era grande estimatore e conoscitore.
Insofferente ad ogni cristallizzazione intellettuale, l’autore lombardo ha indagato con assoluta libertà le potenzialità della materia e gli sviluppi della ricerca formale contemporanea, senza cedimenti né a facili esotismi né alle mode talora imperanti del mercato, contaminando elementi naturali e artificiali per generare risultati misteriosi, potentemente espressivi nelle loro infinite combinazioni.
Enrico Prometti ha restituito al nostro immaginario un mondo popolato di fantasmi totemici, maternità ancestrali, bestiari fantastici, pianeti colorati, soli e tarocchi. È stato non solo scultore di fervidissima ispirazione, abile pittore e incisore, ma anche autore di affascinanti gioielli e oggetti d’uso come coltelli, maschere e sedie.
Il racconto del suo viaggio artistico prende il via dal Museo storico di Bergamo con una sezione che ospita grandi dipinti, tra i quali una drammatica «Crocefissone», realizzata a collage con frammenti di giornali, diari, disegni e fotografie con visioni dell’Africa e dell’arte rupestre Dogon. Si entra, poi, nel mondo delle grandi sculture fatte con materie naturali (come il legno) o con materiali di riciclo (quali il cartone, la gomma, la plastica); tra di esse colpiscono l’attenzione la serie dei «Pianeti», grandi globi scolpiti in legno di iroko e dipinti, e alcune opere in pietra e tufo.
La sezione etnografica del Museo civico di scienze naturali «Enrico Caffi» -che conserva anche la collezione di reperti africani donata nel 1989 da Aldo Perolari alla città di Bergamo, ordinata nell’attuale allestimento da Walter Barbero in collaborazione con Enrico Prometti- ospita, invece, la «Grande maternità afro». Mentre la Gamec accoglie gioielli realizzati in legno, intarsi d’ambra e madreperla, pietre dure, coltelli-scultura, maschere, ornamenti per il corpo, sedie scolpite e una serie di «Arcani Maggiori», fotolitografie colorate a mano, testimonianza di un interesse per l’elaborazione dei Tarocchi che l’artista ha coltivato per tutta la vita e che rappresenta uno dei risultati più affascinanti della sua produzione.
Contemporaneamente alla mostra, Bergamo ospiterà una serie di eventi collaterali, da un concerto del mediatore museale Dudù Kouate al ciclo di conferenze «Arte, cura, memoria: dialoghi con l’Africa», dal progetto sonoro di Francesco Crovetto a laboratori di fotografia e di scrittura sul tema del viaggio, senza dimenticare la mostra «Punti di vista: l’Africa nello sguardo di Tito e Sandro Spini, Carlo Leidi, Walter Barbero», aperta dal 19 aprile al 18 maggio e promossa dagli Amici del museo storico di Bergamo.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Enrico Prometti, «Pianeta bianco», 2005. Legno di iroko intagliato e dipinto, h cm 45. © Foto Virgilio Fidanza. Archivio Fondazione Credito Bergamasco; [fig.2] Enrico Prometti, «Tarocchi, Arcani Maggiori: La Papessa, L'Imperatrice, Il Papa, L'Eremita», 1978. Fotolitografie colorate a mano, cm 26 x 16. © Foto Virgilio Fidanza. Archivio Fondazione Credito Bergamasco; [fig. 3] Enrico Prometti, «Sedia», anni 2000. Legno, stracci, cm 74x66. © Foto Virgilio Fidanza. Archivio Fondazione Credito Bergamasco

Informazioni utili 
Enrico Prometti (1945-2008). Dal mito dalla storia dalla strada. 
- Museo storico di Bergamo - Convento di San Francesco, piazza Mercato del Fieno 6/a – Bergamo Alta. Orari: martedì-domenica, ore 9.30-13.00 e ore 14.30-18.00; chiuso il lunedì non festivo. Ingresso libero: Catalogo: disponibile in mostra. Informazioni: tel. 035.247116. Sito internet: www.bergamoestoria.it
- Gamec - Galleria d’arte moderna e contemporanea di Bergamo, via San Tomaso 53 – Bergamo. Orari: martedì-domenica, ore 10.00-13.00 e ore 15.00-19.00; chiuso lunedì. . Ingresso libero: Catalogo: disponibile in mostra. Informazioni: tel. 035.270272. Sito internet: www.gamec.it
- Museo civico di scienze naturali «Enrico Caffi», piazza Cittadella, 10 – Bergamo Alta. Orari: ore 9.00-12.30 e ore 14.30-18.00; sab e festivi 9.00-19.00; chiuso il lunedì. . Ingresso libero: Catalogo: disponibile in mostra.Informazioni: tel. 035.286011. Sito internet:  www.museoscienzebergamo.it
Fino al 2 giugno 2014. 

lunedì 7 aprile 2014

«Solide Senses»: cinque artisti, un pianoforte e il marmo di Carrara. Robot City si presenta al Salone del Mobile

Una mostra come biglietto da visita: è questa la scelta compiuta da Robot City - Italian Art Factory, nuova realtà imprenditoriale creativa nel settore del marmo, guidata da Gualtiero Vanelli, che ha scelto di presentarsi al palcoscenico internazionale del design, durante i giorni del Salone internazionale del mobile di Milano, con il progetto espositivo «Solide Senses».
Quattro grandi protagonisti dell’architettura e della progettazione sono stati invitati a cimentarsi con il marmo di Carrara, per dar vita a oggetti unici, in grado di esaltare le potenzialità espressive e funzionali di questo materiale antico e affascinante che ha reso famoso il territorio apuano sin dai tempi di Michelangelo, traducendolo nella più avanzata contemporaneità, ognuno secondo il proprio stile e linguaggio.
Stefano Boeri, Stefano Giovannoni, Alessandro Mendini e Paolo Ulian, questi i quattro artisti invitati, hanno realizzato appositamente per Robot City- Italian Art Factory una serie di opere inedite in tiratura limitata: preziosi oggetti d’arredo, che fanno dialogare, spesso in modo imprevedibile, forma e funzione, estetica ed ergonomia, tradizione e innovazione.
Stefano Boeri presenta, per esempio, il «Tavolo onda», firmato boeridesign: un monolite in marmo paonazzo, sagomato secondo il disegno da una macchina a controllo numerico, a sostenere un piano in cristallo.
Mentre Alessandro Mendini ha scritto un nuovo capitolo nella storia della sua opera più iconica, la poltrona «Proust» del 1978, realizzata per l’occasione in marmo; il candore e il peso di questo materiale conferiscono all’ oggetto un aspetto iper-realista e un’aura quasi surreale con un tocco di contemporaneità estetica.
Stefano Giovannoni ha, invece, progettato un tavolo in marmo fitomorfo con sedie zoomorfe: «Tree Table». Un oggetto, questo, che unisce funzionalità e dimensione ludica, coniugando l’elemento narrativo e una raffinata e innovativa ingegneria strutturale con lo stile che lo hanno reso famoso in tutto il mondo. Infine, Paolo Ulian ha realizzato, con l’aiuto di Moreno Ratti, due oggetti che ben esprimono la sua poetica basata sull’eco-sostenibilità: «Land», una seduta ottenuta da due lastre piane di marmo tagliate in modo concentrico, e «Comb», un oggetto multifunzionale, panca e libreria componibile.
Ad inaugurare la mostra, nella serata di martedì 8 aprile (a partire dalle ore 20.30 e solo per gli invitati), sarà il concerto-performance «Carrara Idol», che vedrà in scena David Bryan, cofondatore della band Bon Jovi di cui è a tutt’oggi tastierista. L'artista si esibirà in esclusiva suonando alcuni dei suoi brani più famosi con  l'M-Piano, lo straordinario Steinway & Sons a coda intorno al quale è stata creata una silhouette in marmo pregiato che lo contiene interamente.
Accanto al musicista ci sarà una band d’eccezione, formata per l’occasione e composta dal chitarrista Matt O'Ree, dal tastierista Eric Safka, dal batterista John Hummel, dal basso Scott Bennert e dal sassofonista Michael Ghegan.
Il concerto, che sarà introdotto dal gruppo toscano Vice, è la seconda edizione di «Carrara Idol», uno special tour internazionale di sole tre tappe, ideato dallo stesso David Bryan con Gualtiero Vanelli, che è andato in scena a Carrara nel 2012, nella suggestiva scenografia di una cava, e che animerà ora il FuoriSalone di Milano, prima di essere presentato a New York.
L'M-Piano, frutto di una raffinata e innovativa ingegnerizzazione che sfrutta tecnologia all’avanguardia e altissimo artigianato, rimarrà esposto al pubblico in una sala adiacente al percorso espositivo della mostra «Solide Senses», visitabile fino al 13 aprile nella living room dello Spazio Ventura di Milano.

Didascalie delle immagini
 [Figg. 1 e 2]  M-piano; [fig. 3] Alessandro Mendini, rivisitazione in marmo di Carrara della poltrona «Proust» del 1978

Informazioni utili 
«Solide Senses». Opere di Stefano Boeri, Stefano Giovannoni, Alessandro Mendini, Paolo Ulian / «Carrara Idol». Concerto di David Bryan. Ventura Lambrate,  via Giovanni Ventura, 14 (ingresso da via Massimiano, 23 o da via Giovanni Ventura, 6) - Milano. Orari: da martedì 8 a sabato 12 aprile, ore 10.00–20.00; domenica 13 aprile, ore 10.00 – 18.00; giovedì 9 aprile, aperto anche dalle ore 20.00 alle ore 22.00. Ingresso libero. Sito internet: www.venturaprojects.com. Dall' 8 al 13 aprile 2014. 

venerdì 4 aprile 2014

Da Stevenson a Paul Gauguin, quando l’arte incontra la leggenda di Tahiti

Isole incontaminate, spiagge deserte, acque cristalline, natura policroma e una calorosa popolazione locale: l’immagine leggendaria delle Isole di Tahiti come paradiso tropicale, iniziata con i racconti dei primi visitatori europei, è stata rafforzata nei secoli da poeti, pittori, scrittori, balenieri, commercianti, vagabondi, marinai, navigatori, esploratori e registi che contribuirono a diffonderne la fama in tutto il mondo.
L’esploratore Samuel Wallis, dopo aver scoperto l’arcipelago polinesiano, scrisse: «Tutte le donne sono belle e qualcuna di una grande bellezza». Il collega francese Louis Antoine de Bougainville, nel 1771, pubblicò il suo «Viaggio intorno al mondo», nel quale dichiarò: «Credevo di essere trasportato nei giardini dell'Eden»; anche James Cook e Joseph Banks, nei loro diari di viaggio, contribuirono ad alimentare questa visione idilliaca dell’arcipelago.
Robert Louis Stevenson, autore dei celebri libri «L'isola del tesoro» e «Dr Jekyll e Mr Hyde», rimase particolarmente colpito dalla bellezza delle Tuamotu e lo raccontò nel libro «Nei mari del sud» (1890). Mentre l’Arcipelago della Società è protagonista di ben due romanzi dello scrittore americano Herman Melville, che nel 1846 pubblicò «Taipi: uno sguardo alla vita della Polinesia», in parte ispirato a una vicenda personale. L’anno dopo è la volta di «Omoo», nel quale sono molti i riferimenti autobiografici al periodo di prigionia che l'autore trascorse tra gli indigeni polinesiani, a Tahiti e a Moorea. La cultura Maori è, invece, al centro de «Les Immémoriaux» (1907) di Victor Segalen, poeta e medico della Marina che soggiornò a Tahiti e in altre isole della Società.
Hiva Oa è conosciuta anche come l’isola di Paul Gauguin; il pittore francese vi si stabilì dal 1901 al 1903, anno della sua morte, dopo avervi già soggiornato dal 1891 al 1893. Qui l’artista, che aveva deciso di lasciare l’Europa per «vivere in questo luogo d'estasi, di calma e d'arte», realizzò circa settanta dipinti di vario genere, dai ritratti ai nudi, dai paesaggi ai soggetti simbolici ed allegorici.
Nella capitale delle Isole Marchesi, Atuona, è possibile vedere anche la ricostruzione della Maison du jouir, la casa/atelier polinesiana del pittore, con disegni, fotografie, lettere e altri oggetti personali del pittore e copie delle opere più celebri realizzate in quel periodo. Mentre chi fosse interessato a scoprire che cosa l’artista ha lasciato nella successiva generazione di pittori può visitare, al Museo delle Isole di Tahiti e fino al 24 maggio, la mostra «Après Gauguin. La peinture à Tahiti de 1903 aux années 60».
In Polinesia, di fronte alla baia di Ta'a'oa, c’è anche la tomba del pittore francese, sepolto nello stesso luogo di un altro celebre europeo, il cantautore e attore belga Jacques Brel che, spinto dalla sua grande passione per l’aviazione, trascorse in questi luoghi gli ultimi anni della sua vita, dal 1975 al 1978, continuando a comporre nonostante le difficili condizioni di salute.
Gli incomparabili scenari naturali delle Isole di Tahiti hanno ispirato anche numerosi registi e produttori cinematografici, primo fra tutti il tedesco Friedrich Wilhelm Murnau che, dopo diciotto mesi di riprese a Bora Bora, sul Motu Tapu, fece uscire il film «Tabu. Uragano» di Dino De Laurentis, remake dell’omonimo film di John Ford ispirato al romanzo di James Norman Hall e Charles Nordoff. Ma la figura cinematografica più legata alle Isole di Tahiti, dove si tiene anche il Fifo – Festival internazionale del film documentario oceanico, è Marlon Brando che, dopo il film «Gli ammutinati del Bounty» del 1962, decise di acquistare l’isola di Tetiaroa, dove visse fino al 1990. Al grande attore americano è dedicato l’ecoresort The Brando, una serie di lussuosi bungalow integrati tra la foresta. Un arcipelago, quello polinesiano, capace, dunque, di incantare anche l’arte, grazie alle sue ricchezze naturalistiche, ai sui colori favolosi, alla sua «aria -diceva Paul Gauguin- arroventata, ma soffusa, silenziosa».

Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] Paul Gauguin, «Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo? », olio su tela, 139 x 374,5 cm, 1897, Museum of Fine Arts, Boston; [fig. 2] Paul Gauguin, «Due donne tahitiane», 1891, olio su tela, 69 x 91 cm; Musee d'Orsay, Parigi; [fig. 3] Paul Gauguin, «Primavera sacra», 1894, olio su tela, 73 x 98 cm, Hermitage Museum, San Pietroburgo

Informazioni utili 
Tahiti Tourisme c/o Aviareps Via Monte Rosa 20 - 20149 Milano, tel. 02.43458345, fax 02. 43458340, Tahiti.italy@aviareps.com

giovedì 3 aprile 2014

Da Ludovico Ariosto a Piero della Francesca, grandi mostre a Reggio Emilia

Reggio Emilia festeggia uno dei suoi figli più illustri. Sarà, infatti, un grande omaggio a Ludovico Ariosto (Reggio Emilia, 8 settembre 1474 – Ferrara, 6 luglio 1533), nel cinquecentoquarantesimo anniversario dalla nascita, a caratterizzare la proposta culturale della città per quest’anno. Cinquanta le istituzioni coinvolte in questo progetto di alta qualità e di notevole valore scientifico, in programma a partire dal prossimo 16 aprile, di cui è ente capofila Palazzo Magnani, dove dal prossimo autunno (dall’11 ottobre al 1° febbraio 2015) si terrà una mostra sullo scrittore emiliano e il suo «Orlando Furioso».
La rassegna, ideata e curata da Sandro Parmeggiani, si pone l’obiettivo di indagare la persistenza della fortuna dell’Ariosto e della sua opera più nota non solo nella letteratura (si pensi all’ammirazione che gli tributò Italo Calvino), ma anche in campi artistici quali la pittura, l’illustrazione, il fumetto e la fotografia, o in discipline come il cinema e il teatro.
Per raccontare come la forza dirompente dell’«Orlando Furioso» continui a influenzare l’immaginario creativo, confermando come quella stupefacente visione del mondo non possa essere consegnata agli archivi del passato, sono stati scelti artisti quali Valerio Adami, Concetto Pozzati, Tullio Pericoli, Emilio Isgrò, Omar Galliani, Lucio Del Pezzo, Elio Marchegiani, Gianluigi Toccafondo, Nino Migliori e Franco Vaccari; mentre i testi in catalogo vedranno la firma di Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni, Gino Ruozzi, Antonio Faeti e di altri studiosi, critici e storici dell’arte e dell’illustrazione coinvolti nell’imponente progetto celebrativo.
Altrettanto rilevante, e impegnativo, si configura l’appuntamento scelto per inaugurare il 2015. Dal 14 marzo al 14 giugno, a Palazzo Magnani sarà, infatti, protagonista la mostra «Piero della Francesca. Il disegno tra arte e scienza», curata da Filippo Camerota, Francesco Paolo Di Teodoro e Luigi Grasselli, coadiuvati da un comitato scientifico nel quale operano anche Piergiorgio Odifreddi, Stefano Casciu, Enrico Maria Davoli, Roberto Marcuccio e Massimo Mussini.
Anche questa rassegna, che prevede un itinerario sul territorio con tappe alla Basilica di San Prospero e in alcune piazza della città, nasce da una coralità di istituzione culturali e vede in prima linea, tra gli altri, l’Università degli studi di Modena, l’Accademia di Belle arti di Bologna, la Diocesi di Reggio Emilia e Guastalla e la locale Soprintendenza per i beni storici, artistici ed etnoantropologici.
Spunto del progetto espositivo, che allineerà un centinaio di opere provenienti da prestigiosi musei internazionali e da collezioni private, è il cosiddetto «Reggiano A 41/2», ovvero il codice del «De Prospectiva Pingendi», patrimonio della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia. Il manoscritto, realizzato da un abile copista, presenta una sessantina di notazioni e correzioni a mano di Pietro della Francesca, che nei suoi centodieci fogli lascia anche molti disegni.
Da questo volume, che di fatto inizia la grande esperienza rinascimentale, partono nove sezioni espositive, che analizzano temi quali i principi geometrici, le figure piane, i corpi geometrici, l’architettura, la figura umana, la proiezione delle ombre e l’anamorfosi.
Lungo il percorso, opere originali -tra le quali la «Predella della Pala Griffoni» di Ercole dé Roberti, la «Summa de arithmetica» di Luca Pacioli e il «San Bernardino guarisce un uomo assalito e ferito con una pala» di Pietro Perugino- saranno affiancate da un ampio apparato multimediale, da modellini che consentono di capire con immediatezza gli sviluppi tridimensionali dell’idea di Piero della Francesca.
Nel frattempo, Palazzo Magnani propone, in contemporanea con il festival «Fotografia europea 2014», la mostra «Un secolo di grande fotografia. I capolavori della collezione Fotografis Bank Austria». L’esposizione, curata da Margit Zuckriegl e Walter Guadagnini, allinea centocinquanta immagini selezionate tra le oltre seicento che compongono la collezione della nota banca austriaca, attualmente in comodato d’uso al Museo d’arte moderna di Salisburgo. Si tratta di scatti che ripercorrono la storia della fotografia dalla seconda metà dell’Ottocento alla metà del Novecento attraverso i più grandi interpreti di sempre:Man Ray, Paul Strand, André Kertész, Edward Weston e molti altri. Un appuntamento, questo, davvero imperdibile per tutti coloro che intendono ripercorrere un secolo di arte fotografica attraverso le sue massime espressioni.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] «Tempesta»: Antonio, «Bradamante Valorosa, [Eroi ed eroine dei romanzi cavallereschi]». Romae, Joannis Orlandi a Pasquino formis, 1597 [Un'opera presente nella mostra su Ludovico Ariosto]; [fig. 2] Michelangelo, «Progetti per la scala del ricetto della Biblioteca Laurenziana, profili di base di colonne e studi di figure», 1525 ca. Matita nera, rossa e penna. Museo Casa Buonarroti, Firenze [un'opera presente nella mostra «Piero della Francesca. Il disegno tra arte e scienza»]; [fig. 3] Man Ray, «Untitled (Gun with Alphabet Squares)», 1924, stampa 1966. © Man Ray Trust [un'opera presenta nella mostra «Un secolo di grande fotografia. I capolavori della collezione Fotografis Bank Austria»] 

Informazioni utili
Fondazione Palazzo Magnani, corso Garibaldi 31 - Reggio Emilia, tel. 0522.44 4446, fax 0522.444436, info@palazzomagnani.it

mercoledì 2 aprile 2014

«La Serenissima nello specchio di rame», una prestigiosa pubblicazione di Dario Succi sull’incisione veneziana

Novecentoottanta pagine, millecinquecento immagini con dettagli anche di ampie dimensioni, due volumi cartonati di grande formato e una veste grafica accuratissima: sono questi i numeri del progetto editoriale «La Serenissima nello specchio di rame», edito in mille copie numerate a mano dalla società Cecchetto Prior alto antiquariato di Castelfranco Veneto.
I due tomi, riuniti in un unico cofanetto, sono opera di Dario Succi, studioso di fama internazionale specializzato nella pittura e nell’incisione del Settecento veneziano, che ha curato una ventina di esposizioni, tra le quali quella, memorabile, del 1983 al museo Correr di Venezia dal titolo «Da Carlevarijs ai Tiepolo».
L’opera, che è frutto di un trentennio di ricerche, colma una lacuna su quello che fu il secolo d'oro di uno straordinario universo di immagini incise, finora non adeguatamente valorizzato perché oggetto di studi frammentari, diluiti in un arco di tempo plurisecolare, dispersi su riviste specializzate e contributi monografici di non facile reperibilità.
Il lettore e l’appassionato d’arte avranno così modo di sfogliare i cataloghi ragionati completi di ventidue grandi maestri, incisori d'invenzione, tra i quali Luca Carlevarijs, Marco Ricci, Michele Marieschi, Antonio Canal detto Canaletto, Bernardo Bellotto, i tre Tiepolo, Sebastiano Ricci, Francesco Fontebasso, Alessandro Longhi, Gaetano Zompini e Gianfrancesco Costa. Di pagina in pagina, sarà possibile anche ammirare una selezione delle serie più significative realizzate da dodici fra i migliori incisori di riproduzione del Settecento veneziano, quali Francesco Bartolozzi, Davide Fossati, Antonio Visentini, Giambattista Brustolon, Giovanni Volpato, Giuliano e Marco Sebastiano Giampiccoli, Dionisio Valesi, Francesco Zuccarelli, Antonio Sandi e Teodoro Viero.
Di ogni incisione, accuratamente riprodotta, vengono descritti nel progetto editoriale della Cecchetto Prior tutti gli stati conosciuti, precisando le dimensioni, la tecnica esecutiva, la datazione, l'eventuale esistenza di dipinti o disegni corrispondenti.
La catalogazione delle stampe, suddivisa in milletrecentoquaranta schede e millecinquecento immagini con dettagli anche a piena pagina, scorre all'interno di una visione panoramica che consente di seguire la nascita, la straordinaria fioritura, il lento declino di una civiltà espressiva che ha contribuito in maniera determinante, con la larghissima diffusione internazionale, all'esaltazione della gloria di Venezia e della Repubblica Serenissima.
I capitoli, ordinati cronologicamente, sono suddivisi seguendo un filo conduttore che valorizza artisti e generi tematici. Ecco così che il lettore e l’appassionato d’arte trovano vedute di Venezia, delle isole lagunari, della Riviera del Brenta, del territorio prealpino, di città italiane ed europee, ma anche capricci di paesi e di rovine, ritratti di artisti e letterati, scene del carnevale, delle sagre popolari e delle feste dogali.
Strumento prezioso per studiosi, collezionisti, antiquari, questa pubblicazione può interessare tutte le persone sensibili al fascino dell'arte incisoria e alla magnificenza del passato di Venezia, due realtà che, per decenni, hanno camminato insieme come ricorda Giandomenico Romanelli: «l’incisione veneziana del Settecento - nella sua storia e nelle sue fortune - può essere assunta ad emblema della civiltà figurativa lagunare di quel secolo: ne possiede tutti i caratteri, in ogni senso e accezione, ne articola vicende, tensioni, velleità e sostanza, ne condivide il fantastico, l’irreale e l’effimero non meno che i dati destinati a rimanere e a contare, partecipa della stessa teatrale e scenografica vocazione, è altrettanto cosmopolita e internazionale».

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Immagine della pubblicazione «La Serenissima nello specchio di rame. Splendore di una civiltà figurativa del Settecento. L’opera completa dei grandi Maestri veneti», a cura di Dario Succi; [fig. 2] Michele Marieschi, «La Salute». Acquaforte e bulino, 317×467 mm; [fig. 3]  Antonio Sandi incisore da Francesco Tironi, «L'isola di Santa Maria delle Grazie», 1780. Acquaforte, 297 x 420 mm.

Informazioni utili
Dario Succi (a cura di), «La Serenissima nello specchio di rame. Splendore di una civiltà figurativa del Settecento. L’opera completa dei grandi Maestri veneti», Cecchetto Prior Alto Antiquariato, Castelfranco Veneto 2013. Dati: due volumi cartonati di 24 x 30 cm, con sovracoperta e cofanetto; 980 pagine totali; 1340 schede; 1500 immagini. Tiratura: mille copie numerate a mano. Prezzo: € 280,00. Informazioni: Cecchetto Prior Alto Antiquariato srl, via Chiesa, 7 - 31033 Castelfranco Veneto, info@cecchettoprior.com o tel 0423.721948. Sito internet: www.cecchettoprior.com

martedì 1 aprile 2014

A Sassoferrato nasce il Mam'S, il più grande museo marchigiano sull’arte del Novecento

Ci sono artisti del calibro di Emilio Vedova, Antonio Ligabue, Enrico Baj, Mimmo Paladino, Giuseppe Uncini e Fausto Pirandello nella collezione del Mam'S, la nuova galleria civica d'arte contemporanea che, dal prossimo 6 aprile, andrà ad arricchire il già cospicuo patrimonio museale della cittadina anconetana di Sassoferrato, nota per il Parco archeologico di Sentinum e per la Rocca Albornoz.
A pochi giorni dall'apertura, la nuova realtà espositiva si appresta già a vincere un primato: sarà il museo più grande di tutte le Marche sull'arte del secondo Novecento, con le sue più di oltre quattromila opere realizzate da artisti di tutto il mondo. Sede della raccolta sarà il Palazzo degli Scalzi, elegante edificio fatto costruire agli inizi del Seicento da Vittorio Merolli, illuminato mecenate che fu anche medico privato di papa Paolo V. Mentre la collezione è costituita dalle tele giunte, dal 1951 ad oggi, nella cittadina marchigiana per mezzo del premio intitolato a Gian Battista Salvi, detto Il Sassoferrato, uno fra i più grandi e famosi pittori italiani del Seicento, che dal 1996 è in gestione all’amministrazione comunale.
Il percorso espositivo della nuova galleria -curato da Roberto Bua e dallo studio Mjras, al quale si devono, tra l’altro, il progetto per il museo della città di Urbino e l’allestimento della mostra «Alma Tadema e i pittori inglesi dell’800» al Chiostro del Bramante- segue una scansione tematica. Ogni parete è costruita come un'ipotetica mostra a tema, con la possibilità di variare nel tempo l'allestimento utilizzando anche le nuove acquisizioni, per le quali è stata riservata una sala. Alcune delle pareti espositive sono state, poi, concepite come ante apribili che espongono, secondo un ordine cronologico, parte delle opere a deposito, ponendole così a disposizione degli studiosi e del pubblico. I lavori non in mostra sono, invece, conservati nel magazzino del piano superiore. Mentre ogni sala è utilizzabile come laboratorio.
L’allestimento si propone di restituire «con un’immagine centripeta -spiegano gli organizzatori- il potere di attrazione che il premio ha esercitato su tanti artisti del Novecento, e con un’immagine centrifuga la diffusione delle opere autentiche o in copia del Sassoferrato nei maggiori musei di tutto il mondo, a testimoniare la grande fortuna esercitata dai suoi modelli».
La documentazione storica sarà, poi, facilmente consultabile attraverso la restituzione informatica di quasi tutti i cataloghi che hanno accompagnato le varie edizioni del premio.
Accanto alle sale espositive sono stati, inoltre, studiati spazi attrezzati per l’accoglienza del pubblico, per conferenze e incontri, e per la gestione del museo.
Nel progetto, il Mam’S è stato concepito anche come punto centrale dell’intero territorio; a tale scopo sotto le volte dell’ingresso si accenderanno insegne luminose a neon come prima segnalazione al pubblico delle emergenze culturali dei paesi circostanti.
Il museo ospiterà, poi, anche le nuove edizioni del premio «Gian Battista Salvi»; la prossima, in cantiere per settembre, si articolerà in tre sezioni («Abito su misura», «Shorts» e «Monografica») e proporrà una riflessione sul concetto di collezione.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Palazzo degli Scalzi, sede del MAM'S di Sassoferrato; [fig. 2] [fig. 2] Pierluigi Piccinetti, «La mano», 1983; [fig. 3] Sante Monachesi, «Case a Sassoferrato», 1960

Informazioni utili
MAM'S- Mondo Arte Marche Sassoferrato. Palazzo degli Scalzi, Piazza Gramsci, 1 - Sassoferrato (Ancona). Informazioni: Comune di Sassoferrato - Ufficio Cultura, tel. 0732.956218 o tel. 0732.956205. Da domenica 6 aprile 2014, ore 17.00.

lunedì 31 marzo 2014

Palazzo Madama diventa un’aula di tribunale. Alla sbarra la pittrice Artemisia Gentileschi

Artemisia Gentileschi ritorna alla sbarra. Accade a Torino, nella Sala del Senato di Palazzo Madama, dove mercoledì 2 aprile si rivivrà il celebre processo che vide protagonista, nel Cinquecento, la pittrice romana, nota per aver contribuito alla diffusione del caravaggismo nella città di Napoli e per essere stata vittima di uno stupro da parte di Agostino Tassi, amico e collega pittore del padre Orazio.
L’appuntamento, in programma dalle ore 21, è inserito nel format «Personaggi e protagonisti: incontri con la storia» di Elisa Greco che, in passato, ha visto al banco dei testimoni anche Winston Churchill, Margaret Thatcher e Tony Blair, interpretati da professionisti provenienti dal mondo giuridico, politico e intellettuale come l’onorevole Paolo Gentiloni e il dirigente d’azienda Chicco Testa.
A far rivivere Artemisia Gentileschi e la sua dolorosa vicenda processuale, una tra le più seguite causes célèbres dell'epoca, sarà Giovanna Milella, giornalista Rai e per cinque edizioni segretario generale del Prix Italia; mentre il presidente della Corte sarà interpretato da Franco Debenedetti, editorialista e politico italiano. L’accusa verrà sostenuta dal pubblico ministero Stefano Dambruoso, magistrato, membro della Commissione Giustizia e Questore della Camera dei Deputati, con il collegio di Difesa composto da Giovanni Monchiero, componente della Commissione permanente Affari sociali della Camera dei Deputati, e da Anna Simioni, talent leader di Ernest&Young. Testimone di difesa sarà, invece, suor Giuliana Galli, membro del Consiglio di amministrazione della Compagnia di San Paolo. Al termine del dibattimento (che non prevede un copione prestabilito), il pubblico esprimerà, con una propria votazione, il verdetto finale reso noto dal Presidente della Corte.
«Protagonista del processo -racconta Elisa Greco- sarà un'Artemisia non solo artista, ma figlia e donna, che con la sua arte è riuscita a superare i suoi tempi». La Gentileschi è, infatti, non solo un’apprezzata interprete della prima espressione pittorica «di genere», ma anche un’eroina del femminismo moderno. Di lei si ricordano tele di grande richiamo come «Susanna e i vecchioni», «Autoritratto come allegoria della pittura» o «Giuditta che decapita Oloferne», che la fecero definire da Roberto Longhi, in un articolo del 1916, «l'unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura e colore, e impasto, e simili essenzialità». Ma la pittrice romana è anche un’artista che è stata capace di affermarsi in un mondo, fino ad allora (e ancora per molto tempo), totalmente maschile. Merito, questo, della raffinata pittura e del forte carattere, grazie al quale la Gentileschi sopportò anche le tortuosità burocratiche e le tante calunnie che animarono il processo ad Agostino Tassi.
Occasione per ripercorrere la storia dell’autrice seicentesca è una delle mostre attualmente in corso a Palazzo Madama, dove è esposta la «Santa Caterina» degli Uffizi, una tela datata 1620, in dialogo con due opere di Orazio Gentileschi: il «San Gerolamo» (che ebbe come soggetto Pietro Molli) e una «Santa Caterina» già attribuita a Bassante e proveniente dalla collezione Einaudi.
Il lavoro di Artemisia Gentileschi, usualmente conservato nel museo fiorentino, potrebbe essere un autoritratto, o anche raffigurare Maria Maddalena d’Austria, moglie del duca Cosimo II de Medici. La donna dipinta indossa una ricca veste di velluto e una corona tempestata di gemme, a ricordare le sue nobili origini ed è raffigurata in un atteggiamento contemplativo. La mano sinistra è appoggiata sulla ruota dentata, uno degli strumenti con cui l'artista fu torturata durante il processo. La destra regge la palma simbolo del martirio. Il risultato è una figura di forte presenza fisica, che si staglia dal fondo scuro come affacciandosi sulla ribalta di un palcoscenico.

Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] Artemisia Gentileschi, «Autoritratto come allegoria della Pittura», 1638-39, Royal Collection, Windsor; [fig. 2] Artemisia Gentileschi, «Santa Caterina», 1620 circa, Uffizi, Firenze

Informazioni utili 
Il processo di Artemisia Gentileschi. Palazzo Madama – Sala di Palazzo Madama, piazza Castello – Torino. Quando: mercoledì 2 aprile 2014, ore 21. Ingresso: € 30,00. Informazioni e prenotazioni: tel. 011.5211788 , e-mail prenotazioniftm@arteintorino.com

Artemisia Gentileschi. La Santa Caterina degli Uffizi. Palazzo Madama, piazza Castello – Torino. Orari: martedì-sabato, ore 10.00-18.00; domenica, ore 10.00-19.00; chiuso il lunedì (a biglietteria chiude un'ora prima). Ingresso (valido per la visita a tutte le collezioni di Palazzo Madama): intero € 10,00, ridotto € 8,00, libero per tutti il primo martedì del mese (se feriale). Informazioni: tel. 011.4433501. Sito web: www.palazzomadamatorino.it. Fino al 3 giugno 2014.

venerdì 28 marzo 2014

«Jessica and Me», un racconto autobiografico a passo di danza. In scena Cristina Morganti

Il debutto è previsto per il prossimo ottobre al Cavallerizza di Reggio Emilia, nell'ambito del «Festival Aperto» promosso dalla fondazione «I Teatri». Le prime date della tournée italiana saranno, in dicembre, a Piacenza e Rimini. Ma Cristiana Morganti, storica danzatrice del «Tanztheather Wuppertal Pina Bausch», ha già pronta la sua nuova creazione e ha deciso di presentarla in anteprima assoluta a Pistoia. Le date da segnarsi in agenda sono quelle di venerdì 4 e sabato 5 aprile, quando il Centro culturale «Il Funaro» farà da scenario allo spettacolo «Jessica and Me», che vede la collaborazione artistica di Gloria Paris, la consulenza musicale di Kenji Takagi, video ad opera di Connie Prantera e disegno luci a cura di Laurent P. Berger.
Dopo il successo di «Moving with Pina», l’omaggio alla Bausch ideato nel 2010 e presentato anche nell’ambito della Biennale Danza di Venezia, Cristina Morganti si confronta ancora una volta con il delicato tema della memoria, delle radici e delle eredità.
Come gestire l’influenza artistica di un grande maestro? Come non cedere alla consuetudine di una certa estetica? Come rielaborare un passato di studi di danza classica lavorando al Wuppertal? Queste sono le tre domande che stanno alla base del nuovo lavoro dell’artista, solista della compagnia tedesca dal 1993 e interprete in spettacoli come «Masurca Fogo» e «Bamboo Blues», che ha voluto con questa creazione ripercorrere il proprio lungo e straordinario cammino professionale con l’intento di comprendere meglio il viaggio percorso e di ripartire carica di nuovi stimoli verso il futuro.
Quella di Cristina Morganti è una storia che ha inizio con il diploma in danza classica all’Accademia nazionale di Roma e con quello in danza contemporanea alla Folkwang Hochschule di Essen e che è, poi, continuata attraverso prestigiose collaborazioni con Susanne Linke, Urs Dietrich, Joachim Schlömer e Felix Ruckert. La ballerina, vincitrice del «Premio Positano per la danza Leonide Massine» nel 2011, vanta, inoltre, una cattedra al Conservatoire Nationale Superieure de Paris e la partecipazione ai film «Parla con lei» di Pedro Almodovar e «Pina» di Wim Wenders.
«Avevo bisogno di buttare uno sguardo indietro per potermi proiettare in avanti» - ha affermato Cristiana Morganti, parlando di questa sua nuova creazione - «lavoro a Wuppertal da vent’anni e vivo in Germania da quasi trenta. Fondamentalmente volevo capire chi sono diventata nel frattempo».
Non tutti -va detto- hanno la fortuna di incontrare un maestro come Pina Bausch. La maggior parte delle persone lamenta la loro mancanza. Ma tutti conoscono la complessità della gestione di un passato «ingombrante». Quasi sempre vale la pena tenerne molti pezzi per il viaggio futuro, anche se, per trovare la propria originale identità, è necessario un superamento. Ed è questo quello che fa Cristina Morganti con «Jessica and Me», riflessione ironica, poetica e spiazzante a passo di danza, che si sviluppa in un continuo infrangere i limiti di cosa è dentro e cosa è fuori lo spettacolo. Un assolo, dunque, di grande impatto visivo ed emotivo quello proposto dall’artista, che ha preso come spunto la frase di un autore anonimo: «All’ombra di un grande albero non cresce mai nulla». Sarà vero? Guardando la carriera di Cristina Morganti, allieva dell'insuperabile Pina Bausch, si direbbe proprio di no.

Didascalie delle immagini
[Figg. 1 e 2] Cristina Morganti. Foto di Antonella Carrara. 

Informazioni utili
«Jessica and Me», con Cristina Morganti. Il Funaro, via del Funaro, 16/18 – Pistoia. Informazioni: tel. 0573.977225 o tel 0573.976853; info@ilfunaro.org. Ingresso: intero € 20,00, ridotto € 18,00. Sito internet: www.ilfunaro.org. Venerdì 4 e sabato 5 aprile 2014, ore 20.45. 

giovedì 27 marzo 2014

«Cantando sotto la pioggia», in scena tutta la magia di Broadway

«Due ore di gioia contagiosa e di musica famosissima», con «gag divertenti, momenti di profondo sentimento e una forte originalità»: così la compagnia «Corrado Abbati» presenta il musical «Cantando sotto la pioggia», prodotto da «Inscena» in esclusiva italiana per la stagione 2013/2014 (tra le prossime piazze ospitanti Busto Arsizio e Reggio Emilia) e la cui tournée, visto il grande successo di pubblico che lo spettacolo sta riscuotendo, proseguirà anche il prossimo anno su tutto il territorio nazionale.
L’allestimento, per la regia dello stesso Corrado Abbati e con le indimenticabili musiche di Nacio Herb Brown e le liriche di Arthur Freed, si avvale della collaborazione della londinese «Up Stage Designs» e dei suoi scenografi Phil R. Daniels e Charles Cusick Smith, autori di un’inedita messa in scena multimediale che avrà per filo conduttore l’ambientazione cinematografica e che ha visto all’opera, nella realizzazione, Giorgio Cassinadri. Le coreografie sono firmate da Giada Bardelli, mentre la direzione musicale è affidata a Maria Galantino. Sul palco, accanto a Corrado Abbati, saliranno Dario Donda, Cristina Calisi, Davide Cervato, Marta Calandrino, Antonella Degasperi, Carlo Monopoli, Fabrizio Macciantelli, Francesca Dulio, Francesca Araldi, Matteo Catalini, Lucia Antinori, Marco Gabrielli ed Elisa Mazzoli.
Giudicato dalla critica come «il più grande e il più amato di tutti i musical sul grande schermo» e diventato il titolo-simbolo del teatro musicale americano,
«Cantando sotto la pioggia» è la rivisitazione del celebre spettacolo di Broadway, reso famoso dall’omonimo film del 1952, diretto da Stanley Donen e Gene Kelly, che aveva tra i suoi interpreti lo stesso Gene Kelly, Debbie Reynolds e Donald O’Connor.
La storia è ambientata nell'elegante e affascinante mondo di Hollywood, quando il cinema passava al sonoro. L’attore Don Lockwood, acclamata stella del muto, non sopporta la sua partner sullo schermo, la bionda e svampita Lina Lamont. Il successo dei primi film sonori costringe il loro produttore a trasformare l’ultima pellicola interpretata dalla coppia, «Il cavaliere spadaccino», in un lungometraggio parlato, ma l’idea si rivela impraticabile a causa dell’insopportabile voce gracchiante della primattrice. Dopo uno screen test fallimentare, il ballerino Cosmo Brown, miglior amico di Don, suggerisce di trasformare la pellicola in musical, facendo doppiare Lina dalla giovane attrice e cantante Kathy Selden, di cui Don si è nel frattempo innamorato. Scoperto l’inganno, Lina tenta di sabotare la storia d’amore tra i due e il futuro di Kathy nel cinema, ma non ci riesce. Finisce, anzi, per far scoprire a tutti il suo inganno.
Tra le canzoni note che il pubblico potrà ascoltare in versione italiana: «You Are My Lucky Star», «Good Morning» e «Singin’in the Rain», nella quale il personaggio principale, Don Lockwood, nel pieno della felicità di un uomo che ha trovato l’amore, sente che «il sole splende nel suo cuore» e, chiudendo l’ombrello, inizia a cantare e ballare sotto la pioggia scrosciante. Un momento, questo, di gioia contagiosa per una sera a teatro che farà rivivere al pubblico tutta la magia scintillante di Broadway.

Didascalie delle immagini
[Figg. 1, 2, 3 e 4] Una scena del musical «Cantando sotto la pioggia», per la regia di Corrado Abbati

Informazioni utili 
«Cantando sotto la pioggia», musiche di Nacio Herb Brown; liriche di Arthur Freed; adattamento italiano e regia di Corrado Abbati; coreografie di Giada Bardelli; direzione musicale di Maria Galantino; allestimento di Charles Cusick Smith & Phil R. Daniels (Up-Stage Designs, Londra); scenografo realizzatore: Giorgio Cassinadri; con Dario Donda, Cristina Calisi, Davide Cervato, Marta Calandrino, Antonella Degasperi, Carlo Monopoli, Fabrizio Macciantelli, Francesca Dulio, Francesca Araldi, Matteo Catalini, Lucia Antinori, Marco Gabrielli ed Elisa Mazzoli; produzione: Inscena Compagnia Corrado Abbati, con Up-Stage Designs. Musical. Informazioni: INscena srl - produzione spettacoli, via Galgana, 6 - 42121 Reggio Emilia, tel. 0522.455193, sito internet: www.inscena.it