ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

giovedì 7 gennaio 2010

Fornelli futuristi, in cucina con Marinetti & C.

«Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerarietà […] il coraggio, l'audacia, la ribellione […] il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della vittoria di Samotracia». Con questa dichiarazione di intenti, pubblicata il 20 febbraio del 1909 sul giornale francese Le Figaro e ristampata poco dopo sulla rivista milanese Poesia, lo scrittore Filippo Tommaso Marinetti (Alessandria d'Egitto, 1876 – Bellagio, 1944) dava inizio all'avventura di uno dei più noti movimenti d'avanguardia del XX secolo: il Futurismo.
Presupposto teorico di questo gruppo, votato al mito del progresso e a quello della macchina, le cui alterne vicende segnarono profondamente la storia culturale del nostro Paese all'inizio del XX secolo, fu la volontà di modificare radicalmente non solo i vari settori delle cosiddette arti maggiori e di quelle applicate (pittura, scultura, architettura, fotografia, cinema, musica, teatro e letteratura), ma anche i diversi aspetti dell'esistenza pratica, ossia l'intero sistema sociale. Tra i campi d'intervento della «rivoluzione» futurista non poteva, dunque, mancare il mondo dei fornelli, le cui tradizioni vennero stravolte a favore di inusuali accostamenti di gusti e di strane combinazioni di alimenti, spesso dagli sfrenati cromatismi.
Un iniziale tentativo di sovvertire usi e abitudini relativi ai piaceri del palato venne sperimentato dagli artisti avanguardisti con la Cena a rovescio, che si tenne al Politeama Rossetti di Trieste il 12 gennaio 1910, in occasione della prima delle tante serate propagandistiche che il movimento marinettiano organizzò nei trent'anni della sua storia, e dove vennero servite - cominciando dal caffè per terminare con l'antipasto - portate dai nomi polemici e astrusi che, in realtà, di nuovo avevano ben poco come i Grumi di sangue in brodo, l'Arrosto di mummia con fegatini di professore e la Marmellata di gloriosi defunti.
Nei primi anni Dieci l'uso di vivande futuriste ricorse anche in altre occasioni, tra cui la più nota è la cena organizzata il 9 marzo del 1913 alle Venete, trattoria romana di via Campo Marzio amata da Pellegrino Artusi per i suoi saltimbocca, dove vennero portate in tavola pietanze come i Trafiletti con poemi d'Auro d'Alba, il Contro-Carrà di vitello con salsa Russola, i Panini Soffici e il Tim-Tim-Balla alla vaniglia, il tutto accompagnato da Boccioni di vino, in onore degli artisti che quella stessa sera si erano cimentati al teatro Costanzi in uno spettacolo inneggiante allo schiaffo e al pugno, ossia alla lotta politica e alla guerra.
Qualche mese dopo il banchetto capitolino, il 1° settembre del 1913, uscì sulla rivista francese Fantasio lo scritto La cuisine futuriste dello chef Jules Maincave, prima esplicita dichiarazione di rottura con la tradizione culinaria, dove si legge l'invito ad attaccare le «due formidabili Bastiglie della cucina moderna: le misture e gli aromi», e dove viene presentata la proposta, allora innovativa, di miscelare gli alimenti con liquidi abitualmente inutilizzati nella preparazione delle vivande come le essenze di rosa, violetta, mughetto, lillà e verbena, in modo da procurare sensazioni gustative nuove e sorprendenti.
A questo documento programmatico fece seguito il 9 maggio del 1920 il manifesto Culinaria futurista, pubblicato sulla rivista Roma futurista da una non meglio identificata Irba futurista, per la quale il rinnovamento gastronomico equivaleva a rompere con il «noiosissimo e passatista ordinamento» nella
successione delle vivande, con il servizio di «porcellana bianca con la riga bleu e d'oro, tanto caro ai borghesi» e con le «vivande che sembrano annoiarsi sull'uniformità dei piatti pedantescamente uguali», facendo ridere di gioia la tavola con «la diversità dei rosso-verdi-giallo-azzurro dei piatti grandi-piccoli-ovali-quadri-tondi».
Una vera e propria campagna per l'affermazione di una tavola avanguardista, con teorie e proposte concrete, prese, però, avvio soltanto il 28 dicembre del 1930, quando Filippo Tommaso Marinetti pubblicò sulla Gazzetta del Popolo di Torino il Manifesto della cucina futurista, scritto che venne rilanciato nel gennaio successivo sulla Cucina italiana di Umberto Notari.
La pubblicazione del documento programmatico fu anticipata, il 15 novembre del 1930, da una serata al ristorante Penna d'oca di Milano, ritrovo dei più noti e affermati giornalisti lombardi del tempo, in cui lo scrittore di Alessandria d'Egitto rese nota la propria vibrante sfida contro la pastasciutta, definita con espressioni enfatiche e dispregiative quali «assurda religione gastronomica», «alimento amidaceo (…) che si ingozza e non si mastica», «palla e rudere che gli italiani portano nello stomaco come ergastolani e archeologi», «vivanda passatista perché appesantisce, abbruttisce, illude sulla sua capacità nutritiva, rende scettici, lenti e pessimisti», in nome di una «cucina chimica» che dimentichi il «quotidiano mediocrista dei piaceri del palato» attraverso l'utilizzo di «nuove miscele apparentemente assurde».
Oltre all'eliminazione delle tagliatelle e dei maccheroni, cibi «antivirili» e «antiguerrieri», Filippo Tommaso Marinetti predicò l'abolizione della forchetta e del coltello a favore della riscoperta del «piacere tattile prelabiale»; auspicò la creazione di «bocconi simultanei e cangianti»; incoraggiò l'accostamento ai piatti di musiche, poesie e profumi; e invitò al consumo di riso, carne e verdure.
Ciò che, però, suscitò maggior interesse del suo manifesto fu la crociata contro gli spaghetti, a cui venne dato ampio spazio sulla stampa, dove si fronteggiarono pareri contrari e favorevoli: La cucina italiana aprì un'inchiesta accogliendo interventi di esponenti della cultura e di illustri medici del tempo; altri giudizi trovarono una tribuna su Il Giornale della Domenica di Roma, la Gazzetta del Popolo di Torino, il Secolo XIX di Genova e, persino, sul New York Times e sul Chicago Tribune; mentre alcuni giornali umoristici come il Guerin Meschino e il Marc'Aurelio si sbizzarrirono con vignette e battute.
Le polemiche infiammarono anche gli stessi sodali del gruppo: non tutti erano d'accordo nel mettere al bando «un piatto per cui l'Italia poteva menar vanto nel mondo». Il poeta Farfa definì, per esempio, i ravioli «lettere d'amore in busta color rosa»; mentre i futuristi liguri scrissero sulla rivista Oggi e Domani, nel primo numero del 1931, una lettera-supplica a Filippo Tommaso Marinetti affinché risparmiasse nella sua crociata contro la pasta almeno le trenette al pesto.
In questo clima di rivolta, la sera dell'8 marzo del 1931 aprì a Torino la Taverna del Santopalato, un locale di proprietà del ristoratore Angelo Gioachino che aveva «lo scopo preciso di passare dalla teoria alla pratica nella polemica futurista» attraverso un programma tecnico e di rinnovamento del gusto e delle abitudini alimentari degli italiani, realizzato con l'invenzione di nuove vivande. Il banchetto inaugurale vide l'aeropittore Fillia e il critico d'arte futurista Paolo Alcide Saladin in gara con i cuochi Piccinelli e Borghese nella preparazione del complesso menù della serata, in cui vennero serviti piatti dai nomi curiosi come l'Antipasto intuitivo, il Brodo solare, il Carneplastico, il Mare d'Italia e il Pollofiat.
Tra il febbraio del 1931 e il marzo del 1932, il movimento futurista portò avanti la propria crociata contro la pastasciutta, con una serie di conferenze in parecchie città italiane e straniere come Savona, Cuneo, Trieste, Brescia, Budapest, Sofia e Tunisi e con una serie di banchetti dimostrativi che toccarono le città di Parigi, Novara, Chiavari e Bologna, intorno ai quali fiorirono numerosi aneddoti. Stando a quanto racconta lo stesso Filippo Tommaso Marinetti, nel libro La cucina futurista, le donne aquilane uscirono dalla loro usuale apatia per firmare una solenne lettera-supplica a favore della pasta, a Napoli si fecero cortei popolari in difesa dei vermicelli, il piatto amato da Pulcinella, e su molti giornalisti scandalistici comparirono dei fotomontaggi in cui era immortalato il padre del Futurismo impegnato a ingozzarsi di spaghetti.
La storia di questi due anni di cucina avanguardista, all'insegna della sorpresa e della teatralità, venne pubblicata nel 1932 dalla Casa Treves, l'attuale Sonzogno, con un ricco corredo di lettere, di articoli, notizie sui grandi pranzi futuristi completi di menù e di ricette, nonché di un formulario futurista per ristoranti e bar, ribattezzati da Filippo Tommaso Marinetti e da Fillìa - autori del volume - «quisibeve», oltre che da un piccolo dizionario, in cui i termini relativi alla ristorazione erano stati riscritti in modo da abolire ogni parola straniera: il dessert era diventato il «peralzarsi», il cocktail la «polibibita», il picnic il «prestoalsole», il menù la «listavivande» e il sandwich il «traidue».
Con la pubblicazione di questo libro venne definitivamente codificato il regno di una gastronomia che, abbandonati i tempi medio-lunghi di cottura a fuoco lento e tutti i cibi complessi da cucinare, puntava sulla carne poco cotta, sugli accostamenti arditi e sconvolgenti, sul disordine nella presentazione delle
portate, su «miscugli non conformisti» come il dolce-salato e il cotto-crudo, su bocconi «simultanei», in cui si concentravano molteplici sapori da gustare in pochi attimi, sull'invenzione di nuove vivande ispirate all'originalità plastica e coloristica più che alla gradevolezza e alla commestibilità.
L'esperienza futurista non segnò, comunque, la svolta gastronomica desiderata dai suoi ideatori: la Taverna del Santopalato ebbe vita breve, gli aerobanchetti si esaurirono nell'indifferenza generale e le ricette «antipassatiste» non fecero presa sulle massaie, essendo più espressione artistica e appagamento cerebrale che non soddisfazione del gusto. Figlia del proprio tempo nell'esaltazione del nazionalismo e della guerra (lo documentano gli echi bellici o patriottici di pietanze come il Pollo d'acciaio e il Golfo di Trieste), ma figlia anche di un passato culinario glorioso che ha le proprie radici nella Roma Imperiale e nel Rinascimento dove si usava condire i piatti con petali di rosa, mosto o miele, la cucina di Marinetti e sodali è stata riscoperta solo in anni recenti, con l'avvento della nouvelle cuisine, come dimostrano il continuo ricorso ad alimenti esotici (carne di cammello, formaggio d'Olanda, noccioline, datteri, ananas, tamarindo, frutta candita, miele e zabaione), l'uso di accostare sapori tra loro distanti (datteri e acciughe o carne e banana) e, soprattutto, l'attenzione per l'aspetto pittorico e scultoreo delle portate, cosicché – diceva Martinetti – tutte le persone «abbiano la sensazione di mangiare, oltre che dei buoni cibi, anche delle opere d'arte».

Didascalie delle immagini
[fig. 1, 2 e 3] Modello di listavivande (menù) della Taverna del Santopalato di Torino; [fig. 4] Disegno di Marialuisa de Romans per la copertina del volume La cucina futurista di Filippo Tommaso Marinetti e Fillìa (edizioni Marinotti, 1998); [fig. 5] Interno della Taverna del Santopalato di Torino, primo ristorante futurista italiano; [fig. 6 ] Filippo Tommaso Marinetti in cucina; [ fig. 7] Marinetti al ristorante Biffi di Milano mentre mangia un piatto di pastasciutta, 1930 ca. [ presunto fotomontaggio]

Bibliografia essenziale
Filippo Tommaso Marinetti, Fillìa, La cucina futurista, Milano, Sonzogno, s.d. [ma: 1932]
Filippo Tommaso Marinetti, Fillìa, La cucina futurista, Milano, Longanesi, [1986]
Filippo Tommaso Marinetti, Fillìa, La cucina futurista, Viennepierre, Milano 2007 (ristampa: 2009)
Filippo Tommaso Marinetti, Fillìa, La cucina futurista: un pranzo che evitò un suicidio, Milano, C. Marinotti, 1998
Claudia Salaris, Cibo futurista: dalla cucina nell’arte all’arte in cucina, Stampa Alternativa /Nuovi equilibri, Roma 2000
Maria Salemi, La cucina futurista. La cucina Liberty, Firenze, Libriliberi, 2003

mercoledì 6 gennaio 2010

Da Torino a Salerno, «Luci d’artista» per le feste

E' una notte dai mille colori quella che Torino sta vivendo in questo inizio 2010. Per il dodicesimo anno consecutivo, al tramonto del sole e fino all’una di notte, il capoluogo piemontese si trasforma, infatti, in un museo a cielo aperto. L'occasione è offerta dalla nuova edizione di Luci d'artista, iniziativa nata nel 1998 da un'idea dell'amministrazione comunale sabauda, di concerto con la Regione Piemonte, che trasforma le tradizionali luminarie natalizie in un evento artistico capace di rinnovare il volto della città, dal centro storico alla periferia. Ed è proprio all'entrata sud del capoluogo piemontese che si trova la prima delle quindici opere con cui grandi firme dell’arte contemporanea celebrano, quest'anno, la magia del Natale. Si tratta di Luce Fontana Ruota di Gilberto Zorio, una stella a cinque punte, fonte di energia e forma emblematica, che gira come un mulino sollevando, nelle acque del laghetto Italia '61, cascate e spruzzi illuminati da potenti fotocellule.
Il percorso espositivo, oltre a quest’opera, propone altri dodici lavori già noti al grande pubblico: dalla gioiosa e caleidoscopica Regno dei fiori: nido cosmico di tutte le anime, un giardino incantato, dalle cromie forti e intense, con cui Nicola De Maria ridisegna il volto di piazza san Carlo, alla spettacolare installazione Piccoli spiriti blu di Rebecca Horn, con cerchi di luce capaci di donare un aspetto surreale e onirico, quasi da astronave in volo, alla chiesa di santa Maria al Monte dei Cappuccini.
Quest’opera, formata da una serie di panelli trasparenti e di luce azzurra, allieta la vista anche di chi si ritrova ai Murazzi del Po, fulcro della movida torinese, dove l'artista americano Joseph Kosuth presenta le sue scritte luminose al neon per Doppio passaggio (Torino), un lavoro che –scrisse Franco Fanelli – propone «due citazioni di altrettanti genii loci, Italo Calvino e Friedrich Nietzsche, il filosofo che proprio a Torino avvertì i primi sintomi della pazzia».
Il punto di vista migliore per ammirare quest’installazione, le cui frasi sono montate in modo speculare, è il ponte verso la chiesa della Grande Madre di Dio, dalla cui scalinata si può vedere anche Il volo dei numeri del compianto Mario Merz, che mette sulla Mole Antonelliana, sede del Museo nazionale del cinema, un sottile filo di luce rossa, che corre lungo uno spigolo della cupola. Solo arrivando fin sotto l'edificio si scopre che quella strana insegna al neon è in realtà una sequenza di numeri: 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89. È la cosiddetta serie di Fibonacci, un crescendo numerico in cui ogni cifra è la somma delle due precedenti.
Partendo da qui ci si può spostare in via Po, dove Giulio Paolini ha allestito Palomar, una successione di forme astronomiche e geometriche che termina con la sagoma di un acrobata. Quest’opera è una vera e propria meraviglia per gli occhi così come le Cosmometrie di Mario Airò a Palazzo Carignano e il coloratissimo Tappeto volante di Daniele Buren nell’antica piazza delle Erbe (oggi conosciuta come piazza Palazzo di Città). Da qui si intravede il suggestivo intervento di Luigi Stoisa per via Garibaldi, Noi, nel quale due figure contrapposte rosse, una femminile e l'altra maschile, sono sospese nel cielo, quasi a dire che «il Natale più bello siamo noi, uomini e donne, uniti in un solo e unico pensiero, mente e corpi illuminati da una luce penetrante».
Poco lontano, a Porta Palazzo, contesto urbano in cui maggiormente si concentrano e si incontrano diverse etnie e religioni, Michelangelo Pistoletto ha posto la sua installazione Love difference - Amare le differenze, dove questa frase di apertura all’altro, al diverso da noi, appare scritta in trentanove lingue differenti. A chiudere il percorso tra le “vecchie" meraviglie luminose che rendono ancora più magica l'atmosfera invernale di Torino, tutte visibili fino a domenica 10 gennaio, si trovano le creature sospese nel vuoto dell'opera Volo su di Francesco Casorati in via Roma, gli ideogrammi al neon di Qingyun Ma per Neongraphy alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, e le frasi di Domenico Luca Pannoli sull'amore nel quartiere della Crocetta (corso De Gasperi, via Colombo e via Piazzi).
Questa edizione della manifestazione torinese, realizzata grazie al contributo di Fondazione Crt, Gruppo Iride, Compagnia San Paolo, Camera di Commercio e Ferrovie dello Stato, rimarrà, però, impressa nella mente per le sue due novità: i giochi di luci blu, bianche e rosse dell’opera L'energia che unisce si espande nel blu del torinese Marco Gastini alla Galleria Subalpina, storico passaggio al coperto tra piazza Castello e piazza Carlo Alberto, e il progetto Mosaico di Enrica Borghi in via Lagrange, centocinquanta pannelli costituiti da una struttura in alluminio ai cui lati sono posizionati fondi di bottiglia forati ed uniti tra loro da fascette autobloccanti. L'opera vuole essere un omaggio agli antichi decori realizzati all'interno del Duomo di Salerno e intende sottolineare la bellezza e le luci del Mediterraneo, luogo di scambio di merci, di profumi e di brusio di gente. Ed è proprio nella città campana che, da quattro anni, si ha, grazie alla collaborazione con il Comune di Torino, una nuova Luci d’artista. Tema di questa edizione, in programma fino a domenica 10 gennaio, è Il giardino incantato e le figure del mito, grazie al quale viene ricreato nelle strade del centro storico e della periferia un mondo da favola, popolato da fate, draghi, unicorni, maghi, cavallucci marini, pesci e fenici, ma anche da cieli stellati, angeli, alberi, rami luminosi e una grande slitta di Babbo Natale, carica di doni.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Mario Merz, Il volo dei numeri – Luci d’artista, Torino; [ fig. 2] Daniel Buren, Tappeto volante – Luci d’artista, Torino; [fig. 3] Rebecca Horn, Piccoli spiriti blu – Luci d’artista, Torino; [fig. 4] Marco Gastini, L'energia che unisce si espande nel blu– Luci d’artista, Torino; [fig. 5] Enrica Borghi, Mosaico – Luci d’artista, Torino; [fig. 6] Un’opera di Luci d’artista: Il giardino incantato e le figure del mito, Salerno 2009.

Per saperne di più
Luci d'artista 2009 su Contemporary Art Torino Piemonte
Luci d’artista 2009 su Scatto – Il fotoblog della città di Torino
Luci d’artista 2009 sul sito del Comune di Torino
La cartina di Luci d'artista 2009 a Torino
Luci d’artista 2009 sul sito del Comune di Salerno

Vedi anche

Enrica Borghi e i suoi lavori con materiali di scarto

mercoledì 21 ottobre 2009

«Sovrana eleganza»: la moda di Capucci in scena al Castello di Bracciano

«Uno storico potrebbe descriverli come “soffici corazze” del Medioevo. Un botanico potrebbe vederli come corolle giganti dalle quali si irradiano petali di seta in toni orientali. Un matematico commenterebbe indubbiamente sulle drammatiche forme geometriche impiegate nel disegno». Non ci sono parole migliori di quelle usate da Germano Celant, in un numero di Interview del 1991, per descrivere gli abiti di Roberto Capucci (Roma, 1930), uno dei più grandi maître couturier italiani, le cui creazioni sartoriali trascendono la funzione di mera copertura del corpo per diventare meraviglie degli occhi, curiose costruzioni in tessuto, che sembrano far proprio l'aneddoto di Oscar Wilde: «O si è un'opera d'arte o la si indossa».
Ne dà prova la mostra Sovrana eleganza, curata dallo stesso stilista e allestita, fino alla prossima domenica 13 dicembre, nell’area museale di uno dei manieri più maestosi d’Europa, il quattrocentesco Castello Odescalchi di Bracciano, i cui responsabili si sono occupati per l’occasione anche del restauro di un’opera della collezione: un prezioso dipinto raffigurante Cristina di Svezia in abiti regali, la cui azione conservativa ha restituito al pubblico la ricchezza e la magnificenza delle sete, dei gioielli, delle perle che incorniciano la sovrana.
Tra il secondo piano dell’ala nobile, il loggiato e l’antica sala del guardaroba, in un suggestivo dialogo con lo sfarzo dei velluti e broccati dei grandi ritratti e le armi lucenti in acciaio della raccolta del museo laziale, sessantasei abiti-sculture, che all'esuberanza delle forme coniugano la vivacità cromatica, raccontano la vicenda creativa del maestro romano, che ha fatto proprio il motto di Friedrich Schiller, lo stesso prescelto da Gustav Klimt a commento di un suo celebre dipinto, Nuda veritas: «se quello che fai o crei non piacerà alle folle, cerca di deliziare i pochi. È un errore voler piacere a tutti».
Sin dal 1951, anno della sua prima sfilata a Firenze per iniziativa del marchese Giovanni Battista Giorgini, Roberto Capucci ha, infatti, prodotto abiti sofisticati, magici che nulla hanno a che fare con la serialità e la riproducibilità, con i diktat dell'industria della moda. Le raffinate e pregevoli creazioni del sarto-artista che ha vestito, tra le tante, Silvana Mangano, Esther Williams, Valentina Cortese e il premio Nobel Rita Levi Montalcini sembrano anzi inespugnabili e inabitabili fortezze con le loro spirali vertiginose, i multiformi ventagli, gli ingombranti pannelli multicolori e le macchinazioni sartoriali di enfasi barocca. Eppure i vestiti dell'archivio Capucci, frutto di centinaia e centinaia di ore di lavoro, sono stati indossati almeno una volta; hanno fatto, anche solo per pochi istanti, sognare a una donna di essere la regina di una favola a lieto fine.
Sensazione da fiaba sarà anche quella provata da chi entrerà nei prossimi mesi al Castello di Bracciano, trasformato per l’occasione in una coloratissima e magica «wunderkammer», stanza delle meraviglie, in cui organze satinate, rasi, lamè e sete -«studi di forme e di colore», come afferma lo stesso stilista- discorrono silenziosamente tra loro per raccontare mezzo secolo di couture.
Tra l’altro, sfilano in mostra sette abiti da sposa, uno rosso donato dal museo Fortuny di Venezia, il vestito Fuoco con il volume del plissé verso l’alto, gli abiti-scultura «a scatola» della fine degli anni Cinquanta e quelli ispirati ai capitelli corinzi. Tratto distintivo di questa esposizione è, però, lo studio dei rapporti di Roberto Capucci con le altre arti, in primis la musica e il teatro. Ecco così che in un’ala del castello, nella sezione conclusiva del percorso espositivo della mostra, si ritrovano a sorpresa le note di Armando Trovajoli per la commedia musicale Vacanze Romane, andata in scena nel 2004 al teatro Sistina di Roma e tratta dal celebre film di William Wyler che aveva come indimenticabile protagonista l’icona della moda sofisticata e dello stile, Audrey Hepburn. Mentre nella sala della Loggia fanno mostra di sé venticinque disegni di costumi teatrali, fino ad ora inediti e presentati in catalogo da Luca Ronconi. Bozzetti, questi, pensati non per una specifica produzione, ma nati da un esercizio creativo e tesi a illustrare il desiderio del sarto-artista di misurare il proprio caleidoscopico immaginario con le potenzialità espressive e comunicative dell’abito, che diviene costume quando usa la propria forma e la propria materia per descrivere un carattere e costruire un personaggio.
Il tutto concorre a dimostrare come Roberto Capucci abbia guardato ai grandi maestri del Rinascimento, Beato Angelico e Benozzo Gozzoli, Carpaccio e Tiziano, meditandone il senso del colore, i volumi delle stoffe e le architetture degli abiti. Ne emerge, dunque, il ritratto di uno stilista anticonformista, capace di dar luogo a una meravigliosa sinfonia di colori, a un grande affresco dall'opulenza rinascimentale, a uno stile inconfondibile che «come un verso di Dante o Shakespeare -scriveva Francesco Alberoni, nel 1990- si riconosce in mezzo a tutti gli altri».

Didascalie delle immagini
[fig. 1] 1984, Parigi Ambasciata d’Italia. Abito-scultura in crepe seta rosso, maniche in gazaar multicolori effetto petali. Loggia Corte d’Onore Castello Odescalchi di bracciano. Foto: Claudia Primangeli; [fig. 2] 1992, Berlino Teatro Schauspielhaus. Abito scultura taffetas verde scuro vari colori nel motivo a farfalla. Giardino del granaio Castello Odescalchi di Bracciano. Foto: Claudia Primangeli; [fig. 3] 1984, Parigi Ambasciata d’Italia. Abito-scultura in crepe seta rosso, maniche in gazaar multicolori effetto petali. Loggia Corte d’Onore Castello Odescalchi di Bracciano – Foto: Claudia Primangeli; [fig. 4] 1992, Berlino Teatro Schauspielhaus. Abito scultura taffetas nero e bianco sovrapposizioni multicolori – Saloni del Piano Nobile Castello Odescalchi di Bracciano – Foto: Claudia Primangeli; [fig. 5] Abito scultura con corpino in stile capitello corinzio:Foto: Claudia Primangeli.

Informazioni utili
Sovrana eleganza. Castello Odescalchi, piazza Mazzini, 14 - Bracciano (Roma). Orari: da martedì a domenica, dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 17. Biglietti: intero € 7.00, riduzione per gruppi € 5.00. Catalogo: Allemandi, Torino. Infoline: tel. 06.99802379. Web Site: www.odescalchi.it. Fino al 13 dicembre 2009.

martedì 20 ottobre 2009

Federica Galli, una vita per l’incisione

«Per me questo lavoro è il paradiso terrestre». Così Federica Galli (Soresina - Cremona, 1932 - Milano, 2009) raccontava, nel 1998, alla critica Gina Lagorio la propria passione per la professione di acquafortista, un'attività praticata per oltre mezzo secolo in modo esclusivo, fatta eccezione per qualche sporadico intervento di carattere pittorico, come i pastelli egizi del 1966.
L'artista, cremonese di nascita e milanese d'adozione, iniziò a interessarsi alla tecnica dell'incisione negli anni Cinquanta, subito dopo aver terminato gli studi a Milano, presso il liceo artistico e l'Accademia di Brera. Da allora, la sua opera grafica è stata oggetto di più di duecento mostre personali in importanti spazi espositivi italiani e stranieri; ed ha interessato qualificati critici internazionali e prestigiose firme della narrativa mondiale, tra cui Gian Alberto dell'Acqua, David Landau, Daniel Bergen, Marco Valsecchi, Giovanni Testori, Franco Russoli, Dino Buzzati e Carlo Bo.
Protagonisti del lavoro di Federica Galli sono la natura e il paesaggio, anche quello modificato dall’uomo, come ben documenta la mostra omaggio allestita fino al prossimo giovedì 24 dicembre a Milano, presso gli spazi della Compagnia del disegno. I soggetti privilegiati di queste incisioni sono, infatti, gli scorci più suggestivi della vecchia Milano, le cascine, i corsi d'acqua e i boschi della pianura padana, le bellezze della laguna veneta e dei tanti luoghi visitati, ma soprattutto i millenari e monumentali alberi d'Italia, che l’artista inizia a raffigurare a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta.
L'acquafortista, come notò il critico Luciano Caprile, «ci racconta il mondo vegetale come se parlasse di persone con cui è entrata in confidenza, (…) come se indagasse la storia privata di ciascuno, attraverso un'accurata analisi anatomica». Il suo bulino a punta di grammofono, una sorta di bisturi affilato usato per scalfire i segreti della natura, ritrae vedute evocative e nostalgiche, magiche e dolcemente incantate. Ma alla poesia si unisce sempre la fedeltà analitica al reale, un'esigenza dell'artista che è comprovata dalla sua paziente e preziosa tecnica disegnativa, fatta di «delicate righe, punti e linee filigrane», come scrive Erich Steingräber nel saggio L'arte dell'acquaforte di Federica Galli, posto in apertura del catalogo generale dell’opera dell’artista, pubblicato nel 2003 dalle edizioni Bellinzona, in occasione della sua ultima antologica a Palazzo Leone da Perego di Legnano.
Si ravvisa, dunque, in questi lavori un insieme di valori artistici consolidati che si rifanno alla miglior tradizione incisoria, soprattutto a quella dell’arte nordica, del Gotico internazionale. I referenti più prossimi delle opere dell'«inciditrice» cremonese (termine, questo, coniato appositamente per l'artista da Giovanni Testori nel 1980) sono, infatti, Grunewald, Holbein, Rembrandt, Van Eych e Dürer, ma anche paesaggisti lombardi come Borgognone, Tanzio da Varallo e Ceruti. E un'aria di «lombardità» è quella che si respira in tutta l'arte della Galli, dove, ha scritto Marco Fragonara nel Catalogo generale dell’opera dell’artista, i luoghi diventano «teatro di esperienze», «palcoscenico del quotidiano», in cui l'uomo sempre assente, è in realtà presenza costante, anima del mondo. Vedere questa mostra dell'artista cremonese, nota anche come la «Signora degli alberi» è, dunque, un po' come guardare un diario privato fatto di memorie, di sogni, di speranze e di malinconie che diventa Storia di tutti noi.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Uno dei tanti alberi monumentali incisi da Federica Galli; [fig. 2] Federica Galli, Rio dei Mendicanti, 1984-1986, acquaforte; [fig 3] Federica Galli, Il canneto, 1981, acquaforte su zinco [fig. 4] Federica Galli, Rio San Lorenzo, 1987, acquaforte su zinco.

Informazioni utili
Omaggio a Federica Galli. Compagnia del Disegno Via S. Maria Valle, 5 – Milano. Orari: martedi -Venerdi 10.00-12.30 e 16.00-19.30; sabato su appuntamento. Ingresso libero. Informazioni: tel. 02.86463510, fax 02.8053374, e-maIl: info@compagniadeldisegno.com. Sito Web: www.compagniadeldisegno.com. Fino al 24 dicembre 2009.

Per saperne di più
Il sito di Federica Galli
L’opera di Federica Galli su Critica minore

sabato 17 ottobre 2009

Lazio, a Gaeta l’«ultimo» Hans Hartung

«L'arte astratta mi sembra essere il momento più puro nella vicenda dell'arte moderna. Con essa, dopo un lungo rilassamento sul piano formale, si ha una tendenza purificatrice che era già cominciata con Paul Cézanne ed era proseguita, in Francia, con il cubismo analitico. La macchia ridiventa una macchia, il tratto un tratto, la superficie ridiventa superficie. Più che mai le opere vivono autonome, libere dalla sottomissione alla mimesi». Così Hans Hartung (Lipsia, 1904 - Antibes, 1989), uno tra i più grandi pittori informali del Novecento, dava ragione della propria ricerca creativa, del proprio interesse per un'arte che alla rappresentazione figurativa preferiva l'automatismo del gesto.
I segni netti o zigzaganti e le brillanti chiazze di colore che furono perenni compagnie di vita dell'artista, fatta eccezione per un breve iniziale periodo dalle influenze espressioniste, sono al centro della mostra Hans Hartung. L’oeuvre ultime, allestita fino al 18 ottobre a Gaeta, negli spazi della Caserma Cosenz.
L’esposizione raccoglie, in una scenografia ingegnosa costruita attorno a pilastri, sedici tele di grandi dimensioni realizzate dall’artista poco prima della sua morte (di cui si celebra quest’anno il ventesimo anniversario), ma anche fotografie e documenti.
Il ricordo di come queste ultime opere presero vita è nelle parole del gallerista Antonio Sapone, originario proprio di Gaeta: «Hartung aveva attraversato un lungo periodo di immobilità totale. Rattrappito su se stesso, quest’uomo vigoroso sentiva le sue forze abbandonarlo. Persino le sue braccia gli sembravano pesanti, inutili [...] Erano tutti consapevoli che la sua morte era vicina. Ma ci fu un ultimo sussulto. Un bel giorno, Hartung si è svegliato chiedendo di scendere con la sua sedia a rotelle fino al suo studio. Succedeva nella sua casa di Antibes, diventata in seguito la Fondazione Hartung Bergman. Ero lì. Vidi il suo sguardo meravigliato davanti agli strumenti e ai pennelli. Uno sguardo simile a quello di un bambino che scopre un regalo atteso a lungo». Due giorni più tardi, l'artista ordinava delle grandissime tele, di quattro metri per tre, e, armato di una pompa destinata al trattamento della vite, nebulizzava i suoi colori nello studio e, con il medesimo getto, le idee sulla sua opera.
Era l’ennesimo gesto di libertà creativa di un autore fuori dagli schemi, che conobbe tutti i maggiori movimenti avanguardisti del suo secolo – dagli sperimentalismi del cubismo all'astrattismo lirico di Vasilij Vasil'evich Kandinskij, dall'action painting e al tachisme - senza mai lasciarsi omologare da correnti o farsi imprigionare da definizioni, come egli stesso amava dichiarare: «in quanto a me, voglio rimanere libero di spirito, d'azione. Non lasciarmi rinchiudere, né dagli altri, né da me stesso».
Hans Hartung, vincitore del Premio di pittura alla Biennale di Venezia del 1960 con il collega Jean Faurtier, fu, dunque, ideatore di una propria personalissima e riconoscibile cifra pittorica, pressoché invariata dagli anni Venti agli ultimi giorni, che ha fatto proprie, dell'astrattismo, tutte le modalità formali: macchie e spruzzi di colore in chiave tachista, linee che sono delle vere e proprie graffiature dai cui affiora misteriosamente la fisicità della luce, segni liberi che hanno «l'aspetto zigzagante di una linea che corre attraverso la pagina» ed altri, raffinatissimi, dai colti richiami orientali creano un alfabeto ricco, come ebbe a dire Riccardo Passoni in occasione della mostra alla Gam di Torino del 2000, di «vibrazioni di un arcano lirismo». Nascono così, dunque, vere e proprie poesie coloristiche, con il loro gioco di segni dai raffinati accordi cromatici, apparentemente identici ma nuovi ad ogni sguardo, in cui si palesa un sapiente gusto musicale.
I colori di Hartung - principalmente toni di azzurro, rosa e giallo abbinati all'immancabile nero – sembrano, cioè, cantare sinfonie e provare a raccontare all'animo attento, con il loro dispiegarsi sulla tela in curve improvvise e in graffi acuti simili a ferite, di conflitti interiori. Non era stata, d'altronde, facile la vita dell'artista, a cui toccò in sorte di sperimentare il dolore della persecuzione nazista, quello della guerra e della vita militare, di cui gli rimase come indelebile ricordo l'amputazione di una gamba, e le continue schermaglie d'amore con l'artista scandinava Anna-Eva Bergman, sposata nel 1929, lasciata nel 1938, ritrovata nel 1952 e risposata nel 1957.
L'arte era stata l'ancora di salvezza di Hartung, lo strumento per raccontare i propri moti dell'animo: «scarabocchiare, grattare, agire sulla tela, dipingere infine, mi sembrano – affermava lo stesso artista - delle attività umane così immediate, spontanee e semplici come lo possono essere il canto, la danza o il gioco di un animale che corre, scalpita o si scrolla. Una pianta che cresce, la pulsazione del sangue, tutto quello che è germinazione, crescita, slancio vitale, forza viva, resistenza, dolore o gioia possono trovare la propria incarnazione particolare, il proprio segno, in una linea morbida o flessibile, curva e fiera, rigida o possente, in una macchia di colore stridente, gioioso o sinistro».

Informazioni utili
Hans Hartung. L'Oeuvre ultime
. Caserma Cosenz, via Annunziata – Gaeta. Orari: dal lunedì al venerdì 17.00-22.00; sabato e domenica 10.00-12.30 e 17.00- 22.00. Ingresso: intero € 5.00, ridotto € 3.00 [studenti universitari con attestato di iscrizione, oltre i 65 anni, gruppi solo se prenotati (minimo 15, massimo 25 con capogruppo gratuito), minorenni e scolaresche solo se prenotate (minimo 15, massimo 25 con due accompagnatori a titolo gratuito], gratuito per bambini fino a 12 anni, portatori di handicap, giornalisti con tesserino. Informazioni: 327 8387453 (dalle ore 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 20.00). Sito web: www.hartung-gaeta.org. Fino al 18 ottobre 2009.

venerdì 16 ottobre 2009

Busto Arsizio, note e parole per la nuova stagione del teatro Sociale

Sarà un frizzante e benaugurale brindisi, in tempo di valzer, a tenere a battesimo la stagione 2009/2010 del teatro Sociale di Busto Arsizio, inserita nel cartellone della terza edizione di BA Teatro, rassegna cittadina che, sotto l'egida e con il contributo economico dell'amministrazione comunale, annette anche le programmazioni di Palkettostage-International theatre productions e dei teatri Manzoni e San Giovanni Bosco. Tutti all’Opera Il sipario della sala di piazza Plebiscito si alzerà, infatti, sul Libiamo nei lieti calici della La traviata, melodramma in tre atti e quattro scene, su libretto di Francesco Maria Piave e con musiche di Giuseppe Verdi, che mutua dalla comédie mêlée d’ariettes Le dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio. A mettere in scena, nella serata di venerdì 27 novembre 2009, la tormentata storia d’amore tra Violetta Valery e Alfredo Germont, nonché la sua indimenticabile colonna sonora, con brani entrati prepotentemente nel comune sentire come la cabaletta Sempre libera degg’io, l’aria Addio, del passato bei sogni redenti e il duetto Parigi, o cara, noi lasceremo, sarà il Teatro dell’Opera di Milano, sotto la direzione di Mario Riccardo Migliara, insieme con la Corale lirica ambrosiana e l’Orchestra filarmonica di Milano, dirette rispettivamente da Roberto Ardigò e Vito Lo Re. Questo giovane e preparato cast di cantanti lirici e orchestrali, attivo collaboratore dell’assessorato al Turismo, Marketing territoriale e Identità del Comune di Milano per la rassegna estiva Lirica sotto le stelle e per la stagione musicale del teatro Ciak Webank.it, si esibirà sul palcoscenico di piazza Plebiscito anche nella serata di venerdì 12 febbraio 2010 con Il barbiere di Siviglia, melodramma buffo in due atti, su libretto di Cesare Sterbini e con musiche di Gioacchino Rossini, il cui soggetto è ricavato dalla commedia Le barbier de Séville ou La précaution inutile di Pierre-Augustin-Caron de Beaumarchais. Definito dalla critica come un’eccellente medicina contro le preoccupazioni del vivere quotidiano e le difficoltà della vita di tutti i giorni, il capolavoro rossiniano, nella rilettura del Teatro dell’Opera di Milano, andrà in scena su un antico palco della Commedia dell’arte, dove la «pazzia giocosa» e i briosi coup de théâtre che hanno reso immortale la storia del barbiere Figaro e le sue più riuscite invenzioni musicali, dalla cavatina Largo al factotum all’aria La calunnia è un venticello, la faranno da padrone. Lo scenografico e intrigante mondo delle sette note sarà, dunque, l’attore protagonista della nuova stagione del teatro Sociale, sul cui palco, come è ormai abitudine consolidata, verrà offerto un affresco a tutto tondo della miglior tradizione drammaturgica, musicale e tersicorea italiana e internazionale, attraverso un percorso tra differenti generi: dal melodramma alla prosa, dalla commedia dialettale alla sacra rappresentazione, dall’opera buffa alla danza, dal teatro-documento alla favola per bambini. Tra lustrini e paillettes Otto gli spettacoli in cartellone per sei mesi di programmazione, equamente divisi tra ospitalità e produzioni interne, che vedranno, tra gli altri, calcare la scena interpreti amati dal grande pubblico, come I Legnanesi di Felice Musazzi, e realtà attive sul territorio locale, quali il Centro arte danza di Olgiate Olona. «La Teresa», «la Mabilia» e «il Giuan» saliranno sul palco nato per volontà dei conti Carolina e Giulio Durini, nelle serate di martedì 2, mercoledì 3 e giovedì 4 marzo 2010, con la nuova rivista Oh vita, oh vita straca. Dalla magia dei balletti al racconto della realtà sociale dei cortili, passando per le scene umoristiche ispirate a fatti d’attualità (su tutti la recessione economica) e per i tradizionali cliché comico-sentimentali del «trio più sgangherato d’Italia»: tutto il meglio del repertorio che ha fatto apprezzare la compagnia fondata sessant’anni fa da Felice Musazzi, e oggi diretta da Antonio Provasio, farà divertire e sorridere per tre serate il pubblico di piazza Plebiscito, conducendolo addirittura nella fredda e nevosa Mosca dei «nuovi ricchi russi». Il Centro arte danza di Olgiate Olona e la sua direttrice artistica, Antonella Colombo, cureranno, invece, la selezione delle coreografie per Danzarte, vetrina dedicata all’arte tersicorea che, giovedì 15 aprile 2010, vedrà sfilare nella sala di piazza Plebiscito alcune delle migliori compagnie di balletto delle province di Milano, Varese e Novara. Calendario alla mano Fiore all’occhiello della stagione 2009/2010, insieme con il mini-cartellone dedicato all’opera lirica, sarà una serie di eventi legati alle principali ricorrenze del calendario, tutti prodotti dall’associazione culturale Educarte e interpretati dagli Attori del teatro Sociale, sotto la regia di Delia Cajelli. Si inizierà venerdì 18 dicembre 2009 con Il pianeta degli alberi di Natale, favola natalizia nata nel 1962 dall’estro di Gianni Rodari, che condurrà grandi e piccini in un paese fantascientifico e utopico, dove gli orologi hanno un delizioso sapore di cioccolato, le vetrine sono senza vetri, la settimana dura tre giorni festivi (un sabato e due domeniche), non esistono le parole «ammazzare», «odiare», «guerra» e tutti gli abitanti si dedicano solo alle scienze, alle arti e alla politica. Si proseguirà mercoledì 27 gennaio 2010 con un recital ideato per commemorare la nona Giornata della memoria: Hábermann, ultima testimone del silenzio, dedicato alla storia di Anna Maria Hábermann e di suo padre Aládar, medico ebreo ungherese, trapiantato a Busto Arsizio nel 1933, che aiutò e assistette profughi ebrei e perseguitati dal nazifascismo nel territorio della provincia di Varese, mentre nella sua terra natale perdeva i genitori e il figlio primogenito, Tamás, scomparsi in lager nazisti. In concomitanza con la Pasqua, nella serata di mercoledì 31 marzo 2010, è, infine, prevista una sacra rappresentazione, dal titolo Donna de Paradiso lo tuo figlio è priso, che vedrà trasformarsi in palcoscenico i suggestivi spazi rinascimentali del santuario di Santa Maria di piazza e che focalizzerà la sua attenzione sulle figure femminili (la Madonna, Maria Maddalena, Veronica e le pie donne) che costellano il racconto del calvario della Croce e della morte del Signore. Gran finale con Pirandello Non poteva, infine, mancare nella programmazione del teatro Sociale l’ormai consueto spettacolo di e su Luigi Pirandello, commissionato dal Centro nazionale studi pirandelliani di Agrigento per la serata d’onore dell’annuale convegno internazionale sull’opera dello scrittore di Uno, nessuno e centomila, in programma in Sicilia nel mese di dicembre. Quest’anno l’attenzione si focalizzerà su due atti unici, L’uomo dal fiore in bocca e Cecè, l’uno (già presentato a Budapest, in Ungheria, questa primavera) espressione di quel senso di ineluttabile incomunicabilità tra gli individui e di struggente consapevolezza della finitudine umana che anima gran parte della letteratura novecentesca, l’altro ritratto scanzonato di un’«Italietta» senza dignità, soffocata da dissolutezze e corruzioni politiche. L’appuntamento è fissato per giovedì 29 aprile 2010, in chiusura di stagione. Il «Buonanotte, mio caro signore» dell’«Uomo dal fiore in bocca», accompagnato da discorsi sulla villeggiatura e sulle sua abitudini, calerà, dunque, il sipario sul palcoscenico della «sala grande» del teatro Sociale. Tutti gli spettacoli avranno inizio alle 21.00. 

Didascalie delle immagini 
[fig. 1] Una scena dell'opera lirica La traviata, con il Teatro dell'Opera di Milano; [fig. 2 e fig. 7] Una scena dell'opera lirica Il barbiere di Siviglia, con il Teatro dell'Opera di Milano; [fig. 4 e fig. 6] Una scena dello spettacolo Isadora. Omaggio alla Duncan, presentato dal Centro arte danza di Olgiate Olona presso il teatro Sociale di Busto Arsizio. Foto: Silvia Consolmagno; [fig. 5] Una scena di Cecè di Luigi Pirandello. Foto: silvia Consolmagno. 

Informazioni utili 
Ba Teatro - Stagione cittadina 2009/2010. Teatro Sociale, piazza Plebiscito 8 - 21052 Busto Arsizio (Varese). Biglietti: Oh vita, oh vita straca...primo settore platea € 38.00, secondo settore platea € 35.00, galleria € 30.00; La traviata e Il barbiere di Siviglia, intero € 32.00, platea € 25.00, galleria € 20.00, Danzarte, Il pianeta degli alberi di Natale e L'uomo dal fiore in bocca - Cecè, intero € 16.00, ridotto € 12.00; Hábermann, ultima testimone del silenzio «Donna de Paradiso lo tuo figliolo è priso, ingresso libero e gratuito. Le riduzioni sono riservate a giovani fino ai 21 anni, ultra 65enni, militari, Cral, biblioteche, dopolavoro e associazioni con minimo dieci persone. Botteghino: il botteghino del teatro Sociale, ubicato in piazza Plebiscito 8, presso gli uffici del primo piano, è aperto nelle giornate mercoledì e venerdì, dalle 16.00 alle 18.00, e sabato, dalle 10.00 alle 12.00. E’ possibile prenotare telefonicamente, al numero 0331.679000, tutti i giorni feriali, secondo il seguente orario: dal lunedì al venerdì, dalle 16.00 alle 18.00; il sabato, dalle 10.00 alle 12.00. Informazioni: tel. 0331.679000, e-mail: info@teatrosociale.it. Web Site: www.teatrosociale.it.

venerdì 11 settembre 2009

«11 settembre», al Mart un’installazione di Stefano Cagol

11 settembre 2001, ore 8.45: un Boeing 767 della American Airlines si schianta su una delle Twin Towers di New York. Pochi minuti dopo, un aereo di linea della United impatta contro la torre sud del World Trade Center. Inizia così la cronaca di un giorno che nessuno potrà mai dimenticare, il giorno che ha cambiato per sempre il corso della nostra storia e che ha modificato il quadro della politica internazionale.
Ma quanti altri 11 settembre del nostro passato, oltre a quello di otto anni fa, sono rimasti scritti nel grande libro dei fatti? Quello del 1903 con la nascita del filosofo Theodor Adorno, quello del 1944 con il bombardamento della città tedesca di Darmstadt, ma anche e, forse, soprattutto quello del 1973 con il golpe militare di Augusto Pinochet in Cile e la morte di Salvatore Allende. Questi e molti altri eventi sono rievocati nell’installazione 11 settembre, che il trentino Stefano Cagol presenta contemporaneamente in tre musei europei: il Mart di Rovereto, la Kunstraum di Innsbruck e lo ZKM di Karlsruhe. Un progetto, questo, che si propone di riflettere sui concetti di storia, di identità individuale e condivisa, di cambiamento, di ripetizione e, naturalmente, di morte e di nascita, partendo dalla sovrapposizione tra un evento collettivo, quale l’attacco terroristico alle Twin Towers, e un fatto privato, come il compleanno dell’artista.
Nel museo trentino, l’installazione consiste in un display led con scritte scorrevoli, sistemato in uno spazio destinato al passaggio e alla sosta dei visitatori quale l’ingresso, così da sottolineare l’intenzione dell’artista di mettersi in comunicazione con tutti.
Su questo schermo scorrono delle date e delle descrizioni di eventi, fatti di portata minuscola o enorme, avvenuti in tutto il mondo l’11 settembre. L’elenco è estratto da un archivio collettivo e aperto, in continua evoluzione -l’enciclopedia libera Wikipedia- per sottolineare l’idea di una memoria condivisa, non imposta e non chiusa.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Stefano Cagol, Adorno born on September 11th, 2009, photo print; [fig. 2] Stefano Cagol, Allende Vive, September 11th, 2009; [fig. 3] Stefano Cagol, Darmstadt destroyed on September 11th, 2009, photo print.

Informazioni utili
11 settembre. Mart, Corso Bettini, 43 - Rovereto (Trento). Orari: martedì– domenica 10.00-18.00; venerdì 10.00-21.00; lunedì chiuso. Ingresso: intero € 10.00, ridotto € 7.00, gratuito fino a 18 anni e sopra i 65, scuole € 1.00 per studente. Informazioni e prenotazioni numero verde 800.397760, tel.0464. 438887, info@mart.trento.it. Sito Web: www.mart.trento.it. Fino all’11 ottobre 2009.

Per saperne di più
www.11settembre.org
www.stefanocagol.com

«Con-Vivere Festival 2009»: cultura, miti e problemi americani ai raggi X

Stelle e strisce di marmo bianco a Massa Carrara. Sarà un’imponente bandiera americana, della superficie di oltre cinque metri quadrati e del peso di più due tonnellate, realizzata dallo scultore Luciano Massari il simbolo della quarta edizione di Con-vivere Carrara Festival, manifestazione promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara, che vede alla direzione artistica Remo Bodei.
Da oggi, ottavo anniversario dell’attentato terroristico alle Twin Towers di New York, la città toscana vedrà, per tre giorni, giornalisti, intellettuali, filosofi, militari, registi, critici cinematografici, musicisti, scrittori, economisti e storici confrontarsi su temi quali l’ascesa di Obama, la crisi economica e finanziaria statunitense, gli Usa come terra di grandi sogni e grandi opportunità. Temi, questi, tutti riuniti sotto il titolo «America oggi».
Sedici conferenze e incontri di parola, sette appuntamenti musicali, quattro proiezioni cinematografiche e due mostre a tema, ma anche laboratori creativi per bambini, un mercatino di oggetti made in Usa, aperitivi in piazza sono gli elementi che compongono la kermesse, alla quale prenderanno parte importanti protagonisti della cultura italiana come Tito Boeri, Mario Calabresi, Beppe Severgnini, Massimo Teodori, Walter Veltroni e apprezzati musicisti internazionali quali Renzo Arbore, Lee Konitz, Marco di Maggio e Beppe Gambetta, che si esibiranno con il loro miglior repertorio jazz.
Tra gli eventi collaterali, si segnalano l’annullo filatelico e la mostra itinerante American Roadside Architecture, in calendario fino al 19 settembre (tutti i giorni, 10.00-13.00 e 16.00-20.00) presso gli spazi dell'Accademia di Belle arti di Carrara.
Attraverso cinquantacinque immagini, John Margolies documenta la lenta scomparsa di un tipo singolare di architettura popolare americana fiorita nella prima metà del XX secolo lungo le strade d'America e oggi quasi del tutto scomparsa: il Mom and Pop business, creato appositamente per catturare l'attenzione dei turisti e degli automobilisti e obbligarli ad uno stop in una stazione di servizio, in un'area di ristoro, in un piccolo motel.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] La bandiera americana in marmo dello scultore Luciano Massari; [fig. 2 e fig. 3] Immagine di John Margolies per la mostra American Roadside Architecture

Informazioni utili
Con-vivere Carrara Festival. Massa Carrara – sedi varie. Dall’11 al 13 settembre 2009. Ingresso libero e gratuito. Informazioni: tel. 0585.55249, fax 0585.775219, info@con-vivere.it. Sito Web: www.con-vivere.it.

Futurismo, Siena celebra il mito della velocità

I tesori d'arte del Trecento e del Quattrocento senese, con le loro ricche decorazione dalle cromie sgargianti e i loro ieratici fondi color zafferano, incontrano la dirompente vitalità del Futurismo, con il suo culto del tempo veloce e del dinamismo simultaneo. Accade alla Pinacoteca nazionale di Siena, dove fino a domenica 4 ottobre va in scena la mostra Macchine! Spirito della meccanica tra i fondi d’oro, promossa dalla soprintendenza per i Beni artistici e storici di Siena e Grosseto, dagli assessorati alla Cultura del Comune e della Provincia di Siena e dalla Fondazione Monte Paschi attraverso Vernice progetti culturali.
Automobili e motociclette d’epoca futurista, datate tra il 1909 e il 1930, formano il cuore pulsante della rassegna, curata da Gabriele Borghini e nata come omaggio al più noto movimento avanguardista italiano, nell'anniversario dei cent'anni dalla pubblicazione del suo primo manifesto sul quotidiano francese Le Figaro.
Ad aprire il percorso espositivo è una Fiat 0 del 1913, che ricorda la famosa caduta nel fosso di Filippo Tommaso Marinetti, avvenuta nel 1908, alla guida di una Fiat 4 cc. Sempre all’ingresso, accanto al pozzo del cortile coperto, sono esposte due sidecars: una Harley Davidson del 1917 e una Triumph del 1922. Al secondo piano della pinacoteca, nei tre saloni dei fondi d’oro, è, invece, possibile ammirare una carrellata di moto Guzzi, Frera, Gilera, Bianchi, Indian, Bmw e Peugeot.
L'esposizione senese, il cui allestimento minimalista è stato realizzato da Alberto Scarampi di Pruney, non guarda, però, solo alla macchina come invenzione figurativa e oggetto artistico, ma ne celebra anche la meccanica interna, i telai quali vere e proprie costruzioni architettoniche, attraverso un curioso gioco di specchi che mette in relazione modelli anatomici, in gesso o cera, con opere pittoriche di straordinaria complessità compositiva, nelle quali il movimento e la tensione energetica dei corpi assume il significato di macchina espressiva.
Nella sala del Beccafumi, dominata dal grande dipinto Caduta degli angeli ribelli, è allestito, per esempio, il confronto con una straordinaria tela del primo Novecento XXI secolo di Giovan Battista Crema, di proprietà del cantante Lucio Dalla e raffigurante l’inferno umano, dove compaiono anatomie nude e avviluppate in un vortice ineluttabile. Nella sala dei disegni al tratto, preparatori per il pavimento del Duomo di Siena, si trovano, invece, allineati modelli anatomici sezionati per mostrarne gli ingranaggi interni, oltre a due motori di automobili degli anni ’20, a una colonna vertebrale in formaldeide dentro il suo contenitore vitreo ed altri reperti e materiali.
In concomitanza con la mostra, la Sala del cenacolo accoglie l’opera Splendore simultaneo del Palio di Siena (1937) di Corrado Forlin, ambientata in un allestimento teatrale, a cura di Andrea Milani, tratto da Il Palio di Siena di Duilio Cambellotti con riferimenti a disegni di bandiere di quel periodo conservate nei musei delle diciassette contrade e decorate con motivi geometrici e raggisti.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Corrado Forlin, Splendore simultaneo del Palio di Siena, 1937. [fig. 2 e fig. 3] Visioni d’insieme dell’allestimento della mostra Macchine! Spirito della meccanica tra i fondi d’oro.


Informazioni utili
Macchine! Spirito della meccanica tra i fondi d’oro
. Pinacoteca nazionale di Siena - Siena. Orari: da martedì a sabato, ore 10.00 -18.00; lunedì, domenica e festivi, ore 9.00–13.00. Ingresso: intero €4.00; ridotto €2.00 (cittadini dell' Unione europea tra 18 e 25 anni, insegnati di ruolo nelle scuole statali); gratuito per cittadini dell' Unione europea di età inferiore ai 18 anni o superiore ai 65 anni; studenti e docenti delle Facoltà di Architettura e di Lettere - indirizzo Storia dell'arte; dipendenti Mbac; guide turistiche autorizzate nell'esercizio della propria attività, appartenenti all' Icom. Catalogo: Protagon, Siena. Informazioni: tel. 0577.286143 o pinacoteca.siena@libero.it. Fino a domenica 4 ottobre 2009.