ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

giovedì 20 dicembre 2012

«Paesi dipinti», quando il muro è un’opera d’arte

Sono oltre duecento in tutta Italia, dalle Alpi alla Sicilia, i «paesi dipinti»: borghi, spesso di piccole dimensioni, trasformati in veri e propri musei a cielo aperto dalla vena creativa e dai colori di artisti, famosi e non, che hanno lasciato il loro segno su pareti esterne e porte di case e di edifici pubblici. Questi «muri d’autore», visitabili gratuitamente ogni giorno dell’anno e a ogni ora del giorno, sono stati dipinti con la tecnica «a fresco» o con la pittura acrilica su parete, sia per decorare sia per ricordare, per raccontare cioè una storia legata a tradizioni, avvenimenti e personaggi noti dei paesi che li conservano.
A inaugurare la stagione del muralismo moderno, tradizione che si fa risalire alle prime incisioni rupestri e che vanta anche un manifesto scritto, negli anni Trenta, da Mario Sironi e firmato da Carlo Carrà, Achille Funi e Massimo Campigli, fu, nel 1956, il borgo di Arcumeggia, piccola frazione del comune di Casalzuigno, immersa nel cuore verdeggiante della Valcuvia. In questo lussureggiante angolo del Varesotto, artisti del calibro di Aligi Sassu, Gianfilippo Usellini, Aldo Carpi, Giuseppe Migneco, Achille Funi e molti altri lasciarono la propria impronta pittorica, creando una pinacoteca en plein air che racconta, passo dopo passo, la vita agreste, la storia di emigrazione e le tradizioni, lavorative e religiose, che interessarono gli abitanti del piccolo paese lombardo. L’itinerario artistico porta così il turista a contatto con opere come «Corridori» di Aligi Sassu e «Composizione agreste» di Ernesto Treccani, due degli oltre trenta affreschi che, nei prossimi mesi primaverili ed estivi, saranno al centro di un delicato intervento conservativo predisposto dalla restauratrice Rossella Bernasconi e realizzato dalla Provincia di Varese, grazie al co-finanziamento della Fondazione Cariplo di Milano.
Restando nel Varesotto, il territorio più ricco in Italia per numero di «paesi dipinti», il nostro viaggio tra i «muri d’autore» può fare tappa a Boarezzo, un borgo da favola in Valganna, con case in sasso e viottoli acciottolati tra boschi di faggi, salici e castagni, che vanta una galleria di murales sugli antichi mestieri del luogo, ideata negli anni Settanta dal pittore Mario Alioli e arricchita da opere come «Ul bagatt» (il calzolaio) di Silvio Monti, lo «Scalpellino» di Luigi Bennati, il «Falegname» di Otto Monestier e «La bottega del ceramista» di Albino Reggiori.
Agli ormai dimenticati lavori del passato, come l’ombrellaio e il «cadregat» (l’impagliatore di sedie), sono dedicati anche i pannelli dipinti di Peveranza di Cairate, centro abitato a pochi chilometri dalla roccaforte di Castelseprio. Mentre il paese di Marchirolo, a una manciata di chilometri dalla Svizzera, accoglie una galleria di affreschi con storie di contrabbandieri e di emigrazione, un insieme di opere nato negli anni Ottanta con lo scopo di rendere omaggio all’operosità di molti abitanti del luogo, da sempre esperti nel campo dell’edilizia, che furono costretti ad andare a lavorare in America e persino nella lontana Cina, dove, secondo la tradizione, furono tra i costruttori della ferrovia del Tonchino. Tema libero, invece, per i muri di Runo di Dumenza, luogo natale del pittore Bernardino Luini, allievo di Leonardo da Vinci, ma anche di Vincenzo Peruggia, imbianchino noto per aver trafugato «La Gioconda» dal museo del Louvre. La pinacoteca senza pareti di questo tranquillo borgo, immerso nel verde della Val Dumentina, dà testimonianza della profonda religiosità degli abitanti del luogo, ma anche della cultura locale, attraverso la raffigurazione, per esempio, di abiti popolari del primo Ottocento, come quelli che compaiono nell’opera «La partenza» di Andrea De Bernardi.
Se a queste gallerie en plein air, che danno forma e colore alla cultura e alla storia locale di piccole comunità orgogliose delle proprie radici, si aggiungono quelle di Induno Olona e del rione San Fermo di Varese il numero dei «paesi dipinti» della provincia di Varese sale a sette. Non è, dunque, un caso che proprio in questo territorio sia nata nel 1994, per iniziativa del professor Raffaele Montagna, l’Assipad - Associazione italiana paesi dipinti, che intende riunire, valorizzare e promuovere i tanti luoghi italiani che posseggono un patrimonio pittorico, più o meno recente, sulle pareti esterne delle proprie abitazioni. Quella dei «muri d’autore» è, infatti, una raffinata risorsa turistica, quasi interamente da scoprire. In giro per il nostro Paese, il visitatore curioso, capace di allontanarsi dai grandi itinerari del turismo massificato e di trasformare il viaggio in un’occasione di scoperta, può, infatti, trovare di tutto: scene sacre, paesaggi marini con barche e pescatori, volti di emigranti in procinto di partire per terre lontane, partigiani in lotta per la libertà, contadini che raccolgono i frutti del proprio lavoro, campi bruciati dal sole, donne seminude che si beano della propria bellezza, ma anche gatti, cani e unicorni, animali della realtà e della fantasia.
L’elenco dei soggetti dipinti in questi borghi è, però, ancora lungo. A Legro, piccola e pittoresca frazione di Orta San Giulio (Novara), è il cinema, per esempio, ad essere stato «messo al muro»: in onore ai tanti registi che hanno scelto questo serafico paesino lacustre come ambientazione dei propri film, sono stati realizzati murales che prendono spunto da lungometraggi quali «Riso amaro», «Una spina nel cuore», «La maestrina», «I racconti del maresciallo» e «Voglia di vincere», sceneggiato televisivo con Gianni Morandi e Milly Carlucci.
Al mondo del cinema strizza l’occhio anche la galleria all’aperto di Conselice, nel Ravennate, dove il pittore Gino Pellegrini ha dipinto sui muri della piazza principale i baffoni di Gino Cervi e il sorriso bonario di Fernandel, gli interpreti televisivi delle storie di Peppone e don Camillo, nate dalla penna di Giovanni Guareschi. Sempre in Emilia Romagna, si trova Coriandoline, quartiere fiabesco alle porte di Correggio (Reggio Emilia), interamente disegnato dai bambini per i bambini, che accoglie i visitatori con un’esplosione di colori e soluzioni abitative curiose come scale-scivolo e lampioni-uccello, alle quali ha dato vita la fervida creatività di Lele Luzzati.
Ai più piccoli piacerà anche Vernante, paesino del Cuneese, i cui muri narrano la storia di Pinocchio attraverso centocinquanta murales, dipinti da Bruno Carlet e Meo Cavallera, o Calvi dell’Umbria, in provincia di Terni, dove si celebra il tema della Natività. A Salza di Pinerolo, nel Torinese, si omaggiano, invece, la musica e i cantautori che hanno suonato tra le vie del borgo. Ecco così sulle pareti del paese affreschi dedicati a canzoni come «L’isola che non c’è» di Edoardo Bennato, «Vecchio frac» di Domenico Modugno e «Vita spericolata» di Vasco Rossi.
Impressi nella memoria dei viaggiatori curiosi rimarranno anche Furore, sulla Costiera Amalfitana, Valloria di Prelà, nell’entroterra di Imperia, il cui museo sono gli usci delle vecchie case, o ancora Vetri sul mare, nel Salernitano, dove disegni e colori sono impressi sulla ceramica che riveste gran parte degli edifici, e Lauro, paese rinascimentale della provincia di Avellino, dipinto esclusivamente da pittori naif, artisti accomunati da un atteggiamento esistenziale ingenuo e primitivo.
In Sardegna meritano, infine, una visita Villamar, nella zona collinare del Cagliaritano, dove, a metà degli anni Settanta, alcuni esuli cileni lasciarono la propria testimonianza di profughi attraverso affreschi particolarmente colorati e ricchi di vitalità, e il borgo di Orgosolo, nella Barbagia, dove i primi murales furono eseguiti per commemorare il trentesimo anniversario della liberazione d’Italia e dove, in seguito, vennero realizzati dipinti di protesta sociale, ispirati alla tradizione dei murales latino-americana.
La storia dei «paesi dipinti»  racconta, dunque, un’Italia ancora poco conosciuta, in cui l’arte diventa arredo urbano, colorando di nuova vita strade e piazze di piccoli borghi, spesso arroccati e abbandonati. Ci fa venire in contatto con un Paese ricco di musei speciali, che non chiudono mai, visitabili in qualsiasi ora del giorno e della notte, senza code e senza pagare biglietto d'entrata, avendo magari per tetto la volta stellata.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] L'affresco «Corridori» di Aligi Sassu per il borgo di Arcumeggia, Varese; [figg. 2 e 3] Uno spaccato di Coriandoline, quartiere di Correggio (Reggio Emilia); [fig. 4] Affresco dedicato al film «Riso amaro» nel borgo di Legro, frazione di Orta San Giulio (Novara); [fig. 5] Un affresco dedicato alle storie di Pinocchio nel borgo di Vernante (Cuneo); [figg. 6 e 7] Esempi di porte dipinte nel borgo di  Valloria di Prelà (Imperia)

Informazioni utili 

Associazione nazionale paesi dipinti: www.paesidipinti.it 
I paesi dipinti del Varesotto: www.vareselandoftourism.it/uploaded/file_struttura/informazioni/pubblicazioni/paesi_dipinti.pdf
Coriandoline, il quartiere disegnato dai bambini: www.coriandoline.it

mercoledì 19 dicembre 2012

Medardo Rosso negli scatti di Angelo Garoglio

«Ciò che importa per me, nell'arte, - teorizzava Medardo Rosso (Torino, 1858–Milano, 1928) in un testo del 1902 per «La Nouvelle Revue» - è far dimenticare la materia»: il che, per uno scultore, non può che apparire come un paradosso. Eppure è proprio in questo modo, rivoluzionario e singolare, di plasmare bronzo, gesso e cera, di «rendere con la plastica le influenze di un ambiente e i legami atmosferici che lo avvincono», come ebbe a scrivere Umberto Boccioni nel manifesto «La scultura futurista» del 1912, che sta la grandezza dell'artista di «Madame X» (1896?, Venezia, Ca' Pesaro) e il seme più fecondo della sua lezione. Una lezione raccolta, tra gli altri, da Henri Matisse, Pablo Picasso, Alberto Giacometti e Constantin Brancusi, che videro in Medardo Rosso, l'uomo che amava dire «noi non siamo che scherzi di luce», l'antesignano e il capostipite della scultura moderna per quei suoi lavori privati di contorni definiti, plasmati come un abbozzo evanescente e magmatico, tesi a restituire l'emozione visiva dell'attimo attraverso un gioco sapiente di chiaroscuri.
Guardando queste opere «instabili», frutto di vibrazioni spazio-temporali che ne contraddistinguono la potente ma incerta presenza, Ardengo Soffici parlò, per primo, di «Impressionismo». L'etichetta, frettolosamente attribuita e per questo approssimativa, è entrata nei libri di storia dell'arte e ha accompagnato per lungo tempo la fortuna critica dell'artista, torinese di nascita e milanese di formazione, che, pur avendo vissuto a lungo a Parigi e respirato del clima impressionista, mai dimenticò nel plasmare la sua cultura italiana, umanista, impregnata di quegli ideali di socialismo e di attenzione al vero psicologico e caratteriale che innervarono la tarda Scapigliatura e il Divisionismo. Come Giovanni Segantini e Giuseppe Pelizza Da Volpedo, artisti a lui coevi, Medardo Rosso unì alla semplice trascrizione dell'impressione retinica, dell'emozione suscitata dal dato ottico l'attenzione per soggetti contemporanei, intimistici: emarginati, madri con bambini, gente comune e momenti di quotidianità.
A rileggere l'iter creativo dell’artista è, fino a domenica 13 gennaio, la mostra «Disegni di luce. Angelo Garoglio fotografa Medardo Rosso», allestita per la curatela di Silvio Fuso e Matteo Piccolo a Venezia, presso Ca’ Pesaro.
Nella sala X, accanto alle otto sculture donate dall’artista al museo veneziano nel 1914, in occasione della XI Biennale d’arte, sfilano una trentina di foto a colori e in bianco e nero, selezionate tra oltre centocinquanta scatti. Questi lavori, raccolti anche in un catalogo edito da Skira, indagano e approfondiscono due delle opere più famose di Medardo Rosso: «Ecce puer», della quale l’istituzione lagunare custodisce la prima fusione tratta dal modello in gesso, e «Madame X», lavoro considerato «figlio prediletto» dal suo stesso autore.
Sempre di Medardo Rosso, in concomitanza con la mostra, è possibile ammirare nella sala II della galleria, dove normalmente sono esposte le sue opere, ora in sala 10, «Enfant juif», scultura in cera del 1915, recentemente acquisita da Ca’ Pesaro grazie ad un deposito a lungo termine da una collezione privata.
Angelo Garoglio (1951), fotografo nato a Milano ma ormai torinese di adozione, ha fatto tesoro della ricerca e degli intenti dello scultore che voleva «dimenticare la materia». Medardo Rosso era, infatti, solito fotografare le proprie sculture, la loro installazione e posizione nello spazio, «sigillando» con un’ulteriore fotografia l’intera sequenza e dando così testimonianza di come la fotografia appartenesse di diritto alla sua poetica.
Gli scatti esposti colgono ogni angolatura delle opere, mettendo in evidenza anche particolari, spiragli di luci spesso difficili da vedere a occhio nudo.
Vedendo queste immagini, ma anche le scultore esposte, vengono in mente le parole che Enrico Prampolini scrisse, recensendo la Quadriennale romana dei primi anni '30, all’interno della quale veniva presentata una personale dell'artista: «Medardo Rosso non solo dischiuse un orizzonte nuovo alla scultura, ma spezzò l'incanto della plastica tradizionale e le sue leggi –cioè la forma, il volume, la materia, la statica– per avventurarsi nei regni inesplorati della forma e dello spazio, dell'atmosfera e dell'ambiente».

Didascalie delle immagini 
[fig. 1] Medardo Rosso, «Ecce puer», 1906. Foto di Angelo Garoglio; [fig. 2] Medardo Rosso,«Madame X», 1896. oto di Angelo Garoglio

Informazioni utili
«Disegni di luce. Angelo Garoglio fotografa Medardo Rosso» Ca’ Pesaro - Galleria internazionale d’arte moderna, Santa Croce 2076 – Venezia. Orari: 10.00–17.00 (biglietteria 10.00–16.00), chiuso lunedì. Ingresso: intero € 8,00, ridotto (ragazzi da 6 a 14 anni; studenti da 15 a 25 anni; accompagnatori di gruppi di ragazzi o studenti; cittadini ultrasessantacinquenni; personale del Ministero per i Beni e le Attività culturali; titolari di Carta Rolling Venice; soci Fai), € 5,50. Informazioni: info@fmcvenezia.it, call center 848082000 (dall’Italia) o +3904142730892 (dall’estero). Sito internet: capesaro.visitmuve.it. Catalogo: Skira editore, Milano. Fino al 13 gennaio 2013. 

martedì 18 dicembre 2012

Wietzendorf, un presepe tra i fili spinati

Era l’inverno del 1944. Nel lager di Wietzendorf, cittadina tedesca tra Amburgo e Hannover, erano rinchiusi migliaia di soldati italiani che, all’indomani dell’armistizio di Cassibile, con il quale l’Italia firmava la propria resa alla Forze alleate, avevano deciso di non collaborare con i nazisti e di non aderire alla Repubblica di Salò. La tragedia della guerra, le punizioni corporali, il duro lavoro nell’industria bellica e mineraria, la fame, il freddo e l’ombra della morte sempre presente non avevano privato queste persone della fede, della speranza e del coraggio, della dignità di essere uomini.
Natale era ormai alle porte e grazie alla perizia artistica del sottotenente d’artiglieria Tullio Battaglia, artista-letterato e giovane professore di disegno, Gesù Cristo poteva nascere anche tra le baracche di un campo di concentramento del nord della Germania, illuminando la Notte Santa di chi, con la nostalgia di casa nel cuore, stava vivendo la follia e l’inferno di una triste pagina della nostra storia.

Con un coltellino tascabile (miracolosamente scampato a ogni perquisizione), una robusta forbicina e un cardine di porta usato come martello, alla luce fioca di una candela che ogni prigioniero contribuì a alimentare togliendo una piccola parte all’esigua razione giornaliera di margarina, Tullio Battaglia costruì una quindicina di esili figure di trenta/trentacinque centimetri d’altezza, ricavate dal legno dei giacigli e con un po’ di filo spinato per scheletro, rivestite da parti di indumenti e da piccoli ricordi di famiglia di ogni internato.
Tutti i prigionieri donarono, infatti, qualcosa di proprio, un brandello della loro vita passata, per costruire le statuine. Gesù Bambino è fatto, per esempio, con un fazzoletto di seta del tenente Bianchi di Milano. Il pelo dell’agnello è la fodera del pastrano del capitano Bertoletti di Como, passato per i monti della Grecia e per la disfatta del fronte russo. Un lembo del pigiama del tenente bersagliere Montobbio di Milano disegna il turbante e la fascia di un re magio. La collana dell’altro sapiente giunto da Oriente è il pendaglio del braccialetto del tenente artigliere Mendoza di Vigevano. Un’estremità della tonaca del cappellano, padre Ricci, è il vestito di San Francesco. E, proseguendo, il pelo della pecorella è il tessuto sfilacciato della musetta da cavallo del tenente Mori di Arezzo. Il cestino arriva dalla calza della Befana per i due figli del capitano Gamberoni di Bologna. Le mostrine dei Lupi di Toscana del tenente Vezzosi di Milano fanno da risvolto alle maniche del guerriero longobardo. I pizzi che ornano il manto della Madonna sono i ritagli di un fazzoletto donato dall’amata al suo fidanzato in partenza per la guerra. Ogni pezzo di tela, latta, juta ricorda, dunque, un uomo, un brano di storia d’Italia scritta su un campo di battaglia.
Ci sono in questo presepe, oggi uno dei beni più preziosi, e forse meno conosciuti, del tesoro della Veneranda Basilica di Sant’Ambrogio in Milano, tutti i personaggi classici della Natività: la Vergine Maria, il Bambin Gesù, Giuseppe, i re magi, la gente umile, qui rappresentata da una povera contadina nel tipico costume lombardo, da uno zampognaro abruzzese, da un pastore calabro e da una tessitrice che confeziona la bandiera italiana. Un po’ in disparte si intravedono anche un militare internato, nella sua divisa lacera, e un soldato tedesco che, illuminato dall’amore per il Bambinello, depone finalmente a terra le armi. Non manca nella sacra rappresentazione di Tullio Battaglia neppure la figura di San Francesco, il «poverello di Assisi» al quale si deve la prima raffigurazione del presepe come oggi lo conosciamo. E’, invece, assente il bue, con il suo grande collare e la sua grossa campana: è stato lasciato a Wietzendorf, a scaldare e a tener compagnia a quei soldati che lo hanno visto nascere e che non sono riusciti a ritornare a casa.
Guardando questo presepe, povero di materiali, ma ricco di significati, vengono in mente le parole di Bertolt Brecht: «Oggi siamo seduti, alla vigilia di Natale, noi, gente misera, in una gelida stanzetta, il vento corre fuori, il vento entra. Vieni, buon Signore Gesù, da noi, volgi lo sguardo: perché tu ci sei davvero necessario». Il commemorare la nascita di Gesù era realmente indispensabile nel lager di Wietzendorf; c'era bisogno di credere che la fede e la speranza in un domani migliore avrebbero vinto qualsiasi difficoltà.

Didascalie delle immagini
[figg.1, 2, 3 e 4] Particolari del presepe di Wietzendorf. Milano, Veneranda Basilica di Sant’Ambrogio

Informazioni utili 

Presepe di Wietzendorf. Veneranda Basilica di Sant’Ambrogio, piazza Sant'Ambrogio, 15 - Milano. Orari di visita: dal lunedì al sabato, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 14.30 alle 18.00; domenica, dalle 15.00 alle 17.00. Informazioni: www.basilicasantambrogio.it.