ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

martedì 12 marzo 2019

«Pittura spazio e scultura», una riflessione sull’arte tra gli anni Sessanta e Ottanta

Da poco meno di un mese la Galleria d’arte moderna di Torino propone un nuovo allestimento delle sue collezioni dedicate al contemporaneo. L’allestimento inaugura un programma espositivo, su base biennale, che si propone di far conoscere al pubblico, attraverso diverse mostre tematiche, la ricchezza delle collezioni museali, dando voce a molteplici letture e interpretazioni critiche.
Questo primo ordinamento, a cura di Elena Volpato, si concentra su due decenni, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, in rapporto di continuità cronologica con quanto è esposto nelle collezioni del ‘900 e sceglie di raccontare aspetti rilevanti delle ricerche artistiche di quegli anni, scarsamente riconosciuti dalla più diffusa interpretazione storica.
Le opere in mostra provengono interamente dalle collezioni del museo. Il nucleo espositivo più rilevante in mostra è frutto delle numerose acquisizioni realizzate durante la direzione di Pier Giovanni Castagnoli, tra il 1998 e il 2008. Molte di queste opere sono state acquisite grazie al contributo della Fondazione per l’arte moderna e contemporanea CRT, a cui si deve anche la recente acquisizione dei libri d’artista e delle due opere di Marco Bagnoli, «Vedetta notturna» (1986) e «Iris» (1987), avvenuta durante l’attuale direzione di Riccardo Passoni.
Tra le opere esposte ci sono anche «Animale terribile» (1981) di Mario Merz e «Gli Attaccapanni (di Napoli)» di Luciano Fabro, facenti parte di un ristretto gruppo di lavori provenienti dalla Collezione Margherita Stein, acquistato per essere affidato alla comune cura della Gam e del Castello di Rivoli.
Quella che racconta la rassegna curata da Elena Volpato è la storia di un insieme di ricerche artistiche, perlopiù a lungo scarsamente riconosciute dalla più diffusa interpretazione storiografica.
Verso la metà degli anni Sessanta, quando le ricerche artistiche si muovevano in direzioni per lo più tese a sovvertire i tradizionali linguaggi artistici e a disconoscere ogni debito con il museo e la storia dell’arte, alcuni artisti italiani continuarono a interrogarsi sul significato della scultura, della pittura e del disegno, sulla possibilità di superare i limiti che sin lì quei linguaggi avevano espresso.
Lo fecero senza recidere i legami con la storia, ponendo mente alle origini stesse del gesto pittorico e scultoreo, aprendo le loro opere, come mai prima di allora, ad accogliere e nutrire al loro interno il respiro dello spazio e, con esso, quello del tempo.
Gli artisti rappresentati non fanno parte di un unico gruppo. Alcuni dei loro nomi sono legati alle vicende dell’Arte Povera. È il caso di Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro e Giovanni Anselmo. Il percorso di altri si è intrecciato con quello della Pittura analitica. Altri ancora, dopo una stagione concettuale, hanno trovato nuove ragioni per tornare a riflettere su linguaggi tradizionali e su antichi codici espressivi. Tuttavia, se le loro opere sembrano dialogare qui con naturalezza, non è per mera cronologia, ma perché nel lavoro di ciascuno di loro c’è molto più di quanto le parole della critica militante avesse motivo di raccontare. In tutti loro, come spesso accade, c’è più personalità e indipendenza di quanto le ragioni di un raggruppamento o le linee di tendenza del mondo dell’arte possano dire.
Ecco così che il visitatore può accostarsi ad opere come «Cultura Mummificata» (1972) di Eliseo Mattiacci, con i suoi calchi di libri antichi che ci parlano di un sapere custodito e da custodire o il «Rotolo di cartone ondulato» di Alighiero Boetti, in cui il disegno arcaico della spirale si coniuga con impressioni di architetture del Medio Oriente e con l'interesse per le simbologie dell’infinito, senza dimenticare lo scenografico «DadAndroginErmete» (1987) di Luigi Ontani, carico di simboli occidentali e orientali.
A distanza di decenni, ora che quelle storie d’insieme sono note e codificate, ora che sempre più mostre internazionali vengono tributate ad alcune di esse, possiamo concederci di guardare agli aspetti più personali del loro lavoro. Ed è proprio in quella cifra individuale che sembra risuonare con più chiarezza un insoluto legame con la storia dell’arte, con i suoi antichi linguaggi, per ciascuno in modo diverso, ma con simile forza.
Se si dovesse provare a spiegare in una frase cosa avvicina tra loro queste opere e i loro autori, là dove sembrano esprimere la loro voce più personale, si direbbe che hanno in comune un autentico desiderio dell’arte, un senso di appartenenza, la consapevolezza di tutto ciò che quella parola aveva significato sin lì e tutto ciò che ancora poteva rappresentare in virtù di quel passato.

Didascalie delle immagini
[Figg. 1 e 2] Allestimento della mostra «Pittura spazio e scultura» alla Gam di Torino. Foto di Giorgio Perottino; [fig. 3] Luciano Fabro, Attaccapanni (di Napoli), 1976-1977. Bronzo, tela di lino, pittura acrilica, filo in cotone. Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT/già Collezione Margherita Stein; [fig. 4] Eliseo Mattiacci, Cultura mummificata, (1972). 134 calchi di libri in alluminio fuso. Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT [fig. 5] Alighiero Boetti, Rotolo di cartone ondulato (1966). Cartone ondulato. Dono dell’artista, 1967, per il Museo Sperimentale

Informazioni utili 
GAM, via Magenta, 31 - 10128 Torino. Orari di apertura: da martedì a domenica, ore 10.00 - 18.00, lunedì chiuso | la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso: intero € 10,00, ridotto € 8,00,  ingresso libero Abbonamento Musei e Torino Card. Informazioni: tel. 011.4429518 o 011.4436907, e-mail: gam@fondazionetorinomusei.it. Sito internet: www.gamtorino.it.

Da Vinci a Milano: in viaggio sulle orme di Leonardo

Il 2019 è l’anno di Leonardo da Vinci. Per festeggiare al meglio i cinquecento anni dalla morte dell'artista, figure-icona nella storia dell’umanità, Virail, la piattaforma e app che compara tutti i mezzi di trasporto, propone un itinerario alla scoperta delle opere del genio toscano.
Il viaggio parte simbolicamente da Anchiano, località alle pendici del Montalbano, collegata a Vinci dall’antico sentiero chiamato Strada Verde. Qui, in un paesaggio ricco di vigne e uliveti secolari, Leonardo trascorse infanzia e giovinezza, ponendo le basi per la sua attività di artista e scienziato.
In questo bel borgo toscano il visitatore può, dunque, scoprire la casa in cui l'artista nacque il 15 aprile 1452, all'interno della quale è ospitata un’esposizione interattiva dove un ologramma a grandezza naturale riproduce le fattezze del maestro e racconta la vita e i rapporti di questo con la sua terra.
Il viaggio può, quindi, continuare verso la vicina Vinci. Tra i luoghi che, in questa cittadina, testimoniano la presenza di Leonardo c’è la Chiesa di Santa Croce, nella quale è conservato il fonte battesimale in cui si ritiene che l’artista sia stato battezzato nel 1452.
Per ritrovare la più antica collezione di modelli delle opere di Leonardo architetto, scienziato e ingegnere, bisogna, invece, dirigersi al Museo leonardiano di Vinci: un vero e proprio centro di documentazione sull’opera tecnica e scientifica del maestro, che comprende anche l’originale sezione espositiva dedicata ai suoi studi sul corpo umano.
Da non perdere, infine, è una visita alla Biblioteca leonardiana, centro di documentazione internazionale specializzato nel lavoro dell'artista, che conserva più di 13mila opere, tra cui le riproduzioni in facsimile di manoscritti, disegni e opere stampate.
Rimanendo in Toscana non si può non andare a Firenze, città che vide Leonardo formarsi alla bottega di Andrea del Verrocchio.
Agli Uffizi, tappa imprescindibile è la Sala 35, dove si trovano tre opere giovanili dell'artista: il «Battesimo di Cristo» (1470-1475 circa), dipinto insieme al suo maestro; l’«Annunciazione» (1472), con le ali dell’angelo che ricordano quelle di un rapace, e l'«Adorazione dei Magi» (1481), opera destinata alla chiesa di San Donato a Scopeto, ma rimasta incompiuta per il trasferimento di Leonardo a Milano, alla corte di Ludovico il Moro.
Chi vuole ripercorrere la vita, le opere e i segreti del maestro, non può, poi, perdersi, sempre a Firenze, il Museo Leonardo da Vinci, con un percorso che si snoda attraverso macchine costruite seguendo i disegni dell’artista, riproduzioni di dipinti celebri, video mapping di studi anatomici su un modello di corpo umano.
Per i più curiosi è da mettere in conto anche una visita a Palazzo Vecchio, dove sembrerebbe che dietro le pareti del Salone dei Cinquecento siano nascosti i disegni originali della Battaglia di Anghiari e dove, dal prossimo 25 marzo, arriverà una selezione delle tavole del Codice Atlantico. I disegni, organizzati in più sezioni, racconteranno vari soggetti: le relazioni di parenti e amici con fatti fiorentini; il Palazzo della Signoria, i Medici, Santa Maria Nuova, l’Arno e la cartografia idraulica nel territorio fiorentino, gli studi sul volo e sulla geometria. «Oltre al corpus grafico -raccontano gli organizzatori- sarà presente in mostra il «Busto del Redentore», opera attribuita a Gian Giacomo Caprotti detto Salaino, già allievo di Leonardo e soggetto di molti dei suoi dipinti».
Un'altra tappa obbligata per gli amanti di Leonardo è Milano. Qui l'artista giunse nel 1482, stabilendosi alla corte di Ludovico il Moro, e vi rimase per circa vent’anni, lasciando tracce indelebili come l’«Ultima Cena», nel Refettorio di Santa Maria delle Grazie. La Veneranda Biblioteca Ambrosiana dal 1637 custodisce, invece, il Codice Atlantico, la più vasta raccolta al mondo di disegni e scritti autografi di Leonardo da Vinci, che trattano i temi più disparati, dall’anatomia all’architettura.
Una delle più belle testimonianze della presenza dell’artista alla corte sforzesca si trova, però, all’interno del Castello: la Sala delle Asse, che verrà riaperta al pubblico il 2 maggio, è stata, infatti, decorata dal maestro nel 1498 con un finto pergolato, dove i rami intrecciati formano l’emblema vinciano del nodo che forma un cerchio che inscrive una doppia croce.
A Milano, inoltre, è possibile visitare il Museo nazionale della scienza e tecnologia «Leonardo da Vinci», la più importante collezione al mondo di modelli leonardeschi, realizzati tra il 1952 e il 1956 da un gruppo di studiosi, interpretando i disegni dell’artista. Per scoprire un’altra passione del maestro toscano bisogna, infine, recarsi alla Vigna, spazio naturale che gli avrebbe donato Ludovico il Moro, situato sul retro della Casa degli Atellani.
Venezia vale, invece, una gita per avvicinarsi il più possibile al disegno originale a penna e inchiostro su carta de «L'Uomo Vitruviano», opera che siamo soliti “incontrare” quotidianamente sulle monete da un euro, il cui originale è conservato nel Gabinetto dei disegni e delle stampe delle Gallerie dell'Accademia. Purtroppo, come per la maggior parte delle opere in carta, per motivi conservativi il lavoro è raramente esposto al pubblico e, quindi, non è inserito nel percorso abituale di visita del museo. Con questa famosa rappresentazione delle proporzioni ideali del corpo umano, riconducibile al periodo pavese (1490), Leonardo intendeva dimostrare come esso possa essere armoniosamente inscritto nelle due figure "perfette" del cerchio, che rappresenta l'universo, la perfezione divina, e del quadrato, che simboleggia la Terra.
Proseguendo la ricerca delle opere di Leonardo in Italia, bisogna recarsi alla Galleria nazionale di Parma, dove è esposta «La testa di fanciulla» (detta «La Scapigliata»), un dipinto a terra ombra, ambra inverdita e biacca su tavola. Il lavoro, forse incompiuto, è avvolto nel mistero per quanto riguarda la datazione (probabilmente 1508), la provenienza e la sua destinazione. Si è anche ipotizzato che l'opera possa essere uno studio per la Leda col cigno andata perduta.
Il nostro viaggio sulle orme di Leonardo termina a Roma, dove l’artista arrivò nel 1514 per dedicarsi a studi scientifici, meccanici, di ottica e di geometria. Non può, quindi, mancare in questo percorso leonardesco una tappa al Museo Leonardo da Vinci, nei pressi della Basilica di Santa Maria del Popolo: qui è possibile scoprire le macchine interattive a grandezza naturale realizzate da artigiani italiani seguendo i codici manoscritti di Leonardo, oltre che studi delle sue opere rinascimentali più famose, bozzetti di anatomia umana e video multimediali dell’«Ultima Cena», dell’«Uomo Vitruviano» e del progetto di scultura equestre per gli Sforza.
Da non perdere, inoltre, nella capitale la mostra permanente «Leonardo Da Vinci Experience», in via della Conciliazione: per la prima volta in Italia presenta una riproduzione a grandezza naturale de l’«Ultima Cena». Sempre Roma, ma più precisamente nella Città del Vaticano, merita una visita la Pinacoteca, che accoglie il San Girolamo penitente, un’opera che rivela grande attenzione all’anatomia: è rimasta incompiuta ed è datata agli ultimi anni del primo soggiorno fiorentino di Leonardo (1480).

Per saperne di più
virail.it

lunedì 24 settembre 2018

Da Dalì a Banksy, la grande arte torna sul grande schermo

La grande arte ritorna protagonista al cinema, forte dei risultati della passata stagione che ha visto la presenza di oltre 650mila spettatori in più di trecentocinquanta sale italiane.
Dal 24 settembre prende il via un nuovo ciclo di eventi, capace di offrire al pubblico un’esperienza visiva innovativa e di far vivere sul grande schermo tutta la ricchezza delle mostre, degli artisti e dei musei più importanti del mondo.
Ad aprire la rassegna «Grande arte al cinema» sarà l’omaggio a uno degli artisti più fantasiosi, irruenti e imprevedibili del Novecento, di cui nel 2019 ricorre l’anniversario dei trent’anni dalla morte: Salvador Dalí (1904-1989).
Il film sull’artista surrealista, in cartellone dal 24 al 26 settembre, permetterà agli spettatori di conoscere da vicino il pittore e l'uomo, così come agli spazi da lui ideati e che hanno contribuito a plasmarne il mito.
«Salvador Dalí. La ricerca dell’immortalità», questo il titolo del progetto cinematografico, proporrà, nello specifico, un viaggio esaustivo attraverso la vita e l'opera dell’artista catalano e anche di Gala, sua musa e collaboratrice.
Il regista David Pujol ci guiderà, assieme a Montse Aguer Teixidor, direttrice del Museo Dalí, e Jordi Artigas, coordinatore delle Case Museo Dalí, in un percorso che ha inizio nel 1929, anno cruciale per il pittore sia dal punto di vista professionale che personale, fino alla sua morte, avvenuta nel 1989.
È nel 1929, infatti, che l’artista catalano si unisce al gruppo surrealista, suscitando le ire del padre che non accetta un cambiamento così radicale e tenta di allontanarlo da Cadaqués, luogo dove l’artista trascorre le estati soleggiate con la famiglia prima della rottura. Nello stesso anno il pittore incontra Gala, l’amore intenso di una vita, una donna che comprende il suo talento e le sue ossessioni, una musa che lo ispira e con cui sperimenta piaceri e divertimenti, ma che allo stesso tempo sa riportarlo alla realtà e gli restituisce l’equilibrio necessario.
Percorrendo vicende non scontate, il progetto filmico attraversa intere geografie vitali. Si può visitare virtualmente l’adorata casa a Portlligat, l’officina casalinga che, dalle finestre che si ingrandiscono con i progressivi ampliamenti dell’edificio, accoglie tutti i colori della Catalogna e i paesaggi tipici delle opere Dalí. In origine una cella di soli ventidue metri quadri, proprietà di Lidia, una figura paesana che con la sua «follia plastica» e «cerebro paranoica» influenzò spiritualmente l’artista: un piccolo nido appena sufficiente per due che negli anni si trasforma in un’enorme casa studio circondata da uliveti, frequentata da artisti, personaggi pubblici e giornalisti.
In questo viaggio tra luoghi, emozioni e arte, non può mancare Figueres, la città natale dove l’artista crea il museo-teatro Dalí, il suo testamento artistico. Proprio qui, nella Torre Galatea, l’artista decide di trascorrere gli ultimi anni della sua vita in una dimensione più intima con studi volti a comprendere il caos e a carpire l’agognato segreto dell’immortalità.

Anche Púbol è un luogo caro a Dalí. In questo castello, donato all’amata Gala e simbolo di un amor cortese pensato per restituire una desiderata dimensione intima che a Portlligat si era persa, l’artista torna a un corteggiamento quasi antico: qui egli può accedere solo su invito scritto della stessa Gala.
Ma sono anche la Parigi surrealista di «Un Chien Andalou», prodotto e interpretato da Dalí e da Luis Buñuel, e la New York moderna e simbolo di speranza e risurrezione, ad essere protagoniste di «Salvador Dalí. La ricerca dell’immortalità», un film evento capace di farci penetrare nell’animo creativo, geniale, tormentato, di colui che secondo il regista Alfred Hitchcock era «il miglior uomo in grado di rappresentare i sogni» e replicare il mondo del subconscio.
Il film si configura così come un tour tra le creazioni dell’artista. La contemplazione della sua vita intrecciata a quella di Gala, immagini e documenti, alcuni dei quali completamente inediti, avvicinano lo spettatore a un genio unico nella storia dell’arte, un pittore che ha fatto di se stesso una straordinaria ed eccentrica opera, capace di assicurargli un posto tra i grandi maestri e nel mito e di regalargli quell’immortalità che ha cercato per tutta la vita.

La rassegna «Grande arte al cinema» proseguirà con il film «Klimt & Schiele. Eros e Psiche», che dal 22 al 24 ottobre porterà il pubblico nel 1918, a Vienna. Il progetto cinematografico si apre nella notte del 31 ottobre quando, nel letto della sua casa, muore Egon Schiele, una delle 20milioni di vittime dell’influenza spagnola. L’artista si spegne guardando in faccia il male invisibile, come solo lui sa fare: dipingendolo. Ha 28 anni e solo pochi mesi prima il salone principale del palazzo della Secessione si è aperto alle sue opere, diciannove oli e ventinove disegni, con la celebrazione di una pittura che rappresenta le inquietudini e i desideri dell’uomo. Qualche mese prima è morto anche il suo maestro e amico Gustav Klimt, che dall’inizio del secolo aveva rivoluzionato il sentimento dell’arte, fondando un nuovo gruppo: la Secessione.
Oggi i capolavori di questi due artisti attirano visitatori da tutto il mondo, a Vienna come alla Neue Galerie di New York, ma sono anche diventati immagini pop che accompagnano la nostra vita quotidiana su poster, cartoline e calendari.

Ora, cent’anni dopo, le opere di questi artisti visionari –tra Jugendstil e Espressionismo– tornano protagoniste assolute nella capitale austriaca, insieme a quelle del designer e pittore Koloman Moser e dell’architetto Otto Wagner, morti in quello stesso 1918, sempre a Vienna.
Prendendo spunto da alcune delle tante mostre che stanno per aprirsi in occasione del centenario, il film evento ci guida tra le sale dell’Albertina, del Belvedere, del Kunsthistorisches, del Leopold, del Freud e del Wien Museum, ripercorrendo questa straordinaria stagione: un momento magico per arte, letteratura e musica, in cui circolano nuove idee, si scoprono con Freud i moti della psiche e le donne cominciano a rivendicare la loro indipendenza. Un’età che svela gli abissi dell’Io in cui ci specchiamo ancora oggi.

Mentre il 26, 27, 28 novembre il pubblico si sposterà nella Francia di Giverny con «Le ninfee di Monet. Un incantesimo di acqua e luce», che narra la storia della nascita di una delle più grandi opere d’arte del ‘900, anzi di trecento capolavori che hanno rivoluzionato l’arte successiva. Il racconto di una passione viscerale che diventerà una vera ossessione e dell’uomo che da questa ossessione si è lasciato divorare: Claude Monet.
La dimora di Giverny è la villa più costosa della zona ma le manca ancora qualcosa. Appena vi si trasferisce, infatti, Monet decide immediatamente di mettersi al lavoro: desidera creare un giardino «per il piacere degli occhi», ma si accorge presto che questa meravigliosa tavolozza naturale può offrirgli innumerevoli soggetti per la sua pittura. È così che, attirandosi le ire dei suoi confinanti, sradica tutti gli alberi da frutto, distrugge l’orto e inizia a creare il suo atelier en-plein-air. Nel sud della Francia sorge ancora lo storico vivaio Latour-Marliac, presso il quale Monet acquista quei fiori esotici, dei quali si è innamorato all’esposizione universale di Parigi del 1889. Si tratta di sei bulbi di ninfee: quattro gialle e due bianche. Pur tra le mille difficoltà, nel 1895, l’artista piazza il cavalletto sulla riva del lago. Per la prima volta dai suoi pennelli prende vita un fiore di ninfea. È da queste prime pennellate che nasce il film evento che racconta l’amore e l’ossessione di Monet per le sue ninfee attraversando il giardino e la casa dell’artista a Giverny, ma anche il Musée D’Orsay, l’Orangerie e il Marmottan di Parigi, la grande mostra del Vittoriano di Roma.

A chiudere il 2018 della rassegna «Grande arte al cinema» sarà, l’11 e 12 dicembre, «L’uomo che rubò Banksy», diretto da Marco Proserpio e narrato da Iggy Pop, che ha riscosso successo all’ultima edizione del Tribeca Film Festival.
Il film-evento sull’artista e writer inglese, considerato uno dei maggiori esponenti della Street Art, racconta di arte, culture in conflitto, identità e mercato nero. L’inizio mostra la percezione dei palestinesi sul più importante artista di strada dei nostri tempi, ma si trasforma presto nella scoperta di un vasto mercato nero di muri e dipinti rubati nelle strade di tutto il mondo, ma anche in un dibattito sulla commercializzazione o conservazione della Street Art.Il docu-film porterà così lo spettatore a capire cosa abbia portato le opere d’arte di Banksy da Betlemme a una casa d’aste occidentale, insieme al muro su cui sono state dipinte.

Informazioni utili 
«La grande arte al cinema» - Nuova stagione 2018. Salvador Dalí. La ricerca dell’immortalità - 24, 25, 26 settembre | Klimt & Schiele. Eros e Psiche - 22, 23, 24 ottobre | Le ninfee di Monet. Un incantesimo di acqua e luce - 26, 27, 28 novembre | L’uomo che rubò Banksy - 11 e 12 dicembre. Progetto Scuole: tutti i titoli possono essere richiesti anche per speciali matinée al cinema dedicate alle scuole; per prenotazioni: Maria Chiara Buongiorno, progetto.scuole@nexodigital.it, tel. 02.8051633. Sito internet: www.nexodigital.it.