Ci sono il «Canzoniere» di Umberto Saba, il romanzo «Una vita» di Italo Svevo e «Il mio Carso» di Scipio Slataper tra le trenta opere letterarie scelte dall’Amministrazione comunale di Rimini per il progetto «Biblioteca di pietra», promosso in occasione del decimo anniversario del Giorno del ricordo, momento di riflessione istituito per legge il 30 marzo 2004 in memoria delle foibe, dell’esodo giuliano–dalmata, delle vicende del confine orientale.
Il nuovo lavoro scultoreo, collocato all’ingresso del porto (all'altezza del Rockisland), è opera di Vittorio D’Augusta (Fiume, 1937), artista riminese di origini istriane che ha fatto parte del gruppo «Nuovi Nuovi», teorizzato da Renato Barilli, e che, in passato, è stato anche direttore dell’Accademia di belle arti di Ravenna.
L’opera –racconta il sindaco Andrea Gnassi- è «frutto di un confronto tra persone con sensibilità e storie diverse: l'Unione degli istriani, l'Associazione amici e discendenti degli esuli giuliani-istriani-fiumani e dalmati, l'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, nonché l'Istituto storico della Resistenza, l'Anpi e il coordinamento delle associazioni combattentistiche e d'arma».
Non si tratta di un monumento, ma di un «segno commemorativo» proteso nel mare verso la costa istriana e dalmata, «nel cuore dell’Adriatico –afferma ancora il sindaco Gnassi- che lambisce quelle terre dove il Novecento ha picchiato con violenza ideologica e guerre».
Su targhe in ottone posizionate sopra i grandi massi del nuovo molo in pietra d’Istria della città di Rimini sono riprodotte le copertine o meglio i titoli e i nomi degli autori di trenta opere nelle quali è narrata quell'area geografica che ha visto la tragedia delle foibe o nelle quali viene interpretato l’umanità e il dolore dei tanti che si sentirono improvvisamente «stranieri indesiderati» nella propria terra, che vissero il dolore profondo per lo sradicamento dalle proprie case. Ci sono in mostra anche volumi che, fin dal primo Novecento, hanno anticipato, con la parola, ansie e complessità di quei luoghi di frontiera che, tra il 1943 e il 1947, videro abbattersi la furia dei partigiani jugoslavi di Tito.
I nomi e le opere di Giovanni Arpino, Enzo Bettiza e Carlo Sgorlon, ma anche, per citarne altri, di Claudio Magris, Pietro Luxardo e Fulvio Tomizza «compaiono - racconta l'ufficio stampa del Comune di Rimini- sui grandi blocchi di pietra che fiancheggiano il camminamento centrale della nuova diga che si innesta sul molo di levante dedicato a capitan Giulietti, in un luogo, come il porto, che è nel cuore e nell’immaginario dei riminesi, centro di affezione e di identità collettiva».
«Il ricorso alla letteratura per una simile ‘commemorazione’ -racconta Vittorio D’Augusta- toglie retorica e aggiunge sensibilità, ‘ampiezza di respiro’, un salutare vento di mare contro i residui di opposte ideologie che porta a guardare quei luoghi come patrimonio culturale comune, per un futuro europeo di concordia, pur non dimenticando, anzi ricercando, le scabrose verità del passato».
Su un semplice leggio musicale che si protende verso il mare, unico oggetto tridimensionale del percorso, la dedica a quegli uomini, a quelle donne e a quei bambini la cui unica colpa fu di «essere italiani due volte», come scrisse Indro Montanelli, «la prima per nascita, la seconda per scelta»: «questa scogliera come biblioteca di pietra, questi massi di pietra come libri, il Comune di Rimini dedica agli esuli istriani, fiumani, dalmati e alle vittime dei conflitti di confine e delle foibe ultima tragedia dell’alto adriatico, area plurale di lingue, tradizioni, genti diverse, sconvolta in passato da nazionalismi e scontri ideologici tornata oggi cuore d’Europa e mosaico di culture».
Informazioni utili
Elenco dei narratori e delle relative opere: Giovanni Arpino - «Il fratello italiano»; Silvio Benco - «La corsa del tempo»; Enzo Bettiza - «Esilio»; Viktor Car Emin - «Cavaliere del mare»; Diego De Castro - «Memorie di un novantenne. Trieste e l’Istria»; Elsa Fonda - «La cresta sulla zampa»; Virgilio Giotti - «Colori»; Pier Antonio Quarantotti Gambini - «L’onda dell’incrociatore»; Ivan Goran Kovačić - «Jama»; Marko Kravos - «Quando la terra cresceva ancora»; Drago Jančar - «Aurora boreale»; Pietro Luxardo - «Dietro gli scogli di Zara»; Marisa Madieri - «Verde acqua»; Claudio Magris -«Un altro mare»; Laura Marchig – «Dall’oro allo zolfo»; Biagio Marin - «Elegie istriane»; Predag Matvejević - «Breviario Mediterraneo»; Carlo Michelstaedter - «Poesie»; Anna Maria Mori e Nerida Milani - «Bora»; Milan Rakovac - «Riva i druzi»; Alojz Rebula - «Notturno sull’Isonzo»; Paolo Rumiz - «Viaggio istriano»; Umberto Saba – «Canzoniere»; Giacomo Scotti - «Goli Otok»; Carlo Sgorlon - «La foiba grande»; Scipio Slataper - «Il mio Carso»; Giani Stuparich - «L’isola»; Italo Svevo - «Una vita»; Fulvio Tomizza - «Materada»; Diego Zandel - «Una storia istriana».
Infoline: Assessorato al turismo – Comune di Rimini, Piazzale Fellini, 3 – Rimini, tel 0541.704587 o Ufficio informazioni turistiche (IAT) tel 0541.53399.
ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com
lunedì 10 febbraio 2014
domenica 22 dicembre 2013
Roma, villa Torlonia ritrova il suo teatro
Ha conosciuto solo una volta, nella sua lunga vita, l’emozione del «Chi è di scena?» e gli applausi scroscianti del pubblico. Era il 6 maggio 1905 e, stando alle cronache e ai documenti del tempo, a conquistare la ribalta del palcoscenico furono il conte Antonio Pietromarchi e il marchese Sommi Picenardi con l’operetta «Il profilo di Agrippina», un vero e proprio evento mondano per l’aristocrazia romana del tempo, costato al principe Giovanni Torlonia Junior ben 17mila lire tra orchestra, ballerini, costumi, scenografie e bengala. Poi, per più di un secolo, l’elegante teatro di villa Torlonia, progettato nel 1841 dall’architetto Quintiliano Raimondi (Nerola, 1794-Roma, 1848) e decorato tra il 1842 e il 1845 da Costantino Brumidi (Roma, 1805- Washington, 1880), il «Michelangelo d’America» alla cui mano si devono anche gli affreschi del Campidoglio di Washington, ha conosciuto l’oblio.
A pochi giorni dal Natale, dopo un complesso lavoro di restauro e di adeguamento funzionale durato più di cinque anni e costato intorno ai 9milioni di euro, Roma Capitale restituisce alla fruizione dei suoi cittadini questo meraviglioso gioiello architettonico, di sua proprietà dal 1978 (come il resto della villa), trasformandolo in un museo da ammirare attraverso visite guidate e in un teatro da vivere attivamente grazie a residenze creative, spettacoli teatrali, laboratori per la formazione di giovani attori e incontri, promossi da Zetema Cultura, sotto la direzione di Emanuela Giordano, nell’ambito della rete romana Casa dei teatri e della drammaturgia contemporanea.
A segnare la storia costruttiva del teatro di casa Torlonia, uno tra i più interessanti esempi di architettura per la scena dell’Ottocento italiano, furono due matrimoni. I lavori iniziarono, infatti, nel 1840 per celebrare le nozze del principe Alessandro con Teresa Colonna e terminarono una trentina d’anni dopo, nel 1874, in occasione dello sposalizio della figlia, Annamaria, con Giulio Borghese.
Secondo il gusto eclettico del tempo, l’architetto Quintiliano Raimondi combinò nell’edificio, formato da tre spazi scenici (palcoscenico, platea e gallerie) e due appartamenti laterali per le pause degli spettacoli, diverse tipologie architettoniche. Il corpo centrale si distingue, infatti, per uno stile neoclassico e solenne che guarda alla grandiosità del Pantheon, mentre l’esedra del prospetto meridionale, composta da una serra in vetro e ghisa, si ispira a modelli prettamente nordici. Altre sale presentano, invece, chiari riferimento allo stile gotico e quello moresco o citano la pittura vascolare greca e quella pompeiana. Interessante si rivela, poi, la scelta di dotare il palcoscenico di un fondale apribile sul parco della villa, una scenografia, questa, da sogno per qualsiasi spettacolo.
Tutti gli ambienti sono completamente decorati con pitture a tempera e a olio, con fregi e statue in stucco e marmo e con mosaici pavimentali. Autore di gran parte delle opere pittoriche fu Costantino Brumidi, il cui lavoro spazia da motivi ornamentali a scene figurative articolate e complesse. Il pittore, ancora poco conosciuto nel nostro Paese, usò sfumature e cromie ricche e originali; delineò forme e figure delicate e sapienti che dimostrano una forte influenza della cultura classica, frutto dell’osservazione diretta delle opere di Raffaello e Michelangelo. Le opere scultoree portano, invece, la firma di vari artisti della scuola di Bertel Thorwaldsen, tra i quali Vincenzo Gaiassi e Pietro Galli.
Grazie ai lavori di restauro e di adeguamento funzionale, progettati dall’architetto Piercarlo Crachi, questa gloriosa tradizione antica convive ora con il moderno.
Il recupero filologico degli ambienti originari e degli apparati decorativi si è, infatti, sposato con un radicale aggiornamento degli apparati impiantistici e tecnologici. Tutti i lavori sono stati realizzati nel totale rispetto degli preesistenze, dal mantenimento di materiali e componenti per non alterare l’acustica alla ricerca del minimo impatto del progetto illuminotecnico, dal controllo di temperatura e umidità degli ambienti al parziale recupero del sistema di riscaldamento originario delle serre, sino alla ricostruzione degli apparati decorativi. Ora il piccolo «teatro delle meraviglie» di villa Torlonia,
poco meno di duecentocinquanta posti a sedere, aspetta il suo pubblico per ritornare a vivere. Le vacanze di Natale sono un'ottima occasione per una visita.
Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Esterno del teatro; [fig. 2] Decorazione parietale interna al palcoscenico; [fig. 3] La sala del teatro; [fig. 4] Il fondale del palcoscenico; [fig. 5] Sala del foyer detta «Della guerra di Troia» [Immagini fornite da Zetema]
Informazioni utili
Teatro di Villa Torlonia, via Spallanzani, 5 – Roma. Visite guidate: sabato, domenica e giorni festivi, alle ore 11.30 e alle ore 16.30; giorni feriali (ad esclusione del lunedì), dalle ore 11.30; prenotazione obbligatoria al numero 060608; costo € 5,00. Informazioni: tel.060608. Sito web: www.casadeiteatri.roma.it.
A segnare la storia costruttiva del teatro di casa Torlonia, uno tra i più interessanti esempi di architettura per la scena dell’Ottocento italiano, furono due matrimoni. I lavori iniziarono, infatti, nel 1840 per celebrare le nozze del principe Alessandro con Teresa Colonna e terminarono una trentina d’anni dopo, nel 1874, in occasione dello sposalizio della figlia, Annamaria, con Giulio Borghese.
Secondo il gusto eclettico del tempo, l’architetto Quintiliano Raimondi combinò nell’edificio, formato da tre spazi scenici (palcoscenico, platea e gallerie) e due appartamenti laterali per le pause degli spettacoli, diverse tipologie architettoniche. Il corpo centrale si distingue, infatti, per uno stile neoclassico e solenne che guarda alla grandiosità del Pantheon, mentre l’esedra del prospetto meridionale, composta da una serra in vetro e ghisa, si ispira a modelli prettamente nordici. Altre sale presentano, invece, chiari riferimento allo stile gotico e quello moresco o citano la pittura vascolare greca e quella pompeiana. Interessante si rivela, poi, la scelta di dotare il palcoscenico di un fondale apribile sul parco della villa, una scenografia, questa, da sogno per qualsiasi spettacolo.
Tutti gli ambienti sono completamente decorati con pitture a tempera e a olio, con fregi e statue in stucco e marmo e con mosaici pavimentali. Autore di gran parte delle opere pittoriche fu Costantino Brumidi, il cui lavoro spazia da motivi ornamentali a scene figurative articolate e complesse. Il pittore, ancora poco conosciuto nel nostro Paese, usò sfumature e cromie ricche e originali; delineò forme e figure delicate e sapienti che dimostrano una forte influenza della cultura classica, frutto dell’osservazione diretta delle opere di Raffaello e Michelangelo. Le opere scultoree portano, invece, la firma di vari artisti della scuola di Bertel Thorwaldsen, tra i quali Vincenzo Gaiassi e Pietro Galli.
Il recupero filologico degli ambienti originari e degli apparati decorativi si è, infatti, sposato con un radicale aggiornamento degli apparati impiantistici e tecnologici. Tutti i lavori sono stati realizzati nel totale rispetto degli preesistenze, dal mantenimento di materiali e componenti per non alterare l’acustica alla ricerca del minimo impatto del progetto illuminotecnico, dal controllo di temperatura e umidità degli ambienti al parziale recupero del sistema di riscaldamento originario delle serre, sino alla ricostruzione degli apparati decorativi. Ora il piccolo «teatro delle meraviglie» di villa Torlonia,
poco meno di duecentocinquanta posti a sedere, aspetta il suo pubblico per ritornare a vivere. Le vacanze di Natale sono un'ottima occasione per una visita.
Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Esterno del teatro; [fig. 2] Decorazione parietale interna al palcoscenico; [fig. 3] La sala del teatro; [fig. 4] Il fondale del palcoscenico; [fig. 5] Sala del foyer detta «Della guerra di Troia» [Immagini fornite da Zetema]
Informazioni utili
Teatro di Villa Torlonia, via Spallanzani, 5 – Roma. Visite guidate: sabato, domenica e giorni festivi, alle ore 11.30 e alle ore 16.30; giorni feriali (ad esclusione del lunedì), dalle ore 11.30; prenotazione obbligatoria al numero 060608; costo € 5,00. Informazioni: tel.060608. Sito web: www.casadeiteatri.roma.it.
sabato 21 dicembre 2013
Da San Pietroburgo a Torino: Raffaello in mostra a Palazzo Madama
C’è un soggetto che Raffaello Sanzio, nella sua breve e folgorante carriera, ha indagato più e più volte. Si tratta della Madonna con il Bambino, raffigurazione della quale esistono diverse variazioni sul tema, destinate a diventare modelli di riferimento per la devozione cristiana. Questa immagine è al centro anche della tela che il Museo statale Ermitage di San Pietroburgo ha prestato alla città di Torino in occasione del Natale: una «Sacra famiglia», dipinta probabilmente intorno al 1506, dopo l’arrivo del pittore a Firenze, e identificata con uno dei «quadri di Nostra Donna» che Giorgio Vasari segnala tra quelli realizzati per Guidobaldo da Montefeltro, il duca di Urbino.
L’opera, in mostra da sabato 21 dicembre a domenica 23 febbraio, giunge a Palazzo Madama, nella Torre Tesori al piano terra, grazie a uno scambio culturale: nello stesso periodo, un’altra grande tela del Rinascimento italiano -il «Ritratto d’uomo» di Antonello da Messina, di proprietà della Città di Torino- sarà, infatti, in Russia, per essere esposto nella Sala di Apollo all’Ermitage.
Rispetto all’ampio sfondo di paesaggio che domina negli esempi più noti e celebrati, Raffaello privilegia in questa tela un’imponente quinta architettonica: «la Vergine, idealizzata e con lo sguardo perso in meditazione, indossa -si legge nella presentazione- abiti classicheggianti. Un velo cangiante e un nastro rosso trattengono la sofisticata acconciatura con trecce. Giuseppe le fa da contraltare e incrocia lo sguardo con il Bambino: la sua espressione malinconica allude forse al futuro che attende Gesù. Questi, in grembo alla madre e nudo a simboleggiare che Cristo è vero uomo, sembra cercare protezione» dal cupo presagio sul suo futuro, aggrappandosi al seno della donna.
L’opera, le cui prime notizie risalgono al XVIII secolo, risente dell’influenza di Leonardo da Vinci nell’uso del colore e di quella Michelangelo nel dinamismo compositivo, ma l’artista seppe rielaborare i vari elementi appresi a Firenze inserendoli in un’opera inedita, la cui novità è riscontabile immediatamente nella scelta di dipingere Giuseppe privo della barba, quasi fosse un contemporaneo.
Dopo essere stata nelle collezioni del duca d'Angoulême e di Pierre Crozat, la «Sacra famiglia» di Raffaello arrivò in Russia nel 1772, per acquisto dell’imperatrice Caterina II e nel 1827 fu oggetto di restauro con il trasferimento della pittura dalla tavola alla tela.
Grazie a questo prestito temporaneo, Torino potrà così vedere uno dei capolavori del maestro urbinate, il cui perfetto equilibrio di forme, proporzioni, prospettiva e colori ha sempre sollecitato artisti e letterati, come ben testimonia un passo dello scrittore francese Honoré de Balzac: «ogni figura è un mondo, un ritratto il cui modello apparve in una visione sublime, intriso di luce, designato da una voce interiore, tracciato da un dito celeste».
Contemporaneamente, a Palazzo Madama sarà possibile ammirare una grande tavola inedita di Defendente Ferrari, uno dei più sottili e intriganti protagonisti della pittura rinascimentale in Piemonte: «L’Incoronazione della Vergine». L’opera, recentemente sottoposta a restauro, è databile al 1530, ossia all’ultima fase di attività dell’artista, e raffigura la Trinità, con Dio Padre, la colomba dello Spirito Santo, e Gesù che pone la corona sul capo della Vergine. Si tratta un’iconografia piuttosto rara, ma ciò che più colpisce è l'intensa gamma cromatica usata dal pittore: i verdi della veste e del manto del Cristo, il blu dedicato alla Madonna, il rosso brillante dell’Eterno dialogano con le ricche decorazioni in oro dello sfondo, dalle tonalità chiare.
Non si hanno purtroppo notizie sulla originaria destinazione di quest'opera di grandi dimensioni, che risulta proprietà di una prestigiosa e antica famiglia piemontese già nei primi decenni dell’Ottocento. È probabile che la tavola fosse l’elemento centrale di una grande macchina d’altare, smembrata con le soppressioni degli ordini religiosi di epoca napoleonica, e solo successivamente isolata come un dipinto adatto a un ambiente privato.
Grazie al restauro, «L’Incoronazione della Vergine» viene ora temporaneamente depositata presso il museo torinese per essere esposta al pubblico in dialogo con i diciassette dipinti di Defendente Ferrari già presenti nel percorso della Sala Acaia, tra cui la prima opera sicuramente datata del pittore: la «Natività notturna» del 1510.
Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Raffaello Sanzio, «Sacra Famiglia», 1506-1507 circa. Olio e tempera su tela, 72,5 x 56,5 cm. San Pietroburgo, Museo Statale Ermitage; [figg. 2 e 3] Defendente Ferrari, «L’Incoronazione della Vergine», 1530 circa. Collezione privata.
Informazioni utili
«Sacra famiglia» di Raffaello. Palazzo Madama - Museo Civico d’Arte Antica, piazza Castello - Torino. Orari: martedì-sabato, ore 10.00-18.00; domenica, ore 10.00-19.00; chiuso lunedì (la biglietteria chiude un’ora prima). Ingresso: intero € 10,00; ridotto € 8,00; gratuito ragazzi minori di 18 anni. Informazioni: tel.011.4433501. Sito web: www.palazzomadamatorino.it. Da sabato 21 dicembre 2013 a domenica 23 febbraio 2014.
L’opera, in mostra da sabato 21 dicembre a domenica 23 febbraio, giunge a Palazzo Madama, nella Torre Tesori al piano terra, grazie a uno scambio culturale: nello stesso periodo, un’altra grande tela del Rinascimento italiano -il «Ritratto d’uomo» di Antonello da Messina, di proprietà della Città di Torino- sarà, infatti, in Russia, per essere esposto nella Sala di Apollo all’Ermitage.
Rispetto all’ampio sfondo di paesaggio che domina negli esempi più noti e celebrati, Raffaello privilegia in questa tela un’imponente quinta architettonica: «la Vergine, idealizzata e con lo sguardo perso in meditazione, indossa -si legge nella presentazione- abiti classicheggianti. Un velo cangiante e un nastro rosso trattengono la sofisticata acconciatura con trecce. Giuseppe le fa da contraltare e incrocia lo sguardo con il Bambino: la sua espressione malinconica allude forse al futuro che attende Gesù. Questi, in grembo alla madre e nudo a simboleggiare che Cristo è vero uomo, sembra cercare protezione» dal cupo presagio sul suo futuro, aggrappandosi al seno della donna.
L’opera, le cui prime notizie risalgono al XVIII secolo, risente dell’influenza di Leonardo da Vinci nell’uso del colore e di quella Michelangelo nel dinamismo compositivo, ma l’artista seppe rielaborare i vari elementi appresi a Firenze inserendoli in un’opera inedita, la cui novità è riscontabile immediatamente nella scelta di dipingere Giuseppe privo della barba, quasi fosse un contemporaneo.
Dopo essere stata nelle collezioni del duca d'Angoulême e di Pierre Crozat, la «Sacra famiglia» di Raffaello arrivò in Russia nel 1772, per acquisto dell’imperatrice Caterina II e nel 1827 fu oggetto di restauro con il trasferimento della pittura dalla tavola alla tela.
Grazie a questo prestito temporaneo, Torino potrà così vedere uno dei capolavori del maestro urbinate, il cui perfetto equilibrio di forme, proporzioni, prospettiva e colori ha sempre sollecitato artisti e letterati, come ben testimonia un passo dello scrittore francese Honoré de Balzac: «ogni figura è un mondo, un ritratto il cui modello apparve in una visione sublime, intriso di luce, designato da una voce interiore, tracciato da un dito celeste».
Contemporaneamente, a Palazzo Madama sarà possibile ammirare una grande tavola inedita di Defendente Ferrari, uno dei più sottili e intriganti protagonisti della pittura rinascimentale in Piemonte: «L’Incoronazione della Vergine». L’opera, recentemente sottoposta a restauro, è databile al 1530, ossia all’ultima fase di attività dell’artista, e raffigura la Trinità, con Dio Padre, la colomba dello Spirito Santo, e Gesù che pone la corona sul capo della Vergine. Si tratta un’iconografia piuttosto rara, ma ciò che più colpisce è l'intensa gamma cromatica usata dal pittore: i verdi della veste e del manto del Cristo, il blu dedicato alla Madonna, il rosso brillante dell’Eterno dialogano con le ricche decorazioni in oro dello sfondo, dalle tonalità chiare.
Non si hanno purtroppo notizie sulla originaria destinazione di quest'opera di grandi dimensioni, che risulta proprietà di una prestigiosa e antica famiglia piemontese già nei primi decenni dell’Ottocento. È probabile che la tavola fosse l’elemento centrale di una grande macchina d’altare, smembrata con le soppressioni degli ordini religiosi di epoca napoleonica, e solo successivamente isolata come un dipinto adatto a un ambiente privato.
Grazie al restauro, «L’Incoronazione della Vergine» viene ora temporaneamente depositata presso il museo torinese per essere esposta al pubblico in dialogo con i diciassette dipinti di Defendente Ferrari già presenti nel percorso della Sala Acaia, tra cui la prima opera sicuramente datata del pittore: la «Natività notturna» del 1510.
Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Raffaello Sanzio, «Sacra Famiglia», 1506-1507 circa. Olio e tempera su tela, 72,5 x 56,5 cm. San Pietroburgo, Museo Statale Ermitage; [figg. 2 e 3] Defendente Ferrari, «L’Incoronazione della Vergine», 1530 circa. Collezione privata.
Informazioni utili
«Sacra famiglia» di Raffaello. Palazzo Madama - Museo Civico d’Arte Antica, piazza Castello - Torino. Orari: martedì-sabato, ore 10.00-18.00; domenica, ore 10.00-19.00; chiuso lunedì (la biglietteria chiude un’ora prima). Ingresso: intero € 10,00; ridotto € 8,00; gratuito ragazzi minori di 18 anni. Informazioni: tel.011.4433501. Sito web: www.palazzomadamatorino.it. Da sabato 21 dicembre 2013 a domenica 23 febbraio 2014.
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