ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com
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mercoledì 15 luglio 2026

Il Museo del disco d’epoca: a Sogliano al Rubicone un viaggio attraverso centocinquanta anni di memoria sonora

Il gracchiare di un vecchio cilindro di cera che gira lento e che restituisce le note di un’intramontabile aria d'opera, il ticchettio meccanico di un jukebox Wurlitzer che si prepara a suonare grazie a un semplice gettone, la puntina di un grammofono sospesa nell’aria in attesa di posarsi su un disco e di diffondere nell’aria la sua musica: il suono, per sua natura effimero e fuggevole, ha trovato nella registrazione meccanica la sua sfida più audace all'oblio, quella che ha consegnato voci, parole, canti e melodie del passato alla nostra fruizione.
Nel cuore della Romagna, in un piccolo borgo dell’Appennino nella provincia di Forlì-Cesena, c'è un luogo in cui l’evoluzione della nostra memoria acustica ha trovato casa. È il Museo del disco d'epoca di Sogliano al Rubicone, ubicato nelle sale di Palazzo Marcosanti-Ripa (oggi noto anche come Palazzo della Cultura), un edificio ottocentesco apprezzato per i suoi affreschi neoclassici con personaggi mitologici, stoffe damascate ed elementi naturali.
La genesi di questo straordinario patrimonio culturale - una vera e propria macchina del tempo sonora che consegna contemporaneamente al nostro udito l'ardore di un discorso politico di inizio Novecento e la delicatezza di una favola per bambini degli anni Venti - è legata indissolubilmente alla figura di Roberto Parenti, un collezionista metodico e lungimirante che ha impiegato quasi sessant’anni a radunare ciò che oggi costituisce una delle più complete raccolte discografiche d’Italia, con i suoi oltre 80mila pezzi (di cui 50mila conservati nell'ex sede adibita a magazzino e circa 30mila esposti stabilmente a rotazione), ognuno dei quali rappresenta un capitolo importante di un racconto iniziato nel 1877, con Thomas Alva Edison, e ancora in corso di scrittura.
L’idea di dare una forma museale a questo patrimonio era maturata già negli anni Ottanta del Novecento, ma è solo nel 1995 che la collezione viene aperta al pubblico, inizialmente allestita in un grande magazzino della famiglia Parenti, poi nelle sale di Palazzo San Girolamo, nella vicina Longiano, e infine, dal 2012, al piano nobile di Palazzo Marcosanti-Ripa, in quella che, anche grazie alla presenza della Biblioteca civica, è una vera e propria casa della cultura per il Comune di Sogliano al Rubicone.

Per comprendere appieno il significato del Museo del disco d’epoca è necessario ripercorrere, almeno per sommi capi, la straordinaria avventura tecnologica che ha reso possibile fissare il suono nel tempo.
La storiografia ufficiale della registrazione sonora fissa il suo punto di svolta nel dicembre del 1877, quando Thomas Alva Edison registra la celebre filastrocca infantile «Mary had a little lamb» all’interno del cono di un congegno di ottone avvolto nella carta stagnola con l’intento di poter riprodurre la copia in ogni momento e un numero arbitrario di volte. Nasce così il «fonografo», la macchina che «scrive il suono», il cui brevetto viene riconosciuto il 19 febbraio 1878. Non si tratta, in senso stretto, del primo tentativo: già nel 1860 il francese Édouard-Léon Scott de Martinville aveva inciso la voce umana su fogli di carta annerita, ma senza alcun meccanismo di riproduzione. Thomas Alva Edison compie, dunque, il passo decisivo: non solo registrare, ma anche riascoltare.
Una tappa verso la commercializzazione e la stabilità del supporto avviene poco dopo con l'introduzione dei cilindri in cera, i più antichi reperti conservati intatti nella collezione romagnola. Nel 1880 Chichester Bell e Charles Tainter, nei laboratori Bell, perfezionano, infatti, lo strumento edisoniano e nasce il cosiddetto «grafofono». È, però, nel 1887 che Emile Berliner, ingegnere tedesco già collaboratore di Alexander Graham Bell, ottiene il brevetto di una variante rivoluzionaria: il «grammofono», che sostituisce il cilindro con un disco piatto inciso lateralmente. Questo sistema si rivela superiore per riproducibilità e affidabilità: il disco può essere stampato in serie a partire da una matrice, aprendo la strada all’industria discografica di massa. Non è un dettaglio marginale che il Grammy Award, il premio musicale più ambito al mondo, prenda il nome proprio da questa invenzione.
Nella seconda metà dell’Ottocento, per iniziativa di Louis Glass e William Arnold, si diffonde anche il jukebox, una macchina a gettone («coin-up») concepita come un distributore a pagamento di musica, che trasforma l’ascolto da evento raro in esperienza quotidiana.
L’industria discografica, la nascita dei cataloghi musicali, la possibilità di preservare le esecuzioni dei grandi interpreti sono tutte conseguenze dirette di questa catena di invenzioni che il museo romagnolo ripercorre con esemplari originali e funzionanti.
Ciò che distingue la collezione di Roberto Parenti dalla maggior parte delle altre raccolte specializzate è la sua vocazione enciclopedica: anziché concentrarsi su un’epoca o su un genere specifico, il patrimonio conservato a Palazzo Marcosanti-Ripa ambisce a restituire l’intera traiettoria tecnologica e culturale della musica registrata, dai suoi esordi meccanici alle forme più recenti di riproduzione digitale, presentando anche migliaia di documenti cartacei quali libretti d’opera risalenti alla fine del Seicento, spartiti musicali stampati tra la metà dell’Ottocento e la metà del Novecento, manifesti di concerti e opere liriche, locandine, cataloghi discografici, cartoline musicali e foto autografe di grandi artisti.
L’importanza scientifica della collezione è stata riconosciuta anche in ambito accademico: per cinque anni l’Università di Bologna ha, infatti, condotto un progetto di valorizzazione, catalogazione, digitalizzazione e archiviazione di una parte significativa del patrimonio custodito dal museo, inserendolo a pieno titolo nel circuito internazionale della ricerca musicologica.
 
Il percorso espositivo, articolato in sette sale, si apre con una statua di Marilyn Monroe, affacciata sulla balconata interna dell'edificio, quasi ad anticipare il carattere eterogeneo e a tratti sorprendente dell’esperienza che attende il visitatore.
Nella prima stanza, che accosta documenti sonori a dispositivi di riproduzione d’epoca, si trovano un jukebox originale Wurlitzer modello 500 del 1938 - amplificato a valvole, capace di suonare 24 dischi a 78 giri, con la gettoniera originale americana ancora funzionante - e un’importante raccolta di «voci storiche», con rarissime incisioni fonografiche che contengono i discorsi ufficiali di monarchi e statisti del Novecento. Tra questi, si annoverano l’orazione di incoronazione di re Edoardo VII del 1902, l'ultimo colloquio di Umberto I ai bersaglieri in partenza per la Cina durante la guerra dei Boxer, e allocuzioni di Guglielmo II detto il Kaiser, Stalin, Adolf Hitler, Benito Mussolini e altri ancora.
A fare da contrappunto alla solennità di queste pagine di storia, un box musicale meccanico ospita due marionette musiciste che, all'inserimento di una moneta, eseguono ritmi di mambo e cha-cha-cha.
Proseguendo il percorso, la Sala rossa sposta l'attenzione sull'estetica dei dispositivi domestici. Qui sono esposti grammofoni d'élite che si distinguevano dai modelli popolari per l'assenza della tromba esterna e per l'impiego di mobili in legni pregiati finemente intagliati o decorati con motivi pittorici, pensati per integrarsi armoniosamente nei salotti dell'alta borghesia. Di grande interesse scientifico è la presenza di un «pathéfono», brevettato dall'azienda francese Pathé, un imponente riproduttore capace di leggere dischi fino a 50 centimetri di diametro, specificamente progettato per diffondere il suono in spazi pubblici ampi e rumorosi come le sale da ballo, sostituendo di fatto le orchestre dal vivo.
Nella Sala gialla, la storia della registrazione si unisce alla cultura di massa contemporanea. Attorno a un raro graphophone - il nome commerciale del dispositivo che per primo commercializzò la riproduzione da cilindro - sono disposti centinaia di memorabilia e oggetti di culto legati a figure fondamentali per la storia del rock e del pop moderno: Elvis Presley, i Beatles, i Led Zeppelin, i Kiss. Tra le rarità spicca l'edizione speciale dell'album «Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band», che includeva all'interno della confezione dei veri semi di piante, permettendo all'ascoltatore di ricreare materialmente il giardino raffigurato sulla celebre copertina. L'ambiente è, inoltre, arricchito da caricature in terracotta di grandi musicisti degli anni Settanta e da una vetrina scientifica interamente dedicata ai ricambi storici per le puntine dei grammofoni.
La quarta sala mette, invece, in mostra i celebri picture disc, supporti musicali speciali che incorporano un'immagine fotografica o artistica sull'intera superficie del disco, superando la tradizionale etichetta centrale di carta. Pur avendo avuto una diffusione commerciale limitata a causa dei costi elevati di produzione e di una resa sonora inizialmente inferiore, rappresentano oggi pezzi storici di immenso valore collezionistico.
In questa stanza trovano posto anche strumenti che documentano la storia della portabilità del suono: dal celeberrimo Mikiphone svizzero (il grammofono portatile più piccolo del mondo, racchiuso in una scatola tascabile) al primo Walkman prodotto dalla Sony, su richiesta del suo presidente e ispirato ai registratori dei giornalisti, fino ai MiniDisc di Michael Jackson, pionieri della riproduzione a memoria solida.
Mentre la quinta stanza celebra i giganti della discografia mondiale attraverso installazioni di grande impatto visivo: una statua a grandezza naturale di Elvis Presley, simulacri dei Led Zeppelin e una ricostruzione scenografica tridimensionale con sfondo illuminato della storica copertina di «Abbey Road» dei Beatles. Le pareti della stanza sono, inoltre, interamente rivestite da autentici dischi d'oro, d'argento e di platino, certificati ufficialmente dalla RIAA (Recording Industry Association of America), che attestano i picchi di vendite raggiunti dagli artisti nella storia del mercato fonografico.
Proseguendo, la sesta sala permette al visitatore di addentrarsi in una dimensione prettamente archivistica e legata alla musica colta. Qui si possono ammirare da vicino centinaia di libretti d'opera stampati tra la fine del Seicento e il Novecento, spartiti musicali rari, manifesti storici di stagioni liriche e foto autografe dei più grandi interpreti del passato. Spiccano, in questa sezione, un costume di scena originale utilizzato per le rappresentazioni della «Madama Butterfly» di Giacomo Puccini e due sculture dedicate a Maria Callas e Luciano Pavarotti, pilastri della lirica mondiale.
Il percorso espositivo si conclude con la sala dedicata all'infanzia, uno spazio dove l'interattività permette di comprendere l'applicazione pedagogica della registrazione nei primi decenni del XX secolo. Sono esposti e utilizzabili pezzi di eccezionale rarità: una bambola parlante degli anni Venti, mossa internamente da un meccanismo a micro-cilindri che le permette di cantare; i celebri «Bubble Books» della Harper-Columbia (1917-1929) - libri con dischi allegati per i bambini e copertine dai vivacissimi disegni a colori - e «Le avventure di Pinocchio su Dischi Durium» del 1933, la fiaba di Collodi narrata e cantata su 18 dischi a 78 giri in cartone rivestito di resina sintetica. Si tratta di una testimonianza preziosa di come la musica registrata abbia, sin dagli esordi, cercato di raggiungere anche il pubblico più giovane, trasformando l’ascolto in gioco e narrazione.
 
Il Museo del disco d’epoca non è, però, soltanto un luogo di conservazione passiva, è anche uno spazio attivo di ricerca e mediazione culturale. L’accesso è gratuito per tutti e il materiale è messo a disposizione del pubblico per studio, consultazione e semplice curiosità. La già citata collaborazione con l’Università di Bologna ha prodotto un lavoro sistematico di catalogazione e digitalizzazione, contribuendo a rendere scientificamente fruibile una porzione significativa della collezione e a inserirla in un circuito di ricerca più ampio, confermando l'importanza delle piccole realtà territoriali come custodi insostituibili della memoria storica collettiva. Il museo è, inoltre, riconosciuto dal portale Google Arts and Culture come sito di interesse mondiale, collocandosi tra i 2mila musei più significativi del pianeta.
La visita a Palazzo Marcosanti-Ripa restituisce, dunque, l’eco di un passato che continua a risuonare nel presente perché il suono - effimero per natura, disperso nell’aria nel momento stesso in cui nasce - ha trovato negli ultimi centocinquanta anni modi sempre più sottili e potenti di resistere al tempo. La voce di un re morto, il vibrato di una cantante leggendaria o il riff di una chitarra che ha incantato migliaia di fan - tutti preservati nelle micro-incisioni dei vinili, nella cera opaca dei cilindri ottocenteschi o nella gommalacca di vecchi 78 giri - si fanno così testimoni di un'intera civiltà acustica, dimostrando che anche una puntina spostata da una mano curiosa su un vecchio piatto può restituirci una parte preziosa della nostra storia comune.

Informazioni utili
Museo del disco d’epoca – Palazzo della Cultura, piazza Garibaldi, 19 – Sogliano Al Rubicone (FC). Orari: tutte le domeniche dalle 15.30 – 18.00 | visite guidate anche gli altri giorni solo su prenotazione. Ingresso gratuito. Informazioni: tel. +39 366.3023594, e-mail infomuseo@museodeldiscodepoca.com. Per ulteriori informazioni: https://museodeldiscodepoca.com/ 

lunedì 13 luglio 2026

L'acqua, la scena, l'archivio: l’ecosistema di Centrale Fies e le pratiche performative

C'è un punto, lungo la strada che risale la Valle dei Laghi tra Riva del Garda e Trento, in cui il fiume Sarca si stringe contro le Marocche di Dro, la più grande frana post-glaciale d'Europa, e il paesaggio, per un attimo, sembra ricordarsi di un tempo in cui, in quel posto, l'energia idroelettrica era qualcosa di visibile e di sonoro. Lì, dentro l'involucro monumentale di una centrale fatta costruire dagli Asburgo nei primi anni del Novecento (e ancora in parte attiva), da ventisette anni pulsa un tipo di energia differente, quella che sprigiona dai corpi in movimento durante una performance e dalla forza immateriale di un’idea creativa. Da giovedì 16 a domenica 26 luglio, la Centrale Fies di Dro, nel cuore delle Dolomiti, mette nuovamente in azione le sue turbine, quelle metaforiche della ricerca estetica, e offre al pubblico dieci giorni di mostre, performance, lecture e convivialità.

Fies, una centrale che non ha mai smesso di produrre

Per comprendere cosa accade ogni estate a Dro occorre, però, partire dalla pietra, prima ancora che dai programmi. La centrale di Fies fu costruita a ridosso del 1910 per sfruttare il salto d'acqua del Sarca; rimase in funzione, sia pure in modo sempre più marginale, anche dopo che l'Enel decise, negli anni Sessanta, di trasferire la produzione più consistente a Torbole, undici chilometri più a sud. È proprio questa attività residuale la ragione per cui l'edificio non è mai stato dismesso o demolito. Questa centrale a bassa intensità, ma ancora attiva, oggi appartiene a Hydro Dolomiti Energia ed è concessa in comodato d'uso al progetto culturale «Centrale Fies - Centro di ricerca per le pratiche performative contemporanee», un’iniziativa che affonda le proprie radici nel festival «Drodesera», nato nel 1981, e che, dalla stagione 1999-2000 ha dato vita, per intuizione dei fondatori Barbara Boninsegna e Dino Sommadossi (con la cooperativa «Il Gaviale»), a una casa-rifugio per artisti, curatori e studiosi, attraverso fitti programmi di residenza. Ciò è stato possibile grazie a un importante lavoro di archeologia industriale, uno dei primi in Italia a fini artistici e culturali, che ha visto la riconversione di più spazi della struttura asburgica - la Galleria trasformatori, la Sala turbine, la Forgia e le Sale macchine - al fine di ospitare mostre, spettacoli e aree di co-working.
Da allora il progetto «Centrale Fies» è diventato un punto di riferimento per la ricerca coreografica e performativa a livello continentale, accumulando oltre centocinquanta produzioni e co-produzioni e vantando un archivio digitale che, dal 2021, raccoglie oltre mille video, circa 25mila fotografie e altro materiale visuale a documentazione di un lavoro che va avanti da oltre quarant'anni.
Di recente, la direzione artistica ha, poi, scelto consapevolmente di abbandonare il formato tradizionale del festival estivo, concentrato in poche giornate, per costruire quello che oggi viene definito, con un'espressione della studiosa Annalisa Sacchi dell’università Iuav di Venezia, un esempio di «curatela espansa», perché non si avvale della voce di un’unica regia. Questo approccio rinuncia, infatti, programmaticamente alla centralità di una singola voce per aprirsi a una costellazione di sguardi, responsabilità condivise e alleanze orizzontali, creando un «ecosistema complesso» in cui progettualità differenti mantengono la propria autonomia pur convergendo in un'unica, solida infrastruttura comune.
È esattamente questa la chiave con cui va letta l'edizione 2026. I dieci giorni di programmazione non compongono un festival nel senso classico del termine, ma un arcipelago di progetti autonomi, ciascuno con una propria curatela, un proprio pubblico e un proprio linguaggio, tutti inseriti in un'infrastruttura comune e, soprattutto, con un’identica postura di ricerca.
Accanto a Barbara Boninsegna e Simone Frangi, storici curatori del nucleo «Live Works Summit», e a Mackda Ghebremariam Tesfaù e Justin Randolph Thompson, già presenti a Dro in passato, quest'anno il perimetro curatoriale si allarga a Lorenzo Pezzani del laboratorio «Liminal» di Bologna, alla curatrice indipendente Sofia Baldi Pighi, al teorico Michele Bertolino e al collettivo di attivisti culturali che firma il progetto «The Sparks Return».

Un «ecosistema complesso» di mostre, performance e lecture

L'«Estate di Centrale Fies», questo il titolo del programma, si aprirà nella giornata di giovedì 16 luglio, nello spazio della Galleria trasformatori, con una mostra personale dell’artista italo-tunisina Monia Ben Hamouda, classe 1991, la cui ricerca esplora l’identità diasporica e la complessità di un bagaglio multi-culturale come il suo, fondendo i linguaggi scultorei contemporanei, studiati all’Accademia di Belle arti di Brera, con la tradizione della calligrafia islamica, appresa dal padre pittore. Le sue sculture monumentali in acciaio tagliato al laser, cosparse di sabbia e di spezie usate come pigmenti, si muovono nello spazio liminale tra aniconismo e figurazione, evocando presenze - mani, animali e demoni - che affiorano e si dissolvono nel tratto calligrafico e in quello che l'artista stessa definisce un processo sciamanico.
Ad accompagnare l'apertura della mostra, per la curatela di Simone Frangi e Barbara Boninsegna, sarà la performance «MoonJar» della coreografa greca Kat Válastur e del compositore franco-ivoriano Aho Ssan: un'interazione tra suono e movimento ispirata ai miti di creazione e alla materia dell'argilla, con oggetti ceramici realizzati da Latika Nehra che evocano reliquie e ossa. La coreografia, i cui movimenti a spirale richiamano i cicli lunari e le torsioni del Dna, dialoga con questi reperti e con i suoni che essi veicolano. A chiudere la serata è in agenda un live set dello stesso Aho Ssan.
Il cuore pulsante della stagione resta il «Live Works Summit», giunto alla tredicesima edizione e in cartellone da venerdì 17 a domenica 19 luglio: il momento in cui un gruppo di artisti emergenti, selezionati un anno prima tramite call internazionale, presentano gli esiti di un percorso di residenza, mentoring e produzione durato dodici mesi. Si tratta di un riuscito dispositivo di scouting e di monitoraggio dei linguaggi performativi contemporanei più innovativi e transdisciplinari, inserito in una rete internazionale di istituzioni che comprende la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Palazzo Grassi–Pinault Collection, il Tanzfabrik Berlin, l’Hangar Barcellona e l'Operaestate Festival.
In questa edizione la curatela del progetto è firmata da Barbara Boninsegna e Simone Frangi, con Mackda Ghebremariam Tesfaù e Justin Randolph Thompson; mentre gli artisti selezionati sono: Tim Bartel, Publik Universal Frxnd, Kristina Kusmina Dreit, Pina Danila Gambettola, Abdul Halik Azeez, Eleni Roberts Kazouri e Vladimir Babinchuk, Juan Yung Han.
Nello specifico, il pubblico avrà l’occasione di assistere a «The Third Bodies» di Pina Danila Gambettola, una performance che prende avvio da un confronto tra la medium Eusapia Palladino e l’antropologo Cesare Lombroso, alla fine dell’Ottocento.
Kristina Kusmina Dreit presenterà, invece, «Druzhba sent from my iPhone», che instaura un sottile parallelo tra i dipinti del Realismo Socialista e i gesti e le pose presenti nelle fotografie di famiglia dell’artista. Mentre Juan Yung Han proporrà «Picking on the Waves», che esplora  attraverso l’animazione il modo in cui gli eventi storici imprimono un movimento persistente nei corpi e nella materia. Ancora, Publik Universal Frxnd metterà in scena «Born to Lose», una nuova installazione scultorea e un’esplorazione sonora della morte intesa come transizione da uno stato all’altro, che si articola attraverso l’uso di musica, canne d’organo in legno appositamente realizzate, canto corale e opere scultoree attivate. Con «Remains», Tim Bartel esplorerà, invece, l’ambiguità intrinseca del linguaggio attraverso costruzioni e performance basate sull’abbigliamento. Mentre Abdul Halik Azeez, con «Authentic Narrative of the Curious Espionage of an Unnamed Moor», indagherà le intersezioni tra tardo capitalismo, colonialismo e i processi di costruzione della memoria, della storia e delle politiche identitarie. Infine, Eleni Roberts Kazouri e Vladimir Babinchuk presenteranno «Strike», eco di una lotta, in cui tre performer lavorano a partire dalla persistenza di un’immagine di strada, in una lunga sala di cemento che si legge come un corridoio. 
All'interno del «Live Works Summit» si inserisce la «Fellowship» intitolata ad Agitu Ideo Gudeta, l'imprenditrice e attivista etiope-italiana nota per il suo lavoro con le capre di razza mochena in Trentino, uccisa nel 2020. La borsa di studio, pensata come una forma di affirmative action per contrastare le barriere materiali e simboliche legate alla razzializzazione nel sistema dell'arte, è stata assegnata da Mackda Ghebremariam Tesfaù e Justin Randolph Thompson a Luc Ndikubwimana, che presenterà «Re-Veil» (sabato 18 luglio, ore 19:30), una perfomance su cui si concentra sullo smascheramento degli archivi ai quali attingiamo quotidianamente evidenziando come siano ancora privi di un approccio decoloniale. Tra gli ospiti del programma si segnalano anche Alif Hilal (già noto come Lyra Pramuk), Katerina Andreou con Mélissa Guex, e Tiziano Cruz,  con «Wayqeycuna», ultimo capitolo della trilogia «Tres Maneras de Cantarle a una Montaña», in cui l’artista articola, attraverso una serie di gesti poetici, i suoi ricordi d’infanzia dell’entroterra dell’Argentina settentrionale con manifesti politici sul mercato dell’arte e sui privilegi di classe.
Durante il weekend si terranno anche le free school, ovvero incontri e lezioni aperte al pubblico a rinforzare le linee culturali e i processi sommersi che guidano la programmazione del centro di Fies, che avranno per protagonisti Angeliki Tzortzakaki, Hannah Proctor e Costanza Spina
L’«Estate di Centrale Fies» proporrà anche un’intera giornata, quella di mercoledì 22 luglio, con il collettivo Bagnomaria di Milano, Chiara Tagliaferri e Gianluca D’Incà Levis per scoprire «The Sparks Return», progetto di Virginia Sommadossi ed Elisa Di Liberato, vincitore del bando «Laboratorio di creatività contemporanea», promosso dalla Direzione generale Creatività contemporanea del Ministero della Cultura.
Costruita con una rete di giovani attivisti culturali delle valli trentine, ovvero Stefania Santoni, Pierangelo Giacomuzzi e P. Parenti, la piattaforma propone un modello di curatela condivisa, radicato nelle comunità locali e orientato alla costruzione di alleanze tra pratiche artistiche e territori, modulato attraverso assemblee, tavoli di lavoro e una cena collettiva.
Il capitolo conclusivo, «Love is Political», è in agenda da giovedì 23 a domenica 26 luglio e prosegue una linea di ricerca avviata negli anni scorsi con «Enduring Love», «Evolving Love» e «Radical Love», mettendo questa volta al centro la natura politica delle relazioni: l'idea che ciò che accade tra le persone - amore, amicizia, alleanza, cura - non resti mai confinato alla sfera privata, ma lasci tracce nel mondo condiviso. Tornano compagnie storicamente legate a «Centrale Fies», da Anagoor a Motus, da Dewey Dell a Francesca Pennini/CollettivO CineticO, accanto a nuove voci come Annamaria Ajmone, Chiara Bersani con Lemmo, Wissal Houbabi e Laura Tripaldi.
Dentro questo capitolo si aprono tre progetti speciali, pensati come un «patto di contesto» tra pratiche affini. «Liminal» - laboratorio di ricerca dell'Università di Bologna, diretto da Lorenzo Pezzani, che indaga la violenza di frontiera attraverso l'investigazione geospaziale e open-source - presenterà «Overhead», un'installazione audiovisiva che intreccia tre traiettorie di sorveglianza dall'alto nel Mediterraneo: il controllo aereo delle frontiere, le occupazioni aeree e la genealogia dell'aviazione militare italiana nella colonizzazione della Libia.
Sofia Baldi Pighi porterà, invece, «Arte come resistenza civile», un progetto sulla scena culturale ucraina che, nonostante il conflitto, continua a produrre mostre, spettacoli e raccolte fondi. A Centrale Fies arriverà anche il collettivo «Open Group» - ovvero Yuriy Biley, Pavlo Kovach e Anton Varga - con «Repeat after me II», già visto al padiglione polacco della sessantesima edizione della Biennale d’arte di Venezia. 
 Chiude il trittico «Blue Blue Blue Limbo» - un-archive», una mostra-esperienza olfattiva firmata dal collettivo «Industria Indipendente» insieme a Michele Bertolino, che si configura come - si legge nella nota stampa - «una palestra per allenarsi a sentire insieme, un archivio di letture, immagini e rumori, un raccoglitore di fragranze». L'esposizione inaugura un nuovo spazio espositivo della centrale, storicamente deputato alla conservazione del piccolo archivio cartaceo dello stabilimento. Questo luogo viene risignificato come un ambiente totale e immersivo, dove i riferimenti letterari e visivi (da Kathy Acker a Derek Jarman) si fondono con un paesaggio sonoro metallico e distorto e con le suggestioni olfattive dell'omonimo profumo «Blue Blue Blue Limbo». L'olfatto viene, qui, indagato come un vero e proprio dispositivo performativo capace di ridefinire l'identità e la porosità dei corpi nello spazio interstiziale dell'incontro.
La mostra odora di pioggia, cuoio, resina di pino, evocando al contempo il sapore metallico del sangue e della salsedine marina.
A completare il programma, il collettivo trentino «Rifugio Amore» cura «Club Altrove», una serata di clubbing pensata come spazio di relazione e trasformazione collettiva, con la selezione musicale di Kunthug, Kobramulata e Mantis.

Le politiche d'accesso per una sostenibilità ambientale e culturale
Da quattro anni, «Centrale Fies» ha scelto di ripensare anche il proprio rapporto economico con il pubblico. Accanto a numerose proposte gratuite, la politica dei biglietti si articola in quattro fasce libere — «esplora», «apprezza», «ama», «sostieni», da 5 a 20 euro — pensate non più come categorie di appartenenza (abbonati, studenti, operatori), ma come gesti che chiunque può scegliere di compiere nei confronti del luogo.
Per chi arriva da lontano, e in particolare dal mondo universitario, il centro offre anche un campo base gratuito su richiesta; mentre i canali social coordinano iniziative di car sharing per raggiungere una sede che rimane, non a caso, difficilmente accessibile in auto privata durante i giorni di programmazione.
L’«Estate di Centrale Fies» si presenta, dunque, come un dispositivo complesso, capace di tenere insieme dimensione locale e apertura internazionale, ricerca artistica e impegno sociale. In un’epoca segnata da semplificazioni e polarizzazioni, questo spazio continua a investire nella complessità, nella pluralità e nella costruzione di infrastrutture culturali condivise.
Attraversare «Centrale Fies», in questi dieci giorni estivi, significa così entrare in un paesaggio in cui l’arte non si limita a rappresentare il mondo, ma contribuisce attivamente a trasformarlo attraverso il gesto fragile e potente della creazione.

Didascalie delle immagini
1. Centrale Fies. Photo credits: Alessandro Sala per Centrale Fies; 2.,3., 4. e 5. Monia Ben Hamouda, Solo show. Photo Credits: Roberta Segata per Centrale Fies; 6. Industria Indipendente e Michele Bertolino, Blue Blue Blue Limbo - un-archive. Foto dell'installazione; ; 7. Ritratto di Monia Ben Hamouda; 8.  Ritratto di Tiziano Cruz;  9., 10. e 11. Industria Indipendente e Michele Bertolino, Blue Blue Blue Limbo - un-archive. Foto dell'installazione; 12. Uno scatto dalla conferenza stampa di presentazione del programma L’estate di Centrale Fies 2026, tenutasi il 2 luglio 2026
 
Informazioni utili
L’estate di Centrale Fies 2026. Centrale Fies, Loc. Fies 1 - Dro (Trento). Programma: # 16 luglio, Exhibition opening + performance || # 17 - 19 luglio, Live Works Summit + Agitu Ideo Gudeta fellowship ||  # 22 luglio, The Sparks Return || 23, 24, 25, 26 luglio, Love Is Political, con Liminal, Industria Indipendente e Michele Bertolino, Rifugio Amore, Sofia Baldi Pighi. Informazioni: tel. 0464.504700, info@centralefies.it. Programma integrale >> https://www.centralefies.it/. Dal 16 al 26 luglio 2026

venerdì 29 maggio 2026

«Fotografia europea - Fantasmi del quotidiano», a Reggio Emilia l’arte di vedere ciò che resiste alla vista

C’è un momento, la sera tardi, quando il rumore della città si fa sottile come un filo, che i ricordi vengono alla mente senza essere stati chiamati: una voce lontana torna a parlarci, un odore riaccende un’estate perduta, un gesto dimenticato riemerge con la nitidezza di una fotografia. Non abbiamo un nome esatto per questi visitatori che abitano «i corridoi del silenzio e le crepe della memoria». Sono sussurri di ciò che è stato e non vuole essere archiviato nel passato. Sono l'eco di ciò che sarebbe potuto accadere e non abbiamo vissuto, o anche di ciò che potrebbe succedere in futuro. Sono nostalgici ritorni mentali di persone che abbiamo amato e non sono più accanto a noi. Sono «presenze latenti e potenzialità sospese», che «respirano dolcemente all’interno del nostro presente».
La ventunesima edizione di «Fotografia europea», il festival internazionale di Reggio Emilia che, fino al 14 giugno, trasforma ancora una volta la città emiliana in uno dei più vivaci laboratori visivi del Vecchio continente, chiama questa soglia percettiva «Fantasmi del quotidiano».
Con questo titolo, l’evento espositivo, che nel 2022 ha vinto il prestigioso premio Photo Festival of the Year ai Lucie Awards di New York, vuole invitare il pubblico a prestare attenzione a ciò che non si vede ma agisce, a ciò che non è più presente ma non è ancora scomparso, a ciò che non è finora accaduto ma si annuncia già come potenzialità sospesa nell’aria. In questo senso, la fotografia - fin dalle sue origini ottocentesche - intrattiene un rapporto privilegiato con la traccia di una presenza che è stata e non è più, con quello che Henri Cartier-Bresson chiamava «il momento decisivo».
 
Mostre
, installazioni, eventi e pratiche partecipative - in un dialogo tra grandi maestri e giovani talenti emergenti - compongono il ricco cartellone, che vede alla direzione artistica Tim Clark (editor e curatore della rivista «1000 Words»), Luce Lebart (ricercatrice all’«Archive of Modern Conflict» e direttrice artistica del «Pavillon Populaire» di Montpellier) e Arianna Catania (fondatrice e direttrice del «Gibellina Photoroad»), oltre a Walter Guadagnini (storico della fotografia e docente all’Accademia di Belle arti di Bologna), incaricato di costruire una grande mostra commemorativa per i duecento anni dalla nascita della fotografia.
Questa polifonia curatoriale riflette una delle caratteristiche più interessanti di «Fotografia europea»: la capacità di tenere insieme, all’interno di una medesima cornice tematica, prospettive diverse per formazione, provenienza geografica e sensibilità estetica, evitando il monologo di una singola visione autoriale e producendo, invece, un dialogo aperto tra approcci differenti.
Il festival, nato nel 2006 per iniziativa della Fondazione Palazzo Magnani e del Comune di Reggio Emilia, ci restituisce così una sorta di diario intellettuale del tempo che viviamo, un archivio di preoccupazioni e desideri collettivi rifratti attraverso lo sguardo fotografico.

Cuore pulsante della manifestazione sono i Chiostri di San Pietro, che accolgono il nucleo principale delle mostre curate da Tim Clark e Luce Lebart.
Il percorso inizia con Felipe Romero Beltrán e il suo progetto «Bravo», premiato nel 2025 con il «KBr Photo Award» della Fundación Mapfre. Si tratta di un’indagine visiva lungo il Rio Bravo, il fiume al confine tra Messico e Stati Uniti, che diventa metafora di un’attesa sospesa, raccontando storie di vite in bilico tra due sponde.
Organizzato in tre capitoli - «Endings», «Bodies» e «Breaches» - il progetto sfida frontalmente i regimi di sorveglianza e identificazione che governano le politiche migratorie contemporanee, con la consapevolezza che ogni fotografia di frontiera è anche una riflessione sulla nostra capacità di vedere l’altro.
Dialoga con questo lavoro un progetto di Mohamed Hassan, dal titolo «Our Hidden Room», vincitore dello Star Photobook Dummy Award. Il lavoro si configura come un’autobiografia frammentata, costruita attorno al rapporto con il padre affetto da disturbo bipolare, in cui fotografia e scrittura si intrecciano per dare forma a ciò che il silenzio familiare aveva tenuto nascosto. Il progetto appartiene a quella tradizione della fotografia documentaria soggettiva che, da Nan Goldin in poi, ha trasformato il privato in luogo di ricerca collettiva sull’identità, la memoria e la vulnerabilità.
Negli stessi spazi, Salvatore Vitale presenta «Automated Refusal», un film che analizza la precarietà del lavoro digitale. Il fantasma qui è inscritto nelle infrastrutture invisibili che regolano la platform economy: ranking, sorveglianza, automazione.
Di segno differente è il lavoro di Marine Lanier, «Le Jardin d’Hannibal», che porta lo spettatore a 2.100 metri d'altezza nel Giardino del Lautaret, dove le piante alpine riemergono dalle nevi come orme del passaggio di Annibale, unendo scienza e visione onirica. Attraverso grandi formati e monocromi cromaticamente ispirati a Karl Blossfeldt e Anna Atkins, l’artista costruisce un erbario onirico e notturno in cui la ricerca scientifica sul cambiamento climatico si fonde con il mito antico di Annibale che attraversò le Alpi.
Nei Chiostri di San Pietro trovano posto anche Ola Rindal con «Stains and Ashes», un’esplorazione sull’errore e sulla sfocatura come dispositivi estetici, e Giulia Vanelli con «The Season», meditazione visiva sul rapporto tra memoria e oblio, ispirata a «La lentezza» di Milan Kundera e ambientata in un borgo marittimo toscano, dove il tempo è indagato come esperienza soggettiva, nel quale il passato non è mai definitivamente concluso, ma continua a sedimentarsi nei luoghi e nei corpi.
Tania Franco Klein, con «Subject Studies: Chapter I», propone, invece, un esperimento antropologico: centosei soggetti ritratti in ambienti identici ci interrogano su come pregiudizi e aspettative culturali modellino la nostra percezione dell’altro anche quando il contesto rimane invariato.
Mentre Frédéric D. Oberland espone «Vestiges du futur», in cui immagine e suono creano un’esperienza sinestetica che attraversa oltre un decennio di visioni psichedeliche e premonizioni catturate in 35mm e Super8. Il progetto esplora la condizione umana, il rapporto tra visibile e invisibile e la connessione tra mito, civiltà e natura.
Infine, al piano terra dei Chiostri di San Pietro, la committenza 2026 - progetto pensato e prodotto appositamente per il festival - vede la firma di Simona Ghizzoni, fotografa di origini reggiane, che con «Milk Wood» (titolo ispirato all’ultimo, omonimo, radiodramma di Dylan Thomas sui sogni e sulle speranze di una piccola comunità) ha condotto un processo laboratoriale partecipato nel quartiere della vecchia stazione, raccogliendo le voci e i volti di un gruppo di donne, depositarie di memoria e immaginazione collettiva, che si ritrova il mercoledì in via Turri, al Binario 49.
Al piano terra dei Chiostri di San Pietro trovano posto anche «Speciale Diciottoventicinque», un progetto formativo dedicato ai giovani tra i 18 e i 25 anni, e la mostra «Keep the Fire Burning», a cura di Francesco Colombelli, con una selezione di libri fotografici su miti, fiabe, credenze popolari e tradizioni.

Spostandoci a Palazzo Da Mosto, la collettiva «Ghostland», curata da Arianna Catania, riflette sulla condizione iper-mediata dell’esperienza contemporanea: in un’epoca in cui gli schermi non sono più semplici dispositivi ma veri e propri ambienti culturali, otto artisti provenienti da contesti geografici diversi - dalla Lituania alla Francia, dagli Stati Uniti all’Ucraina - esplorano come sorveglianza, social media, droni di guerra e archivi digitali ridisegnino il confine tra presenza e assenza, tra identità e simulacro. Tra gli artisti esposti, si segnalano: Carolyn Drake con «Next Door», che trasforma i sistemi di videosorveglianza in dispositivi di intimità; Mykola Ridnyi con «Blind Spot», che dissolve le immagini della guerra in punti ciechi visivi; Visvaldas Morkevicius con «Camouflage», che trasforma il conflitto bellico in astrazione; e Indrė Šerpytė con «This Is How We Win Wars», che mette in scena le danze dei soldati condivise sui social.
Sempre a Palazzo da Mosto, ma al piano terra, sono allestiti i progetti della Open Call, scelti dai curatori del festival tra gli oltre settecento lavori pervenuti. Federica Mambrini, con «L’albergo della lontananza», trasforma la distanza geografica tra Italia e Cile in uno spazio architettonico simbolico, dove ponti, deserti e gesti quotidiani diventano strumenti per costruire legami tangibili tra due emisferi. Mentre Emilia Martin, con «The serpent’s thread», intreccia storia e mito ricostruendo la vicenda delle cinque sorelle Andersson, vissute in un villaggio svedese all’inizio del XX secolo, e dei loro corredi tessili. L’artista esplora così il significato profondo della dote come simbolo di identità e destino sociale.
 
Proseguendo il percorso tra gli spazi ufficiali di «Fotografia europea», a Palazzo Scaruffi, edificio del XVI secolo mai utilizzato prima dal festival, Walter Guadagnini firma la mostra storica «200×200. Due secoli di fotografia e società», un percorso dalla metà dell’Ottocento a oggi, dai primi dagherrotipi agli scatti fatti con gli smartphone, che parte dalla «Veduta di Gras» di Joseph Nicéphore Niépce, realizzata nel 1826 (primo esempio rimasto di immagine fotografica), per passare in rassegna i lavori di Nadar, Curtis, Man Ray, Berenice Abbott, Dorothea Lange, Walker Evans, Gilles Caron, Henri Cartier-Bresson, Robert Capa e molti altri ancora.

Spostandoci nella Chiesa dei Santi Carlo e Agata, risalente al IX secolo, troviamo Elena Bellantoni con «Ghostwriter», una mostra, curata da Fulvio Chimento, che attraverso fotografia, cinema d’autore, scultura e installazione riflette sulla narrazione storica dal punto di vista femminile, evocando i «fantasmi della storia» come corpi imprevisti di una memoria ufficiale ancora largamente maschile.
Ci sono, poi, le mostre partner come le due allestite al Palazzo dei Musei: «Giovane Fotografia Italiana», con i progetti di sette artisti under 35, e «Luigi Ghirri. A Series of Dreams», dedicata al legame tra fotografia e musica nell’opera del maestro reggiano, con particolare riferimento a Bob Dylan, Lucio Dalla e il musicista Iosonouncane.
In questo settore del festival si innesta anche la rassegna «Francesco Guccini. Canterò soltanto il tempo» a Palazzo Gerra: un viaggio intimo nella poetica del cantautore come meditazione sul tempo, sulla parola e sulla memoria, arricchita da contributi di vari artisti e illustratori, tra cui spiccano le ricerche fotografiche di Paolo Simonazzi, che mappa la «geografia sentimentale» di Pavana, e di Kai-Uwe Schulte-Bunert, che tenta di dare una forma astratta e frammentaria alla materia fluida del ricordo.
Infine, la Collezione Maramotti presenta la prima personale italiana di Ndayé Kouagou: «Heaven’s truth», un percorso volutamente incoerente e ludico, che mette a nudo le ambiguità della comunicazione e le fragilità della nostra società.

Il festival si estende, poi, fuori dai confini degli spazi istituzionali. Una delle intuizioni più felici di «Fotografia europea» è, infatti, il «Circuito Off» che trasforma l’intera città ma anche la provincia reggiana in uno spazio espositivo diffuso: negozi, ristoranti, cortili, abitazioni private, studi professionali diventano gallerie temporanee in cui fotografi professionisti e appassionati si confrontano con i «Fantasmi del quotidiano» attraverso 272 mostre (152 nel centro storico, 61 fuori le mura e 44 in provincia). Il progetto «Off@school» estende questa vocazione partecipativa alle scuole di tutta la provincia, costruendo un percorso educativo che si intreccia con quello artistico.

In questo senso, «Fotografia europea» si configura come una vera e propria «ecologia dello sguardo», capace di attivare processi di partecipazione, educazione e confronto intergenerazionale.
Attraversare le varie mostre del festival reggiano significa, in ultima analisi, non solo guardare delle immagini, ma fermarsi tra le pieghe di ciò che normalmente sfugge allo sguardo, di quelle tracce che sono i «fantasmi del quotidiano». In questo senso, la scelta tematica del 2026 si inserisce in un dibattito culturale più ampio che attraversa la filosofia, la psicoanalisi e gli studi culturali contemporanei: la riscoperta dell'attenzione come forma di resistenza civile, la rivalutazione della lentezza e della contemplazione in un'epoca che premia la velocità e la reattività immediata. La fotografia - con la sua capacità di congelare l'istante e di restituire alla visione ciò che il flusso continuo dell'esperienza dissolve - si conferma strumento privilegiato per questa pratica, che ci permette di vedere il mondo in modo nuovo e diverso.

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martedì 19 maggio 2026

«The Phair 2026»: alle OGR di Torino quarantadue gallerie e un racconto corale sulla fotografia contemporanea

C’è un momento, nell’esperienza dello sguardo contemporaneo, in cui un’immagine smette di essere una semplice superficie per diventare una soglia: un passaggio tra il visibile e l'invisibile, tra il documento e il sogno, tra la superficie delle cose e la loro profondità latente. Nasce così, nella penombra di uno spazio espositivo, una fotografia che non è più solo un semplice documento o una testimonianza di eventi passati ma che è arte a tutti gli effetti, al pari della pittura e della scultura. È in questo spazio liminale che si muove «The Phair | Photo Art Fair 2026», manifestazione, nata da un'idea di Roberto Casiraghi e Paola Rampini, in programma da venerdì 22 a domenica 24 maggio (con press preview e opening, su invito, nella giornata di giovedì 21 maggio).

Scenario dell’appuntamento saranno le OGR - Officine grandi riparazioni di Torino, uno degli esempi più eloquenti di rigenerazione urbana nel panorama europeo contemporaneo, costruite tra il 1885 e il 1895 come complesso industriale per la manutenzione dei veicoli ferroviari, che, dopo un lungo periodo di abbandono, sono state restituite alla città nel 2017 e sono oggi un hub culturale e tecnologico di circa 35.000 metri quadrati.
Qui, nella Sala Fucine, «The Phair» presenta la sua settima edizione, riunendo quarantadue gallerie italiane e internazionali in un percorso espositivo unitario, che dà vita non a un semplice evento mercantile, ma a un vero e proprio cantiere creativo, dagli spazi uniformi e con un’idea curatoriale ben delineata, in cui centinaia di fotogrammi restituiscono una visione corale e organica che interroga la complessità del nostro tempo attraverso il medium fotografico.

La partecipazione internazionale si conferma robusta e in crescita: oltre alle gallerie italiane provenienti da Milano, Torino, Bologna, Roma, Genova e altre città, sono presenti istituzioni e spazi espositivi che giungono sotto la Mole da Francia, Germania, Regno Unito, Svizzera, Montenegro e Svezia. Tra i nomi di spicco figurano Albumen Gallery di Londra, Jaeger Art di Berlino, Galerie Ira Leonis di Arles, Willas Contemporary di Stoccolma e Gian Enzo Sperone da Sent, nella Bassa Engandina.

Il comitato curatoriale, rinnovato e ampliato, riflette l'approccio multidisciplinare della fiera. Vi siedono galleristi come Umberto Benappi, collezionisti come Emilio Bordoli e Massimo Prelz Oltramonti, curatori come Lorenzo Bruni, esperti di mercato come Brandei Estes (già Head of Photography da Sotheby's), artisti come il fotografo Valerio Tazzetti, e professionisti della comunicazione come la giornalista e curatrice Carla Testore.

In un'epoca in cui l'immagine è prodotta, riprodotta e consumata in quantità vertiginose, «The Phair» sceglie la direzione opposta: quella della lentezza, della qualità, della complessità. Tra documento e interpretazione, tra permanenza e trasformazione, ogni opera presentata in fiera apre uno spazio di lettura, una soglia attraverso cui osservare la complessità del reale.
Emblematica in tal senso è la scelta dell'immagine guida di questa edizione: una fotografia di Nanda Lanfranco, scattata nel 1991, che ritrae Giuseppe Penone negli spazi del Castello di Rivoli. L'opera mostra l’artista come corpo in movimento, cogliendolo nell'attraversamento di una soglia immaginaria tra permanenza e trasformazione. Lo scatto diventa così una metafora perfetta per la vocazione della fiera sabauda e, al contempo, un omaggio alla profondità del legame tra la fiera, Torino e le sue istituzioni culturali.

La pluralità di approcci e linguaggi è del resto uno dei tratti più caratteristici di questa nuova edizione di «The Phair». Il visitatore può, per esempio, incontrare lungo il percorso un’indagine sulla natura, letta nella sua dimensione simbolica e trasformativa, come avviene nello scatto «Clematis Tangutica» di Helene Schmitz, presentata dalla galleria Willas Contemporary di Stoccolma. L’artista svedese si sofferma, qui, sui dettagli strutturali delle piante con una sensibilità quasi microscopica.
Mentre nell’opera «Sigos mes pasos» della fotografa cubana Keila Guilarte, proposta da Tallulah Studio Art di Milano, è centrale una riflessione sullo spazio urbano e sulla memoria dallo sguardo intimo: una scarpetta consumata dall'uso estremo diventa testimonianza di dedizione assoluta e incarnazione di un percorso di vita.
La dimensione ambientale e la responsabilità etica dell'immagine emergono, invece, con forza nel lavoro di Nick Brandt, esposto dalla Willas Contemporary di Stoccolma. Le opere in fiera appartengono alla serie «The Day May Break», realizzata tra Kenya, Zimbabwe, Bolivia, Fiji e Giordania. Si tratta di un'indagine potente sull'impatto della distruzione ambientale e del cambiamento climatico sulle comunità più vulnerabili e sul mondo naturale. Questo progetto, insieme duro e poetico, tesse un dialogo tra la fiera e il festival di fotografia «Exposed», e più precisamente con la rassegna dell’artista londinese allestita, fino al 6 settembre, alle Gallerie d'Italia di Torino, spazio di Intesa Sanpaolo, dove sono presenti sessanta immagini di persone e animali che si confrontano con la crisi ambientale.
Mentre la dimensione contemplativa è al centro del lavoro di Paul Cupido, portato nella Sala Fucine dalla MC2 Gallery, con sede a Milano e Tivat (in Montenegro), che trae ispirazione dal concetto giapponese di Mu, ovvero il vuoto, l'assenza significante.
La riflessione sul rapporto tra uomo e ambiente naturale anima, invece, la ricerca dal norvegese Rune Guneriussen, presentato dalla Marcorossi Artecontemporanea, galleria attiva tra Milano, Pietrasanta, Roma, Torino e Verona. Sul versante concettuale, Giulio Paolini, in mostra grazie a Tucci Russo Studio per l'arte contemporanea di Torre Pellice, costruisce un teatro dell'evocazione che interroga il senso stesso dell'esporre: «cosa significa mostrare? Chi vede e cosa?» sono le domande a cui l’artista prova a dare risposta.

Uno dei temi più stimolanti di questa edizione è, infine, il confronto con la fotografia di moda come pratica artistica e patrimonio culturale. La fiera ospita quattro autori che, in modi diversi, hanno ridefinito i confini tra immagine editoriale e opera d'arte.
Si inizia con Giovanni Gastel, uno dei maestri della fotografia dell’haute couture, con all’attivo collaborazioni con «Vanity Fair», «Vogue» e le principali maison internazionali, rappresentato in fiera dalla Photo & Contemporary di Torino. Le opere presentate a «The Phair» - tra cui alcuni scatti realizzati nella storica piscina del Foro Italico nel 2008, già esposti al Maxxi di Roma e al Palazzo della Ragione di Bergamo in una mostra curata da Germano Celant - testimoniano il passaggio della fotografia di moda italiana da un carattere editoriale e commerciale a una dimensione museale e artistica.
Françoise Huguier
porta, invece, a Torino, insieme con la Galerie Ira Leonis di Arles, la serie «Sublimes». Frutto di quindici anni di frequentazione di workshop e sfilate dell'alta moda, queste immagini scardinano la rappresentazione convenzionale degli abiti e delle modelle per restituire gli elementi più segreti del savoir-faire artigianale e la ricchezza dei materiali. Con questa artista fracese, la moda si reinventa come oggetto mitologico, come fonte di ispirazione artistica che va ben oltre la superficie patinata.
Mentre di Marco Glaviano, uno dei protagonisti della fotografia pop internazionale, in fiera grazie a Deodato arte di Milano, è presentata una selezione delle oltre cinquecento copertine realizzate per le più prestigiose riviste americane ed europee, a partire da «Vogue America» e «Harper's Bazaar», due testate con cui ebbe un contratto in esclusiva tra il 1982 e il 1994. Il suo lavoro pone al centro una domanda radicale: «chi costruisce ciò che desideriamo essere?». Le fotografie diventano così dispositivi di selezione e amplificazione del desiderio, non documenti neutri ma macchine semiotiche che orientano la percezione.
Infine, Michelangelo Di Battista, rappresentato dalla Jaeger Art di Berlino, è in mostra alle ORG di Torino con la serie «Mystery in the Moonlight», realizzata in collaborazione con Jake e Dinos Chapman, esponenti degli Young British Artists. Al centro di questi scatti c’è Claudia Schiffer, protagonista di un universo visivo surreale, con fondali dipinti a mano e ambientazioni ispirate all'estetica degli horror a basso budget degli anni Cinquanta. Il risultato è un'interrogazione sulla natura stessa della fotografia come costruzione narrativa e spazio dell'ambiguità visiva, dove i confini tra finzione e realtà, tra arte alta e cultura popolare, si dissolvono deliberatamente.
 
Accanto alle gallerie, «The Phair» ospita un ricco programma di talk con ospiti internazionali, visite guidate e momenti di approfondimento sul collezionismo, sulle pratiche curatoriali e sui mercati dell'immagine. È, questo, uno degli aspetti meno visibili ma più importanti della manifestazione: la costruzione di una comunità di pratiche attorno alla fotografia, la creazione di uno spazio discorsivo in cui l'opera non è soltanto da vedere, ma anche da pensare.
 
Vale, infine, la pena ricordare che la fiera è realizzata con il patrocinio dell’Amministrazione comunale e della Regione Piemonte e con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, della Fondazione per l'arte moderna e contemporanea CRT e delle locali Camera di Commercio e Unione industriale: un tessuto di supporto istituzionale che garantisce la continuità di «The Phair» e ne sottolinea il valore non soltanto culturale, ma anche strategico per l'identità della città.
La manifestazione si inserisce, infatti, in un ecosistema più ampio che vede Torino candidarsi sempre più esplicitamente come polo italiano ed europeo della fotografia d'autore. La sinergia con «Exposed» (con le sue attuali diciotto mostre visibili fino al 2 giugno) è un segnale significativo in questa direzione: due manifestazioni di natura diversa - una fiera mercato e un festival curatoriale - che trovano in Torino un palcoscenico condiviso e nell’idea della fotografia come imprescindibile strumento per conoscere il mondo che ci circonda un’identica filosofia ispirativa.
 
Attraverso un equilibrio tra ricerca curatoriale, apertura internazionale e attenzione ai linguaggi emergenti, «The Phair», in questa sua settima edizione, costruisce, dunque, uno spazio in cui l’immagine smette di essere semplice superficie per diventare soglia: un passaggio tra visibile e invisibile, tra documento e arte. Quarantadue gallerie, centinaia di opere, decine di artisti da tutta Europa si uniscono, così, per farci un unico invito importante: fermarci davanti alle immagini, lasciare loro il tempo necessario per parlarci e ascoltare ciò che hanno da dirci sul mondo e su di noi. Nelle ORG, le officine che un tempo riparavano i treni, si ripara così oggi qualcosa di più sottile: la nostra capacità di guardare, di capire che cosa c’è sotto la superficie.

Didascalie delle immagini
1.  Françoise Huguier, Christian Lacroix Haute Couture printemps-été 1999 ©Françoise Huguier. Galerie Ira Leonis; 2. Giovanni Gastel, Vanity Fair, 2008, 2008, tampa Pigmented Fine Art Giclée su carta Photo Rag, 80 x 100 cm. Photo & Contemporary; 3. Helene Schmitz, Clematis Tangutica, 2003, Archival pigment print, mounted on aluminium, Museum glass, walnut frame, Paper size 80 x 60 cm, with frame 84 x 64. WILLAS contemporary; 4. Keila Guilarte, Sigos mes pasos, Habana 2017 (stampa 2025), 2017-2025, ANALOGICA -Fine Art Giclée Print on Cotton Baryta, montata su Dibond 3mm., 72 x 92 cm. Tallulah Studio Art; 5. Giovanni Gastel, Beauty, Margarita, 2012, stampa Fine Art Hahnemühle, 60 x 80 cm. Photo & Contemporary; 6. Marco Glaviano, Paulina Porizkova (St. Barth), 1989, fotografia su carta, 60 x 80 cm. Deodato Arte; 7. Giovanni Gastel, Untitled, Roma 2008 Vanity Fair, 2008, stampa b_n, Fine Art Baryta Rag True Black, 67 x 89 cm circa. Photo & Contemporary; 8.Rune Guneriussen, Evolution, 2024, Digital c-print_aluminium_laminate, 120 x 80 cm. Marcossi Artecontemporanea

Informazioni pratiche
The Phair | Photo Art Fair – VII Edizione. Sala Fucine, OGR Torino – Corso Castelfidardo 22, Torino. Orari: ore 12.00 – 20.00  | ultimo ingresso 19.30. Ingresso: intero € 15,00, ridotto convenzionati (Abbonamento Musei Piemonte – Lombardia – Valle d’Aosta | Torino + Piemonte Card | Possessori Pass Exposed) € 10,00, ridotto (studenti universitari under 26 | ragazzi 14 ai 18 anni | accompagnatore disabile) € 8,00, omaggio bambini fino ai 14 anni. Sito Internet: https//www.thephair.com. Press Preview e Opening su invito: 21 maggio 2026. Aperta al pubblico: 22–24 maggio 2026

lunedì 4 maggio 2026

Riaprono le Galeazze dell’Arsenale. Venezia ospita una performance di Faustin Linyekula

C’è stato un tempo in cui, all’interno dell’Arsenale di Venezia, il suono dominante non era quello dell’acqua, ma quello del lavoro: un frastuono costante di martelli battuti sul ferro, uno stridio ritmico e ripetitivo di legno tagliato, assordanti cigolii di carrucole in movimento, un rincorrersi di voci e comandi dei maestri d’ascia. Erano gli anni della Serenissima e la potenza della città lagunare non risiedeva solo nelle rotte commerciali lungo le quali viaggiavano esotiche spezie e pietre preziose provenienti dall’Oriente, ma anche nel ritmo incessante e metodico della sua produzione navale.
Se l’Arsenale era il cuore pulsante e strategico della Repubblica veneziana, dove nel periodo di massimo splendore trovarono lavoro più di sedicimila persone, le Galeazze ne erano il nodo produttivo più complesso e specializzato.

In questi spazi, costruiti nel Cinquecento per progettare un nuovo tipo di vascello da guerra, destinato a rilevarsi decisivo per la vittoria della Lega Santa di papa Pio V nella battaglia di Lepanto (1571) contro l’Impero Ottomano, la carpenteria navale si faceva architettura monumentale. E le dimensioni del cantiere produttivo, luogo emblematico della proto-industrializzazione europea, venivano adatte alle esigenze costruttive di queste nuove grandi imbarcazioni, veri e propri «fortini viaggianti» che univano la potenza di fuoco di un galeone con la facilità di manovra di una galea.
Una superficie di oltre tremila metri quadrati (indispensabile per ospitare lo scheletro di navi che potevano superare i cinquanta metri di lunghezza), un susseguirsi di navate aperte al cielo con un'altezza di oltre quattordici metri e l’affaccio sull’acqua definiscono, infatti, l’architettura delle Galeazze, struttura, nell’Arsenale Nord, custodita per secoli dietro mura che, dopo la caduta della Serenissima e il conseguente declino delle grandi commesse belliche, pochi veneziani hanno avuto il privilegio di varcare.

Oggi, dopo decenni di silenzio interrotto solo dallo sciabordio dell’acqua e nell’ambito di un primo intervento di restauro e di valorizzazione promosso dai Comitati privati internazionali per la salvaguardia di Venezia, in collaborazione con Vela Spa, queste navate tornano a svelarsi al grande pubblico.

In occasione della 61. Esposizione internazionale d'arte di Venezia, curata da Koyo Kouoh e intitolata «In Minor Keys», la Scuola Piccola Zattere, che ha in gestione lo spazio, presenta, per le giornate di martedì 5 e mercoledì 6 maggio, l’intervento performativo «The Galeazze Project», a firma del danzatore, coreografo e regista africano Faustin Linyekula (Ubundu – Zaire, 1974), fondatore degli Studios Kabako a Kisangani e docente alla New York University Abu Dhabi, la cui pratica si sviluppa da oltre due decenni all’intersezione tra danza, narrazione e memoria, in dialogo con il contesto della Repubblica democratica del Congo e con le sue eredità coloniali. Nel linguaggio creativo dell’artista, che ha presentato i suoi lavori anche al Moma di New York e al Festival d’Avignone, il corpo è visto come un archivio attivo, ovvero come un luogo di sedimentazione e riscrittura delle storie attraverso il movimento, la voce e il respiro.

A Venezia Faustin Linyekula riattiva l’architettura delle Galeazze usandola non come un semplice palcoscenico, ma come parte integrante della sua performance. Il progetto assume, infatti, la forma di un «cantiere temporaneo», in cui piattaforme, impalcature e sistemi luminosi ridefiniscono continuamente la percezione e l’uso dello spazio.

Accanto al coreografo, una rete di performer e musicisti veneziani, tra cui il collettivo Cosmogram, contribuisce a costruire la tessitura relazionale e sonora della performance, ulteriormente articolata dalla presenza del musicista Heru Shabaka-Ra, figura chiave del free jazz e dell’afrofuturismo. La curatela del progetto, promosso dalla Scuola Piccola Zattere con Studio Kabako, è, invece, affidata a Edoardo Lazzari; mentre il progetto spaziale è sviluppato da Cosimo Ferrigolo e Dirk Bell.

All’interno di questo quadro coreografico viene evocata la figura del còdega, il tradizionale portatore di luce veneziano che guidava i passanti attraverso le calli buie. La luce si trasforma così in dispositivo coreografico: orienta i corpi, li espone o li sottrae allo sguardo, ne articola le relazioni con gli ambienti, costruendo una drammaturgia visiva che sostituisce la frontalità teatrale con una condizione immersiva.
Il pubblico, infatti, non è spettatore passivo ma parte di un ambiente condiviso. Muovendosi all’interno dello spazio, contribuisce a ridefinire le relazioni percettive e politiche della performance. In questo senso, «The Galeazze Project» si inscrive in una linea di pratiche contemporanee che interrogano la partecipazione non come interattività spettacolare, ma come co-presenza situata.

Per due sere Venezia tornerà, dunque, ad abitare il suo glorioso passato. Le pareti di mattoni rossi delle Galeazze, con tutta la loro rugosità cinquecentesca, ritorneranno a vivere. E questo è una notizia non da poco. Perché quei corpi che si libreranno nell'aria, quei suoni che dilagheranno tra le navate, quei riflessi di luci e d'acqua che dialogheranno con il cielo dimostrano qualcosa di semplice e rivoluzionario insieme: l'arte, la danza, la cultura possono restituire vita ai manufatti dell’archeologia industriale.
Faustin Linyekula porta, dunque, a Venezia una lezione che ha imparato nella sua terra: i luoghi feriti dalla storia possono essere reinventati, possono tornare a parlarci con una nuova voce. Il còdega ha davvero fatto il suo lavoro: ha acceso la lanterna, ha indicato la strada. Ora non resta che continuare a camminare.

Didascalie delle immagini
©Giacomo Bianco

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«The Galeazze Project». Una performance di Faustin Linyekula, in collaborazione con Heru Shabaka-Ra. Con Marco Bertani, Davide Di Liberto, Gaia Ginevra Giorgi, Trevor Louw, Luca Maino, Bianca Martinelli, Tulls Primultini, Nuvola Ravera, Vittorio Tommasi e Denise Tosato e con Simone Carraro, Sofia Pozdniakova, Gabriele Tai ed Emanuele Wiltsch Barberio. Galeazze, Arsenale Nord - Venezia. Come arrivare: per raggiungere l'evento sono disponibili due punti di accesso: • Celestia — fermata del vaporetto (linee 4.1, 4.2, 5.1, 5.2), da qui si percorre la passerella di Calle Giazzo; • Shuttle dalla Biennale — disponibile prima dell'evento per chi arriva dagli spazi della Biennale nell'Arsenale Sud. Punto d'incontro: Giardino delle Vergini. Performance: 5-6 maggio 2026, dalle ore 19.00. L'ingresso è gratuito su registrazione. Ufficio stampa: Barbati Maria Elena, hello@mebarbati.com | Bertolissi Bianca Maria, hello@bmbertolissi.com La prenotazione è disponibile al seguente link: https://www.eventbrite.com/e/the-galeazze-project-by-faustin-linyekula-tickets-1987392452324.