ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com
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venerdì 19 giugno 2026

Quando il piatto diventa una tela: arte e cucina in dialogo al «Pellico3» di Milano

Il rapporto tra arte figurativa e cultura gastronomica percorre la storia dell'umanità da millenni. Già nell’antichità egizi, etruschi, greci e romani decoravano le loro case e le loro tombe con tavole colme di frutta e selvaggina, scene di vendemmia o pesca, affreschi raffiguranti banchetti opulenti. Ma è tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento, con l’affermarsi della pittura di genere (categoria artistica che illustra scene e momenti di vita quotidiana), che il cibo assurge a protagonista assoluto sulle tele dei più grandi artisti del tempo. Ostriche, aragoste, formaggi pregiati, agrumi esotici, ma anche pane sbriciolato e frutta ammaccata dal realismo quasi tattile animano, per esempio, la pittura fiamminga e olandese del cosiddetto «Secolo d’oro» dando vita a un racconto corale che è, al contempo, celebrazione della formidabile espansione economica del territorio e ammonimento visivo sulla «vanitas», ovvero sulla fragilità della vita e sulla caducità della bellezza.
In Italia, nello stesso periodo, è il Caravaggio a usare la natura morta come metafora del «memento mori», ovvero dell’esortazione a ricordare che tutto inesorabilmente passa e muore; mentre l’Arcimboldo gioca con la rappresentazione del cibo come materia compositiva dei suoi ritratti burleschi e allegorici. 

Con le avanguardie del XX secolo il paradigma cambia drasticamente e il nutrimento si trasforma in linguaggio estetico: dalle provocazioni del «Manifesto della cucina futurista» di Filippo Tommaso Marinetti, che auspica un'esperienza multisensoriale totale con pietanze come il «Carneplastico» e il «Brodo solare», alla Pop Art di Andy Warhol, che trasforma le lattine di «Campbell’s Soup» in icone al pari di Marilyn Monroe e Jacqueline Kennedy, senza dimenticare il bizzarro ricettario surrealista «Les Diners de Gala» (1973) di Salvador Dalì, dove l’uovo occupa un posto d’onore, l'alimento cessa di essere un semplice oggetto ritratto per diventare un vero e proprio medium creativo e comunicativo.

Con l’inizio del nuovo secolo si compie un ulteriore passo in avanti: ora è l’alta cucina a guardare al mondo dell’arte per creare piatti soddisfacenti per il palato e belli per la vista, ovvero con una mise en place geometricamente e cromaticamente armoniosa.
A compiere il passo decisivo è Gualtiero Marchesi, che nella sua cucina, a partire dal 2010, si ispira esplicitamente a Lucio Fontana e Jackson Pollock per realizzare piatti come «Rosso e nero» e «Driping di pesce». Nasce così il food design, l’arte di progettare il cibo in ogni minimo dettaglio, dalla scelta delle materie prime all’impiattamento, con il suo sapiente gioco di colori, forme e consistenze. Mentre l’alta cucina entra sempre più spesso nei musei o inserisce l’esperienza conviviale in spazi che offrono ai clienti mostre temporanee e collezioni d’arte permanenti così da creare un’esperienza sinestetica che non arricchisce solo il palato, ma anche la mente.
Tra gli chef che, negli ultimi anni, hanno magistralmente trasformato il piatto in una tela ci sono: Davide Oldani, l’ideatore della posata multifunzionale «Passepartout» per assaporare meglio la sua «cucina pop»; Massimo Bottura, che ha in menù piatti ispirati a Pablo Picasso e Joseph Beuys; Ferran Adrià, «artista» tra gli artisti a «Documenta 12», e, ultimo ma non ultimo, il pluripremiato Rasmus Munk, con le sue «creazioni olistiche» che fondono l’esperienza gastronomica con l’attivismo sociale, per far riflettere i clienti sullo spreco alimentare, la crisi climatica, le disuguaglianze sociali, l’uso massiccio della plastica che inquina i nostro mari.
 
Sulla scia di queste esperienze si muove il giovane Guido Paternollo - milanese, classe 1991 – alla guida dal 2022 del ristorante gastronomico «Pellico3», un due stelle Michelin all’interno del Park Hyatt Milano, affacciato sulla centralissima Galleria Vittorio Emanuele II, a pochi passi dal teatro alla Scala e da via Montenapoleone.
Da giugno la proposta gastronomica del locale - progettato dall'architetto Flaviano Capriotti con una palette cromatica nei toni del giallo, verde e marrone che ricorda i cicli della natura - si confronta con le opere di tre artisti differenti nel loro linguaggio creativo, ma ugualmente fondamentali per la ricerca italiana del secondo Novecento: Tancredi Parmeggiani (Feltre, 1927 – Roma, 1964), Claudio Verna (Guardiagrele - Chieti, 1937) e Turi Simeti (Alcamo, 1929 – Milano, 2021).
Grazie anche alla collaborazione con la Cardi Gallery di Milano, che ha concesso in prestito quasi tutte le opere esposte nel ristorante, l’arte contemporanea si mette, dunque, in dialogo con una tecnica culinaria di grande rigore e dalla precisione quasi maniacale, propria di uno chef che ha alle spalle studi in ingegneria meccanica e matematica, che lo hanno visto occuparsi anche di produzione e dinamica delle moto alla Ducati di Borgo Panicale, alle porte di Bologna, prima di seguire la propria vera vocazione.
Nasce da questo approccio scrupoloso al mondo dei fornelli quella che lo stesso Guido Paternollo - formatosi nella brigata di Enrico Bartolini al Mudec e, in seguito, al lavoro nello staff di maestri della ristorazione francese come Marc Veyrat alla Maison des Bois in Alta Savoia, Yannick Alléno al Pavillon Ledoyen e Alain Ducasse al Plaza Athénée di Parigi - definisce una «cucina cucinata», ovvero una cucina lontana dalle estetiche iper-concettuali, refrattaria agli effetti visivi fini a se stessi, attenta all’uso del fuoco e delle materie prime, utilizzate nel rispetto della loro stagionalità, con un’attenzione particolare per i sapori e gli odori del Mediterraneo.

Sono cinque le nuove creazioni culinarie del «Pellico3», tre delle quali sono messe in relazione con altrettante opere di Claudio Verna, fondatore negli anni Sessanta del movimento artistico della Pittura analitica, nota anche come Pittura pittura, che, in un'epoca dominata dall'Arte Povera e dalle avanguardie concettuali, si concentra sugli elementi fondanti del dipingere: superficie, supporto, colore e gesto.
La tela «Oro antico» del 2020 - con la sua stratificazione di gialli e aranci che va a costruire una superficie calda e luminosa, palpitante di vita – trova risonanza nell’«Irish Coffe di Champignon», un piatto nel quale il fungo è reso liquido e solido, concentrato ed emulsionato; e nel suo incontro con il brodo caldo, il prezzemolo e il lardo di colonnata diventa un campo di variazioni sensoriali. Il sapore si muove così come il colore sulla tela: «muta intensità, si espande, ritorna, senza mai fissarsi in una forma definitiva».
In «Colonna» del 1967, bande nere, arancioni e gialle si sviluppano come traiettorie aperte, senza imporre un centro narrativo, lasciando anzi lo sguardo libero di muoversi. La verticalità pittorica di questa tela si traduce nella cucina di Guido Paternollo in una progressione gustativa: lo «Scampo Poché con emulsione al levistico, fave, polvere di curry e limone nero» costruisce un percorso di contrasti e armonie – in bilico tra freschezza e dolcezza, granulosità e morbidezza - che si sviluppa nel tempo della degustazione.
Mentre «Percezione II», una superficie apparentemente uniforme che svela lentamente, al prolungarsi dell'osservazione, profondità cromatiche, passaggi di luce e stratificazioni invisibili, è posta in dialogo con i «Ravioli di Parmigiano reggiano 18 mesi», un piatto costruito su un solo ingrediente principale, che si svela progressivamente, boccone dopo boccone, proprio come l'opera di Claudio Verna.
 
La tridimensionalità è, invece, il terreno di incontro tra lo «Scottadito al timo e piment d'espelette, con jus al barbecue, scalogno croccante ed erbe spontanee» e i «Nove Ovali» di Turi Simeti, autore di una ricerca personalissima fondata su tre principi invarianti: monocromia, forma ovale ed estroflessione.
Le sue opere, realizzate inserendo rilievi lignei nel retro della tela, trasformano la superficie pittorica in qualcosa di irriducibilmente ambiguo: né quadro né scultura, ma entrambi simultaneamente.
La superficie del dipinto, attraversata da rilievi, trova un parallelo nella struttura del piatto di Guido Paternollo, in cui croccantezza, succulenza e spezie modellano la percezione gustativa.
Infine, il dessert «Fragole in scapece di rabarbaro e verbena, mousse e sorbetto di fragole, composta di rabarbaro, meringhette acidule» trova il suo specchio nella tela «Senza Titolo» di Tancredi Parmeggiani, autore di una pittura di segni puntiformi e vortici gestuali caratterizzata da vibrazioni luminose e raffinati equilibri cromatici che lo fece definire dalla mecenate e collezionista Peggy Guggenheim il «suo nuovo Pollock».
La mousse, il sorbetto e la composta costruiscono una materia instabile che oscilla tra cremosità, acidità e gelo; le meringhe interrompono l'equilibrio con piccole esplosioni di dolcezza. La similitudine del dolce con i segni rapidi e dispersi dell’artista, tesi a creare un disegno dalle forme imprecise, appare evidente: il carattere comune è lo stato di mutazione continua, un piacere sorprendente per gli occhi e per il palato che lascia emergere una narrazione fatta di stratificazioni, luci e ombre.

Dunque, ciò che il progetto del «Pellico3» rivela, al di là del virtuosismo compositivo delle singole corrispondenze, è una riflessione più profonda sulla fenomenologia dell'esperienza estetica. 
Arte visiva e alta cucina condividono, nella loro accezione più radicale, la stessa fondamentale struttura: entrambe costruiscono significato attraverso la stratificazione della materia, entrambe richiedono all'osservatore o al commensale attenzione e tempo per far emergere tutta la complessità di un progetto, creativo o gastronomico, che la prima impressione non aveva rivelato. Come in una tela che si svela lentamente allo sguardo, anche il gusto si dispiega in un calmo assaporare, in cui il piatto non è solo un nutrimento, ma è anche una forma espressiva capace di evocare, emozionare e sorprendere.

Didascalie delle immagini
1. «Irish Coffe di Champignon». Pellico3, Milano; 2. La tela «Oro antico» di Claudio Verna in mostra al Pellico3 di Milano.  Courtesy: Cardi Gallery, Milano; 3. «Scampo Poché». Pellico3, Milano; 4. Ravioli di Parmigiano reggiano 18 mesi. Pellico3, Milano; 5. La tela «Percezione II» di Claudio Verna in mostra al Pellico3 di Milano.  Courtesy: Cardi Gallery, Milano; 6. La tela «Senza titolo» di Tancredi Parmiggiani in mostra al Pellico3 di Milano; 7. Scottadito di agnello al timo. Pellico3, Milano; 8. Fragole in scapece e rabarbato. Pellico3, Milano

Informazioni pratiche
Pellico3 Milano, via Silvio Pellico 3 – Milano. Informazioni: tel. +39.02.88211236 | pellico3.milano@hyatt.com. Orari: 19:00–22:00, aperto tutti i giorni tranne domenica e lunedì.  Nota: tutte le opere esposte, ad eccezione di «Senza Titolo» di Tancredi Parmeggiani, sono rese disponibili grazie alla collaborazione con Cardi Gallery

venerdì 25 ottobre 2024

Roma: riapre al pubblico la Loggia dei Vini, un gioiello restaurato nel parco di Villa Borghese

Il Barocco incontra l’arte contemporanea. Succede a Roma, negli spazi di Villa Borghese. L’occasione è offerta dalla presentazione al pubblico della prima parte dell’intervento di restauro conservativo che sta interessando la Loggia dei Vini, originale ed elegante architettura a pianta ovale impreziosita da decorazioni e affreschi, edificata tra il 1609 e il 1618, sotto la direzione prima di Flaminio Ponzio e poi di Giovanni Vasanzio, per volontà del cardinale e collezionista d’arte Borghese Scipione (1575-1633), nipote di papa Paolo V (1605-1621), e utilizzata, durante il periodo estivo, per riunioni e feste conviviali, nelle quali si servivano, al fresco della penombra, vini pregiati e prelibati sorbetti.

In questo luogo, definito dalle fonti coeve il «tinello de’ li gentil’ homini», è stato allestito, per essere visibile per tutto l’autunno e per buona parte dell’inverno, il progetto d’arte contemporanea «Lavinia», a cura di Salvatore Lacagnina, con opere site specific degli artisti Ross Birrell & David Harding, Monika Sosnowska, Enzo Cucchi, Gianni Politi, Piero Golia e Virginia Overton. Il titolo della rassegna – che prevede anche performance, letture, laboratori e attività didattiche, orchestrate secondo una narrazione unitaria – è un omaggio alla pittrice manierista Lavinia Fontana, tra le prime artiste riconosciute nella storia dell’arte, presente nella collezione Borghese dai primi del Seicento.

Proposto con l’intento di valorizzare i restauri appena terminati che hanno interessato la volta interna, con le cornici in stucco e l’affresco centrale del pittore urbinate Archita Ricci, nonché i pilastri danneggiati da infiltrazioni d’acqua e la scala semicircolare di accesso al padiglione, il progetto espositivo «aspira – nelle intenzioni del curatore, esplicitate in una nota stampa - a entrare silenziosamente nella vita quotidiana. Si rivolge a chi passeggia nel parco, evitando qualsiasi forma di auctoritas. Mette in discussione le nozioni di arte pubblica e di tradizione, il rapporto fra arte e architettura, apre al potenziale dello storytelling».

A scendere in campo per il restauro, nello spirito dei mecenati di un tempo, è stata, in occasione dei centotrenta anni dalla sua fondazione, l’azienda Ghella, colosso multinazionale nel campo delle costruzioni con oltre seimila dipendenti in quindici Paesi e in quattro continenti quali Oceania, Europa, America ed Estremo Oriente, che intende farsi promotrice di nuovo modello di sviluppo, più sostenibile e orientato al benessere collettivo.
La cura scientifica e l’effettiva realizzazione dell’intervento conservativo, che nei prossimi anni interesserà anche il ripristino dell’emiciclo e della sua pavimentazione in cotto, portano, invece, la firma, rispettivamente, della Sovrintendenza capitolina ai Beni culturali e di R.O.M.A. Consorzio.

Da tempo chiusa al pubblico, e già interessata da un intervento di restauro negli anni Sessanta del Novecento, la Loggia dei Vini fa parte di un complesso architettonico che comprende anche la sottostante Grotta, destinata alla conservazione della «copiosissima dispensa di nettari e d’ambrosie», per usare le parole dello scrittore seicentesco Jacomo Manilli, ed è collegata alle cucine del Casino Nobile di Villa Borghese attraverso un passaggio sotterraneo.

L’edificio costituiva lo scenografico fondale di uno dei viali laterali del parco e risultava ben visibile a tutti gli ospiti che si recavano in visita dal cardinale Scipione Borghese.
Attraverso un percorso ombroso si accedeva tramite una scala a doppia rampa all’invaso del padiglione, delimitato – scriveva sempre Jacomo Manilli, nel 1650 - da alti muri ricoperti d’edera, «tappezzeria proporzionata all’habitazione del Dio Bacco».

L’originaria sontuosità del complesso è testimoniata dalle fonti letterarie del tempo - tra le quali il libro «Villa Borghese fuori di Porta Pinciana», scritto nel 1700 da Domenico Montelatici - che ricordano la presenza di due sfingi egizie poste ai lati della rampa di accesso all’invaso, oggi alla Ny Carlsberg Gliptotek di Copenaghen, di una fontana rustica incassata nel sottoscala con una statua di divinità fluviale, di cui restano oggi alcuni «tartari» dell’originaria scogliera, e di otto grandi uccelli in peperino, collocati a coronamento della copertura, opera dei fratelli scalpellini Agostino e Belardino Radi, insieme a Lorenzo Malvisti. Lungo il perimetro dell’invaso erano poste due tavole marmoree destinate a «credenza e bottiglieria», mentre al centro della loggia era collocato un grande tavolo di marmo bianco, anch’esso realizzato dai fratelli Radi e da Lorenzo Malvisti, su cui erano stati praticati degli incavi, in cui scorreva acqua per mantenere fresche le bevande nei bicchieri. Per stupire ulteriormente i commensali era stato, infine, montato un congegno meccanico sul soffitto, che consentiva di riversare una pioggia di petali profumati sugli ospiti al termine del convito.

L’interno, al quale il restauro ha tolto la patina grigia del tempo, era riccamente ornato grazie a vari interventi e a differenti artisti. A tal proposito, tra il 1612 e il 1613 è attestata la presenza in cantiere dello scalpellino Vincenzo Soncino. Al 1617 risale, invece, la realizzazione della decorazione a stucco dei pennacchi e della cornice ovale dell’affresco sulla volta, riferibile ai fratelli Marcantonio e Pietro Fontana, in associazione con Santi Fiamberti; i due mastri muratori e stuccatori era attivi nei medesimi anni in diversi altri cantieri legati alla committenza della famiglia Borghese, tra cui la cappella Paolina al Quirinale, la chiesa di San Crisogono e l’Uccelliera.

Nello stesso anno arrivò alla Loggia dei Vini anche il pittore urbinate Archita Ricci, attivo in quel periodo nella chiesa di San Sebastiano fuori le Mura e in diversi altri cantieri di committenza della famiglia Borghese. Porta la sua firma il «Convito degli dei», affresco realizzato tra il 1617 e il 1618, che ripropone l’iconografia tradizionale con le divinità dell’Olimpo sedute intorno a una tavola in marmo imbandita. «A capotavola, sulla sinistra della scena, - racconta Sandro Santolini nella scheda di restauro - siedono Giove e Giunone, figure purtroppo quasi del tutto scomparse, con il coppiere Ganimede, che porge loro il vino. Seguono Plutone, Apollo, Diana, Mercurio, figura oggi completamente perduta, Marte e Venere con Cupido. Completano la scena i tre amorini in volo che versano vino e gettano fiori sulla tavola».

Secondo la descrizione di Domenico Montelatici, fondamentale per la ricostruzione iconografica degli affreschi, il pittore aveva realizzato non solo «il convito degli dei, entro un ovato abbellito intorno da festoni di stucco di gentil lavoro», ma anche, sulle pareti tra gli archi, «nove Muse di natural grandezza con Istromenti musici nelle mani». Questi ultimi affreschi, così come quelli nelle vele con gli emblemi araldici della famiglia Borghese, l’aquila e il drago, sono quasi totalmente andati persi. In fase di restauro, racconta ancora Sandro Santolini, le superfici sono state così «tinteggiate a calce e successivamente patinate ad acquerello per armonizzarle con il conteso originale».

Dopo il Giardino delle Erme, viene, quindi, aperto a Roma un altro prestigioso spazio di Villa Borghese: la Loggia dei Vini. «Questo - ha raccontato l’assessore alla Cultura Miguel Gotor - è un importante tassello della riqualificazione del nostro patrimonio storico e artistico, in cui l’arte contemporanea si affianca al restauro di uno spazio pubblico. Con questa riapertura portiamo avanti due delle principali missioni culturali che Roma Capitale ha perseguito con questa amministrazione: la valorizzazione dei luoghi e la promozione culturale».

L’occasione è, dunque, da festeggiare, magari nello spirito del cardinale Scipione Borghese, con un sorbetto di frutta e ghiaccio tritato, come quello all’«arancia e erba cedrina» realizzato per l’occasione dalla gelateria Pellegrino di Roma, un piccolo piacere da assaporare in un luogo di delizia e convivialità del Barocco romano, dove il gusto incontrava, e ancora oggi incontra, l’arte.

Vedi anche 

Didascalie delle immagini 
[fig.1 ] Loggia dei vini, Villa Borghese, crediti fotografici Daniele Molajoli, courtesy Ghella; [fig. 2] Restauro, Loggia dei Vini - Particolare, Villa Borghese, Roma. Crediti fotografici Daniele Molajoli, courtesy Ghella; [fig. 3] Restauro, Loggia dei Vini - Particolare, Villa Borghese, Roma. Crediti fotografici Daniele Molajoli, courtesy Ghella; [figg. 4 e 5] Loggia dei vini. Foto Monkeys Video Lab; [fig. 6] Enzo Cucchi, No title, 2024. Opera per il progetto Lavinia alla Loggia dei Vini di Villa Borghese a Roma. Crediti fotografici: il posto del calzino; [fig. 7]  Piero Golia, Fontana, LAVINIA (Blue), 2024. Opera per il progetto Lavinia alla Loggia dei Vini di Villa Borghese a Roma.Crediti fotografici: il posto del calzino; [fig. 8] Gianni Politi, sentimento latino, 2024. Opera per il progetto Lavinia alla Loggia dei Vini di Villa Borghese a Roma.Crediti fotografici: il posto del calzino

Informazioni utili 
Lavinia - Loggia dei Vini a Villa Borghese (Roma). Orari: dal giovedì alla domenica dalle 9:00 alle 19:00 fino alla chiusura della mostra; dalle 9:00 alle 17:00 dal 27 ottobre 2024 al 26 gennaio 2025. Ingresso gratuito. Informazioni: https://www.sovraintendenzaroma.it/i_luoghi/ville_e_parchi_storici/ville_dei_nobili/villa_borghese. Fino al 26 gennaio 2025

giovedì 17 ottobre 2024

Nespolo & Chiarlo, una lunga storia tra vino e arte

Era l’estate del 2003 quando Michele Chiarlo, «il signore del Barbera e del Moscato», uno dei grandi nomi dell’enologia piemontese, dava vita sulle colline di Castelnuovo Calcea, in provincia di Cuneo, all’Art Park La Court, un museo a cielo aperto tra i vitigni di un territorio di indiscusso fascino, quello delle Langhe-Roero e del Monferrato, che da dieci anni è inserito all’interno dei Patrimoni mondiali dell’Umanità di Unesco.

A guidare la trasformazione in un cantiere artistico dei venti ettari di terreno disposti ad anfiteatro che circondano la tenuta La Court, dando così corpo alle parole di Cesare Pavese che definiva le viti di una vigna le «quinte di una scena favolosa, di un evento che né il ricordo né la fantasia conoscono», fu Giancarlo Ferraris (San Marzano Oliveto, 1950), pittore e illustratore di Nizza Monferrato, nonché insegnante al Liceo artistico di Torino, che già firmava le etichette per i vini dell’azienda di Michele Chiarlo (e che è presente all’interno del parco con un bell’omaggio a Umberto Eco).

Sarebbe nato così, nel cuore del Barbera astigiano, «il più esteso museo a cielo aperto in vigna» e «uno dei rari esempi italiani di land art tra i vigneti», le cui quinte scenografiche dedicate ai quattro elementi naturali - terra, acqua, aria e fuoco - portano la firma di Emanuele Luzzati (Genova, 1921 – 2007). 

 Il percorso, che regala un’atmosfera da fiaba al luogo, è disseminato anche di opere di altri artisti internazionali come il designer americano Chris Bangle (l’ideatore delle Big Bench, le panchine di grandi dimensioni), Balthasar Brennenstuhl, Dedo Roggero Fossati, Rolando Carbone e molti altri ancora.

A questa storia, che ora viene portata avanti dai figli di Michele Chiarlo, Stefano e Alberto, si aggiunge un nuovo capitolo. È stato, infatti, da poco inaugurato il «Cannubi Path», un cammino tra le vigne del cru più antico d’Italia, la collina del Barolo storicamente riconosciuta nel 1752, che prende ispirazione dal concetto dell’Art Park La Court, e che disegna un’esperienza multisensoriale e non una semplice decorazione estetica. Attraverso installazioni tra i filari e nel ciabot (un antico capanno caratteristico dei vigneti), i visitatori possono immergersi nell'essenza del paesaggio e nella passione di chi lo coltiva.

Il progetto, visitabile liberamente e aperto al pubblico tutto l’anno (fatta eccezione per i giorni di vendemmia), celebra la storicità vitivinicola del territorio e il suo valore culturale, consolidando il legame tra la tradizione della Michele Chiarlo e l’arte di Ugo Nespolo (Mosso - Biella, 29 agosto 1941), uno dei grandi nomi dell’arte italiana, noto per le sue opere vibranti e colorate, che spaziano dalla pittura alla scultura, dal design alle installazioni, nelle quali emerge un’impronta ironica, trasgressiva, ludica, per un personale senso del divertimento che rappresenta da sempre una sorta di marchio di fabbrica.
Ugo Nespolo è, infatti, uno degli artisti che, con la sua opera «La porta sul vigneto», una sorta di ingresso scanzonato e colorato realizzato nel 2013, «illumina» l’Art Park La Court. Sua è anche l’etichetta per il Nizza Docg Riserva La Court Vigna Veja, prodotto solo nelle annate d'eccezione e in un numero limitato di bottiglie.

Il «Cannubi Path», dedicato alla memoria di Michele Chiarlo, scomparso nel novembre del 2023 all’età di ottantotto anni, si unisce ad altre due novità che hanno visto la luce nel 2024: lo Sky Bar & Lounge, inaugurato a giugno all’interno del resort Palás Cerequio di La Morra, e la mostra «Nespolo & Chiarlo: dal 2010 arte in vigna», allestita nel caveau del Barolo. Nell’esposizione, visitabile fino alla fine dell’anno, si possono ammirare alcune delle opere più importanti dell’artista piemontese e scoprire anche bozzetti inediti che raccontano la sua lunga collaborazione con l’azienda piemontese, una delle eccellenze del vino in Italia, che dal 1956 parla il linguaggio della tradizione e della passione, della sostenibilità e della sperimentazione.

Informazioni utili

mercoledì 16 ottobre 2024

Illy Art Collection, i diritti delle donne sulle nuove tazzine del «Progetto Genesi»

Era il 1992 quando, su spinta di Matteo Thun, l’azienda triestina Illy dava il via a una pagina importante della sua storia, quella che univa all’attenzione per il gusto la passione per il bello e il ben fatto. Con l’intento di amplificare il piacere sensoriale dato dal caffè coinvolgendo anche la vista e l’intelletto, attraverso l’arte, quell’anno nacquero le illy Art Collection, celebri tazzine d’artista che hanno trasformato un oggetto quotidiano in una tela bianca su cui, negli anni, si sono cimentati centinaia di artisti di fama internazionale.

Da allora non c’è grande evento, in Italia e all’estero, che non faccia da scenografia alla presentazione di una nuova serie di tazzine. Ed ecco che, in occasione di Frieze London e di Art Basel Paris (mercoledì 16 ottobre alle ore 17:00 e giovedì 17 ottobre alle ore 11:30 alla Lounge illy, al pianterreno del Grand Palais), l’azienda friulana ha presentato la sua ultima collaborazione, quella con Genesi, associazione nata a Milano nel 2020 per volontà di Letizia Moratti, che è impegnata nella difesa dei diritti umani attraverso la valorizzazione delle differenti culture e dell’ambiente.

In questi anni l’istituzione lombarda ha dato vita a una collezione d’arte contemporanea e, con altre realtà, ha sviluppato il progetto E4Impact Foundation, per lo sviluppo dell’imprenditorialità in Africa.

In seno all’associazione è nato anche, nel 2021, il «Progetto Genesi. Arte e Diritti umani», curato da Ilaria Bernardi: un percorso interdisciplinare, itinerante e inclusivo, in edizioni annuali, che coniuga momenti espositivi ed educativi con l’obiettivo di fornire una formazione permanente in tema di diritti umani.

Proprio quest’ultimo progetto ha incontrato l’interesse di illy, azienda da sempre attenta alla funzione sociale dell’arte intesa come strumento capace di parlare a tutti e di incidere sulla società per trasformarla e favorirne il progresso. Sono nate così le illy Art Collection di «Progetto Genesi», tazzine in edizione limitata realizzate dalle quattro artiste di fama internazionale protagoniste dell’edizione 2024 del format espositivo, che ha fatto tappa a Gubbio (1 marzo – 7 aprile 2024), Pavia (4 maggio-2 giugno 2024), Torino (20 giugno-13 ottobre 2024) e Cesano Maderno (28 settembre-1 dicembre 2024), cittadina del Milanese dove è attualmente in corso una mostra che «parla» della condizione femminile nel mondo, del colore della pelle, della tutela dell’ambiente e delle tradizioni come memoria collettiva di un popolo.

La siriana Simone Fattal (Damasco, Siria, 1942), l’iraniana Shirin Neshat (Qazvin, Iran, 1957), l’italiana Monica Bonvicini (Venezia, Italia, 1965) e la milanese di origini senegalesi Binta Diaw (Milano, 1995), ognuna con il proprio linguaggio espressivo, hanno, dunque, utilizzato la tazzina illy come una tela bianca per riflettere attorno ad alcune delle più urgenti questioni culturali, ambientali e sociali, raccontando la propria esperienza di donne in differenti contesti geografici e sociali, e facendosi così portavoce della condizione femminile nel mondo.

Monica Bonvicini - poliedrica e pluripremiata artista veneziana, con base a Berlino, dove insegna scultura all'Universität der Künst, e che è attualmente in mostra nella scenografica cornice della chiesta sconsacrata di San Carlo a Cremona con la sua installazione «And Rose» - ha scelto, per esempio, per la sua tazzina illy Art Collection di replicare il motivo delle maglie della catena, elemento che compare in molte delle sue opere ispirate alla serie di disegni rossi «Hanging Heavy» del 2001. Le catene e i loro nodi, resi neri per l’occasione, si riferiscono a quei momenti che condividiamo davanti a un caffè, scambiandoci idee, impegnandoci in conversazioni, parlando di cose di nuovo. Rappresentano le relazioni e i ricordi, esprimono un senso di comunità e connessione.

La giovane artista visuale italo-senegalese Binta Diaw, la cui ricerca plastica fa parte di una riflessione filosofica sui fenomeni sociali che definiscono il mondo contemporaneo attraverso il corpo e la spazialità, ci porta, invece, a riflettere con la sua tazzina illy Art Collection sul tema dell’identità, in particolare di quella di «una donna nera in un contesto occidentale».

Mentre la siriana Simone Fattal, tra le più importanti artiste contemporanee internazionali e tra le protagoniste del Padiglione della Santa Sede alla Biennale d’arte di Venezia, ha realizzato per la sua tazzina un gioco di linee e segni colorati, che vogliono restituire l’intimità profonda dei sentimenti e dei pensieri degli esseri umani ed esprimono il valore e la fragilità della vita.

Infine, Shirin Neshat, artista conosciuta principalmente per il suo lavoro nel mondo del cinema e per le sue fotografie in bianco e nero che immortalano figure femminili velate sulle quali sono sovrascritti versi di poetesse iraniane, usa la porcellana bianca della sua illy Art Collection per una riflessione sulla complessità della condizione sociale della donna nella cultura islamica, esprimendo così il suo forte impegno civico a favore del femminismo e contro ogni forma di pregiudizio o censura.

La storia di illy, che subito richiama alla mente il sapore affascinante e retrò dei salotti culturali triestini di epoca asburgica, dove ci si scambiava opinioni davanti a un caffè, incrocia così il linguaggio contemporaneo di quattro artiste, di differenti origini, che mettono al centro del loro lavoro una riflessione sul mondo che viviamo, a partire dai diritti delle donne, troppo spesso ancora negati.

Informazioni utili
La collezione in edizione limitata di tazzine sarà disponibile nell’e-shop illy, negli store (illy Caffè e illy Shop), nei canali della grande distribuzione al dettaglio e nei canali di e-commerce indiretti, in diversi formati:

Kit da 4 tazzine da espresso al prezzo consigliato di € 94,00
Kit da 4 tazzine da cappuccino al prezzo consigliato di € 114,00
Kit da 2 tazzine da espresso al prezzo consigliato di € 51,00
Kit da 2 tazzine da cappuccino al prezzo consigliato di € 61,00

Per saperne di più

sabato 2 ottobre 2021

«Play with food», da undici anni il cibo va in scena a Torino

Il teatro incontra il mondo del cibo e della convivialità. Succede in Piemonte dove, dal 2010, va in scena il festival «Play with food – La scena del cibo», nato da un’idea di Davide Barbato per i Cuochivolanti e organizzato dall’associazione Cuochilab.
Undici giorni di programmazione, tredici compagnie, di cui due straniere, e ventisei appuntamenti dislocati in tutta la città, con quattro prime assolute, una prima nazionale e quattro prime regionali sono i numeri della nuova edizione, la numero dieci, in programma dal 2 al 10 ottobre a Torino.
Come suggerisce la nuova immagine di Cesco Rossi, la kermesse in programma nei prossimi giorni sarà un banchetto allegro e barocco, sorprendente e pantagruelico, importante non solo per i numeri, ma anche per qualità artistica. Non è un caso che il festival, alla cui ultima open call hanno partecipato centotrentotto compagnie, ha ottenuto un recente riconoscimento dal Ministero della cultura, che lo sosterrà attraverso il Fondo unico per lo spettacolo 2021.
A segnare il debutto della nuova edizione sarà, al Circolo dei lettori, la compagnia Cuocolo/Bosetti– Iraa Theatre con «R.L..» (sabato 2 ottobre, ore 19 e ore 21), uno spettacolo in cuffia, intimo e sconvolgente, tratto da un racconto della celebre scrittrice canadese e premio Nobel Alice Munro. La storia è quella di una donna in un momento di massima vulnerabilità, vissuto sul filo del rasoio durante un banale momento conviviale.
Domenica 3 ottobre si inizierà presto, alle ore 9, con «Incontrarsi in natura - Forest Bathing», appuntamento in compagnia di Fabio Castello e Fabio Berardi, all'Azienda agricola Ram – Radici di Moncalieri, per scoprire lo Shinrin-Yoku, pratica nata in Giappone nel 1982. Con questo incontro molto particolare, il pubblico potrà sperimentare - in un percorso di quattro ore in mezzo alla natura - la camminata sensibile, l’abbraccio dell’albero, la meditazione dello sguardo. Alla fine, è previsto un pranzo in fattoria con i frutti della terra raccolti dai partecipanti.
La prima domenica del festival vedrà in scena anche, alla Casa del teatro ragazzi, la prima regionale dello spettacolo «La grande guerra degli orsetti gommosi» della compagnia sarda Batisfera, in un evento co-programmato insieme a «Incanti». Si tratta di un «piccolo kolossal da tavolo», con protagonisti i celeberrimi orsetti commestibili, selezionato per rappresentare la scena italiana al festival «In scena!» di New York nel 2022. Per accontentare un pubblico il più ampio possibile sono state organizzate quattro repliche, in programma alle ore 16, 17, 18 e 19.
Il giorno successivo, alle ore 20, andrà in scena, sempre alla Casa teatro ragazzi, un’altra prima regionale: «La grande abbuffata», prima versione teatrale italiana dell’iconica pellicola di Marco Ferreri, per la regia di Michele Sinisi. In scena in questo spettacolo, che punta i riflettori sulla storia di quattro amici che decidono di suicidarsi mangiando fino alla morte, ci sarà Ninni Bruschetta, volto noto al grande pubblico per le sue interpretazioni cinematografiche e televisive, tra cui quella dell'indimenticabile direttore della fotografia Duccio Patanè nella serie cult «Boris».
È, poi, in programma, nelle giornate di martedì 5 e mercoledì 6, una intensa due giorni nel neonato Spazio Kairòs di Onda Larsen. Si inizierà con la prima assoluta de «Il talismano della felicità» del Collettivo LunAzione (ore 19 e ore 21), un atto unico che intreccia due inediti monologhi al femminile, dove il cibo è protagonista di vicende spiazzanti e grottesche. Ne «L’arrosto» di Alberto Milazzo, una donna legata alla sedia instaura un irresistibile dialogo dal sapore beckettiano con il suo aguzzino; mentre in «Arcano I» di Iwan Paolini a parlare è la celeberrima assassina Leonarda Cianciulli, che ci conduce negli inquietanti meandri della sua macabra vicenda. Lo spettacolo, coprodotto da «Play with Food» e Torino Fringe Festival, è l’esito finale di «Abbiamo fame di storie», un progetto biennale intrapreso dai due festival in collaborazione con la rivista letteraria indipendente «Crack» a sostegno della scrittura per il teatro e delle giovani compagnie.
A seguire (alle ore 20 e alle ore 21), il giovane collettivo «L’Amalgama» proporrà, in prima assoluta, la performance interattiva «L’indispensabile»: partendo dalla domanda su che cosa sia rimasto di indispensabile oggi nel cibo, i partecipanti a quest'incontro/intervista one to one si troveranno a riflettere e a discutere su che cosa sia indispensabile nella loro vita.
La due giorni in via Mottalciata si chiuderà con «Manifesto of a bread maker» di Vita Malahova (solo mercoledì 6, alle ore 21:15). L'attrice, prima artista straniera ospite del festival, racconterà la vita della nonna in campagna, il suo rapporto con il lavoro, la natura e la guerra.
Giovedì 7 ottobre, alle ore 20, ci si sposterà, quindi, al Qubì per una serata all’insegna della leggerezza e della convivialità con la talentuosa Giulia Cerruti di «Crack24» e la prima regionale di «Monologo di donna con lievito madre», una stand-up tragicomica, figlia del lockdown, in cui si parla di solitudine, convivenza forzata, noia, bisogno di riempire il tempo, complottismo, paura del contagio e ottimismo.
Venerdì 8 ottobre, alle ore 21, sarà, invece, il CineTeatro Baretti, a fare da scenario allo spettacolo «Il pelo nell’uovo – Primo studio» della compagnia «La Ribalta». Cosa c’è nel piatto? Casa è stato prima e da dove viene? Com’è possibile modificare rapidamente le nostre abitudini alimentari?: sono alcune delle domande che tessono la trama di questo appuntamento teatrale, un invito a riflettere sul tema dello sviluppo sostenibile.
Sabato 9 ottobre, al teatro Colosseo, andrà, poi, in scena la seconda realtà straniera presente in questa edizione del festival: il collettivo londinese «state of the [art]», che presenterà la prima assoluta di «Piece of cake», un gioco di ruolo dal vivo che ricrea una festa di matrimonio usando tutti gli spazi del teatro, dal foyer ai camerini. Gli spettatori, veri e unici protagonisti, potranno essere chef, camerieri, fotografi, ospiti e assumere addirittura il ruolo della coppia che dirà il fatidico sì. L'evento (con ingressi scaglionati alle ore 11, 13 e 16) dialogherà con le opere della mostra «Street Art in Blue 3, allestita all'interno del teatro.
Sempre sabato 9 ottobre, alle ore 20, all’Unione culturale Franco Antonicelli», andrà in scena la prima assoluta di «Nato cinghiale», spettacolo del giovane artista umbro Alessandro Sesti, con la musica dal vivo di Debora Contini, che racconta la storia di un padre e di un figlio, del loro rapporto vissuto tra fragilità, paure, contrasti e amore, il tutto preparando per il pubblico delle tagliatelle al ragù di cinghiale.
L’ultima giornata di festival avrà, invece, per protagonista Roberta Calia con il suo spettacolo «La taverna del disgusto» (domenica 10 ottobre, alle ore 10 e alle ore 16, a Casa Fools), storia di un ristorante rinomato tra i mostri, dove ricette ripugnanti hanno sempre fatto la felicità di tutti i clienti, che da qualche tempo si ritrova ad attraversare qualche piccolo disguido. Mentre a chiudere il festival sarà la prima regionale di «RedReading #Piatti forti» della compagnia romana Bartolini/Baronio, al suo debutto a Torino (domenica 10 ottobre, alle ore 20, al Qubì).
Non mancheranno appuntamenti speciali come i momenti conviviali con i food partner (Agribiscotto, Birrificio San Michele, Camellia, Green Italy, La Masera, Macelleria Gadaleta, Enoteca Rabezzana, Pastificio Bolognese), Agrisalumeria Luiset, Cuochivolanti, Ristorante San Giors) o il progetto «How I met my theatre buddy» (sabato 2 ottobre, alle ore 19:30 e lunedì 4 ottobre, alle ore 19), originale format di dating teatrale per trovare il partner ideale con cui condividere la passione per il teatro.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Collettivo LunAzione, «Il talismano della felicità»; [fig. 2]  «La grande abbuffata». Foto di Luca Del Pia; [fig. 3] Alessandro Sesti in «Nato cinghiale»; [fig. 4] «La taverna del disgusto. Foto di Lorenzo Calla; [fig. 5] «La grande guerra degli orsetti gommosi» di Batisfera. Foto di Sabina Murru; [fig. 6] «Il pelo nell'uovo». Foto di Arianna Iacono; [fig. 7] «Rl» di Cuocolo/Bosetti– Iraa Theatre 
 
Informazioni utili
www.playwithfood.it

lunedì 5 ottobre 2020

Ricette a fumetti a Casa Artusi. Alberto Rebori rilegge «La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene»

Sul suo libro «La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene» si è plasmato un pezzo di identità nazionale. Nel 1891, Pellegrino Artusi (Forlimpopoli, 4 agosto 1820 – Firenze, 30 marzo 1911), intellettuale gourmet romagnolo di nascita e fiorentino d’adozione, pubblicava a sue spese, per i tipi dell’editore Landi, un manuale di cucina destinato a entrare nella storia.
Con buona pace del professor Francesco Trevisan -che, lette le bozze, pronosticò per il libro «poco esito»- il ricettario di Pellegrino Artusi, un vero e proprio Vangelo per gli chef stellati e le semplici massaie con la passione per i fornelli, vanta oggi oltre cento edizioni, più di un milione di copie vendute e traduzioni in svariate lingue, dall’inglese all’olandese, dal tedesco al russo, senza dimenticare il portoghese, lo spagnolo, il francese e persino il giapponese.
Il manuale, che raccoglie settecento e novanta ricette della cucina casalinga italiana (nella prima edizione erano quattrocento e settantacinque), dà conto, con uno stile arguto e graffiante, dell’enorme mosaico di tradizioni gastronomiche regionali del nostro Paese, proponendo un percorso tra fritture, ripieni, umidi, minestre, salse, arrosti, lessi, liquori, antipasti -anzi «principii»-, gelati e conserve.
L’opera, nata da oltre vent’anni di ricerche e viaggi dell’autore, è considerata di grande importanza dalla critica non solo per il suo apporto alla formazione culturale del nostro Paese, ma anche per il modello linguistico utilizzato, che contribuì alla diffusione dell’italiano standard nella penisola, insieme ad altri due libri molto letti come «I promessi sposi» di Alessandro Manzoni e «Pinocchio» di Collodi.
In occasione dei duecento anni dalla nascita di quello che viene unanimemente considerato «il padre della gastronomia moderna», la sua città natale promuove la mostra «Pellegrino Artusi 1820 - 2020. Ricette a fumetti di Alberto Rebori», a cura del libraio antiquario milanese Andrea Tomasetig. L’esposizione, in programma dal 9 al 2 novembre avrà per scenario Casa Artusi, realtà ubicata all’interno del complesso dell’ex Chiesa di Sant’Antonio abate, detta «dei Servi di Maria», un antico monastero della seconda metà del XV secolo, ristrutturato dall’Amministrazione comunale nel 2007, che si articola in oltre duemila e ottocento metri quadrati, suddivisi in diversi spazi: dalla biblioteca alla scuola di cucina, dal museo al ristorante, dalla cantina alla bottega con i prodotti dell’eccellenza enogastronomica italiana.
A tenere a battesimo l’evento sarà, nelle giornate di venerdì 9 e sabato 10 ottobre, il convegno «La ricetta liberata», disponibile anche in diretta streaming sulla pagina Facebook di Casa Artusi. Attraverso autorevoli e sfaccettati interventi, il simposio parlerà della lezione di Pellegrino Artusi che della cucina ha saputo fare un racconto di vita e racconterà di come il cibo sia oggi protagonista di diversi settori della nostra vita, dal cinema alla scrittura, dalla radio alla fotografia.
La mostra a Casa Artusi ha una storia che parte da lontano. Nel 2001 l’editore Maurizio Corraini, da sempre attento al mondo dell’arte (tanto da avere anche una galleria d’arte contemporanea a Mantova), decide di pubblicare una nuova edizione integrale dell’«Artusi» e invita a realizzare i disegni di accompagnamento Alberto Rebori (Chiavari, 1961 – Milano, 2016), eccellente illustratore e disegnatore di fumetti, dallo stile surreale e unico, premiato nel 2000 con l’Andersen per il volume «Piccolo re» di Mondadori e con all’attivo collaborazioni con importanti giornali, da «Vanity Fair» al «Corriere della Sera», da «Elle» a «Linus».
Il risultato di questa collaborazione editoriale sono più di cento disegni in bianco e nero e ottanta tavole a colori che vengono tutti pubblicati a corredo del ricettario di Artusi in una tiratura speciale stampata su carta pregiata, in sole tre serie numerate e firmate.
Da questo corpus di lavori, tutti realizzati a computer, sono state selezionate per la mostra di Forlimpopoli soltanto trentotto tavole, trentacinque a fumetti e tre libere, che raccontano con parole e immagini venti ricette artusiane. 
 Accanto a questo piccolo gruppo di disegni, Andrea Tomasetig - al lavoro su un progetto pluriennale dedicato alla cultura enogastronomica, che prossimamente farà tappa anche a Parigi- ha voluto esporre, in teca, alcune preziose edizioni de «La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene». Si tratta di una copia coeva di Pellegrino Artusi e di altre più recenti, tra le quali si segnalano la preziosa edizione critica a cura di Alberto Capatti, il più importante esperto sul gastronomo di Forlimpopoli, edita nel 2010 da Bur e la versione di Corraini del 2001.
Con uno stile divertente e allo stesso tempo rispettoso, Alberto Rebori ha saputo rapportarsi alle ricette originali, trascrivendo le frasi e le parole di Pellegrino Artusi in testa alle vignette e nelle nuvole presenti in ogni tavola.
Animali, verdure, cibi, stoviglie si animano di vita propria nei vari disegni ambientati nella cucina dove Rosa e Vittorio –gli zii dell’illustratore, eterni protagonisti delle sue storie– eseguono le varie ricette.
L’allestimento della mostra, ideato dall’architetto Leo Guerra, mette così in fila alcune vignette dal segno veloce e dalla battuta arguta: «Sandwichs, ricetta N. 114», dove il pane si lamenta di essere affettato, «Piccione coi piselli, ricetta N. 354», dove i piccioni si chiedono se davvero la loro fine migliore sia in umido con i piselli, o ancora «Salsa di pomodoro, ricetta N. 125», con un prete romagnolo dal lungo naso che, a furia di «mettere lo zampino» in «ogni affare domestico», viene trasformato in un grosso ortaggio. 
Come giustamente scrive Alberto Capatti nel testo introduttivo, l’artista traduce, dunque, «le ricette in animazione, distribuisce ruoli, scrive, per ognuna, il copione, le rivive dall’interno, con il cuore che batte, la bocca che ride e un disegno che stana i segreti gastronomici». Il tutto per raccontare l'attualità di un libro che ha fatto la storia d'Italia. 

Informazioni utili 
Pellegrino Artusi 1820-2020. Ricette a fumetti di Alberto Rebori. Casa Artusi - Chiesa dei Servi, via Costa, 23-27 - Forlimpopoli (Forlì-Cesena). Orari: lunedì 15-18; martedì 9-12.30; mercoledì 15-18; giovedì 9-12.30; venerdì 9-12.30 e 15-18; sabato 9.30-12.30; domenica 9.30-12.30. Ingresso gratuito. Informazioni: info@casartusi.it | tel. 0543.743138 | cell. + 39.349.8401818. Dal 9 al 2 novembre 2020.  

mercoledì 23 settembre 2020

«Play with Food», quando il buon cibo dà spettacolo

Compie dieci anni «Play with Food – La scena del cibo», il primo e unico festival teatrale italiano interamente dedicato al mondo dell’eno-gastronomia e alla convivialità, nato nel 2010 da un’idea di Davide Barbato, attuale direttore artistico, che fino al marzo del 2019 ha co-organizzato la manifestazione con Chiara Cardea per conto dell’associazione Cuochilab.
Per spegnere le dieci candeline, e nel rispetto delle normative anti-Covid, la rassegna, realizzata con il patrocinio della Città di Torino, si apre al nuovo e propone un debutto all’insegna dell’on-line, aprendo così virtualmente le porte al pubblico di tutto il territorio nazionale (e non solo).
Lunedì 28 settembre, alle ore 19, va in scena in prima assoluta, ed esclusivamente sul web, la performance interattiva «Questo non è un tavolo» di Chiara Vallini (posto unico euro 5,00), con le musiche originali di Fabio Viana e Fulvio Montano.
Nata dalle sperimentazioni dell'artista durante la quarantena, l'esperienza, riservata a una ventina di persone per volta e in replica tutte le sere fino al 4 ottobre, inizia come «una normale web chat» in cui gli spettatori, come invitati a un aperitivo virtuale, «si ritroveranno inaspettatamente coinvolti -raccontano gli organizzatori- in un evento misterioso, partecipando alla creazione di un racconto nel quale, gradualmente, presente e passato, finzione e realtà si intrecceranno».
Si apriranno così sette giorni di spettacoli dal vivo, performance on-line, cene teatrali, colazioni cinematografiche, eventi segreti e, come di consueto, appuntamenti conviviali, riuniti sotto il titolo: «Il cuore nello stomaco».
La nuova immagine, opera dell'illustratore Cesco Rossi, racconta perfettamente questa storia, rappresentando una pietanza fantastica, allo stesso tempo primordiale e futuristica, deliziosa e repellente, enigmatica ed emozionante, che ricorda le fattezze di «un cuore pulsante, colorato e complicato».
Il primo appuntamento in presenza si terrà, invece, martedì 29 settembre, alle ore 20, al teatro Astra con la prima regionale di «Racconti di zafferano» di Maria Pilar Peréz Aspa per la produzione della compagnia milanese ATIR / Teatro Ringhiera. Durante lo spettacolo, in un’atmosfera intima e suggestiva, l’attrice spagnola cucinerà una paella di carne, secondo la ricetta dell’epoca cervantina, che sarà poi servita agli spettatori. Tra i fornelli e i profumi della cucina, prenderanno vita pagine memorabili di Cervantes, Proust, Vicent, Montanari, Scarpellini, Montalbán e Fernando de Rojas che parlano di cibo, di fame, di nutrimento, di ritualità.
Sempre al teatro Astra andrà in scena, mercoledì 30 settembre, alle ore 20, un celebre testo di Annibale Ruccello, «Anna Cappelli», qui interpretato da Carlo Massari, in un insolito allestimento che, letteralmente, farà entrare il pubblico nella casa della protagonista, per assistere alla sua comica e grottesca parabola, e scoprire inaspettate e macabre declinazioni del cibo.
Prima dello spettacolo, Chiara Cardea proporrà un «assaggio» dei cinque racconti e dei due monologhi pubblicati sul numero speciale di «Crack Rivista» dedicato a «Play with Food», esito della call «Abbiamo fame di storie!» che conferma la volontà del festival di sostenere e incoraggiare la creatività di giovani scrittori e drammaturghi. In occasione della nona edizione della rassegna torinese, partirà, inoltre, la seconda parte della call, per la selezione della compagnia a cui verrà affidata la messa in scena dei due monologhi selezionati, il cui debutto si terrà durante l'edizione 2020 del Torino Fringe Festival (www.tofringe.it/partecipa).
Giovedì 1°ottobre
, alle ore 20, «Play with Food» si sposterà, quindi, al Qubì, dove il romano Claudio Morici proporrà la prima regionale dello spettacolo «Il grande carrello», tratto dall’omonimo libro di Fabio Ciconte e Stefano Liberti pubblicato nel 2019 per i tipi di Laterza. L’appuntamento teatrale si configura come un’indagine comica e serissima che scompone e mette a nudo la realtà nascosta dietro la distribuzione organizzata, che veicola il settanta per cento dei consumi alimentari degli italiani. Da dove arriva il cibo che vendono i supermercati? Chi ne decide il prezzo e la disposizione sugli scaffali? Perché viene esposto un determinato prodotto a discapito di un altro? sono alcune delle domande che tessono il racconto con l’obiettivo di informare su questioni fondamentali ma anche di suscitare reazioni che, mai come in questo caso, potremmo definire «di pancia».
Venerdì 2 ottobre, alle ore 21, i riflettori saranno, invece, puntati sugli attori-contadini del Teatro delle Ariette che tornano a Torino, all'Unione culturale Franco Antonicelli, con il loro storico spettacolo «Teatro da mangiare?», che ha debuttato a Volterrateatro il 18 luglio 2000, vent’anni fa, e che in questi anni si è comportato come un vero e proprio organismo vivente crescendo, maturando e arricchendosi dell’esperienza di oltre milleduecento repliche in giro per l’Italia e l’Europa.
Con «Teatro da mangiare?» si mangia davvero e si mangia bene. Si mangiano i prodotti della terra che Paola Berselli e Stefano Pasquini coltivano dal 1989 nelle campagne dell'Appennino bolognese.
Seduti attorno a un tavolo, consumando un vero pasto, gli spettatori-commensali, sempre pochi per creare un'atmosfera intima e unica, ascolteranno l'appassionante esperienza di un teatro fatto fuori dai teatri.  
Tagliatelle fatte in casa, tigelle, vino e prodotti rigorosamente biologici non mancano mai in questa curiosa performance, tra mattarelli da cucina e vecchie canzoni, della quale ha scritto anche il quotidiano francese «Le Monde».
Lo spettacolo sarà in replica sabato 3 ottobre, sempre alle ore 21, mentre domenica 4, dalle ore 10 alle ore 14, ancora all'Unione culturale, il Teatro delle Ariette proporrà la masterclass «La memoria del cibo», a cura di Per+formare e Progetto Zoran, aperta a tutti, attori professionisti e non.
Anche in questa strana stagione segnata dal distanziamento sociale, «Play with Food» organizzerà, nella serata di sabato 3 ottobre, a partire dalle ore 19, una delle sue tradizionali «Underground dinner»: un evento performativo e conviviale in un luogo segreto il cui indirizzo sarà svelato ai soli partecipanti. Protagoniste saranno la fiorentina Patrizia Menichelli - artista che, dal 1996, fa parte della storica compagnia Teatro de los Sentidos di Barcellona – e la food stylist toscana Claudia Guarducci
In scena ci sarà la prima nazionale di «The Poetic Dinner: Amalia, ricette senza ingredienti»: un’esperienza sensoriale, un viaggio intimo che coinvolge un piccolo gruppo di persone alla scoperta della vera storia di Amalia Moretti Foggia, giornalista e scrittrice nata nel 1872 e nota con lo pseudonimo di Petronilla
Gli ospiti, invitati in un luogo sconosciuto, saranno accompagnati a incontrare la storia di Amalia attraverso i cinque sensi, scoprendo memorie, ricordi, impressioni, sogni, oggetti, profumi e piccoli sapori.
Domenica 4 ottobre, alle ore 10.30, ci sarà un altro appuntamento classico del festival: la Cinecolazione, organizzata in collaborazione con Les Petites Madeleines e ospitata in una delle storiche bocciofile torinesi, l’Asd La Tesoriera.
Non mancheranno, poi, un momento di approfondimento: sabato 3 ottobre, dalle ore 14.30 alle ore 18, al Circolo dei lettori si terrà il convegno «Play at Home», a cura del critico e organizzatore Alessandro Iachino, dedicato al teatro d’appartamento, ottima occasione per riflettere sulle esperienze nazionali più rilevanti dedicate a questo formato spettacolare, insieme a operatori, artisti e studiosi. Saranno presenti Paola Berselli, Stefano Pasquini, Patrizia Menichelli, Claudia Guarducci, Chiara Vallini, Laura Valli, Rossella Tansini, Barbara Ferrato e Lorenzo Barello. Chiuderà l’incontro un approfondimento di Francesca Serrazanetti, critica e docente al Politecnico di Milano.
A chiudere il festival sarà Gabriele Vacis che domenica 4 ottobre, alle ore 17.30, proporrà al teatro Colosseo una «Meditazione sul cibo», accompagnato dalle scenofonie di Roberto Tarasco
A partire da «Il pranzo di Babette», racconto di Karen Blixen reso celebre dal film da Oscar di Gabriel Axel, il regista torinese delineerà un intenso percorso attraverso miti e ricette, economie e speculazioni, giudizi e pregiudizi su ciò che ci nutre. 
In occasione dell'evento, è previsto un inconsueto Aperitivo Fuorisede, in rispettosa applicazione delle normative vigenti: non potendo proporre al pubblico un momento conviviale nel foyer del teatro, a causa del distanziamento sociale, i food partner offriranno a tutti gli spettatori una degustazione «in differita» presso i loro punti vendita.
Un’edizione, dunque, ricca di eventi, riservati a pochi e dal grande fascino, tutti nati per nutrire il corpo e lo spirito con cibo e parole. 

Vedi anche

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Una scena dello spettacolo «Racconti di zafferano» di Maria Pilar Peréz Aspa. Foto: Serena Serrani [fig. 2] Immagine di  Cesco Rossi per la decima edizione di Play with food; [fig. 3] Immagine promozionale dello spettacolo «Anna Cappelli», interpretato da Carlo Massari; [fig. 4] Una scena di uno spettacolo del Teatro delle Ariette. Foto: Roberto Cerè; [fig. 5] Una scena di uno spettacolo del Teatro delle Ariette. Foto: Giovanni Battista Parente; [fig. 6] Immagine promozionale dello spettacolo «Il grande carrello» di Claudio Morici, tratto dall’omonimo libro di Fabio Ciconte e Stefano Liberti

Informazioni utili 
Play with food – La scena del cibo. 10 anni 2010-2020. Torino, 28 settembre - 4 ottobre 2020. Informazioni: tel. +39.351.6555757. Sito internet: www.playwithfood.it