ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

venerdì 26 aprile 2024

Umbria, vini da museo a Torgiano e Montefalco

Pochi vini, in Umbria, riescono a rappresentare il concetto di terroir come il Montefalco Sagrantino, varietà autoctona di origine controllata e garantita (Docg) che si produce solo a Montefalco e nei vicini comuni di Bevagna, Castel Ritaldi, Giano dell’Umbria e Gualdo Cattaneo, in un territorio collinare traboccante di bellezza, definito da Herman Hesse «uno dei luoghi più pacifici della terra», che, con le sue atmosfere medioevali e il verde della natura, ha fatto da sfondo alle pitture di Benozzo Gozzoli, del Perugino e di Pinturicchio.

Prodotto nelle tipologie secco (indicato per le carni rosse e la cacciagione) e passito (ottimo con la pasticceria), questo rosso autoctono ha una storia antica. Seppure non esistano documenti che ne testimonino la produzione prima del XVI secolo, molti reputano che quest’uva dalle bacche nere sia giunto in Umbria, dall’Asia Minore o dalla Spagna, tra il Trecento e il Quattrocento grazie a qualche seguace di San Francesco d’Assisi desideroso di vivere l’esperienza monastica. Secondo questa narrazione, il nome Sagrantino deriverebbe, dunque, dai termini latini «sacer» e «sacramentum», visto che i frati francescani ricavavano dal loro prezioso vitigno, caratterizzato da una maturazione tardiva e da un’eccezionale ricchezza di polifenoli, un passito destinato alle funzioni religiosi.
 
Altri, invece, per risalire alle origini di una storia che ha conquistato il mondo con la sua eccellenza fanno riferimento alla figura di Federico II di Svevia che, intorno al 1240, trasformò il borgo di Coccorone in Montefalco dopo che il suo prezioso falco sacro, ferito durante una battuta di caccia, fu salvato con un medicamento a base di vino locale, una bevanda tratta dall’uva «Itriola», già citata nel I secolo d.C. dallo scrittore e naturalista Plinio il Vecchio in un passo della sua opera enciclopedica «Naturalis Historiae», che da allora fu denominata «Saqr-ans», ovvero «vino che cura il falco sacro».
 
È, invece, quasi certo che sia un Sagrantino la bottiglia di vino rosso sulla mensa del cavaliere da Celano dipinta da Benozzo Gozzoli negli affreschi che ornavano l’abside della chiesa francescana di Montefalco. Non è, dunque, un caso che all’interno di questo luogo, oggi uno dei musei civici più importanti del Centro Italia per la sua preziosa testimonianza della pittura rinascimentale dei secoli XV e XVI, sia stata inaugurata - grazie a una vincente sinergia tra pubblico e privato - una nuova sezione immersiva dedicata al «nettare degli dei» prodotto a Montefalco.
 
La visita al Museo del Sagrantino, collocato nel Complesso museale san Francesco, in spazi recentemente rinnovati sotto la supervisione dell’architetto Bruno Gori, è un’esperienza visiva e sensoriale, che si avvale di un accurato allestimento a cura di Stefano Mosconi e Michele Giuseppe Onali.
 
Temi chiave del nuovo spazio, gestito da Maggioli cultura e turismo, sono: vitigno, vino, territorio, tradizione, cultura. La visita parte dalle antiche cantine, scoperte nel 2006 in seguito ad alcuni lavori di restauro e già allestite con oggetti della tradizione contadina locale grazie alla collaborazione di Luigi Gambacurta e Giulia Rotoloni. Nel percorso sono esposti, poi, materiali del XVIII e XIX secolo legati alla lavorazione delle uve e alla produzione in cantina, documenti, fotografie e video illustrativi: un insieme di manufatti utili per scoprire un territorio e la sua storica tradizione vitivinicola, frutto di «amore, dedizione, intelligenza e caparbietà».
 
Sempre in Umbria compie mezzo secolo un altro museo dedicato al vino, quello di Torgiano, finito anche sulle pagine del «New York Times» per la sua particolarità e per la qualità delle sue collezioni.
Nato da un’idea di Giorgio e Maria Grazia Lungarotti, lui fondatore dell’omonima azienda vitivinicola che ha reso l’Umbria del vino famosa nel mondo, lei storica dell’arte e archivista, questo museo aprì le proprie porte il 23 aprile del 1974, nella suggestiva notte di San Giorgio, tradizionalmente caratterizzata dall’accensione di falò propiziatori tra le vigne.

Ospitato nei seicenteschi del monumentale Palazzo Graziani-Baglioni, dimora estiva gentilizia del XVII secolo, lo spazio conserva oltre tremila manufatti distribuiti lungo venti sale. Si tratta di reperti archeologici, attrezzi e corredi tecnici per la viticoltura e la vinificazione, contenitori vinari in ceramica di varie epoche (dal Medioevo a oggi), incisioni e disegni dal XV al XX secolo, testi di viticoltura ed enologia, manufatti d’arte orafa, tessuti e altre testimonianze che documentano l’importanza del vino nell’immaginario collettivo dei popoli che hanno abitato, nel corso dei millenni, il bacino del Mediterraneo e l’Europa continentale. Mantegna, Guttuso, Picasso, ma anche Josef Hoffmann, Cocteau, Joe Tilson;, Fornasetti, Dorazio, Venini sono alcuni degli artisti in esposizione, che si sono cimentati con una propria interpretazione del «nettare di Bacco».

Per festeggiare i cinquant’anni dal taglio del nastro è stata ideata un’edizione limitata del Brut millesimato di Lungarotti, impreziosita da un’etichetta ispirata all’«Infantia de Bacho» di Giorgio Andreoli (Gubbio, 1528). È stata inaugurata anche una mostra fotografica, visitabile fino al 31 ottobre, che ripercorre i momenti più significativi di questi dieci lustri di divulgazione della cultura della vite e del vino attraverso l’evoluzione delle collezioni, le visite di personaggi illustri, i convegni a tema, le pubblicazioni, le mostre in sede e nel mondo, da New York a Shanghai, da Tokyo a Osaka, da Kyoto a Mosca, da Bordeaux a Milano.
 
L’esposizione fotografica è soltanto la prima di una serie di iniziative che si svolgeranno durante tutto il 2024 per celebrare l’arte e la cultura del vino e del «buon bere». Fino al 28 aprile, il museo ospita, per esempio, la mostra «Convivial vessels», con opere in ceramica realizzate degli studenti della Franklin University Switzerland. Tra maggio e luglio si terrà una mostra grafica dell’artista polacco Andrzej Kot (Lublino 1946-2015), famoso in patria per i suoi gatti declinati in centinaia di fantasiose raffigurazioni sul filo dell’ironia e presente con suoi ex libris nella raccolta del museo di Torgiano. Durante l’estate i grandi acquerelli dell’artista inglese Richard di San Marzano faranno eco alle colorate ceramiche da vino conservate nel museo con «Vinum inundas», un tributo alla bellezza e al mistero del «nettare di Bacco». Concluderà l’anno espositivo una mostra di pittura contemporanea dell’artista irlandese Anne Donnelly, in programma per novembre.
 
A completare il cartellone celebrativo ci sono un convegno di studi sull’importanza strategica del turismo museale nella promozione di un territorio, e nella tutela e difesa dell’ambiente, in agenda a ottobre, e la pubblicazione, entro l’anno, del catalogo ragionato delle collezioni. È previsto, inoltre, l’ampliamento della sezione dedicata agli Etruschi grazie a prestiti e depositi realizzati nell’ambito del progetto TraMusei, marchio della Fondazione Lungarotti che identifica una rete di sinergie tra diversi istituti museali.

Didascalie delle immagini
1,Gio Ponti-Cooperativa Ceramica di Imola, Bottiglia mamma, Imola, 1994 - MUVIT Museo del Vino, Fondazione Lungarotti, Torgiano (PG); 2. Museo del Sagrantino di Montefalco (PG); 3. Affresco di Benozzo Gozzoli per la Chiesa di San Francesco a Montefalco; 4. Museo del Sagrantino di Montefalco; 5. Mastro Domenico Veneziano, Vaso da farmacia a palla, Venezia, 1560-1570 - MUVIT Museo del Vino, Fondazione Lungarotti, Torgiano (PG); 6. Jean Cocteau, Piatto con satiro, 1959 - MUVIT Museo del Vino, Fondazione Lungarotti, Torgiano (PG); 7. 1598 Pablo Picasso, Baccanale. MUVIT Museo del Vino, Fondazione Lungarotti, Torgiano (PG) 

Per saperne di più



lunedì 22 aprile 2024

«Pen and Paper», manifesti d’autore per la campagna Moleskine a favore della scrittura a mano

Oscar Wilde
vi appuntava i suoi celebri aforismi. Pablo Picasso, Henri Matisse e Vincent Van Gogh fissavano sui suoi fogli le idee per opere d’arte che sarebbero diventate immortali. Ernest Hemingway ne teneva sempre uno in tasca dovunque andasse, dai bistrot di Parigi agli alberghi di Venezia, e appena storie e personaggi bussavano alla porta della sua immaginazione metteva tutto nero su bianco. Lo scrittore inglese Bruce Chatwin, infine, ne era così innamorato da parlarne nel libro «Le vie dei canti», dove si legge la storia di una cartolaia parigina, in Rue de l’Ancienne Comédie, che vendeva blocchi per appunti dall’inconfondibile copertina nera cerata e rigida, simile alla «pelle della talpa», con gli angoli arrotondati, i risguardi trattenuti da un elastico e le pagine color avorio. Stiamo parlando del Taccuino Moleskine, ideato in Francia tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo e prodotto fino al 1986 da un’azienda a conduzione familiare di Tours.

La seconda vita del leggendario «quadernetto», immancabile compagno d’avventura dei maestri delle Avanguardie novecentesche, ha avuto inizio, invece, nel 1997 quando Modo & Modo, un piccolo editore milanese, ne ha rinnovato la tradizione grazie a una felice intuizione della scrittrice e sociologa Maria Sebregondi. Da allora il marchio Moleskine, che oggi ha la sua sede centrale nel capoluogo lombardo e filiali anche in America e in Giappone, si è diffuso in tutto il mondo. Quel taccuino per viaggiatori colti e moderni globetrotter, ispirato ai quaderni in cerata nera usati da Chatwin e da Van Gogh, è diventato così un’icona da portare con sé per fissare pensieri.

In occasione della Milano Design Week, la mostra «Moleskine Detour» ha visto sfilare, negli spazi della Pinacoteca ambrosiana e alla villa Bagatti Valsecchi di Varedo, un centinaio di opere uniche tra taccuini decorati, hackerati, trasformati in sculture o in graphic novel, riempiti di note, schizzi, dipinti e disegni realizzati da artisti e designer, architetti e musicisti, filmmaker e filosofi, tra cui Giorgia Lupi, Antonio Marras, Pascale Marthine Tayou e Joana Vasconcelos.
Questo inno alla scrittura e alla passione per la carta e la penna si chiude con «Pen & paper», campagna pubblicitaria cartacea di oltre duecento manifesti disegnati interamente a mano dal personale Moleskine e da un gruppo di studenti universitari di Milano.
Lo scopo di questa operazione promozionale, che sarà visibile in vari angoli di Milano per due settimane a partire dal 22 aprile, è quello di ricordare al grande pubblico che mettere penna su carta e scrivere a mano è, di fatto, utile per accelerare l'apprendimento, la conservazione della memoria e lo sviluppo del pensiero lineare. Da decenni le ricerche dimostrano che gli studenti che prendono appunti a mano ottengono punteggi più alti nei test rispetto a quelli che scrivono a macchina gli stessi appunti e che le persone che scrivono a mano i loro appuntamenti in un'agenda hanno maggiori probabilità di ricordare la data in seguito. La scrittura a mano non solo è utile nei modi sopra descritti, ma può anche aiutare i bambini con ADHD o facilitare la comprensione e l'apprendimento della matematica.

In un'epoca sempre più digitale, l'idea non è quella di privilegiare una realtà analogica rispetto a una digitale, ma piuttosto di incoraggiare le persone a non abbandonare l'una per l'altra, poiché è dimostrato che scrivere e scarabocchiare stimola il cervello in innumerevoli modi. Moleskine sostiene questa tesi affidandosi alle conoscenze e agli studi di esperti del settore, come i professori Audrey Van der Meer, Ruud van der Weel e Hetty Roessingh, la farmacologa comportamentale Kristin Wilcox, gli esperti di scrittura Irene Bertoglio e Giuseppe Rescaldina, nonché l'ex studente e ora giornalista Owen Ruderman.

La missione del marchio è sempre stata quella di promuovere il potenziale della carta nella nostra vita; la carta ci aiuta a esprimere le nostre idee, a giocare con la nostra creatività, a elaborare i nostri pensieri e, quando prendiamo uno strumento di scrittura per annotare e scarabocchiare istintivamente, il nostro cervello funziona meglio, proprio come una dieta sana e il movimento fanno bene al nostro corpo e alla nostra psiche.

Questa campagna è unica non solo per il suo concetto, ma anche per la sua esecuzione, visto che le scritte che raccomandano ai milanesi e non solo di riprendere in mano carta e penna, da «Scarabocchiare fa bene al cervello» e «Usare carta e penna libera la mente dai pensieri e fa diminuire l'ansia», sono interamente realizzate a mano.

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venerdì 19 aprile 2024

Milano Design Week #5, una «Walk of design» a Tortona, ma anche nei distretti di Isola, Certosa e Maciachini

È uno dei quartieri più amati e frequentati di ogni Fuorisalone dai professionisti del design e della progettazione grazie al suo ricco cartellone di installazioni, tavole rotonde, talks e mostre, che accosta giovani designer emergenti a grandi brand. Tortona, il distretto che parte dalla stazione di Porta Genova e anima i Navigli, non delude le aspettative nemmeno quest’anno con la sua «Walk of design», una passeggiata attraverso luoghi iconici come il Ponte degli artisti, l’antica Fabbrica 14 con la sua distintiva ciminiera, la Torneria Traviganti, l’imponente complesso dell’ex Ansaldo, l’Opificio 31 e la Galvanotecnica Bugatti. Questi spazi di archeologia industriale regalano, infatti, una marcia in più agli eventi promossi per l’edizione 2024 del Fuorisalone, in cartellone fino al 21 aprile, dal «Superdesign Show» a «Tortona Rocks», passando per le iniziative di Base, senza dimenticare «Il giardino dell’Otium», una piccola oasi di pace, ristoro e cura della mente e del corpo, progettata da Nardi, in cui prendersi del tempo per sé a contatto con la natura, per, poi, proseguire la propria passeggiata nel distretto alla scoperta di «nuovi orizzonti» che provano a disegnare «il mondo di domani».

Raccontare le ultime tendenze del design anche attraverso le nuove tecnologie, stimolando una riflessione nello spettatore tramite installazioni immersive, è, per esempio, l’idea che sta alla base del «Superdesign Show», l’evento, nato nel 2000, dove si intrecciano mondi virtuali, tecnologie umanizzate, rispetto della natura, materiali rigenerati. Oltre 40 progetti provenienti da 11 nazioni del mondo e realizzati da 80 aziende, in uno spazio labirintico che si tinge di verde brillante, colore che parla di natura e serenità, invitano a pensare differente, immaginando nuovi scenari urbani, domestici e sociali, come suggerisce il tema dell’anno: «Thinking different - everything, everywhere, everyone».

Ad animare il percorso espositivo, che è stato concepito da Gisella Borioli e che si avvale della supervisione di Giulio Cappellini, sono progetti che svelano l’orizzonte asiatico (con una particolare attenzione alla creatività giapponese, vietnamita e thailandese), riflessioni sull’economia circolare, idee progettuali della generazione Z (firmate, in molti casi, dagli allievi dell’Istituto Marangoni e della Jönköping University) e virtual point per immergersi in un universo digitale dove ologrammi, metaverso, avatar e intelligenza artificiale diventano gli assoluti protagonisti.
 
In questa grande agorà, che risponde «Why not?» all’invito a «pensare differente» e a uscire fuori dagli schemi (il riferimento è alla mostra di opere grafiche firmate da Daniele Cima al numero 2 di via Tortona 27), è da non lasciarsi sfuggire una visita a «Like Trees In The Woods», installazione dello scultore Michele D’Agostino, curata Giandomenico Di Marzio per il brand italiano NichelcromLab, specializzato nell’acciaio inox, che porta un mini-bosco in una stanza di circa 20 metri quadrati. Ad alto impatto visivo è anche «Time», con due opere avveniristiche e interattive sul tema del tempo e del futuro della mobilità elettrica, ispirate alla concept car Lexus Future Zero-emission Catalyst.

Altra tappa da non perdere è quella con i vetrai del Festival internazionale Designblok di Praga, che mettono in mostra, con la curatela di Jana Zielinski e Jiří Macek e il progetto espositivo di Jan Plecháč, dieci pezzi unici realizzati con approcci personali molto diversi, tutti spaziali. 

La convivialità intesa come bisogno collettivo di cura reciproca e solidarietà è, invece, il tema della quarta edizione di «We Will Design», la piattaforma che riunisce designer da tutto il mondo, in prevalenza giovani, scuole e università nel complesso dell’ex Ansaldo. Sotto l'etichetta «The Convivial Laboratory», vengono presentate, tra l'altro, due installazioni: «Flowair» di Ingo Maurer, con due grandi fiori gonfiabili che fluttuano accarezzati dal vento, e «Talamo», scultura performativa del duo di architetti italiani residenti a Londra Lemonot (Sabrina Morreale e Lorenzo Perri), realizzata in collaborazione con Xavier Madden e Katja Banovie. Si tratta di un letto immenso ma leggero, che diventa un palcoscenico in sospensione dinamica tra pavimento e soffitto, dove ammirare coreografie e performance teatrali.
 
Mentre nell’ambito di «Tortona Rocks», contenitore di eventi indipendenti che quest’anno ha scelto il tema «Prelude. Il design che verrà» come filo conduttore, spicca, tra gli altri, Ikea che presenta, al Padiglione Visconti, la mostra «1st (First)», progettata dall’architetto Midori Hasuike e dallo spatial designer Emerzon con l’intento di esplorare le tante «prime volte» che le persone vivono quando traslocano nella loro prima casa. Lo spazio del brand svedese è anche un luogo di ristoro, relax, divertimento e incontro, animato da un fitto programma di talks ed eventi musicali.

Proseguendo, all’Opificio 31, il vero cuore di «Tortona Rocks», è possibile ammirare, tra l’altro, l’installazione dinamica «Crystal Beat II», progettata da Michael Vasku e Andreas Klug, direttori creativi di Preciosa Lighting, azienda attiva nel settore del cristallo di Boemia. L’opera trasporta i visitatori in una dimensione onirica dove musica e luce si uniscono rendendo possibile un’immersione sensoriale totalizzante. Non meno affascinante è il progetto immersivo proposto da Archiproducts, un omaggio al ruolo vitale dell’acqua nella nostra esistenza, curato dallo Studio Pepe, che gioca sulle proprietà ottiche dell’elemento naturale, con la sua profondità e capacità di riflettere come uno specchio.

Un altro angolo di Milano che si anima di progetti per la Milano Design Week è il distretto Isola. Quest’anno mostre, installazioni, eventi, workshop e performance – per un totale di quaranta eventi, che coinvolgono più di trecento designer provenienti da quarantasette Paesi - sono riuniti sotto il titolo «This Future is Currently Unavailable», un invito ad agire per dimostrare che il design può essere il motore per affrontare le sfide del mondo reale, ridisegnando il futuro del pianeta e dell’uomo.
Il Fuorisalone di Isola approda in tre nuovi hub: Lampo Milano (in via Valtellina 5), mega progetto di riqualificazione urbana dello storico scalo ferroviario Farini che si articola su un’area di 40mila metri quadrati, il polo co-working WAO PL7 (in via Luigi Porro Lambertenghi 7), il centro culturale Stecca 3.0, ai piedi del Bosco verticale, ai quali si aggiunge la Galleria Bonelli (in via Luigi Porro Lambertenghi 6).
 
Tra le installazioni da vedere all’interno del distretto c’è «The Secret Garden» nell’atrio della stazione Porta Garibaldi, un allestimento curato da Claudia Zanfi per Green Island, dove scoprire vari progetti interamente realizzati con materiali naturali e sostenibili, circondati da tanta vegetazione. Tutti gli elementi che compongono questo insolito giardino urbano ruotano attorno all'installazione centrale ideata dal designer Matteo Cibic e realizzata da Jaipur Rugs: uno speciale tappeto in filato naturale intessuto dalle abili mani delle sarte che abitano le zone rurali di Jaipur, in Rajastan.

Certosa, il distretto nella zona nord-ovest della città al centro di un importante progetto di rigenerazione urbana promosso da RealStep, ha, invece, scelto di raccontarsi alla Milano Design Week con una mostra en plein air dell'artista visivo francese Robin Lopvet, a cura del collettivo Kublaiklan. Tra piazza Cacciatori delle Alpi e via Varesina rimarranno esposte fino a giugno una serie di immagini fotografiche, dai colori vivaci e con elementi surreali e giocosi, che documentano, in chiave ironica e accattivante, il processo di riqualificazione in essere e la comunità locale che anima il quartiere: artigiani di bottega, operai e ristoratori.
 
Spingendosi fuori dagli usuali confini della Milano Design Week meritano, infine, una visita la comunità creativa «sotterranea» di Dropcity, il centro di architettura e design ideato da Andrea Caputo nei tunnel sotto la stazione Centrale di Milano, e il nuovo flagship store di Paola Lenti, in zona Maciachini, un ex complesso industriale di 4mila metri quadrati riqualificato e trasformato in un’architettura bioecologica con showroom, lounge, uffici, giardini, serre e «uno spazio espositivo dedicato a espressioni artistiche del linguaggio contemporaneo».
 
Fulcro del progetto, che si presenta con il titolo «Oltre lo sguardo», è la natura: un giardino umido, un tetto verde impollinatore, un bosco edibile, un patio tropicale e un giardino delle perenni e bozzolo si intersecano, fino a fondersi, con lo spazio edificato, grazie al disegno ideativo di «Alfa, la casa possibile» con le sue meravigliose tonalità verdi, ma anche agli elementi d’arredo outdoor, dalle sedute di Lina Obregón e Bertrand Lejoly al tavolo Dock di Francesco Rota, con un piano a doghe in lava naturale nell’inedita finitura glacé.
 
All’interno di questo luogo magico, che è un invito a spingere la visione «oltre la sicurezza del prevedibile e la gratificazione del risultato veloce», è allestita, in un piccolo edificio non ancora riqualificato, una mostra dello studio Nendo, nuovo capitolo del progetto «Mottainai», termine che in giapponese significa «non sprecare, utilizzare le risorse che si hanno a disposizione». In questo caso a essere recuperati quotidianamente e accostati con cura secondo un coerente criterio cromatico sono stati i ritagli di tessuto Maris, un prodotto sviluppato e realizzato in esclusiva da Paola Lenti per le proprie collezioni outdoor. A partire da questi materiali, Nendo ha ideato la serie di arredi e complementi «Hana-arashi», termine giapponese, questo, che – si legge nella nota stampa - «descrive la seconda bellezza costituita dalla danza nel vento dei petali dei fiori di sakura (ciliegi), quando invece la prima coincide con la piena fioritura». Un nome che rimanda alla leggerezza, al movimento, al colore, al potere della natura di produrre meraviglia. Sostenibilità, materialità e spiritualità si sposano così magicamente dando vita a prodotti essenziali ed eleganti come un haiku, una poesia.

Didascalie delle immagini
1. Un pezzo di «Hana-arashi» di Nendo per la mostra da Paola Lenti. Courtesy: Paola Lenti; 2, Vista di «Like Trees In The Woods», installazione dello scultore Michele D’Agostino, curata Giandomenico Di Marzio per il brand italiano NichelcromLab; 3. Esterno di Superstudio +. Foto di Riccardo Diotallevi; 4. Un progetto di Domus Accademy a Tortona; 5. Talamo, scultura performativa del duo di architetti Lemonot. Performance a Base Milano; 6. Vista di «Like Trees In The Woods», installazione dello scultore Michele D’Agostino, curata Giandomenico Di Marzio per il brand italiano NichelcromLab; 7 e 8. Living Certosa un progetto di Robin Lopvet, a cura di Kublaiklan, promosso da Milano Certosa District  © Courtesy Kublaiklan. Foto di Matteo Losurdo, 9.  Collezione «Hana-arashi» di Nendo per la mostra da Paola Lenti. Courtesy: Paola Lenti

Informazioni utili

giovedì 18 aprile 2024

Milano Design Week #4, una passeggiata in centro tra installazioni scenografiche, palazzi storici e mostre di nicchia

C’è una tappa imprescindibile per gli amati della fotografia in questa edizione della Milano Design Week, il cartellone di oltre mille eventi promosso in occasione del Salone del mobile, che fino a domenica 21 aprile anima tutta la città, dalle zone storicamente protagoniste della settimana meneghina dedicata alla cultura del progetto - Brera, 5Vie, Durini, Isola, Statale e Tortona – alle new entries di Porta Venezia e del distretto di via Paolo Sarpi, fino ai quartieri di Porta Romana, Stazione centrale, San Vittore, Quadrilatero della moda, Bocconi e Castello sforzesco. È il Garden Senato, dove Veuve Clicquot, una delle maison più celebri dello champagne, fa risplendere la sua «solaire culture» con «Emotions of the Sun», una mostra curata da Pauline Vermare, con la preziosa collaborazione dell’iconica Magnum Photos, l’agenzia fondata nel 1947 da Robert Capa ed Henri Cartier-Bresson, oggi presieduta da Cristina de Middel.

In un elegante allestimento firmato dalla designer francese Constance Guisset, una quarantina di fotografie inedite scattate da otto artisti contemporanei dell’obiettivo celebrano il sole, simbolo di gioia e ottimismo, in uno straordinario spettro di emozioni, forme e colori, dai vasti spazi all’aperto ai più intimi ambienti interni. Con i suoi maestosi studi sul Fuji-san, in Giappone, Steve McCurry cattura, per esempio, momenti di puro rapimento e contemplazione, donandoci un inno alla grandiosità degli elementi. Mentre Lindokuhle Sobekwa celebra i miracoli di tutti i giorni: un tramonto, i fiori che schiudono i petali, il luccichio dei raggi del sole. Cristina de Middel trasmette una sensazione di pura gioia e leggerezza dell’essere; Olivia Arthur racconta, invece, con scatti molto personali, la serenità delle estati dell’infanzia. Newsha Tavakolian porta sotto i riflettori una storia di speranza ed emancipazione femminile. E ancora Nanna Heitmann ci parla del sole come fonte di tutta la vita, forza che ci connette tutti. Alex Webb colpisce l’attenzione con i colori vividi delle sue immagini, caratterizzate da un sapiente gioco di luci e ombre. Trent Parke, infine, ci regala scenografie simboliche, che svelano la presenza dell’eternità in tutte le cose.

A Garden Senato Veuve Clicquot ha installato anche una boutique dedicata con una selezione di libri di fotografia e raffinati oggetti di design, il poster della mostra e le sue cuvée più iconiche; tutti i giorni è, inoltre, possibile assaggiare il menù «Sun in your plate», con preparazioni appositamente create da chef stellati e talenti gastronomici emergenti con verdura e frutta di stagione.

Rimanendo nei dintorni di Porta Venezia meritano una visita il Meet Digital Cultural Center, allestito dallo studio di progettazione Migliore+Servetto per Neutra con «To the edge of matter - An unforgettable journey», e Garage 21, dove Google presenta un’installazione di sicuro impatto come «Making sense of color», una vera e propria gioia per gli occhi con il suo gioco di luci e colori. Mentre il meraviglioso Palazzo Isimbardi, noto per il suo grande telero trompe l’oeil del Tiepolo e gli stucchi settecenteschi, ospita la mostra «Re/Creation» di Lasvit, azienda che ha ampliato i confini del vetro lavorato a mano.
 
Sempre in zona vale la pena fare tappa da Artcurial, in corso Porta Venezia 22, dove viene presentata una selezione di lotti dall’asta dedicata al solo «Design italiano», in calendario a Parigi il prossimo 29 maggio. L’esposizione allinea pezzi rari e dalla raffinata fattura, in certi casi delle vere e proprie icone come il salotto «Uovo» di Ico Parisi, emblematico della collaborazione del designer con Cassina, o la lampada «Stella» di Giò Ponti, disegnata appositamente per il London Hotel di Milano. C'è, poi, in mostra un intero focus su Gaetano Pesce, il progettista ligure, recentemente scomparso, al centro del prossimo appuntamento espositivo della Pinacoteca ambrosiana (in agenda dal 19 al 23 aprile), del quale sono visibili oggetti di grande prestigio come la libreria «Luigi» (detta anche «O mi amate voi»), un inno al colore disegnato nel 1982 per Bemini. Completa la carrellata un omaggio alla designer milanese Gabriella Crespi, rappresentata da una lampada da tavolo dalle forme e texture organiche della serie «Bohemian 72», che ben racconta il suo periodo orientalista, e dal celebre «Lotus» del 1975, un tavolino pieghevole in bambù e ottobre che imita i movimenti della pianta acquatica da cui prende il nome.
 
Altro appuntamento da non perdere per i collezionisti d’arte è, sempre in centro, la mostra «Elogio alla creatività», proposta da Pandolfini, la più antica casa d’aste italiana che quest'anno festeggia cento anni di attività, nei suoi rinnovati spazi di via Manzoni 45. Dal capolavoro «San Giovanni Battista» di Jusepe Ribera all’olio su tela «Donna in lettura» di Eugenio Cecconi, dal dipinto «Una sera» di Salvo al celeberrimo «Trono modello senza fine» di Gaetano Pesce, senza dimenticare un vaso cinese della dinastia Qing in cloisonné a forma di cuore girevole, l'esposizione propone una selezione di opere delle prossime aste e rappresenta un momento per celebrare la forza vitale e creativa del design internazionale declinato, in questo caso, su oggetti dalle differenti destinazioni d’uso, ma tutti capaci di dare un tocco speciale a qualsiasi casa.

Spostandoci verso piazza Duomo, dove Zegna ha riprogettato le aiuole nel rispetto della biodiversità e dell’ecosistema, merita una tappa il cortile d’onore di Palazzo Reale, in cui Grohe, leader globale nelle soluzioni per il bagno e la cucina, presenta un viaggio sensoriale incentrato sul potere rivitalizzante dell’acqua. In piazza San Fedele è, invece, allestita «Second Life: 10 alberi per 10 totem d’autore», un’installazione, a cura di Nicoletta Gatti, nata in seguito al violento nubifragio che ha colpito Milano lo scorso 25 luglio, causando l’abbattimento di oltre 5.000 alberi, alla quale hanno preso parte Alessandra Baldereschi, Elena Salmistraro, Federico Peri, Francesco Meda, Giulio Iacchetti, Marco Piva, Mario Trimarchi, Nicoletta Gatti, StudioPepe e Zanellato/Bortotto. Sempre in piazza San Fedele Bottega Veneta incanta i visitatori con «On the rocks», un’installazione promossa con Cassina e Fondation Le Corbusier, che mette sotto i riflettori un’icona senza tempo come il celebre sgabello LC14 Tabouret Cabanon (1952), ispirato a una cassa di whiskey che Le Corbusier aveva trovato casualmente su una spiaggia della Costa Azzurra.  Mentre in piazza San Babila a dominare sono i colori pastello di «We are dreamer», un progetto delle sorelle Elena e Giulia Serra.

Poco distante, in via Sant’Andrea, nel cuore del Quadrilatero della moda, HoperAperta presenta la mostra «Mimesis Forma Immagine», a cura di Patrizia Catalano e Maurizio Barberis, un progetto giunto alla sua sesta edizione, che, nell’eleganza di un aristocratico interno milanese, racconta la relazione tra diverse forme-immagini e la loro trasformazione in oggetti d'arte attraverso la teatralizzazione dell'idea.

Rimanendo nella stessa strada, si può fare tappa a Palazzo Morando, dimora di chiara impronta settecentesca che venne abitata dalla contessa Lydia Caprara di Montalba e dal marito Gian Giacomo Morando Attendolo Bolognini, al cui interno sono esposte diciannove fotografie di grande formato che raccontano, con gli occhi dell’artista Carlo Valsecchi, i progetti realizzati dallo studio Acpv Architects Antonio Citterio Patricia Viel. La cornice scenografica rende ancora più interessante la visita all’esposizione, che ci restituisce la visione di un'architettura capace di fondersi con il paesaggio, tra i profili delle colline e dei quartieri, da Milano ad Amburgo, per giungere a Taichung (Taiwan).

Da sempre grandi protagonisti della Milano Design Week sono, infatti, anche i palazzi storici cittadini, scrigni di bellezza in alcuni casi difficilmente accessibili al pubblico. È il caso, restando sempre in centro, di Palazzo Gallarati Scotti, che fa da maestosa quinta scenica al flagship store di Poltrona Frau, di Palazzo Orsini, palcoscenico della collezione «Echi dal mondo» di Armani/Casa, e di Palazzo Giureconsulti, che diventa il quartier generale del design olandese. Meritano, poi, una segnalazione anche casa Manzoni, che Katrin Herden ha trasformato in un «Palazzo delle meraviglie», villa Necchi Campiglio, con Gaggenau e l’installazione minimalista «The Elevation of Gravity», e villa Mozart, edificio déco del 1926, che accoglie nelle sue sale la mostra «Doppia firma», dialogo tra pensiero progettuale e alto artigianato orchestrato dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte e «Living».
 
Altro contesto di grande fascino, sempre in centro città, ma in zona Porta Romana, sono i Bagni misteriosi, adiacenti al teatro Franco Parenti, dove Azimut ha ormeggiato un suo yatch, cuore pulsante dell’installazione «Mooring by the moon», curata da Amdl Circle e Michele De Lucchi, che in un gioco di luci, colori, suoni e profumi mira a sensibilizzare il visitatore nei confronti di un approccio rispettoso alla natura. Poco distante, nel nuovo spazio di Fragile Milano, in via Simone D’Orsenigo 27, vale la pena visitare la la mostra «Anni luce, Arredoluce, cento lampade», a cura di Anty Pansera, che racconta la storia del marchio monzese di illuminazione, fondato nel 1943 da Angelo Lelii, attraverso pezzi più o meno iconici, realizzati anche con la collaborazione di grandi designer del Novecento come Castiglioni, Sottsass, Gio’ Ponti, Egle Amaldi e Nanda Vigo.

Il percorso in centro città, ancora ricco di molti stimoli da scoprire lasciandosi guidare dalle proprie passioni, dalla curiosità e anche dal caso, non può non chiudersi all’Università statale, principale vetrina della mostra «Cross Vision», con cui il magazine «Interni» festeggia i suoi settant’anni di attività. Tra le installazioni, visibili fino al 28 aprile, ci sono «The Amazing Walk», ovvero un sentiero sospeso sull’acqua che Mad Architects ha realizzato per Amazon, «Sub», l'invito di Piero Lissoni a guardare al mare e agli oceani con rispetto, e il carro armato contro la guerra dell’opera «Door is Love», messaggio pacifista di Marco Nereo Rotelli, che ci invita a entrare in un mondo nuovo dominato dall’amore, rappresentato in mostra da un portale d’oro impreziosito con versi poetici e scritte. Tre esempi, questi, di come il know-how, la ricerca e la sperimentazione del design possano parlarci di sostenibilità e di tutela dei luoghi in cui viviamo.

Didascalie delle immagini
1. Gaetano Pesce (1939-2024), «Luigi o mi amate voi», Libreria 6 ante. ©Artcurial; 2. © Alex Webb - Magnum Photos; 3. © Nanna Heitmann - Magnum Photos; 4. Gabriella Crespi (1922-2017), Table Lotus, Certificato degli archivi Crespi; ©Artcurial; 5. Gaetano Pesce (1939-2024), «Luigi o mi amate voi», Libreria 6 ante. ©Artcurial; 6 e 7. Second Life - Exhibition view. Ph. Andrea Martiradonna; 8 e 9. Neutra. To the edge of matter. Exhibition by Migliore+Servetto; 10. Allestimento Arredoluce. Ph Nicola Galli 

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mercoledì 17 aprile 2024

«Foreigners Everywhere», alla Biennale di Venezia un atlante di voci ai margini del mondo

È un atlante di voci ai margini, di presenze spesso escluse dalla narrazione dominante per motivi culturali, identitari e linguistici, quello che disegna la sessantesima edizione dell’Esposizione internazionale d’arte di Venezia, in programma da sabato 20 aprile a domenica 24 novembre tra i viali dei Giardini e nelle navate dell’Arsenale, ma anche nell’intera città veneta grazie alla presenza di una trentina di eventi collaterali e di ottantasei Padiglioni nazionali, tra cui quelli del Benin, dell'Etiopia, di Timor Leste e della Tanzania al loro debutto.
«Foreigners Everywhere (Stranieri Ovunque)» è il titolo scelto dal brasiliano Adriano Pedrosa, direttore artistico del Museu de Arte de São Paulo Assis Chateaubriand e primo curatore sudamericano nella storia della Biennale, per il suo progetto espositivo che porta in Laguna artisti outsider, autodidatti, queer e indigeni, molto spesso immigrati, espatriati, diasporici, esiliati e rifugiati, per un totale di oltre trecentotrenta partecipanti, tutti mai invitati prima d’ora all’esposizione veneziana. 

L’espressione che fa da filo rosso alla mostra - suddivisa in due nuclei tematici, uno contemporaneo e l’altro storico - è tratta da una serie di sculture al neon di vari colori, realizzata, a partire dal 2004, dal collettivo Claire Fontaine, nato a Parigi e con sede a Palermo, conosciuto per la sua lotta, nei primi anni Duemila, contro il razzismo e la xenofobia in Italia. Questi lavori, che costellano il percorso espositivo a Venezia con una sessantina di versioni in lingue diverse (comprese alcune in via d’estinzione), riportano la scritta «Foreigners Everywhere (Stranieri Ovunque)», un'«espressione» che – scrive Adriano Pedrosa - «ha più di un significato. Innanzitutto, vuole intendere che ovunque si vada e ovunque ci si trovi si incontreranno sempre degli stranieri: sono/siamo dappertutto. In secondo luogo, che a prescindere dalla propria ubicazione, nel profondo si è sempre veramente stranieri».
Il curatore brasiliano delinea così una mappa più emotiva che geografica. Traccia un percorso che non cerca l’unità ma la molteplicità, attraverso un mosaico di storie dissonanti, a volte fragili, spesso potentemente necessarie. In mostra, le lingue si mescolano, i volti si moltiplicano, i confini si fanno porosi, le immagini sembrano provenire da luoghi del mondo difficili da nominare. Si diventa stranieri tra gli stranieri, o meglio stranieri nella propria casa, in un viaggio dove protagonista è il sud del mondo.
 
Entrando, il primo segno che si incontra, sulla facciata del Padiglione centrale, è «Kapewe Pukeni», un monumentale murales di 750 metri quadrati realizzato per l’occasione dal collettivo Mahku (acronimo di Movimento dos Artistas Huni Kuin), formato nel 2013 da artisti appartenenti al popolo indigeno Huni Kuin dell’Amazzonia brasiliana, ai confini con il Perù. Figure umane, animali, spiriti e pattern geometrici si intrecciano in una composizione ritmica dai colori intensi e ipnotici, i cui motivi iconografici sono ispirati dai canti rituali (huni meka), tramandati oralmente all’interno della comunità.
All’Arsenale, negli spazi delle Corderie, il visitatore è, invece, accolto da «Takapau» (2022): una grande e scenografica installazione tessile che evoca una capanna e una culla, con cui il collettivo neozelandese Maataho, formato da quattro artiste māori, ovvero Bridget Reweti, Erena Baker, Sarah Hudson e Terri Te Tau, celebra la sacralità della vita e il momento della nascita, omaggiando una antica tradizione della terra natia che si trasmette per via matrilineare.
Poco distante, sempre all’ingresso delle Corderie, si trova una scultura-manichino dell’artista britannico, di origine nigeriana, Yinka Shonibare: «Refugee Astronaut VII», un’opera appartenente a una serie iniziata nel 2015, che raffigura un astronauta a grandezza naturale ricoperto da tessuti multicolori africani, con, sulle spalle, una rete colma di oggetti per affrontare le crisi ambientali del nostro tempo.
Queste due opere ci introducono a uno dei fili rossi della Biennale di Adriano Pedrosa, quello che trasforma fibre naturali, stoffe, ricami e intrecci - materiali antichi e quotidiani – in un linguaggio per dare voce a esperienze di migrazione, esilio e identità fluide. Tra i tanti lavori di arte tessile esposti si segnalano: la grande tela ricamata del gruppo cileno Bordadoras de Isla Negra, che racconta la quotidianità di un paese costiero sudamericano attraverso fili di lana e colori vivaci; le opere in fibra di chaguar (una pianta spinosa che cresce nella regione del Gran Chaco) realizzate dall'argentina Claudia Alarcón con l’aiuto del collettivo Silät (un centinaio di donne tessitrici di diverse generazioni delle comunità Wichí di Alto la Sierra e La Puntana); e gli arazzi della defunta artista filippina Pacita Abad, che utilizzava la tecnica del trapunto (pittura su tela imbottita), arricchendo le superfici con perline, specchi e conchiglie.

Parlare di marginalità significa anche parlare di attivismo, ovvero di tutte quelle azioni che sfidano lo status quo per produrre cambiamenti sociali, politici e ambientali nella nostra quotidianità. Ed ecco così che, alle Corderie, nell’ambito del «Nucleo contemporaneo», viene proposta una sezione speciale dedicata al progetto «Disobedience Archive» di Mauro Scotini, con una selezione di video, realizzati tra il 1975 e il 2023 da trentanove artisti e collettivi, che hanno raccontato le relazioni tra pratiche artistiche e politica, dall’«Attivismo della diaspora» alla «Disobbedienza di genere».

Per quanto riguarda il «Nucleo storico», Adriano Pedrosa ha ideato tre sotto-sezioni all’interno del Padiglione centrale: «Ritratti», con opere realizzate in un arco di tempo compreso tra il 1905 e il 1990 da centododici artisti provenienti da America Latina, Africa, Asia e mondo arabo; «Astrazioni», con trentasette autori come l’indiana Monika Correa e la colombiana Fanni Sanín, e, per finire, «Italiani ovunque», un focus sulla diaspora degli artisti nostrani che si sono trasferiti all’estero integrandosi nelle culture locali. Tra questi c’è Lina Bo Bardi, Leone d’Oro alla memoria nella Biennale 2021.
Nel «Nucleo storico», con lavori che non avevamo mai visto sui libri di testo europei e che raccontano un altro Modernismo, Madge Gill (dal Regno Unito), Anna Zemánková (dalla Repubblica Ceca) e Aloïse Corbaz (dalla Svizzera) ci restituiscono visioni emerse da un altrove interiore: disegni fitti, ossessivi, traboccanti di simboli raccontano un’arte che è soprattutto diario intimo, che reclama il diritto alla vulnerabilità, un altro volto della marginalità.

In ultima analisi, «Foreigners Everywhere (Stranieri Ovunque)» non si limita a mappare una geografia alternativa dell’arte, ma impone una revisione ontologica della figura dell’altro. L’esposizione si distacca dalle narrazioni egemoniche per farsi archivio vivente di resistenze e di estetiche transfrontaliere. Le opere selezionate da Adriano Pedrosa agiscono come frammenti di uno specchio infranto in cui l’osservatore, finalmente spogliato delle proprie certezze identitarie, si scopre straniero a se stesso. Ed è proprio in questa frattura che si apre lo spazio più fertile della mostra: non un luogo di riconciliazione, ma di attraversamento. L’alterità non è più oggetto da contemplare o da integrare, bensì una condizione condivisa, un principio dinamico che destabilizza e, al contempo, rigenera. In tal senso, la Biennale 2024 si configura come un esercizio di dislocazione percettiva e simbolica, in cui ogni posizione si rivela provvisoria, ogni appartenenza negoziabile.
Quando il percorso espositivo giunge al termine, ciò che resta non è una cartografia definita, ma una tensione irrisolta, una consapevolezza rinnovata della porosità dei confini geografici, culturali e linguistici. La mostra non offre una sintesi, né pretende di farlo: lascia piuttosto il visitatore in uno stato di sospensione critica, invitandolo a proseguire altrove, nel mondo, quel movimento di interrogazione che qui ha soltanto preso forma.

Didascalie delle immagini
1. MAHKU (Movimento dos Artistas Huni Kuin), Kapewe Pukeni [Bridgealligator], 2024, site-specific installation, 750 m2, 60th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere, photo by Matteo de Mayda, courtesy La Biennale di Venezia; 2. Nil Yalter, Pink Tension, 1969, acrylic on canvas, 120 × 180 cm, 60th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere, photo by: Matteo de Mayda, courtesy La Biennale di Venezia;3. Vista di Italiani ovunque, 60th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere, photo by Marco Zorzanello, courtesy La Biennale di Venezia; 4. Claire Fontaine, Foreigners Everywhere (Stranieri Ovunque), 2004-24 and Yinka Shonibare, Refugee Astronaut VIII, 2024, exhibition view, Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere,  photo by Marco Zorzanello, courtesy La Biennale di Venezia; 5. Bordadoras de Isla Negra, Untitled, 1972. Collection Centro Cultural Gabriela Mistral. Exhibition view, Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere,  photo by Marco Zorzanello, courtesy La Biennale di Venezia; 6. Dana Awartani, Come, let me heal your wounds, Let me mend your broken bones, as we stand here mourning 2019. Darning on medicinally dyed silk, 630 cm x 720 cm x 300 cm. Photo by Marco Zorzanello. Courtesy of La Biennale di Venezia

Informazioni utili
60. Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia. Giardini della Biennale e Arsenale - Venezia. Orari di apertura: fino al 30 settembre, ore 11.00 – 19.00 (ultimo ingresso 18.45) | dal 1° ottobre al 24 novembre, ore 10.00 – 18.00 (ultimo ingresso 17.45) | chiuso il lunedì (con alcune eccezioni indicate dal programma ufficiale). Biglietto singolo: intero €30, ridotto €20 (over 65 e residenti Venezia), ridotto studenti/under 26 €16. Biglietto pluringresso: 3 giorni €40, 7 giorni €50. Sito internet: https://www.biennale.org. Fino al 24 novembre 2024



Milano Design Week #3: le proposte più interessanti del distretto 5Vie

È una delle designer indiane più rilevanti e talentuose del nostro tempo, interprete di uno stile creativo colorato, giocoso e non convenzionale, attento alle tradizioni e alle usanze del suo Paese, l’artefice di una delle proposte espositive più attese della Milano Design Week a 5Vie, l’affascinante distretto tra corso Magenta, Sant’Ambrogio e le Colonne di San Lorenzo, un armonioso e magico incrocio di strade dove, in un riuscito incontro tra antico e moderno, sfilano palazzi storici, spettacolari cortili, chiese, resti archeologici, laboratori artigiani, showroom e gallerie d’arte contemporanea. 

Con la curatela di Maria Cristina Didero, Gunjan Gupta porta, in un elegante palazzo ottocentesco di via Cesare Correnti 14, conosciuto come Casa del diavolo, il suo «Indian Tiny Mega Store», un tipico supermercato indiano, proposto in miniatura, animato da musiche coinvolgenti, sapori speziati, colori caldi e profumi orientali. All’interno dello spazio, su scaffali in legno del XVIII secolo, vengono presentati ventuno manufatti per la tavola di uso quotidiano - bicchieri, tazze e piatti -, ispirati, nella vivacità dei colori e nell’eleganza delle forme, alle ceramiche «Totem» di Ettore Sottsass, che danno corpo alla filosofia indiana secondo cui ogni giorno è un dono sacro e, quindi, ogni giorno dovrebbe essere celebrato come tale.

Quello di Gunjan Gupta è uno dei settantacinque appuntamenti che il distretto 5Vie presenta in occasione della sua undicesima edizione del Fuorisalone, la cui offerta espositiva ruota attorno al tema «Unlimited Design Orchestra», scelto per indicare una polifonia di proposte che, nel rispetto delle reciproche differenze e grazie a un virtuoso gioco di squadra, focalizza la propria attenzione sulla dimensione più «intrinsecamente umana e umanistica» della progettazione, quella che si materializza come mescolanza tra culture diverse, attenzione alla sostenibilità dei materiali utilizzati, capacità di far dialogare le persone riportando al centro del dibattito valori come il rispetto e la tolleranza.
 
Quartiere generale del distretto è la cornice settecentesca di Palazzo Litta, in corso Magenta, dove lo studio spagnolo Eliurpi, composto da Elisabet Urpí e Nacho Umpiérrez, mette in scena la dolcezza e la bellezza del filo di paglia e la tecnica tradizionale della sombrerería presentando le sue creazioni nell’ambito della mostra «Shadows & Poems», a cura di Mr. Lawrence.
Allo stesso indirizzo la designer Sara Ricciardi, una presenza ormai fissa nella proposta di 5Vie per la Design Week, dà vita a un’oasi di pace e di meditazione con «Under the Willow Tree», un’installazione immersiva che invita i visitatori a entrare tra le fronde sonore di un salice piangente, realizzate con le pregevoli creazioni tessili dell'Antica Fabbrica Passamanerie Massia Vittorio 1843 di Torino, in grado di produrre vibrazioni acustiche tramite piccole campane metalliche che, al passaggio delle persone o grazie al vento, restituiscono una melodia che sembra un richiamo ancestrale.
Sempre a Palazzo Litta, dove nel cortile d’onore è esposta la leggiadra e poetica installazione «Straordinaria» del collettivo giapponese we+, ispirata alla leggerezza delle nuvole, la mostra «Salvage» presenta il lavoro di Jay Sae Jung Oh, la cui ricerca creativa è sia una critica alla nostra cultura consumistica dell’usa e getta sia un invito a riflettere sul valore della memoria. La designer di origini coreane, residente oggi a Seattle, realizza, infatti, sorprendenti manufatti d’arredamento utilizzando oggetti abbandonati, che avvolge in sottili strati di iuta o pelle grezza, come a volerli proteggere e salvare dall’oblio e dall’incuria del tempo. 
Rimanendo nello storico palazzo di corso Magenta è possibile vedere anche «Natural selection», un’opera sull’acqua di Kostas Lambridis, «Trattoria Altra Vista» di Anotherview, un progetto itinerante per promuovere l’Italia nel mondo che si avvale dell’allestimento teatrale di David Dolcini, e l’installazione «Omi Iyo» del designer nigeriano Nifemi Marcus-Bello, un lavoro che ricorda uno scafo di una barca e che racconta i drammatici viaggi dei migranti.
Completa l’offerta espositiva di Palazzo Litta la collettiva «Prendete e Mangiate» sul food design e le relazioni umane, curata da Linda Pilar Zanolla, che espone i lavori di Studio Serena Cancellieri, Ron Arad, Giopato & Coombes, MA! Studio, Daria Dazzan e Marie Eklund.
 
Tra le tappe del distretto 5Vie da non dimenticare c’è anche la Veneranda biblioteca ambrosiana, dove, all’esterno, è visibile la monumentale installazione «L’uomo stanco» di Gaetano Pesce, il designer scomparso lo scorso 3 aprile all’età di 84 anni, a cui l’istituzione di piazza San Pio XI dedicherà, dal 19 aprile, anche la monografica «Nice to See You», con una trentina di opere, la maggior parte inedite.
 
Una visita merita, poi, l’Università Cattolica del Sacro Cuore che debutta alla Milano Design Week con una sezione della mostra diffusa «Cross Vision», promossa dal magazine «Interni» per i suoi settant’anni di attività. Nel Cortile d’onore Pio VII è collocata la Sonosfera, un teatro eco-acustico trasportabile che offre un’esperienza immersiva sonora e visiva con il progetto «Fragments of Extinction /Frammenti di estinzione - Il patrimonio sonoro degli ecosistemi», ideato dal ricercatore e compositore eco-acustico David Monacchi come una sorta di macchina del tempo che offre una ricognizione sonora del mondo naturale in via d’estinzione. Altre due installazioni completano la partecipazione dell’ateneo al Fuorisalone 2024: una videoproiezione di CastagnaRavelli, che la sera ravviva l’impalcatura davanti alla Caserma Garibaldi con immagini di fiori in movimento, e Queeboo di Marcantonio, con animali in polietilene di grandi dimensioni, che si illuminano creando un universo onirico tra fantasia e realtà.
 
Un’altra location nuova per la Design Week, in questo caso tutta da scoprire, è l’ex autorimessa multipiano di viale Gorizia 14, in Darsena, realizzata a partire dal 1938 e ultimata alla fine degli anni ‘40 sotto la supervisione dell’architetto Marco Zanuso, che Mosca Partners ha scelto per la quarta edizione della collettiva «Design Variations». Oltre 90 designer espongono le proprie creazioni, in un allestimento a cura di Park Associati, che rinnova gli ampi volumi interni dello spazio, articolato su una superficie di circa 3mila metri quadrati, attraverso l'uso di mattoni termici in canapa e calce di Biomat in un’ottica di attenzione all’ambiente. A salutare i visitatori all’ingresso c’è un «Corridoio», colorato e carico di grafismi, di Nathalie du Pasquier, composto da dodici pannelli decorativi, stampati su MEG - un materiale resistente e versatile fornito da Abet Laminati.
 
In Darsena c’è anche lo spazio espositivo più piccolo di questa edizione della Design Week: l’Edicola Radetzky, un chiosco in stile Liberty in ferro e vetro, dall’inconfondibile tetto a pagoda, che lo studio di architettura RNA Riccardo Nemeth Architecture, giovane realtà milanese nata nel 2015, ha scelto per la mostra «less space more design», al cui interno sono presentati quattro pezzi unici: una lampada da tavolo, una sedia, un sideboard e un letto. Questi oggetti trasformano i 2,5 metri quadrati dello spazio espositivo in un microcosmo di bellezza e innovazione, completato da elementi e finiture che richiamano l'intimità di una casa, come un pavimento, uno specchio, un libro, delle cornici, le luci a soffitto. 

Oltre alla «Design Variations», ritorna, dopo il successo dello scorso anno, anche «L’appartamento» di Artemest, una celebrazione della bellezza e dell’unicità dell’artigianato e del design italiano, a cui fa da scenario una principesca dimora milanese costruita agli inizi del Novecento: la Residenza Vignale (in via Enrico Toti, 2), a due passi dal Cenacolo di Leonardo da Vinci.
Il lussuoso ingresso è firmato da Studio Meshary AlNassar, la sala da cocktail è disegnata da Elicyon, la raffinara sala da pranzo è stata affidata a VSHD Design, il salotto a Rottet Studio, la sontuosa camera da letto è stata pensata da Tamara Feldman Design, mentre il cortile è stato curato da Gachot. Tutti gli studi coinvolti hanno utilizzato esclusivamente arredi, complementi, illuminazione e arte acquistabili sulla piattaforma di e-commerce di Artemest.
 
Altra dimora privata da visitare nel distretto 5Vie è Casa Ornella, un appartamento (così denominato in onore alla cantante Vanoni) che si trova dietro la storica pasticceria Cucchi, in via Conca del Naviglio 10. L’allestimento cambia di anno in anno e per il 2024 la designer toscana Maria Vittoria Paggini-MVP ha ideato «Porno Chic»: un nuovo, elegante e coloratissimo progetto di interior design basato sul corpo e sulla nudità.
 
5Vie è, poi, una vetrina di lusso per il mondo della progettazione d’Oltralpe, che sbarca all’Institut français Milano con la mostra «Nomadic nuances» (aperta fino al 18 maggio), all’interno della quale è presentata, in un allestimento scenografico a cura dello studio Atelier du Pont (Anne-Cécile Comar & Philippe Croisier), una selezione dei progetti di architettura e d’interni che hanno vinto la terza edizione del premio Le French Design 100.
 
Proseguendo, in linea con il tema di questa edizione del Fuorisalone, ovvero «Materia natura», in piazza Cordusio c’è «My garden», un progetto dell’architetto Michele Perlini con piccole serre medicali di quartiere dove raccogliere erbe officinali e germogliati; mentre nel Giardino di Alik Cavaliere, in via De Amicis 17, Terrasza, nuova piattaforma phygital dedicata al design per esterni, ricrea un'area verde dove rigenerarsi, osservando complementi d’arredo dedicati al vivere all’aria aperta o ammirando le fotografie floreali della serie «Soli» di Francesca Romano, ma anche vedendo un cinema sotto la volta stellata o bevendo un caffè.
 
E, per finire in bellezza, non poteva mancare l'ormai consueta Design Pride di 5Vie, la street parade nata sette anni fa da un’idea di Stefano Seletti che, con il suo spirito ironico e coinvolgente, invita tutti a festeggiare il design. Nel tardo pomeriggio di mercoledì 17 aprile il colorato corteo di carri, striscioni, musica, balli e live performance partirà da piazza Affari e attraverserà il cuore di Milano, passando da largo Cairoli e viale Alemagna, fino a giungere all'Arco della Pace per il party finale. Una festa nella festa, quella che, in questi giorni, colora Milano con oltre mille eventi sparsi per tutta la città, dal centro alla periferia.

Didascalie delle immagini
1. Casa Ornella. Foto di Ilaria Corticelli; 2. Indian tiny mega store, Ikkis Akshay Rangoli Styled Shoot; 3. Straordinaria, we+, Elica e Fondazione Ermanno Casoli per Fuorisalone 2024, Palazzo Litta, Milano. ©Antinori; 4. Progetto di Eliurpi per Palazzo Litta, Milano; 5. «L’appartamento» di Artemest, 6. e 7. Mostra di Le Frenc Design. Foto di Silvia Sirpresi; 8. Design Variations 2024 - Exhibition view Ph. Nathalie Krag; 9.Immagine promozionale per Casa Radetzky - less space more design 10. Cartolina di Terrasza; 11. Un fiore della serie Soli di Francesca Romano

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