ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

lunedì 20 luglio 2026

La creta e la geografia dell'anima: inaugurato a Comiso il Museo delle arti ceramiche Nino Caruso

Ci sono luoghi che una persona porta con sé per tutta la vita, anche se vi ha trascorso soltanto qualche anno. Sono le cosiddette «geografie interiori», quei territori che non si misurano con la metrica tradizionale ma in risonanze intime e in legami emotivi perché custodi di nodi di memoria. Per Nino Caruso - uno dei ceramisti più influenti del Novecento, che ha contribuito in maniera determinante al superamento della tradizionale dicotomia tra arte e artigianato - Comiso, la cittadina siciliana dei suoi nonni, ha rappresentato esattamente questo: non una semplice coordinata biografica o un mero dato anagrafico - essendo egli nato a Tripoli da genitori emigrati in Libia per lavoro - ma una vera e propria patria dello spirito, l'humus ancestrale da cui attingere forme, miti e visioni.
Il legame viscerale con questo territorio, tra le architetture barocche e i paesaggi assolati della provincia iblea, si è concretizzato con una donazione di oltre cento sculture e manufatti ceramici, testimonianza di un percorso creativo durato decenni e capace di attraversare i confini di cinque continenti, da Marsiglia a Washington, da Pechino a Taipei, da Shigaraki a Gimhae.
Da metà giugno questa collezione ha trovato una degna cornice espositiva in un nuovo museo, in piazza delle Erbe, dedicato proprio all’artista, oggi inserito nel sistema culturale cittadino, accanto al Museo civico di storia naturale, e nella Rete dei musei comunali promossa da Anci Sicilia, un network che collega oltre cento centri e più di duecento siti dell’isola.

Dalle atmosferiche arcaiche del Mediterraneo alle creazioni industriali: il percorso espositivo

L’apertura di questo spazio - in un'area dell'ex Mercato Casmeneo, scelta dallo stesso Nino Caruso - rappresenta la concretizzazione di un sogno durato tre lustri e l'assolvimento di una promessa, che ha le proprie radici nella mostra «Terra madre» del 2010, un evento fortemente voluto dalla Pro Loco cittadina, sotto la presidenza di Tina Vittoria, grazie al quale il maestro tornò nella terra dei suoi avi, dove aveva vissuto durante l’adolescenza e i primi anni della giovinezza, a partire dal 1942 e fino al 1947, mentre studiava all’Istituto professionale di Vittoria e lavorava in un oleificio della zona.
Fu allora che l'attuale sindaco di Cosimo, Maria Rita Schembari (all'epoca assessore alla Cultura), ebbe il privilegio di stringere un legame profondo con il maestro e fu sempre lei, durante l’ultima telefonata con l’artista, già in condizione di salute precarie, a promettere che avrebbe portato a termine il progetto museale, una vetrina d'eccezione per un’arte, dalla grande perizia manuale, che ha fatto di materiali semplici come la creta, l’acqua e il fuoco dei medium privilegiati per raccontare la storia millenaria della Sicilia e dell'intera civiltà mediterranea.
La realizzazione è stata resa possibile grazie a un finanziamento del Ministero della Cultura nell’ambito del Pac - Piano per l’arte contemporanea del 2024. Il progetto di allestimento è stato redatto dall’architetto Michele Liccese, con la collaborazione di Sandro La Perna, a partire dalle indicazioni dello stesso artista che voleva che la sua cinquantennale ricerca artistica fosse organizzata per cicli tematici e secondo un ordine cronologico.
Il museo, la cui gestione dei servizi è affidata a Logos in sinergia con Civita Sicilia, si articola in tre sale, ognuna delle quali prevede anche un percorso di fruizione tattile, secondo le direttive del Ministero della Cultura in materia di accessibilità, così da permettere anche ai non vedenti di esplorare direttamente alcune opere originali.
La prima sala presenta la serie «Arcaica», una selezione di lavori realizzati con l’antica tecnica a colombino (o a lucignolo), che utilizza l’argilla sotto forma di cordoni arrotolati a spirale, sovrapposti tra di loro per creare vasi o sculture in ceramica. Si tratta di lavori ispirati ad anfore greche, manufatti etruschi e tessiture rupestri trovate nelle grotte dell’Addaura in Sicilia: forme antropomorfe e zoomorfe rifinite con smalto grezzo, che sembrano emergere dalla preistoria del Mediterraneo. Accanto a questi lavori, viene presentata la serie «Design», che testimonia l’interesse dell’artista per l’oggetto d’uso e per le possibilità offerte dall’innovazione tecnologica. In questi lavori le maioliche superano la funzione decorativa grazie alla tecnica originale del colaggio con stampi in polistirolo, sviluppata dallo stesso Nino Caruso a partire dal 1965, soprattutto in ambito architettonico.
La seconda sala segna, invece, il passaggio dalla dimensione oggettuale a quella ambientale: le opere, realizzate sempre con la tecnica del colaggio, dialogano con lo spazio e l’architettura, esplorando temi mitologici e topografici del Mediterraneo. In questa fase, la ceramica diventa uno strumento per costruire relazioni tra superficie, luce e ambiente. Nella presente sezione sono esposte anche le «Lucerne», reinterpretazioni essenziali di forme della tradizione.
Infine, la terza sala esplora la maturità della ricerca carusiana, caratterizzata dall’integrazione tra arte, industria e architettura. Le opere della collezione «Marazzi Forme» testimoniano un approccio pionieristico alla modularità e alla produzione industriale. Nascono così elementi che superano la distinzione tra piastrelle e rivestimenti per diventare vere strutture architettoniche di arredo. Il percorso si conclude con il ciclo «Feticci», con opere essenziali e simboliche che riportano l’attenzione sui temi fondamentali della presenza umana e della memoria.
L’istituzione - anche per volontà dei figli dell'artista, Andrea e Stefano Caruso - è pensata non solo come «il ricordo o la testimonianza del lavoro di un artista», ma anche come un polo di contaminazione culturale: sono previste collaborazioni con licei artistici, accademie di belle arti e altri musei della ceramica, nonché workshop e laboratori per coltivare nelle giovani generazioni la conoscenza del materiale ceramico e delle sue innumerevoli applicazioni. «In un mondo sempre più digitale», la sfida è, dunque, quella di «offrire un cammino alternativo che riporti la manualità al centro della scena» e che accenda i riflettori sui talenti in erba, ovvero proprio su quei ragazzi a cui il maestro ha dedicato gran parte della propria vita attraverso l’insegnamento.

Un artista tra la Sicilia e il mondo
A Comiso viene, dunque, ripercorsa l’intera carriera di Nino Caruso, artista nato nel 1928 e morto nel 2017, che ha iniziato la propria attività di ceramista negli anni Cinquanta a Roma, nello studio di Salvatore Meli a villa Massimo, prima di aprire, dopo il diploma all’Istituto di Storia dell’arte nel 1954, un proprio laboratorio, inizialmente in via Ruggero Fauno, poi nel Monastero di San Salvatore in Lauro. Sono gli anni della Dolce vita e la capitale, secondo le cronache del tempo, è la culla delle Avanguardie italiane, con gli artisti di piazza del Popolo, via Margutta e via del Babuino.
In questo vivace clima culturale, Nino Caruso tiene la sua prima personale, nel 1956, con Renato Guttuso alla Galleria «L’incontro». La carriera internazionale decolla, invece, con decisione negli anni Sessanta, con la partecipazione alla Mostra internazionale di arte ceramica contemporanea, in occasione delle Olimpiadi di Tokyo (1964).
Nel corso della sua attività, il maestro tripolino è presenza viva nel World Crafts Council e fonda il Centro internazionale di ceramica a Roma, un progetto avveniristico per l’epoca, antesignano delle contemporanee residenze d’artista, che rimane attivo dal 1967 al 1985.
È del 1970 la vittoria del concorso per la cattedra di Progettazione ceramica all’Istituto statale di Roma, dove sostituisce lo scultore Leoncillo Leonardi, prematuramente scomparso; mentre data al triennio 2004-2006 il ruolo di direttore dell’Accademia di Belle arti di Perugia, a suggello di un legame con l’Umbria, iniziato negli anni Novanta con l’apertura di uno studio a Todi. 
Nel frattempo, il maestro tiene seminari in Europa, Stati Uniti e Giappone, incarnando una concezione dell’arte ceramica come pratica condivisa e come sistema strutturato di trasmissione del sapere. Le sue sculture, oltre a collocarsi in musei e collezioni private, caratterizzano l’arredo di numerose città in tutto il mondo, dalla stazione metropolitana di Marsiglia alla chiesa evangelica di Savona, dall’Ospedale di Tokyo alla piazza La Rotunda a Coimbra, a testimonianza di un percorso di respiro internazionale.
Nel 2016 Nino Caruso si racconta con grande onestà nel libro «Una vita inaspettata» di Castelvecchi editore, ultimo di una serie di volumi da lui scritti, tra i quali «Ceramica Raku» del 1982, dove esplicita – come ricorda la nota stampa del nuovo museo di Comiso - il suo modo di concepire la creazione artistica: «Antico far ceramica recuperato rinnovato inventato, per fare cose con gioia dentro, comunicata dalle mani che toccano smalti splendenti, fuori, nella natura, la terra, l'acqua, il fuoco, gli amici e l'amore ti fanno vivere giovane».

Comiso: cosa vedere intorno al museo
La visita al nuovo museo è anche una buona occasione per scoprire Comiso, una «città teatro», secondo una definizione di Gesualdo Bufalino, scrittore premiato con lo Strega, che offre ai visitatori un itinerario tra scenografiche atmosfere barocche della Val di Noto.
Il cuore pulsante del centro abitato è piazza Fonte Diana, con l’elegante palazzo comunale di epoca settecentesca, le cui fondamenta poggiano su resti romani scoperti solo negli anni Trenta. Da qui si può raggiungere, attraverso vicoli pittoreschi, la Basilica di Santa Maria delle Stelle, chiesa risalente al XV secolo e ricostruita dopo il terremoto del 1693, con la sua elegante cupola di stile neogotico. Imperdibili sono anche la Basilica Maria SS. Annunziata, con il suo soffitto ligneo affrescato, e il Santuario di San Francesco all’Immacolata, monumento nazionale con un chiostro quattrocentesco.
Sul centro storico, la cui piazza delle Erbe è impressa nell’immaginario televisivo legato al celebre commissario Montalbano, veglia il Castello dei Naselli, di impianto rinascimentale con radici medievali, che custodisce affreschi di epoca bizantina.
Particolarmente apprezzato dai visitatori è anche il Museo civico di storia naturale, allestito in parte nell’ex mercato ittico, la cui sezione sui cetacei è considerata la più grande dell’Italia meridionale.
Vale, infine, la pena salire fino alla Pagoda della pace, uno dei pochi esempi di questa tipologia architettonica presenti in Europa, eretta nel 1998 dal monaco giapponese Morishita su una collina di fronte a un’ex base missilistica Nato.
In fondo, è solo immergendosi nelle atmosfere di Comiso che si riesce a comprendere ancora meglio il valore del nuovo museo dedicato a Nino Caruso, un artista che, dopo aver conquistato il mondo, è voluto ritornare con le sue opere nel luogo dove affondano le sue radici più autentiche. Non per un nostalgico ripiegamento, ma per un puro atto d’amore. Perché questa piccola città siciliana, in provincia di Ragusa, non è mai stata per lui una semplice coordinata geografica: è stata la creta che, plasmata da eventi inaspettati e da incontri importanti, ha dato forma alla sua intera vita.

Didascalie delle immagini
1. Il Dubbio, 1956, Piatto in ceramica, diametro 45 cm; 2. Menade, 1987, Terracotta ingabbiata, h 80 cm; 3. Mitovaso, 1986-1987, Terracotta ingabbiata, h. 28 cm; 4. L'etrusco colpisce ancora, 1985, Terracotta ingabbiata, h 35 cm; 5. Selinunte, 1991, Terracotta a fuoco riducente, h 58 cm; 6. Vaso con coperchio, 1960-1964, Terraglia realizzata a stampa, h 24 cm; 7. Vaso con polipo, 1986-1987, terracotta ingabbiata, h 36 cm; 8. Scultura antropomorfa, 1959, terracotta, h 90 cm; 9. Lucerne, 1999-2000, terre sigillate;

Informazioni utili
Museo delle Arti ceramiche Nino Caruso, piazza delle Erbe, 13 - Comiso (Ragusa). Orari: sabato e domenica, ore 9:00-13:00 | da martedì a venerdì è aperto per i gruppi previa prenotazione. Biglietti: intero € 5,00; ridotto € 2,50 (studenti, gruppi; adulti over 70, ragazzi e giovani fino a 25 anni); ridotto residenti € 3,00; integrato intero con Museo di storia naturale € 9,00; integrato ridotto con Museo di storia naturale € 5,00. Catalogo: Dario Cimorelli Editore. Sito web: https://www.museoninocaruso.it

venerdì 17 luglio 2026

Pietre, pixel e onde: il nuovo percorso multimediale del Castello Svevo di Trani

C’è un momento, nel pomeriggio pugliese, in cui il sole declina obliquo sul Castello Svevo di Trani e la pietra calcarea locale - quella pietra bianca che i normanni chiamavano «lapis tranensis» - splende di una luce ambrata, quasi liquida. La fortezza sembra allora galleggiare sul mare, così come era nelle intenzioni di re Federico II di Svevia quando fece costruire, nel 1233, questo baluardo difensivo sul Mediterraneo a protezione del Regno delle Due Sicilie. La luce fisica che colpisce le pietre del maniero, e che al tramonto offre uno degli spettacoli più suggestivi della regione in un amalgamarsi di toni oro e arancio in contrasto con il blu dell’acqua, incontra oggi la luce artificiale degli schermi e delle proiezioni. Dalla metà di giugno, il Castello Svevo, a breve distanza dalla celebre Cattedrale romanica, ha, infatti, aperto una nuova stagione della propria vita, nella quale la memoria millenaria delle sue mura, che dal fulgore medievale dello «stupor mundi» passarono alle cupe atmosfere ottocentesche di un carcere borbonico, incontra la tecnologia e i linguaggi della contemporaneità.
Nell'ambito di un'articolata strategia di conservazione, riordino, digitalizzazione e riqualificazione del patrimonio storico-artistico, ideata e coordinata dall'architetto Anita Guarnieri (al momento della progettazione direttrice del museo tranese e oggi soprintendente ad interim per le province di Foggia e Barletta-Adria-Trani), il Castello Svevo ha visto l’inaugurazione di un innovativo percorso multimediale ed esperienziale volto ad aggiornare i tradizionali confini della fruizione e della narrazione museale.
Il progetto, che si è articolato anche in calibrati interventi di restauro, è stato finanziato con circa un milione e mezzo di euro attraverso una doppia linea di risorse pubbliche: il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), con i fondi dedicati al «Miglioramento delle condizioni e degli standard di offerta e fruizione attraverso il patrimonio digitale», e le risorse della Legge speciale 190/2014 per interventi di manutenzione straordinaria e progettazione degli allestimenti, nell’ambito del Programma operativo nazionale «Cultura e sviluppo» Fesr 2014-2020.
Il piano di studio scientifico ha trovato la sua traduzione spaziale e interattiva nelle soluzioni dello studio di design Dotdotdot, fondato nel 2004 da Laura Dellamotta, Giovanna Gardi, Alessandro Masserdotti e Fabrizio Pignoloni, tra i primi in Italia a operare nell’ambito dell’Interaction Design applicato ai contesti museali con la creazione di ambienti narrativi in cui la tecnologia non agisce come un fine autoreferenziale, ma come un potente mediatore accessibile a pubblici di ogni età e competenza.
Nel corso di oltre vent’anni di attività, l’azienda, con sede a Milano, ha collaborato con istituzioni di primo piano – dal Parco archeologico del Colosseo alla Triennale di Milano, dal Castello di Thiene a Terre Borromeo sul lago Maggiore – maturando un approccio riconoscibile: la tecnologia non come protagonista, ma come strumento al servizio del racconto.
Per il Castello Svevo sono state ideate tre installazioni permanenti sulla storia, sul bestiario medievale e sul legame con il mare, che trovano ciascuna collocazione in una specifica sala espositiva, integrandosi armoniosamente con le architetture dell’edificio, le sue stratificazioni storico-artistiche e il patrimonio custodito.
Si tratta, dunque, di uno strumento utile per approfondire la storia del maniero, uno dei luoghi più emblematici dell’architettura federiciana, la cui edificazione, iniziata nel 1233, fu completata nel 1249 su progetto dell’ingegnere militare Filippo Cinardo e sotto la supervisione di Stefano di Romualdo Carabarese.
L’impianto planimetrico è quello tipico dei castelli crociati di Terra Santa: un quadrilatero di sobria perfezione geometrica, rinforzato ai vertici da quattro torri quadrate di uguale altezza, con un ampio cortile centrale attorno al quale si organizzano le sale residenziali e difensive. I paramenti esterni, realizzati in grandi blocchi di pietra di Trani bugnata, si ergono per circa venti metri sul livello del mare, coronati da una merlatura piana.
La storia del maniero è costellata di eventi di straordinaria risonanza. Nel 1259, il figlio di Federico, Manfredi, vi celebrò le nozze con Elena Comneno d’Epiro con celebrazioni di grande sfarzo. Pochi anni dopo, Carlo I d’Angiò lo elesse a propria corte, festeggiandovi il matrimonio con Margherita di Borgogna nel 1268. Con il Cinquecento e l’avvento delle armi da fuoco, l’imperatore Carlo V dispose importanti adeguamenti difensivi, abbassando le torri e aggiungendo il bastione lanceolato a sud-ovest.
Nell’Ottocento, infine, l’edificio ospitò il carcere provinciale, che qui rimase fino al 1974. Restaurato dalla Soprintendenza per i beni ambientali, architettonici, artistici e storici della Puglia, il castello ha riaperto i battenti nel 1998, iniziando una feconda stagione di musealizzazione.
Ritornando alle installazioni, va sottolineato che il progetto tranese si inscrive in un dibattito più ampio, e sempre più urgente, sul ruolo delle tecnologie digitali nei contesti del patrimonio culturale. Tali pratiche rispondono non solo a esigenze di attrattività turistica, ma anche a nuove modalità di apprendimento, sempre più esperienziali e multisensoriali. A tal proposito, un recente report del progetto «Dicolab» del Ministero della Cultura, redatto nel 2025, offre dati preziosi sulla percezione del pubblico italiano: audioguide interattive, tavoli touch, video mapping, realtà aumentata sono apprezzate soprattutto «quando arricchiscono la visita con contesti, storie e dettagli che valorizzano le opere», rispondendo al desiderio di esperienze «più inclusive, narrative e coinvolgenti».
Si muove proprio su questa direttiva il progetto del Castello Svevo di Trani: le installazioni non sono aggiunte decorative né attrattori di consenso immediato, ma strumenti narrativi pensati per restituire profondità a un patrimonio già ricchissimo.
Particolarmente significativa, in questa prospettiva, è la cura dedicata all’accessibilità. Le tre installazioni sono, infatti, progettate – si legge nella nota stampa - per «raggiungere diverse profondità di coinvolgimento» e per essere «accessibili a pubblici diversi per età e competenze»: un obiettivo che traduce sul piano pratico i principi di inclusività che le linee guida internazionali - dall’Icom all’Unesco - indicano come irrinunciabili per la musealizzazione contemporanea.
La prima installazione, collocata nel bastione a nord-est, si configura come un «archivio tattile» ispirato al modellino ligneo settecentesco del castello. Una riproduzione consente un contatto diretto e fisico con la morfologia del monumento, mentre un tavolo interattivo touch permette un’esplorazione tridimensionale che attraversa le sale e le epoche storiche. Il visitatore accede, inoltre, a un archivio virtuale di cinquanta reperti e, interagendo con sei riproduzioni realizzate con stampante 3D, attiva una proiezione sulla volta del torrione guidata dalla voce dell’attore e doppiatore Fabrizio Vidale. La scelta di partire dal tatto non è casuale: introduce il visitatore all’esperienza attraverso il canale sensoriale più intimo e diretto, rendendo il monumento accessibile anche a pubblici con limitazioni visive.
La seconda installazione, nella Sala Manfredi, valorizza, invece, il bestiario medievale custodito nelle collezioni lapidee del castello. Frammenti di drago, leone, felino, aquila, grifone e altre creature fantastiche sono esposti su un sistema di supporti appositamente progettati. Una proiezione sulla parete di fondo è dedicata agli «animali fantastici» e offre livelli multipli di coinvolgimento: narrativo e storico per il pubblico adulto, ludico e creativo per i più giovani. Attraverso una filastrocca da comporre con parole che indicano caratteristiche fisiche o caratteriali degli animali, il visitatore può dar vita alla propria creatura fantastica, che viene illustrata, proiettata sulla parete e, se lo si desidera, scaricata tramite QR code. Le illustrazioni originali realizzate per il progetto rimandano agli stessi animali lapidei presenti in altri contesti architettonici di Trani e del territorio pugliese, istituendo un dialogo iconografico tra il castello, la cattedrale, le chiese romaniche e i palazzi cittadini.
Infine, la terza installazione occupa lo spazio delle cosiddette scuderie, «un ambiente leggermente ipogeo» dove trovano posto palle di cannone, abbeveratoi e pozzi. Qui, un «mare generativo» si anima sulla parete con onde create interamente da codice e algoritmi - senza l’utilizzo di riprese video - in un loop di circa tre minuti accompagnato da un sound design spazializzato appositamente composto. L’evoluzione narrativa segue un crescendo: dalla quiete alla tempesta simulata, durante la quale il suono si intensifica e l’acqua sembra interagire con lo spazio architettonico, fino alla ricostruzione digitale della facciata esterna del castello progressivamente avvolta dal Mediterraneo, prima del ritorno alla calma. Inoltre, un video mapping a pavimento mette in evidenza i principali reperti presenti, inserendoli nel flusso narrativo senza ricorrere a didascalie tradizionali. È questa la più poetica delle tre installazioni perché riconnette il castello alla sua origine più profonda, quella di fortezza nata per dominare e dialogare con il mare.
Il progetto non si esaurisce nelle installazioni digitali. Nella Sala Federico II, un sistema di rampe - che diventa elemento espositivo ospitando alcuni reperti della collezione - dialoga con lo spazio architettonico e consente nuovi affacci verso il mare. La realizzazione di una nuova passerella metallica con accesso dal cortile centrale e l’apertura della Porta a mare permettono di accedere all’inedito ballatoio sul fronte nord, creando un suggestivo «cannocchiale visivo» capace di evocare la memoria degli antichi approdi e di offrire una prospettiva inedita sulla famosa cattedrale di Trani. Questi interventi di design architettonico ampliano il perimetro fisico della fruizione del monumento, integrando la dimensione digitale con quella esperienziale e corporea.
Con il nuovo percorso espositivo, la memoria si fa, dunque, esperienza e il patrimonio impara a parlare lingue nuove senza dimenticare la propria voce più antica. Il visitatore cessa di essere un mero spettatore per farsi parte integrante di una trama narrativa in cui passato e presente si intrecciano indissolubilmente. Mentre lo sguardo si apre verso il mare, tra flutti reali e onde digitali, la fisicità della fortezza si impone con rinnovata potenza: un’architettura costruita per resistere al vento e alle onde, per essere presidio e rifugio affacciato sul Mediterraneo. La storia, allora, non appare più come un retaggio immobile, ma come un flusso vivo che scorre tra le pieghe del tempo e l’immaterialità della tecnologia. Ed è questa, forse, la misura del successo di un percorso multimediale ben concepito: non lo stupore fine a se stesso, ma la capacità di risvegliare il vissuto profondo e l’eco emotiva di chi ha abitato quelle stanze nei secoli, strappando al silenzio delle pietre storie, passioni e paure umane.

Didascalie delle immagini
Castello Svevo di Trani. Progetto multimediale di Dotdotdot. Fotografie: @ Edoardo Delille

Informazioni utili
Castello Svevo di Trani, piazza Manfredi, 16 - Trani (BAT - Barletta, Andria, Trani). Orari: lunedì - sabato, ore 8:30-19:30; domenica, ore 8:30-13:30 (la biglietteria chiude alle ore 18:30 nei giorni feriali e alle ore 12:30 nei giorni festivi). Ingresso: intero € 8,00, ridotto € 2,00, gratuito la prima domenica del mese e sempre per gli aventi diritto. Informazioni: tel. 0883.506603 o cs-ba.castelloditrani@cultura.gov.it. Sito internet: https://museipuglia.cultura.gov.it/musei/castello-svevo-di-trani/ || https://aditusculture.com/esperienze/trani/musei-parchi-archeologici/castello-svevo-di-trani

mercoledì 15 luglio 2026

Il Museo del disco d’epoca: a Sogliano al Rubicone un viaggio attraverso centocinquanta anni di memoria sonora

Il gracchiare di un vecchio cilindro di cera che gira lento e che restituisce le note di un’intramontabile aria d'opera, il ticchettio meccanico di un jukebox Wurlitzer che si prepara a suonare grazie a un semplice gettone, la puntina di un grammofono sospesa nell’aria in attesa di posarsi su un disco e di diffondere nell’aria la sua musica: il suono, per sua natura effimero e fuggevole, ha trovato nella registrazione meccanica la sua sfida più audace all'oblio, quella che ha consegnato voci, parole, canti e melodie del passato alla nostra fruizione.
Nel cuore della Romagna, in un piccolo borgo dell’Appennino nella provincia di Forlì-Cesena, c'è un luogo in cui l’evoluzione della nostra memoria acustica ha trovato casa. È il Museo del disco d'epoca di Sogliano al Rubicone, ubicato nelle sale di Palazzo Marcosanti-Ripa (oggi noto anche come Palazzo della Cultura), un edificio ottocentesco apprezzato per i suoi affreschi neoclassici con personaggi mitologici, stoffe damascate ed elementi naturali.
La genesi di questo straordinario patrimonio culturale - una vera e propria macchina del tempo sonora che consegna contemporaneamente al nostro udito l'ardore di un discorso politico di inizio Novecento e la delicatezza di una favola per bambini degli anni Venti - è legata indissolubilmente alla figura di Roberto Parenti, un collezionista metodico e lungimirante che ha impiegato quasi sessant’anni a radunare ciò che oggi costituisce una delle più complete raccolte discografiche d’Italia, con i suoi oltre 80mila pezzi (di cui 50mila conservati nell'ex sede adibita a magazzino e circa 30mila esposti stabilmente a rotazione), ognuno dei quali rappresenta un capitolo importante di un racconto iniziato nel 1877, con Thomas Alva Edison, e ancora in corso di scrittura.
L’idea di dare una forma museale a questo patrimonio era maturata già negli anni Ottanta del Novecento, ma è solo nel 1995 che la collezione viene aperta al pubblico, inizialmente allestita in un grande magazzino della famiglia Parenti, poi nelle sale di Palazzo San Girolamo, nella vicina Longiano, e infine, dal 2012, al piano nobile di Palazzo Marcosanti-Ripa, in quella che, anche grazie alla presenza della Biblioteca civica, è una vera e propria casa della cultura per il Comune di Sogliano al Rubicone.

Per comprendere appieno il significato del Museo del disco d’epoca è necessario ripercorrere, almeno per sommi capi, la straordinaria avventura tecnologica che ha reso possibile fissare il suono nel tempo.
La storiografia ufficiale della registrazione sonora fissa il suo punto di svolta nel dicembre del 1877, quando Thomas Alva Edison registra la celebre filastrocca infantile «Mary had a little lamb» all’interno del cono di un congegno di ottone avvolto nella carta stagnola con l’intento di poter riprodurre la copia in ogni momento e un numero arbitrario di volte. Nasce così il «fonografo», la macchina che «scrive il suono», il cui brevetto viene riconosciuto il 19 febbraio 1878. Non si tratta, in senso stretto, del primo tentativo: già nel 1860 il francese Édouard-Léon Scott de Martinville aveva inciso la voce umana su fogli di carta annerita, ma senza alcun meccanismo di riproduzione. Thomas Alva Edison compie, dunque, il passo decisivo: non solo registrare, ma anche riascoltare.
Una tappa verso la commercializzazione e la stabilità del supporto avviene poco dopo con l'introduzione dei cilindri in cera, i più antichi reperti conservati intatti nella collezione romagnola. Nel 1880 Chichester Bell e Charles Tainter, nei laboratori Bell, perfezionano, infatti, lo strumento edisoniano e nasce il cosiddetto «grafofono». È, però, nel 1887 che Emile Berliner, ingegnere tedesco già collaboratore di Alexander Graham Bell, ottiene il brevetto di una variante rivoluzionaria: il «grammofono», che sostituisce il cilindro con un disco piatto inciso lateralmente. Questo sistema si rivela superiore per riproducibilità e affidabilità: il disco può essere stampato in serie a partire da una matrice, aprendo la strada all’industria discografica di massa. Non è un dettaglio marginale che il Grammy Award, il premio musicale più ambito al mondo, prenda il nome proprio da questa invenzione.
Nella seconda metà dell’Ottocento, per iniziativa di Louis Glass e William Arnold, si diffonde anche il jukebox, una macchina a gettone («coin-up») concepita come un distributore a pagamento di musica, che trasforma l’ascolto da evento raro in esperienza quotidiana.
L’industria discografica, la nascita dei cataloghi musicali, la possibilità di preservare le esecuzioni dei grandi interpreti sono tutte conseguenze dirette di questa catena di invenzioni che il museo romagnolo ripercorre con esemplari originali e funzionanti.
Ciò che distingue la collezione di Roberto Parenti dalla maggior parte delle altre raccolte specializzate è la sua vocazione enciclopedica: anziché concentrarsi su un’epoca o su un genere specifico, il patrimonio conservato a Palazzo Marcosanti-Ripa ambisce a restituire l’intera traiettoria tecnologica e culturale della musica registrata, dai suoi esordi meccanici alle forme più recenti di riproduzione digitale, presentando anche migliaia di documenti cartacei quali libretti d’opera risalenti alla fine del Seicento, spartiti musicali stampati tra la metà dell’Ottocento e la metà del Novecento, manifesti di concerti e opere liriche, locandine, cataloghi discografici, cartoline musicali e foto autografe di grandi artisti.
L’importanza scientifica della collezione è stata riconosciuta anche in ambito accademico: per cinque anni l’Università di Bologna ha, infatti, condotto un progetto di valorizzazione, catalogazione, digitalizzazione e archiviazione di una parte significativa del patrimonio custodito dal museo, inserendolo a pieno titolo nel circuito internazionale della ricerca musicologica.
 
Il percorso espositivo, articolato in sette sale, si apre con una statua di Marilyn Monroe, affacciata sulla balconata interna dell'edificio, quasi ad anticipare il carattere eterogeneo e a tratti sorprendente dell’esperienza che attende il visitatore.
Nella prima stanza, che accosta documenti sonori a dispositivi di riproduzione d’epoca, si trovano un jukebox originale Wurlitzer modello 500 del 1938 - amplificato a valvole, capace di suonare 24 dischi a 78 giri, con la gettoniera originale americana ancora funzionante - e un’importante raccolta di «voci storiche», con rarissime incisioni fonografiche che contengono i discorsi ufficiali di monarchi e statisti del Novecento. Tra questi, si annoverano l’orazione di incoronazione di re Edoardo VII del 1902, l'ultimo colloquio di Umberto I ai bersaglieri in partenza per la Cina durante la guerra dei Boxer, e allocuzioni di Guglielmo II detto il Kaiser, Stalin, Adolf Hitler, Benito Mussolini e altri ancora.
A fare da contrappunto alla solennità di queste pagine di storia, un box musicale meccanico ospita due marionette musiciste che, all'inserimento di una moneta, eseguono ritmi di mambo e cha-cha-cha.
Proseguendo il percorso, la Sala rossa sposta l'attenzione sull'estetica dei dispositivi domestici. Qui sono esposti grammofoni d'élite che si distinguevano dai modelli popolari per l'assenza della tromba esterna e per l'impiego di mobili in legni pregiati finemente intagliati o decorati con motivi pittorici, pensati per integrarsi armoniosamente nei salotti dell'alta borghesia. Di grande interesse scientifico è la presenza di un «pathéfono», brevettato dall'azienda francese Pathé, un imponente riproduttore capace di leggere dischi fino a 50 centimetri di diametro, specificamente progettato per diffondere il suono in spazi pubblici ampi e rumorosi come le sale da ballo, sostituendo di fatto le orchestre dal vivo.
Nella Sala gialla, la storia della registrazione si unisce alla cultura di massa contemporanea. Attorno a un raro graphophone - il nome commerciale del dispositivo che per primo commercializzò la riproduzione da cilindro - sono disposti centinaia di memorabilia e oggetti di culto legati a figure fondamentali per la storia del rock e del pop moderno: Elvis Presley, i Beatles, i Led Zeppelin, i Kiss. Tra le rarità spicca l'edizione speciale dell'album «Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band», che includeva all'interno della confezione dei veri semi di piante, permettendo all'ascoltatore di ricreare materialmente il giardino raffigurato sulla celebre copertina. L'ambiente è, inoltre, arricchito da caricature in terracotta di grandi musicisti degli anni Settanta e da una vetrina scientifica interamente dedicata ai ricambi storici per le puntine dei grammofoni.
La quarta sala mette, invece, in mostra i celebri picture disc, supporti musicali speciali che incorporano un'immagine fotografica o artistica sull'intera superficie del disco, superando la tradizionale etichetta centrale di carta. Pur avendo avuto una diffusione commerciale limitata a causa dei costi elevati di produzione e di una resa sonora inizialmente inferiore, rappresentano oggi pezzi storici di immenso valore collezionistico.
In questa stanza trovano posto anche strumenti che documentano la storia della portabilità del suono: dal celeberrimo Mikiphone svizzero (il grammofono portatile più piccolo del mondo, racchiuso in una scatola tascabile) al primo Walkman prodotto dalla Sony, su richiesta del suo presidente e ispirato ai registratori dei giornalisti, fino ai MiniDisc di Michael Jackson, pionieri della riproduzione a memoria solida.
Mentre la quinta stanza celebra i giganti della discografia mondiale attraverso installazioni di grande impatto visivo: una statua a grandezza naturale di Elvis Presley, simulacri dei Led Zeppelin e una ricostruzione scenografica tridimensionale con sfondo illuminato della storica copertina di «Abbey Road» dei Beatles. Le pareti della stanza sono, inoltre, interamente rivestite da autentici dischi d'oro, d'argento e di platino, certificati ufficialmente dalla RIAA (Recording Industry Association of America), che attestano i picchi di vendite raggiunti dagli artisti nella storia del mercato fonografico.
Proseguendo, la sesta sala permette al visitatore di addentrarsi in una dimensione prettamente archivistica e legata alla musica colta. Qui si possono ammirare da vicino centinaia di libretti d'opera stampati tra la fine del Seicento e il Novecento, spartiti musicali rari, manifesti storici di stagioni liriche e foto autografe dei più grandi interpreti del passato. Spiccano, in questa sezione, un costume di scena originale utilizzato per le rappresentazioni della «Madama Butterfly» di Giacomo Puccini e due sculture dedicate a Maria Callas e Luciano Pavarotti, pilastri della lirica mondiale.
Il percorso espositivo si conclude con la sala dedicata all'infanzia, uno spazio dove l'interattività permette di comprendere l'applicazione pedagogica della registrazione nei primi decenni del XX secolo. Sono esposti e utilizzabili pezzi di eccezionale rarità: una bambola parlante degli anni Venti, mossa internamente da un meccanismo a micro-cilindri che le permette di cantare; i celebri «Bubble Books» della Harper-Columbia (1917-1929) - libri con dischi allegati per i bambini e copertine dai vivacissimi disegni a colori - e «Le avventure di Pinocchio su Dischi Durium» del 1933, la fiaba di Collodi narrata e cantata su 18 dischi a 78 giri in cartone rivestito di resina sintetica. Si tratta di una testimonianza preziosa di come la musica registrata abbia, sin dagli esordi, cercato di raggiungere anche il pubblico più giovane, trasformando l’ascolto in gioco e narrazione.
 
Il Museo del disco d’epoca non è, però, soltanto un luogo di conservazione passiva, è anche uno spazio attivo di ricerca e mediazione culturale. L’accesso è gratuito per tutti e il materiale è messo a disposizione del pubblico per studio, consultazione e semplice curiosità. La già citata collaborazione con l’Università di Bologna ha prodotto un lavoro sistematico di catalogazione e digitalizzazione, contribuendo a rendere scientificamente fruibile una porzione significativa della collezione e a inserirla in un circuito di ricerca più ampio, confermando l'importanza delle piccole realtà territoriali come custodi insostituibili della memoria storica collettiva. Il museo è, inoltre, riconosciuto dal portale Google Arts and Culture come sito di interesse mondiale, collocandosi tra i 2mila musei più significativi del pianeta.
La visita a Palazzo Marcosanti-Ripa restituisce, dunque, l’eco di un passato che continua a risuonare nel presente perché il suono - effimero per natura, disperso nell’aria nel momento stesso in cui nasce - ha trovato negli ultimi centocinquanta anni modi sempre più sottili e potenti di resistere al tempo. La voce di un re morto, il vibrato di una cantante leggendaria o il riff di una chitarra che ha incantato migliaia di fan - tutti preservati nelle micro-incisioni dei vinili, nella cera opaca dei cilindri ottocenteschi o nella gommalacca di vecchi 78 giri - si fanno così testimoni di un'intera civiltà acustica, dimostrando che anche una puntina spostata da una mano curiosa su un vecchio piatto può restituirci una parte preziosa della nostra storia comune.

Informazioni utili
Museo del disco d’epoca – Palazzo della Cultura, piazza Garibaldi, 19 – Sogliano Al Rubicone (FC). Orari: tutte le domeniche dalle 15.30 – 18.00 | visite guidate anche gli altri giorni solo su prenotazione. Ingresso gratuito. Informazioni: tel. +39 366.3023594, e-mail infomuseo@museodeldiscodepoca.com. Per ulteriori informazioni: https://museodeldiscodepoca.com/