ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

martedì 28 aprile 2026

Arne Quinze all’Oca – Oasy Contemporary Art and Architecture: una «natura altra» tra installazione e pittura

Che cosa significa, in questo nostro tempo segnato da crisi ambientali e da trasformazioni antropiche, fare della natura un medium artistico? A questa domanda prova a rispondere Oca – Oasy Contemporary Art and Architecture, progetto culturale di Oasi Dynamo che, da tre anni, porta sull’Appennino pistoiese, nel territorio di San Marcello Piteglio, installazioni di artisti internazionali e mostre di pittura e fotografia.

Diretta da Emanuele Montibeller, questa singolare realtà, lontana dalle definizioni più immediate di parco di sculture e di museo all’aperto per configurarsi piuttosto come una piattaforma multidisciplinare dove la natura smette definitivamente di essere scenario per diventare un’infrastruttura concettuale, ha da poco riaperto con nuovi progetti, tutti perfettamente integrati nell’ambiente, tanto da trasformare una camminata, tra macchie di conifere e boschi di latifoglie, in un atto di scoperta che coinvolge percezione, immaginazione e pensiero critico.

Grande protagonista di questa nuova stagione, aperta fino al 1° novembre, è l’artista concettuale Arne Quinze (Gand - Belgio, 1971), la cui ricerca si colloca da anni al crocevia tra spazio urbano, ecologia e percezione sensoriale e che si interessa quotidianamente alle biodiversità ambientali anche grazie al giardino di fiori selvatici intorno al suo atelier, un tripudio di colori in continuo mutamento che dà humus alla sua pittura e alle sue opere pubbliche.

La presenza dell’artista belga a Oca – Oasy Contemporary Art and Architecture si articola in un duplice intervento: la mostra pittorica «I’m a Gardener» e l’installazione «Ceramorphia», già presentata nello scenografico Chiostro della Chiesa di San Francesco della Vigna a Venezia, durante la Biennale del 2024, nell'ambito dell'esposizione «Are We The Aliens», a cura di Hervé Mikaeloff.
Quest’ultimo lavoro in ceramica si presenta come una proliferazione di forme che evocano organismi vegetali (steli, germinazioni e crescite spontanee) senza, però, alcuna volontà mimetica. Arne Quinze costruisce così una «natura altra», una riformulazione dell’esistente attraverso lo sguardo e l’azione dell’uomo. Questa ambiguità diventa un invito a riflettere su come tutti noi, pur incidendo in modo sempre più radicale sugli ecosistemi, appaiamo, al contempo, distanti dai processi naturali che contribuiamo a trasformare. In tal senso, l’opera non rappresenta la natura, ma ne mette in scena la crisi e la possibilità di una nuova alleanza.

La mostra «I’m a Gardener», nello spazio espositivo di Oca – Oasy Contemporary Art and Architecture, prosegue questa indagine sul piano pittorico. Le tele, caratterizzate da stratificazioni cromatiche e dinamiche gestuali, restituiscono un’energia vitale che sfugge alla rappresentazione mimetica del paesaggio. Si tratta piuttosto di campi di forze in cui crescita, collisione e metamorfosi diventano principi compositivi. Il riferimento al giardino dell’artista, osservato quotidianamente per oltre trent’anni, ci introduce in una dimensione intima che vede la natura come un ecosistema autonomo, irriducibile a qualsiasi ordine progettuale e con il quale convivere armoniosamente nel rispetto del ritmo delle stagioni e dei cambiamenti climatici.
 
Quella di Arne Quinze non sarà l’unica nuova installazione site specific ad arricchire il percorso di Oca – Oasy Contemporary Art and Architecture questa estate. Nelle prossime settimane, il collettivo fuse* presenterà «Vanishing Horizon», un’installazione che, attraverso strutture in acciaio corten, traduce in forma spaziale fenomeni astrofisici come i buchi neri. Mentre Stefano Boeri, con «Deus Sive Natura – What I Believe», lavoro realizzato in occasione degli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, inviterà alla contemplazione della natura attraverso un inginocchiatoio in marmo bianco di Carrara lungo dieci metri, orientato verso l’orizzonte. Il progetto si ispira non solo al «Cantico delle creature» francescano, ma anche al credo laico «What I Believe» di James G. Ballard e, più in generale, al panteismo spinoziano, secondo cui Dio e l’Universo sono la medesima sostanza immanente e necessaria.

Ovviamente, lungo il percorso sono visibili tutte le opere inaugurate in passato. Il cammino tra boschi e radure offre, inizialmente, l’incontro con il «Dynamo Pavilion» di Kengo Kuma, una struttura che si distingue per la sua capacità di dissolversi nel paesaggio, evocando una presenza leggera e quasi atmosferica, che si insinua tra le piante come una folata di vento. Si prosegue con «Nella terra il cielo», lavoro di Mariangela Gualtieri e Michele De Lucchi che intreccia poesia e architettura in una riflessione su mito e memoria. Poi, Matteo Thun, con «Fratelli tutti», un’installazione ispirata all’omonima enciclica di papa Francesco e ai valori universali di fraternità e pace, fa camminare il visitatore tra monoliti disposti in forma circolare, introducendo così una dimensione rituale e contemplativa che vuole richiamare i cicli naturali della vita. Proseguendo, si incontra «Erosions» di Quayola, dove algoritmi generativi modellano la pietra lavica, rendendo visibile la tensione tra processi naturali e artificiali. A questo lavoro si affianca «Self-regulation» di Alejandro Aravena, che trasforma una struttura preesistente in una riflessione sulle forme dell’abitare contemporaneo. Completano il percorso le opere «Home of the World», di David Svensson, e «Plastic bags», di Pascale Marthine Tayou.

Nel suo insieme, Oca – Oasy Contemporary Art and Architecture si configura, dunque, come un laboratorio in cui l’esperienza estetica diventa inseparabile da una presa di posizione critica. Lungi dall’offrire una semplice immersione nella natura, il progetto apre, infatti, uno spazio di interrogazione, in cui il visitatore è chiamato a ridefinire il proprio rapporto con il mondo. Ed è forse proprio questo aspetto a rendere la camminata d’arte fra la natura dell’Appennino pistoiese quanto mai attuale e indispensabile.

Didascalie delle immagini
fig 1. e fig 2. Quinze, Ceramorphia, 2026. OCA Oasy Contemporary Art and Architecture. ©Mattia Marasco; da fig. 3 a fig. 6.Quinze, I'am gardener, 2026. OCA Oasy Contemporary Art and Architecture. ©Mattia Marasco

Informazioni utili 
OCA Oasy Contemporary Art and Architecture. Parcheggio per visitatori SP 633 n° 15, località Piteglio (PT). Orario: dal giovedì alla domenica, ore 10.00 – 18.00.. Ingresso mostra: gratuito. Ingresso percorso guidato nella riserva, solo su prenotazione ad orari prestabiliti, consultabili sul sito web: intero 20,00 €, bambini fino ai 10 anni gratuito. Informazioni: Tel. 0573 1716197. Sito web: https://www.oasycontemporaryart.com

lunedì 27 aprile 2026

Mestre e il suo nuovo museo: apre Muvec - Casa della contemporaneità

È un periodo di grande fermento per la Fondazione musei civici di Venezia. Dopo la presa in gestione del Museo Wagner, che a Ca’ Vendramin Calergi racconta gli ultimi momenti di vita del compositore tedesco che scrisse «Tristano e Isotta», e la recente riapertura del Museo del Torcello, con i suoi reperti antichi e medioevali che documentano la storia di «Venezia prima di Venezia», la rete museale cittadina ha inaugurato, a Mestre, Muvec - Casa delle contemporaneità.
Ad accogliere il nuovo museo, le cui collezioni raccontano l’arte dal secondo Dopoguerra all’attualità, è il Centro Culturale Candiani, oggetto, negli ultimi anni, di un profondo ripensamento architettonico e concettuale che ne ha ridefinito funzioni, percorsi e missione culturale.

Il progetto di restyling ha reso il Muvec autonomo rispetto al resto dell’edificio: un accesso indipendente da piazza Candiani e una passerella sopraelevata introducono il visitatore a un’esperienza museale che si sviluppa in verticale, su due livelli, distinguendo e, al contempo, mettendo in relazione la dimensione stabile della collezione permanente, al secondo piano, e quella mutevole delle esposizioni temporanee, al terzo.
È tuttavia sul piano curatoriale che il nuovo museo veneziano esprime la sua maggiore originalità. La collezione permanente, costruita a partire dai fondi civici di Ca’ Pesaro, rinuncia a una scansione cronologica lineare per adottare un impianto tematico tripartito: «Ricostruzione», «Costruzione» e «Decostruzione». Queste tre categorie non solo organizzano il percorso espositivo, ma si propongono anche come strumenti interpretativi delle trasformazioni artistiche e sociali del secondo Novecento e dell’inizio del XXI secolo, oltre che della storia urbana e sociale di Mestre.

La sezione intitolata «Ricostruzione» affronta il trauma del Dopoguerra e la necessità di rifondare un linguaggio artistico condiviso, attraverso le esperienze di correnti artistiche come l’Informale, il Fronte nuovo delle arti e lo Spazialismo. Qui l’opera si fa testimonianza e tensione etica; la materia diventa veicolo per narrare una memoria traumatica come quella del conflitto bellico appena concluso e, contemporaneamente, strumento per creare inedite possibilità espressive. Tra gli artisti esposti ci sono: Thomas Ruff, Agenore Fabbri, Arman, Alfred Manessier, Toti Scialoja, Ennio Morlotti, Emilio Vedova, Armando Pizzinato, Renato Birolli, Giuseppe Santomaso, Ferruccio Bertoluzzi, Domenico Spinosa, Gastone Novelli, Umberto Milani, Bruna Gasparini, Luciano Gaspari, Saverio Rampin e Bruno De Toffoli.

Con «Costruzione», il discorso si sposta verso una dimensione analitica e progettuale, in cui emergono le ricerche legate alla geometria, al minimalismo e all’indagine sullo spazio e sul colore. L’opera diventa struttura, sistema, campo di forze, riflettendo un diverso rapporto tra artista, materia e percezione. In questa sezione si trovano lavori di Arnaldo Pomodoro, Alberto Biasi, Marcolino Gandini, Galliano Mazzon, Romano Perusini, Alberto Viani, Julia Mangold, David Simpson, Phil Sims e Gregory Mahoney.

Infine, «Decostruzione» introduce le pratiche più recenti, caratterizzate dalla frammentazione dei codici e dall’espansione dell’opera nello spazio. In questa sezione, le distinzioni tra linguaggi e discipline si dissolvono, mentre si affermano nuove geografie dell’arte globale e una crescente attenzione alle dimensioni politiche e identitarie della produzione artistica. Emilio Vedova, Alexandre Kyungu, Sofia Izmaliova, Claudio Parmiggiani, Michelangelo Pistoletto, Maurizio Pellegrin, Bill Viola, Joseph Kosuth, Christian Fogarolli, Shimamoto Shozo, Tony Cragg e Pascale Marthine Tayou sono gli artisti che raccontano questo sistema creativo sempre più globale e interconnesso.

Attraverso queste tre direttrici, Muvec costruisce un racconto che intreccia le grandi traiettorie internazionali con le specificità del territorio mestrino. Corpo, materia e città emergono così come categorie trasversali, capaci di mettere in relazione memoria e presente, storia e attualità.
In questo senso, il museo si propone come un laboratorio urbano, uno spazio di sperimentazione e partecipazione di pubblici diversi che riflettono la complessità di una città in trasformazione: visitatori, studenti, famiglie e comunità locali, con particolare attenzione ai nuovi cittadini di origine internazionale. Mestre, spesso percepita come marginale rispetto a Venezia, diventa così un luogo privilegiato per osservare e interpretare le dinamiche della contemporaneità: flussi migratori, mutamenti demografici, nuove forme di cittadinanza culturale. 

Il programma espositivo rafforza la vocazione dialogica del museo, in bilico tra locale e globale. Se l’apertura è segnata dalla mostra collettiva del Premio Mestre di pittura, alla sua decima edizione, il calendario annuncia, per l'autunno, un progetto dedicato alla Secessione Viennese e alle sue risonanze contemporanee, focalizzato sul tema del corpo come luogo di tensione tra identità, rappresentazione e trasformazione. Le figure sensuali e raffinate di Gustav Klimt, le anatomie tese e scarnificate di Egon Schiele e la pittura vibrante ed espressionista di Kokoschka, capaci di restituire le tensioni culturali di un’epoca alla vigilia della Prima guerra mondiale, si confrontano con la contemporaneità e con le letture del corpo di artisti come Chen Zhen, Vanessa Beecroft e Marlene Dumas.

In definitiva, il Muvec - progetto culturale inserito in una rete dedicata al contemporaneo con l’Emeroteca dell’arte (attiva dal 2024), la Casermetta 9 di Forte Marghera (aperta dal 2025) e la futura factory del Palaplip - propone un nuovo modello, dove il museo non è più solo un semplice contenitore di opere, ma una piattaforma critica capace di attivare relazioni, produrre conoscenza e accompagnare le trasformazioni della città.
In un’epoca in cui il contemporaneo coincide sempre più con il mutamento, raccontare l’arte significa, inevitabilmente, misurarsi con la complessità del presente e con le forme attraverso cui esso si rende visibile. Il Muvec diventa così un laboratorio di sperimentazione, un crocevia in cui la produzione artistica si intreccia con le pratiche sociali, una «casa della contemporaneità» nel senso più ampio del termine.

Didascalie delle immagini
1. Esterno del Muvec - Casa della contemporaneità di Mestre. Foto: Marco Cappelletti Studio; da 2. a 6. Muvec - Casa della contemporaneità di Mestre. Vista dell'installazione. Foto: Nico Crove; da 7 a 9. Muvec - Casa della contemporaneità di Mestre. Vista dell'installazione. Foto: Luca Chiandoni 

Informazioni utili
MUVEC- Casa delle Contemporaneità, piazzale Candiani - 30174 Mestre (Venezia)
Orari
Dal 01 novembre al 31 marzo: 10.00 – 17.00 (ultimo ingresso ore 16.00)
Dal 01 aprile al 31 ottobre: 10.00 – 18.00 (ultimo ingresso ore 17.00)
Chiuso il lunedì
Biglietti
● Biglietto prezzo intero: 7,00 euro
● Biglietto prezzo ridotto: 3,50 euro * Ragazzi da 6 a 14 anni; studenti dai 15 ai 25 anni;  visitatori over 65 anni; personale del Ministero della Cultura (MiC); titolari di Carta Rolling Venice; titolari di ISIC – International Student Identity Card.
● Ingresso gratuito: * Residenti e nati nel Comune di Venezia; bambini da 0 a 5 anni; persone con disabilità e accompagnatore; Guide turistiche abilitate in Italia che accompagnino gruppi o visitatori individuali; docenti accompagnatori di gruppi scolastici, fino ad un massimo di 2 per gruppo; membri ICOM; volontari Servizio Civile del Comune di Venezia; partner ordinari MUVE; possessori della MUVE Friend Card; soci dell’associazione “Amici dei Musei e Monumenti Veneziani”; possessori di Art Pass Venice International Foundation (valido per due persone); possessori della Membership Card Fondazione Venetian Heritage (valida per due persone); possessori della tessera Socio Sostenitore di Save Venice (valida per due persone).
● Offerta Seniors + Junior: biglietto ridotto per tutti i componenti paganti, per gruppi composti da due adulti e almeno un ragazzo (fino ai 16 anni)
● Offerta Scuola: 3,50 euro a persona (tariffa valida per ingresso nel periodo 1 settembre – 15 marzo) per classi di studenti di ogni ordine e grado, accompagnate dai loro insegnanti, con elenco dei nominativi compilato dall’Istituto di appartenenza.
La tariffa scuola è estesa anche a eventuali accompagnatori (fino a un massimo di 2).
● I Musei del moderno e del contemporaneo: 20 euro (le riduzioni sono consultabili sul sito). Un unico biglietto valido per: Ca' Pesaro - Galleria Internazionale d'Arte Moderna + Museo Fortuny + MUVEC- Casa delle Contemporaneità.
Le mostre temporanee sono sempre incluse nel biglietto del museo

venerdì 24 aprile 2026

«Il Quarantotto di Faustino Joli», a Bologna il Risorgimento attraverso gli occhi di un pittore

Durante il percorso verso l’unificazione del Regno d’Italia proclamata il 17 marzo 1861, furono numerosi gli artisti che, mossi da passione patriottica, presero parte attivamente alla rivoluzione politica raffigurando nelle loro opere personaggi e avvenimenti del Risorgimento di cui furono testimoni oculari, al fine di eternarne la memoria storica collettiva e di costruire un comune sentire nazionale.
A questa schiera appartiene il ritrattista Faustino Joli (1814-1876), noto soprattutto per avere impresso su tela quattro episodi delle Dieci giornate di Brescia del 1849, evento in cui la popolazione resistette strenuamente alla repressione austriaca con una forza e un coraggio che, seppure con esito perdente, valse alla città l’appellativo di «Leonessa d’Italia», ideato da Aleardo Aleardi nei suoi «Canti Patrii» e reso celebre da Giosué Carducci nelle «Odi barbare».
A questo singolare «cronista con il pennello», di cui quest’anno ricorrono i centocinquanta anni dalla morte, è dedicata la nuova mostra del Museo del Risorgimento di Bologna: «Il Quarantotto di Faustino Joli», a cura di Isabella Stancari e Otello Sangiorgi. L'esposizione, allestita fino al 19 luglio, presenta per la prima volta il corpus di figurini militari dipinti dall'artista bresciano, allievo del pittore Giovanni Renica (1808-1884) e prolifico autore di interni con animali e di vedute della sua città natale, della Valtrompia e dei laghi d’Iseo e di Garda, nonché di quadri dedicati alle battaglie risorgimentali di Pastrengo, San Martino e Solferino.

Questo corpus di proprietà del museo bolognese, ancora poco noto al pubblico e solo parzialmente esposto, raccoglie settantasette piccoli dipinti a olio su cartone, composti in nove quadri con cornici in legno, raffiguranti le uniformi delle diverse formazioni militari - corpi regolari, volontari, corpi franchi - che parteciparono alla Prima guerra di indipendenza (1848-1849). Come venne scritto in occasione del Mostra sul Risorgimento promossa a Torino per l’Esposizione nazionale del 1884, «questi quadri formano un ricordo interessantissimo di quelle fogge strane, svariate, fantastiche di cui la memoria non viveva che debolissima in qualche famiglia».
 
Nella mostra, il corpus bolognese è posto in relazione con una selezione di disegni realizzati intorno al 1849 e raccolti in un taccuino, oggi conservato dalla Biblioteca Queriniana di Brescia. Si tratta di schizzi raffiguranti scene di strada e di prime idee di progetti con gruppi di militari, corredate da precise descrizioni dei colori e degli stemmi degli abiti da raffigurare.
 
Grazie alla collaborazione con la Fondazione Brescia Musei, l’esposizione mette, inoltre, a confronto il dipinto «Le dieci giornate a San Barnaba» di Faustino Joli con la tela «Cacciata degli austriaci da Porta Galliera», opera di Gaetano Belvederi (Bologna, 1821 – ivi, 1872) sulla battaglia dell'8 agosto 1848 a Bologna.
L'accostamento non è casuale. I due episodi costituiscono, infatti, ciascuno per la propria città, l'avvenimento culminante del Risorgimento. Avvenuti a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro, questi accadimenti possiedono anche caratteristiche abbastanza simili tra loro. Entrambi sembrano svilupparsi secondo una logica propria, senza tenere conto del quadro militare e politico complessivo, fino a esplodere in modo inaspettato e imprevedibile. Entrambi presentano i tratti della rivoluzione e della guerriglia urbana, più che quelli di una battaglia in senso proprio. E a Brescia come a Bologna, il protagonista principale è il popolo - soprattutto il popolo minuto - che nelle due città sembra organizzarsi secondo logiche e solidarietà di vicinato e di quartiere, prima ancora che cittadine.
In entrambi i dipinti è, poi, grande protagonista l'ambiente cittadino: il bolognese Belvederi sceglie una costruzione prospettica in cui la profondità della scena viene sbarrata dalla monumentale Porta Galliera; Faustino Joli delimita lo spazio del combattimento con l'imponente facciata della chiesa di San Barnaba.

Il percorso espositivo si completa con alcune uniformi e oggetti originali di corredo militare risalenti al 1848, conservati al Museo del Risorgimento di Bologna. Fra le uniformi presentate, va segnalata quella, recentemente rinvenuta, della «Legione Bolognese», un corpo di volontari che combatté in Veneto durante la Prima guerra di indipendenza. Si tratta un oggetto unico, che è stato possibile attribuire ai militari felsinei proprio grazie ai figurini dipinti da Faustino Joli, a conferma di come questo pittore seppe trasformare l’arte in memoria e documento storico.

Didascalie delle immagini
1. Faustino Joli (Brescia, 1814 – ivi, 1876), Uniformi della Legione Bolognese (detta anche Legione Bignami): Caporale, 1849 ca.. Olio su cartone, legno dorato.Bologna, Museo civico del Risorgimento, inv. 2081; 2. Faustino Joli (Brescia, 1814 – ivi, 1876), Uniformi della Legione Bolognese (detta anche Legione Bignami): Capitano in tenuta, 1849 ca..Olio su cartone, legno dorato. Bologna, Museo civico del Risorgimento, inv. 2081; 3. Gaetano Belvederi (Bologna, 1821 – ivi, 1872), La battaglia dell’8 agosto 1848 a Bologna, 1848 ca.. Olio su tela, cm 59 x 76. Bologna, Museo civico del Risorgimento, inv. 2082; 4. Faustino Joli (Brescia, 1814 – ivi, 1876), Le dieci giornate a San Barnaba, 1850 ca..Olio su tela, cm 31,5 x 40,5. Brescia, Museo del Risorgimento Leonessa d'Italia, inv. DI 571. Courtesy Fondazione Brescia Musei 

Informazioni utili
Il Quarantotto di Faustino Joli. Dipingere il Risorgimento tra Bologna e Brescia. Museo civico del Risorgimento, piazza Giosue Carducci 5 | 40125 Bologna. Orari di apertura: martedì e giovedì ore 9.00 – 13.00, venerdì ore 15.00 – 19.00; sabato, domenica ore 10.00 – 18.00; sabato 25 aprile 2026 (Anniversario della Liberazione) ore 10.00 – 19.00; martedì 2 giugno 2026 (Festa della Repubblica) ore 10.00 - 19.00; chiuso lunedì, mercoledì, 1° maggio (Festa del Lavoro)- Ingresso: intero € 5 | ridotto € 3 | ridotto speciale visitatori di età compresa tra i 19 e i 25 anni € 2 | gratuito possessori Card Cultura. Informazioni: tel. + 39 051 2196520 o museorisorgimento@comune.bologna.it - Sito: https://www.museibologna.it/risorgimento. Fino al 19 luglio 2026