ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

domenica 19 aprile 2026

Albergo Pietrasanta, trent’anni di arte e ospitalità nel cuore della Versilia

Nel cuore medioevale di Pietrasanta, cittadina toscana ai piedi delle Alpi Apuane, a pochi chilometri dal mare della Versilia, i cui vicoli di pietra chiara raccontano una storia antica legata alla lavorazione e all'estrazione del marmo, che si dice abbia avuto inizio con Michelangelo Buonarroti, il «genio inquieto del Rinascimento» che considerava la scultura come un mezzo per liberare l’idea divina imprigionata nella materia, si cela un luogo di ospitalità e uno scrigno d’arte contemporanea dall’atmosfera intima, accogliente e, al contempo, lussuosa e raffinata. 

Stiamo parlando dell’Albergo Pietrasanta, un boutique hotel d’eccellenza - situato a pochi passi dalla vivace e armoniosa piazza Duomo, con la sua Collegiata di San Martino, il palazzo del Comune e i caffè e i ristoranti con i tavolini all’aperto -, che in questa stagione 2026 compie trent’anni di attività, consacrando il successo di una precisa filosofia imprenditoriale ed estetica, oggi sempre più di moda nel settore dell’hôtellerie, che guarda all’arte come «esperienza viva». Quadri, sculture, fotografie d’autore e pezzi di design diventano così non meri oggetti ornamentali, ma «presenze familiari» che accompagnano i gesti più semplici e quotidiani del soggiorno in una struttura ricettiva, dai primi istanti del risveglio in camera al relax serale nei salotti comuni, dopo una giornata di turismo culturale o di svago al mare o, ancora, di sperimentazione delle tradizioni enogastronomiche locali.

In questo senso, l’Albergo Pietrasanta non è, dunque, né un museo né una casa privata, ma uno «spazio attraversabile», in cui le opere accompagnano i passi degli ospiti e si offrono allo sguardo senza mediazioni, ovvero senza teche o cordoni divisori come avviene in una tradizionale area espositiva.
 
A fare da sontuosa cornice alla collezione, con il suo focus sugli sviluppi dell’arte italiana dalla seconda metà del Novecento fino ai giorni nostri (con artisti come Alighiero Boetti, Mario Schifano e Gino De Dominicis), è uno degli edifici storici di Pietrasanta: Palazzo Barsanti Bonetti, costruito nel Seicento dalla dinastia di scultori Gamba Martelli, e abitato, a partire dagli anni a cavallo tra il XIX e il XX secolo, prima dalla famiglia Bersanti, protagonista della produzione d’arte sacra locale, e poi dall’ammiraglio Bonetti. Negli anni Novanta il palazzo, su idea dei coniugi Rosa e Gilberto Sandretto, viene riqualificato con la creazione, tra la villa padronale e le antiche scuderie, di venti camere e suite, tutte diverse tra loro, ma accomunate da un’identica attenzione ai dettagli, e impreziosite dall’affaccio su un silenzioso giardino interno di palme secolari.
 
L’apertura al pubblico avviene nel 1996. Da allora sono passati tre decenni e l’Albergo Pietrasanta continua ad affascinare i suoi ospiti grazie a un armonioso e coinvolgente dialogo tra storia e creatività contemporanea. Un dialogo che, anno dopo anno, presenta nuovi accostamenti e inedite possibilità di sguardo. 

 Il portale d’accesso, le sale affrescate, la stratificazione architettonica dell’edificio, l’elegante veranda con la luce naturale a segnare lo scorrere delle ore, raccontano, infatti, un legame profondo con il lavoro degli artisti e degli artigiani che hanno fatto di Pietrasanta un centro riconosciuto a livello internazionale, la «piccola Atene» italiana per quel coacervo di laboratori del marmo, fonderie, gallerie e studi a poca distanza dalle cave di Carrara.

Le opere della collezione contemporanea parlano, invece, di una tradizione familiare, improntata al bello e alla relazione con gli altri, che continua e si rinnova, anche grazie all’ingresso nello staff di Carolina Sandretto, fotografa e development manager, che ha dato forma a nuovi progetti. È il caso di Magazzino Pietrasanta, uno spazio espositivo ricavato da un ex edificio industriale, articolato in oltre settecento metri quadrati e dotato di una cucina professionale e di una terrazza affacciata sulle Apuane, che ospita al suo interno una parte della collezione dei proprietari dell’albergo e che può, all’occorrenza, trasformarsi in un contenitore qualificato e suggestivo per mostre ed eventi di vario genere.

Il trentesimo anniversario dell’Albero Pietrasanta non segna, dunque, un cambio di passo, ma restituisce la forza e la lungimiranza di un progetto che, fin dagli esordi, ha scelto di condividere l’arte come forma di ospitalità, il bello come forma di dialogo.

Didascalie delle immagini
Albergo Pietrasanta, Pietrasanta. 2006.Ph. Carolina Sandretto

Informazioni utili
Albergo Pietrasanta, via G. Garibaldi, 35, 55045 Pietrasanta - https://www.albergopietrasanta.com  - tel.+39.0584.793726

venerdì 17 aprile 2026

«Visioni sulla luce» per «Parma 360 Festival della creatività contemporanea»

Compie dieci anni «Parma 360 Festival della creatività contemporanea», manifestazione che, anno dopo anno, ha costruito un modello virtuoso di valorizzazione capillare del territorio emiliano attraverso una settantina di mostre ed eventi di vario tipo (da incontri a performance, da concorsi a concerti), coinvolgendo oltre duecento artisti della creatività contemporanea e della fotografia italiana come Michelangelo Pistoletto, i Cracking Art, Studio Azzurro, Franco Fontana, Mario Giacomelli, Gabriele Basilico e Nino Migliori.
Quest’anno l’appuntamento, che vede la curatela di Chiara Canali e Camilla Mineo, è in agenda dal 18 aprile al 2 giugno, quando la città di Parma si trasformerà, ancora una volta, in un museo diffuso grazie a progetti di pittura, fotografia, arte digitale e scultura, per un totale di otto mostre e sei laboratori che coinvolgeranno complessivamente venticinque artisti.
«Lux. Visioni sulla luce» è il tema scelto per questa decima edizione, realizzata con il sostegno del Mic e della Siae, che si configura come «un invito» - si legge nella presentazione - «a riscoprire la luce come materia viva e mezzo espressivo» attraverso «installazioni, performance e opere che interrogano il confine tra reale e percepito, tra energia e forma, costruendo una narrazione collettiva sull’uso della luce nell’arte contemporanea». Il visitatore del festival - assicurano le curatrici - «non sarà semplice spettatore, ma parte integrante di un viaggio sensoriale che restituisce alla luce la sua dimensione esperienziale e relazionale».

La prima mostra a inaugurare sarà – nel pomeriggio di sabato 18 aprile, alle ore 15 - «Synthetic Horizons. Nuove geografie dell’intelligenza artificiale», a cura di Chiara Canali, che porterà negli spazi della Casa del suono sei artisti under 35 con le loro opere realizzate con l’IA e la luce digitale fatta di pixel e algoritmi: macchine sonore, video, installazioni immersive, sculture di dati e narrazioni transmediali, che propongono una riflessione sui concetti di autorialità, memoria, corpo e futuro. 
Lungo il percorso espositivo, il visitatore sarà protagonista attivo grazie a Svccy (1997), il cui lavoro «Il cavaliere» permetterà al pubblico di generare immagini in tempo reale, e a Luca Martinelli, in arte Vandalo Ruins (1998), che presenterà a Parma «Tutti i re in ascolto», una macchina corale vivente che reinterpreta in maniera interattiva un’opera di Italo Calvino trasformando la voce dei visitatori in una memoria sonora condivisa, in un vero e proprio coro polifonico destinato ad arricchirsi giorno dopo giorno. In mostra sarà possibile vedere anche «The Pørnøgraphər», un lavoro del collettivo Hariel (composto da Pietro Lafiandra, Flavio Pizzorno e Andrea Rossini) che mette in crisi l’immagine cinematografica tradizionale, e «The Artist», una riflessione di Andrea Crespi (1992) sull’identità nell’epoca post-digitale, che si muove tra presenza e assenza, tra umano e artificiale. Sara Destri, in arte Ex.Favilla (1995), tenterà, invece, di dare forma alla relazione tra nostalgia e reminiscenza con il suo lavoro «Le figure del ricordo», mentre Manuel Macadamia (1997) presenterà «Sunset AI World», un osservatorio sperimentale sulle possibilità narrative e visive dell’intelligenza artificiale creato per sensibilizzare sugli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, che è già stato presentato in diversi contesti culturali in Italia e all’estero, e che per l’occasione verrà arricchito da un nuovo episodio («sunset 2066»).

Ci si sposterà, quindi, a Palazzo Pigorini dove - sempre sabato 18 aprile, alle ore 16 – inaugurerà la mostra «Michael Kenna. Il fiume Po. Scritture di luce», a cura di Sandro Parmiggiani, con settanta delle cento immagini realizzate dal fotografo inglese nell’arco di dodici anni, tra il 2007 e il 2019, lungo il corso d’acqua più lungo d’Italia, a partire dalla sorgente alpina per giungere alla foce adriatica, attraversando i paesaggi della Pianura Padana. Riuniti in un libro pubblicato nel 2020 da Corsiero editore di Reggio Emilia, questi scatti nascono da un «approccio lento e contemplativo», frutto di vere e proprie «conversazioni» visive con la presenza potente e magnetica del Po, paragonato da Michael Kenna a un «vecchio e saggio amico», con cui c’è stato «uno scambio di energia in ogni incontro».
La luce è un elemento centrale di questo progetto fotografico, nato da un’attenta osservazione delle condizioni atmosferiche dei luoghi ritratti: nebbie, riflessi sull’acqua, cieli lattiginosi e orizzonti rarefatti diventano la materia espressiva con cui il fotografo inglese dà vita a paesaggi essenziali, sospesi, costruiti su silenzi e sottili equilibri.
Fondamentale è l’uso del bianco e nero, considerato dall’artista britannico «una riduzione essenziale della stimolazione sensoriale che consente alla nostra immaginazione di lavorare di più». Le immagini si configurano così come interpretazioni liriche più vicine alla poesia, soprattutto ai brevi haiku giapponesi, che alla descrizione documentaria. Completa il percorso una video-intervista di quindici minuti che offre uno sguardo diretto sul processo creativo di Michael Kenna lungo il fiume.

Restando a Palazzo Pigorini seguirà, alle ore 17 di sabato 18 aprile, l’inaugurazione di altre due mostre: «Una nuova luce», per la curatela della Galleria Caracol, e «Quadrifluox», a cura di Piergiuseppe Molinar.
La prima esposizione riunisce le opere di tre protagonisti dell’illustrazione francese contemporanea, al debutto sulla scena italiana, le cui opere declinano la luce come materia narrativa e principio generativo dell’immagine in modi differenti. Jean Mallard costruisce con l’acquerello paesaggi visionari e stratificati, attraversati da una moltitudine di dettagli e micro-narrazioni, nei quali la luce, dal taglio teatrale, accende i contrasti e amplifica la dimensione fantastica della narrazione. Per mezzo dell’uso di pastelli e matite, Clément Thoby rilegge, invece, l’eredità dei Fauves in chiave contemporanea attraverso atmosfere morbide e cinematografiche, capaci di evocare profondità e sospensione. Infine, Florian Pigé utilizza il pastello per creare una luce intima e avvolgente, che modella i volumi e sospende la scena in un tempo dilatato.
La mostra «Quadrifluox» trasforma, invece, l’inchiostro fluorescente in un linguaggio artistico autonomo, ridefinendo il rapporto tra carta, immagine e percezione. «Sotto la luce di Wood - si legge nella presentazione - l’opera cambia stato: l’immagine si accende, si espande, rivela livelli nascosti e dettagli invisibili. La fluorescenza non è un effetto speciale o decorativo, ma parte integrante della costruzione visiva». Per l’occasione viene presentata una selezione di opere a stampa, tra cui le graphic novel «Torino 8290» di Alessandro “Kalla” Calabrese, «Panico Paura» di Andra Rosta (Alessandra Rostagnotto) e «Rêve» di Antoine Orand.
L’esposizione mette in mostra anche il progetto «Hello Fluo!», dove - affermano gli organizzatori - «la logica della programmazione si fonde con la materia della stampa tipografica, rendendo tangibile il dialogo tra arte digitale e sperimentazione analogica».
Completa il percorso espositivo a Palazzo Pigorini una selezione di opere tratte dalla mostra «Draw the Light», presentata nel 2022, in occasione della prima edizione del Ripido Illustration Festival di Brunico. Davide Bonazzi, Ilaria Urbinati, Andrea Serio, Riccardo Guasco, Giulia Neri, Maria Martini e Marco Cazzato sono alcuni degli artisti esposti, invitati a confrontarsi con una domanda tanto semplice quanto complessa: «è possibile disegnare la luce?» Ne emerge un percorso ricco e sorprendente, dove linguaggi e sensibilità diverse dialogano tra di loro.

Ci si sposterà, quindi, alla Galleria San Ludovico dove – sabato 18 aprile, alle ore 18 - inaugurerà «Morphology Light. Viaggio nella forma della luce», personale di Antonio Barrese (Milano, 1945), esponente della sperimentazione italiana tra arte, design, percezione visiva e cultura scientifica sin dagli anni Sessanta, quando, con Alberto Marangoni, Alfonso Grassi e Gianfranco Laminarca, fonda il Gruppo MID (Mutamento Immagine Dimensione), movimento che condivide una visione dell’opera come dispositivo dinamico, aperto, fondato su processi di trasformazione e sul coinvolgimento attivo dello spettatore.
La singolarità del lavoro di Antonio Barrese, nella sua giovinezza esponente dell’arte cinetica e programmatica italiana, è stata puntualmente colta da Peter Weibel, teorico della media art e direttore per ventiquattro anni dello ZKM - Zentrum für Kunst und Medien di Karlsruhe, che ha parlato dell’artista milanese come di un «agente provocatore», ovvero di un autore capace di generare «scarti di pensiero», cioè perturbazioni mentali in grado di anticipare trasformazioni culturali profonde che diventeranno visibili solo nei decenni successivi.
La mostra, per la curatela di Chiara Canali, riunisce opere storiche e lavori recenti, che mettono al centro la luce intesa come materia plastica, fenomeno fisico e struttura percettiva capace di generare forma. Non mancano lungo il percorso espositivo documenti e apparati esplicativi, con l’obiettivo di offrire strumenti di approfondimento e chiavi di lettura.
All’interno del percorso espositivo, che dialoga efficacemente con la storia e l’architettura della Galleria San Ludovico, assumono particolare rilievo le opere che esplorano la dimensione ambientale e immersiva, come «Disco Strobo» ed «Electric Savana». Sono, inoltre, visibili i cicli «Big» e «Mini Shining», dove la luce non è semplice elemento di illuminazione o effetto scenico, ma struttura generativa.

Completa il calendario il progetto multimediale «Del sublime», firmato dal Duo Es, con il compositore Nicola Evangelisti, per il Torrione Visconteo. La mostra, la cui inaugurazione è prevista per le ore 19 di sabato 18 aprile, poco prima dell’opening party al locale notturno ColonneVentotto (ore 21), vede ancora una volta la curatela di Chiara Canali.
Il concetto di «sublime», nel suo significato originario di «alto» ed «elevato», teorizzato nella Grecia antica sin dai tempi di Platone, è reso attraverso suoni e varchi di luce, assimilabili a rosoni, che conducono il visitatore in un percorso ascensionale attraverso i quattro livelli dello spazio espositivo.
Il percorso inizia con «Transies Euntis», opera video proiettata sulla volta a botte del seminterrato, che si configura – raccontano gli organizzatori - come «un’esperienza contemplativa che unisce scienza, arte e spiritualità, aprendo una finestra di connessione tra la realtà sensibile e soprasensibile».
Al primo piano sono, invece, esposte un paio di opere in black light art, realizzate con vernici fosforescenti. In «Quantum Simmetry» un’iride diventa metafora del rosone e punto di incontro tra terreno e trascendente. Riprendendo la teologia paolina del «corpo come tempio», l’opera afferma, dunque, la centralità dell’essere umano come luogo di rivelazione e coscienza dell’infinito.
Proseguendo, si incontra il trittico delle spirali auree di
Nicola Evangelisti
, con tre strutture spaziali in cristallo e specchi incisi e retro-illuminati tese a raccontare la tensione tra ordine e caos, tra razionalità e irrazionalità. Il percorso culmina al quarto piano con la stampa digitale di un rosone tratto dal video «Transies Euntis», la fotoceramica del Duo Es e due opere di Silvia Serenari che rappresentano il sublime come esperienza di contemplazione della natura.

Come consuetudine, il festival emiliano ha anche un ricco Circuito Off, che coinvolge una cinquantina di spazi creativi della città di Parma, tra negozi, ristoranti, librerie, studi d’artista ed esercizi vari. Tra queste attività c’è lo Starhotels du Parc, albergo con preziosi interni in stile Liberty, situato accanto al Parco Ducale, che ospiterà in questi giorni l’esposizione «Fiori di Luce» dell’artista e fotografa parmigiana Caterina Orzi, con opere dalle tecniche diverse, dalla fotografia al pastello, che tratteggiano una natura dalla dimensione intima, silenziosa e quasi meditativa.
A «Parma 360» la luce si mostra, dunque, come materia viva e forma di pensiero. Si posa sulle superfici per trasformarle. Scivola sui corpi dei visitatori rendendoli presenza attiva. Attraversa gli spazi e ne modifica l’usuale percezione. Si racconta come metafora del nostro tempo: iper-visibile, sempre sotto i riflettori, e dominato dall’incertezza e dalla fragilità.

Didascalie delle immagini 
1. Opera di Riccardo Guasco; 2. Opera di Macadamia; 3. SVCCY, I tre cavalieri - Cavaliere 1; 4. M. Kenna, Nuvole drammatiche – Sannazzaro de’ Burgondi, Pavia, 2019; 5. M. Kenna, Ponti di Spagna, Bondeno, Ferrara, 2018; 6. Opera di Mallard; 7.Progetto Quadriflox; 8 e 9. Opera di Antonio Barrese; 10. Duo Es, Transies Euntis, 2026; still da video; 11.Evangelisti, Spirale Aurea Z8, 2016; 605x605x70 mm; cristallo alluminio Led

Informazioni utili
Parma 360 Festival della creatività contemporanea (X Edizione). LUX. Visioni sulla luce. Parma, sedi varie. Dal 18 aprile al 2 giugno 2026. Orari: tutte le sedi da lunedì a domenica 11-20, chiuso mercoledì e giovedì: Casa del suono da mercoledì a domenica 10-18; chiuso lunedì – martedì. Biglietti e info su: https://www.parma360festival.it

venerdì 26 settembre 2025

Giornate europee del patrimonio, un fine settimana per riscoprire la nostra eredità culturale

Ci sono giorni in cui le città sembrano respirare all’unisono con la loro memoria. Accade quando palazzi, archivi, musei, giardini, biblioteche e siti archeologici aprono le proprie porte al grande pubblico per dare voce a storie secolari. Le GEP - Giornate europee del patrimonio, in inglese European Heritage Days, offrono questo dal 1991, ovvero da quando il Consiglio d’Europa ha messo in rete le istituzioni culturali degli Stati membri per sviluppare nei cittadini del «Vecchio Continente» la consapevolezza delle proprie radici comuni, ovvero di una trama condivisa di memorie, suoni e visioni da trasmettere alle generazioni future. Perché il patrimonio non è solo ciò che ereditiamo, ma anche ciò che siamo chiamati a custodire e a reinventare giorno per giorno.
La manifestazione, che dal 1999 gode anche dell'egida della Commissione europea, ritorna in Italia nel prossimo fine settimana, nelle giornate di sabato 27 e domenica 28 settembre, con un articolato calendario di eventi, una vera e propria festa dell’arte, coordinata dal Ministero della Cultura, che vedrà istituzioni pubbliche e private, fondazioni e associazioni organizzare mostre, installazioni, incontri, laboratori didattici, conferenze, presentazioni, passeggiate tematiche, spettacoli, ma soprattutto visite guidate e aperture straordinarie in orario serale (nei musei statali al costo simbolico di un euro).

Lo slogan europeo dell'edizione 2025 è «Heritage and Architecture: Windows to the Past, Doors to the Future», la cui declinazione italiana è «Architetture: l'arte di costruire», un invito a esplorare il nostro ricco e variegato paesaggio architettonico, anche quello immateriale, legato alle conoscenze e alle tecniche dei singoli individui. Dai monumenti celebri delle città d’arte alle costruzioni meno note delle aree rurali e industriali, il carnet delle proposte è ampio ed è anche un invito a ricercare nei vari edifici «le tracce delle persone che, nel costruirli, trasformarli o demolirli, - si legge nella presentazione - hanno lasciato segni di conoscenze, pratiche culturali e artistiche, credenze religiose, abilità artigianali e agricole, innovazioni tecniche, visioni, idee o ideologie, bisogni e desideri di convivenza».

Dalle visite al Ninfeo delle Fate a Lecce (una delle architetture ipogee più suggestive del Salento) all’apertura serale del Cenacolo di Leonardo da Vinci a Milano, passando per i tanti eventi nelle residenze sabaude del Piemonte (come i Castelli di Racconigi e Moncalieri), l’open day nei cantieri di scavo ad Aquileia (sito archeologico friulano, patrimonio mondiale dell’Unesco) o le passeggiate d’arte al Dorsoduro Museum Mile di Venezia (ovvero alle Gallerie dell’Accademia, a Palazzo Cini, alla Collezione Peggy Guggenheim e a Punta della Dogana – Pinault Collection): sono migliaia le iniziative in agenda, tutte consultabili sul portale del Ministero della Cultura (https://cultura.gov.it/); mentre il calendario europeo è reperibile sul sito https://www.europeanheritagedays.com/.

Vale la pena sottolineare che a Bologna, dove saranno aperti in orario serale tutti i musei civici (tra cui le Collezioni comunali di Palazzo Accursio e il Mambo), faranno il loro debutto nel cartellone delle Giornate europee del patrimonio tre luoghi simbolo della storia cittadina: il trecentesco Palazzo Pepoli, la Torre dell’Orologio e il Padiglione de l’Esprit Nouveau, costruito nel 1977 da Giuliano Gresleri e José Oubrerie nel quartiere fieristico, replicando il progetto originale di Le Corbusier per l'Esposizione internazionale delle arti decorative di Parigi nel 1925, unico esemplare esistente al mondo del prototipo abitativo ideato dal celebre architetto svizzero.

Interessante è anche il programma messo a punto nelle Marche, dove le Giornate europee del patrimonio faranno da sfondo a due importanti presentazioni, rivolte non solo al pubblico ma anche alla comunità scientifica. 

Il Palazzo Ducale di Urbino svelerà per la prima volta il cosiddetto «Codice Santini», prezioso manoscritto su pergamena redatto nel pieno fervore del Rinascimento, che è entrato lo scorso 19 febbraio nelle collezioni museali marchigiane dopo essere stato acquisito dal Ministero della Cultura, per la cifra di 330 mila euro, alla casa d’aste milanese «Il Ponte». 
Databile tra il 1480 e il 1530 circa, il prezioso volume, che potrebbe essere stato fonte di ispirazione anche per le ricerche di Leonardo da Vinci, raccoglie oltre un centinaio di studi di strumenti, macchine e sistemi ingegneristici, documentando l’interesse per le discipline matematiche e scientifiche a Urbino, durante le dinastie dei Montefeltro e dei Della Rovere.
L’autore del manoscritto è tuttora sconosciuto, per quanto si presuma possa essere una personalità legata alla cerchia di Francesco di Giorgio Martini (1439-1501), allievo di Mariano di Jacopo detto il Taccola (1381-1453 ca.), meglio noto come l’Archimede di Siena, e autore dell’«Opusculum de Architectura», che dal 1476 fu al servizio dei Montefeltro, ideando anche i disegni preparatori per le settantadue formelle a composizione del «Fregio dell’Arte della Guerra», recentemente riallestite nelle Soprallogge al piano nobile del Palazzo Ducale di Urbino. 
Tra gli studiosi c’è anche chi ipotizza che l’autore del «Codice Santini» sia, invece, Giovan Battista Commandino, padre del più illustre Federico, nonché autore della Cinta muraria di Urbino, quella tuttora esistente, ideata su incarico di Francesco Maria I della Rovere.
Unico fra i manoscritti urbinati a non essere stato trasferito alla Biblioteca apostolica vaticana nel 1657, rimanendo, dunque, a Urbino per i secoli successivi, tramandato da alcune nobili famiglie locali fino all’ultimo proprietario, il volume, ancora con la sua legatura originale, si presenta in uno stato conservativo eccellente. Al suo interno ci sono disegni di estrema bellezza, testimonianza fondamentale della stagione rinascimentale urbinate, che trovò nella scienza e nella matematica una chiave di lettura per raccontare la bellezza e l’armonia dell’universo.
In linea con gli altri musei statali italiani, nella giornata di sabato 27 settembre la Galleria nazionale delle Marche prolungherà l’orario di apertura e l’ingresso, durante le ore serali (fino alle 22:15, con ultimo accesso alle 21:15), costerà un solo euro.

Sempre nelle Marche, le Giornate europee del patrimonio faranno da cornice alla presentazione al pubblico, e alla comunità scientifica internazionale, del Cofanetto da Belmonte Piceno, prezioso manufatto d’avorio e d’ambra, risalente a metà del VI secolo avanti Cristo, restituito alla fruizione della collettività dalla Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per le province di Ascoli Piceno, Fermo e Macerata, dopo gli scavi del 2018 nella necropoli picena di Belmonte (in provincia di Fermo, nelle Marche) e in seguito al successivo intervento di studio e di restauro conservativo nei laboratori della ditta Coobec di Spoleto (in Umbria). 
L’importante reperto archeologico - al quale è stata dedicata nel 2024 una monografia in lingua tedesca («Die Rezeption griechischer und etruskischer Kunst in Belmonte Piceno», ISBN 978-3-534-64029-4) dalla casa editrice Philipp von Zabern - Herder/WBG, a cura di Joachim Weidig dell'Università Albert Ludwig di Friburgo - sarà al centro di una mostra al Palazzo Ferretti di Ancona, nel Salone delle feste, in programma da sabato 27 settembre a martedì 26 gennaio 2026. L’esposizione offrirà anche l’occasione per vedere riunite le altre preziose ambre figurate di Belmonte Piceno, in parte già esposte al Man Marche e al Museo archeologico nazionale di Ascoli Piceno.
Il cofanetto, rinvenuto alle spalle di un grande vaso di terracotta, in una sepoltura maschile che era già stata scoperta nel 1910 dall’archeologo Innocenzo Dell’Osso, durante la prima campagna di scavi nella necropoli marchigiana, condensa elevate capacità artistiche e artigianali e messaggi figurativi densi di significati da decifrare.
Realizzato da un artigiano che lavorò a Chiusi, Cortona e forse proprio a Belmonte Piceno tra il 560 e il 540 a.C., dando vita a un nuovo stile artistico che combina elementi greci, etruschi e italici, l’antico manufatto, con ben ventisei secoli di storia alle spalle, presenta un coperchio con quattro sfingi scolpite e traforate, con visi e ali d’ambra. Il contenitore è, invece, realizzato con lastrine di avorio intagliato, sulle quali sono inserite figure in ambra ricche di dettagli incisi sulla superficie retrostante, così da poter essere viste, in origine, attraverso la trasparenza della pietra fossile.
Le immagini della fascia in alto raccontano scene di vita fra figure regali e divinità, con probabili riferimenti anche a una cerimonia matrimoniale. Mentre nella fascia bassa sono rappresentati i «fotogrammi» di antichi miti e racconti epici, con storie dal finale tragico: Perseo e Medusa, Aiace che trasporta il corpo senza vita di Achille, Cassandra ai piedi della statua di Atena con re Priamo e Aiace alle sue spalle.
La presentazione al pubblico è prevista per sabato 27 settembre, alle ore 18, all’auditorium del Man Marche, alla presenza del direttore Diego Voltolini e di Joachim Weidig (responsabile scientifico delle ricerche a Belmonte Piceno), Francesco Belfiori (funzionario archeologo Sabap AP-FM-MC) e Nicola Bruni (funzionario restauratore). A seguire è in programma (dalle 19:30 alle 23:30) l’ingresso, al costo simbolico di un euro, alla mostra con il Cofanetto di Belmonte Piceno, ma anche alle collezioni permanenti del museo.

Didascalie delle immagini
1. Immagine promozionale delle Giornate europee del patrimonio 2025; 2. Aquileia; 3. Ninfeo delle fate, Lecce; 4. Leonardo da Vinci, Ultima cena, 1494-1498. Milano, Santa Maria delle Grazie; 5. Bologna, Padiglione Esprit Nouveau; 6. Codice Santini, Urbino, Galleria nazionale delle Marche; 7. Cofanetto da Belmonte Piceno. Ancona, Palazzo Ferretti 

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