ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

mercoledì 20 maggio 2026

«Cremona contemporanea», quando le odierne pratiche artistiche incontrano la memoria dei luoghi

Il suo passato profuma di resina e di miele d'acacia, quello del legno stagionato che aspetta di trasformarsi in musica e quello del nettare delle api che, con le mandorle e l'albume montato a neve, diventa un dei dolci natalizi più famosi al mondo. Ma da quattro anni Cremona non è più solo la patria della liuteria e del torrone, è anche una città che mette in dialogo il suo ricco patrimonio storico-artistico - dal Torrazzo medioevale in mattoni rossi al Duomo di impianto romanico-gotico - con gli odierni linguaggi creativi, dando vita a un laboratorio vivo in cui l'attuale sperimentazione artistica non si sovrappone al passato, ma lo attraversa, lo interroga e lo riattiva.
È in questa soglia sospesa tra memoria e presente che si muove la quarta edizione di «Cremona contemporanea», iniziativa realizzata da Not Titled Yet e promossa dall'Amministrazione comunale, e più precisamente dall’Assessorato al turismo ed eventi, con il patrocinio della Regione Lombardia.
Per nove giorni, dal 23 al 31 maggio, la città lombarda, nota per aver dato i natali al maestro liutaio Antonio Stradivari, al compositore Claudio Monteverdi e all’attore Ugo Tognazzi, si trasforma così in un percorso espositivo diffuso che intreccia installazioni, mostre, performance, incontri ed eventi, vestendo d’arte eleganti palazzi nobiliari di epoca medioevale, rinascimentale e barocca, edifici di culto, chiese sconsacrate, vecchi monasteri abbandonati o restaurati e riconvertiti d’uso, ambienti urbani e persino un bunker della Seconda guerra mondiale.

La direzione artistica della manifestazione è affidata a Rossella Farinotti, critica d’arte e docente all’Università cattolica e alla Naba – Nuova accademia di belle arti di Milano, nonché direttore esecutivo dell’Archivio Giò Pomodoro e consulente curatoriale per la Fondazione Giorgio Rossi, che per questa edizione ha scelto di ampliare il proprio sguardo attraverso la collaborazione con quattro curatori: Valeria Mancinelli (production manager del festival cinematografico fiorentino «Lo schermo dell’arte»), Gianluca Ranzi (chief curator della Fondazione Mudina di Milano), Gioele Melandri e Saverio Verini.
Si tratta di una scelta strutturalmente significativa: il racconto espositivo non si costruisce da una prospettiva unica, ma da una coralità di visioni che si intrecciano e si confrontano, producendo un percorso necessariamente più ricco di sfumature e di tensioni critiche.
L'obiettivo è quello di far sì che «gli sguardi si moltiplichino» e che gli artisti interagiscano con i luoghi attraverso mediazioni plurali, capaci di rivelare strati di senso che un unico punto di osservazione non potrebbe raggiungere.
Questo modello curatoriale collettivo risponde a una tendenza diffusa nell'arte contemporanea internazionale, in cui la dimensione partecipativa e collaborativa non riguarda solo le pratiche artistiche, ma anche le strutture organizzative e intellettuali che le sostengono. La rassegna si configura così non come una mostra con un'unica tesi da dimostrare, ma come una piattaforma aperta, capace di accogliere posizioni eterogenee e di metterle in relazione con la specificità del contesto cremonese.

Sono venti gli artisti selezionati per questa edizione: Davide Allieri, Aubrit e Beillard, Miriam Cahn, Roberto de Pinto, Linda Fregni Nagler, Francesca Grilli, Jelena Jureša, Lina Lapelyte, Emma Masut, Jimmy Milani, Valerio Nicolai, Mattia Pajé, Albert Pinya, Giò Pomodoro, Giulia Poppi, Sara Ravelli, Martina Rota, Marinella Senatore, Lorenzo Scotto di Luzio e Federico Tosi.
L’insieme è intenzionalmente eterogeneo per generazione, nazionalità e approccio: accanto a figure affermate sulla scena internazionale come Miriam Cahn, pittrice svizzera nota per la sua pittura corporea di forte valenza politica e poetica, o Marinella Senatore, celebre per i suoi dispositivi partecipativi su larga scala, figurano artisti di generazioni più giovani impegnati in ricerche ancora in divenire.
I loro lavori, alcuni dei quali inediti e pensati appositamente per questa edizione di «Cremona contemporanea», sono altrettanto vari per i media impiegati. Si passa da sculture costruite con resine, cavi, antenne e componenti industriali a installazioni ambientali che incorporano materiali inconsueti come il paracetamolo. Si va dai video alle performance, fino a dispositivi partecipativi che coinvolgono direttamente il pubblico nella costruzione dell'opera.
Questa molteplicità formale non è casuale: rispecchia la complessità della ricerca artistica contemporanea, attraversata da temi ricorrenti come la trasformazione della materia, la fragilità della condizione umana, le tensioni tra visioni apocalittiche e possibilità di rigenerazione. L'arte, in questo quadro, non decora i luoghi ma li interroga, ne esplicita le contraddizioni, ne rivela la densità storica e simbolica.
 
Una delle novità più significative di quest’anno è l'ingresso nel programma di Giò Pomodoro (Orciano di Pesaro, 1930 – Milano, 2002), uno dei più importanti scultori italiani del Novecento. È la prima volta che la manifestazione sceglie di mettere in dialogo la ricerca contemporanea con un maestro storico dell'arte italiana, dopo l’esperimento della seconda edizione che aveva visto la partecipazione del regista e poeta lituano Jonas Mekas, figura fondamentale della storia del cinema sperimentale.
Tre luoghi simbolici della città - il Comune, il Palazzo vescovile e la sede cremonese del Politecnico di Milano, nell’ex convento della Santissima Annunciata di Maria Vergine - ospiteranno una selezione di sculture, realizzate tra il 1957 e il 1968, in fibra di vetro e poliestere. Si tratta di opere che appartengono a una fase cruciale della ricerca di Giò Pomodoro, in cui il rapporto tra spazio, movimento e materia si traduce in forme dinamiche segnate da concavità, tagli e tensioni plastiche. L'utilizzo della fibra di vetro, materiale allora considerato sperimentale, colloca queste opere in un momento di radicale apertura verso nuovi linguaggi formali, in piena sintonia con le avanguardie europee del secondo Dopoguerra. La presenza di lavori dai colori accesi - giallo, rosso, argento - nei contesti architettonici più solenni della città produce un cortocircuito visivo e culturale che costituisce uno dei momenti più densi di senso dell'intera rassegna.

Il catalogo dei luoghi coinvolti dalla manifestazione costituisce di per sé un atto di riscoperta urbana, affiancando a sedi ormai tradizionali per i visitatori spazi raramente o mai accessibili al pubblico. Tra gli edifici che ritornano ad accogliere «Cremona contemporanea» ci sono:
il laboratorio di restauro RobolottiSei
; lo studio FasArchitetti nel seicentesco Palazzo Zaccaria Pallavicino; il rinascimentale Palazzo Raimondi, oggi sede del Dipartimento di musicologia dell'Università di Pavia; Palazzo Fodri, capolavoro rinascimentale con decorazioni in terracotta della scuola bramantesca, che attualmente ospita la galleria Pqv Fine Art, e, ultimo ma non ultimo, il Palazzo del Comune, cuore politico e amministrativo della città, con una storia secolare che affonda le sue radici nel XIII secolo e con una elegante facciata in cotto con bifore e decorazioni tipiche del gotico lombardo.
Nell’«inattesa geografia» della manifestazione figurano altri luoghi che hanno una propria densità storica e che sono fulcri della vita cittadina: il Palazzo vescovile, la Cattedrale di Santa Maria Assunta e Palazzo Stanga Trecco, sede dagli inizi del Novecento dell’Istituto tecnico di agraria.
 
Mentre tra gli spazi inediti, che riaprono dopo decenni di abbandono, ci sono: il teatrino delle suore Canossiane in via Bissolati, nascosto nel cortile di Palazzo Botta-Visconti e abbandonato dalla metà del Novecento; il monastero del Corpus Domini, sorto su un palazzo quattrocentesco appartenuto a Bianca Maria Visconti e oggi in stato di degrado dopo secoli di storia religiosa e militare; il complesso di San Benedetto, fondato nell’XI secolo e con uno straordinario affresco settecentesco di Angelo Massarotti; e Il bunker di via Grado 19, rifugio antiaereo costruito nel 1942 e usato per l'ultima volta il 10 luglio 1944 durante un bombardamento statunitense che causò centodiciannove vittime.
Queste scelte non sono meramente scenografiche: inserire l'arte in spazi dimenticati significa riattivarne la memoria, proporre nuove narrazioni urbane e interrogare il rapporto tra la comunità e il proprio patrimonio.
L'ex convento della Santissima Annunciata di Maria Vergine, oggi sede cremonese del Politecnico di Milano e scenario della mostra diffusa su Giò Pomodoro, rappresenta un caso esemplare di questa logica: fondato nel 1494 su un sontuoso palazzo di proprietà del conte Covo, trasformato nel Settecento da convento agostiniano a caserma, abbandonato nel 2012, è stato di recente recuperato grazie a un investimento della Fondazione Arvedi-Buschini e inaugurato come campus universitario nel 2025. Analogamente, l'ex chiesa dei Santi Marcellino e Pietro, maestoso esempio di barocco cremonese, trasformato nell'Ottocento in scuola di equitazione (dopo essere stato sconsacrato), viene utilizzato saltuariamente come sala concerti e, in questi ultimi giorni di maggio, come sede espositiva.
 
Come di consueto, il programma di «Cremona contemporanea» è arricchito dai progetti «Faville», il cui nome evocativo rimanda alle scintille capaci di accendere nuove connessioni tra artisti e pubblico, tra opere e spazi, tra contemporaneità e memoria. Si tratta di un dispositivo progettuale aperto, cioè di un vero e proprio laboratorio in divenire, che accoglie interventi sperimentali, talk, iniziative editoriali, installazioni partecipative e performance.
Uno degli appuntamenti più sentiti del programma è la mostra collettiva dedicata alle accademie italiane: dopo la collaborazione con Naba e Brera nelle edizioni precedenti, quest'anno è il Politecnico delle arti di Bergamo a presentare, nelle sedi di Palazzo Fodri e della Galleria Pqv, un progetto espositivo, a cura di Nicola Ricciardi, con opere di studenti ed ex studenti. L'iniziativa risponde a un bisogno reale del sistema dell'arte italiana: offrire ai giovani artisti una piattaforma di visibilità strutturata, in un contesto in cui i graduate show capaci di intercettare curatori e galleristi rimangono ancora relativamente rari.
Altro appuntamento consolidato del programma è «Bar Cremona» di Giorgio Galotti, spazio di riflessione sull'arte contemporanea ospitato in un contesto quotidiano e informale, con un focus sul disegno e la partecipazione degli artisti Diego Perrone e Daniele Milvio.

Mentre Flavio Favelli, Agata Ferrari Bravo e Thomas Michael Saccuman si confrontano con «Cremona contemporanea» presentando un'opera nata da una collaborazione sviluppata durante una residenza condivisa in Puglia, da Red Lab Gallery. Ne è nato un carro nomade ispirato ai carri processionali pugliesi, un organismo ibrido tra scultura, performance e teatro, capace di modificarsi lungo il percorso e di trasformare ogni tappa in un atto di nomadismo culturale. Alle quinte in legno bianco di Flavio Favelli, che rielaborano le luminarie della tradizione meridionale in strutture cariche di memoria ornamentale, si affianca il carro-creatura di Agata Ferrari Bravo e Thomas Michael Saccuman, «sospeso tra animale e meccanico, tra movimento e stasi», in un immaginario che evoca il «Codex Seraphinianus» di Luigi Serafini.

I progetti Off completano il quadro: istituzioni, gallerie, negozi e attività locali entrano a far parte del palinsesto con eventi e mostre autonome, trasformando la rassegna in un'occasione collettiva che coinvolge l'intera comunità urbana. È un modello che ricorda, nella sua logica inclusiva e territoriale, le esperienze delle grandi rassegne internazionali, adattato alla scala e alla specificità di una città media italiana.
Si tratta di un segnale interessante, che documenta come la manifestazione stia costruendo, anno dopo anno, un immaginario condiviso, che permane anche quando le installazioni e le mostre vengono smontate. Ed è, forse, proprio questo il senso più profondo di una rassegna come «Cremona contemporanea»: non mettere sotto i riflettori la città per nove giorni, ma regalarle, con la discrezione di una «scintilla» (per riprendere il lessico del festival), la capacità di vedere se stessa con occhi nuovi, quelli dell'arte del presente in dialogo con le architetture del passato e con una storia gloriosa, quella della liuteria, che vede i violini, le viole, i violoncelli e i contrabbassi prodotti nelle botteghe locali calcare i palcoscenici più importanti del mondo.

Didascalie delle immagini
1. Ex Chiesa di San Benedetto, Cremona. Cremona Contemporanea 2026; 2. Palazzo Raimondi, Cremona. Cremona Contemporanea 2026; 3. Palazzo Vescovile, Cremona. Cremona Contemporanea 2026; 4. Cattedrale di Santa Maria Assunta, Cremona. Cremona Contemporanea 2026; 5. Palazzo del Comune, Cremona. Cremona Contemporanea 2026; 6. Palazzo Fodri - PQV Fine Art, Cremona. Cremona Contemporanea 2026; 7. Palazzo Stanga Trecco, Cremona. Cremona Contemporanea 2026; 8. FasArchitetti, Cremona. Cremona Contemporanea 2026; 9. Enoteca Cremona. Cremona Contemporanea 2026

Informazioni utili
Cremona Contemporanea 2026, con la direzione artistica di Rossella Farinotti.  Sito internet: https://www.cremonacontemporanea.eu. Dal 23 al 31 maggio 2026 

martedì 19 maggio 2026

«The Phair 2026»: alle OGR di Torino quarantadue gallerie e un racconto corale sulla fotografia contemporanea

C’è un momento, nell’esperienza dello sguardo contemporaneo, in cui un’immagine smette di essere una semplice superficie per diventare una soglia: un passaggio tra il visibile e l'invisibile, tra il documento e il sogno, tra la superficie delle cose e la loro profondità latente. Nasce così, nella penombra di uno spazio espositivo, una fotografia che non è più solo un semplice documento o una testimonianza di eventi passati ma che è arte a tutti gli effetti, al pari della pittura e della scultura. È in questo spazio liminale che si muove «The Phair | Photo Art Fair 2026», manifestazione, nata da un'idea di Roberto Casiraghi e Paola Rampini, in programma da venerdì 22 a domenica 24 maggio (con press preview e opening, su invito, nella giornata di giovedì 21 maggio).

Scenario dell’appuntamento saranno le OGR - Officine grandi riparazioni di Torino, uno degli esempi più eloquenti di rigenerazione urbana nel panorama europeo contemporaneo, costruite tra il 1885 e il 1895 come complesso industriale per la manutenzione dei veicoli ferroviari, che, dopo un lungo periodo di abbandono, sono state restituite alla città nel 2017 e sono oggi un hub culturale e tecnologico di circa 35.000 metri quadrati.
Qui, nella Sala Fucine, «The Phair» presenta la sua settima edizione, riunendo quarantadue gallerie italiane e internazionali in un percorso espositivo unitario, che dà vita non a un semplice evento mercantile, ma a un vero e proprio cantiere creativo, dagli spazi uniformi e con un’idea curatoriale ben delineata, in cui centinaia di fotogrammi restituiscono una visione corale e organica che interroga la complessità del nostro tempo attraverso il medium fotografico.

La partecipazione internazionale si conferma robusta e in crescita: oltre alle gallerie italiane provenienti da Milano, Torino, Bologna, Roma, Genova e altre città, sono presenti istituzioni e spazi espositivi che giungono sotto la Mole da Francia, Germania, Regno Unito, Svizzera, Montenegro e Svezia. Tra i nomi di spicco figurano Albumen Gallery di Londra, Jaeger Art di Berlino, Galerie Ira Leonis di Arles, Willas Contemporary di Stoccolma e Gian Enzo Sperone da Sent, nella Bassa Engandina.

Il comitato curatoriale, rinnovato e ampliato, riflette l'approccio multidisciplinare della fiera. Vi siedono galleristi come Umberto Benappi, collezionisti come Emilio Bordoli e Massimo Prelz Oltramonti, curatori come Lorenzo Bruni, esperti di mercato come Brandei Estes (già Head of Photography da Sotheby's), artisti come il fotografo Valerio Tazzetti, e professionisti della comunicazione come la giornalista e curatrice Carla Testore.

In un'epoca in cui l'immagine è prodotta, riprodotta e consumata in quantità vertiginose, «The Phair» sceglie la direzione opposta: quella della lentezza, della qualità, della complessità. Tra documento e interpretazione, tra permanenza e trasformazione, ogni opera presentata in fiera apre uno spazio di lettura, una soglia attraverso cui osservare la complessità del reale.
Emblematica in tal senso è la scelta dell'immagine guida di questa edizione: una fotografia di Nanda Lanfranco, scattata nel 1991, che ritrae Giuseppe Penone negli spazi del Castello di Rivoli. L'opera mostra l’artista come corpo in movimento, cogliendolo nell'attraversamento di una soglia immaginaria tra permanenza e trasformazione. Lo scatto diventa così una metafora perfetta per la vocazione della fiera sabauda e, al contempo, un omaggio alla profondità del legame tra la fiera, Torino e le sue istituzioni culturali.

La pluralità di approcci e linguaggi è del resto uno dei tratti più caratteristici di questa nuova edizione di «The Phair». Il visitatore può, per esempio, incontrare lungo il percorso un’indagine sulla natura, letta nella sua dimensione simbolica e trasformativa, come avviene nello scatto «Clematis Tangutica» di Helene Schmitz, presentata dalla galleria Willas Contemporary di Stoccolma. L’artista svedese si sofferma, qui, sui dettagli strutturali delle piante con una sensibilità quasi microscopica.
Mentre nell’opera «Sigos mes pasos» della fotografa cubana Keila Guilarte, proposta da Tallulah Studio Art di Milano, è centrale una riflessione sullo spazio urbano e sulla memoria dallo sguardo intimo: una scarpetta consumata dall'uso estremo diventa testimonianza di dedizione assoluta e incarnazione di un percorso di vita.
La dimensione ambientale e la responsabilità etica dell'immagine emergono, invece, con forza nel lavoro di Nick Brandt, esposto dalla Willas Contemporary di Stoccolma. Le opere in fiera appartengono alla serie «The Day May Break», realizzata tra Kenya, Zimbabwe, Bolivia, Fiji e Giordania. Si tratta di un'indagine potente sull'impatto della distruzione ambientale e del cambiamento climatico sulle comunità più vulnerabili e sul mondo naturale. Questo progetto, insieme duro e poetico, tesse un dialogo tra la fiera e il festival di fotografia «Exposed», e più precisamente con la rassegna dell’artista londinese allestita, fino al 6 settembre, alle Gallerie d'Italia di Torino, spazio di Intesa Sanpaolo, dove sono presenti sessanta immagini di persone e animali che si confrontano con la crisi ambientale.
Mentre la dimensione contemplativa è al centro del lavoro di Paul Cupido, portato nella Sala Fucine dalla MC2 Gallery, con sede a Milano e Tivat (in Montenegro), che trae ispirazione dal concetto giapponese di Mu, ovvero il vuoto, l'assenza significante.
La riflessione sul rapporto tra uomo e ambiente naturale anima, invece, la ricerca dal norvegese Rune Guneriussen, presentato dalla Marcorossi Artecontemporanea, galleria attiva tra Milano, Pietrasanta, Roma, Torino e Verona. Sul versante concettuale, Giulio Paolini, in mostra grazie a Tucci Russo Studio per l'arte contemporanea di Torre Pellice, costruisce un teatro dell'evocazione che interroga il senso stesso dell'esporre: «cosa significa mostrare? Chi vede e cosa?» sono le domande a cui l’artista prova a dare risposta.

Uno dei temi più stimolanti di questa edizione è, infine, il confronto con la fotografia di moda come pratica artistica e patrimonio culturale. La fiera ospita quattro autori che, in modi diversi, hanno ridefinito i confini tra immagine editoriale e opera d'arte.
Si inizia con Giovanni Gastel, uno dei maestri della fotografia dell’haute couture, con all’attivo collaborazioni con «Vanity Fair», «Vogue» e le principali maison internazionali, rappresentato in fiera dalla Photo & Contemporary di Torino. Le opere presentate a «The Phair» - tra cui alcuni scatti realizzati nella storica piscina del Foro Italico nel 2008, già esposti al Maxxi di Roma e al Palazzo della Ragione di Bergamo in una mostra curata da Germano Celant - testimoniano il passaggio della fotografia di moda italiana da un carattere editoriale e commerciale a una dimensione museale e artistica.
Françoise Huguier
porta, invece, a Torino, insieme con la Galerie Ira Leonis di Arles, la serie «Sublimes». Frutto di quindici anni di frequentazione di workshop e sfilate dell'alta moda, queste immagini scardinano la rappresentazione convenzionale degli abiti e delle modelle per restituire gli elementi più segreti del savoir-faire artigianale e la ricchezza dei materiali. Con questa artista fracese, la moda si reinventa come oggetto mitologico, come fonte di ispirazione artistica che va ben oltre la superficie patinata.
Mentre di Marco Glaviano, uno dei protagonisti della fotografia pop internazionale, in fiera grazie a Deodato arte di Milano, è presentata una selezione delle oltre cinquecento copertine realizzate per le più prestigiose riviste americane ed europee, a partire da «Vogue America» e «Harper's Bazaar», due testate con cui ebbe un contratto in esclusiva tra il 1982 e il 1994. Il suo lavoro pone al centro una domanda radicale: «chi costruisce ciò che desideriamo essere?». Le fotografie diventano così dispositivi di selezione e amplificazione del desiderio, non documenti neutri ma macchine semiotiche che orientano la percezione.
Infine, Michelangelo Di Battista, rappresentato dalla Jaeger Art di Berlino, è in mostra alle ORG di Torino con la serie «Mystery in the Moonlight», realizzata in collaborazione con Jake e Dinos Chapman, esponenti degli Young British Artists. Al centro di questi scatti c’è Claudia Schiffer, protagonista di un universo visivo surreale, con fondali dipinti a mano e ambientazioni ispirate all'estetica degli horror a basso budget degli anni Cinquanta. Il risultato è un'interrogazione sulla natura stessa della fotografia come costruzione narrativa e spazio dell'ambiguità visiva, dove i confini tra finzione e realtà, tra arte alta e cultura popolare, si dissolvono deliberatamente.
 
Accanto alle gallerie, «The Phair» ospita un ricco programma di talk con ospiti internazionali, visite guidate e momenti di approfondimento sul collezionismo, sulle pratiche curatoriali e sui mercati dell'immagine. È, questo, uno degli aspetti meno visibili ma più importanti della manifestazione: la costruzione di una comunità di pratiche attorno alla fotografia, la creazione di uno spazio discorsivo in cui l'opera non è soltanto da vedere, ma anche da pensare.
 
Vale, infine, la pena ricordare che la fiera è realizzata con il patrocinio dell’Amministrazione comunale e della Regione Piemonte e con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, della Fondazione per l'arte moderna e contemporanea CRT e delle locali Camera di Commercio e Unione industriale: un tessuto di supporto istituzionale che garantisce la continuità di «The Phair» e ne sottolinea il valore non soltanto culturale, ma anche strategico per l'identità della città.
La manifestazione si inserisce, infatti, in un ecosistema più ampio che vede Torino candidarsi sempre più esplicitamente come polo italiano ed europeo della fotografia d'autore. La sinergia con «Exposed» (con le sue attuali diciotto mostre visibili fino al 2 giugno) è un segnale significativo in questa direzione: due manifestazioni di natura diversa - una fiera mercato e un festival curatoriale - che trovano in Torino un palcoscenico condiviso e nell’idea della fotografia come imprescindibile strumento per conoscere il mondo che ci circonda un’identica filosofia ispirativa.
 
Attraverso un equilibrio tra ricerca curatoriale, apertura internazionale e attenzione ai linguaggi emergenti, «The Phair», in questa sua settima edizione, costruisce, dunque, uno spazio in cui l’immagine smette di essere semplice superficie per diventare soglia: un passaggio tra visibile e invisibile, tra documento e arte. Quarantadue gallerie, centinaia di opere, decine di artisti da tutta Europa si uniscono, così, per farci un unico invito importante: fermarci davanti alle immagini, lasciare loro il tempo necessario per parlarci e ascoltare ciò che hanno da dirci sul mondo e su di noi. Nelle ORG, le officine che un tempo riparavano i treni, si ripara così oggi qualcosa di più sottile: la nostra capacità di guardare, di capire che cosa c’è sotto la superficie.

Didascalie delle immagini
1.  Françoise Huguier, Christian Lacroix Haute Couture printemps-été 1999 ©Françoise Huguier. Galerie Ira Leonis; 2. Giovanni Gastel, Vanity Fair, 2008, 2008, tampa Pigmented Fine Art Giclée su carta Photo Rag, 80 x 100 cm. Photo & Contemporary; 3. Helene Schmitz, Clematis Tangutica, 2003, Archival pigment print, mounted on aluminium, Museum glass, walnut frame, Paper size 80 x 60 cm, with frame 84 x 64. WILLAS contemporary; 4. Keila Guilarte, Sigos mes pasos, Habana 2017 (stampa 2025), 2017-2025, ANALOGICA -Fine Art Giclée Print on Cotton Baryta, montata su Dibond 3mm., 72 x 92 cm. Tallulah Studio Art; 5. Giovanni Gastel, Beauty, Margarita, 2012, stampa Fine Art Hahnemühle, 60 x 80 cm. Photo & Contemporary; 6. Marco Glaviano, Paulina Porizkova (St. Barth), 1989, fotografia su carta, 60 x 80 cm. Deodato Arte; 7. Giovanni Gastel, Untitled, Roma 2008 Vanity Fair, 2008, stampa b_n, Fine Art Baryta Rag True Black, 67 x 89 cm circa. Photo & Contemporary; 8.Rune Guneriussen, Evolution, 2024, Digital c-print_aluminium_laminate, 120 x 80 cm. Marcossi Artecontemporanea

Informazioni pratiche
The Phair | Photo Art Fair – VII Edizione. Sala Fucine, OGR Torino – Corso Castelfidardo 22, Torino. Orari: ore 12.00 – 20.00  | ultimo ingresso 19.30. Ingresso: intero € 15,00, ridotto convenzionati (Abbonamento Musei Piemonte – Lombardia – Valle d’Aosta | Torino + Piemonte Card | Possessori Pass Exposed) € 10,00, ridotto (studenti universitari under 26 | ragazzi 14 ai 18 anni | accompagnatore disabile) € 8,00, omaggio bambini fino ai 14 anni. Sito Internet: https//www.thephair.com. Press Preview e Opening su invito: 21 maggio 2026. Aperta al pubblico: 22–24 maggio 2026

lunedì 18 maggio 2026

«Mettersi a nudo», il festival «Exposed» di Torino e la fotografia come atto di verità

È una sequenza di immagini con corpi che si immergono nell’acqua, posizionata su ventisei enormi cimase pubblicitarie 6x3, lungo le strade e sulle facciate dei palazzi, a ricordare che è in corso «Exposed - Torino Photo Festival», manifestazione che, fino al prossimo 2 giugno, trasforma l’intero capoluogo piemontese in una piattaforma espositiva diffusa, dove la fotografia entra in dialogo diretto con l'architettura e i flussi quotidiani della città.
La collettiva a cielo aperto, che vede la partecipazione straordinaria del celebre fotografo svizzero Walter Pfeiffer, rende omaggio a «Il tuffatore» di Nino Migliori, il grande maestro della fotografia italiana prossimo al traguardo dei cent'anni, e trasforma le arterie urbane in spazi di immaginazione, offrendo ai passanti frammenti di corpi sospesi nel vuoto, metafore di un salto fiducioso verso l'ignoto. Si annuncia così il tema di questa terza edizione del festival sabaudo: «Mettersi a nudo», «un invito - dichiarano gli organizzatori - a guardare oltre le apparenze, interrogando la relazione tra identità e rappresentazione, corpo e immagine, visibile e invisibile». In un tempo in cui le immagini vengono costruite per essere condivise prima ancora che vissute, l’evento torinese, che prende ispirazione per il suo nuovo titolo dall’opera «Mon cœur mis à nu» di Charles Baudelaire, propone, dunque, un atto in controtendenza: «spogliarsi delle sovrastrutture, mostrarsi per ciò che si è, osservare sé stessi e gli altri senza filtri».

Nato con l'ambizione di collocare Torino sulla mappa internazionale della fotografia contemporanea, «Exposed» ha preso forma nel 2024 come iniziativa promossa da un'ampia cabina di regia istituzionale che include l’Amministrazione comunale, la Regione Piemonte, la Camera di commercio di Torino, la Fondazione Compagnia di San Paolo, la Fondazione Crt in sinergia con la Fondazione Arte Crt e Intesa Sanpaolo. Mentre il coordinamento del progetto è a cura della Fondazione per la Cultura Torino.
Sin dalla sua prima edizione, il festival ha scelto un modello diffuso e multisede, capace di attivare luoghi eterogenei - dai musei storici agli spazi indipendenti, fino alle superfici pubbliche della città - in un dialogo costante tra istituzionale e informale, storicizzato ed emergente. Questo modello viene mantenuto anche nell’attuale edizione, il cui programma, che mette in relazione autori affermati e giovani promesse, comprende diciotto mostre temporanee indoor e outdoor, in un percorso che spazia cronologicamente dall’Ottocento ai giorni nostri. La manifestazione prevede anche un ricco calendario di incontri, letture portfolio, proiezioni ed eventi diffusi in tutta la città.

L’attuale edizione vede la curatela e l'organizzazione di Camera - Centro italiano per la fotografia, istituzione nata nel 2015 nell'ex convento di Santa Pelagia, ovvero nell'edificio che ospitò la prima scuola pubblica del Regno d'Italia, oggi diretta da François Hébel, già alla guida della Fondation Henri Cartier-Bresson e di Magnum Photos. Mentre la direzione artistica del festival è di Walter Guadagnini, tra le voci più autorevoli del settore in Italia e all’estero, docente all'Accademia di Belle arti di Bologna, nonché autore di una monumentale opera in quattro volumi sulla storia della fotografia per Skira.

Uno degli elementi più originali del progetto espositivo è il cosiddetto «miglio della fotografia», un percorso pedonale che attraversa alcune delle principali istituzioni culturali torinesi, ciascuna abitata da una mostra capace di declinare il tema centrale secondo un'angolazione propria e unica. Dal dagherrotipo di Auguste Belloc al progetto immersivo di Diana Markosian, dalla fotografia itinerante di Bernard Plossu ai billboard urbani de «I tuffatori»: il risultato è, dunque, una polifonia di voci, dove l’atto fotografico è visto come un gesto ambivalente, insieme esposizione e difesa, verità e costruzione. Questa trama espositiva variegata trova, però, una dimensione unitaria grazie a soluzioni grafiche e di allestimento essenziali ed eleganti, curate dallo studio BRH+ di Torino.

Il percorso indoor prende avvio da Camera con «Toni Thorimbert. Donne in vista», mostra curata da Walter Guadagnini, a partire da un'idea di Luca Beatrice, critico d'arte scomparso prematuramente. L’esposizione si configura così come un doppio omaggio: all'amico perduto e alla figura femminile, tema che attraversa tutta la ricerca del fotografo italo-svizzero, conosciuto per aver collaborato con riviste come «Max» e «Amica».
Lungo le pareti scorrono circa sessanta fotografie realizzate tra il 1980 e il 2000, un ventennio trascorso a guardare le donne, e a capire, attraverso di loro, qualcosa del proprio vissuto. Volti noti - da Monica Bellucci a Ornella Vanoni, da Natalia Ginzburg a Inge Feltrinelli, da Nancy Brilli a Eleonora Giorgi - si alternano a ritratti anonimi, a scatti di moda e a immagini private.
Il fulcro emotivo della mostra è autobiografico: il ritratto della madre (1985) e quello della figlia adulta segnano il momento in cui Toni Thorimbert riconosce l'inversione dello sguardo - non più lui a osservare, ma lui osservato - in un confronto che si spoglia di ogni difesa autoriale.

Alla Cripta di San Michele Arcangelo, spazio d'indubbio fascino architettonico, trova, invece, sede «Yorgos Lanthimos. Photographs», a cura di Giangavino Pazzola. Il regista greco, autore di «Poor Things» (2023) e «Kinds of Kindness» (2024), rivela qui una pratica fotografica parallela al suo lavoro cinematografico, ma tutt'altro che ancillare. Le immagini, nate sull'atmosfera dei set, ne trasfigurano la materia: i corpi di Emma Stone e Willem Dafoe appaiono sospesi in ambienti rarefatti, le inquadrature dall'alto moltiplicano lo straniamento, le attrezzature tecniche - normalmente escluse dalla rappresentazione - entrano nell'inquadratura come elementi compositivi. Il dietro le quinte diventa palcoscenico, la finzione si svela come tale, e proprio in questo svelamento produce nuova verità. Il dialogo tra le fotografie e l'architettura della cripta amplifica ulteriormente il carattere perturbante delle opere.

Proseguendo, il Museo regionale di Scienze naturali accoglie «Bernard Plossu. Dopo l'estate», un’altra mostra a cura di Walter Guadagnini, che porta il pubblico nelle piccole isole italiane - da Stromboli all'Elba, da Alicudi alle Tremiti - attraverso decenni di viaggi. Realizzate tra la fine degli anni Ottanta e la metà degli anni Dieci, queste fotografie - essenziali, poetiche e prossime per affinità spirituale alla metafisica italiana del Novecento - restituiscono quella che lo stesso maestro francese ha definito una ricerca dell'«infra-ordinario», ovvero di quel punto in cui apparentemente nulla accade e tuttavia tutto si rivela. L'intero ciclo è dedicato alla compagna Françoise Nuñez, recentemente scomparsa: un gesto di pudore e amore che dice molto sull'idea di nudità emotiva che il festival persegue.

Al Circolo del design, Dean Chalkley porta, invece, «Back in Ibiza e altre storie», una mostra ancora una volta a cura di Walter Guadagnini, con tre serie fotografiche. I ritratti iconici di Amy Winehouse, degli Oasis e dei White Stripes si alternano al reportage intimo «Never Turn Back», girato lungo le coste del Norfolk, e all'affresco generazionale di «Back in Ibiza», documento diretto e non nostalgico di un'epoca - gli anni Novanta - in cui, come ricorda l'autore, le persone «perdevano le inibizioni per vivere pienamente il momento», lontane dalla mediazione dello sguardo digitale contemporaneo. La nudità, qui, è quella dell'euforia collettiva, del corpo che si abbandona alla musica, della libertà prima che diventasse performance.

Mentre al Museo nazionale del Risorgimento Italiano, la rassegna «Viva le donne! Il femminismo nelle fotografie di Paola Agosti», curata da Giangavino Pazzola, celebra uno degli sguardi più lucidi sulla nascita del movimento femminista italiano degli anni Settanta attraverso ottanta immagini in bianco e nero e materiali d'archivio.
La fotografa torinese, insediata a Roma negli anni Settanta, ha costruito un archivio visivo di oltre 22mila immagini del movimento femminista: cortei, assemblee, spazi identitari, ritratti di donne impegnate nella conquista di diritti fondamentali. Il suo sguardo non è documentario ma partecipante, denso di empatia e condivisione.

Proseguendo, alle Gallerie d'Italia – Torino, museo di Intesa Sanpaolo, è presentata in anteprima mondiale «Diana Markosian. Replaced», personale a cura di Brandei Estes. Il progetto intreccia fotografia, autofinzione e un film immersivo per ricostruire le dinamiche delle relazioni e interrogare la fragilità del mito romantico. L'artista armeno-americana ricorre, infatti, alla finzione sceneggiata per rielaborare la fine di una storia d'amore, ingaggiando un attore per rivivere oltre dieci anni di un rapporto. Le rievocazioni abitano il terreno instabile della memoria e la fotografia diventa così uno strumento non di documentazione, ma di elaborazione.

Il percorso porta, poi, il visitatore all'Archivio di Stato di Torino, dove due mostre raccontano il corpo umano. «Messi a nudo», curata da Barbara Bergaglio, ripercorre l'evoluzione del nudo fotografico da esercizio accademico a indagine ossessiva e perturbante, attraverso le creazioni di tre figure chiave del XIX e XX secolo: ventisei stereoscopie erotiche di Auguste Belloc con visori d'epoca, otto stampe vintage e quindici exhibition prints di Wilhelm von Gloeden dalla Fondazione Alinari, trenta Polaroid a colori di Carlo Mollino, quest'ultime conservate in un fondo di quasi quindicimila fototipi, mai del tutto esplorato, che si trova al Politecnico. Accanto a questa esposizione, «Ralph Gibson. Self Exposed», a cura di Giangavino Pazzola con la Paci Contemporary Gallery di Brescia, presenta settanta opere che attraversano oltre cinquant'anni di carriera di uno dei maestri assoluti della fotografia contemporanea. La celebre «trilogia nera» - «The Somnambulist» (1970), «Déjà-Vu» (1973) e «Days at Sea» (1974) - è qui riletta come atto di fondazione di un linguaggio: contrasti netti, inquadrature audaci, tensione irrisolta tra astrazione e realtà.
A chiudere il percorso indoor è, quindi, «Metamorphosis», mostra collettiva diffusa in una rete di spazi no profit - Mucho Mas!, Witty Books, Almanac, Quartz Studio, Cripta747 e Jest - che riunisce sei artisti internazionali selezionati dalla piattaforma europea per la fotografia emergente Futures Photography, cofinanziata dall'Unione europea. Il progetto indaga la metamorfosi come processo di trasformazione individuale, sociale e ambientale.

Parallelamente al percorso istituzionale, il festival invade lo spazio urbano con una serie di interventi outdoor che trasformano Torino in una piattaforma espositiva a cielo aperto, a partire dal già citato progetto «I tuffatori». Il principio è quello di una democratizzazione radicale dello sguardo: le fotografie escono dai musei; occupano cancellate, portici, parcheggi sotterranei.
Nel cortile di Palazzo Carignano, «Torino 4×4. Fotografie di una nuova era», curata da François Hébel e Marco Rubiola, propone un ritratto innovativo della città attraverso lo sguardo di quattro fotografi che lavorano sui temi dell'inclusione sociale. Sui dieci stendardi bifacciali del portico convivono, invece, due progetti complementari: «L'invenzione di sé. La Contessa di Castiglione», che mostra come Virginia Oldoini abbia anticipato alla metà dell'Ottocento le pratiche contemporanee di autorappresentazione, e «You Can Have It All» di Karla Hiraldo Voleau, un percorso di consapevolezza corporea e autodeterminazione.
Sotto i portici di Piazza San Carlo, Paolo Ventura presenta «Acrobati 2020–2025», un lavoro concepito appositamente per questa occasione che trasforma i numeri circensi - ispirati all'archivio di una coppia di acrobati degli anni Trenta - in metafora del corpo, della memoria e della fragilità dei legami.
Sui portici di via Po, le fotografie sorridenti del concorso cosmetico «5.000 lire per un sorriso» (1939–1941), ideato da Dino Villani e Cesare Zavattini, antesignano di quello che sarebbe poi diventato Miss Italia, accompagnano i passanti in un'insolita connessione tra storia della pubblicità e storia della fotografia.

Al Museo nazionale del cinema, la mostra sulla cancellata storica della Mole Antonelliana, «Fuoricampo. Il cinema svelato», rivela il retroscena della produzione cinematografica attraverso vent'immagini di grande formato tratte dalle collezioni del museo. Sempre su una cancellata storica, quella di Palazzo dal Pozzo della Cisterna è visibile la mostra «La città in fotografia - La fotografia in città», curata da Barbara Bergaglio, che racconta l'evoluzione urbana di Torino in parallelo alla storia del mezzo fotografico, partendo dal leggendario incunabolo italiano: la veduta della Gran Madre di Dio, realizzata nel 1839 dal pioniere Enrico Jest.
Nel parcheggio sotterraneo di piazza Valdo Fusi, al piano -2, «Catabasis» di Mark Leckey, vincitore del Turner Prize nel 2008, esplora il sottosuolo come luogo atemporale tra memoria, sotto-cultura e immaginario collettivo.

Come nelle edizioni precedenti, anche quest’anno il festival persegue con determinazione un obiettivo di accessibilità culturale. Per ogni mostra indoor sono disponibili audioguide in italiano e inglese per adulti e bambini, e un'introduzione in Lis (Lingua dei segni italiana), realizzata dall'Istituto dei sordi di Torino. L'accesso alla quasi totalità delle mostre è, poi, gratuito tramite il «Pass Exposed», scaricabile dal sito del festival o da turismotorino.org.

Alla fine del percorso, che in questo fine settimana si incrocia con quello della fiera fotografica «The Phair» (dal 22 al 24 maggio, all’OGR Torino), resta forse una domanda, più che una risposta: cosa significa davvero esporsi? Probabilmente significa riconoscere che ogni immagine è già, in sé, una soglia, un luogo in cui qualcosa si rivela e qualcos’altro inevitabilmente rimane celato. E in questa oscillazione, fragile e necessaria, continua a prendere forma il nostro sguardo. Come l'emulsione che sulla carta attende pazientemente che la chimica riveli le sue ombre, così noi, attraverso l'obiettivo, accettiamo il rischio di mostrarci vulnerabili, nudi di fronte al tempo che scorre, alle nostre incertezze, al giudizio degli altri.

Didascalia delle immagini
1. Silvia Camporesi, «Ofelia», 2024. Mostra «I tuffatori». «Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Billboard lungo le strade; 2., 3. e 4. Vista della mostra «Toni Thorimbert. Donne in vista». «Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Camera. Foto: Antonio Jordan; 5. Vista della mostra «Yorgos Lanthimos. Photographs».«Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Cripta di San Michele Arcangelo; 6. Vista della mostra «Dean Chalkley - Back in Ibiza e altre storie». «Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Circolo del design. Foto di Greta Verduci; 7. Vista della mostra «Viva le donne! Il femminismo nelle fotografie di Paola Agosti». «Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Museo del Risorgimento. Foto di Sofia Valabrega; 8. Vista della mostra «Messi a nudo». «Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Archivio di Stato. Foto di Sofia Valabrega; 9. Vista della mostra «Ralph Gibson. Self Exposed». «Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Archivio di Stato. Foto di Sofia Valabrega; 10. Vista della mostra «5.000 lire per un sorriso». Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, portici di via Po. Foto di Greta Verduci 11. «Fuoricampo. Il cinema svelato»,«Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Mole Antonelliana. Foto Greta Verduci 12. Vista della mostra «L'invenzione di sé. La Contessa di Castiglione».«Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Museo del Risorgimento. Foto di Sofia Valabrega

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