ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

venerdì 15 maggio 2026

«Oltre l'inchiostro»: a Bologna una mostra sui «nuovi orizzonti della calligrafia cinese contemporanea»

Un rotolo di carta di riso, un pennello e il movimento di una mano, uniti per trasformare la scrittura in un’espressione artistica e meditativa, in un’architettura di pensiero che dà forma al confine tra visibile e invisibile, leggibile e indicibile: in Cina, per millenni, la calligrafia non è stata un gesto qualunque, ma una «danza dell’anima» tra il bianco della carta e il nero dell’inchiostro, una «pittura del cuore» che - scriveva il filosofo e poeta Yang Xiong (53 a.C.-18 d.C.) - rivela la natura del suo autore, la sua formazione filosofica e, al contempo, il suo stato d’animo interiore. 
È da questa soglia sospesa che prende forma la mostra «Oltre l'inchiostro: nuovi orizzonti della calligrafia cinese contemporanea», ospitata dalle Collezioni comunali d'arte di Palazzo d'Accursio, nel cuore di Bologna, in quelli che erano gli appartamenti invernali dei Cardinali legati, i rappresentanti del potere pontificio che governarono la città dal tardo Medioevo all’Unità d’Italia, e che oggi ospitano opere di Donato Creti, Ludovico Carracci e Francesco Hayez, tra gli altri .

La doppia natura di «arte della parola» e «arte della linea» è ciò che ha reso la calligrafia cinese terreno fertile per la sperimentazione creativa dei giorni nostri. A partire dalla metà degli anni Ottanta del Novecento, con il fermento seguito alla fine della Rivoluzione culturale, questa disciplina ha intrapreso una metamorfosi radicale: artisti di generazioni e sensibilità diverse hanno cominciato a interrogarne i fondamenti, a decostruirne i codici, a proiettarla in dialogo con l'arte concettuale, l'espressionismo astratto, la performance e i nuovi media.

Questa trasformazione è al centro del progetto di ricerca «Write - New Forms of Calligraphy in China: A Contemporary Culture Mirror», coordinato dall'Università di Bologna, sotto la guida della professoressa Adriana Iezzi, e finanziato dal Consiglio europeo della ricerca (Erc).
In quasi un decennio di indagine, lo studio ha prodotto un corpus straordinario di analisi su artisti, correnti e opere, che ora prende forma nella mostra bolognese, curata dalla stessa Adriana Iezzi con Marta R. Bisceglia, Daniele Caccin e Martina Merenda.

Il progetto espositivo - primo in Europa nel suo genere - presenta oltre cinquantacinque opere di più di quaranta artisti, che rivelano come oggi la calligrafia sia un linguaggio fluido, capace di attraversare discipline e media: dalle arti visive al digitale, dalla performance al design.

Tra i protagonisti della mostra spicca Wang Dongling (Rudong, 1945), figura centrale della scena internazionale, noto per aver ridefinito la calligrafia come esperienza performativa attraverso la sua luanshu («scrittura caotica»), nella quale il corpo diventa pennello e lo spazio si trasforma in pagina.
Formatosi sotto la guida dei maestri Lin Sanzhi e Sha Menghai, l’artista ha percorso un cammino che da una padronanza assoluta delle forme tradizionali lo ha condotto verso un'innovazione radicale. Tra il 1989 e il 1992 ha insegnato come visiting professor all'Università del Minnesota e all'Università della California a Santa Cruz. Qui l'incontro con le avanguardie occidentali - dall'action painting all'espressionismo astratto - ha fertilizzato la sua ricerca, portandolo a sviluppare un proprio linguaggio specifico: la Iuanshu, appunto, presentata attraverso azioni performative in importanti realtà culturali di tutto il mondo come il British Museum di Londra, il Moma di New York e l’Accademia di belle arti di Roma.
In questa pratica, presentata a Bologna anche con la «Musicalligraphy Performance» nella serata inaugurale, scompare la regola fondamentale della calligrafia tradizionale, che vuole le colonne di caratteri ben separate e distinte, e diventa centrale l'energia del movimento (il qi), in un sovrapporsi e intrecciarsi di caratteri, che finisce per rendere il tutto quasi illeggibile. I grafemi mantengono una parvenza di riconoscibilità, ma il senso linguistico si dissolve in un campo amorfo e pulsante, vicino alla pittura gestuale.

Accanto a Wang Dongling, la mostra presenta artisti come Xu Bing (Chongquing, 1955) e Gu Wenda (Shangai, 1955), che hanno costruito interi sistemi di segni inventati, creando alfabeti impossibili che interrogano il rapporto tra lingua, potere e identità e il senso ultimo della comunicazione. In queste loro pratiche, la calligrafia si avvicina all’arte concettuale: il significato non risiede più nella parola, ma nella sua assenza o trasformazione. Il segno si emancipa dal contenuto per diventare forma pura, tensione visiva, gesto politico.

Il segno calligrafico smette di essere connesso a un sistema linguistico significante anche in Zhang Qiang (1962), protagonista di una performance a Bologna lo scorso 10 maggio e conosciuto per essere l’ideatore della «Traceology», un genere performativo ispirato alla Body Art, nel quale l’artista traccia segni calligrafici sui corpi nudi delle modelle o sui loro vestiti di carta, con un pennello intriso di inchiostro attraverso la cosiddetta tecnica del «Mangshu», ovvero della «calligrafia cieca» nella quale si scrive e si disegna senza mai guardare direttamente la superficie.

Tra i nomi in mostra figurano, poi, Luo Qi (Hangzhou, 1960) con la sua «musica del segno scritto», Wei Ligang (Datong 1964) con la sua «tecnica dei quadrati» di ispirazione matematica, Feng Mengbo con la sua calligrafia reinterpretata attraverso i new media, ma anche Pu Lieping (classe 1959), Wang Nanming (classe 1962), Chu Chu (Hangzhou, 1975) e Shao Yan (classe 1962), artisti che, ciascuno a proprio modo, hanno ridefinito il perimetro di ciò che un’arte antica può essere e fare oggi.

La calligrafia diventa così tridimensionale, digitale, persino video-ludica: alcune opere esplorano la realtà aumentata come spazio per il segno calligrafico, altre lo trasformano in abito, in installazione sonora, in graffiti urbani.
Quest'ultima dimensione, quella della street art, offre un angolo di riflessione particolarmente acuto: nelle mani di artiste e artisti che portano la tradizione sui muri della città, il gesto calligrafico diventa strumento di lotta per l'equità di genere e la libertà di espressione.

Una sezione speciale della mostra è dedicata a oggetti di pregio che testimoniano il dialogo tra calligrafia e design di lusso, come un servizio di ceramiche Hermès, realizzato in collaborazione con il calligrafo Fung Ming Chip (classe 1951), e le litografie di etichette del celebre vino Château Mouton Rothschild, firmate dai maestri Gu Gan (Changsha, 1942) e Xu Bing (classe 1955). Questa ibridazione testimonia come la calligrafia non sia un residuo del passato, ma un dispositivo attivo nella cultura globale, capace di dialogare con moda, mercato e comunicazione visiva.

Una delle scelte curatoriali più significative della rassegna è l'attenzione riservata alle artiste donne. Li Xinmo (Heilongjiang, 1976), Echo Morgan (nome d’arte di Xie Rong) e Wu Xixia (classe 1993) lavorano su terreni diversi ma convergenti: quello dell'identità femminile nella Cina contemporanea, delle aspettative culturali che pesano sul corpo e sulla scrittura al femminile, della calligrafia come gesto di resistenza e rivendicazione. La loro presenza in mostra non è un omaggio formale alla parità, ma una scelta intellettualmente necessaria: senza queste voci, la mappa della calligrafia contemporanea resterebbe incompleta e parziale.

In questo contesto, si inserisce la presentazione al pubblico di «Write Digital Archive»: il primo archivio digitale al mondo dedicato alla calligrafia cinese contemporanea, un passaggio fondamentale verso la conservazione e la diffusione di queste pratiche in chiave globale e accessibile. Questo strumento, consultabile nelle sale del museo bolognese, raccoglie le opere analizzate durante la ricerca finanziata dall’Erc, offrendo una risorsa senza precedenti per ricercatori, istituzioni e appassionati di tutto il mondo.

Si scrive così la seconda pagina di una storia che racconta il sodalizio più ampio tra il Dipartimento di Interpretazione e Traduzione dell'Università di Bologna e i Musei civici della città, inaugurato nel 2023 con l'esposizione «INKiostro di Voci. Luo Qi e 30 anni di calligrafismo» al Museo internazionale e biblioteca della musica. Questo progetto espositivo verrà ricordato nel pomeriggio di mercoledì 17 giugno (alle ore 17) con la presentazione del libro «Sounds of Ink» e una performance di Luo Qi alla Cappella Farnese. L'artista tradurrà musiche del repertorio classico europeo in una concatenazione di segni calligrafici ispirati al più antico sistema di notazione musicale cinese, il Dunhuang qupu, basato su simboli che indicano andamento melodico e ritmo. La calligrafia diventerà così partitura visiva, mentre il gesto si trasformerà in suono e movimento.

Tra gli eventi collaterali della mostra - di cui rimarrà documentazione in un catalogo pubblicato da Bologna University Press, con contributi anche di Romano Prodi e di Silvia Battistini - si segnala, poi, la «La bolla: teatro di un’esistenza sospesa», che, sabato 16 maggio (alle ore 17), vedrà l'artista Wu Xixia esibirsi, in piazza Maggiore, in una performance calligrafica all’interno di una sfera gonfiabile trasparente del diametro di due metri.

Alla fine del percorso, ciò che rimane non è soltanto l’immagine di un segno, ma l’eco di un gesto. La calligrafia, nel suo farsi contemporanea, ci ricorda che ogni scrittura è un atto vivo: fragile, irripetibile, umano.
«Oltre l'inchiostro» abita esattamente questo spazio. Non ci offre un catalogo ordinato di tendenze e movimenti. Ci invita, piuttosto, a stare sulla soglia - tra il leggibile e l'illeggibile, tra la tradizione millenaria e l'esperimento più audace, tra la Cina e il mondo - e a guardare con occhi nuovi qualcosa di antico che non ha mai smesso di parlare. Liberato dal peso del significato letterale, l’inchiostro continua a scorrere, guardando al futuro, oltre i margini della carta per farsi ancora una volta «pittura del cuore».

Didascalie delle immagini
1. Performance di Wang Dongling, 2005; 2. Wang Dongling, Dante Alighieri «Lo meo servente core», 2026. Inchiostro su carta, cm 90 x 90 cm; 3. Chu Chu, Writing Landscapes, 2017. Inchiostro, matita, matite colorate e colla su carta, cm 28 x 840; 4. Wei Ligang, The Geese Flying Over Southern Cloud, 2014. Inchiostro e acrilico su carta, cm 97 x 189; 5. Kwanyin Clan (EricTin, Nat), New Style, 2008. Vernice spray su muro, Pechino; 6 e 7. Gu Gan per Château Mouton Rothschild, Coeur à Coeur. Etichetta per lo Château Mouton Rothschild 1996, bottiglia e litografia cm 33 x 46. Mostra “Paintings for the Labels”, Pauillac (Francia); 8. Wu Xixia, Writing the Orchid Pavilion Preface One Time, 2021. Sfera di plastica gonfiabile in PVC con iscrizioni calligrafiche, cm 200 (diam.); 9.  Wang Dongling, Filling the World with Love, 2021. Opera digitale su iPad, 2388x668 px
 
Informazioni utili
«Oltre l'inchiostro: nuovi orizzonti della calligrafia cinese contemporanea». Collezioni Comunali d'Arte, Palazzo d'Accursio, piazza Maggiore, 6 - Bologna. Orari: martedì e gioverdì ore 14:00–19:00 | mercoledì e venerdì ore 10:00–19:00 | sabato, domenica e festivi ore 10:00–18:30 | Festa della Repubblica (martedì 2 giugno 2026) ore 10:00 - 19:00 | chiuso i lunedì non festivi | la biglietteria chiude un'ora prima. Ingresso: € 6,00 intero | € 4,00 ridotto | € 2,00 ridotto giovani 19–25 anni | gratuito possessori Card Cultura. Informazioni: tel +39.051.2193998, museiarteantica@comune.bologna.it. Sito internet: https://www.museibologna.it/arteantica | https://linktr.ee/WRITE_Exhibition. Catalogo: Bologna University Press. Eventi: “La bolla: Teatro di un’esistenza sospesa”, Performance dell’artista e calligrafa Wu Xixia - sabato 16 maggio, ore 17:00 - Piazza Maggiore | Presentazione del libro “Sounds of Ink” e performance del maestro calligrafo Luo Qi - mercoledì 17 giugno, ore 17 - Cappella Farnese. Worhshop e visite guidate: sabato 23 maggio, ore 19:00 – Visita guidata alla mostra a cura di Marta R. Bisceglia | mercoledì 10 giugno, ore 17:00 – Workshop di calligrafia cinese per adulti a cura di Daniele Caccin (evento su prenotazione scrivendo a daniele.caccin2@unibo.it) | sabato 27 giugno, ore 15:30 - Visita guidata alla mostra a cura di Maria R. Bisceglia. Fino al 5 luglio 2026  

giovedì 14 maggio 2026

Ritrovata la «Tebaide» del Beato Angelico. Va in asta da Pandolfini

Nel deserto di Tebe, secondo l’antica tradizione cristiana, si rifugiarono i primi eremiti: uomini che avevano scelto il silenzio, la roccia e la preghiera come unica forma di vita possibile. Dipingere quel deserto significava, per un pittore del primo Quattrocento, non descrivere un luogo geografico, ma evocare una tensione verso il divino. È questo quanto ci restituisce la «Tebaide» del Beato Angelico, piccola tempera su tavola (cm 68,5×56), trasposta su tela, riemersa dopo più di mezzo secolo di assenza.
Era il 20 novembre 1970 quando l'opera faceva la sua ultima apparizione pubblica a Firenze, prima di essere venduta al Palazzo internazionale delle aste ed esposizioni e passare dalla proprietà della nobile famiglia fiorentina Bartolini Salimbeni a una collezione privata rimasta anonima.
Da allora, per più di cinquant’anni, della tavoletta non si è più avuta notizia diretta. Eppure non era stata dimenticata: continuava a vivere nella letteratura critica attraverso fotografie in bianco e nero, citata, discussa, riconosciuta come autografa dagli studiosi che ne conoscevano l’esistenza.
Oggi l’opera riemerge sul mercato antiquario in occasione di un’asta di dipinti antichi, in programma il prossimo 20 maggio da Pandolfini, la più antica casa d’aste italiana, fondata a Firenze nel 1924. Gli studiosi ritrovano così un tassello importante della produzione angelichiana.

Per capire il peso di questo ritrovamento, occorre ricordare chi era il Beato Angelico, al secolo Guido o Guidolino di Pietro e, dopo i voti, fra’ Giovanni da Fiesole. Nato a Vicchio nel Mugello intorno al 1395, il pittore è considerato uno dei più grandi protagonisti del Quattrocento per quella sua capacità di saldare principi artistici propri del Rinascimento, come la composizione prospettica e l’attenzione alla figura umana, con vecchi valori medievali, quali la funzione didascalica dell’arte sacra e il valore mistico della luce.
Attratto dalla vita religiosa domenicana, intorno al 1418 il pittore si recò nel convento dei Frati predicatori di Fiesole, dove ricevette l’abito. Da quel momento per lui l’arte, appresa nelle botteghe fiorentine di Gherardo Starnina e Lorenzo Monaco, divenne un atto di preghiera. Le leggende nate attorno alla sua figura sono rivelatrici di questo aspetto. Si diceva, infatti, che egli non mettesse mano al pennello senza essersi prima raccolto in orazione e che non correggesse mai le proprie opere, convinto che ogni pennellata avesse un’origine divina.
Tra il 1439 e il 1445 il Beato Angelico affrescò, su invito di Cosimo de’ Medici e del priore fra’ Antonino Pierozzi, il chiostro, i corridoi e le celle del convento di San Marco a Firenze, l’impresa che lo consegnò alla storia. La sua fama giunse fino a Roma: nel 1445 papa Eugenio IV lo convocò in Vaticano, commissionandogli gli affreschi per la cappella del Sacramento (oggi perduta); mentre, su invito di papa Niccolò V, affrescò le «Storie di santo Stefano e san Lorenzo» nella Cappella Niccolina (1447–1449). Nel 1447 lavorò anche a Orvieto, nella Cappella Brizio del Duomo, insieme all’allievo Benozzo Gozzoli. Morì a Roma il 18 febbraio 1455, nel convento di Santa Maria sopra Minerva, dove fu sepolto. Papa Giovanni Paolo II lo proclamò beato nel 1982 e patrono universale degli artisti nel 1984.
Formatosi anche come miniatore e, dunque, abituato a dosare con cura il blu di lapislazzuli e l’oro in foglia, Benozzo Gozzoli usò il colore, nelle sue tonalità più luminose, come strumento teologico prima che pittorico. Lo stesso avvenne per la luce, considerata espressione visibile della Grazia, tentativo di rendere sensibile l’invisibile.

Datata al 1418–1420 circa, la «Tebaide» ricomparsa oggi sul mercato antiquario si colloca, dunque, nella fase più antica della sua produzione: è un’opera di formazione, in cui la mano del futuro maestro si riconosce già nell’equilibrio tra lirismo tardogotico e nuova sensibilità spaziale.

Il tema iconografico dell’opera, ovvero la rappresentazione della vita dei primi eremiti cristiani rifugiatisi in Egitto e nei dintorni di Tebe a partire dal III secolo, aveva avuto una certa diffusione tra Trecento e Quattrocento, soprattutto in area toscana e in ambito monastico, ma restava comunque un soggetto non comune. Le composizioni di questo tipo narrano per episodi, come una serie di vignette paesaggistiche, le storie dei santi padri. Fonte di ispirazione era il «Vitae Patrum», un grande corpus agiografico della tradizione eremitica cristiana.

Il dipinto si distingue per la sua straordinaria ricchezza di particolari: un paesaggio montuoso, popolato da piccoli personaggi che si affaccendano presso i romitori dei monaci, con a valle un fiume pieno di barchette, animali, santi che resistono alle tentazioni del maligno, chiese, orti, alberi e una piccola folla di fedeli che vegliano Sant’Efrem.
È una pittura narrativa in cui il paesaggio assume la funzione di quinta teatrale, racchiudendo al suo interno una grande varietà di episodi ritratti: ogni angolo della tavola racconta qualcosa e lo spettatore è invitato a percorrerla con lo sguardo come si percorrerebbe un paesaggio reale, scoprendo scene sempre nuove.

L’opera, che verrà battuta all’asta con una stima compresa tra 150.000 e 250.000 euro, si inserisce in un dialogo serrato con un altro lavoro del Beato Angelico dal medesimo soggetto iconografico, oggi conservato al Museo di San Marco a Firenze.
Quest’ultima «Tebaide» arrivò agli Uffizi nel 1783 con l’attribuzione a Gherardo Starnina e fu riferita per la prima volta alla prima produzione pittorica di Beato Angelico da Roberto Longhi nel 1940, ma la sua attribuzione si è affermata soltanto a partire dagli anni Novanta del Novecento, fino a trovare un’ulteriore conferma in Miklós Boskovits. Nel corso dei secoli il dipinto, probabilmente realizzato intorno al 1420, era stato variamente assegnato a Pietro Lorenzetti, Maso di Banco, a un anonimo contemporaneo di Lorenzo Monaco e persino a Paolo Uccello. Aveva cioè avuto una storia attributiva tormentata che dice molto della difficoltà di differenziare l’allora giovane Beato Angelico dagli artisti del tempo. L’opera, che nel marzo 2024 è stata spostata dagli Uffizi al Museo di San Marco a Firenze, brulica di personaggi e si scompone in una miriade di dettagli che invita lo sguardo a perdersi.
Il confronto tra i due lavori suggerisce una relazione strettissima: non una semplice replica, ma due versioni autografe pressoché identiche, probabilmente generate da uno stesso disegno preparatorio.
Va detto che un’altra «Tebeide», realizzata sempre negli anni giovanili e con lo stesso ricco apparato iconografico, è conservata nelle collezioni dello Szépművészeti Múzeum di Budapest. E, forse, è proprio a questo dipinto, dopo i confronti con la grande tavola al Museo San Marco di Firenze, che va accostata la tavoletta in asta da Pandolfini.
Per l’opera in vendita, la quasi perfetta corrispondenza compositiva con la versione conservata a Firenze rafforza l’attribuzione autografa. A tal proposito, secondo il compianto storico dell’arte Miklós Boskovits, agli inizi del Quattrocento «non esisteva il concetto moderno di originalità artistica e la pratica delle copie era del tutto comune»: realizzare due versioni identiche di uno stesso soggetto non era ripetizione, ma la conferma di un modello condiviso.

Resta ancora aperta e animatamente dibattuta la questione della destinazione originaria di questa tavoletta. Una prima ipotesi collega l'opera a un ambiente vallombrosano: i Bartolini Salimbeni avevano una cappella nella chiesa di Santa Trinita, sede fiorentina dei vallombrosani, e il collezionista settecentesco Ignazio Hugford, che possedette la versione ora a San Marco, aveva un fratello monaco di quell’ordine. Una seconda ipotesi, rilanciata in anni recenti, propende, invece, per un contesto camaldolese, facendo leva sul monaco Ambrogio Traversari, che nel 1423 completò la prima parte della traduzione dal greco delle «Vitae Patrum», il testo alla base iconografica di queste composizioni. La prossimità cronologica non è probabilmente casuale. Nessuna delle due ipotesi è, però, definitivamente provata e questo margine di incertezza è parte integrante del fascino critico della tavoletta.

Accanto alla «Tebaide», l’asta a Firenze, nelle splendide sale di Palazzo Ramirez-Montalvo, proporrà complessivamente sessantadue lotti che attraversano sei secoli di pittura europea, dal Medioevo al Settecento. Il catalogo offre un ventaglio geografico e cronologico di notevole ampiezza. Tra i pezzi di maggiore interesse figurano una «Madonna con Bambino, san Giovannino e due angeli» di Girolamo del Pacchia (Siena, ca. 1477 – post 1533) e una «Crocifissione tra i dolenti e i santi Gerolamo di Domenico di Michelino (Firenze, ca. 1417–1491), allievo diretto di Beato Angelico. Di particolare curiosità è anche il lotto attribuito al cosiddetto Maestro degli Edifici gotici (forse Jacopo Foschi, attivo a Firenze tra il 1485 e il 1520 circa), figura ancora sfuggente della pittura rinascimentale fiorentina. Il Seicento è rappresentato da un «Cristo in casa di Marta e Maria» di Ippolito Borghese (stima 40.000–60.000 euro), una «Santa Margherita» di Felice Ficherelli detto il Riposo (stima 40.000–60.000 euro) e un suggestivo «Amore e Psiche» di ambito caravaggesco (stima 30.000–50.000 euro). Non mancano una «Scena di battaglia» da scuola fiamminga e un «Ritratto di dama» dalla Scuola di Fontainebleau, a conferma della dimensione internazionale della vendita.
Ma su tutto brilla la «Tebaide» del Beato Angelico, un tassello fondamentale della spiritualità del Quattrocento, che prima dell’asta sarà in mostra a Firenze dal 16 al 19 maggio. L'apparizione di un'opera di tale caratura non è solo un evento commerciale, ma è anche un atto di giustizia poetica verso la storia. È il ritorno di una visione antica che, tra le aspre rocce di Tebe e i volti dei padri del deserto, ci ricorda come l'arte sia un filo teso tra l'eterno e il visibile, capace di eclissarsi per decenni per poi risplendere, intatta, alla luce del presente.

Didascalie delle immagini
Angelico, detto Beato Angelico (Firenze, ca. 1395 - 1455), Tebaide, 1418-1420. Tempera su tavola trasportata su tela, cm 68,5x56. Stima € 150.000 / 250.000. Provenienza: - Firenze, collezione Bartolini Salimbeni; - Firenze, Palazzo Internazionale delle Aste ed Esposizioni, 20 novembre 1970, lotto 113; - Collezione privata

Informazioni utili 

mercoledì 13 maggio 2026

«Il Club Fruttero. La mostra», Torino celebra uno dei suoi scrittori

«Viviamo in uno stato di confusione permanente, in giro c'è molto chiacchiericcio e poca verità umana». Sta anche in un aforisma, dall'ironia sottile e dalla precisione quasi chirurgica, come questo la modernità di Carlo Fruttero (1926–2012), figura centrale della cultura letteraria italiana del secondo Novecento, la cui voce, lucidissima e disincantata, è stata capace di attraversare i decenni senza perdere mai il proprio inconfondibile timbro, quel colore unico capace di unire raffinatezza letteraria e leggibilità popolare, gioco e rigore quasi artigianale.

Scrittore, traduttore, consulente editoriale e intellettuale eclettico, Carlo Fruttero è noto soprattutto per il suo sodalizio con Franco Lucentini, con cui ha firmato alcune delle opere più significative della narrativa italiana contemporanea, tra cui il celebre romanzo giallo «La donna della domenica» (1972). Ma l’autore, insignito dei premi Campiello e Chiara alla carriera, è stato anche un lettore onnivoro, metodico, curioso e privo di gerarchie. Grandi classici, fantascienza, gialli, storie di fantasmi e di guerra, libri su casi di cronaca nera, drammi e fumetti sono finiti, l’uno accanto all’altro, nella sua libreria.

In occasione del centenario dalla nascita, la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, che conserva l'archivio personale dell'autore torinese, ne racconta l’universo sfaccettato, la pratica letteraria fondata sulla lettura e sulla scrittura a quattro mani e in solitaria, attraverso la mostra «Il Club Fruttero», allestita al Circolo dei lettori e delle lettrici, nelle sale barocche di Palazzo Graneri della Roccia a Torino, per la curatela di Rossella Marino.

L’esposizione, realizzata con il coinvolgimento diretto delle eredi Carlotta e Federica Fruttero, propone un percorso tematico che si concentra non tanto sulla biografia dell’autore quanto sul suo «modo di lavorare». L’obiettivo è quello di restituire una dimensione processuale dell’attività compositiva ed editoriale di Carlo Fruttero, mostrando come testi, idee e progetti nascano da una pratica quotidiana di lettura, annotazione, scrittura e riscrittura. Siano cioè frutto di un processo lento, stratificato e mai lineare, che ha visto lo scrittore lavorare per accumulo e trasformazione, tornando spesso sui suoi testi, per smontarli e ricomporli in una forma nuova.
Va, inoltre, sottolineato che questo metodo si colloca pienamente in una tradizione novecentesca in cui la scrittura non è più pensata come un gesto isolato, ma come il risultato di un intreccio di pratiche culturali: leggere, tradurre, lavorare in editoria e scrivere diventano così attività inseparabili; si alimentano e si arricchiscono reciprocamente.

Nella mostra, manoscritti, taccuini, lettere, documenti editoriali, fotografie, materiali promozionali, appunti vergati con l’amato Tratto Pen su fogli volanti (perfino su materiali occasionali e di recupero come le veline delle scarpe), nonché l’inseparabile Olivetti Valentine rossa scorrono sotto gli occhi del visitatore, accanto ad aforismi che ci interrogano sul conformismo culturale e sociale del Novecento e dei giorni nostri, diventando tracce di un pensiero brillante, in perenne e instancabile movimento.

Tra i materiali presentati emergono documenti meno noti come la prima traduzione pubblicata da Carlo Fruttero, risalente al 1946: una pièce di Jean Cocteau, dal titolo «Les Mariés de la Tour Eiffel», per la rivista teatrale «Il Dramma».
Sono esposti anche il taccuino preparatorio per «La linea di minor resistenza» (2012), una delle ultime opere pubblicate, una sorta di testamento umano «cesellato parola per parola», e una lettera inedita della fotografa, scrittrice e attivista Carla Cerati che racconta di aver rinunciato a una manifestazione pro-Vietnam per continuare a leggere «La donna della domenica», avvinta dalla bellezza del romanzo.

Un nucleo centrale della rassegna è dedicato alla collaborazione con Franco Lucentini, uno dei sodalizi più longevi e produttivi della letteratura italiana. I materiali legati al romanzo «A che punto è la notte» (1979), costruito nell’arco di sette anni, mostrano quanto la scrittura fosse, per i due autori, un lavoro condiviso in cui la costruzione del testo era frutto di negoziazione e stratificazione.

Accanto alla produzione narrativa, l’esposizione torinese mette in luce anche il ruolo di Carlo Fruttero come consulente editoriale. La sua attività per collane quali «Urania», storico punto di riferimento della fantascienza in Italia, e «Presa diretta», serie di libri polizieschi e noir dalle scelte culturali controcorrente e anticonformiste, uscita tra gli anni Sessanta e Settanta, testimonia una concezione dell’editoria come spazio critico, in cui «pubblicare significa scegliere ed esporsi», vuol cioè dire non selezionare per confermare, ma per discutere e mettere in discussione. Pubblicare era, dunque, per Carlo Fruttero una forma di responsabilità culturale, prima ancora che commerciale.

C’è in mostra anche una sala dedicata alla trasmissione televisiva «L’arte di non leggere», andata in onda negli anni Settanta sulla Rai, che insiste su quest’ultimo aspetto. Qui, l’intellettuale piemontese proponeva, con il collega Franco Lucentini, un’idea controcorrente, lontana dalla logica di consumo che dominava e domina il mercato editoriale. In studio non si facevano né classifiche né celebrazioni rituali. Si parlava di libri come si farebbe tra lettori esigenti: scegliendo, scartando, conversando. Con leggerezza, ma senza superficialità. Il punto non era leggere tutto - impresa impossibile - ma orientarsi, capire cosa merita davvero attenzione, difendere il diritto di avere gusti personali.

Uno scambio epistolare con Samuel Beckett, scrittore e drammaturgo irlandese del quale Carlo Fruttero curò le edizioni italiane di «Aspettando Godot» e «Finale di partita», uscite nel 1961 per i tipi di Einaudi, evidenzia, invece, la complessità del lavoro di traduzione, un processo di interpretazione e mediazione culturale che si muove tra scelte di parole e aggiustamenti continui del periodiare. Queste lettere documentano, dunque, come tradurre non sia mai un gesto neutro, ma sia sempre un compito silenzioso e spesso invisibile al grande pubblico, fondamentale, però, per la circolazione dei testi e per la loro comprensione in differenti contesti culturali.

La mostra è, poi, affiancata da una serie di appuntamenti, che ne ampliano il racconto e ne attivano i contenuti in forma partecipata. Il «Club Fruttero» sarà, per esempio, presente, al Salone internazionale del libro di Torino (dal 14 al 18 maggio), con uno stand ispirato al salotto televisivo della trasmissione «L’arte di non leggere», che ospiterà una sfida a colpi di incipit, la premiazione di un concorso per le scuole e la presentazione degli eventi estivi in Maremma.
Nel pomeriggio di sabato 14 maggio (alle 18), lo spazio si animerà, tra l’altro, con la conferenza «Fruttero100. Cretini, nottambuli e altre storie», dedicata a una figura centrale dell’immaginario del duo Fruttero & Lucentini, quella del cretino, chiave ironica e critica per mettere in scena il conformismo del mondo moderno. Parteciperanno all’appuntamento Carlotta Fruttero, Michele Serra, Alessandro Piperno, Angela Finocchiaro e Giacomo Papi.
A seguire, venerdì 29 maggio (dalle 10 alle 18), il Circolo dei lettori e delle lettrici farà da scenario alla maratona di lettura «Frullato Fruttero»: una staffetta di voci per attraversare testi, generi e stagioni dell'intellettuale torinese, arricchita dalla proiezione di un'intervista a cura di Fabio Fazio. La giornata si concluderà al Teatro romano, nell'area archeologica adiacente ai Musei reali di Torino, con le immagini e le atmosfere del film «La donna della domenica» (1975), diretto da Luigi Comencini e con Marcello Mastroianni nei panni del commissario Santamaria.
Seguirà, in settembre, una passeggiata letteraria, a cura della compagnia teatrale Confine Zero, nella pineta di Roccamare, nel Grossetano, un luogo amato da Carlo Fruttero, che ha ispirato il libro «Enigma in luogo di mare» (1991). Mentre, in autunno, uscirà «365 Notes», libro strenna della Fondazione Mondadori, a cura di Domenico Scarpa, sui taccuini dello scrittore, che verrà presentato, in ottobre, al Grattacielo Intesa Sanpaolo di Torino e, successivamente, a BookCity Milano (dal 23 al 29 novembre).

A distanza di oltre un decennio dalla sua scomparsa, Carlo Fruttero continua, dunque, a parlarci con una voce sorprendentemente nitida. Non tanto attraverso le sue opere più note, quanto nel modo in cui le ha costruite: pazientemente, tra appunti, letture, ripensamenti. In un panorama culturale dominato dalla velocità e dalla sovrapproduzione, il metodo dell’intellettuale piemontese - fatto di lentezza, attenzione e spirito critico - suona sicuramente controcorrente e proprio per questo motivo appare quanto mai necessario. La mostra «Il Club Fruttero» riesce così in un’operazione non scontata: trasformare un anniversario in un’occasione di riflessione viva, in un invito a riscoprire il tempo calmo della scrittura e della lettura, la cultura come forma di resistenza alle brutture del mondo.

Informazioni utili
Il Club Fruttero. La mostra. Circolo dei lettori e delle lettrici - Palazzo Graneri della Roccia, via Bogino 9 - Torino. Orari di apertura: da lunedì a sabato, ore 9:30-21. Ingresso libero. Siti internet: https://www.ilclubfruttero.it | https://www.circololettori.it | https://www.fondazionemondadori.it.  Ufficio stampa: laWhite, press office and more, faam@lawhite.it. Fino al 31 maggio 2016