ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

venerdì 24 aprile 2026

«Il Quarantotto di Faustino Joli», a Bologna il Risorgimento attraverso gli occhi di un pittore

Durante il percorso verso l’unificazione del Regno d’Italia proclamata il 17 marzo 1861, furono numerosi gli artisti che, mossi da passione patriottica, presero parte attivamente alla rivoluzione politica raffigurando nelle loro opere personaggi e avvenimenti del Risorgimento di cui furono testimoni oculari, al fine di eternarne la memoria storica collettiva e di costruire un comune sentire nazionale.
A questa schiera appartiene il ritrattista Faustino Joli (1814-1876), noto soprattutto per avere impresso su tela quattro episodi delle Dieci giornate di Brescia del 1849, evento in cui la popolazione resistette strenuamente alla repressione austriaca con una forza e un coraggio che, seppure con esito perdente, valse alla città l’appellativo di «Leonessa d’Italia», ideato da Aleardo Aleardi nei suoi «Canti Patrii» e reso celebre da Giosué Carducci nelle «Odi barbare».
A questo singolare «cronista con il pennello», di cui quest’anno ricorrono i centocinquanta anni dalla morte, è dedicata la nuova mostra del Museo del Risorgimento di Bologna: «Il Quarantotto di Faustino Joli», a cura di Isabella Stancari e Otello Sangiorgi. L'esposizione, allestita fino al 19 luglio, presenta per la prima volta il corpus di figurini militari dipinti dall'artista bresciano, allievo del pittore Giovanni Renica (1808-1884) e prolifico autore di interni con animali e di vedute della sua città natale, della Valtrompia e dei laghi d’Iseo e di Garda, nonché di quadri dedicati alle battaglie risorgimentali di Pastrengo, San Martino e Solferino.

Questo corpus di proprietà del museo bolognese, ancora poco noto al pubblico e solo parzialmente esposto, raccoglie settantasette piccoli dipinti a olio su cartone, composti in nove quadri con cornici in legno, raffiguranti le uniformi delle diverse formazioni militari - corpi regolari, volontari, corpi franchi - che parteciparono alla Prima guerra di indipendenza (1848-1849). Come venne scritto in occasione del Mostra sul Risorgimento promossa a Torino per l’Esposizione nazionale del 1884, «questi quadri formano un ricordo interessantissimo di quelle fogge strane, svariate, fantastiche di cui la memoria non viveva che debolissima in qualche famiglia».
 
Nella mostra, il corpus bolognese è posto in relazione con una selezione di disegni realizzati intorno al 1849 e raccolti in un taccuino, oggi conservato dalla Biblioteca Queriniana di Brescia. Si tratta di schizzi raffiguranti scene di strada e di prime idee di progetti con gruppi di militari, corredate da precise descrizioni dei colori e degli stemmi degli abiti da raffigurare.
 
Grazie alla collaborazione con la Fondazione Brescia Musei, l’esposizione mette, inoltre, a confronto il dipinto «Le dieci giornate a San Barnaba» di Faustino Joli con la tela «Cacciata degli austriaci da Porta Galliera», opera di Gaetano Belvederi (Bologna, 1821 – ivi, 1872) sulla battaglia dell'8 agosto 1848 a Bologna.
L'accostamento non è casuale. I due episodi costituiscono, infatti, ciascuno per la propria città, l'avvenimento culminante del Risorgimento. Avvenuti a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro, questi accadimenti possiedono anche caratteristiche abbastanza simili tra loro. Entrambi sembrano svilupparsi secondo una logica propria, senza tenere conto del quadro militare e politico complessivo, fino a esplodere in modo inaspettato e imprevedibile. Entrambi presentano i tratti della rivoluzione e della guerriglia urbana, più che quelli di una battaglia in senso proprio. E a Brescia come a Bologna, il protagonista principale è il popolo - soprattutto il popolo minuto - che nelle due città sembra organizzarsi secondo logiche e solidarietà di vicinato e di quartiere, prima ancora che cittadine.
In entrambi i dipinti è, poi, grande protagonista l'ambiente cittadino: il bolognese Belvederi sceglie una costruzione prospettica in cui la profondità della scena viene sbarrata dalla monumentale Porta Galliera; Faustino Joli delimita lo spazio del combattimento con l'imponente facciata della chiesa di San Barnaba.

Il percorso espositivo si completa con alcune uniformi e oggetti originali di corredo militare risalenti al 1848, conservati al Museo del Risorgimento di Bologna. Fra le uniformi presentate, va segnalata quella, recentemente rinvenuta, della «Legione Bolognese», un corpo di volontari che combatté in Veneto durante la Prima guerra di indipendenza. Si tratta un oggetto unico, che è stato possibile attribuire ai militari felsinei proprio grazie ai figurini dipinti da Faustino Joli, a conferma di come questo pittore seppe trasformare l’arte in memoria e documento storico.

Didascalie delle immagini
1. Faustino Joli (Brescia, 1814 – ivi, 1876), Uniformi della Legione Bolognese (detta anche Legione Bignami): Caporale, 1849 ca.. Olio su cartone, legno dorato.Bologna, Museo civico del Risorgimento, inv. 2081; 2. Faustino Joli (Brescia, 1814 – ivi, 1876), Uniformi della Legione Bolognese (detta anche Legione Bignami): Capitano in tenuta, 1849 ca..Olio su cartone, legno dorato. Bologna, Museo civico del Risorgimento, inv. 2081; 3. Gaetano Belvederi (Bologna, 1821 – ivi, 1872), La battaglia dell’8 agosto 1848 a Bologna, 1848 ca.. Olio su tela, cm 59 x 76. Bologna, Museo civico del Risorgimento, inv. 2082; 4. Faustino Joli (Brescia, 1814 – ivi, 1876), Le dieci giornate a San Barnaba, 1850 ca..Olio su tela, cm 31,5 x 40,5. Brescia, Museo del Risorgimento Leonessa d'Italia, inv. DI 571. Courtesy Fondazione Brescia Musei 

Informazioni utili
Il Quarantotto di Faustino Joli. Dipingere il Risorgimento tra Bologna e Brescia. Museo civico del Risorgimento, piazza Giosue Carducci 5 | 40125 Bologna. Orari di apertura: martedì e giovedì ore 9.00 – 13.00, venerdì ore 15.00 – 19.00; sabato, domenica ore 10.00 – 18.00; sabato 25 aprile 2026 (Anniversario della Liberazione) ore 10.00 – 19.00; martedì 2 giugno 2026 (Festa della Repubblica) ore 10.00 - 19.00; chiuso lunedì, mercoledì, 1° maggio (Festa del Lavoro)- Ingresso: intero € 5 | ridotto € 3 | ridotto speciale visitatori di età compresa tra i 19 e i 25 anni € 2 | gratuito possessori Card Cultura. Informazioni: tel. + 39 051 2196520 o museorisorgimento@comune.bologna.it - Sito: https://www.museibologna.it/risorgimento. Fino al 19 luglio 2026

giovedì 23 aprile 2026

A Bologna «Pasqua in nummis», una mostra sulla Passione di Cristo nella cultura numismatica europea

Nel loro metallo inciso, consumato dal tempo e dal contatto, le monete custodiscono tracce di gesti, di sguardi e di devozioni reiterate. La numismatica, tradizionalmente indagata quale fonte per la storia economica e istituzionale di un Paese, si configura così sempre più come un ambito privilegiato per l’analisi delle dinamiche culturali di un territorio. Da questo presupposto nasce il progetto espositivo «Il medagliere si rivela», avviato nell'ottobre 2023 al Museo civico archeologico di Bologna, scrigno d'arte ubicato all'interno del quattrocentesco Palazzo Galvani, in pieno centro storico, a pochi passi da piazza Maggiore.
L’iniziativa, che ha già proposto al pubblico sei piccole mostre tematiche, si propone di valorizzare uno dei patrimoni meno noti ma più ricchi del museo, che al suo interno conserva reperti di epoca egizia, della Grecia classica e dell’antica Roma, provenienti principalmente dalla raccolta del pittore Pelagio Pelagi (1775-1860). Stiamo parlando del Medagliere, che colleziona circa 100.000 esemplari numismatici, dalle prime forme di monetazione del VII secolo a.C. fino all’euro, oltre a un importante nucleo di quasi 16.0000 medaglie, tra cui quelle papali, che vanno dalla metà del XV secolo fino ai giorni nostri.

Dopo le esposizioni su San Petronio (il patrono della città), il Natale, le due Torri (la Garisenda e l’Asinelli, che rendono inconfondibile lo skyline bolognese), l’antico Egitto, l’ingegno delle donne e il ritratto d’artista, il Museo civico archeologico presenta, fino al prossimo 6 luglio, il focus espositivo «Pasqua in nummis», a cura di Paola Giovetti e Laura Marchesini, con una selezione di una ventina di pezzi, tra monete e medaglie, raffiguranti temi iconografici legati agli episodi della vita di Gesù e ricordati nella liturgia pasquale.
Questi manufatti, con le loro raffigurazioni sulla crocifissione e la Passione di Cristo, trasmettono messaggi non solo devozionali ma anche politici e culturali. Permettono cioè di approfondire aspetti legati alle ragioni che portarono il committente a scegliere di raffigurare un determinato passo evangelico e di scoprire anche quale messaggio si volesse veicolare al pubblico di riferimento.
Si delinea, poi, un ulteriore livello di lettura che riguarda il rapporto tra la produzione numismatica e le arti figurative. Le medaglie, pur nella loro dimensione ridotta, si configurano, infatti, come luoghi di traduzione e rielaborazione di modelli iconografici e soluzioni compositive derivati da opere di più ampio formato. Emblematico è il caso di Giovanni Bernardi (Castel Bolognese, 1494 – Faenza, 1553), che ripropose su un tondello metallico la scena della Crocifissione già incisa per i medaglioni in cristallo di rocca commissionati dal cardinale Alessandro Farnese (Valenzano, 1520 – Roma, 1589), opera, oggi conservata alla Bibliothèque nationale de France a Parigi, di cui parla anche Giorgio Vasari.

Le medaglie papali rappresentano uno dei filoni più ricchi della mostra. Questi manufatti sono la principale tipologia di beni numismatici che attinge al repertorio evangelico: ogni pontefice scelse episodi della vita di Cristo molto spesso veicolando significati legati alla sua politica temporale e spirituale. Così Urbano VIII (papa dal 1623 al 1644) fece raffigurare per la sua medaglia d’elezione la scena della trasfigurazione di Cristo, suggerendo un sottile parallelismo tra la sua ascesa al soglio e quella del Signore al cielo. Mentre Pio V (papa dal 1566 al 1572) scelse come soggetto della sue medaglia la cacciata dei mercanti dal tempio per alludere al proprio programma di riforma ed epurazione della Chiesa.
In questo filone si innesta anche il doppio ducato d’oro di Clemente VII (papa dal 1523-1534), una delle più belle e rare monete del Rinascimento, incisa da Benvenuto Cellini (Firenze, 1500 – ivi, 1571) nel 1529 e raffigurante l’«Ecce Homo», il Cristo ferito dopo la fustigazione ed esposto alla folla. Il pontefice voleva così fare riferimento a un preciso momento della sua biografia, quello in cui aveva dovuto sopportare la prigionia durante il sacco di Roma.

Lungo il percorso espositivo, a fruizione gratuita, sono, poi, visibili medaglie raffiguranti la lavanda dei piedi che ricordano il gesto d’umiltà e l’esempio che Cristo volle lasciare ai suoi discepoli in occasione dell’Ultima cena, episodio rievocato nella messa del Giovedì santo celebrata prima della Pasqua. Questa iconografia si diffuse a partire dalla metà del XVI secolo, non solo a ricordo dell’episodio evangelico ma anche con l’intento di rafforzare e ribadire la centralità del rito nella liturgia post tridentina in opposizione alle critiche mosse dal Protestantesimo.
Tra le monete più interessanti sono, inoltre, esposte quelle della Zecca di Mantova che recano come raffigurazione la pisside contenente il prezioso sangue raccolto da Longino, il soldato romano che aveva ferito il costato di Cristo.

Non particolarmente pregiati dal punto di vista artistico e per i metalli utilizzati, ma particolarmente interessanti, sono, poi, alcuni esemplari a carattere puramente devozionale, destinati a pellegrini e devoti. La funzione di tali oggetti era quella di consentire al fedele di portare su di sé un’immagine sacra per favorire la preghiera e la meditazione sugli episodi centrali della vita di Gesù. Si tratta di medaglie e medagliette dotate di appiccagnolo per essere indossate al collo o forate per essere cucite su abiti e cappelli. L’aspetto è spesso consunto per l’usura causata dallo sfregamento sugli abiti o dal ripetuto tocco del fedele. Questi esemplari avevano anche una funzione apotropaica, come nel caso della medaglia della Scuola della Passione di Venezia, dove compare al dritto la deposizione e al rovescio Cristo al sepolcro, raffigurato a mezzo busto mentre emerge da un sarcofago attorniato dagli strumenti della passione (spugna, lancia, verghe, borsa con i denari, bacio di Giuda, tunica). L’iconografia, molto diffusa a partire dal Medioevo, era chiamata Arma Christi con l’evidente richiamo alla sua funzione di «arma difensiva» contro il demonio.

«Pasqua in nummis» non si limita, dunque, a restituire visibilità a un patrimonio spesso marginalizzato, ma invita anche a ripensare radicalmente lo statuto dell’oggetto numismatico. In queste superfici minute, attraversate dal tempo e dall’uso, si rivela, infatti, una straordinaria capacità di concentrare e di trasmettere significati complessi, capaci di articolare narrazioni in cui si intrecciano devozione, autorappresentazione e memoria storica, restituendo in forma concentrata la complessità dei sistemi di significato propri di una determinata epoca.

Didascalie delle immagini 
1. Zecca di Roma, Doppio ducato di Clemente VII (papa dal 1523-1534), 1529. Rovescio: Ecce Homo. Oro, mm 6,9 (diam). Bologna, Museo Civico Archeologico, inv. 67177; 2. Giuseppe Bernardi (Castel Bolognese, 1494 – Faenza, 1553), Medaglia religiosa, 1547. Rovescio: Crocifissione. Bronzo dorato, mm 6,9 (diam). Bologna, Museo Civico Archeologico, inv. 5000; 3. Anonimo della Scuola della Passione, Venezia, Medaglia religiosa, 1577. Rovescio: Cristo al sepolcro attorniato dai simboli della passione. Bronzo, mm 37,5 (diam). Bologna, Museo Civico Archeologico, inv. 5065

Informazioni utili
Il Medagliere si rivela. Pasqua in nummis. Museo civico archeologico, via dell'Archiginnasio 2 - 40124 Bologna. Orari di apertura (periodo invernale): Lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì ore 9.00 - 18.00 | Sabato, domenica, festivi ore 10.00 - 19.00 | Chiuso martedì non festivi e 1° maggio 2026 | Festa della Liberazione (sabato 25 aprile 2026) ore 10.00 - 19.00 | Festa della Repubblica (martedì 2 giugno 2026) ore 10.00 - 19.00. Orari di apertura (periodo estivo): Lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì ore 10.00 - 19.00 | Sabato, domenica, festivi ore 10.00 - 19.00 |Chiuso martedì non festivi. Informazioni: tel. +39 051 2757211 - https://www.museibologna.it/archeologico. Fino al 6 luglio 2026

mercoledì 22 aprile 2026

Venezia, il Museo di Torcello e il suo nuovo corso con Muve

Era 1870 quando il conte Luigi Torelli, allora prefetto di Venezia, dava inizio alla storia del Museo di Torcello, acquisendo e restaurando il trecentesco Palazzo del Consiglio, edificio in stile gotico, ai tempi in stato di abbandono, con l'intento di raccogliere e conservare al suo interno alcuni reperti antichi trovati nelle isole della Laguna e nella vicina terraferma.
Due anni dopo la struttura, ubicata in una zona di notevole prestigio storico-artistico, con la vicina Basilica di Santa Maria Assunta e gli importanti cicli musivi di fattura bizantina, veniva donata alla Provincia di Venezia (dal 2015 Città metropolitana di Venezia) e diveniva un museo sotto la guida del cavalier Nicolò Battaglini.
Allo studioso, autore del volume «Torcello antica e moderna», succedeva cinque anni dopo, nel 1887, l’archeologo e collezionista Cesare Augusto Levi, al quale si deve l’ampliamento della raccolta museale con reperti antichi trovati in loco e altri di sua proprietà, nonché l’acquisizione del vicino Palazzo dell’Archivio, edificio dell’XI-XII secolo che, dopo un importante intervento di restauro, apriva le proprie porte alle collezioni archeologiche. Nasceva così il Museo dell'Estuario, inaugurato il 14 maggio 1889.
Nei decenni successivi, dopo un nuovo incremento dei reperti conservati, avvenuto grazie all’attività dell’archeologo Luigi Conton, «il pescatore di cocci» che lavorò nella necropoli di Adria e scrisse il libro «Le antiche ceramiche veneziane scoperte in Laguna», si procedeva al riordino della raccolta. Iniziava un importante lavoro di inventariazione, catalogazione, restauro e pubblicazione realizzato dall’archeologo e pittore Adolfo Callegari, direttore dal 1928 al 1948, che, nei suoi due primi anni di attività a Torcello, dava origine all’attuale fisionomia del museo, con la sezione archeologica nel Palazzo dell’Archivio e quella medioevale e moderna nel Palazzo del Trecento.
Questa preziosa storia, che si è intrecciata anche con le vicende umane e lavorative di Giulia Fogolari (alla direzione fino al 1997) e di Guido Zattera, rinnova ora la sua veste con il rilancio pensato dalla Fondazione musei civici di Venezia, l’attuale ente di gestione, dopo che il complesso è stato concesso al Comune di Venezia per la durata di nove anni a uso gratuito con il decreto del Sindaco metropolitano n. 55/2025 del 30 giugno 2025.
Il Museo di Torcello è entrato così a far parte del percorso dei Musei delle isole, con Murano e Burano, completando il racconto con una dimensione finora solo parzialmente esplorata, quella delle origini della civiltà veneziana.
Torcello, tra i più antichi insediamenti della Laguna e centro vitale già in età tardoantica e altomedievale, costituiva, infatti, un importante punto di approdo e scambio commerciale tra il mare e l’entroterra già dal I secolo dopo Cristo. Era una sorta di primo scalo per la città romana di Altino connessa alle principali antiche direttrici viarie di collegamento con l'est e il nord Europa: la via Annia e la via Claudia Augusta.
Tra i primi interventi attuati per la valorizzazione del contesto espositivo, la Fondazione musei civici di Venezia ha portato a termine una serie di interventi manutentivi, aggiornamenti sugli apparati didascalici e lo svelamento del deposito posto nella loggia del Palazzo dell’Archivio che, nuovamente a vista, mette in evidenza l'importante patrimonio lapideo qui conservato.
Tra i tesori della Sezione archeologica emergono materiali preistorici rinvenuti nell’area veneziana, vasi micenei e ciprioti che testimoniano l’esistenza di traffici marittimi già alla fine del II millennio a.C., e una significativa collezione glittica che comprende, tra l’altro, una corniola incisa con le mura di Troia e un sigillo islamico in agata recante l’invocazione «il regno di Allah». Di particolare valore per il legame con il territorio è la coppa firmata «Clemens», raro reperto romano rinvenuto a Torcello, affiancata dalle ampolle di San Menas, testimonianza della diffusione di culti di origine africana introdotti in laguna in epoca bizantina. L’eccellenza della scultura antica è rappresentata dall’Erma di Hermes Propylaios, copia romana da Alcamene, e dalla testa velata del dio Kronos, opere di alta qualità stilistica.
La Sezione medievale e moderna espone, invece, reperti e documenti datati dal VI secolo all’Ottocento, raccontando i secoli in cui Torcello si affermò come centro urbano di primaria importanza. I frammenti musivi del XII secolo raffiguranti il Cristo e gli angeli rivelano strette affinità con i mosaici della Basilica di San Marco, a testimonianza di una comune cultura artistica. Afferenti allo stesso periodo sono i lacerti raffiguranti il gruppo dei Giusti e un Angelo che facevano parte del Giudizio Universale posto sulla controfacciata della Basilica di Torcello, staccati durante un restauro nell’Ottocento. Di particolare rilievo sono, inoltre, le teste musive degli arcangeli Michele e Gabriele, provenienti dalla chiesa ravennate di San Michele in Africisco, e il frammento architettonico con l’iscrizione «…MPORI…», possibile riferimento alla definizione di Torcello come «emporion mega» riportata dall’imperatore Costantino Porfirogenito.
Il percorso si arricchisce della scultura lignea di Santa Fosca (XV secolo) e del ciclo di tele e portelle d’organo della chiesa di Sant’Antonio, attribuite a Paolo Veronese (o al fratello Benedetto) e alla sua bottega. La presenza di simboli della Serenissima, come il leone marmoreo e le «bocche di leone» per le denunce segrete, testimonia il ruolo civile e istituzionale che l’isola mantenne per secoli.
Con questa nuova gestione, Fondazione Musei Civici di Venezia offre, dunque, una chiave di lettura ancora più ampia e articolata per conoscere la storia veneziana, permettendo al pubblico di scoprire anche la magia di un territorio sospeso tra acqua e terra, immerso nella natura e nella tranquillità della Laguna. La visita al museo è, infatti, solo la prima tappa di un’esperienza più ampia che permette di immergersi nelle atmosfere antiche dell’isola con il Trono di Attila, il Ponte del diavolo, le chiese di Santa Maria e Santa Fosca.

Didascalie delle immagini 
Museo del Tocello. Foto di Nico Covre
 
Informazioni utili
Museo di Torcello, isola di Torcello (Venezia). Orari: da novembre a marzo | 11.00 > 17.00; da aprile a ottobre | 11.00 - 17.30; ultimo ingresso 30 min. prima della chiusura; chiuso il Lunedì. Biglietti: il biglietto è valido per le due sezioni espositive del Museo: la sezione Archeologica e la sezione Medievale e Moderna € 7.00 intero, € 3.50 ridotto; offerta "Seniors + Junior" biglietto ridotto per tutti i componenti paganti, per gruppi composti da due adulti e almeno un ragazzo (fino al 16 anni);  offerta Scuole € 3,50 a persona (tariffa valida dal 1.09 al 15.03). Biglietto Cumulativo I musei delle isole un unico biglietto per scoprire le isole e i loro musei (Museo del Vetro, Murano | Museo del Merletto, Burano | Museo di Torcello, Torcello) € 20.00 intero, € 10.00 ridotto; questo Biglietto ha validità per 3 mesi e consente una sola entrata in ciascun museo. Sito: https://www.visitmuve.it