ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

lunedì 27 aprile 2026

Mestre e il suo nuovo museo: apre Muvec - Casa della contemporaneità

È un periodo di grande fermento per la Fondazione musei civici di Venezia. Dopo la presa in gestione del Museo Wagner, che a Ca’ Vendramin Calergi racconta gli ultimi momenti di vita del compositore tedesco che scrisse «Tristano e Isotta», e la recente riapertura del Museo del Torcello, con i suoi reperti antichi e medioevali che documentano la storia di «Venezia prima di Venezia», la rete museale cittadina ha inaugurato, a Mestre, Muvec - Casa delle contemporaneità.
Ad accogliere il nuovo museo, le cui collezioni raccontano l’arte dal secondo Dopoguerra all’attualità, è il Centro Culturale Candiani, oggetto, negli ultimi anni, di un profondo ripensamento architettonico e concettuale che ne ha ridefinito funzioni, percorsi e missione culturale.

Il progetto di restyling ha reso il Muvec autonomo rispetto al resto dell’edificio: un accesso indipendente da piazza Candiani e una passerella sopraelevata introducono il visitatore a un’esperienza museale che si sviluppa in verticale, su due livelli, distinguendo e, al contempo, mettendo in relazione la dimensione stabile della collezione permanente, al secondo piano, e quella mutevole delle esposizioni temporanee, al terzo.
È tuttavia sul piano curatoriale che il nuovo museo veneziano esprime la sua maggiore originalità. La collezione permanente, costruita a partire dai fondi civici di Ca’ Pesaro, rinuncia a una scansione cronologica lineare per adottare un impianto tematico tripartito: «Ricostruzione», «Costruzione» e «Decostruzione». Queste tre categorie non solo organizzano il percorso espositivo, ma si propongono anche come strumenti interpretativi delle trasformazioni artistiche e sociali del secondo Novecento e dell’inizio del XXI secolo, oltre che della storia urbana e sociale di Mestre.

La sezione intitolata «Ricostruzione» affronta il trauma del Dopoguerra e la necessità di rifondare un linguaggio artistico condiviso, attraverso le esperienze di correnti artistiche come l’Informale, il Fronte nuovo delle arti e lo Spazialismo. Qui l’opera si fa testimonianza e tensione etica; la materia diventa veicolo per narrare una memoria traumatica come quella del conflitto bellico appena concluso e, contemporaneamente, strumento per creare inedite possibilità espressive. Tra gli artisti esposti ci sono: Thomas Ruff, Agenore Fabbri, Arman, Alfred Manessier, Toti Scialoja, Ennio Morlotti, Emilio Vedova, Armando Pizzinato, Renato Birolli, Giuseppe Santomaso, Ferruccio Bertoluzzi, Domenico Spinosa, Gastone Novelli, Umberto Milani, Bruna Gasparini, Luciano Gaspari, Saverio Rampin e Bruno De Toffoli.

Con «Costruzione», il discorso si sposta verso una dimensione analitica e progettuale, in cui emergono le ricerche legate alla geometria, al minimalismo e all’indagine sullo spazio e sul colore. L’opera diventa struttura, sistema, campo di forze, riflettendo un diverso rapporto tra artista, materia e percezione. In questa sezione si trovano lavori di Arnaldo Pomodoro, Alberto Biasi, Marcolino Gandini, Galliano Mazzon, Romano Perusini, Alberto Viani, Julia Mangold, David Simpson, Phil Sims e Gregory Mahoney.

Infine, «Decostruzione» introduce le pratiche più recenti, caratterizzate dalla frammentazione dei codici e dall’espansione dell’opera nello spazio. In questa sezione, le distinzioni tra linguaggi e discipline si dissolvono, mentre si affermano nuove geografie dell’arte globale e una crescente attenzione alle dimensioni politiche e identitarie della produzione artistica. Emilio Vedova, Alexandre Kyungu, Sofia Izmaliova, Claudio Parmiggiani, Michelangelo Pistoletto, Maurizio Pellegrin, Bill Viola, Joseph Kosuth, Christian Fogarolli, Shimamoto Shozo, Tony Cragg e Pascale Marthine Tayou sono gli artisti che raccontano questo sistema creativo sempre più globale e interconnesso.

Attraverso queste tre direttrici, Muvec costruisce un racconto che intreccia le grandi traiettorie internazionali con le specificità del territorio mestrino. Corpo, materia e città emergono così come categorie trasversali, capaci di mettere in relazione memoria e presente, storia e attualità.
In questo senso, il museo si propone come un laboratorio urbano, uno spazio di sperimentazione e partecipazione di pubblici diversi che riflettono la complessità di una città in trasformazione: visitatori, studenti, famiglie e comunità locali, con particolare attenzione ai nuovi cittadini di origine internazionale. Mestre, spesso percepita come marginale rispetto a Venezia, diventa così un luogo privilegiato per osservare e interpretare le dinamiche della contemporaneità: flussi migratori, mutamenti demografici, nuove forme di cittadinanza culturale. 

Il programma espositivo rafforza la vocazione dialogica del museo, in bilico tra locale e globale. Se l’apertura è segnata dalla mostra collettiva del Premio Mestre di pittura, alla sua decima edizione, il calendario annuncia, per l'autunno, un progetto dedicato alla Secessione Viennese e alle sue risonanze contemporanee, focalizzato sul tema del corpo come luogo di tensione tra identità, rappresentazione e trasformazione. Le figure sensuali e raffinate di Gustav Klimt, le anatomie tese e scarnificate di Egon Schiele e la pittura vibrante ed espressionista di Kokoschka, capaci di restituire le tensioni culturali di un’epoca alla vigilia della Prima guerra mondiale, si confrontano con la contemporaneità e con le letture del corpo di artisti come Chen Zhen, Vanessa Beecroft e Marlene Dumas.

In definitiva, il Muvec - progetto culturale inserito in una rete dedicata al contemporaneo con l’Emeroteca dell’arte (attiva dal 2024), la Casermetta 9 di Forte Marghera (aperta dal 2025) e la futura factory del Palaplip - propone un nuovo modello, dove il museo non è più solo un semplice contenitore di opere, ma una piattaforma critica capace di attivare relazioni, produrre conoscenza e accompagnare le trasformazioni della città.
In un’epoca in cui il contemporaneo coincide sempre più con il mutamento, raccontare l’arte significa, inevitabilmente, misurarsi con la complessità del presente e con le forme attraverso cui esso si rende visibile. Il Muvec diventa così un laboratorio di sperimentazione, un crocevia in cui la produzione artistica si intreccia con le pratiche sociali, una «casa della contemporaneità» nel senso più ampio del termine.

Didascalie delle immagini
1. Esterno del Muvec - Casa della contemporaneità di Mestre. Foto: Marco Cappelletti Studio; da 2. a 6. Muvec - Casa della contemporaneità di Mestre. Vista dell'installazione. Foto: Nico Crove; da 7 a 9. Muvec - Casa della contemporaneità di Mestre. Vista dell'installazione. Foto: Luca Chiandoni 

Informazioni utili
MUVEC- Casa delle Contemporaneità, piazzale Candiani - 30174 Mestre (Venezia)
Orari
Dal 01 novembre al 31 marzo: 10.00 – 17.00 (ultimo ingresso ore 16.00)
Dal 01 aprile al 31 ottobre: 10.00 – 18.00 (ultimo ingresso ore 17.00)
Chiuso il lunedì
Biglietti
● Biglietto prezzo intero: 7,00 euro
● Biglietto prezzo ridotto: 3,50 euro * Ragazzi da 6 a 14 anni; studenti dai 15 ai 25 anni;  visitatori over 65 anni; personale del Ministero della Cultura (MiC); titolari di Carta Rolling Venice; titolari di ISIC – International Student Identity Card.
● Ingresso gratuito: * Residenti e nati nel Comune di Venezia; bambini da 0 a 5 anni; persone con disabilità e accompagnatore; Guide turistiche abilitate in Italia che accompagnino gruppi o visitatori individuali; docenti accompagnatori di gruppi scolastici, fino ad un massimo di 2 per gruppo; membri ICOM; volontari Servizio Civile del Comune di Venezia; partner ordinari MUVE; possessori della MUVE Friend Card; soci dell’associazione “Amici dei Musei e Monumenti Veneziani”; possessori di Art Pass Venice International Foundation (valido per due persone); possessori della Membership Card Fondazione Venetian Heritage (valida per due persone); possessori della tessera Socio Sostenitore di Save Venice (valida per due persone).
● Offerta Seniors + Junior: biglietto ridotto per tutti i componenti paganti, per gruppi composti da due adulti e almeno un ragazzo (fino ai 16 anni)
● Offerta Scuola: 3,50 euro a persona (tariffa valida per ingresso nel periodo 1 settembre – 15 marzo) per classi di studenti di ogni ordine e grado, accompagnate dai loro insegnanti, con elenco dei nominativi compilato dall’Istituto di appartenenza.
La tariffa scuola è estesa anche a eventuali accompagnatori (fino a un massimo di 2).
● I Musei del moderno e del contemporaneo: 20 euro (le riduzioni sono consultabili sul sito). Un unico biglietto valido per: Ca' Pesaro - Galleria Internazionale d'Arte Moderna + Museo Fortuny + MUVEC- Casa delle Contemporaneità.
Le mostre temporanee sono sempre incluse nel biglietto del museo

venerdì 24 aprile 2026

«Il Quarantotto di Faustino Joli», a Bologna il Risorgimento attraverso gli occhi di un pittore

Durante il percorso verso l’unificazione del Regno d’Italia proclamata il 17 marzo 1861, furono numerosi gli artisti che, mossi da passione patriottica, presero parte attivamente alla rivoluzione politica raffigurando nelle loro opere personaggi e avvenimenti del Risorgimento di cui furono testimoni oculari, al fine di eternarne la memoria storica collettiva e di costruire un comune sentire nazionale.
A questa schiera appartiene il ritrattista Faustino Joli (1814-1876), noto soprattutto per avere impresso su tela quattro episodi delle Dieci giornate di Brescia del 1849, evento in cui la popolazione resistette strenuamente alla repressione austriaca con una forza e un coraggio che, seppure con esito perdente, valse alla città l’appellativo di «Leonessa d’Italia», ideato da Aleardo Aleardi nei suoi «Canti Patrii» e reso celebre da Giosué Carducci nelle «Odi barbare».
A questo singolare «cronista con il pennello», di cui quest’anno ricorrono i centocinquanta anni dalla morte, è dedicata la nuova mostra del Museo del Risorgimento di Bologna: «Il Quarantotto di Faustino Joli», a cura di Isabella Stancari e Otello Sangiorgi. L'esposizione, allestita fino al 19 luglio, presenta per la prima volta il corpus di figurini militari dipinti dall'artista bresciano, allievo del pittore Giovanni Renica (1808-1884) e prolifico autore di interni con animali e di vedute della sua città natale, della Valtrompia e dei laghi d’Iseo e di Garda, nonché di quadri dedicati alle battaglie risorgimentali di Pastrengo, San Martino e Solferino.

Questo corpus di proprietà del museo bolognese, ancora poco noto al pubblico e solo parzialmente esposto, raccoglie settantasette piccoli dipinti a olio su cartone, composti in nove quadri con cornici in legno, raffiguranti le uniformi delle diverse formazioni militari - corpi regolari, volontari, corpi franchi - che parteciparono alla Prima guerra di indipendenza (1848-1849). Come venne scritto in occasione del Mostra sul Risorgimento promossa a Torino per l’Esposizione nazionale del 1884, «questi quadri formano un ricordo interessantissimo di quelle fogge strane, svariate, fantastiche di cui la memoria non viveva che debolissima in qualche famiglia».
 
Nella mostra, il corpus bolognese è posto in relazione con una selezione di disegni realizzati intorno al 1849 e raccolti in un taccuino, oggi conservato dalla Biblioteca Queriniana di Brescia. Si tratta di schizzi raffiguranti scene di strada e di prime idee di progetti con gruppi di militari, corredate da precise descrizioni dei colori e degli stemmi degli abiti da raffigurare.
 
Grazie alla collaborazione con la Fondazione Brescia Musei, l’esposizione mette, inoltre, a confronto il dipinto «Le dieci giornate a San Barnaba» di Faustino Joli con la tela «Cacciata degli austriaci da Porta Galliera», opera di Gaetano Belvederi (Bologna, 1821 – ivi, 1872) sulla battaglia dell'8 agosto 1848 a Bologna.
L'accostamento non è casuale. I due episodi costituiscono, infatti, ciascuno per la propria città, l'avvenimento culminante del Risorgimento. Avvenuti a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro, questi accadimenti possiedono anche caratteristiche abbastanza simili tra loro. Entrambi sembrano svilupparsi secondo una logica propria, senza tenere conto del quadro militare e politico complessivo, fino a esplodere in modo inaspettato e imprevedibile. Entrambi presentano i tratti della rivoluzione e della guerriglia urbana, più che quelli di una battaglia in senso proprio. E a Brescia come a Bologna, il protagonista principale è il popolo - soprattutto il popolo minuto - che nelle due città sembra organizzarsi secondo logiche e solidarietà di vicinato e di quartiere, prima ancora che cittadine.
In entrambi i dipinti è, poi, grande protagonista l'ambiente cittadino: il bolognese Belvederi sceglie una costruzione prospettica in cui la profondità della scena viene sbarrata dalla monumentale Porta Galliera; Faustino Joli delimita lo spazio del combattimento con l'imponente facciata della chiesa di San Barnaba.

Il percorso espositivo si completa con alcune uniformi e oggetti originali di corredo militare risalenti al 1848, conservati al Museo del Risorgimento di Bologna. Fra le uniformi presentate, va segnalata quella, recentemente rinvenuta, della «Legione Bolognese», un corpo di volontari che combatté in Veneto durante la Prima guerra di indipendenza. Si tratta un oggetto unico, che è stato possibile attribuire ai militari felsinei proprio grazie ai figurini dipinti da Faustino Joli, a conferma di come questo pittore seppe trasformare l’arte in memoria e documento storico.

Didascalie delle immagini
1. Faustino Joli (Brescia, 1814 – ivi, 1876), Uniformi della Legione Bolognese (detta anche Legione Bignami): Caporale, 1849 ca.. Olio su cartone, legno dorato.Bologna, Museo civico del Risorgimento, inv. 2081; 2. Faustino Joli (Brescia, 1814 – ivi, 1876), Uniformi della Legione Bolognese (detta anche Legione Bignami): Capitano in tenuta, 1849 ca..Olio su cartone, legno dorato. Bologna, Museo civico del Risorgimento, inv. 2081; 3. Gaetano Belvederi (Bologna, 1821 – ivi, 1872), La battaglia dell’8 agosto 1848 a Bologna, 1848 ca.. Olio su tela, cm 59 x 76. Bologna, Museo civico del Risorgimento, inv. 2082; 4. Faustino Joli (Brescia, 1814 – ivi, 1876), Le dieci giornate a San Barnaba, 1850 ca..Olio su tela, cm 31,5 x 40,5. Brescia, Museo del Risorgimento Leonessa d'Italia, inv. DI 571. Courtesy Fondazione Brescia Musei 

Informazioni utili
Il Quarantotto di Faustino Joli. Dipingere il Risorgimento tra Bologna e Brescia. Museo civico del Risorgimento, piazza Giosue Carducci 5 | 40125 Bologna. Orari di apertura: martedì e giovedì ore 9.00 – 13.00, venerdì ore 15.00 – 19.00; sabato, domenica ore 10.00 – 18.00; sabato 25 aprile 2026 (Anniversario della Liberazione) ore 10.00 – 19.00; martedì 2 giugno 2026 (Festa della Repubblica) ore 10.00 - 19.00; chiuso lunedì, mercoledì, 1° maggio (Festa del Lavoro)- Ingresso: intero € 5 | ridotto € 3 | ridotto speciale visitatori di età compresa tra i 19 e i 25 anni € 2 | gratuito possessori Card Cultura. Informazioni: tel. + 39 051 2196520 o museorisorgimento@comune.bologna.it - Sito: https://www.museibologna.it/risorgimento. Fino al 19 luglio 2026

giovedì 23 aprile 2026

A Bologna «Pasqua in nummis», una mostra sulla Passione di Cristo nella cultura numismatica europea

Nel loro metallo inciso, consumato dal tempo e dal contatto, le monete custodiscono tracce di gesti, di sguardi e di devozioni reiterate. La numismatica, tradizionalmente indagata quale fonte per la storia economica e istituzionale di un Paese, si configura così sempre più come un ambito privilegiato per l’analisi delle dinamiche culturali di un territorio. Da questo presupposto nasce il progetto espositivo «Il medagliere si rivela», avviato nell'ottobre 2023 al Museo civico archeologico di Bologna, scrigno d'arte ubicato all'interno del quattrocentesco Palazzo Galvani, in pieno centro storico, a pochi passi da piazza Maggiore.
L’iniziativa, che ha già proposto al pubblico sei piccole mostre tematiche, si propone di valorizzare uno dei patrimoni meno noti ma più ricchi del museo, che al suo interno conserva reperti di epoca egizia, della Grecia classica e dell’antica Roma, provenienti principalmente dalla raccolta del pittore Pelagio Pelagi (1775-1860). Stiamo parlando del Medagliere, che colleziona circa 100.000 esemplari numismatici, dalle prime forme di monetazione del VII secolo a.C. fino all’euro, oltre a un importante nucleo di quasi 16.0000 medaglie, tra cui quelle papali, che vanno dalla metà del XV secolo fino ai giorni nostri.

Dopo le esposizioni su San Petronio (il patrono della città), il Natale, le due Torri (la Garisenda e l’Asinelli, che rendono inconfondibile lo skyline bolognese), l’antico Egitto, l’ingegno delle donne e il ritratto d’artista, il Museo civico archeologico presenta, fino al prossimo 6 luglio, il focus espositivo «Pasqua in nummis», a cura di Paola Giovetti e Laura Marchesini, con una selezione di una ventina di pezzi, tra monete e medaglie, raffiguranti temi iconografici legati agli episodi della vita di Gesù e ricordati nella liturgia pasquale.
Questi manufatti, con le loro raffigurazioni sulla crocifissione e la Passione di Cristo, trasmettono messaggi non solo devozionali ma anche politici e culturali. Permettono cioè di approfondire aspetti legati alle ragioni che portarono il committente a scegliere di raffigurare un determinato passo evangelico e di scoprire anche quale messaggio si volesse veicolare al pubblico di riferimento.
Si delinea, poi, un ulteriore livello di lettura che riguarda il rapporto tra la produzione numismatica e le arti figurative. Le medaglie, pur nella loro dimensione ridotta, si configurano, infatti, come luoghi di traduzione e rielaborazione di modelli iconografici e soluzioni compositive derivati da opere di più ampio formato. Emblematico è il caso di Giovanni Bernardi (Castel Bolognese, 1494 – Faenza, 1553), che ripropose su un tondello metallico la scena della Crocifissione già incisa per i medaglioni in cristallo di rocca commissionati dal cardinale Alessandro Farnese (Valenzano, 1520 – Roma, 1589), opera, oggi conservata alla Bibliothèque nationale de France a Parigi, di cui parla anche Giorgio Vasari.

Le medaglie papali rappresentano uno dei filoni più ricchi della mostra. Questi manufatti sono la principale tipologia di beni numismatici che attinge al repertorio evangelico: ogni pontefice scelse episodi della vita di Cristo molto spesso veicolando significati legati alla sua politica temporale e spirituale. Così Urbano VIII (papa dal 1623 al 1644) fece raffigurare per la sua medaglia d’elezione la scena della trasfigurazione di Cristo, suggerendo un sottile parallelismo tra la sua ascesa al soglio e quella del Signore al cielo. Mentre Pio V (papa dal 1566 al 1572) scelse come soggetto della sue medaglia la cacciata dei mercanti dal tempio per alludere al proprio programma di riforma ed epurazione della Chiesa.
In questo filone si innesta anche il doppio ducato d’oro di Clemente VII (papa dal 1523-1534), una delle più belle e rare monete del Rinascimento, incisa da Benvenuto Cellini (Firenze, 1500 – ivi, 1571) nel 1529 e raffigurante l’«Ecce Homo», il Cristo ferito dopo la fustigazione ed esposto alla folla. Il pontefice voleva così fare riferimento a un preciso momento della sua biografia, quello in cui aveva dovuto sopportare la prigionia durante il sacco di Roma.

Lungo il percorso espositivo, a fruizione gratuita, sono, poi, visibili medaglie raffiguranti la lavanda dei piedi che ricordano il gesto d’umiltà e l’esempio che Cristo volle lasciare ai suoi discepoli in occasione dell’Ultima cena, episodio rievocato nella messa del Giovedì santo celebrata prima della Pasqua. Questa iconografia si diffuse a partire dalla metà del XVI secolo, non solo a ricordo dell’episodio evangelico ma anche con l’intento di rafforzare e ribadire la centralità del rito nella liturgia post tridentina in opposizione alle critiche mosse dal Protestantesimo.
Tra le monete più interessanti sono, inoltre, esposte quelle della Zecca di Mantova che recano come raffigurazione la pisside contenente il prezioso sangue raccolto da Longino, il soldato romano che aveva ferito il costato di Cristo.

Non particolarmente pregiati dal punto di vista artistico e per i metalli utilizzati, ma particolarmente interessanti, sono, poi, alcuni esemplari a carattere puramente devozionale, destinati a pellegrini e devoti. La funzione di tali oggetti era quella di consentire al fedele di portare su di sé un’immagine sacra per favorire la preghiera e la meditazione sugli episodi centrali della vita di Gesù. Si tratta di medaglie e medagliette dotate di appiccagnolo per essere indossate al collo o forate per essere cucite su abiti e cappelli. L’aspetto è spesso consunto per l’usura causata dallo sfregamento sugli abiti o dal ripetuto tocco del fedele. Questi esemplari avevano anche una funzione apotropaica, come nel caso della medaglia della Scuola della Passione di Venezia, dove compare al dritto la deposizione e al rovescio Cristo al sepolcro, raffigurato a mezzo busto mentre emerge da un sarcofago attorniato dagli strumenti della passione (spugna, lancia, verghe, borsa con i denari, bacio di Giuda, tunica). L’iconografia, molto diffusa a partire dal Medioevo, era chiamata Arma Christi con l’evidente richiamo alla sua funzione di «arma difensiva» contro il demonio.

«Pasqua in nummis» non si limita, dunque, a restituire visibilità a un patrimonio spesso marginalizzato, ma invita anche a ripensare radicalmente lo statuto dell’oggetto numismatico. In queste superfici minute, attraversate dal tempo e dall’uso, si rivela, infatti, una straordinaria capacità di concentrare e di trasmettere significati complessi, capaci di articolare narrazioni in cui si intrecciano devozione, autorappresentazione e memoria storica, restituendo in forma concentrata la complessità dei sistemi di significato propri di una determinata epoca.

Didascalie delle immagini 
1. Zecca di Roma, Doppio ducato di Clemente VII (papa dal 1523-1534), 1529. Rovescio: Ecce Homo. Oro, mm 6,9 (diam). Bologna, Museo Civico Archeologico, inv. 67177; 2. Giuseppe Bernardi (Castel Bolognese, 1494 – Faenza, 1553), Medaglia religiosa, 1547. Rovescio: Crocifissione. Bronzo dorato, mm 6,9 (diam). Bologna, Museo Civico Archeologico, inv. 5000; 3. Anonimo della Scuola della Passione, Venezia, Medaglia religiosa, 1577. Rovescio: Cristo al sepolcro attorniato dai simboli della passione. Bronzo, mm 37,5 (diam). Bologna, Museo Civico Archeologico, inv. 5065

Informazioni utili
Il Medagliere si rivela. Pasqua in nummis. Museo civico archeologico, via dell'Archiginnasio 2 - 40124 Bologna. Orari di apertura (periodo invernale): Lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì ore 9.00 - 18.00 | Sabato, domenica, festivi ore 10.00 - 19.00 | Chiuso martedì non festivi e 1° maggio 2026 | Festa della Liberazione (sabato 25 aprile 2026) ore 10.00 - 19.00 | Festa della Repubblica (martedì 2 giugno 2026) ore 10.00 - 19.00. Orari di apertura (periodo estivo): Lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì ore 10.00 - 19.00 | Sabato, domenica, festivi ore 10.00 - 19.00 |Chiuso martedì non festivi. Informazioni: tel. +39 051 2757211 - https://www.museibologna.it/archeologico. Fino al 6 luglio 2026