ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

lunedì 18 maggio 2026

«Mettersi a nudo», il festival «Exposed» di Torino e la fotografia come atto di verità

È una sequenza di immagini con corpi che si immergono nell’acqua, posizionata su ventisei enormi cimase pubblicitarie 6x3, lungo le strade e sulle facciate dei palazzi, a ricordare che è in corso «Exposed - Torino Photo Festival», manifestazione che, fino al prossimo 2 giugno, trasforma l’intero capoluogo piemontese in una piattaforma espositiva diffusa, dove la fotografia entra in dialogo diretto con l'architettura e i flussi quotidiani della città.
La collettiva a cielo aperto, che vede la partecipazione straordinaria del celebre fotografo svizzero Walter Pfeiffer, rende omaggio a «Il tuffatore» di Nino Migliori, il grande maestro della fotografia italiana prossimo al traguardo dei cent'anni, e trasforma le arterie urbane in spazi di immaginazione, offrendo ai passanti frammenti di corpi sospesi nel vuoto, metafore di un salto fiducioso verso l'ignoto. Si annuncia così il tema di questa terza edizione del festival sabaudo: «Mettersi a nudo», «un invito - dichiarano gli organizzatori - a guardare oltre le apparenze, interrogando la relazione tra identità e rappresentazione, corpo e immagine, visibile e invisibile». In un tempo in cui le immagini vengono costruite per essere condivise prima ancora che vissute, l’evento torinese, che prende ispirazione per il suo nuovo titolo dall’opera «Mon cœur mis à nu» di Charles Baudelaire, propone, dunque, un atto in controtendenza: «spogliarsi delle sovrastrutture, mostrarsi per ciò che si è, osservare sé stessi e gli altri senza filtri».

Nato con l'ambizione di collocare Torino sulla mappa internazionale della fotografia contemporanea, «Exposed» ha preso forma nel 2024 come iniziativa promossa da un'ampia cabina di regia istituzionale che include l’Amministrazione comunale, la Regione Piemonte, la Camera di commercio di Torino, la Fondazione Compagnia di San Paolo, la Fondazione Crt in sinergia con la Fondazione Arte Crt e Intesa Sanpaolo. Mentre il coordinamento del progetto è a cura della Fondazione per la Cultura Torino.
Sin dalla sua prima edizione, il festival ha scelto un modello diffuso e multisede, capace di attivare luoghi eterogenei - dai musei storici agli spazi indipendenti, fino alle superfici pubbliche della città - in un dialogo costante tra istituzionale e informale, storicizzato ed emergente. Questo modello viene mantenuto anche nell’attuale edizione, il cui programma, che mette in relazione autori affermati e giovani promesse, comprende diciotto mostre temporanee indoor e outdoor, in un percorso che spazia cronologicamente dall’Ottocento ai giorni nostri. La manifestazione prevede anche un ricco calendario di incontri, letture portfolio, proiezioni ed eventi diffusi in tutta la città.

L’attuale edizione vede la curatela e l'organizzazione di Camera - Centro italiano per la fotografia, istituzione nata nel 2015 nell'ex convento di Santa Pelagia, ovvero nell'edificio che ospitò la prima scuola pubblica del Regno d'Italia, oggi diretta da François Hébel, già alla guida della Fondation Henri Cartier-Bresson e di Magnum Photos. Mentre la direzione artistica del festival è di Walter Guadagnini, tra le voci più autorevoli del settore in Italia e all’estero, docente all'Accademia di Belle arti di Bologna, nonché autore di una monumentale opera in quattro volumi sulla storia della fotografia per Skira.

Uno degli elementi più originali del progetto espositivo è il cosiddetto «miglio della fotografia», un percorso pedonale che attraversa alcune delle principali istituzioni culturali torinesi, ciascuna abitata da una mostra capace di declinare il tema centrale secondo un'angolazione propria e unica. Dal dagherrotipo di Auguste Belloc al progetto immersivo di Diana Markosian, dalla fotografia itinerante di Bernard Plossu ai billboard urbani de «I tuffatori»: il risultato è, dunque, una polifonia di voci, dove l’atto fotografico è visto come un gesto ambivalente, insieme esposizione e difesa, verità e costruzione. Questa trama espositiva variegata trova, però, una dimensione unitaria grazie a soluzioni grafiche e di allestimento essenziali ed eleganti, curate dallo studio BRH+ di Torino.

Il percorso indoor prende avvio da Camera con «Toni Thorimbert. Donne in vista», mostra curata da Walter Guadagnini, a partire da un'idea di Luca Beatrice, critico d'arte scomparso prematuramente. L’esposizione si configura così come un doppio omaggio: all'amico perduto e alla figura femminile, tema che attraversa tutta la ricerca del fotografo italo-svizzero, conosciuto per aver collaborato con riviste come «Max» e «Amica».
Lungo le pareti scorrono circa sessanta fotografie realizzate tra il 1980 e il 2000, un ventennio trascorso a guardare le donne, e a capire, attraverso di loro, qualcosa del proprio vissuto. Volti noti - da Monica Bellucci a Ornella Vanoni, da Natalia Ginzburg a Inge Feltrinelli, da Nancy Brilli a Eleonora Giorgi - si alternano a ritratti anonimi, a scatti di moda e a immagini private.
Il fulcro emotivo della mostra è autobiografico: il ritratto della madre (1985) e quello della figlia adulta segnano il momento in cui Toni Thorimbert riconosce l'inversione dello sguardo - non più lui a osservare, ma lui osservato - in un confronto che si spoglia di ogni difesa autoriale.

Alla Cripta di San Michele Arcangelo, spazio d'indubbio fascino architettonico, trova, invece, sede «Yorgos Lanthimos. Photographs», a cura di Giangavino Pazzola. Il regista greco, autore di «Poor Things» (2023) e «Kinds of Kindness» (2024), rivela qui una pratica fotografica parallela al suo lavoro cinematografico, ma tutt'altro che ancillare. Le immagini, nate sull'atmosfera dei set, ne trasfigurano la materia: i corpi di Emma Stone e Willem Dafoe appaiono sospesi in ambienti rarefatti, le inquadrature dall'alto moltiplicano lo straniamento, le attrezzature tecniche - normalmente escluse dalla rappresentazione - entrano nell'inquadratura come elementi compositivi. Il dietro le quinte diventa palcoscenico, la finzione si svela come tale, e proprio in questo svelamento produce nuova verità. Il dialogo tra le fotografie e l'architettura della cripta amplifica ulteriormente il carattere perturbante delle opere.

Proseguendo, il Museo regionale di Scienze naturali accoglie «Bernard Plossu. Dopo l'estate», un’altra mostra a cura di Walter Guadagnini, che porta il pubblico nelle piccole isole italiane - da Stromboli all'Elba, da Alicudi alle Tremiti - attraverso decenni di viaggi. Realizzate tra la fine degli anni Ottanta e la metà degli anni Dieci, queste fotografie - essenziali, poetiche e prossime per affinità spirituale alla metafisica italiana del Novecento - restituiscono quella che lo stesso maestro francese ha definito una ricerca dell'«infra-ordinario», ovvero di quel punto in cui apparentemente nulla accade e tuttavia tutto si rivela. L'intero ciclo è dedicato alla compagna Françoise Nuñez, recentemente scomparsa: un gesto di pudore e amore che dice molto sull'idea di nudità emotiva che il festival persegue.

Al Circolo del design, Dean Chalkley porta, invece, «Back in Ibiza e altre storie», una mostra ancora una volta a cura di Walter Guadagnini, con tre serie fotografiche. I ritratti iconici di Amy Winehouse, degli Oasis e dei White Stripes si alternano al reportage intimo «Never Turn Back», girato lungo le coste del Norfolk, e all'affresco generazionale di «Back in Ibiza», documento diretto e non nostalgico di un'epoca - gli anni Novanta - in cui, come ricorda l'autore, le persone «perdevano le inibizioni per vivere pienamente il momento», lontane dalla mediazione dello sguardo digitale contemporaneo. La nudità, qui, è quella dell'euforia collettiva, del corpo che si abbandona alla musica, della libertà prima che diventasse performance.

Mentre al Museo nazionale del Risorgimento Italiano, la rassegna «Viva le donne! Il femminismo nelle fotografie di Paola Agosti», curata da Giangavino Pazzola, celebra uno degli sguardi più lucidi sulla nascita del movimento femminista italiano degli anni Settanta attraverso ottanta immagini in bianco e nero e materiali d'archivio.
La fotografa torinese, insediata a Roma negli anni Settanta, ha costruito un archivio visivo di oltre 22mila immagini del movimento femminista: cortei, assemblee, spazi identitari, ritratti di donne impegnate nella conquista di diritti fondamentali. Il suo sguardo non è documentario ma partecipante, denso di empatia e condivisione.

Proseguendo, alle Gallerie d'Italia – Torino, museo di Intesa Sanpaolo, è presentata in anteprima mondiale «Diana Markosian. Replaced», personale a cura di Brandei Estes. Il progetto intreccia fotografia, autofinzione e un film immersivo per ricostruire le dinamiche delle relazioni e interrogare la fragilità del mito romantico. L'artista armeno-americana ricorre, infatti, alla finzione sceneggiata per rielaborare la fine di una storia d'amore, ingaggiando un attore per rivivere oltre dieci anni di un rapporto. Le rievocazioni abitano il terreno instabile della memoria e la fotografia diventa così uno strumento non di documentazione, ma di elaborazione.

Il percorso porta, poi, il visitatore all'Archivio di Stato di Torino, dove due mostre raccontano il corpo umano. «Messi a nudo», curata da Barbara Bergaglio, ripercorre l'evoluzione del nudo fotografico da esercizio accademico a indagine ossessiva e perturbante, attraverso le creazioni di tre figure chiave del XIX e XX secolo: ventisei stereoscopie erotiche di Auguste Belloc con visori d'epoca, otto stampe vintage e quindici exhibition prints di Wilhelm von Gloeden dalla Fondazione Alinari, trenta Polaroid a colori di Carlo Mollino, quest'ultime conservate in un fondo di quasi quindicimila fototipi, mai del tutto esplorato, che si trova al Politecnico. Accanto a questa esposizione, «Ralph Gibson. Self Exposed», a cura di Giangavino Pazzola con la Paci Contemporary Gallery di Brescia, presenta settanta opere che attraversano oltre cinquant'anni di carriera di uno dei maestri assoluti della fotografia contemporanea. La celebre «trilogia nera» - «The Somnambulist» (1970), «Déjà-Vu» (1973) e «Days at Sea» (1974) - è qui riletta come atto di fondazione di un linguaggio: contrasti netti, inquadrature audaci, tensione irrisolta tra astrazione e realtà.
A chiudere il percorso indoor è, quindi, «Metamorphosis», mostra collettiva diffusa in una rete di spazi no profit - Mucho Mas!, Witty Books, Almanac, Quartz Studio, Cripta747 e Jest - che riunisce sei artisti internazionali selezionati dalla piattaforma europea per la fotografia emergente Futures Photography, cofinanziata dall'Unione europea. Il progetto indaga la metamorfosi come processo di trasformazione individuale, sociale e ambientale.

Parallelamente al percorso istituzionale, il festival invade lo spazio urbano con una serie di interventi outdoor che trasformano Torino in una piattaforma espositiva a cielo aperto, a partire dal già citato progetto «I tuffatori». Il principio è quello di una democratizzazione radicale dello sguardo: le fotografie escono dai musei; occupano cancellate, portici, parcheggi sotterranei.
Nel cortile di Palazzo Carignano, «Torino 4×4. Fotografie di una nuova era», curata da François Hébel e Marco Rubiola, propone un ritratto innovativo della città attraverso lo sguardo di quattro fotografi che lavorano sui temi dell'inclusione sociale. Sui dieci stendardi bifacciali del portico convivono, invece, due progetti complementari: «L'invenzione di sé. La Contessa di Castiglione», che mostra come Virginia Oldoini abbia anticipato alla metà dell'Ottocento le pratiche contemporanee di autorappresentazione, e «You Can Have It All» di Karla Hiraldo Voleau, un percorso di consapevolezza corporea e autodeterminazione.
Sotto i portici di Piazza San Carlo, Paolo Ventura presenta «Acrobati 2020–2025», un lavoro concepito appositamente per questa occasione che trasforma i numeri circensi - ispirati all'archivio di una coppia di acrobati degli anni Trenta - in metafora del corpo, della memoria e della fragilità dei legami.
Sui portici di via Po, le fotografie sorridenti del concorso cosmetico «5.000 lire per un sorriso» (1939–1941), ideato da Dino Villani e Cesare Zavattini, antesignano di quello che sarebbe poi diventato Miss Italia, accompagnano i passanti in un'insolita connessione tra storia della pubblicità e storia della fotografia.

Al Museo nazionale del cinema, la mostra sulla cancellata storica della Mole Antonelliana, «Fuoricampo. Il cinema svelato», rivela il retroscena della produzione cinematografica attraverso vent'immagini di grande formato tratte dalle collezioni del museo. Sempre su una cancellata storica, quella di Palazzo dal Pozzo della Cisterna è visibile la mostra «La città in fotografia - La fotografia in città», curata da Barbara Bergaglio, che racconta l'evoluzione urbana di Torino in parallelo alla storia del mezzo fotografico, partendo dal leggendario incunabolo italiano: la veduta della Gran Madre di Dio, realizzata nel 1839 dal pioniere Enrico Jest.
Nel parcheggio sotterraneo di piazza Valdo Fusi, al piano -2, «Catabasis» di Mark Leckey, vincitore del Turner Prize nel 2008, esplora il sottosuolo come luogo atemporale tra memoria, sotto-cultura e immaginario collettivo.

Come nelle edizioni precedenti, anche quest’anno il festival persegue con determinazione un obiettivo di accessibilità culturale. Per ogni mostra indoor sono disponibili audioguide in italiano e inglese per adulti e bambini, e un'introduzione in Lis (Lingua dei segni italiana), realizzata dall'Istituto dei sordi di Torino. L'accesso alla quasi totalità delle mostre è, poi, gratuito tramite il «Pass Exposed», scaricabile dal sito del festival o da turismotorino.org.

Alla fine del percorso, che in questo fine settimana si incrocia con quello della fiera fotografica «The Phair» (dal 22 al 24 maggio, all’OGR Torino), resta forse una domanda, più che una risposta: cosa significa davvero esporsi? Probabilmente significa riconoscere che ogni immagine è già, in sé, una soglia, un luogo in cui qualcosa si rivela e qualcos’altro inevitabilmente rimane celato. E in questa oscillazione, fragile e necessaria, continua a prendere forma il nostro sguardo. Come l'emulsione che sulla carta attende pazientemente che la chimica riveli le sue ombre, così noi, attraverso l'obiettivo, accettiamo il rischio di mostrarci vulnerabili, nudi di fronte al tempo che scorre, alle nostre incertezze, al giudizio degli altri.

Didascalia delle immagini
1. Silvia Camporesi, «Ofelia», 2024. Mostra «I tuffatori». «Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Billboard lungo le strade; 2., 3. e 4. Vista della mostra «Toni Thorimbert. Donne in vista». «Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Camera. Foto: Antonio Jordan; 5. Vista della mostra «Yorgos Lanthimos. Photographs».«Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Cripta di San Michele Arcangelo; 6. Vista della mostra «Dean Chalkley - Back in Ibiza e altre storie». «Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Circolo del design. Foto di Greta Verduci; 7. Vista della mostra «Viva le donne! Il femminismo nelle fotografie di Paola Agosti». «Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Museo del Risorgimento. Foto di Sofia Valabrega; 8. Vista della mostra «Messi a nudo». «Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Archivio di Stato. Foto di Sofia Valabrega; 9. Vista della mostra «Ralph Gibson. Self Exposed». «Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Archivio di Stato. Foto di Sofia Valabrega; 10. Vista della mostra «5.000 lire per un sorriso». Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, portici di via Po. Foto di Greta Verduci 11. «Fuoricampo. Il cinema svelato»,«Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Mole Antonelliana. Foto Greta Verduci 12. Vista della mostra «L'invenzione di sé. La Contessa di Castiglione».«Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Museo del Risorgimento. Foto di Sofia Valabrega

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venerdì 15 maggio 2026

«Oltre l'inchiostro»: a Bologna una mostra sui «nuovi orizzonti della calligrafia cinese contemporanea»

Un rotolo di carta di riso, un pennello e il movimento di una mano, uniti per trasformare la scrittura in un’espressione artistica e meditativa, in un’architettura di pensiero che dà forma al confine tra visibile e invisibile, leggibile e indicibile: in Cina, per millenni, la calligrafia non è stata un gesto qualunque, ma una «danza dell’anima» tra il bianco della carta e il nero dell’inchiostro, una «pittura del cuore» che - scriveva il filosofo e poeta Yang Xiong (53 a.C.-18 d.C.) - rivela la natura del suo autore, la sua formazione filosofica e, al contempo, il suo stato d’animo interiore. 
È da questa soglia sospesa che prende forma la mostra «Oltre l'inchiostro: nuovi orizzonti della calligrafia cinese contemporanea», ospitata dalle Collezioni comunali d'arte di Palazzo d'Accursio, nel cuore di Bologna, in quelli che erano gli appartamenti invernali dei Cardinali legati, i rappresentanti del potere pontificio che governarono la città dal tardo Medioevo all’Unità d’Italia, e che oggi ospitano opere di Donato Creti, Ludovico Carracci e Francesco Hayez, tra gli altri .

La doppia natura di «arte della parola» e «arte della linea» è ciò che ha reso la calligrafia cinese terreno fertile per la sperimentazione creativa dei giorni nostri. A partire dalla metà degli anni Ottanta del Novecento, con il fermento seguito alla fine della Rivoluzione culturale, questa disciplina ha intrapreso una metamorfosi radicale: artisti di generazioni e sensibilità diverse hanno cominciato a interrogarne i fondamenti, a decostruirne i codici, a proiettarla in dialogo con l'arte concettuale, l'espressionismo astratto, la performance e i nuovi media.

Questa trasformazione è al centro del progetto di ricerca «Write - New Forms of Calligraphy in China: A Contemporary Culture Mirror», coordinato dall'Università di Bologna, sotto la guida della professoressa Adriana Iezzi, e finanziato dal Consiglio europeo della ricerca (Erc).
In quasi un decennio di indagine, lo studio ha prodotto un corpus straordinario di analisi su artisti, correnti e opere, che ora prende forma nella mostra bolognese, curata dalla stessa Adriana Iezzi con Marta R. Bisceglia, Daniele Caccin e Martina Merenda.

Il progetto espositivo - primo in Europa nel suo genere - presenta oltre cinquantacinque opere di più di quaranta artisti, che rivelano come oggi la calligrafia sia un linguaggio fluido, capace di attraversare discipline e media: dalle arti visive al digitale, dalla performance al design.

Tra i protagonisti della mostra spicca Wang Dongling (Rudong, 1945), figura centrale della scena internazionale, noto per aver ridefinito la calligrafia come esperienza performativa attraverso la sua luanshu («scrittura caotica»), nella quale il corpo diventa pennello e lo spazio si trasforma in pagina.
Formatosi sotto la guida dei maestri Lin Sanzhi e Sha Menghai, l’artista ha percorso un cammino che da una padronanza assoluta delle forme tradizionali lo ha condotto verso un'innovazione radicale. Tra il 1989 e il 1992 ha insegnato come visiting professor all'Università del Minnesota e all'Università della California a Santa Cruz. Qui l'incontro con le avanguardie occidentali - dall'action painting all'espressionismo astratto - ha fertilizzato la sua ricerca, portandolo a sviluppare un proprio linguaggio specifico: la Iuanshu, appunto, presentata attraverso azioni performative in importanti realtà culturali di tutto il mondo come il British Museum di Londra, il Moma di New York e l’Accademia di belle arti di Roma.
In questa pratica, presentata a Bologna anche con la «Musicalligraphy Performance» nella serata inaugurale, scompare la regola fondamentale della calligrafia tradizionale, che vuole le colonne di caratteri ben separate e distinte, e diventa centrale l'energia del movimento (il qi), in un sovrapporsi e intrecciarsi di caratteri, che finisce per rendere il tutto quasi illeggibile. I grafemi mantengono una parvenza di riconoscibilità, ma il senso linguistico si dissolve in un campo amorfo e pulsante, vicino alla pittura gestuale.

Accanto a Wang Dongling, la mostra presenta artisti come Xu Bing (Chongquing, 1955) e Gu Wenda (Shangai, 1955), che hanno costruito interi sistemi di segni inventati, creando alfabeti impossibili che interrogano il rapporto tra lingua, potere e identità e il senso ultimo della comunicazione. In queste loro pratiche, la calligrafia si avvicina all’arte concettuale: il significato non risiede più nella parola, ma nella sua assenza o trasformazione. Il segno si emancipa dal contenuto per diventare forma pura, tensione visiva, gesto politico.

Il segno calligrafico smette di essere connesso a un sistema linguistico significante anche in Zhang Qiang (1962), protagonista di una performance a Bologna lo scorso 10 maggio e conosciuto per essere l’ideatore della «Traceology», un genere performativo ispirato alla Body Art, nel quale l’artista traccia segni calligrafici sui corpi nudi delle modelle o sui loro vestiti di carta, con un pennello intriso di inchiostro attraverso la cosiddetta tecnica del «Mangshu», ovvero della «calligrafia cieca» nella quale si scrive e si disegna senza mai guardare direttamente la superficie.

Tra i nomi in mostra figurano, poi, Luo Qi (Hangzhou, 1960) con la sua «musica del segno scritto», Wei Ligang (Datong 1964) con la sua «tecnica dei quadrati» di ispirazione matematica, Feng Mengbo con la sua calligrafia reinterpretata attraverso i new media, ma anche Pu Lieping (classe 1959), Wang Nanming (classe 1962), Chu Chu (Hangzhou, 1975) e Shao Yan (classe 1962), artisti che, ciascuno a proprio modo, hanno ridefinito il perimetro di ciò che un’arte antica può essere e fare oggi.

La calligrafia diventa così tridimensionale, digitale, persino video-ludica: alcune opere esplorano la realtà aumentata come spazio per il segno calligrafico, altre lo trasformano in abito, in installazione sonora, in graffiti urbani.
Quest'ultima dimensione, quella della street art, offre un angolo di riflessione particolarmente acuto: nelle mani di artiste e artisti che portano la tradizione sui muri della città, il gesto calligrafico diventa strumento di lotta per l'equità di genere e la libertà di espressione.

Una sezione speciale della mostra è dedicata a oggetti di pregio che testimoniano il dialogo tra calligrafia e design di lusso, come un servizio di ceramiche Hermès, realizzato in collaborazione con il calligrafo Fung Ming Chip (classe 1951), e le litografie di etichette del celebre vino Château Mouton Rothschild, firmate dai maestri Gu Gan (Changsha, 1942) e Xu Bing (classe 1955). Questa ibridazione testimonia come la calligrafia non sia un residuo del passato, ma un dispositivo attivo nella cultura globale, capace di dialogare con moda, mercato e comunicazione visiva.

Una delle scelte curatoriali più significative della rassegna è l'attenzione riservata alle artiste donne. Li Xinmo (Heilongjiang, 1976), Echo Morgan (nome d’arte di Xie Rong) e Wu Xixia (classe 1993) lavorano su terreni diversi ma convergenti: quello dell'identità femminile nella Cina contemporanea, delle aspettative culturali che pesano sul corpo e sulla scrittura al femminile, della calligrafia come gesto di resistenza e rivendicazione. La loro presenza in mostra non è un omaggio formale alla parità, ma una scelta intellettualmente necessaria: senza queste voci, la mappa della calligrafia contemporanea resterebbe incompleta e parziale.

In questo contesto, si inserisce la presentazione al pubblico di «Write Digital Archive»: il primo archivio digitale al mondo dedicato alla calligrafia cinese contemporanea, un passaggio fondamentale verso la conservazione e la diffusione di queste pratiche in chiave globale e accessibile. Questo strumento, consultabile nelle sale del museo bolognese, raccoglie le opere analizzate durante la ricerca finanziata dall’Erc, offrendo una risorsa senza precedenti per ricercatori, istituzioni e appassionati di tutto il mondo.

Si scrive così la seconda pagina di una storia che racconta il sodalizio più ampio tra il Dipartimento di Interpretazione e Traduzione dell'Università di Bologna e i Musei civici della città, inaugurato nel 2023 con l'esposizione «INKiostro di Voci. Luo Qi e 30 anni di calligrafismo» al Museo internazionale e biblioteca della musica. Questo progetto espositivo verrà ricordato nel pomeriggio di mercoledì 17 giugno (alle ore 17) con la presentazione del libro «Sounds of Ink» e una performance di Luo Qi alla Cappella Farnese. L'artista tradurrà musiche del repertorio classico europeo in una concatenazione di segni calligrafici ispirati al più antico sistema di notazione musicale cinese, il Dunhuang qupu, basato su simboli che indicano andamento melodico e ritmo. La calligrafia diventerà così partitura visiva, mentre il gesto si trasformerà in suono e movimento.

Tra gli eventi collaterali della mostra - di cui rimarrà documentazione in un catalogo pubblicato da Bologna University Press, con contributi anche di Romano Prodi e di Silvia Battistini - si segnala, poi, la «La bolla: teatro di un’esistenza sospesa», che, sabato 16 maggio (alle ore 17), vedrà l'artista Wu Xixia esibirsi, in piazza Maggiore, in una performance calligrafica all’interno di una sfera gonfiabile trasparente del diametro di due metri.

Alla fine del percorso, ciò che rimane non è soltanto l’immagine di un segno, ma l’eco di un gesto. La calligrafia, nel suo farsi contemporanea, ci ricorda che ogni scrittura è un atto vivo: fragile, irripetibile, umano.
«Oltre l'inchiostro» abita esattamente questo spazio. Non ci offre un catalogo ordinato di tendenze e movimenti. Ci invita, piuttosto, a stare sulla soglia - tra il leggibile e l'illeggibile, tra la tradizione millenaria e l'esperimento più audace, tra la Cina e il mondo - e a guardare con occhi nuovi qualcosa di antico che non ha mai smesso di parlare. Liberato dal peso del significato letterale, l’inchiostro continua a scorrere, guardando al futuro, oltre i margini della carta per farsi ancora una volta «pittura del cuore».

Didascalie delle immagini
1. Performance di Wang Dongling, 2005; 2. Wang Dongling, Dante Alighieri «Lo meo servente core», 2026. Inchiostro su carta, cm 90 x 90 cm; 3. Chu Chu, Writing Landscapes, 2017. Inchiostro, matita, matite colorate e colla su carta, cm 28 x 840; 4. Wei Ligang, The Geese Flying Over Southern Cloud, 2014. Inchiostro e acrilico su carta, cm 97 x 189; 5. Kwanyin Clan (EricTin, Nat), New Style, 2008. Vernice spray su muro, Pechino; 6 e 7. Gu Gan per Château Mouton Rothschild, Coeur à Coeur. Etichetta per lo Château Mouton Rothschild 1996, bottiglia e litografia cm 33 x 46. Mostra “Paintings for the Labels”, Pauillac (Francia); 8. Wu Xixia, Writing the Orchid Pavilion Preface One Time, 2021. Sfera di plastica gonfiabile in PVC con iscrizioni calligrafiche, cm 200 (diam.); 9.  Wang Dongling, Filling the World with Love, 2021. Opera digitale su iPad, 2388x668 px
 
Informazioni utili
«Oltre l'inchiostro: nuovi orizzonti della calligrafia cinese contemporanea». Collezioni Comunali d'Arte, Palazzo d'Accursio, piazza Maggiore, 6 - Bologna. Orari: martedì e gioverdì ore 14:00–19:00 | mercoledì e venerdì ore 10:00–19:00 | sabato, domenica e festivi ore 10:00–18:30 | Festa della Repubblica (martedì 2 giugno 2026) ore 10:00 - 19:00 | chiuso i lunedì non festivi | la biglietteria chiude un'ora prima. Ingresso: € 6,00 intero | € 4,00 ridotto | € 2,00 ridotto giovani 19–25 anni | gratuito possessori Card Cultura. Informazioni: tel +39.051.2193998, museiarteantica@comune.bologna.it. Sito internet: https://www.museibologna.it/arteantica | https://linktr.ee/WRITE_Exhibition. Catalogo: Bologna University Press. Eventi: “La bolla: Teatro di un’esistenza sospesa”, Performance dell’artista e calligrafa Wu Xixia - sabato 16 maggio, ore 17:00 - Piazza Maggiore | Presentazione del libro “Sounds of Ink” e performance del maestro calligrafo Luo Qi - mercoledì 17 giugno, ore 17 - Cappella Farnese. Worhshop e visite guidate: sabato 23 maggio, ore 19:00 – Visita guidata alla mostra a cura di Marta R. Bisceglia | mercoledì 10 giugno, ore 17:00 – Workshop di calligrafia cinese per adulti a cura di Daniele Caccin (evento su prenotazione scrivendo a daniele.caccin2@unibo.it) | sabato 27 giugno, ore 15:30 - Visita guidata alla mostra a cura di Maria R. Bisceglia. Fino al 5 luglio 2026  

giovedì 14 maggio 2026

Ritrovata la «Tebaide» del Beato Angelico. Va in asta da Pandolfini

Nel deserto di Tebe, secondo l’antica tradizione cristiana, si rifugiarono i primi eremiti: uomini che avevano scelto il silenzio, la roccia e la preghiera come unica forma di vita possibile. Dipingere quel deserto significava, per un pittore del primo Quattrocento, non descrivere un luogo geografico, ma evocare una tensione verso il divino. È questo quanto ci restituisce la «Tebaide» del Beato Angelico, piccola tempera su tavola (cm 68,5×56), trasposta su tela, riemersa dopo più di mezzo secolo di assenza.
Era il 20 novembre 1970 quando l'opera faceva la sua ultima apparizione pubblica a Firenze, prima di essere venduta al Palazzo internazionale delle aste ed esposizioni e passare dalla proprietà della nobile famiglia fiorentina Bartolini Salimbeni a una collezione privata rimasta anonima.
Da allora, per più di cinquant’anni, della tavoletta non si è più avuta notizia diretta. Eppure non era stata dimenticata: continuava a vivere nella letteratura critica attraverso fotografie in bianco e nero, citata, discussa, riconosciuta come autografa dagli studiosi che ne conoscevano l’esistenza.
Oggi l’opera riemerge sul mercato antiquario in occasione di un’asta di dipinti antichi, in programma il prossimo 20 maggio da Pandolfini, la più antica casa d’aste italiana, fondata a Firenze nel 1924. Gli studiosi ritrovano così un tassello importante della produzione angelichiana.

Per capire il peso di questo ritrovamento, occorre ricordare chi era il Beato Angelico, al secolo Guido o Guidolino di Pietro e, dopo i voti, fra’ Giovanni da Fiesole. Nato a Vicchio nel Mugello intorno al 1395, il pittore è considerato uno dei più grandi protagonisti del Quattrocento per quella sua capacità di saldare principi artistici propri del Rinascimento, come la composizione prospettica e l’attenzione alla figura umana, con vecchi valori medievali, quali la funzione didascalica dell’arte sacra e il valore mistico della luce.
Attratto dalla vita religiosa domenicana, intorno al 1418 il pittore si recò nel convento dei Frati predicatori di Fiesole, dove ricevette l’abito. Da quel momento per lui l’arte, appresa nelle botteghe fiorentine di Gherardo Starnina e Lorenzo Monaco, divenne un atto di preghiera. Le leggende nate attorno alla sua figura sono rivelatrici di questo aspetto. Si diceva, infatti, che egli non mettesse mano al pennello senza essersi prima raccolto in orazione e che non correggesse mai le proprie opere, convinto che ogni pennellata avesse un’origine divina.
Tra il 1439 e il 1445 il Beato Angelico affrescò, su invito di Cosimo de’ Medici e del priore fra’ Antonino Pierozzi, il chiostro, i corridoi e le celle del convento di San Marco a Firenze, l’impresa che lo consegnò alla storia. La sua fama giunse fino a Roma: nel 1445 papa Eugenio IV lo convocò in Vaticano, commissionandogli gli affreschi per la cappella del Sacramento (oggi perduta); mentre, su invito di papa Niccolò V, affrescò le «Storie di santo Stefano e san Lorenzo» nella Cappella Niccolina (1447–1449). Nel 1447 lavorò anche a Orvieto, nella Cappella Brizio del Duomo, insieme all’allievo Benozzo Gozzoli. Morì a Roma il 18 febbraio 1455, nel convento di Santa Maria sopra Minerva, dove fu sepolto. Papa Giovanni Paolo II lo proclamò beato nel 1982 e patrono universale degli artisti nel 1984.
Formatosi anche come miniatore e, dunque, abituato a dosare con cura il blu di lapislazzuli e l’oro in foglia, Benozzo Gozzoli usò il colore, nelle sue tonalità più luminose, come strumento teologico prima che pittorico. Lo stesso avvenne per la luce, considerata espressione visibile della Grazia, tentativo di rendere sensibile l’invisibile.

Datata al 1418–1420 circa, la «Tebaide» ricomparsa oggi sul mercato antiquario si colloca, dunque, nella fase più antica della sua produzione: è un’opera di formazione, in cui la mano del futuro maestro si riconosce già nell’equilibrio tra lirismo tardogotico e nuova sensibilità spaziale.

Il tema iconografico dell’opera, ovvero la rappresentazione della vita dei primi eremiti cristiani rifugiatisi in Egitto e nei dintorni di Tebe a partire dal III secolo, aveva avuto una certa diffusione tra Trecento e Quattrocento, soprattutto in area toscana e in ambito monastico, ma restava comunque un soggetto non comune. Le composizioni di questo tipo narrano per episodi, come una serie di vignette paesaggistiche, le storie dei santi padri. Fonte di ispirazione era il «Vitae Patrum», un grande corpus agiografico della tradizione eremitica cristiana.

Il dipinto si distingue per la sua straordinaria ricchezza di particolari: un paesaggio montuoso, popolato da piccoli personaggi che si affaccendano presso i romitori dei monaci, con a valle un fiume pieno di barchette, animali, santi che resistono alle tentazioni del maligno, chiese, orti, alberi e una piccola folla di fedeli che vegliano Sant’Efrem.
È una pittura narrativa in cui il paesaggio assume la funzione di quinta teatrale, racchiudendo al suo interno una grande varietà di episodi ritratti: ogni angolo della tavola racconta qualcosa e lo spettatore è invitato a percorrerla con lo sguardo come si percorrerebbe un paesaggio reale, scoprendo scene sempre nuove.

L’opera, che verrà battuta all’asta con una stima compresa tra 150.000 e 250.000 euro, si inserisce in un dialogo serrato con un altro lavoro del Beato Angelico dal medesimo soggetto iconografico, oggi conservato al Museo di San Marco a Firenze.
Quest’ultima «Tebaide» arrivò agli Uffizi nel 1783 con l’attribuzione a Gherardo Starnina e fu riferita per la prima volta alla prima produzione pittorica di Beato Angelico da Roberto Longhi nel 1940, ma la sua attribuzione si è affermata soltanto a partire dagli anni Novanta del Novecento, fino a trovare un’ulteriore conferma in Miklós Boskovits. Nel corso dei secoli il dipinto, probabilmente realizzato intorno al 1420, era stato variamente assegnato a Pietro Lorenzetti, Maso di Banco, a un anonimo contemporaneo di Lorenzo Monaco e persino a Paolo Uccello. Aveva cioè avuto una storia attributiva tormentata che dice molto della difficoltà di differenziare l’allora giovane Beato Angelico dagli artisti del tempo. L’opera, che nel marzo 2024 è stata spostata dagli Uffizi al Museo di San Marco a Firenze, brulica di personaggi e si scompone in una miriade di dettagli che invita lo sguardo a perdersi.
Il confronto tra i due lavori suggerisce una relazione strettissima: non una semplice replica, ma due versioni autografe pressoché identiche, probabilmente generate da uno stesso disegno preparatorio.
Va detto che un’altra «Tebeide», realizzata sempre negli anni giovanili e con lo stesso ricco apparato iconografico, è conservata nelle collezioni dello Szépművészeti Múzeum di Budapest. E, forse, è proprio a questo dipinto, dopo i confronti con la grande tavola al Museo San Marco di Firenze, che va accostata la tavoletta in asta da Pandolfini.
Per l’opera in vendita, la quasi perfetta corrispondenza compositiva con la versione conservata a Firenze rafforza l’attribuzione autografa. A tal proposito, secondo il compianto storico dell’arte Miklós Boskovits, agli inizi del Quattrocento «non esisteva il concetto moderno di originalità artistica e la pratica delle copie era del tutto comune»: realizzare due versioni identiche di uno stesso soggetto non era ripetizione, ma la conferma di un modello condiviso.

Resta ancora aperta e animatamente dibattuta la questione della destinazione originaria di questa tavoletta. Una prima ipotesi collega l'opera a un ambiente vallombrosano: i Bartolini Salimbeni avevano una cappella nella chiesa di Santa Trinita, sede fiorentina dei vallombrosani, e il collezionista settecentesco Ignazio Hugford, che possedette la versione ora a San Marco, aveva un fratello monaco di quell’ordine. Una seconda ipotesi, rilanciata in anni recenti, propende, invece, per un contesto camaldolese, facendo leva sul monaco Ambrogio Traversari, che nel 1423 completò la prima parte della traduzione dal greco delle «Vitae Patrum», il testo alla base iconografica di queste composizioni. La prossimità cronologica non è probabilmente casuale. Nessuna delle due ipotesi è, però, definitivamente provata e questo margine di incertezza è parte integrante del fascino critico della tavoletta.

Accanto alla «Tebaide», l’asta a Firenze, nelle splendide sale di Palazzo Ramirez-Montalvo, proporrà complessivamente sessantadue lotti che attraversano sei secoli di pittura europea, dal Medioevo al Settecento. Il catalogo offre un ventaglio geografico e cronologico di notevole ampiezza. Tra i pezzi di maggiore interesse figurano una «Madonna con Bambino, san Giovannino e due angeli» di Girolamo del Pacchia (Siena, ca. 1477 – post 1533) e una «Crocifissione tra i dolenti e i santi Gerolamo di Domenico di Michelino (Firenze, ca. 1417–1491), allievo diretto di Beato Angelico. Di particolare curiosità è anche il lotto attribuito al cosiddetto Maestro degli Edifici gotici (forse Jacopo Foschi, attivo a Firenze tra il 1485 e il 1520 circa), figura ancora sfuggente della pittura rinascimentale fiorentina. Il Seicento è rappresentato da un «Cristo in casa di Marta e Maria» di Ippolito Borghese (stima 40.000–60.000 euro), una «Santa Margherita» di Felice Ficherelli detto il Riposo (stima 40.000–60.000 euro) e un suggestivo «Amore e Psiche» di ambito caravaggesco (stima 30.000–50.000 euro). Non mancano una «Scena di battaglia» da scuola fiamminga e un «Ritratto di dama» dalla Scuola di Fontainebleau, a conferma della dimensione internazionale della vendita.
Ma su tutto brilla la «Tebaide» del Beato Angelico, un tassello fondamentale della spiritualità del Quattrocento, che prima dell’asta sarà in mostra a Firenze dal 16 al 19 maggio. L'apparizione di un'opera di tale caratura non è solo un evento commerciale, ma è anche un atto di giustizia poetica verso la storia. È il ritorno di una visione antica che, tra le aspre rocce di Tebe e i volti dei padri del deserto, ci ricorda come l'arte sia un filo teso tra l'eterno e il visibile, capace di eclissarsi per decenni per poi risplendere, intatta, alla luce del presente.

Didascalie delle immagini
Angelico, detto Beato Angelico (Firenze, ca. 1395 - 1455), Tebaide, 1418-1420. Tempera su tavola trasportata su tela, cm 68,5x56. Stima € 150.000 / 250.000. Provenienza: - Firenze, collezione Bartolini Salimbeni; - Firenze, Palazzo Internazionale delle Aste ed Esposizioni, 20 novembre 1970, lotto 113; - Collezione privata

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