ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

mercoledì 22 luglio 2026

860mila pagine e trenta immagini: il Maxiprocesso torna a parlare attraverso le fotografie di Maria Domenica Rapicavoli

C'è un momento, nell’archivio di un tribunale, in cui la carta smette di essere un semplice supporto di scrittura e diventa, nel suo accumularsi, la perfetta testimonianza fisica di una pagina di storia. Impilate in faldoni dai bordi consumati, rilegate, timbrate, lette e rilette più volte, le migliaia di pagine con verbali, intercettazioni, testimonianze e atti istruttori che compongono il lavoro più lungo e silenzioso di un processo perdono così il loro aspetto freddo e burocratico, quello di semplici contenitori di informazioni, per dare forma tangibile, quasi corporea, a una vicenda che, in questo caso specifico, parla di sangue, quello dei centinaia di morti nella Sicilia degli anni Ottanta, e di riscatto civile, quello di un Paese che scelse di guardare negli occhi il fenomeno mafioso e di condannarlo.
È da questa intuizione - la carta come materia e monumento alla memoria - che prende vita il progetto «Maxiprocesso», che ha visto Maria Domenica Rapicavoli (Catania, 1976) fotografare, con la cura che si riserva al ritratto di una persona, i faldoni della celebre inchiesta del pool antimafia contro «Cosa Nostra» del 1986: di fatto l'ossatura documentale, con le sue circa 860mila pagine, di uno dei più grandi e importanti procedimenti penali contro la criminalità organizzata mai celebrati al mondo.

L’installazione al Tribunale di Palermo
Un luogo simbolico della storia legale siciliana, nel quale le carte processuali vengono giornalmente prodotte, lette, discusse e, infine, tradotte in sentenza - il Palazzo di Giustizia di Palermo - si trasforma questa estate, e fino al prossimo 30 settembre, in cornice vissuta per un'installazione progettata dallo studio Supervoid di Roma, con la curatela di Laura Barreca e Giovanna Fiume, che mette in mostra trenta delle trecentosessanta immagini che compongono il reportage realizzato nel 2017 dall'artista catanese all’interno del Cidma – Centro internazionale di documentazione sulla mafia e del movimento antimafia, ospitato dal 2000 nel complesso monumentale di San Ludovico a Corleone, a cui la Camera penale del Tribunale di Palermo ha donato tutti i faldoni dell’istruttoria alla quale lavorarono magistrati del calibro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Il progetto espositivo - commissionato dal Museo civico di Castelbuono e realizzato grazie al sostegno del bando «Strategia Fotografia» del 2025, promosso annualmente dalla Direzione generale Creatività contemporanea del Ministero della Cultura - non si configura come una semplice mostra d’arte contemporanea, ma come un rito laico di riappropriazione della memoria di una delle pagine fondanti della storia italiana del secondo Novecento, proprio nel quarantesimo anniversario del Maxiprocesso (1986-2026), evento che l’istituzione siciliana intende commemorare anche con incontri pubblici, iniziative per le scuole, podcast, interviste ai protagonisti delle vicende, attività espositive, una campagna di comunicazione on-line e un volume pubblicato da Lenz Press.
Patrocinata da diverse realtà palermitane – la Corte d’appello, il Dipartimento di Scienze politiche e relazioni internazionali dell’Università cittadina e la sezione locale dell’Associazione nazionale magistrati – la rassegna è stata concepita per essere itinerante e nei prossimi mesi verrà presentata anche al Tribunale di Trapani per, poi, toccare altre sedi in Italia e all'estero, con l’impegno – racconta Laura Barreca, direttrice del Museo civico di Castelbuono - che «non vada mai in deposito, così come la memoria non può essere riposta». Ciò sarà possibile anche grazie all’installazione modulabile progettata da Anna Livia Friel, Benjamin Gallegos Gabilondo e Marco Provinciali dello studio Supervoid, una struttura flessibile in grado di adattarsi a differenti contesti espositivi e che enfatizza il carattere immersivo dell’esperienza: il visitatore è posto di fronte a una stratificazione di immagini che evocano tanto la monumentalità quanto la fragilità della testimonianza documentaria cartacea.

Il contesto storico: la nascita del pool antimafia, l'aula bunker e il processo a «Cosa Nostra»
Per comprendere la portata simbolica dell'operazione firmata di Maria Domenica Rapicavoli, è indispensabile riavvolgere il nastro della storia italiana fino ai primi anni Ottanta. Palermo era allora una città ferita dall'efferata ferocia della «seconda guerra di mafia», un conflitto interno a «Cosa Nostra», guidato dai Corleonesi di Totò Riina, che insanguinava le strade con centinaia di omicidi l'anno, colpendo non solo i clan rivali ma anche magistrati, poliziotti e uomini delle istituzioni, fra gli altri il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, il presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, il commissario Boris Giuliano, il segretario provinciale democristiano Michele Reina, il giornalista Mario Francese, il candidato a giudice istruttore di Palermo Cesare Terranova, il procuratore Gaetano Costa e il segretario regionale siciliano Pio La Torre.
Fu in questo contesto che il giudice istruttore Rocco Chinnici concepì un metodo investigativo nuovo: un gruppo di magistrati specializzati esclusivamente in reati di mafia, che condividessero sistematicamente le informazioni raccolte per costruire una visione d'insieme del fenomeno, anziché disperderla in inchieste isolate e vulnerabili.
Alla morte del magistrato, avvenuta nel luglio del 1983 per l'esplosione di un'autobomba in via Pipitone a Palermo, la guida del neonato pool antimafia passò ad Antonino Caponnetto e al suo gruppo di lavoro formato da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello.
Il punto di svolta arrivò nell'estate del 1984 con la storica decisione di Tommaso Buscetta, il «boss dei due mondi», di collaborare con la giustizia. Le sue rivelazioni permisero per la prima volta di ricostruire in modo organico l'ossatura intima e segreta di «Cosa Nostra»: non una galassia informe di bande criminali, bensì un'organizzazione fortemente gerarchica e unitaria, governata da un organismo verticistico denominato «Commissione» o «Cupola».
Questo cambio di paradigma investigativo produsse un'ordinanza-sentenza di rinvio a giudizio, depositata l’8 novembre 1985, per 476 imputati accusati di omicidio, traffico di stupefacenti, estorsione e associazione mafiosa. Il documento, di circa ottomila e seicento pagine raccolte in quaranta volumi, fu scritto in gran parte nella foresteria del carcere dell'Asinara, dove Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono trasferiti d'urgenza per ragioni di sicurezza dopo gli omicidi del commissario Beppe Montana e del vicequestore Ninni Cassarà.
Nessun'aula di tribunale ordinaria avrebbe potuto contenere un procedimento di simili dimensioni. Fu così costruita, in appena cinque mesi, all'interno del carcere dell'Ucciardone, un'aula bunker di forma ottagonale: pareti rinforzate, vetri antiproiettile, gabbie per gli imputati e un sistema computerizzato di archiviazione degli atti, all'epoca un'assoluta novità.
Il 10 febbraio 1986 ebbe inizio il processo di primo grado, presieduto dal giudice Alfonso Giordano, affiancato dal giudice a latere Pietro Grasso e dai pubblici ministeri Domenico Signorino e Giuseppe Ayala. Il dibattimento durò ventidue mesi; il 16 dicembre 1987, dopo trecento e quarantanove udienze e trentasei ore di camera di consiglio, la sentenza di primo grado condannò gli imputati a un totale di diciannove ergastoli e a pene per complessivi 2.665 anni di reclusione, riconoscendo per la prima volta in sede giudiziaria l'esistenza di «Cosa Nostra» come associazione a delinquere di stampo mafioso, unitaria e gerarchicamente strutturata.
I condannati fecero ricorso e, grazie a una rete di protezione politica e giudiziaria, tentarono di «aggiustare» l’esito del processo nei gradi successivi di giudizio; ma, nel gennaio 1992, la Corte di Cassazione, presieduta dal giudice Arnaldo Valente, sancì definitivamente la validità giudiziaria dell'indagine condotta nel Maxiprocesso, rendendo irrevocabili le condanne.
Fu un colpo durissimo per l'organizzazione mafiosa e la reazione di Totò Riina non si fece attendere e fu feroce. Il 23 maggio 1992, un'autobomba sull'autostrada A29, all'altezza di Capaci, uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Cinquantasette giorni più tardi, il 19 luglio 1992, un'altra autobomba, questa volta in via D'Amelio a Palermo, stroncò la vita di Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Le stragi di Capaci e di via D'Amelio, nate come vendetta contro gli artefici del Maxiprocesso, produssero, però, l'effetto opposto a quello sperato da «Cosa Nostra»: scossero l'opinione pubblica italiana e internazionale; imposero un inasprimento del contrasto istituzionale alla mafia, a partire dall'introduzione del regime detentivo speciale del 41-bis; e portarono, l'anno seguente, alla cattura di Salvatore Riina.
Il Maxiprocesso, con il suo carico di 860mila pagine, resta ancora oggi il punto di svolta che segnò il passaggio da un'epoca di sostanziale impunità mafiosa a una stagione di contrasto giudiziario sistematico, la cui eredità metodologica - il lavoro di pool, la centralizzazione delle informazioni, la valorizzazione della collaborazione di giustizia - sopravvive nell'attuale architettura della lotta alla criminalità organizzata.

Maria Domenica Rapicavoli e la memoria documentale del Maxiprocesso
È in questa cornice storica che acquista il suo pieno significato il gesto creativo di Maria Domenica Rapicavoli, artista siciliana formatasi all'Accademia di Belle Arti di Catania (2001), con alle spalle un master in Fine Art al Goldsmiths Collage di Londra (2005) e un percorso formativo al Whitney Independent Study Program di New York (2012), città dove oggi vive, la cui ricerca visiva - fra fotografia, video, scultura e installazioni ambientali - ruota attorno a un nucleo tematico costante: le strutture di potere, i sistemi di sorveglianza e controllo, l'impatto della geopolitica e dei meccanismi economici e militari sulla vita quotidiana delle persone.
«Maxiprocesso» si inserisce in un ciclo di lavori più recenti, come «Croked Incline» (2024) e «The Other: A Family Story» (2025), dedicati alla regione di nascita, analizzata come luogo di origine e di tensione fra radicamento e migrazione, fra domesticità e politica di genere.
Attraverso una sapiente gestione della luce e dell'inquadratura, ed evitando accuratamente l'iconografia della violenza o il sensazionalismo, Maria Domenica Rapicavoli non ha raccontato i fatti, ma ha restituito gli oggetti fisici che quei fatti hanno dovuto contenere e certificare. È una scelta che sposta l'attenzione dalla cronaca storica alla procedura che sta alla base del dibattimento, dal racconto degli eventi alla dimensione documentale e burocratica dell'istruttoria, un lavoro lungo e minuzioso, spesso invisibile, che è diventato verità processuale.
In queste fotografie, i faldoni emergono come sculture monumentali di carta: dorsi logorati, legature strette, pile infinite di fogli battuti a macchina rendono così tangibile la fatica fisica alla base di un'attività che i meri numeri non rendono appieno.
Come ha osservato Giovanna Fiume, storica che ha dedicato buona parte della propria ricerca alla mafia e alla Sicilia contemporanea, «portare gli incartamenti relativi al processo, seppure solo attraverso la loro riproduzione fotografica, fuori dal luogo deputato alla loro conservazione, l’archivio», significa restituire visivamente il «senso della monumentalità» di una attività investigativa e giudiziaria, altrimenti relegata agli scaffali, che, quarant’anni fa, ha interrogato e smosso la coscienza civile e il senso di legalità di un intero Paese.

I faldoni del Maxiprocesso in un volume di Lenz Press
Se le trenta stampe esposte a Palermo entreranno a far parte della collezione permanente del Museo civico di Castelbuono e proseguiranno un cammino itinerante, l'intera serie fotografica troverà casa in un volume pubblicato dalla casa editrice indipendente Lenz. il libro accoglierà l'intera serie fotografica composta da trecentosessanta immagini, configurandosi come un vero e proprio atlante ragionato della memoria giudiziaria siciliana ed italiana. Il valore dell'opera sarà arricchito da un solido apparato saggistico interdisciplinare che intreccia critica d'arte, antropologia e storiografia. Oltre ai contributi delle curatrici Laura Barreca e Giovanna Fiume, il volume ospiterà i testi dell'antropologo Naor Ben-Yehoyada, della critica e curatrice Gabi Scardi, e dei celebri studiosi americani Jane e Peter Schneider, da tempo storici osservatori delle trasformazioni sociali dell'isola e dello sviluppo del movimento antimafia.
 
Perché fotografare i faldoni, oggi
Sfogliando idealmente queste pagine e osservando la rigida e fragile geometria dei faldoni impressi nelle immagini in mostra a Palermo, si avverte una strana forma di silenzio. È il silenzio operoso delle stanze d'ufficio, il fruscio sottile della carta che rispondeva al frastuono delle armi, la fermezza di una giustizia scritta a caratteri fitti che ha saputo dare un nome e un volto a ciò che, fino a quel momento, sembrava innominabile, trasformando un’entità astratta e misteriosa in una struttura verticistica e processabile.
Come i segmenti visibili di una colonna vertebrale collettiva che ha saputo tenere in piedi, in anni di sangue e di paura, l'idea stessa che lo Stato potesse guardare la mafia negli occhi e combatterla ad armi pari, questi faldoni non ci appaiono come relitti d'archivio: sono, quarant'anni dopo, ancora un atto d'accusa e insieme una promessa. Che la memoria, come queste carte, non torni mai a impolverarsi in un deposito, ma resti un respiro costante per continuare a guardare, con occhi limpidi, il nostro presente.

Didascalie delle immagini
1. Locandina della mostra MaxiProcesso al Tribunale di Palermo; 2.,3., 4. e 5. Maria D. Rapicavoli, Maxiprocesso, 30 stampe fotografiche, Collezione Museo Civico di Castelbuono. Il progetto è sostenuto da Strategia Fotografia 2025, promosso dalla Direzione generale Creatività contemporanea; 6. e 7. Installazione di Supervoid al Tribunale di Palermo, per le fotografie di Maria D. Rapicavoli

Informazioni utili
Maxiprocesso. Fotografie di Maria D. Rapicavoli, a cura di Laura Barreca e Giovanna Fiume. Allestimento: Studio Supervoid (Anna Livia Friel, Benjamin Gallegos Gabilondo, Marco Provinciali). Palazzo di Giustizia di Palermo, piazza Vittorio Emanuele Orlando, 1 - Palermo. Contatti: Museo civico di Castelbuono, piazza Castello snc Castelbuono (Palermo), tel. 091 677126  info@museocivico.eu | https://www.museocivicocastelbuono.it (ente promotore). Fino 30 settembre 2026

lunedì 20 luglio 2026

La creta e la geografia dell'anima: inaugurato a Comiso il Museo delle arti ceramiche Nino Caruso

Ci sono luoghi che una persona porta con sé per tutta la vita, anche se vi ha trascorso soltanto qualche anno. Sono le cosiddette «geografie interiori», quei territori che non si misurano con la metrica tradizionale ma in risonanze intime e in legami emotivi perché custodi di nodi di memoria. Per Nino Caruso - uno dei ceramisti più influenti del Novecento, che ha contribuito in maniera determinante al superamento della tradizionale dicotomia tra arte e artigianato - Comiso, la cittadina siciliana dei suoi nonni, ha rappresentato esattamente questo: non una semplice coordinata biografica o un mero dato anagrafico - essendo egli nato a Tripoli da genitori emigrati in Libia per lavoro - ma una vera e propria patria dello spirito, l'humus ancestrale da cui attingere forme, miti e visioni.
Il legame viscerale con questo territorio, tra le architetture barocche e i paesaggi assolati della provincia iblea, si è concretizzato con una donazione di oltre cento sculture e manufatti ceramici, testimonianza di un percorso creativo durato decenni e capace di attraversare i confini di cinque continenti, da Marsiglia a Washington, da Pechino a Taipei, da Shigaraki a Gimhae.
Da metà giugno questa collezione ha trovato una degna cornice espositiva in un nuovo museo, in piazza delle Erbe, dedicato proprio all’artista, oggi inserito nel sistema culturale cittadino, accanto al Museo civico di storia naturale, e nella Rete dei musei comunali promossa da Anci Sicilia, un network che collega oltre cento centri e più di duecento siti dell’isola.

Dalle atmosferiche arcaiche del Mediterraneo alle creazioni industriali: il percorso espositivo

L’apertura di questo spazio - in un'area dell'ex Mercato Casmeneo, scelta dallo stesso Nino Caruso - rappresenta la concretizzazione di un sogno durato tre lustri e l'assolvimento di una promessa, che ha le proprie radici nella mostra «Terra madre» del 2010, un evento fortemente voluto dalla Pro Loco cittadina, sotto la presidenza di Tina Vittoria, grazie al quale il maestro tornò nella terra dei suoi avi, dove aveva vissuto durante l’adolescenza e i primi anni della giovinezza, a partire dal 1942 e fino al 1947, mentre studiava all’Istituto professionale di Vittoria e lavorava in un oleificio della zona.
Fu allora che l'attuale sindaco di Cosimo, Maria Rita Schembari (all'epoca assessore alla Cultura), ebbe il privilegio di stringere un legame profondo con il maestro e fu sempre lei, durante l’ultima telefonata con l’artista, già in condizione di salute precarie, a promettere che avrebbe portato a termine il progetto museale, una vetrina d'eccezione per un’arte, dalla grande perizia manuale, che ha fatto di materiali semplici come la creta, l’acqua e il fuoco dei medium privilegiati per raccontare la storia millenaria della Sicilia e dell'intera civiltà mediterranea.
La realizzazione è stata resa possibile grazie a un finanziamento del Ministero della Cultura nell’ambito del Pac - Piano per l’arte contemporanea del 2024. Il progetto di allestimento è stato redatto dall’architetto Michele Liccese, con la collaborazione di Sandro La Perna, a partire dalle indicazioni dello stesso artista che voleva che la sua cinquantennale ricerca artistica fosse organizzata per cicli tematici e secondo un ordine cronologico.
Il museo, la cui gestione dei servizi è affidata a Logos in sinergia con Civita Sicilia, si articola in tre sale, ognuna delle quali prevede anche un percorso di fruizione tattile, secondo le direttive del Ministero della Cultura in materia di accessibilità, così da permettere anche ai non vedenti di esplorare direttamente alcune opere originali.
La prima sala presenta la serie «Arcaica», una selezione di lavori realizzati con l’antica tecnica a colombino (o a lucignolo), che utilizza l’argilla sotto forma di cordoni arrotolati a spirale, sovrapposti tra di loro per creare vasi o sculture in ceramica. Si tratta di lavori ispirati ad anfore greche, manufatti etruschi e tessiture rupestri trovate nelle grotte dell’Addaura in Sicilia: forme antropomorfe e zoomorfe rifinite con smalto grezzo, che sembrano emergere dalla preistoria del Mediterraneo. Accanto a questi lavori, viene presentata la serie «Design», che testimonia l’interesse dell’artista per l’oggetto d’uso e per le possibilità offerte dall’innovazione tecnologica. In questi lavori le maioliche superano la funzione decorativa grazie alla tecnica originale del colaggio con stampi in polistirolo, sviluppata dallo stesso Nino Caruso a partire dal 1965, soprattutto in ambito architettonico.
La seconda sala segna, invece, il passaggio dalla dimensione oggettuale a quella ambientale: le opere, realizzate sempre con la tecnica del colaggio, dialogano con lo spazio e l’architettura, esplorando temi mitologici e topografici del Mediterraneo. In questa fase, la ceramica diventa uno strumento per costruire relazioni tra superficie, luce e ambiente. Nella presente sezione sono esposte anche le «Lucerne», reinterpretazioni essenziali di forme della tradizione.
Infine, la terza sala esplora la maturità della ricerca carusiana, caratterizzata dall’integrazione tra arte, industria e architettura. Le opere della collezione «Marazzi Forme» testimoniano un approccio pionieristico alla modularità e alla produzione industriale. Nascono così elementi che superano la distinzione tra piastrelle e rivestimenti per diventare vere strutture architettoniche di arredo. Il percorso si conclude con il ciclo «Feticci», con opere essenziali e simboliche che riportano l’attenzione sui temi fondamentali della presenza umana e della memoria.
L’istituzione - anche per volontà dei figli dell'artista, Andrea e Stefano Caruso - è pensata non solo come «il ricordo o la testimonianza del lavoro di un artista», ma anche come un polo di contaminazione culturale: sono previste collaborazioni con licei artistici, accademie di belle arti e altri musei della ceramica, nonché workshop e laboratori per coltivare nelle giovani generazioni la conoscenza del materiale ceramico e delle sue innumerevoli applicazioni. «In un mondo sempre più digitale», la sfida è, dunque, quella di «offrire un cammino alternativo che riporti la manualità al centro della scena» e che accenda i riflettori sui talenti in erba, ovvero proprio su quei ragazzi a cui il maestro ha dedicato gran parte della propria vita attraverso l’insegnamento.

Un artista tra la Sicilia e il mondo
A Comiso viene, dunque, ripercorsa l’intera carriera di Nino Caruso, artista nato nel 1928 e morto nel 2017, che ha iniziato la propria attività di ceramista negli anni Cinquanta a Roma, nello studio di Salvatore Meli a villa Massimo, prima di aprire, dopo il diploma all’Istituto di Storia dell’arte nel 1954, un proprio laboratorio, inizialmente in via Ruggero Fauno, poi nel Monastero di San Salvatore in Lauro. Sono gli anni della Dolce vita e la capitale, secondo le cronache del tempo, è la culla delle Avanguardie italiane, con gli artisti di piazza del Popolo, via Margutta e via del Babuino.
In questo vivace clima culturale, Nino Caruso tiene la sua prima personale, nel 1956, con Renato Guttuso alla Galleria «L’incontro». La carriera internazionale decolla, invece, con decisione negli anni Sessanta, con la partecipazione alla Mostra internazionale di arte ceramica contemporanea, in occasione delle Olimpiadi di Tokyo (1964).
Nel corso della sua attività, il maestro tripolino è presenza viva nel World Crafts Council e fonda il Centro internazionale di ceramica a Roma, un progetto avveniristico per l’epoca, antesignano delle contemporanee residenze d’artista, che rimane attivo dal 1967 al 1985.
È del 1970 la vittoria del concorso per la cattedra di Progettazione ceramica all’Istituto statale di Roma, dove sostituisce lo scultore Leoncillo Leonardi, prematuramente scomparso; mentre data al triennio 2004-2006 il ruolo di direttore dell’Accademia di Belle arti di Perugia, a suggello di un legame con l’Umbria, iniziato negli anni Novanta con l’apertura di uno studio a Todi. 
Nel frattempo, il maestro tiene seminari in Europa, Stati Uniti e Giappone, incarnando una concezione dell’arte ceramica come pratica condivisa e come sistema strutturato di trasmissione del sapere. Le sue sculture, oltre a collocarsi in musei e collezioni private, caratterizzano l’arredo di numerose città in tutto il mondo, dalla stazione metropolitana di Marsiglia alla chiesa evangelica di Savona, dall’Ospedale di Tokyo alla piazza La Rotunda a Coimbra, a testimonianza di un percorso di respiro internazionale.
Nel 2016 Nino Caruso si racconta con grande onestà nel libro «Una vita inaspettata» di Castelvecchi editore, ultimo di una serie di volumi da lui scritti, tra i quali «Ceramica Raku» del 1982, dove esplicita – come ricorda la nota stampa del nuovo museo di Comiso - il suo modo di concepire la creazione artistica: «Antico far ceramica recuperato rinnovato inventato, per fare cose con gioia dentro, comunicata dalle mani che toccano smalti splendenti, fuori, nella natura, la terra, l'acqua, il fuoco, gli amici e l'amore ti fanno vivere giovane».

Comiso: cosa vedere intorno al museo
La visita al nuovo museo è anche una buona occasione per scoprire Comiso, una «città teatro», secondo una definizione di Gesualdo Bufalino, scrittore premiato con lo Strega, che offre ai visitatori un itinerario tra scenografiche atmosfere barocche della Val di Noto.
Il cuore pulsante del centro abitato è piazza Fonte Diana, con l’elegante palazzo comunale di epoca settecentesca, le cui fondamenta poggiano su resti romani scoperti solo negli anni Trenta. Da qui si può raggiungere, attraverso vicoli pittoreschi, la Basilica di Santa Maria delle Stelle, chiesa risalente al XV secolo e ricostruita dopo il terremoto del 1693, con la sua elegante cupola di stile neogotico. Imperdibili sono anche la Basilica Maria SS. Annunziata, con il suo soffitto ligneo affrescato, e il Santuario di San Francesco all’Immacolata, monumento nazionale con un chiostro quattrocentesco.
Sul centro storico, la cui piazza delle Erbe è impressa nell’immaginario televisivo legato al celebre commissario Montalbano, veglia il Castello dei Naselli, di impianto rinascimentale con radici medievali, che custodisce affreschi di epoca bizantina.
Particolarmente apprezzato dai visitatori è anche il Museo civico di storia naturale, allestito in parte nell’ex mercato ittico, la cui sezione sui cetacei è considerata la più grande dell’Italia meridionale.
Vale, infine, la pena salire fino alla Pagoda della pace, uno dei pochi esempi di questa tipologia architettonica presenti in Europa, eretta nel 1998 dal monaco giapponese Morishita su una collina di fronte a un’ex base missilistica Nato.
In fondo, è solo immergendosi nelle atmosfere di Comiso che si riesce a comprendere ancora meglio il valore del nuovo museo dedicato a Nino Caruso, un artista che, dopo aver conquistato il mondo, è voluto ritornare con le sue opere nel luogo dove affondano le sue radici più autentiche. Non per un nostalgico ripiegamento, ma per un puro atto d’amore. Perché questa piccola città siciliana, in provincia di Ragusa, non è mai stata per lui una semplice coordinata geografica: è stata la creta che, plasmata da eventi inaspettati e da incontri importanti, ha dato forma alla sua intera vita.

Didascalie delle immagini
1. Il Dubbio, 1956, Piatto in ceramica, diametro 45 cm; 2. Menade, 1987, Terracotta ingabbiata, h 80 cm; 3. Mitovaso, 1986-1987, Terracotta ingabbiata, h. 28 cm; 4. L'etrusco colpisce ancora, 1985, Terracotta ingabbiata, h 35 cm; 5. Selinunte, 1991, Terracotta a fuoco riducente, h 58 cm; 6. Vaso con coperchio, 1960-1964, Terraglia realizzata a stampa, h 24 cm; 7. Vaso con polipo, 1986-1987, terracotta ingabbiata, h 36 cm; 8. Scultura antropomorfa, 1959, terracotta, h 90 cm; 9. Lucerne, 1999-2000, terre sigillate;

Informazioni utili
Museo delle Arti ceramiche Nino Caruso, piazza delle Erbe, 13 - Comiso (Ragusa). Orari: sabato e domenica, ore 9:00-13:00 | da martedì a venerdì è aperto per i gruppi previa prenotazione. Biglietti: intero € 5,00; ridotto € 2,50 (studenti, gruppi; adulti over 70, ragazzi e giovani fino a 25 anni); ridotto residenti € 3,00; integrato intero con Museo di storia naturale € 9,00; integrato ridotto con Museo di storia naturale € 5,00. Catalogo: Dario Cimorelli Editore. Sito web: https://www.museoninocaruso.it

venerdì 17 luglio 2026

Pietre, pixel e onde: il nuovo percorso multimediale del Castello Svevo di Trani

C’è un momento, nel pomeriggio pugliese, in cui il sole declina obliquo sul Castello Svevo di Trani e la pietra calcarea locale - quella pietra bianca che i normanni chiamavano «lapis tranensis» - splende di una luce ambrata, quasi liquida. La fortezza sembra allora galleggiare sul mare, così come era nelle intenzioni di re Federico II di Svevia quando fece costruire, nel 1233, questo baluardo difensivo sul Mediterraneo a protezione del Regno delle Due Sicilie. La luce fisica che colpisce le pietre del maniero, e che al tramonto offre uno degli spettacoli più suggestivi della regione in un amalgamarsi di toni oro e arancio in contrasto con il blu dell’acqua, incontra oggi la luce artificiale degli schermi e delle proiezioni. Dalla metà di giugno, il Castello Svevo, a breve distanza dalla celebre Cattedrale romanica, ha, infatti, aperto una nuova stagione della propria vita, nella quale la memoria millenaria delle sue mura, che dal fulgore medievale dello «stupor mundi» passarono alle cupe atmosfere ottocentesche di un carcere borbonico, incontra la tecnologia e i linguaggi della contemporaneità.
Nell'ambito di un'articolata strategia di conservazione, riordino, digitalizzazione e riqualificazione del patrimonio storico-artistico, ideata e coordinata dall'architetto Anita Guarnieri (al momento della progettazione direttrice del museo tranese e oggi soprintendente ad interim per le province di Foggia e Barletta-Adria-Trani), il Castello Svevo ha visto l’inaugurazione di un innovativo percorso multimediale ed esperienziale volto ad aggiornare i tradizionali confini della fruizione e della narrazione museale.
Il progetto, che si è articolato anche in calibrati interventi di restauro, è stato finanziato con circa un milione e mezzo di euro attraverso una doppia linea di risorse pubbliche: il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), con i fondi dedicati al «Miglioramento delle condizioni e degli standard di offerta e fruizione attraverso il patrimonio digitale», e le risorse della Legge speciale 190/2014 per interventi di manutenzione straordinaria e progettazione degli allestimenti, nell’ambito del Programma operativo nazionale «Cultura e sviluppo» Fesr 2014-2020.
Il piano di studio scientifico ha trovato la sua traduzione spaziale e interattiva nelle soluzioni dello studio di design Dotdotdot, fondato nel 2004 da Laura Dellamotta, Giovanna Gardi, Alessandro Masserdotti e Fabrizio Pignoloni, tra i primi in Italia a operare nell’ambito dell’Interaction Design applicato ai contesti museali con la creazione di ambienti narrativi in cui la tecnologia non agisce come un fine autoreferenziale, ma come un potente mediatore accessibile a pubblici di ogni età e competenza.
Nel corso di oltre vent’anni di attività, l’azienda, con sede a Milano, ha collaborato con istituzioni di primo piano – dal Parco archeologico del Colosseo alla Triennale di Milano, dal Castello di Thiene a Terre Borromeo sul lago Maggiore – maturando un approccio riconoscibile: la tecnologia non come protagonista, ma come strumento al servizio del racconto.
Per il Castello Svevo sono state ideate tre installazioni permanenti sulla storia, sul bestiario medievale e sul legame con il mare, che trovano ciascuna collocazione in una specifica sala espositiva, integrandosi armoniosamente con le architetture dell’edificio, le sue stratificazioni storico-artistiche e il patrimonio custodito.
Si tratta, dunque, di uno strumento utile per approfondire la storia del maniero, uno dei luoghi più emblematici dell’architettura federiciana, la cui edificazione, iniziata nel 1233, fu completata nel 1249 su progetto dell’ingegnere militare Filippo Cinardo e sotto la supervisione di Stefano di Romualdo Carabarese.
L’impianto planimetrico è quello tipico dei castelli crociati di Terra Santa: un quadrilatero di sobria perfezione geometrica, rinforzato ai vertici da quattro torri quadrate di uguale altezza, con un ampio cortile centrale attorno al quale si organizzano le sale residenziali e difensive. I paramenti esterni, realizzati in grandi blocchi di pietra di Trani bugnata, si ergono per circa venti metri sul livello del mare, coronati da una merlatura piana.
La storia del maniero è costellata di eventi di straordinaria risonanza. Nel 1259, il figlio di Federico, Manfredi, vi celebrò le nozze con Elena Comneno d’Epiro con celebrazioni di grande sfarzo. Pochi anni dopo, Carlo I d’Angiò lo elesse a propria corte, festeggiandovi il matrimonio con Margherita di Borgogna nel 1268. Con il Cinquecento e l’avvento delle armi da fuoco, l’imperatore Carlo V dispose importanti adeguamenti difensivi, abbassando le torri e aggiungendo il bastione lanceolato a sud-ovest.
Nell’Ottocento, infine, l’edificio ospitò il carcere provinciale, che qui rimase fino al 1974. Restaurato dalla Soprintendenza per i beni ambientali, architettonici, artistici e storici della Puglia, il castello ha riaperto i battenti nel 1998, iniziando una feconda stagione di musealizzazione.
Ritornando alle installazioni, va sottolineato che il progetto tranese si inscrive in un dibattito più ampio, e sempre più urgente, sul ruolo delle tecnologie digitali nei contesti del patrimonio culturale. Tali pratiche rispondono non solo a esigenze di attrattività turistica, ma anche a nuove modalità di apprendimento, sempre più esperienziali e multisensoriali. A tal proposito, un recente report del progetto «Dicolab» del Ministero della Cultura, redatto nel 2025, offre dati preziosi sulla percezione del pubblico italiano: audioguide interattive, tavoli touch, video mapping, realtà aumentata sono apprezzate soprattutto «quando arricchiscono la visita con contesti, storie e dettagli che valorizzano le opere», rispondendo al desiderio di esperienze «più inclusive, narrative e coinvolgenti».
Si muove proprio su questa direttiva il progetto del Castello Svevo di Trani: le installazioni non sono aggiunte decorative né attrattori di consenso immediato, ma strumenti narrativi pensati per restituire profondità a un patrimonio già ricchissimo.
Particolarmente significativa, in questa prospettiva, è la cura dedicata all’accessibilità. Le tre installazioni sono, infatti, progettate – si legge nella nota stampa - per «raggiungere diverse profondità di coinvolgimento» e per essere «accessibili a pubblici diversi per età e competenze»: un obiettivo che traduce sul piano pratico i principi di inclusività che le linee guida internazionali - dall’Icom all’Unesco - indicano come irrinunciabili per la musealizzazione contemporanea.
La prima installazione, collocata nel bastione a nord-est, si configura come un «archivio tattile» ispirato al modellino ligneo settecentesco del castello. Una riproduzione consente un contatto diretto e fisico con la morfologia del monumento, mentre un tavolo interattivo touch permette un’esplorazione tridimensionale che attraversa le sale e le epoche storiche. Il visitatore accede, inoltre, a un archivio virtuale di cinquanta reperti e, interagendo con sei riproduzioni realizzate con stampante 3D, attiva una proiezione sulla volta del torrione guidata dalla voce dell’attore e doppiatore Fabrizio Vidale. La scelta di partire dal tatto non è casuale: introduce il visitatore all’esperienza attraverso il canale sensoriale più intimo e diretto, rendendo il monumento accessibile anche a pubblici con limitazioni visive.
La seconda installazione, nella Sala Manfredi, valorizza, invece, il bestiario medievale custodito nelle collezioni lapidee del castello. Frammenti di drago, leone, felino, aquila, grifone e altre creature fantastiche sono esposti su un sistema di supporti appositamente progettati. Una proiezione sulla parete di fondo è dedicata agli «animali fantastici» e offre livelli multipli di coinvolgimento: narrativo e storico per il pubblico adulto, ludico e creativo per i più giovani. Attraverso una filastrocca da comporre con parole che indicano caratteristiche fisiche o caratteriali degli animali, il visitatore può dar vita alla propria creatura fantastica, che viene illustrata, proiettata sulla parete e, se lo si desidera, scaricata tramite QR code. Le illustrazioni originali realizzate per il progetto rimandano agli stessi animali lapidei presenti in altri contesti architettonici di Trani e del territorio pugliese, istituendo un dialogo iconografico tra il castello, la cattedrale, le chiese romaniche e i palazzi cittadini.
Infine, la terza installazione occupa lo spazio delle cosiddette scuderie, «un ambiente leggermente ipogeo» dove trovano posto palle di cannone, abbeveratoi e pozzi. Qui, un «mare generativo» si anima sulla parete con onde create interamente da codice e algoritmi - senza l’utilizzo di riprese video - in un loop di circa tre minuti accompagnato da un sound design spazializzato appositamente composto. L’evoluzione narrativa segue un crescendo: dalla quiete alla tempesta simulata, durante la quale il suono si intensifica e l’acqua sembra interagire con lo spazio architettonico, fino alla ricostruzione digitale della facciata esterna del castello progressivamente avvolta dal Mediterraneo, prima del ritorno alla calma. Inoltre, un video mapping a pavimento mette in evidenza i principali reperti presenti, inserendoli nel flusso narrativo senza ricorrere a didascalie tradizionali. È questa la più poetica delle tre installazioni perché riconnette il castello alla sua origine più profonda, quella di fortezza nata per dominare e dialogare con il mare.
Il progetto non si esaurisce nelle installazioni digitali. Nella Sala Federico II, un sistema di rampe - che diventa elemento espositivo ospitando alcuni reperti della collezione - dialoga con lo spazio architettonico e consente nuovi affacci verso il mare. La realizzazione di una nuova passerella metallica con accesso dal cortile centrale e l’apertura della Porta a mare permettono di accedere all’inedito ballatoio sul fronte nord, creando un suggestivo «cannocchiale visivo» capace di evocare la memoria degli antichi approdi e di offrire una prospettiva inedita sulla famosa cattedrale di Trani. Questi interventi di design architettonico ampliano il perimetro fisico della fruizione del monumento, integrando la dimensione digitale con quella esperienziale e corporea.
Con il nuovo percorso espositivo, la memoria si fa, dunque, esperienza e il patrimonio impara a parlare lingue nuove senza dimenticare la propria voce più antica. Il visitatore cessa di essere un mero spettatore per farsi parte integrante di una trama narrativa in cui passato e presente si intrecciano indissolubilmente. Mentre lo sguardo si apre verso il mare, tra flutti reali e onde digitali, la fisicità della fortezza si impone con rinnovata potenza: un’architettura costruita per resistere al vento e alle onde, per essere presidio e rifugio affacciato sul Mediterraneo. La storia, allora, non appare più come un retaggio immobile, ma come un flusso vivo che scorre tra le pieghe del tempo e l’immaterialità della tecnologia. Ed è questa, forse, la misura del successo di un percorso multimediale ben concepito: non lo stupore fine a se stesso, ma la capacità di risvegliare il vissuto profondo e l’eco emotiva di chi ha abitato quelle stanze nei secoli, strappando al silenzio delle pietre storie, passioni e paure umane.

Didascalie delle immagini
Castello Svevo di Trani. Progetto multimediale di Dotdotdot. Fotografie: @ Edoardo Delille

Informazioni utili
Castello Svevo di Trani, piazza Manfredi, 16 - Trani (BAT - Barletta, Andria, Trani). Orari: lunedì - sabato, ore 8:30-19:30; domenica, ore 8:30-13:30 (la biglietteria chiude alle ore 18:30 nei giorni feriali e alle ore 12:30 nei giorni festivi). Ingresso: intero € 8,00, ridotto € 2,00, gratuito la prima domenica del mese e sempre per gli aventi diritto. Informazioni: tel. 0883.506603 o cs-ba.castelloditrani@cultura.gov.it. Sito internet: https://museipuglia.cultura.gov.it/musei/castello-svevo-di-trani/ || https://aditusculture.com/esperienze/trani/musei-parchi-archeologici/castello-svevo-di-trani