1. Vespa, ottant’anni di un’icona italiana
Pratico grazie al cambio al manubrio e alla pedana piatta, elegante per le sue linee essenziali e la sua scocca in acciaio pensata per proteggere gli abiti dal fango e dal grasso, democratico e accessibile perché adatto a tutte le tasche e facile da guidare anche per le donne, il nuovo mezzo di trasporto era destinato a cambiare la storia della mobilità urbana leggera, ma anche quella del costume, diventando il simbolo plastico della Ricostruzione post-bellica, un oggetto di culto globale e un'inconfondibile icona di stile, degna per il suo design accattivante di stare nelle collezioni permanenti del MoMa di New York e della Triennale di Milano.
Il merito fu di Hollywood che nel 1953 scelse la Vespa 125 V30T, detta «Farobasso», come co-protagonista del film «Vacanze romane», diretto da William Wyler, con Audry Hepburn in versione principesca e Gregory Peck in doppiopetto da reporter che attraversano il centro della Capitale in sella a uno scooter della Piaggio, in una delle fughe più romantiche e rocambolesche della storia del cinema.
Con la sua capacità di evocare giovinezza, indipendenza, leggerezza, libertà e avventure indimenticabili, la Vespa entrava così nell'immaginario collettivo, il vero motore della vendita di oltre 20milioni di esemplari in tutto il mondo.
Era anche l’inizio di un connubio straordinariamente felice e intenso, quello con il grande schermo, dove le due ruote della Piaggio hanno vestito - in un interrotto percorso dal Dopoguerra ai giorni nostri - i panni di «spalla» dell’attore protagonista in centinaia di pellicole, da «La dolce vita» (1960) di Federico Fellini a «Sapore di mare» (1983) di Carlo Vanzina, da «Poveri ma belli» (1956) di Dino Risi ad «American Graffiti» (1973) di George Lucas, da «Il talento di Mr. Ripley» (1999) di Anthony Minghella a «Caro Diario» (1993), con Nanni Moretti che attraversa una Roma resa deserta per le vacanze estive, scoprendo personaggi e luoghi mai visti prima e riflettendo sulla società italiana, sulla politica, sulle trasformazioni urbane dei centri storici e su se stesso.
Con il passare degli anni, le carrozzerie sono diventate anche tele bianche per artisti internazionali, primo fra tutti Salvador Dalì che nel 1962 disegnò «Gala» o «Dulcinea», esemplare da collezione oggi al Museo Piaggio di Pontedera. I più grandi stilisti della moda, da Giorgio Armani alla maison Dior, hanno creato versioni esclusive dello scooter, il modello 946, abbinando il design a caschi, portapacchi e accessori firmati per viaggi all’insegna del lusso e dell’eleganza. La musica italiana ha trasformato la Vespa in un pilastro della cultura pop con la canzone «50 Special» dei Lùnapop, scritta nel 1999 da un giovanissimo Cesare Cremonini: un vero e proprio inno generazionale che fotografa l’estate italiana tra vecchi motorini «truccati», scampagnate sui colli bolognesi «con le ali sotto i piedi», desiderio di evasione dai «problemi», mentre la brezza scompiglia i capelli «a marce ingranate dalla prima alla quarta».
«Dammi una Vespa e ti porto in vacanza» cantava il frontman della band emiliana sul finire del secolo scorso e così mentre al Museo Piaggio di Pontedera, in provincia di Pisa, la mostra fotografica «80 Years of an Icon» (fino al 7 novembre), per la curatela di Giacomo Bretzel, racconta l’evoluzione di un simbolo globale di stile italiano e di Dolce Vita mediterranea accanto ai prototipi più celebre (dal primissimo «Paperino» al cinematografico «Dolce Vita», dal 125 «Primavera» al 150 «Struzzo»), la due ruote più amata del Novecento si rivela lo strumento ideale per un pellegrinaggio intellettuale tra le mostre più curiose e interessanti della stagione estiva, in un itinerario che si snoda tra le grandi città e i luoghi di villeggiatura, tra eventi che profumano di salsedine e aghi di pino, di brezza pulita e agrumi freschi, di gioia di vivere.
Immaginare di percorrerlo in sella a una Vespa non è solo un espediente narrativo; è un modo per restituire, attraverso il mezzo più informale e democratico della nostra memoria collettiva, lo spirito con cui si dovrebbe affrontare un'estate di scoperte: con curiosità, con la leggerezza di chi si concede una deviazione, con il desiderio di fermarsi ovunque qualcosa catturi lo sguardo.
2. Torino: il ronzio di un mito tra Orson Welles e Lucio DallaPratico grazie al cambio al manubrio e alla pedana piatta, elegante per le sue linee essenziali e la sua scocca in acciaio pensata per proteggere gli abiti dal fango e dal grasso, democratico e accessibile perché adatto a tutte le tasche e facile da guidare anche per le donne, il nuovo mezzo di trasporto era destinato a cambiare la storia della mobilità urbana leggera, ma anche quella del costume, diventando il simbolo plastico della Ricostruzione post-bellica, un oggetto di culto globale e un'inconfondibile icona di stile, degna per il suo design accattivante di stare nelle collezioni permanenti del MoMa di New York e della Triennale di Milano.
Il merito fu di Hollywood che nel 1953 scelse la Vespa 125 V30T, detta «Farobasso», come co-protagonista del film «Vacanze romane», diretto da William Wyler, con Audry Hepburn in versione principesca e Gregory Peck in doppiopetto da reporter che attraversano il centro della Capitale in sella a uno scooter della Piaggio, in una delle fughe più romantiche e rocambolesche della storia del cinema.
Con la sua capacità di evocare giovinezza, indipendenza, leggerezza, libertà e avventure indimenticabili, la Vespa entrava così nell'immaginario collettivo, il vero motore della vendita di oltre 20milioni di esemplari in tutto il mondo.
Era anche l’inizio di un connubio straordinariamente felice e intenso, quello con il grande schermo, dove le due ruote della Piaggio hanno vestito - in un interrotto percorso dal Dopoguerra ai giorni nostri - i panni di «spalla» dell’attore protagonista in centinaia di pellicole, da «La dolce vita» (1960) di Federico Fellini a «Sapore di mare» (1983) di Carlo Vanzina, da «Poveri ma belli» (1956) di Dino Risi ad «American Graffiti» (1973) di George Lucas, da «Il talento di Mr. Ripley» (1999) di Anthony Minghella a «Caro Diario» (1993), con Nanni Moretti che attraversa una Roma resa deserta per le vacanze estive, scoprendo personaggi e luoghi mai visti prima e riflettendo sulla società italiana, sulla politica, sulle trasformazioni urbane dei centri storici e su se stesso.
Con il passare degli anni, le carrozzerie sono diventate anche tele bianche per artisti internazionali, primo fra tutti Salvador Dalì che nel 1962 disegnò «Gala» o «Dulcinea», esemplare da collezione oggi al Museo Piaggio di Pontedera. I più grandi stilisti della moda, da Giorgio Armani alla maison Dior, hanno creato versioni esclusive dello scooter, il modello 946, abbinando il design a caschi, portapacchi e accessori firmati per viaggi all’insegna del lusso e dell’eleganza. La musica italiana ha trasformato la Vespa in un pilastro della cultura pop con la canzone «50 Special» dei Lùnapop, scritta nel 1999 da un giovanissimo Cesare Cremonini: un vero e proprio inno generazionale che fotografa l’estate italiana tra vecchi motorini «truccati», scampagnate sui colli bolognesi «con le ali sotto i piedi», desiderio di evasione dai «problemi», mentre la brezza scompiglia i capelli «a marce ingranate dalla prima alla quarta».
«Dammi una Vespa e ti porto in vacanza» cantava il frontman della band emiliana sul finire del secolo scorso e così mentre al Museo Piaggio di Pontedera, in provincia di Pisa, la mostra fotografica «80 Years of an Icon» (fino al 7 novembre), per la curatela di Giacomo Bretzel, racconta l’evoluzione di un simbolo globale di stile italiano e di Dolce Vita mediterranea accanto ai prototipi più celebre (dal primissimo «Paperino» al cinematografico «Dolce Vita», dal 125 «Primavera» al 150 «Struzzo»), la due ruote più amata del Novecento si rivela lo strumento ideale per un pellegrinaggio intellettuale tra le mostre più curiose e interessanti della stagione estiva, in un itinerario che si snoda tra le grandi città e i luoghi di villeggiatura, tra eventi che profumano di salsedine e aghi di pino, di brezza pulita e agrumi freschi, di gioia di vivere.
Immaginare di percorrerlo in sella a una Vespa non è solo un espediente narrativo; è un modo per restituire, attraverso il mezzo più informale e democratico della nostra memoria collettiva, lo spirito con cui si dovrebbe affrontare un'estate di scoperte: con curiosità, con la leggerezza di chi si concede una deviazione, con il desiderio di fermarsi ovunque qualcosa catturi lo sguardo.
La nostra avventura culturale non può che partire da Torino, dove il Mauto - Museo nazionale dell'automobile celebra proprio lo scooter della Piaggio con la mostra «Vespa. Icona italiana» (fino al 30 agosto), curata con rigore filologico da Roberto Donati e Rino Drogo, a partire dallo straordinario archivio personale del collezionista e imprenditore brianzolo Marco Fumagalli, che, a partire dai primi anni Novanta, ha raccolto non soltanto modelli storici, ma anche gadget, manifesti pubblicitari, riviste e locandine cinematografiche. L'esposizione supera così la dimensione puramente tecnica o industriale per farsi indagine sociologica e antropologica. La Vespa, infatti, non è semplicemente un veicolo: è uno dei prodotti più emblematici del design e dell’industria italiana, che ha modificato le abitudini sociali e reso il viaggio accessibile a tutti, ridotto le distanze geografiche tra il centro e la periferia, e accompagnato, passo dopo passo, la storia di una sua illustre coetanea, la nostra Repubblica.
Tra locandine di film come «Vacanze romane» o «Caro Diario» e manifesti pubblicitari dagli slogan indimenticabili quali «Chi Vespa mangia le mele» (1969) o «L’Italia s’è Vespa» (1982), sono esposti quattordici modelli leggendari, dalla 98 MP6L delle origini fino alla Vespa elettrica, passando per la «50 Special» che ha segnato la giovinezza di intere generazioni negli anni Settanta. Un focus particolare è dedicato a Mimmo Rotella, maestro della Pop art italiana, che, attraverso i suoi celebri décollage, ha saputo reinterpretare l'universo iconografico dello scooter della Piaggio. Nei suoi manifesti strappati, la Vespa emerge come un totem di modernità, un frammento di memoria collettiva in cui si fondono il cinema, la pubblicità d'avanguardia e il desiderio di emancipazione sociale.
Prima di accendere i motori e partire verso una nuova destinazione, vale la pena vedere altre due mostre allestite al Mauto – Museo dell’automobile di Torino. Nei 2mila metri quadrati dello spazio espositivo al primo piano è allestita la rassegna «I nemici del Drake. Enzo Ferrari e le scuderie inglesi» (fino all'11 ottobre), nella quale Carlo Cavicchi, Mario Donnini e Maurizio Cilli raccontano la rivoluzione britannica del motorsport nell’epoca della Swinging London - quando la Ferrari vide messo in discussione il suo primato nella Formula1 - attraverso documenti, memorabilia, fotografie di Rainer W. Schlegelmilch e una ventina di vetture, tra monoposto da competizione di scuderie come la Lotus, la McLaren, la Williams e la Cooper e automobili dell’epoca come la leggendaria Mini Minors.
Mentre nella Project Room è presentata l'esposizione «Lucio Dalla & Roberto Roversi. Automobili. Un disco» (fino al 20 settembre), a cura di Carlo Emilio Zummo e Mario Esposito, che attraverso materiali d’archivio, illustrazioni e mezzi di trasporto come la Alfa Romeo tipo B P3 del 1932 e la Autobianchi Bianchina quattro posti del 1967 ripercorre la storia dell'album - pubblicato cinquant’anni fa, nel 1976, dall'etichetta RCA - che il poeta e il cantautore, entrambi bolognesi, dedicarono al simbolo per eccellenza della modernità, l’autoveicolo.
Seguendo il filo rosso della Vespa, non si può non fare tappa, sempre a Torino, al Museo del cinema, dove è allestita la mostra «My name is Orson Welles» (fino al 5 ottobre), concepita dalla Cinémathèque française e curata dal suo direttore Frédéric Bonnaud. Lungo la spettacolare rampa elicoidale dell’Aula del Tempio della Mole Antonelliana, sono allineati più di quattrocento pezzi, alcuni mai esposti prima d’ora, tra fotografie, documenti d’archivio, disegni, manifesti, materiali audiovisivi e installazioni. Accanto al certificato di nascita e a diverse pagine di sceneggiature con commenti, conservati negli archivi torinesi, la mostra espone anche, per la prima volta, le tavole disegnate e colorate da Guido Crepax a corredo del libro «La storia immortale» di Karen Blixen, messo in scena nel 1968 dal regista americano.
Cineasta, attore, autore, illusionista, narratore radiofonico, temibile analista politico con spiccate tendenze di sinistra, formidabile disegnatore e montatore di alcuni dei propri film, Orson Welles (1915-1985) ha fatto dell'innovazione la propria cifra poetica, come ben ricostruisce la mostra torinese. Con la riduzione radiofonica per la CBS del romanzo fantascientifico «La guerra dei mondi» (1938) di Herbert George Wells, concepita come un notiziario con interruzioni straordinarie, ha fatto credere agli americani di essere invasi dagli alieni, scatenando il panico tra gli ascoltatori. Con «Quarto Potere» (1941) ha rivoluzione il linguaggio cinematografico, usando tecniche di regia all'avanguardia per l'epoca come la profondità di campo (che mantiene perfettamente a fuoco sia i soggetti in primo piano che quelli sullo sfondo) e una struttura narrativa non cronologica con flashback multipli. Con il film noir «La signora di Shanghai» (1947) ha realizzato la sequenza più ipnotica della storia del cinema, all'interno del labirinto di specchi di un luna park abbandonato, per dimostrare l'impossibilità di distinguere tra realtà e illusione. Con «F come falso» (1973) ha anticipato il mockumentary, il genere filmico e televisivo che utilizza il linguaggio visivo dei documentari reali per narrare una storia di pura finzione. Il suo «Falstaff» resta il miglior adattamento di William Shakespeare di sempre.
Il nome di Orson Welles è legato anche a un aneddoto bizzarro sulla Vespa, inserita nel film incompiuto «Don Chisciotte» (1955-1985), rilettura in chiave contemporanea del celebre romanzo di Miguel De Cervantes, dove il prode scudiero spagnolo, fedele al suo spirito cavalleresco, non si mette a lottare contro i tradizionali mulini a vento, ma contro una due ruote della Piaggio. È l’ennesima sperimentazione di un autore lontano dalla routine e dal comfort di cui si accontenta il cinema commerciale, capace, come ogni genio innovatore, di cambiare le regole codificate e le prospettive di visione.
3. Le residenze sabaude si fanno setSeguendo il filo rosso della Vespa, non si può non fare tappa, sempre a Torino, al Museo del cinema, dove è allestita la mostra «My name is Orson Welles» (fino al 5 ottobre), concepita dalla Cinémathèque française e curata dal suo direttore Frédéric Bonnaud. Lungo la spettacolare rampa elicoidale dell’Aula del Tempio della Mole Antonelliana, sono allineati più di quattrocento pezzi, alcuni mai esposti prima d’ora, tra fotografie, documenti d’archivio, disegni, manifesti, materiali audiovisivi e installazioni. Accanto al certificato di nascita e a diverse pagine di sceneggiature con commenti, conservati negli archivi torinesi, la mostra espone anche, per la prima volta, le tavole disegnate e colorate da Guido Crepax a corredo del libro «La storia immortale» di Karen Blixen, messo in scena nel 1968 dal regista americano.
Cineasta, attore, autore, illusionista, narratore radiofonico, temibile analista politico con spiccate tendenze di sinistra, formidabile disegnatore e montatore di alcuni dei propri film, Orson Welles (1915-1985) ha fatto dell'innovazione la propria cifra poetica, come ben ricostruisce la mostra torinese. Con la riduzione radiofonica per la CBS del romanzo fantascientifico «La guerra dei mondi» (1938) di Herbert George Wells, concepita come un notiziario con interruzioni straordinarie, ha fatto credere agli americani di essere invasi dagli alieni, scatenando il panico tra gli ascoltatori. Con «Quarto Potere» (1941) ha rivoluzione il linguaggio cinematografico, usando tecniche di regia all'avanguardia per l'epoca come la profondità di campo (che mantiene perfettamente a fuoco sia i soggetti in primo piano che quelli sullo sfondo) e una struttura narrativa non cronologica con flashback multipli. Con il film noir «La signora di Shanghai» (1947) ha realizzato la sequenza più ipnotica della storia del cinema, all'interno del labirinto di specchi di un luna park abbandonato, per dimostrare l'impossibilità di distinguere tra realtà e illusione. Con «F come falso» (1973) ha anticipato il mockumentary, il genere filmico e televisivo che utilizza il linguaggio visivo dei documentari reali per narrare una storia di pura finzione. Il suo «Falstaff» resta il miglior adattamento di William Shakespeare di sempre.
Il nome di Orson Welles è legato anche a un aneddoto bizzarro sulla Vespa, inserita nel film incompiuto «Don Chisciotte» (1955-1985), rilettura in chiave contemporanea del celebre romanzo di Miguel De Cervantes, dove il prode scudiero spagnolo, fedele al suo spirito cavalleresco, non si mette a lottare contro i tradizionali mulini a vento, ma contro una due ruote della Piaggio. È l’ennesima sperimentazione di un autore lontano dalla routine e dal comfort di cui si accontenta il cinema commerciale, capace, come ogni genio innovatore, di cambiare le regole codificate e le prospettive di visione.
Prima di allontanarsi dalla cinta urbana di Torino e lanciare la Vespa su lunghi rettilinei, vale la pena fare una piccola deviazione. Bastano pochi chilometri e l’andamento lento di stradine secondarie, per raggiungere due storiche residenze estive sabaude, dove è ancora protagonista la «settima arte» in un affascinante incrocio tra storia del costume e sfarzo architettonico.
Alla Reggia di Venaria, nelle Sale delle arti, la mostra «Regine in scena. L'arte del costume italiano tra cinema e teatro» (fino al 6 settembre), curata dal costumista Massimo Cantini Parrini insieme alla storica dell'arte Clara Goria, riunisce trentuno abiti, completi di parrucche e gioielli, che hanno definito, sul grande schermo e a teatro, l'immagine della regalità femminile, alcuni dei quali realizzati con il contributo di grandi artisti come Felice Casorati, Corrado Cagli, Giorgio de Chirico e Arnaldo Pomodoro.
Il percorso narrativo, che il venerdì e il sabato di agosto può essere fruito anche in orario serale (fino alle ore 23:00), si articola attorno a tre nuclei fondamentali - mito, storia e fantasia - e a tre colori che rimandano alla regalità - oro, argento e bronzo – in un racconto dove sovrane realmente esistite dialogano con altre nate dalla penna di uno scrittore o di un drammaturgo. Tra ricami, cromie, pesi, strutture e bozzetti degli abiti esposti, il visitatore incontra figure note della regalità scenica: l’imperatrice Sissi, consacrata dal cinema con il volto di Romy Schneider in «Ludwig» di Luchino Visconti (1973); Maria Antonietta d’Asburgo Lorena, ridefinita in chiave pop da Kirsten Dunst sotto la regia di Sofia Coppola (2006); la Cleopatra di Liz Taylor nel kolossal del 1963 firmato da Joseph L. Mankiewitz; la mitologica Medea, a cui ha dato forma corporea Maria Callas per Pier Paolo Pasolini (1967, 1969); la regina degli specchi, interpretata da Monica Bellucci nel film «I fratelli Grimm e l’incantevole strega» di Terry Gilliam (2005) e ancora, tra le altre, Elisabetta I Tudor, la cui storia venne messa in scena nel 1983, sul palco del Teatro della Pergola di Firenze, da Rossella Falk, sotto la regia di Franco Zeffirelli, nello spettacolo «Maria Stuarda» di Friedrich Schiller.
Sempre alla Reggia di Venaria, prima di riprendere il viaggio, il visitatore può accostarsi anche all’esposizione «Robino. Eredità visive di tre generazioni» (fino al 30 agosto), curata da Pierangelo Cavanna e Paolo Robino, con oltre centotrenta fotografie scattate nel corso di tre quarti di secolo da tre membri della stessa famiglia torinese - il padre Stefano (1922 – 2017), il figlio Paolo (1952-) e il nipote Filippo (1987-) - in un percorso che spazia dalla fotografia analogica a quella digitale, sino all'immagine di sintesi e all'intelligenza artificiale, tra ritratti intimi e familiari, campagne di documentazione del patrimonio artistico e produzioni per serie televisive e spot pubblicitari.
Poco distante, alla Palazzina da caccia di Stupinigi, uno dei Patrimoni dell’umanità di Unesco presenti nel nostro Paese, un’altra esposizione mette in dialogo il linguaggio cinematografico con quello della tradizione sartoriale: è la mostra «Giacomo Puccini: musica, cinema e storia» (fino al 25 ottobre), a cura di Alessandro Rota: un pretesto per raccontare il legame, poco noto, tra il compositore toscano e la regina Margherita di Savoia, che nel 1880 sostenne economicamente gli studi dell'allora giovane musicista al Conservatorio di Milano.
In un intreccio inedito tra storia della monarchia, patrimonio musicale e memoria del cinema, l'esposizione presenta i costumi originali realizzati dalla Sartoria teatrale Werther e dall’atelier delle sorelle Fontana, su disegno del costumista Georges Annenkov, per il film «Puccini» (1953) di Carmine Gallone, con Gabriele Ferzetti nei panni del compositore lucchese. Questi abiti, restaurati per l’occasione da Clotilde Cattaneo, sono esposti accanto a una rarissima cinepresa d’antan – la 35 mm «Reporter», costruita negli anni Quaranta dalla S.A. Cinemeccanica, su progetto di Alfredo Donelli - e ad altri cimeli provenienti dall’archivio di Luigi Rovere, produttore del film e protagonista della stagione d’oro del cinema italiano del Dopoguerra, il cui nome è indissolubilmente legato alla città di Torino.
Il riferimento alla «settima arte» nel contesto delle celebrazioni per il centenario della morte di Margherita di Savoia - anniversario che viene ricordato a Stupinigi anche con la mostra «Sulle strade della Regina. Alle origini dell’automobile moderna» (fino al 20 settembre), con carrozze e veicoli d'epoca - non è casuale: la sovrana fu, infatti, protagonista nel 1896 di una delle più antiche testimonianze cinematografiche italiane, con Vittorio Calcina alla regia, oggi conservata negli archivi della Cineteca nazionale.
4. Verbania e Cannobio: sul Lago Maggiore tra tracce di paesaggio, alchimie di design e glamour pop
Lasciate alle spalle le atmosfere regali delle residenze sabaude e prima di abbandonare definitivamente il Piemonte, è il momento di ingranare le marce e percorrere la strada verso la Lombardia, non senza aver fatto una deviazione sul Lago Maggiore. La prima tappa è a Cannobio che, nelle sale di Palazzo Parasi, accoglie i colori, l'ironia, l’energia creativa e la forza comunicativa di una generazione di artisti italiani eredi dello stile di Andy Warhol e Roy Lichtenstein con la mostra «Neo Pop Nuovo Glam» (fino al 25 ottobre), per la curatela di Giorgio Chinea Canale e con il sostegno del collezionista e mecenate Francesco Noto. Attraverso colori accesi, iconografie di semplice lettura e costanti riferimenti a immagini della cultura popolare, Marco Lodola, Gianni Cella, Giuseppe Veneziano, Francesco De Molfetta, Giovanni Motta, Fulvia Mendini, Pao, Laurina Paperina e The Bounty Killart indagano il concetto di glamour nella sua accezione più autentica: fascino, incanto, capacità di attrazione.
Si prosegue per la vicina Verbania, da cui si possono raggiungere agevolmente le sponde varesine con il traghetto dalla frazione di Intra per Laveno, che consente l’imbarco anche ai mezzi di trasporto.
A Palazzo Viani Dugnani, sede del Museo del paesaggio, è allestita la personale «Terre inquiete» (fino al 1° novembre) di Tullio Pericoli (Colli del Tronto - Ascoli Piceno, 1936), a cura di Elena Pontiggia, con una cinquantina di opere, metà delle quali inedite, che restituiscono al visitatore orizzonti immaginari, memorie di alfabeti, tracce di antiche scritture. Quelli dell'artista marchigiano non sono, infatti, paesaggi naturalistici, ma «composizioni concettuali» lontane dal verismo ottocentesco, dove luoghi ed elementi sono reinventati in «una sorta di cartografia araldica». Tracciate con un segno di impianto quasi calligrafico e con pochi e rari tocchi di colore, queste mappe sentimentali non vogliono restituirci la pura replica oggettiva della natura, ma raccontare le fragilità e le trasformazioni del mondo contemporaneo.
In uno dei luoghi più panoramici e scenografici dell'intera città, l'ottocentesca Villa Giulia, nella frazione di Pallanza, è, invece, allestita la mostra «Alessandro Mendini. Cose. Stanze come mondi» (fino al 27 settembre), a cura di Loredana Parmesani, con centotrenta opere che ripercorrono l'intera carriera del progettista milanese (1931-2019), dai primi passi nel Radical design degli anni Settanta alle teorie postmoderne e alla collaborazione con l’azienda Alessi, che proprio nella provincia del Verbano Cusio Ossola ha la propria sede operativa. Disegni, oggetti, dipinti e testi raccontano la genesi di alcuni capolavori mendiniani in mostra, vere e proprie icone di stile dal gusto radicale, ironico e profondamente poetico: la «Poltrona di Paglia» (1974), i vasi di porcellana «100% Make Up» di Alessi (1992), i «Mobili per uomo: Giacca» di Bisazza (1997), il divano «K2» per A Lot Of Brazil (2013) e, ultima ma non ultima, la «Poltrona di Proust» (1978) disegnata per lo Studio Alchimia, un vero e proprio compendio culturale che, alle forme sinuose del rococò, unisce un richiamo allo scrittore francese del romanzo «Alla ricerca del tempo perduto» e un riferimento al puntinismo di Paul Signac.
5. Milano: tappa in Triennale e a Palazzo RealeSi prosegue per la vicina Verbania, da cui si possono raggiungere agevolmente le sponde varesine con il traghetto dalla frazione di Intra per Laveno, che consente l’imbarco anche ai mezzi di trasporto.
A Palazzo Viani Dugnani, sede del Museo del paesaggio, è allestita la personale «Terre inquiete» (fino al 1° novembre) di Tullio Pericoli (Colli del Tronto - Ascoli Piceno, 1936), a cura di Elena Pontiggia, con una cinquantina di opere, metà delle quali inedite, che restituiscono al visitatore orizzonti immaginari, memorie di alfabeti, tracce di antiche scritture. Quelli dell'artista marchigiano non sono, infatti, paesaggi naturalistici, ma «composizioni concettuali» lontane dal verismo ottocentesco, dove luoghi ed elementi sono reinventati in «una sorta di cartografia araldica». Tracciate con un segno di impianto quasi calligrafico e con pochi e rari tocchi di colore, queste mappe sentimentali non vogliono restituirci la pura replica oggettiva della natura, ma raccontare le fragilità e le trasformazioni del mondo contemporaneo.
In uno dei luoghi più panoramici e scenografici dell'intera città, l'ottocentesca Villa Giulia, nella frazione di Pallanza, è, invece, allestita la mostra «Alessandro Mendini. Cose. Stanze come mondi» (fino al 27 settembre), a cura di Loredana Parmesani, con centotrenta opere che ripercorrono l'intera carriera del progettista milanese (1931-2019), dai primi passi nel Radical design degli anni Settanta alle teorie postmoderne e alla collaborazione con l’azienda Alessi, che proprio nella provincia del Verbano Cusio Ossola ha la propria sede operativa. Disegni, oggetti, dipinti e testi raccontano la genesi di alcuni capolavori mendiniani in mostra, vere e proprie icone di stile dal gusto radicale, ironico e profondamente poetico: la «Poltrona di Paglia» (1974), i vasi di porcellana «100% Make Up» di Alessi (1992), i «Mobili per uomo: Giacca» di Bisazza (1997), il divano «K2» per A Lot Of Brazil (2013) e, ultima ma non ultima, la «Poltrona di Proust» (1978) disegnata per lo Studio Alchimia, un vero e proprio compendio culturale che, alle forme sinuose del rococò, unisce un richiamo allo scrittore francese del romanzo «Alla ricerca del tempo perduto» e un riferimento al puntinismo di Paul Signac.
Seguendo il filo rosso della progettazione d’arredi e per interni, il manubrio della nostra Vespa devia verso Milano, dove la prima sosta è quasi d’obbligo. Spegniamo, infatti, il motore e mettiamo idealmente sul cavalletto il nostro scooter davanti al Palazzo dell'Arte, la sede della Triennale, dove, il Museo del design italiano, tra le circa quattrocento opere della collezione permanente, realizzate tra gli anni Venti del Novecento e l’inizio degli anni Duemila, conserva anche un esemplare di Vespa 125 mod. 51, detta «Bacchetta», del 1949 insieme una Lambretta Innocenti E 125: due scooter, donati dallo Studio legale Carbonetti e associati, che raccontano, meglio di molte parole, il boom economico del Dopoguerra e la nuova capacità di spesa e di svago degli italiani.
In questi spazi, il pubblico ha la possibilità di visitare «Edward Barber | Jay Osgerby. Alphabet» (fino al 6 settembre), monografica per la curatela di Marco Sammicheli e con allestimento di studiomille, dedicata alla carriera del duo londinese che ha disegnato la torcia olimpica per i Giochi del 2022 e mobili iconici come la lampada «Tab» per Flos e i tavoli «Iris» per Established and sons, in un percorso all’insegna della maestria artigianale e della sperimentazione che spazia dalla metà degli anni Novanta al 2022.
Palazzo dell’Arte fa da scenario anche alla retrospettiva «Lella and Massimo Vignelli. A Language of Clarity» (fino al 6 settembre), che racconta la vivacità culturale della Milano del Dopoguerra e l’allure cosmopolita di New York in un percorso tra oggetti, arredi, disegni, modelli e bozzetti realizzati dai due progettisti e graphic designer, che vede la curatela di Francesca Picchi con Marco Sammicheli e Studio Mut (ovvero Martin Kerschbaumer e Thomas Kronbichler), e il progetto di allestimento di Jasper Morrison Office for Design con David Saik. L'esposizione ripercorre, tra l'altro, alcune storie progettuali strettamente legate al vissuto del nostro Paese, attraverso un racconto che si sviluppa su fronti tematici e disciplinari molto diversi tra loro: dall'editoria, con i lavori per Feltrinelli, al design della comunicazione visiva applicata ai trasporti, con la collaborazione con le Ferrovie dello Stato, sino alla moda, con i progetti per Benetton e Fratelli Rossetti, e alla cultura del vino e dell'enologia, grazie a un proficuo rapporto con Feudi di San Gregorio.
Sempre in Triennale è visitabile «Andrea Branzi by Toyo Ito. Continuous Present» (fino al 4 ottobre), una grande monografica realizzata insieme a Fondation Cartier pour l’art contemporain, con concept e progetto di allestimento di Toyo Ito e per la curatela di Nina Bassoli e Michela Alessandrini, che allinea oltre quattrocento opere dell’architetto fiorentino tra installazioni ambientali, modelli e disegni, oggetti di piccole e grandi dimensioni, in un viaggio dalle prime sperimentazioni radicali con Archizoom, passando per Alchimia e Memphis, fino agli ultimi progetti dal carattere antropologico.
Completano il cartellone del palinsesto estivo della Triennale di Milano le mostre «Davide Stucchi. Temporary Rooms» (fino al 4 ottobre), un progetto in continua metamorfosi che indaga quattro stanze specifiche della nostra quotidianità attraverso gli oggetti (il mese di agosto è dedicato alla camera da letto), e «Francesco Clemente. In Between» (fino al 6 settembre), una personale a cura di Francesca Pietropaolo con Robert Storr, in partnership con Vito Schnabel Gallery, che allinea una settantina di opere realizzate dagli anni Settanta ad oggi.
Dal disegno all’acquerello, dal pastello all’affresco, dalla pittura a olio a quella a tempera, l’artista napoletano, figura chiave della Transavanguardia italiana, ha affrontato più medium creativi, per raccontare temi quali l’esplorazione del sé, del corpo, della sessualità, della spiritualità e del mito, in un percorso che fonde tradizioni occidentali e orientali.
Con un agile colpo di acceleratore e due o tre pieghe tra le strade del centro di Milano, ci possiamo spostare con la nostra Vespa a Palazzo Reale, nel cuore della città, dove Anselm Kiefer, una tra le figure più autorevoli dell’arte contemporanea internazionale, firma «Le Alchimiste» (fino al 27 settembre). Il progetto espositivo, per la curatela di Gabriella Belli, dialoga con la Sala delle Cariatidi, progettata tra il 1774 e il 1778 dall’architetto Giuseppe Piermarini e gravemente danneggiata nel 1943 da un bombardamento aereo, durante il quale vennero quasi del tutto distrutte le sculture di Gaetano Callani raffiguranti i corpi delle quaranta donne di Caria che sorreggevano la balconata perimetrale dell’ambiente.
In un atto dal gusto «risarcitorio», l’artista tedesco, classe 1945, ha realizzato quarantadue teleri alti fino a sei metri (otto dei quali sono allestiti nella Sala del piccolo lucernario), dedicati a quelle donne che attraverso l’alchimia hanno dato un contributo fondamentale alla nascita della scienza moderna. In questo pantheon al femminile, accanto a Cristina di Svezia e Isabella Cortese, compare anche Caterina Sforza, la figlia di Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, autrice di un raro manoscritto contenente più di quattrocentocinquanta ricette per medicamenti, cosmetici e formule alchemiche.
Attraverso una pittura corposa e l'uso di materiali pesanti e simbolici sottoposti alla violenza della fiamma ossidrica - piombo, cenere, foglia d'oro, zolfo, sabbia e sedimenti organici come paglia, fiori e petali secchi -, Anselm Kiefer evoca il processo alchemico come metafora della trasformazione del dolore e della memoria storica in materia estetica e spirituale, dando vita a un'esperienza immersiva dalla forte tensione evocativa. La fruizione di questa mostra sotto la canicola estiva milanese assume così i contorni di un rito catartico: l'oscurità solenne della sala e la monumentalità delle tele dell'artista tedesco offrono un rifugio intellettuale di rara potenza, costringendo il visitatore a riflettere sui destini dell'Europa e sulle pieghe critiche del nostro passato, prima di salire nuovamente in sella alla ricerca di nuove geografie visive.
6. Sulle curve del Lario: la luce di William Turner tra acqua e cielo
Rimesso il casco e riacceso il motore, il nostro viaggio lascia alle spalle la densità urbana di Milano e punta verso nord per fare tappa sul Lago di Como, luogo privilegiato di villeggiatura e contemplazione già ai tempi dell’antica Roma, che con l’Ottocento romantico divenne una tappa d’obbligo per gli intellettuali e gli aristocratici stranieri in Italia per il loro Grand tour di formazione, alla cui fama ha contribuito anche Alessandro Manzoni che, sulla sponda lecchese, ambientò il suo romanzo «I promessi sposi».
Sul Lario, nome latino di quello che Virgilio definì il «massimo» tra i bacini idrici d’Italia, è d'obbligo una sosta in due spazi comaschi, Palazzo del Broletto e la Pinacoteca civica, dove è allestita la mostra «Turner: l'incanto del lago di Como e del paesaggio italiano» (fino al 27 settembre), realizzata in collaborazione con la Tate di Londra e curata da Elizabeth Brooke. Attraverso una raffinata selezione di sette acquerelli - inediti in Italia - e quattro dipinti, l'esposizione racconta come il maestro del Romanticismo inglese, cantore insuperato della luce e delle sue metamorfosi, sia rimasto folgorato dai riflessi del sole in costante mutamento sulle acque del lago lariano, dove ritornò tre volte tra il 1819 e il 1840.
Tra dissolvenze cromatiche e sfumature impalpabili, le opere di Joseph Mallord William Turner restituiscono tutta la poesia dei paesaggi comaschi, ma anche di luoghi come Menaggio e Bellagio, così ricchi di contrasti tra ripidi rilievi montuosi e rapide variazioni atmosferiche, ma raccontano anche un approccio alla pittura profondamente innovativo e sperimentale per l’epoca.
I quattro dipinti a olio, esposti in Pinacoteca, ampliano lo sguardo sul resto del paesaggio italiano, da Venezia a Tivoli, e sono messi in confronto con una selezione di opere e mappe ottocentesche di proprietà dei musei civici cittadini, così da permettere al visitatore di immergersi tra le atmosfere della città ai tempi dell’artista.
L’allestimento è arricchito dalla proiezione di «JMW Turner On the Wing», un film immersivo, prodotto da Tate Digital, con il supporto di Tate International Partnership, che ripercorre la vita e la carriera del paesaggista inglese attraverso la lente della sua passione per i viaggi, in un percorso che spazia dalle montagne del Galles alle Alpi svizzere, dalla nebbiosa campagna italiana alla costa inglese di Margate.
La prestigiosa collaborazione tra il Comune di Como e la Tate di Londra propone un ulteriore appuntamento a San Pietro in Atrio: la mostra «Feeling Colour» (fino al 27 settembre), ancora a cura di Elizabeth Brooke, che esplora le valenze spaziali, percettive e culturali del colore nell’arte contemporanea, attraverso una grande installazione site-specific con due opere - «Zobop» e «I Love King’s Cross and King’s Cross Loves Me, 8» - firmate rispettivamente da Jim Lambie e David Batchelor, figure di primaria importanza nel panorama creativo britannico.
7. Lago di Garda: dalla metafisica di De Chirico al turismo della Belle Époque
Ingranata la quarta, la nostra rotta punta decisa verso le sponde di altro grande bacino d’acqua: il Lago di Garda, dove l’estate italiana rivela una delle sue matrici storiche più profonde, quella del turismo come esperienza culturale e sociale.
La prima tappa su due ruote ci porta a Desenzano, la città più grande della sponda sud, quella lombarda, dove meritano una visita la villa romana in centro storico, con le sue eccezionali pavimentazioni a mosaico, e il porto vecchio di origine medioevale, con i suoi caratteristici edifici colorati.
Parcheggiato lo scooter ai piedi del Castello, si può entrare tra le sue scenografiche mura che accolgono la mostra «Giorgio de Chirico. Un mondo senza tempo» (fino al 4 ottobre), a cura di Giordano Bruno Guerri, con una ventina di oli su tela del padre della pittura metafisica come «Gladiatori» (1929) «Autoritratto con corazza» (1947) e «Le muse inquietanti» (fine anni ‘40), messi in dialogo con una selezione di opere di Alberto Savinio, Mario Sironi, Filippo de Pisis, Gino Severini, Achille Funi, René Paresce e molti altri.
L’iniziativa espositiva, organizzata da «Il Cigno Arte» di Roma con l’Amministrazione comunale, intende raccontare un momento chiave per la storia artistica del Novecento, quello del «Ritorno all’Ordine», dopo il trauma della Prima guerra mondiale e l’energia frenetica del Futurismo, quando in tutta Europa si diffuse una nuova sensibilità fatta di silenzio, misura e riscoperta di armonia e bellezza classica. In Italia, questa voglia di concretezza, che ebbe in Giorgio De Chirico (Volos, 1888 – Roma, 1978) un punto di riferimento fondamentale, trovò un’importante voce nella rivista «Valori plastici», attorno alla quale si raccolse un sodalizio di artisti noti come «Les Italiens de Paris», e nel gruppo «Novecento», promosso a Milano dalla critica Margherita Sarfatti.
In mostra, accanto a due ritratti fotografici originali del «pictor optimus» a firma di Claudio Abate e Mario Dondero, sono presenti anche opere di Gino De Dominicis e Mario Schifano, a dimostrazione di quanto l'influenza dell'artista greco abbia attraversato gran parte del Novecento, fino all'alba degli anni Settanta.
La rassegna presenta, inoltre, i bozzetti a matita e acquerello disegnati da Giorgio De Chirico, negli anni Trenta, per la rappresentazione – mai realizzata - dello spettacolo «La figlia di Iorio» di Gabriele d’Annunzio, con la regia di Luigi Pirandello. Si tratta di preziose opere su carta, che fondono l’ambientazione rurale abruzzese del dramma con le tipiche atmosfere metafisiche del pittore, solitamente conservate nel vicino Vittoriale degli Italiani, la prossima tappa del nostro viaggio.
Rimesso il casco e riacceso il motore, bastano, infatti, una trentina di chilometri di curve a sbalzo in riva all'acqua per raggiungere Gardone Riviera, sempre in provincia di Brescia, e immergersi nelle atmosfere della complessa e monumentale cittadella dannunziana, che nel mese di agosto è aperta anche in orario serale (nei giorni di domenica 9, venerdì 14, domenica 16 e venerdì 21, dalle ore 20:45) per la rassegna «Notturnale», una speciale visita guidata sotto il cielo stellato, con «aperitivo rinforzato», alla Nave Puglia, al MAS 96, al Museo d'Annunzio eroe, alla Prioria e al Mausoleo, recentemente restaurato e illuminato grazie anche ad A2A.
Il Vittoriale degli Italiani - un luogo che è esso stesso un’opera totale, sospesa tra autobiografia, spettacolo e costruzione scenografica del sé - ospita, questa estate, anche svariati progetti espositivi. Al Golfo Nascosto si tiene «Ugo Mulas. Ossi di seppia. Per Eugenio Montale» (fino a settembre), un intenso dialogo tra fotografia e poesia attraverso venticinque immagini in bianco e nero, realizzate tra il 1962 e il 1965 a Monterosso al Mare e nelle Cinque Terre, che restituiscono l'essenzialità, la luce e il silenzio del paesaggio ligure. Gli scatti, di intenso lirismo e dalle inquadrature insolite, si concentrano su muretti a secco, rocce scoscese, fili d'erba bruciati dal sole e il mare che lambisce la costa, elementi scelti per restituire quel clima di assoluto e di profondo silenzio che anima la lirica montaliana. L'esposizione presenta anche il celebre «Ritratto con upupa» del 1970, una delle immagini più iconiche della letteratura italiana del Novecento.
Mentre a Casa Cama è allestita la mostra «Pagine» (fino a settembre), che presenta, per la curatela di Pengpeng Wang e con un testo critico sonoro di Michele Lasala (ascoltabile con QR code), una selezione di lavori realizzati su fogli di giornale da Emanuele Gregolin (2011–2026) tra il 2010 e il 2011. Al Mas e a Villa Mirabella è, invece, protagonista Umberto Mariani con la rassegna «Piegare il piombo, costruire la luce» (fino al 30 novembre), curata da Giordano Bruno Guerri e organizzata da «Il Cigno Arte», che presenta una selezione di superfici in lamina di piombo, modellate come panneggi per creare intensi giochi di luce. Nella nuova area espositiva dell’Auditorium, è infine, visitabile la mostra «Dentro lo sguardo» (fino a settembre), con un centinaio di immagini in bianco e nero e a colori che ripercorrono l'attività del fotografo Lorenzo Capellini dagli anni Sessanta a oggi, con un focus particolare sui ritratti ai grandi protagonisti del Novecento e sui suoi reportage per la Biennale di Venezia.
Ripresa la strada statale, la Vespa ci porta verso l'estremità nord del lago, dove il nostro viaggio trova due dei suoi snodi concettuali più espliciti, raccontandoci il momento in cui il bacino gardesano diventò una destinazione privilegiata per la borghesia europea in cerca di benessere, svago e contatto con la natura, accogliendo anche grandi poeti, scrittori e artisti dell’Ottocento, da Paul Valéry a Johann Wolfgang Goethe, senza dimenticare Stendhal che descrisse il Benaco come «probabilmente il più bel paesaggio del mondo».
Al MuSa di Salò, nel Bresciano, è allestita la mostra «Tourist! Il fascino del viaggio sul Garda tra Romanticismo e Belle Époque» (fino al 4 ottobre), a cura Paolo Boifava e Maria Paola Pasini, con la collaborazione di Attilio Brilli, in cui si ripercorre la fortunata vicenda del turismo cosmopolita sul lago tra il XIX e il XX secolo attraverso oltre cento dipinti, vedute di giardini, acquerelli, manifesti pubblicitari, guide illustrate, abiti d'epoca, oggetti da viaggio come bauli e souvenir, oltre a un ampio repertorio fotografico con scatti d'autore di Giovanni Negri, della famiglia Lotze e dell’Archivio storico fratelli Alinari.
Tra le opere esposte, ci sono lavori su carta, anche inediti, di artisti come Luigi Basiletti, Girolamo Joli, Basilio Armani e Wilhelm Hollstein, oltre a una serie di quindici vedute a stampa acquerellate a mano, realizzata nel 1824 dallo svizzero Jakob Wetzel per il «Voyage pittoresque au lac de Garda», e presentata per la prima volta nella sua interezza in Italia.
Proseguendo il viaggio verso nord, su una strada molto panoramica, caratterizzata da numerose gallerie e scorci a piccolo sull’acqua, si arriva al Mag di Riva del Garda, in provincia di Trento, dove ci accoglie la rassegna «Visitate il Garda. Grafica e promozione dalla Belle Époque al turismo moderno» (fino al 18 ottobre), curata da Matteo Rapanà e Anna Zunino in occasione del centenario della locale Azienda autonoma di soggiorno e turismo.
Sul Lario, nome latino di quello che Virgilio definì il «massimo» tra i bacini idrici d’Italia, è d'obbligo una sosta in due spazi comaschi, Palazzo del Broletto e la Pinacoteca civica, dove è allestita la mostra «Turner: l'incanto del lago di Como e del paesaggio italiano» (fino al 27 settembre), realizzata in collaborazione con la Tate di Londra e curata da Elizabeth Brooke. Attraverso una raffinata selezione di sette acquerelli - inediti in Italia - e quattro dipinti, l'esposizione racconta come il maestro del Romanticismo inglese, cantore insuperato della luce e delle sue metamorfosi, sia rimasto folgorato dai riflessi del sole in costante mutamento sulle acque del lago lariano, dove ritornò tre volte tra il 1819 e il 1840.
Tra dissolvenze cromatiche e sfumature impalpabili, le opere di Joseph Mallord William Turner restituiscono tutta la poesia dei paesaggi comaschi, ma anche di luoghi come Menaggio e Bellagio, così ricchi di contrasti tra ripidi rilievi montuosi e rapide variazioni atmosferiche, ma raccontano anche un approccio alla pittura profondamente innovativo e sperimentale per l’epoca.
I quattro dipinti a olio, esposti in Pinacoteca, ampliano lo sguardo sul resto del paesaggio italiano, da Venezia a Tivoli, e sono messi in confronto con una selezione di opere e mappe ottocentesche di proprietà dei musei civici cittadini, così da permettere al visitatore di immergersi tra le atmosfere della città ai tempi dell’artista.
L’allestimento è arricchito dalla proiezione di «JMW Turner On the Wing», un film immersivo, prodotto da Tate Digital, con il supporto di Tate International Partnership, che ripercorre la vita e la carriera del paesaggista inglese attraverso la lente della sua passione per i viaggi, in un percorso che spazia dalle montagne del Galles alle Alpi svizzere, dalla nebbiosa campagna italiana alla costa inglese di Margate.
La prestigiosa collaborazione tra il Comune di Como e la Tate di Londra propone un ulteriore appuntamento a San Pietro in Atrio: la mostra «Feeling Colour» (fino al 27 settembre), ancora a cura di Elizabeth Brooke, che esplora le valenze spaziali, percettive e culturali del colore nell’arte contemporanea, attraverso una grande installazione site-specific con due opere - «Zobop» e «I Love King’s Cross and King’s Cross Loves Me, 8» - firmate rispettivamente da Jim Lambie e David Batchelor, figure di primaria importanza nel panorama creativo britannico.
7. Lago di Garda: dalla metafisica di De Chirico al turismo della Belle Époque
Ingranata la quarta, la nostra rotta punta decisa verso le sponde di altro grande bacino d’acqua: il Lago di Garda, dove l’estate italiana rivela una delle sue matrici storiche più profonde, quella del turismo come esperienza culturale e sociale.
La prima tappa su due ruote ci porta a Desenzano, la città più grande della sponda sud, quella lombarda, dove meritano una visita la villa romana in centro storico, con le sue eccezionali pavimentazioni a mosaico, e il porto vecchio di origine medioevale, con i suoi caratteristici edifici colorati.
Parcheggiato lo scooter ai piedi del Castello, si può entrare tra le sue scenografiche mura che accolgono la mostra «Giorgio de Chirico. Un mondo senza tempo» (fino al 4 ottobre), a cura di Giordano Bruno Guerri, con una ventina di oli su tela del padre della pittura metafisica come «Gladiatori» (1929) «Autoritratto con corazza» (1947) e «Le muse inquietanti» (fine anni ‘40), messi in dialogo con una selezione di opere di Alberto Savinio, Mario Sironi, Filippo de Pisis, Gino Severini, Achille Funi, René Paresce e molti altri.
L’iniziativa espositiva, organizzata da «Il Cigno Arte» di Roma con l’Amministrazione comunale, intende raccontare un momento chiave per la storia artistica del Novecento, quello del «Ritorno all’Ordine», dopo il trauma della Prima guerra mondiale e l’energia frenetica del Futurismo, quando in tutta Europa si diffuse una nuova sensibilità fatta di silenzio, misura e riscoperta di armonia e bellezza classica. In Italia, questa voglia di concretezza, che ebbe in Giorgio De Chirico (Volos, 1888 – Roma, 1978) un punto di riferimento fondamentale, trovò un’importante voce nella rivista «Valori plastici», attorno alla quale si raccolse un sodalizio di artisti noti come «Les Italiens de Paris», e nel gruppo «Novecento», promosso a Milano dalla critica Margherita Sarfatti.
In mostra, accanto a due ritratti fotografici originali del «pictor optimus» a firma di Claudio Abate e Mario Dondero, sono presenti anche opere di Gino De Dominicis e Mario Schifano, a dimostrazione di quanto l'influenza dell'artista greco abbia attraversato gran parte del Novecento, fino all'alba degli anni Settanta.
La rassegna presenta, inoltre, i bozzetti a matita e acquerello disegnati da Giorgio De Chirico, negli anni Trenta, per la rappresentazione – mai realizzata - dello spettacolo «La figlia di Iorio» di Gabriele d’Annunzio, con la regia di Luigi Pirandello. Si tratta di preziose opere su carta, che fondono l’ambientazione rurale abruzzese del dramma con le tipiche atmosfere metafisiche del pittore, solitamente conservate nel vicino Vittoriale degli Italiani, la prossima tappa del nostro viaggio.
Rimesso il casco e riacceso il motore, bastano, infatti, una trentina di chilometri di curve a sbalzo in riva all'acqua per raggiungere Gardone Riviera, sempre in provincia di Brescia, e immergersi nelle atmosfere della complessa e monumentale cittadella dannunziana, che nel mese di agosto è aperta anche in orario serale (nei giorni di domenica 9, venerdì 14, domenica 16 e venerdì 21, dalle ore 20:45) per la rassegna «Notturnale», una speciale visita guidata sotto il cielo stellato, con «aperitivo rinforzato», alla Nave Puglia, al MAS 96, al Museo d'Annunzio eroe, alla Prioria e al Mausoleo, recentemente restaurato e illuminato grazie anche ad A2A.
Il Vittoriale degli Italiani - un luogo che è esso stesso un’opera totale, sospesa tra autobiografia, spettacolo e costruzione scenografica del sé - ospita, questa estate, anche svariati progetti espositivi. Al Golfo Nascosto si tiene «Ugo Mulas. Ossi di seppia. Per Eugenio Montale» (fino a settembre), un intenso dialogo tra fotografia e poesia attraverso venticinque immagini in bianco e nero, realizzate tra il 1962 e il 1965 a Monterosso al Mare e nelle Cinque Terre, che restituiscono l'essenzialità, la luce e il silenzio del paesaggio ligure. Gli scatti, di intenso lirismo e dalle inquadrature insolite, si concentrano su muretti a secco, rocce scoscese, fili d'erba bruciati dal sole e il mare che lambisce la costa, elementi scelti per restituire quel clima di assoluto e di profondo silenzio che anima la lirica montaliana. L'esposizione presenta anche il celebre «Ritratto con upupa» del 1970, una delle immagini più iconiche della letteratura italiana del Novecento.
Mentre a Casa Cama è allestita la mostra «Pagine» (fino a settembre), che presenta, per la curatela di Pengpeng Wang e con un testo critico sonoro di Michele Lasala (ascoltabile con QR code), una selezione di lavori realizzati su fogli di giornale da Emanuele Gregolin (2011–2026) tra il 2010 e il 2011. Al Mas e a Villa Mirabella è, invece, protagonista Umberto Mariani con la rassegna «Piegare il piombo, costruire la luce» (fino al 30 novembre), curata da Giordano Bruno Guerri e organizzata da «Il Cigno Arte», che presenta una selezione di superfici in lamina di piombo, modellate come panneggi per creare intensi giochi di luce. Nella nuova area espositiva dell’Auditorium, è infine, visitabile la mostra «Dentro lo sguardo» (fino a settembre), con un centinaio di immagini in bianco e nero e a colori che ripercorrono l'attività del fotografo Lorenzo Capellini dagli anni Sessanta a oggi, con un focus particolare sui ritratti ai grandi protagonisti del Novecento e sui suoi reportage per la Biennale di Venezia.
Ripresa la strada statale, la Vespa ci porta verso l'estremità nord del lago, dove il nostro viaggio trova due dei suoi snodi concettuali più espliciti, raccontandoci il momento in cui il bacino gardesano diventò una destinazione privilegiata per la borghesia europea in cerca di benessere, svago e contatto con la natura, accogliendo anche grandi poeti, scrittori e artisti dell’Ottocento, da Paul Valéry a Johann Wolfgang Goethe, senza dimenticare Stendhal che descrisse il Benaco come «probabilmente il più bel paesaggio del mondo».
Al MuSa di Salò, nel Bresciano, è allestita la mostra «Tourist! Il fascino del viaggio sul Garda tra Romanticismo e Belle Époque» (fino al 4 ottobre), a cura Paolo Boifava e Maria Paola Pasini, con la collaborazione di Attilio Brilli, in cui si ripercorre la fortunata vicenda del turismo cosmopolita sul lago tra il XIX e il XX secolo attraverso oltre cento dipinti, vedute di giardini, acquerelli, manifesti pubblicitari, guide illustrate, abiti d'epoca, oggetti da viaggio come bauli e souvenir, oltre a un ampio repertorio fotografico con scatti d'autore di Giovanni Negri, della famiglia Lotze e dell’Archivio storico fratelli Alinari.
Tra le opere esposte, ci sono lavori su carta, anche inediti, di artisti come Luigi Basiletti, Girolamo Joli, Basilio Armani e Wilhelm Hollstein, oltre a una serie di quindici vedute a stampa acquerellate a mano, realizzata nel 1824 dallo svizzero Jakob Wetzel per il «Voyage pittoresque au lac de Garda», e presentata per la prima volta nella sua interezza in Italia.
Proseguendo il viaggio verso nord, su una strada molto panoramica, caratterizzata da numerose gallerie e scorci a piccolo sull’acqua, si arriva al Mag di Riva del Garda, in provincia di Trento, dove ci accoglie la rassegna «Visitate il Garda. Grafica e promozione dalla Belle Époque al turismo moderno» (fino al 18 ottobre), curata da Matteo Rapanà e Anna Zunino in occasione del centenario della locale Azienda autonoma di soggiorno e turismo.
Tra manifesti pubblicitari vintage, cartoline d'epoca, grafiche d'autore, guide turistiche, fotografie e materiali editoriali, l'esposizione ripercorre un secolo di immaginario visivo legato al viaggio come piacere, al paesaggio come esperienza estetica e al tempo libero come spazio di costruzione identitaria. Tonalità vitaminiche, immagini da sogno dalla linea sinuosa e dal colore piatto e uniforme, profili di donne ammiccanti e maliziose, poster che enfatizzano l’eleganza della villeggiatura mitteleuropea di inizio Novecento, ma anche l'entusiasmo per la velocità e per la modernità delle nuove infrastrutture - tratti tipici dell’Italia futurista - scorrono lungo le pareti raccontando il Garda come «Mediterraneo tra le Alpi», un luogo che, prima ancora di essere vissuto, è stato immaginato, raccontato, desiderato attraverso un linguaggio grafico in continua evoluzione, ma per il quale il superfluo era necessario come un respiro, la gioia di vivere era uno stile di vita.
8. Giacomo Balla e Anselmo Bucci: le proposte del Mart di Rovereto per l’estate 2026
8. Giacomo Balla e Anselmo Bucci: le proposte del Mart di Rovereto per l’estate 2026
Mentre guardiamo dallo specchietto retrovisore allontanarsi le acque del Benaco, la nostra Vespa piega verso Rovereto, una tappa quasi obbligata per chi voglia misurarsi con le traiettorie dell’arte del Novecento. Sotto la gigantesca cupola in vetro e acciaio del Mart – Museo di arte moderna e contemporanea, il percorso espositivo si articola come una vera e propria accelerazione concettuale, restituendoci la complessità di ricerche capaci di attraversare vari medium artistici e di offrire una fotografia nitida della stagione creativa in cui sono nate.
È il caso della mostra «Giacomo Balla. Lo stile dell'avanguardia. Opere dalla Fondazione e Collezione Biagiotti Cigna» (fino al 18 ottobre), curata da Beatrice Avanzi e Fabio Benzi, e con un allestimento colorato e dinamico firmato dallo studio torinese Officina delle Idee, che allinea oltre duecentoquaranta opere tra dipinti, disegni, bozzetti, fotografie, arredi, oggetti e abiti. Tra i pezzi esposti c'è anche il «Genio futurista», il più grande lavoro mai realizzato dall’artista torinese: un coloratissimo olio su tela d’arazzo, ampio circa quattro metri, realizzato nel 1925 per l’Esposizione universale di arti decorative e industriali moderne di Parigi.
Il percorso espositivo spazia dagli esordi divisionisti all’evoluzione verso il Futurismo - con gli studi sul dinamismo e sulla luce artificiale -, dalle prime prove di astrattismo geometrico - con sequenze di triangoli rombi e losanghe, scomposti nei colori dell’iride - al ritorno alla figurazione degli anni Venti, senza dimenticare la lunga stagione della «Ricostruzione futurista dell’universo», con il desiderio di superare i confini della tela per estendere l’energia creativa a ogni aspetto della vita quotidiana, secondo una concezione di «arte totale» che influenzerà gli sviluppi delle avanguardie in tutta Europa.
Sono gli anni in cui i cunei e i vortici delle «Velocità di automobili» e gli arabeschi astratti degli «Stati d’animo» finiscono per decorare oggetti d’arredo (arazzi, mobili, paralumi e suppellettili), ma anche progetti per ambienti (il «Bal Tic Tac» del 1921) e spettacoli teatrali («Feu d’artifice» del 1916).
È il caso della mostra «Giacomo Balla. Lo stile dell'avanguardia. Opere dalla Fondazione e Collezione Biagiotti Cigna» (fino al 18 ottobre), curata da Beatrice Avanzi e Fabio Benzi, e con un allestimento colorato e dinamico firmato dallo studio torinese Officina delle Idee, che allinea oltre duecentoquaranta opere tra dipinti, disegni, bozzetti, fotografie, arredi, oggetti e abiti. Tra i pezzi esposti c'è anche il «Genio futurista», il più grande lavoro mai realizzato dall’artista torinese: un coloratissimo olio su tela d’arazzo, ampio circa quattro metri, realizzato nel 1925 per l’Esposizione universale di arti decorative e industriali moderne di Parigi.
Il percorso espositivo spazia dagli esordi divisionisti all’evoluzione verso il Futurismo - con gli studi sul dinamismo e sulla luce artificiale -, dalle prime prove di astrattismo geometrico - con sequenze di triangoli rombi e losanghe, scomposti nei colori dell’iride - al ritorno alla figurazione degli anni Venti, senza dimenticare la lunga stagione della «Ricostruzione futurista dell’universo», con il desiderio di superare i confini della tela per estendere l’energia creativa a ogni aspetto della vita quotidiana, secondo una concezione di «arte totale» che influenzerà gli sviluppi delle avanguardie in tutta Europa.
Sono gli anni in cui i cunei e i vortici delle «Velocità di automobili» e gli arabeschi astratti degli «Stati d’animo» finiscono per decorare oggetti d’arredo (arazzi, mobili, paralumi e suppellettili), ma anche progetti per ambienti (il «Bal Tic Tac» del 1921) e spettacoli teatrali («Feu d’artifice» del 1916).
Il dinamismo e l’elogio alla modernità dei mezzi meccanici si fanno, dunque, stile di vita come già ci avevano raccontato i manifesti di inizio Novecento in mostra al Mag di Riva del Garda e come ci testimonia anche la collezione permanente della vicina casa del futurista Fortunato Depero, nel cuore della città medioevale, che presenta questa estate un nuovo allestimento nella sale delle marionette e degli arazzi, a cura di Duccio Dogheria e Federico Zanoner, dedicato ai «Teatrini d'avanguardia» (fino al 18 ottobre), con opere anche di Enrico Prampolini e Prof. Bad Trip, figura di culto dell’illustrazione e del fumetto italiano underground degli anni Novanta.
Ritornando all’esposizione trentina dedicata a Giacomo Balla (Torino, 1871-Roma, 1958), la moda ha uno spazio importante con un ricchissimo repertorio di invenzioni, che trasformano abiti, borse, cravatte, foulard, gilet, studi per sciarpe, cappelli e ricami con «iridescenze entusiasmanti». Non poteva essere diversamente visto che l'ideatrice di questa preziosa raccolta presentata per la prima volta in Italia nella sua interezza - e che ad oggi è una delle maggiori collezioni private monografiche al mondo - era la stilista e imprenditrice Laura Biagiotti, che la iniziò quarant’anni fa, nel 1986, con il marito Gianni Cigna.
Questa estate il Mart, sempre nella sede di Rovereto, offre ai visitatori anche «Anselmo Bucci (1887 – 1955). Il tempo del Novecento tra Italia e Europa», la più ampia retrospettiva mai dedicata all’autore marchigiano, pittore, incisore, disegnatore e persino scrittore di talento, che con la raccolta di aforismi «Il pittore volante» (1930) vinse la prima edizione del Premio Viareggio.
L’esposizione, per la curatela di Beatrice Avanzi e Luca Baroni, allinea oltre centocinquanta opere tra dipinti, incisioni, disegni e fotografie storiche che ricostruiscono la carriera, la vita, i legami affettivi e intellettuali di Anselmo Bucci (Fossombrone, 1887 – Monza, 1955), «una delle figure più complesse, colte e indipendenti» del secolo scorso, conosciuto soprattutto come co-fondatore del gruppo di «Novecento», promosso da Margherita Sarfatti nei primi anni Venti, ma che rivendicò presto la propria autonomia e si distinse per una ricerca originale e poliedrica, di respiro europeo, condotta tra Venezia, Milano e Parigi, ammirata, tra gli altri e tra i primi, da Guillaume Apollinaire.
Attraverso un percorso cronologico, che spazia dagli autoritratti giovanili alla pittura paesaggistica della maturità, la mostra racconta: la pittura vibrante e luminosa della prima fase creativa; le suggestioni post-impressioniste degli anni francesi con opere legate alla vita moderna e con ritratti della compagna Juliette Maré; la progressiva attenzione ai maestri antichi negli anni di vicinanza a «Novecento italiano» tra vedute, ritratti femminili e rappresentazioni del mondo animale. Non manca un focus - con molti disegni, soprattutto a carboncino - sugli anni della Prima guerra mondiale, a cui il pittore partecipò con il cosiddetto «plotone degli artisti», nel Battaglione lombardo volontari ciclisti automobilisti, accanto a Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni, Achille Funi e Mario Sironi.
Chiude la mostra una monumentale opera pittorica, restaurata per l’occasione e mai esposta prima in un museo: «I maschi» (1921-1924). Nel grande dipinto di ispirazione mitologica, un gruppo di uomini intenti alla caccia viene sopraffatto dalle amazzoni, in una scena che allude simbolicamente al conflitto tra i sessi. I numerosi studi preparatori testimoniano una lunga elaborazione e permettono di seguire l’evoluzione del linguaggio dell’artista, dalla formazione parigina agli esiti più vicini a «Novecento Italiano». Creata originariamente per la Biennale di Venezia, la tela non venne mai esposta al pubblico per decisione dello stesso autore, che la considerò «un quadro segreto» e la tenne sempre per sé, riuscendo a salvarla anche dalla distruzione del suo studio milanese durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, un episodio ricordato con amara ironia nell’opera «Il dono americano».
Sempre nella sede roveretana del Mart è visitabile la collettiva «Di quadro in quadro. L'arte della citazione» (fino al 1° novembre), a cura di Daniela Ferrari, che attraverso centocinquanta opere di quasi ottanta artisti esplora il denso e ammaliante reticolo di rimandi, citazioni e riscritture che attraversa la storia dell’arte moderna e contemporanea: «dalla copia - quale tributo agli antichi maestri ed esercizio necessario alla pratica artistica non solo in una fase di apprendistato - alle puntuali citazioni del quadro nel quadro, fino ai d’après e alle cover».
In un percorso volutamente per exempla, che suggerisce un’idea di modernità costruita per ritorni e slittamenti di senso, si spazia da lavori di Giorgio de Chirico, Achille Funi, Massimo Campigli e Felice Casorati dedicati a grandi autori del passato a citazioni di immagini intramontabili come la Monna Lisa nelle tele pop di Andy Warhol o nei lavori in mattoncini di Lego di Ai Weiwei, senza dimenticare il «caso Giorgio Morandi», maestro emiliano il cui studio bolognese in via Fondazza - un luogo dove il tempo sembra essersi fermato tra bottiglie impolverate e vasi con mazzolini di fiori secchi o di stoffa - ha suggestionato più di un artista contemporaneo; tra questi ci sono Claudio Parmiggiani e l’americana Mary Ellen Bartley.
9. Nord-est: sulle Dolomiti con Tiziano, alle terme con Alfred Eisenstaedt e al mare con Elliott Erwitt
Ritornando all’esposizione trentina dedicata a Giacomo Balla (Torino, 1871-Roma, 1958), la moda ha uno spazio importante con un ricchissimo repertorio di invenzioni, che trasformano abiti, borse, cravatte, foulard, gilet, studi per sciarpe, cappelli e ricami con «iridescenze entusiasmanti». Non poteva essere diversamente visto che l'ideatrice di questa preziosa raccolta presentata per la prima volta in Italia nella sua interezza - e che ad oggi è una delle maggiori collezioni private monografiche al mondo - era la stilista e imprenditrice Laura Biagiotti, che la iniziò quarant’anni fa, nel 1986, con il marito Gianni Cigna.
Questa estate il Mart, sempre nella sede di Rovereto, offre ai visitatori anche «Anselmo Bucci (1887 – 1955). Il tempo del Novecento tra Italia e Europa», la più ampia retrospettiva mai dedicata all’autore marchigiano, pittore, incisore, disegnatore e persino scrittore di talento, che con la raccolta di aforismi «Il pittore volante» (1930) vinse la prima edizione del Premio Viareggio.
L’esposizione, per la curatela di Beatrice Avanzi e Luca Baroni, allinea oltre centocinquanta opere tra dipinti, incisioni, disegni e fotografie storiche che ricostruiscono la carriera, la vita, i legami affettivi e intellettuali di Anselmo Bucci (Fossombrone, 1887 – Monza, 1955), «una delle figure più complesse, colte e indipendenti» del secolo scorso, conosciuto soprattutto come co-fondatore del gruppo di «Novecento», promosso da Margherita Sarfatti nei primi anni Venti, ma che rivendicò presto la propria autonomia e si distinse per una ricerca originale e poliedrica, di respiro europeo, condotta tra Venezia, Milano e Parigi, ammirata, tra gli altri e tra i primi, da Guillaume Apollinaire.
Attraverso un percorso cronologico, che spazia dagli autoritratti giovanili alla pittura paesaggistica della maturità, la mostra racconta: la pittura vibrante e luminosa della prima fase creativa; le suggestioni post-impressioniste degli anni francesi con opere legate alla vita moderna e con ritratti della compagna Juliette Maré; la progressiva attenzione ai maestri antichi negli anni di vicinanza a «Novecento italiano» tra vedute, ritratti femminili e rappresentazioni del mondo animale. Non manca un focus - con molti disegni, soprattutto a carboncino - sugli anni della Prima guerra mondiale, a cui il pittore partecipò con il cosiddetto «plotone degli artisti», nel Battaglione lombardo volontari ciclisti automobilisti, accanto a Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni, Achille Funi e Mario Sironi.
Chiude la mostra una monumentale opera pittorica, restaurata per l’occasione e mai esposta prima in un museo: «I maschi» (1921-1924). Nel grande dipinto di ispirazione mitologica, un gruppo di uomini intenti alla caccia viene sopraffatto dalle amazzoni, in una scena che allude simbolicamente al conflitto tra i sessi. I numerosi studi preparatori testimoniano una lunga elaborazione e permettono di seguire l’evoluzione del linguaggio dell’artista, dalla formazione parigina agli esiti più vicini a «Novecento Italiano». Creata originariamente per la Biennale di Venezia, la tela non venne mai esposta al pubblico per decisione dello stesso autore, che la considerò «un quadro segreto» e la tenne sempre per sé, riuscendo a salvarla anche dalla distruzione del suo studio milanese durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, un episodio ricordato con amara ironia nell’opera «Il dono americano».
Sempre nella sede roveretana del Mart è visitabile la collettiva «Di quadro in quadro. L'arte della citazione» (fino al 1° novembre), a cura di Daniela Ferrari, che attraverso centocinquanta opere di quasi ottanta artisti esplora il denso e ammaliante reticolo di rimandi, citazioni e riscritture che attraversa la storia dell’arte moderna e contemporanea: «dalla copia - quale tributo agli antichi maestri ed esercizio necessario alla pratica artistica non solo in una fase di apprendistato - alle puntuali citazioni del quadro nel quadro, fino ai d’après e alle cover».
In un percorso volutamente per exempla, che suggerisce un’idea di modernità costruita per ritorni e slittamenti di senso, si spazia da lavori di Giorgio de Chirico, Achille Funi, Massimo Campigli e Felice Casorati dedicati a grandi autori del passato a citazioni di immagini intramontabili come la Monna Lisa nelle tele pop di Andy Warhol o nei lavori in mattoncini di Lego di Ai Weiwei, senza dimenticare il «caso Giorgio Morandi», maestro emiliano il cui studio bolognese in via Fondazza - un luogo dove il tempo sembra essersi fermato tra bottiglie impolverate e vasi con mazzolini di fiori secchi o di stoffa - ha suggestionato più di un artista contemporaneo; tra questi ci sono Claudio Parmiggiani e l’americana Mary Ellen Bartley.
9. Nord-est: sulle Dolomiti con Tiziano, alle terme con Alfred Eisenstaedt e al mare con Elliott Erwitt
Usciti dal Mart, con un cambio di marcia deciso e il motore che sale di giri, è ora di affrontare l'arrampicata verso il cuore delle Dolomiti. Tra tornanti panoramici e aria d'alta quota, la Vespa ci porta fino a Pieve di Cadore, in provincia di Belluno, dove nel Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore, è allestita la mostra-dossier «Tiziano e il paesaggio» (fino al 18 ottobre), a cura di Bernard Aikema e Thomas Dalla Costa.
Promossa nell’ambito degli eventi per i quattrocentocinquanta anni dalla morte dell’artista (1576-2026), uno dei grandi protagonisti del Rinascimento veneziano, l’esposizione allinea tre dipinti in prestito eccezionale - il «Battesimo di Cristo» (1511-1512) dai Musei capitolini di Roma, «Orfeo ed Euridice» (1515 c.) dall'Accademia Carrara di Bergamo e il «San Giovanni Battista» (1540 - 1542) dalle Gallerie dell'Accademia di Venezia - e oltre una trentina opere grafiche del maestro veneto e di altri autori che hanno gettato le basi di una nuova sensibilità paesaggistica o che sono stati eredi dei modelli tizianeschi: da Lucas Cranach e Albrecht Dürer fino a Rembrandt, Antoine Watteau e Marco Ricci.
La mostra - corredata da trentacinque eventi diffusi nel territorio, tra conferenze, concerti di musica classica e visite guidate - si propone così di indagare come Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore, 1489 ? - Venezia, 1576) sia stata il capostipite di un nuovo modo di approcciarsi alla natura, intesa non più come semplice sfondo ma come elemento strutturante della composizione pittorica. Le imponenti cime calcaree, i boschi fitti, gli impetuosi ruscelli e i cieli mutevoli delle montagne dolomitiche sono, infatti, entrati direttamente nelle tele dell'artista veneto, trasformando il paesaggio naturale in uno straordinario protagonista emotivo e narrativo.
In contemporanea, nella vicina casa natale del pittore (fresca di restauro), la rassegna «Paesaggi cadorini negli acquerelli di Josiah Gilbert», curata da Tullia Zanella con Letizia Lonzi e Antonio Genova, accompagna il visitatore a rivedere con gli occhi e la sensibilità romantica di un grande viaggiatore e intellettuale inglese dell’Ottocento - autore dei volumi «The Dolomite Mountains. Excursions through Tyrol, Carinthia, Carniola, and Friuli in 1861, 1862 and 1863» e «Cadore or Titian’s Country» (1869) - la natura montana dove si formò Tiziano e che fu per lui fonte di ispirazione.
Tolto il cavalletto dalla Vespa, inizia la discesa verso la pianura veneta. La prossima destinazione del nostro viaggio è Abano Terme, in provincia di Padova, dove ci si ferma a Villa Bassi Rathgeb, dimora cinquecentesca fatta edificare dal medico Giovanni Antonio Secco, con all'interno pregevoli affreschi a tema mitologico e biblico e una collezione con artisti come Giovan Battista Moroni, Palma il Giovane, Pietro Longhi e Fra Galgario.
Nella cittadina termale veneta, che fu meta per l’otium degli scrittori latini Tito Livio e Plinio il Vecchio, è allestita la mostra «Alfred Eisenstaedt. La fotografia era nell'aria» (fino al 20 settembre), curata da Monica Poggi e prodotta da Camera – Centro italiano per la fotografia di Torino, che prevede una seconda tappa in Laguna, negli spazi del Munav - Museo storico navale di Venezia (fino al 22 novembre), nello scenografico Padiglione delle navi, proprio nei mesi della sessantunesima edizione della Biennale d'arte, con il suo ricco palinsesto espositivo, a cui abbiamo già dedicato un articolo a sé stante (anche perché lo scooter deve essere necessariamente lasciato in terraferma per cedere il passo ai vaporetti).
Le due rassegne gemelle - una con ottanta immagini dedicate principalmente agli anni americani e alla lunga collaborazione con la rivista «Life», l'altra con altrettanti scatti degli anni europei della formazione e dei primi incarichi come reporter - ci conducono all'interno di un libro di storia, dove ogni immagine rende eterno l’«istante perfetto», quello in cui – diceva l'artista - «premi il pulsante e sai…sai che hai preso qualcosa di speciale».
Autore tedesco di origine ebraica, emigrato nel 1935 negli Stati Uniti a causa delle leggi razziali, Alfred Eisenstaedt (1898-1995) è conosciuto dal grande pubblico principalmente per la nota fotografia «V-J Day in Times Square», nella quale un marinaio bacia un’infermiera in mezzo a una folla festante nel cuore di New York, al termine della Seconda guerra mondiale, dopo la resa del Giappone del 14 agosto 1945.
Firma di punta della rivista americana «Life», per la quale, tra il 1936 e il 1972, ha pubblicato oltre duemilacinquecento servizi e una novantina di copertine, il fotografo è stato un attento testimone dei più importanti fatti del Novecento, dall’ascesa del nazismo in Germania agli effetti della bomba atomica in Giappone, ma ha anche raccontato - con un linguaggio visivo unico capace di coniugare talento narrativo, ironia sottile e poesia visiva - la storia con la s minuscola, quella quotidiana, con l’alta società europea degli anni Trenta che si divertiva sulle nevi delle alpi svizzere, con gli americani negli anni opulenti del boom economico, con scatti di eventi mondani al cinema o al circo, con le ballerine di danza classica della School of American Ballet di George Balanchine a New York City.
Davanti all’obiettivo di Alfred Eisenstaedt posarono anche i principali protagonisti del suo tempo, dal fisico J. Robert Oppenheimer - «il padre della bomba atomica», che portava nel cuore e nello sguardo tormentato il peso delle conseguenze delle sue ricerche - al presidente Bill Clinton - effigiato nell’ultima immagine ufficiale del fotografo tedesco, scattata all’età di 95 anni - passando per Sophia Loren, Angela Lensbrury, Albert Einstein e Marilyn Monroe.
Nella mostra lagunare, dall’allestimento di grande impatto visivo con gli scatti in bianco e nero che dialogano con gli scafi storici e i cimeli della marineria, c’è anche un focus dedicato a Venezia, con immagini meno note e in alcuni casi inedite, che offrono una visione intima della città, coerente con l’attenzione costante dell’autore agli attimi di vita vera.
Prima di lasciare il Veneto, dirigiamo idealmente il manubrio della nostra Vespa verso il mare per andare a visitare il vicino JMuseo di Jesolo, una struttura architettonica d’avanguardia di circa 4.200 metri quadrati, articolati su quattro piani e con una terrazza panoramica al posto del tetto, che si caratterizza per una pianta triangolare frammentata e un’originale facciata rivestita in alluminio microforato, con una sequenza di triangoli scaleni che crea uno scenografico gioco ottico di luci e ombre. Al suo interno - oltre a mostre dedicate al territorio come «Tra terra e acqua» (fino al 10 gennaio 2027), con un centinaio di opere del collettivo Ars et Natura che raccontano la fragilità del paesaggio lagunare - è visibile un’altra grande retrospettiva fotografica: «Elliott Erwitt. Icons» (fino al 18 ottobre), a cura di Biba Giacchetti, già collaboratrice nonché amica dell’artista franco-americano, che si è avvalsa per l’occasione dell’assistenza tecnica di Gabriele Accornero e Valentina Bruno.
Ottanta scatti, prevalentemente in bianco e nero, ripercorrono la lunga e brillante carriera del fotografo, «cantore della commedia umana» che ha colto l’anima del Novecento e ha trasformato la vita quotidiana in poesia, ricordandoci di osservare il mondo con leggerezza, comprensione profonda e meraviglia.
Lungo il percorso espositivo, dal quale emerge la tipica ironia di Elliott Erwitt (1928-2023), pervasa da una vena surreale e romantica, scorrono gli indimenticabili ritratti di Marilyn Monroe, Marlene Dietrich, Fidel Castro, Che Guevara, Jack Kerouac, Sophia Loren e Arnold Schwarzenegger, ma anche i giocosi «Self-Portrait» e fotografie che hanno eternato pagine importanti della grande storia del Novecento, come quella, scattata a Mosca nel 1959, con Richard Nixon che punta il dito contro Nikita Chruščëv, o quella del 1963 con Jackie Kennedy in lacrime, dietro il velo nero, durante il funerale del marito John Fitzgerald Kennedy.
Portano la firma del maestro franco-americano, e sono visibili nelle sale dello JMuseo di Jesolo, anche lavori più intimi, ma ugualmente iconici, come «Umbrella Jump» del 1989, con una Parigi piovosa sullo sfondo e un uomo che si libra in aria a simulare il jeté (il passo tipico della danza classica) in primo piano, o «California Kiss» del 1956, con un bacio ripreso all’interno dello specchietto retrovisore di una macchina, negli anni del boom economico americano.
C’è, in molte delle immagini esposte - è il caso di «France» del 1989, con un cagnolino saltellante, o di «Boy, Bicycle & Baguette» del 1955, con un nonno e il suo nipotino in bicicletta, circondati dai classici stereotipi transalpini - la filosofia di vita e di lavoro del maestro franco-americano, che una volta disse: «Nulla è davvero serio, e allo stesso tempo tutto lo è. Prendo molto sul serio il non serio». Da qui nasce quella sua inconfondibile ironia, che non ferisce, ma rivela, con delicatezza e senza cinismo, le assurdità del quotidiano, l’imprevisto poetico nel banale.
Prima di lasciare il Nord-Est e procedere verso nuove mete, vale la pena spingersi fino alla cittadina friulana di Codroipo (in provincia di Udine), dove a Villa Manin, residenza estiva dell’ultimo Doge della Serenissima e sede della firma del Trattato di Campoformio (1797), è esposta la «Nuda Veritas» di Gustav Klimt (fino al 6 settembre), maestro della Secessione viennese che ha fatto dell'oro materia pittorica e che, qui, riflette sul concetto di verità (come suggerisce un'iscrizione schilleriana posta sul dipinto) attraverso il ritratto di una donna dalla lunga chioma rosso fuoco, dalla nudità esibita e dalla sguardo fiero e interrogante. Si tratta di un appuntamento importante per l'Italia visto che l'olio su tela di grandi dimensioni (252 per 56,2 centimetri) - presentato all'interno di una piccola mostra-dossier curata da Cäcilia Bischoff e realizzata con il Kunsthistorisches Museum e il Theatermuseum di Vienna - esce raramente dai confini austriaci ed è la prima volta che viene concesso in prestito a un museo italiano.
10. A Firenze una sosta spirituale tra i colori di Mark Rotko
Rimessa in moto la Vespa dopo la parentesi friulana, è tempo di ingranare le marce e varcare i confini della Toscana. Scendendo lungo i tornanti dell'Appennino tosco-emiliano, dove la guida si fa puro piacere geometrico tra ampie curve e rigogliose oasi verdi, giungiamo a Firenze. La culla del Rinascimento attrae da secoli per la perfezione della sua prospettiva e la chiarezza dei suoi volumi quattrocenteschi, ma quest'estate uno dei suoi appuntamenti più imperdibili parla il linguaggio dell’arte contemporanea: Palazzo Strozzi ospita una grande retrospettiva dedicata a Mark Rothko (fino al 23 agosto), uno dei pittori statunitensi più influenti del Novecento, universalmente riconosciuto come pioniere e massimo esponente del Color Field Painting (la pittura a campi di colore) all’interno del movimento dell’Espressionismo astratto. Il percorso espositivo, a cura del figlio Christopher Rothko e di Elena Geuna, ripercorre cronologicamente l'intera carriera dell'artista attraverso una settantina di opere, provenienti da prestigiosi musei internazionali come il MoMA e il Metropolitan Museum of Art di New York, la Tate di Londra e Centre national d’art et de culture Georges-Pompidou di Parigi.
Si inizia con gli anni Trenta e Quaranta, caratterizzati da lavori ancora figurativi o in dialogo con i linguaggi dell’Espressionismo e del Neo-Surrealismo, nei quali è evidente l’interesse verso la mitologia greca, l’arte primitiva e la psicoanalisi. Si attraversa la stagione della dissoluzione della forma e della nascita dei cosiddetti «Multiforms», campi di colore sospesi sulla tela che, intorno al 1946, segnano il passaggio verso una totale astrazione. Si arriva al fortunato e proficuo biennio 1950-1960, quello delle celebri tele astratte create attraverso ampie campiture cromatiche, in bilico tra materia e trascendenza. Le sale rinascimentali del palazzo si convertono in cappelle laiche di pura luce e colore. I monumentali «Color Field Paintings», con i loro grandi rettangoli dai bordi sfumati e fluttuanti, invitano a un'esperienza contemplativa totale, quasi ipnotica. In un'epoca satura di immagini effimere e notifiche costanti, Mark Rothko (1903-1970) impone, dunque, un tempo di osservazione lento, intimo e silenzioso: una sosta spirituale necessaria nel cuore pulsante dell'estate italiana.
La mostra esce anche fuori dai confini di Palazzo Strozzi, dove è contemporaneamente allestita, nel Project Space, la personale «Canto infinito» (fino al 23 agosto) del francese Jean-Marie Appriou, a cura di Arturo Galansino, con una selezione di sculture monumentali in bronzo e acciaio, dalle forme ibride e metamorfiche, che richiamano l’immaginario visionario di Dante Alighieri e della sua «Divina Commedia».
Seguendo come filo narrativo il viaggio in Italia del 1950, un’esperienza trasformativa per Mark Rothko che in quei giorni si accostò ai grandi maestri del Rinascimento, vengono coinvolti nel progetto espositivo due luoghi fiorentini a lui particolarmente cari: il Museo di San Marco, dove cinque opere rothkiane di piccolo formato, realizzate con tecniche diverse e appartenenti a periodi differenti, sono esposte in altrettante celle affrescate dal Beato Angelico; e il vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, con due studi preparatori per i pannelli murali del Seagram Building di New York, realizzati tra il 1958 e il 1962 e ispirati proprio all'architettura dell'edificio fiorentino. A tal proposito, l'artista americano scrisse: «[Michelangelo] è riuscito a ottenere proprio quella sensazione particolare che ricercavo: ha fatto sì che i visitatori abbiano l’impressione di essere imprigionati dentro una stanza in cui le porte e le finestre sono murate cosicché non resta loro che sbattere la testa contro il muro per l’eternità».
La quiete meditativa del Beato Angelico e la tensione spaziale del progetto michelangiolesco rappresentano bene i due poli opposti entro cui si muove la ricerca di Mark Rothko, capace di esprimere i più profondi stati d’animo umani: «la tragedia, l'estasi, la sventura», la voglia di infinito.
11. Toscana: dai marmi della Versilia ai «dialoghi» culturali di Gino Severini
Rimessa in moto la Vespa, il nostro viaggio prosegue verso la costa nord-occidentale della Toscana. Lungo la dorsale tirrenica, tra i rilievi delle Alpi Apuane e il profumo di salsedine, troviamo la nostra prima tappa: la città simbolo di uno dei marmi più pregiati al mondo, Carrara, che questa estate si trasforma in un laboratorio a cielo aperto dove tradizione artigiana e arte contemporanea dialogano grazie al progetto espositivo «Design Lives in the City» (fino al 30 agosto), ideato da Domenico Raimondi per la decima edizione del festival «White Carrara». Nel centro storico oltre trenta opere, firmate da altrettanti designer internazionali e realizzate con tecnologie d’avanguardia da aziende locali, danno vita a una nuova geografia urbana destinata a rimanere come patrimonio permanente.
Dalla creatività di artisti quali Fabio Novembre, Nicolas Bertoux, Karim Rashid, Michel Boucquillon, Ross Lovegrove, Emiliana Martinelli e Pietro Franceschini - solo per fare qualche nome - sono nate panchine e sedute collettive, elementi decorativi, sistemi di illuminazione, dissuasori e dispositivi di sosta, installazioni urbane che utilizzano forme organiche e monolitiche per ridefinire lo spazio pubblico come luogo di relazione e socialità.
Accanto agli interventi urbani, la manifestazione ospita anche, nella Galleria di piazza Alberica, la mostra «DesignUltra», per la curatela e il progetto espositivo di Perla Gianni Falvo (presidente della delegazione Toscana di Adi - Associazione per il disegno industriale), che attraverso pezzi storici di Alessandro Mendini, Gio Ponti, Ettore Sottsass, Gae Aulenti e altri ancora racconta come gli oggetti possano superare la funzione d'uso per diventare icone culturali.
Il marmo è al centro anche della personale «Legami: Ties That Bind» (fino al 30 agosto) di Mikayel Ohanjanyan (Yerevan, Armenia, 1976), allestita al mudaC ǀ museo delle arti Carrara, per la curatela di Christopher Atamian e Tamar Hovsepian. Attraverso cinque sculture di diverse dimensioni - da elementi monumentali (fino a 121×210×90 cm) ad altri più minuti (53×68×40 cm) - l'artista armeno crea un’unica scenografica installazione, dove blocchi informi di marmo bianco vengono tenuti insieme da cavi in acciaio inox, con l'intento di far riflettere il pubblico sulla condizione umana e sulle strutture invisibili che tengono insieme ogni cosa, dai rapporti personali alla memoria storica collettiva.
Sempre a Carrara, merita una visita la collettiva «Le signore dell’arte. La parità del talento nell’arte italiana moderna» (fino al 25 ottobre), a cura di Massimo Bertozzi, che porta nelle sale di Palazzo Cucchiari centotrentuno opere di quarantadue artiste che operarono tra la metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, un periodo caratterizzato da profonde trasformazioni sociali, culturali e professionali che modificarono in maniera sostanziale la condizione femminile.
Quattro lavori di Felice Casorati, mentore di Nella Marchesini (la cui opera «Daphne Maugham» del 1927 è stata scelta come immagine guida della mostra), e tre dipinti di Giacomo Balla (tra i quali «Affetti» del 1910, che ritrae la figlia pittrice Luce con la moglie) completano il percorso espositivo, che indaga anche il peso dei legami familiari e dell’ambiente domestico sulla formazione e sull’affermazione di queste artiste, molto spesso relegate all’ombra dei ben più famosi padri, fratelli, amanti e mariti pittori e intellettuali.
Tra le artiste in mostra ci sono: le «pioniere» ottocentesche Ernesta Legnani Bisi e Amanzia Guerillot, di cui è esposto un raro e curioso ritratto sagomato realizzato dal maestro e marito Angelo Inganni; Adriana Pincherle, la sorella di Alberto Moravia, con un «Autoritratto» (1932) proveniente dagli Uffizi di Firenze; la pittrice, scenografa, costumista e scrittrice italo-argentina Leonor Fini, l'unica esponente italiana del Surrealismo, di cui è presente lungo il percorso un ritratto onirico e anticonformista del compagno e scrittore André de Mandiargues; e Antonietta Raphael, della quale si può ammirare «Mario nello studio (Omaggio a Mafai)» (1966), una tela della Galleria nazionale d'arte moderna di Roma dedicata al marito, ripreso nell'atto di ritrarre una modella nuda.
Promossa nell’ambito degli eventi per i quattrocentocinquanta anni dalla morte dell’artista (1576-2026), uno dei grandi protagonisti del Rinascimento veneziano, l’esposizione allinea tre dipinti in prestito eccezionale - il «Battesimo di Cristo» (1511-1512) dai Musei capitolini di Roma, «Orfeo ed Euridice» (1515 c.) dall'Accademia Carrara di Bergamo e il «San Giovanni Battista» (1540 - 1542) dalle Gallerie dell'Accademia di Venezia - e oltre una trentina opere grafiche del maestro veneto e di altri autori che hanno gettato le basi di una nuova sensibilità paesaggistica o che sono stati eredi dei modelli tizianeschi: da Lucas Cranach e Albrecht Dürer fino a Rembrandt, Antoine Watteau e Marco Ricci.
La mostra - corredata da trentacinque eventi diffusi nel territorio, tra conferenze, concerti di musica classica e visite guidate - si propone così di indagare come Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore, 1489 ? - Venezia, 1576) sia stata il capostipite di un nuovo modo di approcciarsi alla natura, intesa non più come semplice sfondo ma come elemento strutturante della composizione pittorica. Le imponenti cime calcaree, i boschi fitti, gli impetuosi ruscelli e i cieli mutevoli delle montagne dolomitiche sono, infatti, entrati direttamente nelle tele dell'artista veneto, trasformando il paesaggio naturale in uno straordinario protagonista emotivo e narrativo.
In contemporanea, nella vicina casa natale del pittore (fresca di restauro), la rassegna «Paesaggi cadorini negli acquerelli di Josiah Gilbert», curata da Tullia Zanella con Letizia Lonzi e Antonio Genova, accompagna il visitatore a rivedere con gli occhi e la sensibilità romantica di un grande viaggiatore e intellettuale inglese dell’Ottocento - autore dei volumi «The Dolomite Mountains. Excursions through Tyrol, Carinthia, Carniola, and Friuli in 1861, 1862 and 1863» e «Cadore or Titian’s Country» (1869) - la natura montana dove si formò Tiziano e che fu per lui fonte di ispirazione.
Tolto il cavalletto dalla Vespa, inizia la discesa verso la pianura veneta. La prossima destinazione del nostro viaggio è Abano Terme, in provincia di Padova, dove ci si ferma a Villa Bassi Rathgeb, dimora cinquecentesca fatta edificare dal medico Giovanni Antonio Secco, con all'interno pregevoli affreschi a tema mitologico e biblico e una collezione con artisti come Giovan Battista Moroni, Palma il Giovane, Pietro Longhi e Fra Galgario.
Nella cittadina termale veneta, che fu meta per l’otium degli scrittori latini Tito Livio e Plinio il Vecchio, è allestita la mostra «Alfred Eisenstaedt. La fotografia era nell'aria» (fino al 20 settembre), curata da Monica Poggi e prodotta da Camera – Centro italiano per la fotografia di Torino, che prevede una seconda tappa in Laguna, negli spazi del Munav - Museo storico navale di Venezia (fino al 22 novembre), nello scenografico Padiglione delle navi, proprio nei mesi della sessantunesima edizione della Biennale d'arte, con il suo ricco palinsesto espositivo, a cui abbiamo già dedicato un articolo a sé stante (anche perché lo scooter deve essere necessariamente lasciato in terraferma per cedere il passo ai vaporetti).
Le due rassegne gemelle - una con ottanta immagini dedicate principalmente agli anni americani e alla lunga collaborazione con la rivista «Life», l'altra con altrettanti scatti degli anni europei della formazione e dei primi incarichi come reporter - ci conducono all'interno di un libro di storia, dove ogni immagine rende eterno l’«istante perfetto», quello in cui – diceva l'artista - «premi il pulsante e sai…sai che hai preso qualcosa di speciale».
Autore tedesco di origine ebraica, emigrato nel 1935 negli Stati Uniti a causa delle leggi razziali, Alfred Eisenstaedt (1898-1995) è conosciuto dal grande pubblico principalmente per la nota fotografia «V-J Day in Times Square», nella quale un marinaio bacia un’infermiera in mezzo a una folla festante nel cuore di New York, al termine della Seconda guerra mondiale, dopo la resa del Giappone del 14 agosto 1945.
Firma di punta della rivista americana «Life», per la quale, tra il 1936 e il 1972, ha pubblicato oltre duemilacinquecento servizi e una novantina di copertine, il fotografo è stato un attento testimone dei più importanti fatti del Novecento, dall’ascesa del nazismo in Germania agli effetti della bomba atomica in Giappone, ma ha anche raccontato - con un linguaggio visivo unico capace di coniugare talento narrativo, ironia sottile e poesia visiva - la storia con la s minuscola, quella quotidiana, con l’alta società europea degli anni Trenta che si divertiva sulle nevi delle alpi svizzere, con gli americani negli anni opulenti del boom economico, con scatti di eventi mondani al cinema o al circo, con le ballerine di danza classica della School of American Ballet di George Balanchine a New York City.
Davanti all’obiettivo di Alfred Eisenstaedt posarono anche i principali protagonisti del suo tempo, dal fisico J. Robert Oppenheimer - «il padre della bomba atomica», che portava nel cuore e nello sguardo tormentato il peso delle conseguenze delle sue ricerche - al presidente Bill Clinton - effigiato nell’ultima immagine ufficiale del fotografo tedesco, scattata all’età di 95 anni - passando per Sophia Loren, Angela Lensbrury, Albert Einstein e Marilyn Monroe.
Nella mostra lagunare, dall’allestimento di grande impatto visivo con gli scatti in bianco e nero che dialogano con gli scafi storici e i cimeli della marineria, c’è anche un focus dedicato a Venezia, con immagini meno note e in alcuni casi inedite, che offrono una visione intima della città, coerente con l’attenzione costante dell’autore agli attimi di vita vera.
Prima di lasciare il Veneto, dirigiamo idealmente il manubrio della nostra Vespa verso il mare per andare a visitare il vicino JMuseo di Jesolo, una struttura architettonica d’avanguardia di circa 4.200 metri quadrati, articolati su quattro piani e con una terrazza panoramica al posto del tetto, che si caratterizza per una pianta triangolare frammentata e un’originale facciata rivestita in alluminio microforato, con una sequenza di triangoli scaleni che crea uno scenografico gioco ottico di luci e ombre. Al suo interno - oltre a mostre dedicate al territorio come «Tra terra e acqua» (fino al 10 gennaio 2027), con un centinaio di opere del collettivo Ars et Natura che raccontano la fragilità del paesaggio lagunare - è visibile un’altra grande retrospettiva fotografica: «Elliott Erwitt. Icons» (fino al 18 ottobre), a cura di Biba Giacchetti, già collaboratrice nonché amica dell’artista franco-americano, che si è avvalsa per l’occasione dell’assistenza tecnica di Gabriele Accornero e Valentina Bruno.
Ottanta scatti, prevalentemente in bianco e nero, ripercorrono la lunga e brillante carriera del fotografo, «cantore della commedia umana» che ha colto l’anima del Novecento e ha trasformato la vita quotidiana in poesia, ricordandoci di osservare il mondo con leggerezza, comprensione profonda e meraviglia.
Lungo il percorso espositivo, dal quale emerge la tipica ironia di Elliott Erwitt (1928-2023), pervasa da una vena surreale e romantica, scorrono gli indimenticabili ritratti di Marilyn Monroe, Marlene Dietrich, Fidel Castro, Che Guevara, Jack Kerouac, Sophia Loren e Arnold Schwarzenegger, ma anche i giocosi «Self-Portrait» e fotografie che hanno eternato pagine importanti della grande storia del Novecento, come quella, scattata a Mosca nel 1959, con Richard Nixon che punta il dito contro Nikita Chruščëv, o quella del 1963 con Jackie Kennedy in lacrime, dietro il velo nero, durante il funerale del marito John Fitzgerald Kennedy.
Portano la firma del maestro franco-americano, e sono visibili nelle sale dello JMuseo di Jesolo, anche lavori più intimi, ma ugualmente iconici, come «Umbrella Jump» del 1989, con una Parigi piovosa sullo sfondo e un uomo che si libra in aria a simulare il jeté (il passo tipico della danza classica) in primo piano, o «California Kiss» del 1956, con un bacio ripreso all’interno dello specchietto retrovisore di una macchina, negli anni del boom economico americano.
C’è, in molte delle immagini esposte - è il caso di «France» del 1989, con un cagnolino saltellante, o di «Boy, Bicycle & Baguette» del 1955, con un nonno e il suo nipotino in bicicletta, circondati dai classici stereotipi transalpini - la filosofia di vita e di lavoro del maestro franco-americano, che una volta disse: «Nulla è davvero serio, e allo stesso tempo tutto lo è. Prendo molto sul serio il non serio». Da qui nasce quella sua inconfondibile ironia, che non ferisce, ma rivela, con delicatezza e senza cinismo, le assurdità del quotidiano, l’imprevisto poetico nel banale.
Prima di lasciare il Nord-Est e procedere verso nuove mete, vale la pena spingersi fino alla cittadina friulana di Codroipo (in provincia di Udine), dove a Villa Manin, residenza estiva dell’ultimo Doge della Serenissima e sede della firma del Trattato di Campoformio (1797), è esposta la «Nuda Veritas» di Gustav Klimt (fino al 6 settembre), maestro della Secessione viennese che ha fatto dell'oro materia pittorica e che, qui, riflette sul concetto di verità (come suggerisce un'iscrizione schilleriana posta sul dipinto) attraverso il ritratto di una donna dalla lunga chioma rosso fuoco, dalla nudità esibita e dalla sguardo fiero e interrogante. Si tratta di un appuntamento importante per l'Italia visto che l'olio su tela di grandi dimensioni (252 per 56,2 centimetri) - presentato all'interno di una piccola mostra-dossier curata da Cäcilia Bischoff e realizzata con il Kunsthistorisches Museum e il Theatermuseum di Vienna - esce raramente dai confini austriaci ed è la prima volta che viene concesso in prestito a un museo italiano.
10. A Firenze una sosta spirituale tra i colori di Mark Rotko
Rimessa in moto la Vespa dopo la parentesi friulana, è tempo di ingranare le marce e varcare i confini della Toscana. Scendendo lungo i tornanti dell'Appennino tosco-emiliano, dove la guida si fa puro piacere geometrico tra ampie curve e rigogliose oasi verdi, giungiamo a Firenze. La culla del Rinascimento attrae da secoli per la perfezione della sua prospettiva e la chiarezza dei suoi volumi quattrocenteschi, ma quest'estate uno dei suoi appuntamenti più imperdibili parla il linguaggio dell’arte contemporanea: Palazzo Strozzi ospita una grande retrospettiva dedicata a Mark Rothko (fino al 23 agosto), uno dei pittori statunitensi più influenti del Novecento, universalmente riconosciuto come pioniere e massimo esponente del Color Field Painting (la pittura a campi di colore) all’interno del movimento dell’Espressionismo astratto. Il percorso espositivo, a cura del figlio Christopher Rothko e di Elena Geuna, ripercorre cronologicamente l'intera carriera dell'artista attraverso una settantina di opere, provenienti da prestigiosi musei internazionali come il MoMA e il Metropolitan Museum of Art di New York, la Tate di Londra e Centre national d’art et de culture Georges-Pompidou di Parigi.
Si inizia con gli anni Trenta e Quaranta, caratterizzati da lavori ancora figurativi o in dialogo con i linguaggi dell’Espressionismo e del Neo-Surrealismo, nei quali è evidente l’interesse verso la mitologia greca, l’arte primitiva e la psicoanalisi. Si attraversa la stagione della dissoluzione della forma e della nascita dei cosiddetti «Multiforms», campi di colore sospesi sulla tela che, intorno al 1946, segnano il passaggio verso una totale astrazione. Si arriva al fortunato e proficuo biennio 1950-1960, quello delle celebri tele astratte create attraverso ampie campiture cromatiche, in bilico tra materia e trascendenza. Le sale rinascimentali del palazzo si convertono in cappelle laiche di pura luce e colore. I monumentali «Color Field Paintings», con i loro grandi rettangoli dai bordi sfumati e fluttuanti, invitano a un'esperienza contemplativa totale, quasi ipnotica. In un'epoca satura di immagini effimere e notifiche costanti, Mark Rothko (1903-1970) impone, dunque, un tempo di osservazione lento, intimo e silenzioso: una sosta spirituale necessaria nel cuore pulsante dell'estate italiana.
La mostra esce anche fuori dai confini di Palazzo Strozzi, dove è contemporaneamente allestita, nel Project Space, la personale «Canto infinito» (fino al 23 agosto) del francese Jean-Marie Appriou, a cura di Arturo Galansino, con una selezione di sculture monumentali in bronzo e acciaio, dalle forme ibride e metamorfiche, che richiamano l’immaginario visionario di Dante Alighieri e della sua «Divina Commedia».
Seguendo come filo narrativo il viaggio in Italia del 1950, un’esperienza trasformativa per Mark Rothko che in quei giorni si accostò ai grandi maestri del Rinascimento, vengono coinvolti nel progetto espositivo due luoghi fiorentini a lui particolarmente cari: il Museo di San Marco, dove cinque opere rothkiane di piccolo formato, realizzate con tecniche diverse e appartenenti a periodi differenti, sono esposte in altrettante celle affrescate dal Beato Angelico; e il vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, con due studi preparatori per i pannelli murali del Seagram Building di New York, realizzati tra il 1958 e il 1962 e ispirati proprio all'architettura dell'edificio fiorentino. A tal proposito, l'artista americano scrisse: «[Michelangelo] è riuscito a ottenere proprio quella sensazione particolare che ricercavo: ha fatto sì che i visitatori abbiano l’impressione di essere imprigionati dentro una stanza in cui le porte e le finestre sono murate cosicché non resta loro che sbattere la testa contro il muro per l’eternità».
La quiete meditativa del Beato Angelico e la tensione spaziale del progetto michelangiolesco rappresentano bene i due poli opposti entro cui si muove la ricerca di Mark Rothko, capace di esprimere i più profondi stati d’animo umani: «la tragedia, l'estasi, la sventura», la voglia di infinito.
11. Toscana: dai marmi della Versilia ai «dialoghi» culturali di Gino Severini
Rimessa in moto la Vespa, il nostro viaggio prosegue verso la costa nord-occidentale della Toscana. Lungo la dorsale tirrenica, tra i rilievi delle Alpi Apuane e il profumo di salsedine, troviamo la nostra prima tappa: la città simbolo di uno dei marmi più pregiati al mondo, Carrara, che questa estate si trasforma in un laboratorio a cielo aperto dove tradizione artigiana e arte contemporanea dialogano grazie al progetto espositivo «Design Lives in the City» (fino al 30 agosto), ideato da Domenico Raimondi per la decima edizione del festival «White Carrara». Nel centro storico oltre trenta opere, firmate da altrettanti designer internazionali e realizzate con tecnologie d’avanguardia da aziende locali, danno vita a una nuova geografia urbana destinata a rimanere come patrimonio permanente.
Dalla creatività di artisti quali Fabio Novembre, Nicolas Bertoux, Karim Rashid, Michel Boucquillon, Ross Lovegrove, Emiliana Martinelli e Pietro Franceschini - solo per fare qualche nome - sono nate panchine e sedute collettive, elementi decorativi, sistemi di illuminazione, dissuasori e dispositivi di sosta, installazioni urbane che utilizzano forme organiche e monolitiche per ridefinire lo spazio pubblico come luogo di relazione e socialità.
Accanto agli interventi urbani, la manifestazione ospita anche, nella Galleria di piazza Alberica, la mostra «DesignUltra», per la curatela e il progetto espositivo di Perla Gianni Falvo (presidente della delegazione Toscana di Adi - Associazione per il disegno industriale), che attraverso pezzi storici di Alessandro Mendini, Gio Ponti, Ettore Sottsass, Gae Aulenti e altri ancora racconta come gli oggetti possano superare la funzione d'uso per diventare icone culturali.
Il marmo è al centro anche della personale «Legami: Ties That Bind» (fino al 30 agosto) di Mikayel Ohanjanyan (Yerevan, Armenia, 1976), allestita al mudaC ǀ museo delle arti Carrara, per la curatela di Christopher Atamian e Tamar Hovsepian. Attraverso cinque sculture di diverse dimensioni - da elementi monumentali (fino a 121×210×90 cm) ad altri più minuti (53×68×40 cm) - l'artista armeno crea un’unica scenografica installazione, dove blocchi informi di marmo bianco vengono tenuti insieme da cavi in acciaio inox, con l'intento di far riflettere il pubblico sulla condizione umana e sulle strutture invisibili che tengono insieme ogni cosa, dai rapporti personali alla memoria storica collettiva.
Sempre a Carrara, merita una visita la collettiva «Le signore dell’arte. La parità del talento nell’arte italiana moderna» (fino al 25 ottobre), a cura di Massimo Bertozzi, che porta nelle sale di Palazzo Cucchiari centotrentuno opere di quarantadue artiste che operarono tra la metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, un periodo caratterizzato da profonde trasformazioni sociali, culturali e professionali che modificarono in maniera sostanziale la condizione femminile.
Quattro lavori di Felice Casorati, mentore di Nella Marchesini (la cui opera «Daphne Maugham» del 1927 è stata scelta come immagine guida della mostra), e tre dipinti di Giacomo Balla (tra i quali «Affetti» del 1910, che ritrae la figlia pittrice Luce con la moglie) completano il percorso espositivo, che indaga anche il peso dei legami familiari e dell’ambiente domestico sulla formazione e sull’affermazione di queste artiste, molto spesso relegate all’ombra dei ben più famosi padri, fratelli, amanti e mariti pittori e intellettuali.
Tra le artiste in mostra ci sono: le «pioniere» ottocentesche Ernesta Legnani Bisi e Amanzia Guerillot, di cui è esposto un raro e curioso ritratto sagomato realizzato dal maestro e marito Angelo Inganni; Adriana Pincherle, la sorella di Alberto Moravia, con un «Autoritratto» (1932) proveniente dagli Uffizi di Firenze; la pittrice, scenografa, costumista e scrittrice italo-argentina Leonor Fini, l'unica esponente italiana del Surrealismo, di cui è presente lungo il percorso un ritratto onirico e anticonformista del compagno e scrittore André de Mandiargues; e Antonietta Raphael, della quale si può ammirare «Mario nello studio (Omaggio a Mafai)» (1966), una tela della Galleria nazionale d'arte moderna di Roma dedicata al marito, ripreso nell'atto di ritrarre una modella nuda.
Risaliti sulla Vespa, bastano pochi chilometri con il motore che trotta sommesso lungo la costa versiliana per arrivare a Forte dei Marmi, dove lo spirito più glamour dell'estate toscana incontra l'arte tra le cabine e gli ombrelloni del Bagno Alpemare, che festeggia i dieci anni di attività della famiglia di Andrea Bocelli nell’esclusivo e lussuoso beach club di viale Italico con una collettiva (fino al 30 settembre), per la regia di Alberto Bartalini e con l’organizzazione della galleria Contini, che vede in mostra, tra la spiaggia e la pineta dello stabilimento, sculture di grandi dimensioni di artisti del calibro di Igor Mitoraj, Manolo Valdés, Pablo Atchugarry, Park Eun Sun e Mario Arlati.
Mentre i rinnovati spazi del Fortino Pietro Leopoldo I accolgono la mostra «Pittura a Napoli dopo Caravaggio. Il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito» (fino al 27 settembre), a cura di Nadia Bastogi, con una quarantina di opere di maestri come Battistello Caracciolo, Jusepe de Ribera, Massimo Stanzione, Aniello Falcone, Bernardo Cavallino, Mattia Preti e Luca Giordano, che ripercorrono le vicende artistiche del «secolo d'oro» partenopeo, mostrando il passaggio dal naturalismo caravaggesco alle successive interpretazioni di orientamento classicista e barocco, attraverso scene sacre, soggetti mitologici, allegorie e nature morte.
A Villa Bartelli è, invece, allestita la mostra-dossier «Realtà e visione» (fino al 27 settembre), a cura di Elena Pontiggia, che allinea ventidue opere realizzate dal 1939 al 1988 da Giuseppe Migneco (Messina, 1903 – Milano, 1997), protagonista del celebre movimento milanese Corrente. Il percorso ripercorre l'inconfondibile linguaggio espressionista dell'artista messinese, caratterizzato da campiture di colore forti, linee di contorno nette e una profonda riflessione esistenziale e civile, esponendo autoritratti, scene di lavoro nei campi o in mare, una natura potente e simbolica.
Basta un breve colpo di acceleratore per raggiungere la vicina Pietrasanta, la «piccola Atene italiana» che, da qualche settimana, ospita anche il Museo Igor Mitoraj all’interno dell’ex mercato comunale, un edificio modernista del 1968 firmato da Tito Salvatori, oggi trasformato dallo studio OBR di Paolo Brescia e Tommaso Principi in una struttura trasparente e completamente vetrata, al cui interno sono conservate una settantina di opere del compianto artista sassone, dai celebri volti bendati ai busti frammentati. Qui ci attende uno slalom suggestivo tra le sculture della mostra diffusa «Le dimensioni dell’equilibrio» (fino al 20 settembre), ideata da Francesca Sborgi con il contributo di Eike Schmidt, per i trent’anni di carriera in città dell’artista colombiano Gustavo Vélez (Medellín, 1975). Disseminate nelle piazze e lungo le vie del borgo - in un percorso che tocca anche il Duomo, il Complesso di Sant’Agostino e il pontile della vicina Marina di Pietrasanta - queste opere monumentali in bronzo, marmo e acciaio, dalle forme geometriche e dalle linee essenziali, «sembrano fluttuare nello spazio urbano, apparentemente prive di peso, giocando con la luce e la prospettiva».
Il borgo toscano offre anche una rassegna dalla tematica profondamente legata all’estate, che ricostruisce una geografia più emotiva che reale della Versilia e della sua luce sospesa: è «Essere mare, tra gli ossi di seppia» (fino al 18 agosto), per la curatela di Susanna Orlando e Beatrice Audrito, collettiva, dall’eleganza discreta e dalla sensibilità colta e poetica, con cui la Galleria Orlando celebra i cinquant’anni di attività.
Da Carlo Carrà ad Aldo Mondino, da Ardengo Soffici a Renato Guttuso, senza dimenticare, tra gli altri, Massimo Campigli, Ottone Rosai, Marino Marini e Carlo Mattioli, la mostra riunisce una selezione di artisti novecenteschi e contemporanei che hanno instaurato un legame profondo con la Versilia «camminando sulle sue larghe spiagge, respirando il profumo di quel mare che le bagnava», sperimentando il ritmo lento delle sue giornate, «assorbendo atmosfere e stati d’animo» dei suoi paesaggi fino a trasformarli in uno stile pittorico e scultoreo.
Il titolo dell'esposizione, che richiama esplicitamente la produzione lirica di Eugenio Montale (già incontrata sul Lago di Garda nel confronto con lo sguardo fotografico di Ugo Mulas), orienta la lettura verso una poetica della traccia e della memoria: come resti lasciati sulla riva, anche le opere esposte sembrano emergere da un tempo stratificato, fatto di ritorni e sedimentazioni, di silenzi e contemplazioni. È il tempo delle pause e delle attese, quello della villeggiatura scevra dalla mondanità, che quasi sempre dà forma a opere caratterizzate da colori tenui, atmosfere rarefatte e una tensione contemplativa capace di trasformare il paesaggio in «correlativo oggettivo» dell’interiorità dell’artista.
Ripresa la Vespa e ingranata la quarta, ci prepariamo a lasciare la brezza marina della costa toscana e a sperimentare i saliscendi e i rettilinei panoramici della Valdichiana, puntando i fari sulla cittadina di Cortona, non senza aver fatto prima una breve tappa a Livorno, dove è stato recentemente inaugurato il nuovo percorso espositivo del Museo civico «Giovanni Fattori», che, nell’eclettico scrigno ottocentesco di villa Mimbelli, propone «un viaggio diacronico» nell'arte di Livorno e della Toscana, tra il Romanticismo storico, la rivoluzione della «Macchia» e gli sviluppi del primo Novecento, attraverso opere di artisti quali Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Telemaco Signorini, Giovanni Boldini, Amedeo Modigliani e molti altri ancora.
Proseguendo il viaggio, nella cittadina aretina che diede i natali al Beato Angelico e a Luca Signorelli, all’interno delle sale del Museo dell’Accademia etrusca e della Città di Cortona a Palazzo Casali, ci attende la mostra «Gino Severini. Modernità come dialogo» (fino al 1° novembre), curata da Daniela Fonti e Margherita d’Ayala Valva, che riunisce oltre ottanta opere tra dipinti, disegni, bozzetti e documenti originali, provenienti da prestigiosi musei come l’Estorick Collection di Londra o la Fondazione Cini di Venezia, per ricostruire l'humus culturale entro cui si mosse l'artista cortonese, di cui quest'anno ricorrono i sessant'anni dalla morte.
In un percorso espositivo che affianca i lavori di Gino Severini (Cortona, 1883 - Parigi, 1966) a quelli di autori a lui coevi come Vittore Grubicy de Dragon, Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Pablo Picasso, Ardengo Soffici e Carlo Carrà, ma anche a preziose opere antiche che furono per l'artista fonte d’ispirazione e riflessione, come la «Madonna in trono con Bambino ed angeli» del Maestro Lucchese (1240 – 1250) e il «San Francesco» (1260) di Margarito d’Arezzo, oltre ai bronzetti etruschi del Maec, la rassegna ricostruisce, dunque, il contesto storico e culturale, i dibattiti, le relazioni e le riflessioni teoriche di inizio e metà Novecento.
Dalle esperienze divisioniste degli esordi alla stagione futurista, dai confronti con il Cubismo fino alla riscoperta - negli anni del primo Dopoguerra, quelli del «Ritorno all’Ordine» - della classicità e della spiritualità, con il ventennale impegno nelle pitture murali di tante chiese svizzere (raccontato attraverso un'inedita documentazione fotografica) e con la realizzazione della celebre «Via Crucis» cortonese, la mostra evidenzia il ruolo di Gino Severini - «da lui stesso ricercato con caparbia volontà e orgogliosa consapevolezza» - di «diplomatico dell’arte» tra Italia, Francia e Svizzera, ovvero di tessitore di relazioni e dialoghi con i maggiori autori del tempo e mediatore tra culture e linguaggi figurativi, mondi ed epoche, avanguardie e tradizioni.
Tra le opere esposte, tra cui una meravigliosa serie di «Danseuses» degli anni Dieci e la tela cortonese «Maternità» del 1916, spicca «La danse du Pan-Pan à Monico» (1959-60/1911), un monumentale olio su tela (280 × 400 cm), giunto eccezionalmente in Valdichiana dal Centre Pompidou di Parigi, ed esposto una sola altra volta in Italia - oltre trentacinque anni fa - dopo la sua realizzazione a Roma nel 1950-60, quando il pittore, quasi ottantenne, volle a tutti i costi far rivivere, basandosi su antichi cliché a stampa, una sua iconica opera futurista del 1911, purtroppo dispersa.
Gino Serverini viene omaggiato anche dall’altro evento estivo della cittadina valdichianese: la sedicesima edizione del festival internazionale «Cortona On The Move» (fino al 1° novembre), il cui progetto curatoriale, a firma della neo direttrice Renata Ferri, si intitola «Beautiful Country» ed è interamente dedicato al racconto dell'Italia contemporanea, «tra immagine, memoria e identità». Una trentina di mostre - esposizioni personali e collettive, confronti generazionali, progetti inediti e committenze in vari spazi espositivi della città, a partire dalla scenografica Fortezza del Girifalco - restituiscono un’immagine complessa e stratificata del nostro Paese, dove lo spirito del Grand tour settecentesco si intreccia con la profondità dell'inchiesta contemporanea, per raccontare non solo la bellezza del paesaggio italiano, ma anche le sue fragilità e i cambiamenti antropologici e ambientali a cui è stato sottoposto negli ultimi anni.
Il cuore pulsante dell'intero festival è la collettiva «Peninsula», un progetto originale ideato da Renata Ferri e prodotto in partnership con Intesa Sanpaolo e Fondazione CR Firenze, nel quale dieci artisti si sono confrontati con i territori fisici e simbolici del paesaggio contemporaneo italiano, uno dei più ammirati al mondo, partendo da una domanda: «come è cambiato il nostro paesaggio e, soprattutto, come è cambiato il nostro modo di osservarlo?». Arianna Arcara, Fabio Barile, Marina Caneve, Federico Clavarino, Matteo De Mayda, Giorgio Di Noto, Alessandro Imbriaco, Rachele Maistrello, Giulia Parlato e Giovanna Silva hanno risposto a questi quesiti raccontando come la morfologia del nostro Paese si sia profondamente modificata a causa di eventi quali l’allargamento delle città, lo svuotamento delle aree rurali, l’overtourism e il cambiamento climatico.
Tra i progetti dello statunitense Joel Sternfeld («Campagna romana»), della tedesca Candida Höfer («Perfetta bellezza»), della canadese Kourtney Roy («Napoli, cartoline mancate»), della britannica Alys Tomlinson («Gli isolani»), degli italiani Federico Patellani («Stromboli, terra di Dio») e Gabriele Basilico («Milano ai bordi»), dell'olandese Steffi Reimers («Terre colpevoli», sui paesaggi calabresi) e non solo, il festival fotografico della Valdichiana vede anche la presenza di Fabrizio Vatieri (Napoli, 1982) con «Gino Severini, versione estesa», un’installazione site- specific alle Scale mobili e a Largo Beato Angelico che, attraverso un’osservazione ravvicinata di dipinti e sculture dell'artista, indaga i processi di costruzione della visione e della memoria all’interno del Maec.
12. Tra il Casentino e Roma: sulle tracce dell’eredità di San Francesco
Il festival «Cortona On The Move» ricorda anche gli ottocento anni dalla morte di San Francesco con la mostra «In cerca del lupo e del santo» (fino al 1° novembre), firmata dal fotografo spagnolo Yago Soria Díaz e realizzata con l'Institut d’Estudis Baleàrics, che porta a Palazzo Baldelli una riflessione sulla complessa coesistenza tra l'essere umano e la fauna selvatica. Ispirandosi al racconto medioevale del «fratello» lupo di Gubbio, l'artista ha ritrovato una storia simile all’interno delle comunità del Casentino, in provincia di Arezzo, e ne ha raccontato il «conflitto moderno» attraverso immagini con elementi naturali, pastori in allerta, tecnici del parco che monitorano i movimenti dei branchi, ambientalisti che vivono questo ritorno come un importante segno della conservazione della fauna selvatica italiana.
Dopo la tappa cortonese, sono proprio le curve fresche e ombrose del Casentino, tra boschi secolari e pievi romaniche, quelli che la nostra Vespa percorre per giungere i borghi storici di Poppi, Pratovecchio Stia e Bibbiena, dove si tiene «Riti e visioni. Tra spirituale e materiale» (fino al 6 settembre), la terza edizione del
Il festival fotografico del Casentino è il viatico ideale per rimettersi in viaggio e superare il valico umbro verso Assisi per la raffinata rassegna «Divérsi fructi, coloriti fiori et herba. Gli erbari di Fra’ Fortunato da Rovigo e Fra’ Giuseppe da Spello» (fino al 31 dicembre), promossa nell’ambito dell’itinerario culturale «Saint Francis’ Ways», nell’elegante cornice di Palazzo Bonacquisti, che racconta la spiritualità francescana e il suo legame con la scienza botanica e la pratica terapeutica attraverso preziosi manoscritti originali, piante essiccate, ricette galeniche, strumenti interattivi ed elementi sonori e olfattivi studiati dai curatori Raffaella Rossi e Paolo Capitanucci per un’immersione anche nel «Cantico delle Creature». Nella cittadina umbra è allestita anche la mostra «Franciscus. Fratello in arte» (fino al 4 ottobre) del novantatreenne Michelangelo Pistoletto, uno dei capostipiti del movimento dell’Arte povera, che porta nella suggestiva Rocca Maggiore una selezione di lavori storici e simbolici come il «Terzo Paradiso e «Le bandiere delle religioni» per richiedere la proclamazione di papa Francesco come «primo santo dell’arte».
L’artista piemontese, con la sua «Venere degli stracci», è anche tra i protagonisti della collettiva «San Francesco nostro contemporaneo tra arte e spiritualità» (fino al 1° novembre), a cura di Costantino D’Orazio, che porta nelle sale di Palazzo Baldeschi a Perugia – città che si raggiunge da Assisi con un breve viaggio tra curve morbide e panoramiche - una riflessione sulla figura del «poverello» assisiate non come icona distante del passato, ma come presenza viva, capace di parlare con disarmante attualità alle inquietudini, alle speranze e al bisogno di essenzialità del mondo odierno.
Il rapporto con la natura, la povertà come scelta, la fraternità come visione, la ricerca di una dimensione autentica dell’esistenza basata sulla bellezza delle piccole cose sono temi che hanno ispirato generazioni di artisti e che hanno messo alla prova anche le grandi firme del Novecento e dei primi anni del Duemila, come documenta la mostra perugina con il suo percorso da Leoncillo a Giuseppe Penone, da Gino De Dominicis a Maurizio Cattelan, da Mario Ceroli a Marina Abramovic, da Giuseppe Uncini a Kiki Smith.
I sacchi di iuta usati e logori di Alberto Burri, la tensione spirituale delle opere dalla materia densa e corposa di William Congdon, le installazioni poveriste e fortemente etiche di Jannis Kounellis, i due confessionali di Flavio Favelli che evocano colpa e perdono, la reinterpretazione dell'iconografia sacra barocca dedicata alla figura del santo e del martire di Nicola Samorì («L'illeso», 2015) e l’allusiva scultura in bronzo «Caduto a ragione» (1995) di Mimmo Paladino (con una figura umana a mani tese ricoperta di uccellini) sono solo alcuni modi - differenti nel linguaggi e nei mezzi creativi usati - per tracciare un omaggio, più o meno consapevole o dichiarato, a San Francesco considerato, qui, non come un'icona pacificata, ma come una figura che continua a disturbare le nostre certezze, a suggerire un altro modo di vivere, più vero perché più essenziale.
Tra le opere più dichiaratamente ispirate al Santo patrono d’Italia troviamo, poi, in mostra un mosaico in vetro di Gerardo Dottori dalle tipiche geometrie dinamiche del Futurismo («San Francesco», 1933), le celebri cancellature di Emilio Isgrò sul «Cantico delle creature» (2018) e il recente dittico «In Lumine Dei» (2024-2026) di Omar Galliani, con le celebri parole del «poverello di Assisi» incise sulla superficie dorata di una delle due tavole e accostate al ritratto di una donna raffigurata di spalle. Una selezione di medaglie devozionali e dieci opere grafiche di Paul Cezanne, Jean Cocteau, Alberto Giacometti, Mario Sironi, Odilon Redon, Maurice Denis, Marc Chagall, Paul Gauguin, Pablo Picasso ed Henri Rosseau, provenienti dal Gabinetto disegni e stampe della Pinacoteca nazionale di Bologna, completano il percorso espositivo: sono una tappa ulteriore di un viaggio per immagini che ci racconta l’eredità di un messaggio, quello francescano, che – parafrasando Hermann Hesse – «ha sparso a piene mani un buon seme e quel seme è germogliato, cresciuto e fiorito».
Ripartiti da Perugia con il serbatoio pieno di suggestioni spirituali, è tempo di ingranare la quarta e affrontare il lungo rettilineo che punta dritto verso la Capitale. Percorrendo la striscia d'asfalto che attraversa la Valle del Tevere, la Vespa ci conduce fino al cuore di Roma, dove spegniamo il motore e tiriamo il freno a mano davanti alle linee futuristiche del Maxxi – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, progettato da Zaha Hadid, la nostra prima tappa in città. Qui troviamo un ulteriore omaggio al poverello assisiate: la mostra «Creature, creatori. San Francesco e l'arte contemporanea» (fino al 20 settembre), a cura di Beatrice Buscaroli, che tesse un dialogo a distanza con le parole del «Cantico delle creature» usandole come lente, etica e concettuale, per esplorare come temi quali «il rapporto con il vivente, l’idea di fragilità, la relazione tra uomo, natura e spiritualità» siano stati trattati da trentadue autori italiani degli ultimi decenni, in un percorso dal secondo Dopoguerra ad oggi, tra pitture, sculture, installazioni e visioni del presente.
È un’esplorazione che sembra lontana non solo dall'iconografia ma anche dalla lezione francescana, eppure ne conserva una traccia profonda perché la storia del santo assisiate diventa, nelle sale di Maxxi, un «principio generativo» per scoprire che cosa sia il sacro per l’arte contemporanea: non un dogma da venerare, ma un modo di stare al mondo, tra responsabilità e appartenenza, riconoscendo valore, dignità e mistero in tutto ciò che esiste. Non è, dunque, un caso che la materia ferita di Alberto Burri, l'essenzialità sospesa di Giorgio Morandi, la poesia di fili e colori di Maria Lai, le nature morte dalle cromie grumose di Ennio Morlotti, i paesaggi simbolici di Pier Paolo Calzolari, Stefano Arienti e Bruna Esposito trovino in questo orizzonte un riscontro profondo. Nelle loro opere, la materia, il tempo e gli elementi naturali non sono semplici strumenti estetici, ma testimoni di un’indagine sul senso più profondo della vita.
La sfida della ricerca artistica – qui raccontata da maestri del Novecento quali Piero Manzoni, Mario Giacomelli e Mario Schifano e da autori contemporanei. a cui sono state commissionate nuove opere, come Nicola Samorì, Jacopo Benassi e Andrea Mastrovito – risiede anche nella capacità di riappropriarsi della dimensione del «parvolus», del «piccolo», «creatura tra le creature», una sfida in un'epoca, come la recente, segnata da frammentazione e individualismo.
13. Roma: un’estate tra archeologia e visioni contemporanee
Il richiamo francescano al Maxxi si intreccia, nella Capitale, con un cartellone estivo particolarmente denso. Una volta usciti dall’innovativo museo del quartiere Flaminio, allacciare il casco, accendere il motore dello scooter e sfrecciare tra le strade trafficate della città diventa, insieme con delle sane (e francescane) camminate in mezzo al verde dei parchi cittadini o nelle strade del centro storico, uno dei modi migliori per connettere istituzioni distanti non solo geograficamente, ma anche culturalmente e storicamente, con i loro percorsi dall’età classica ai giorni nostri e con le loro offerte espositive in grado di accontentare pubblici diversi.
Con un colpo d'acceleratore lungo il Tevere e su viale delle Belle Arti, lasciandoci alle spalle l'architettura dinamica di Zaha Hadid, procediamo verso il Museo nazionale etrusco, ubicato nell'elegante cornice cinquecentesca di Villa Giulia, dove ci accoglie la mostra «Il ritorno degli eroi» (fino al 31 dicembre), promossa in occasione dell'ingresso degli affreschi della Tomba François nel patrimonio dello Stato italiano.
Attraverso reperti archeologici e documenti provenienti da prestigiose realtà europee come il Musée du Louvre, il British Museum, i Royal Museums of Art and History di Bruxelles, il Musée cantonal d’archéologie et d’histoire di Losanna, i Musei Vaticani e l’Istituto archeologico germanico di Roma, l'esposizione - con il suo corredo di gioielli preziosi e suppellettili domestiche - dialoga con il ciclo pittorico che ornava la tomba della famiglia Saties nella necropoli etrusca di Ponte Rotto a Vulci, affrescata tra il 340 e il 320 a.C. e scoperta il 1° maggio 1857 dall’archeologo Alessandro François. Si tratta di una delle più alte testimonianze di pittura antica giunta fino a noi, fondamentale per comprendere l'ideologia aristocratica etrusca e le sue relazioni con l'epos greco e la prima storia romana.
Uscendo da Villa Giulia, basta attraversare a piedi il vicino parco urbano, costeggiando il romantico Giardino del Lago, per raggiungere la Galleria Borghese, cuore pulsante del Barocco romano, al cui interno è ospitata la mostra «Metamorfosi. Ovidio e le arti» (fino al 20 settembre), già presentata con successo al Rijksmuseum di Amsterdam. Oltre ottanta opere provenienti da prestigiosi musei europei e americani, alla cui scelta hanno lavorato Francesca Cappelletti e Frits Scholten, offrono una riflessione sull’idea della metamorfosi come principio universale e chiave di lettura del cosmo, della materia e della condizione umana. L’instabilità delle forme e la permeabilità dei confini tra umano, naturale e divino - tematiche che nel testo latino vengono raccontate attraverso miti classici quali Apollo e Dafne, Perseo e Medusa, Leda e il cigno, Pigmalione, Aracne, Plutone e Narciso - sono restituite visivamente attraverso lavori di Tiziano, Tintoretto, Correggio, Peter Paul Rubens, Auguste Rodin, Antonio del Pollaiolo, Nicolas Poussin e altri ancora, che, in un fruttuoso dialogo con la collezione permanente del museo e le sue architetture, tessono una trama di amore, passione, violenza, vendetta e giustizia divina.
Sempre passeggiando per i viali del parco di villa Borghese si può raggiungere la Galleria nazionale d’arte antica di Palazzo Barberini, dove è in mostra da qualche settimana, dopo la trasferta torinese, la tela «Donna in blu che legge una lettera» (1663-1664) di Johannes Vermeer, una tra le immagini più celebri della pittura seicentesca europea, proveniente dalle collezioni del Rijksmuseum di Amsterdam. Attorno all’opera, caratterizzata dalla tipica sospensione narrativa del maestro di Delft e dalla sua inconfondibile resa pittorica della luce, Thomas Clement Salomon e Paola Nicita hanno ideato un percorso espositivo (visibile fino all’11 ottobre), che, nelle sale Ovale e Paesaggi, accompagna il visitatore, attraverso contenuti digitali, alla scoperta della storia dell’autore, del dipinto con la sua raffinata poietica del quotidiano e del contesto culturale del «secolo d’oro» olandese.
Ripresa la Vespa e costeggiando a ritmo lento anche le sponde del Tevere, si arriva al Museo dell'Ara Pacis, dove è allestita la mostra «Le forme della bellezza» (fino al 4 ottobre), personale del fotografo statunitense Robert Mapplethorpe (New York, 1946 - Boston, 1989), a cura di Denis Curti, con una selezione di duecento scatti che ricostruiscono una ricerca creativa incentrata sulla perfezione aulica, sul rigore formale e sulla sintassi del bianco e nero. Centrale, in tutti questi scatti, è la luce - decisa, geometrica, frontale o radente -, usata non soltanto per illuminare, ma anche per dare forma, come uno scalpello invisibile, a soggetti e sfondi.
Dai primi ready-made realizzati sul finire degli anni Sessanta del Novecento, si articola, all'interno del padiglione disegnato da Richard Meier, un percorso espositivo che allinea sensuali nudi maschili e femminili dall’estetica elegante e minimalista, autoritratti, fiori dalle sfumature quasi monocromatiche, statue greche e ritratti di importanti protagonisti del secolo scorso come Richard Gere, Yoko Ono, Donald Sutherland, David Byrne o Robert Rauschenberg.
In mostra sono presenti anche immagini della body builder Lisa Lyon, che esplorano il vigore e la resistenza del suo corpo attraverso parametri estetici classici, e una selezione di fotografie con l'amica e musa Patti Smith, di cui viene evidenziata la figura androgina e la vulnerabilità.
L’esposizione presenta, inoltre, una serie di fotografie inedite realizzate da Robert Mapplethorpe durante i suoi soggiorni in Italia, tra Capri e Napoli, su invito del gallerista Lucio Amelio che gli chiese di prendere parte a «Terrae Motus», un progetto al quale parteciparono una sessantina di artisti internazionali - da Andy Warhol a Jannis Kounellis - con l’intento di trasformare la catastrofe del sisma in Irpinia del 1980 in forza creativa e rigeneratrice.
Proseguendo il viaggio, con un zig zag tra le strade del centro e con il Tevere a farci compagnia per quasi tutto il percorso, arriviamo al Chiostro del Bramante, dove la mostra «Flowers» (fino al 6 settembre) indaga «la natura nella sua totalità, intesa come universo organico e mutevole in cui forme vegetali e animali, elementi marini e molteplici specie convivono e dialogano in un equilibrio dinamico».
Attraverso opere d'arte visiva, installazioni immersive e media digitali, il fiore viene spogliato della sua connotazione decorativa per diventare un dispositivo simbolico complesso, legato alle tematiche della vanitas, dell'ecologia e della transitorietà dell'esistenza. In un percorso dal Seicento ai giorni nostri, nel quale si intrecciano poesia, scienza e politica, si incontrano opere di pittori barocchi quali Margherita Caffi, Filippo Teodoro di Liagno, detto Filippo Napoletano, Antonio Di Rasio e Pietro Neri Scacciati accanto a lavori di contemporanei come Ann Carrington, Zadok Ben-David, Tamiko Thiel e Austin Young, la cui scenografica e colorata installazione site-specific «Tempio di fiori (Piccolo Paradiso)», con la sua esplosione di motivi botanici e frammenti di opere d'arte, anima l'intera architettura rinascimentale del chiostro.
Terminata la visita a «Flowers», districandoci tra i sampietrini e le strade del centro storico, possiamo fare tappa a Palazzo Bonaparte, che ospita la mostra «Novecento italiano. Opere dalla collezione Generali» (fino al 23 agosto), curata da Costantino D’Orazio, con una cinquantina di dipinti che offrono una mappatura dei principali snodi artistici tra le due guerre, dalle declinazioni del Futurismo alle atmosfere sospese della Metafisica, dalle poetiche del Realismo Magico alla Scuola romana, fino alle esperienze più liriche e introspettive della figurazione italiana.
Umberto Boccioni, Giorgio de Chirico, Felice Casorati, Filippo de Pisis, Mario Sironi, Massimo Campigli e Fausto Pirandello sono solo alcuni degli artisti che ci accompagnano in un viaggio attraverso i grandi temi che hanno attraversato il secolo scorso e che ancora oggi continuano a parlarci: «la velocità e il cambiamento, il rapporto con il paesaggio e con la memoria, la costruzione dell'identità, il corpo, la vita quotidiana, il desiderio, il tempo e la trasformazione della società».
Accanto ai dipinti, la mostra espone anche una selezione di storici manifesti pubblicitari firmati da grandi illustratori come Marcello Dudovich, Achille Beltrame e Gino Boccasile, che ci restituiscono una dimensione più quotidiana e popolare della cultura visiva italiana di quel periodo. Il percorso espositivo, ad accesso gratuito, è, inoltre, arricchito da uno dei dipinti più celebri e amati della storia dell'arte europea: «Le tre età» di Gustav Klimt, concesso in prestito dalla Galleria nazionale d'arte moderna e contemporanea di Roma, per festeggiare il decimo anniversario di Generali Valore Cultura, il programma nato nel 2016 con l'obiettivo di rendere l'arte sempre più fruibili a un pubblico ampio e diversificato.
Lasciato Palazzo Bonaparte, con un altro brevissimo tragitto nel centro storico, si arriva ai Musei capitolini, negli spazi di Villa Caffarelli, dove è allestita una delle mostre più colorate dell'estate romana: «Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo» (fino al 13 dicembre), curata da Miguel Fernández Félix e Alberto González Torres, con una selezione di oltre centoquaranta opere, di cui trenta del muralista latino-americano e le altre di una cinquantina di autori come la compagna Frida Kahlo, José María Velasco, José Clemente Orozco, David Alfaro Siqueiros, María Izquierdo, Tamayo, Lozano, Montenegro, Ruiz, Dr. Atl e Saturnino Herrán. Ad arricchire il percorso espositivo - che presenta, tra l'altro, la tela «Adoración de la Virgen» (1912-1913) con le sue forme di ispirazione geometrica, l'olio «Mujer sentada con flores» (1944) con i sui colori accesi, e una trentina di disegni realizzati dall'artista durante il suo viaggio in Italia del 1920 - ci sono anche dei preziosi scatti d'epoca di Diego Rivera, immortalato dalla fotografa udinese Tina Modotti, un'altra protagonista dell'attivismo sociale messicano di inizio Novecento, con la sua attenzione per il mondo dei più umili e l'opposizione al capitalismo.
La rassegna, definita «la più grande esposizione sull’arte messicana in Europa negli ultimi decenni», analizza l'intreccio tra impegno politico, riscoperta delle radici precolombiane e sintesi formale modernista, a partire dal 1821, quando la cultura diventa uno degli strumenti privilegiati per costruire visivamente il volto del nuovo Messico, appena diventato uno Stato indipendente. La collocazione all'interno del «più antico museo pubblico del mondo» innesca un dialogo suggestivo sul valore della funzione sociale ed educativa dell'arte pubblica, tra l'antica Roma e le rivoluzioni del Novecento.
Sempre ai Musei capitolini è ospitata la mostra «Vasari e Roma» (fino al 6 settembre), a cura di Alessandra Baroni, con oltre settanta opere tra disegni, stampe, incisioni, lettere, medaglie, sculture e dipinti, di cui sedici autografi insieme a sette disegni. Tra i lavori esposti spiccano una «Resurrezione» realizzata con Raffaellino del Colle (1545 ca., Museo e Real Bosco di Capodimonte), l’«Annunciazione» (1570–1571) del Museo ungherese Móra Ferenc di Szeged, un «Ritratto di gentiluomo» conservato nei Musei di Strada Nuova a Genova, oltre a due capolavori provenienti dal Monastero di Camaldoli, nel Casentino: la «Natività» del 1538, raffinata opera giovanile dipinta «alla fiamminga», e l’«Orazione nell’orto» del 1571, intensa testimonianza della fase conclusiva della carriera dell’artista. Accanto alla attività pittorica viene ricordato anche il ruolo di straordinario interprete e testimone della vita culturale e politica del XVI secolo avuto da Giorgio Vasari, raccontata anche attraverso le celebri «Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori».
Usciti da Villa Caffarelli, con un percorso in discesa lungo via dei Fori Imperiali, si arriva al Parco archeologico del Colosseo, dove, nella cornice dell'Anfiteatro Flavio, è allestita la mostra «Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico» (fino al 18 ottobre), curata da Alfonsina Russo, Roberta Alteri, Alessio De Cristofaro, Massimo Cultraro, Bulent Gönültaş, Mehtap Ateş, Deniz Doğu Yöndem e Rüstem Aslan.
L'esposizione esplora la costruzione mitografica che lega la caduta di Troia alla fondazione di Roma, decodificando il viaggio di Enea come mito fondativo e geopolitico della città, secondo un racconto reso ufficiale dall’imperatore Augusto e dallo scrittore Virgilio.
Il percorso, che si apre con una maestosa replica in legno del celebre cavallo troiano, si sviluppa attraverso un doppio binario - letterario e archeologico - presentando, anche tramite la lente di due testi fondativi della letteratura occidentale quali l’«Iliade» e l’«Odissea» di Omero, circa trecento manufatti tra reperti antichi, iconografie ceramiche, testimonianze epigrafiche e oggetti rinvenuti in recenti scavi, di cui duecentoventi provenienti da diciannove importanti musei turchi come quelli di Troia, Ankara e Instanbul, e circa cinquanta mai esposti in Italia.
Tra i tanti capolavori in mostra si segnalano: i dischi in lamina d'oro di Roca vecchia che venivano usati come ornamenti rituali per il culto del re sole; una trentina di gioielli provenienti dal sito di Castrum Minervae in Salento (identificato come il primo approdo di Enea in Italia); il sarcofago in marmo di Aurelia Boitane Demetria con scolpiti tre episodi omeriani; e una straordinaria tavoletta in argilla incisa in caratteri cuneiformi rinvenuta nel sito archeologico dell’antica capitale ittita Hattuša, che registra il trattato formale tra il re Mutawalli II e il sovrano Alaksandu di Walusa.
Anche grazie a una sezione multimediale, la mostra si configura, dunque, come un viaggio critico e accessibile nella memoria condivisa del Mediterraneo, evidenziando la perdurante attualità di miti e storie - ma anche di figure emblematiche quali Paride, Elena, Priamo, Ecuba, Cassandra, Ettore, Agamennone, Menelao, Achille, Patroclo, Enea, Lavinia, Ascanio e Romolo - che continuano a costituire un ponte tra passato e presente.
Infine, con un lungo rettilineo verso sud, lasciandosi alle spalle le mura aureliane e spalancando il gas lungo l'asse della via Ostiense, la Vespa ci porta alla Centrale Montemartini, straordinario esempio di archeologia industriale afferente alla rete dei Musei capitolini, dove la mostra «Moda in luce 1955-1975. Roma fra glamour e innovazione industriale» (fino al 15 novembre), a cura di Fabiana Giacomotti, chiude il nostro viaggio nell’Urbe con un dialogo tra imprenditorialità, fotografia e costume.
L'esposizione, che vede tra gli organizzatori l’Archivio Luce Cinecittà, ripercorre il ventennio d'oro dell'alta moda romana - con la sua «esplosione di idee, nomi, marchi e creatività» - attraverso un allestimento che allinea centocinquanta fotografie d’epoca, cinque postazioni video con filmati spesso rari e fino ad oggi non disponibili al pubblico, oggetti, documenti, tessuti e ventisette abiti originali, e nella maggior parte inediti, creati da nomi leggendari dell'haute couture italiano, in un percorso spazia che da Valentino Garavani alle sorelle Fontana, da Roberto Capucci a Laura Biagiotti.
Le fotografie raccontano sfilate, atelier, reportage, interviste, jet-set, lavoro e glamour, artigianato e arte. A fianco della moda, in quegli anni in cui Cinecittà si stava trasformando nella «Hollywood sul Tevere», c'era anche il cinema con i suoi indimenticabili protagonisti: Sophia Loren, Audrey Hepburn, Liz Taylor, Anita Ekberg, Anna Magnani, Ingrid Bergman e non solo. A quella fabbrica di miti e sogni, raccontata dalle riviste patinate, Roma ha spiegato, in quegli anni, come vestirsi e anche come vivere.
Quest'ultima tappa ci restituisce un’immagine diversa della città: non più solo deposito di memoria e grande museo a cielo aperto, ma anche spazio vivo e in continua trasformazione, capace di cogliere le sfide dello sviluppo contemporaneo.
14. L’Aquila e Gibellina: tra terremoti, rinascite e visioni contemporanee
Lasciata alle spalle la Centrale Montemartini, la Vespa imbocca la via Salaria e si arrampica lenta lungo la spina dorsale degli Appennini, dove il paesaggio si fa più severo e stratificato, quasi a preparare lo sguardo a una città che è insieme simbolo di ferita e di rinascita. La nostra prossima destinazione è L’Aquila, che nel 2026 è Capitale italiana della Cultura con un programma, dal titolo «Aquila Città Multiverso», che riflette, con lucidità e partecipazione emotiva, questa condizione di soglia, trasformando una cicatrice materiale, quella del terremoto del 6 aprile 2009, in un simbolo di resilienza e di rinascita per l’intero territorio nazionale.
Tra gli oltre trecento appuntamenti messi in cantiere per l’intero anno, questa estate spiccano anche quattro mostre d’arte.
Al Museo nazionale d’Abruzzo, tornato dallo scorso dicembre nella sua sede storica al Castello cinquecentesco, è allestita la rassegna «La Visitazione all’Aquila: Raffaello e Pontormo» (fino al 27 settembre). Si tratta di un ambizioso progetto espositivo, per la curatela di Federica Zalabra e Tom Henry, che, grazie a un prestito del Museo del Prado di Madrid, riporta temporaneamente a casa, dopo oltre quattro secoli e mezzo di assenza, una pala d’altare raffaellesca commissionata nel 1517 dal mecenate aquilano Giovanni Battista Branconio e un tempo custodita nella locale chiesa di San Silvestro, dove vi rimase fino al 1655-1656.
L’opera, che traduce il tema evangelico dell’incontro tra Maria e sua cugina Elisabetta in una composizione equilibrata e dalla cromia luminosa, viene per la prima volta messa a confronto con la «Visitazione» di Jacopo Pontormo, realizzata intorno al biennio 1528-1530 per la Chiesa di san Michele Arcangelo a Carmignano (in provincia di Prato), una delle opere simboliche del Manierismo fiorentino, con la sua visione sospesa e intensamente teatrale dai colori iridescenti, concessa in prestito temporaneo dalla Diocesi di Pistoia.
Il confronto tra queste due interpretazioni altissime di uno stesso tema iconografico, dipinte a pochi anni di distanza l’una dall’altra, apre una riflessione sulle differenze stilistiche tra il classicismo romano e il manierismo fiorentino, due filoni dell’arte rinascimentale che si approcciano in maniera differente al sacro, ed è anche un mezzo per parlare del mecenatismo dell’aquilano Giovanni Battista Branconio, co-esecutore testamentario dell’artista urbinate e grande protagonista nella Roma di papa Leone X. La sua storia viene ricordata attraverso disegni, stampe, modelli architettonici, documenti d’archivio e un’installazione multimediale, che ripercorre anche le vicende del perduto Palazzo Branconio d’Aquila nella capitale, e più precisamente nel Borgo Vaticano, una tra le più innovative realizzazioni dell'architettura raffaellesca.
Poco distante, il Maxxi L’Aquila - nella sua sede barocca di Palazzo Ardinghelli, uno fra gli esempi più apprezzati di recupero e riconversione successiva al sisma aquilano - ospita «Ai Weiwei: Aftershock» (fino al 6 settembre), progetto, a cura di Tim Marlow (direttore e amministratore delegato del Design Museum di Londra), che si inserisce con forza nella storia recente della città abruzzese: il trauma del terremoto, la memoria della distruzione e la ricostruzione diventano, qui, materia artistica e politica.
Il percorso espositivo, dal quale si evince una spiccata attenzione alla difesa dei diritti umani e alla denuncia delle ingiustizie globali, riunisce una settantina di opere, alcune delle quali inedite, che attraversano l’intera carriera dell’artista e attivista cinese, dai primi lavori realizzati a New York negli anni Ottanta fino alle nuove e inedite sculture prodotte in Ucraina nel 2025.
Sala dopo sala, scorrono davanti agli occhi del visitatore film, video, fotografie, installazioni, opere plastiche e reinterpretazioni di soggetti iconici di autori come Edvard Munch, Vincent Van Gogh ed Ed Ruscha, rielaborati con i mattoncini giocattolo usati dai bambini per dare forma a costruzioni fantasiose e complesse.
Al centro della mostra, che si avvale della collaborazione della prestigiosa Galleria Continua, si colloca una serie di opere nate in seguito al devastante terremoto (magnitudo 8 della scala Richter) registrato a Sichuan, nel sud-ovest della Cina, il 12 maggio 2008, con oltre 90mila vittime, di cui 5.197 studenti, a causa del crollo di edifici scolastici.
Sempre ai Musei capitolini è ospitata la mostra «Vasari e Roma» (fino al 6 settembre), a cura di Alessandra Baroni, con oltre settanta opere tra disegni, stampe, incisioni, lettere, medaglie, sculture e dipinti, di cui sedici autografi insieme a sette disegni. Tra i lavori esposti spiccano una «Resurrezione» realizzata con Raffaellino del Colle (1545 ca., Museo e Real Bosco di Capodimonte), l’«Annunciazione» (1570–1571) del Museo ungherese Móra Ferenc di Szeged, un «Ritratto di gentiluomo» conservato nei Musei di Strada Nuova a Genova, oltre a due capolavori provenienti dal Monastero di Camaldoli, nel Casentino: la «Natività» del 1538, raffinata opera giovanile dipinta «alla fiamminga», e l’«Orazione nell’orto» del 1571, intensa testimonianza della fase conclusiva della carriera dell’artista. Accanto alla attività pittorica viene ricordato anche il ruolo di straordinario interprete e testimone della vita culturale e politica del XVI secolo avuto da Giorgio Vasari, raccontata anche attraverso le celebri «Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori».
Usciti da Villa Caffarelli, con un percorso in discesa lungo via dei Fori Imperiali, si arriva al Parco archeologico del Colosseo, dove, nella cornice dell'Anfiteatro Flavio, è allestita la mostra «Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico» (fino al 18 ottobre), curata da Alfonsina Russo, Roberta Alteri, Alessio De Cristofaro, Massimo Cultraro, Bulent Gönültaş, Mehtap Ateş, Deniz Doğu Yöndem e Rüstem Aslan.
L'esposizione esplora la costruzione mitografica che lega la caduta di Troia alla fondazione di Roma, decodificando il viaggio di Enea come mito fondativo e geopolitico della città, secondo un racconto reso ufficiale dall’imperatore Augusto e dallo scrittore Virgilio.
Il percorso, che si apre con una maestosa replica in legno del celebre cavallo troiano, si sviluppa attraverso un doppio binario - letterario e archeologico - presentando, anche tramite la lente di due testi fondativi della letteratura occidentale quali l’«Iliade» e l’«Odissea» di Omero, circa trecento manufatti tra reperti antichi, iconografie ceramiche, testimonianze epigrafiche e oggetti rinvenuti in recenti scavi, di cui duecentoventi provenienti da diciannove importanti musei turchi come quelli di Troia, Ankara e Instanbul, e circa cinquanta mai esposti in Italia.
Tra i tanti capolavori in mostra si segnalano: i dischi in lamina d'oro di Roca vecchia che venivano usati come ornamenti rituali per il culto del re sole; una trentina di gioielli provenienti dal sito di Castrum Minervae in Salento (identificato come il primo approdo di Enea in Italia); il sarcofago in marmo di Aurelia Boitane Demetria con scolpiti tre episodi omeriani; e una straordinaria tavoletta in argilla incisa in caratteri cuneiformi rinvenuta nel sito archeologico dell’antica capitale ittita Hattuša, che registra il trattato formale tra il re Mutawalli II e il sovrano Alaksandu di Walusa.
Anche grazie a una sezione multimediale, la mostra si configura, dunque, come un viaggio critico e accessibile nella memoria condivisa del Mediterraneo, evidenziando la perdurante attualità di miti e storie - ma anche di figure emblematiche quali Paride, Elena, Priamo, Ecuba, Cassandra, Ettore, Agamennone, Menelao, Achille, Patroclo, Enea, Lavinia, Ascanio e Romolo - che continuano a costituire un ponte tra passato e presente.
Infine, con un lungo rettilineo verso sud, lasciandosi alle spalle le mura aureliane e spalancando il gas lungo l'asse della via Ostiense, la Vespa ci porta alla Centrale Montemartini, straordinario esempio di archeologia industriale afferente alla rete dei Musei capitolini, dove la mostra «Moda in luce 1955-1975. Roma fra glamour e innovazione industriale» (fino al 15 novembre), a cura di Fabiana Giacomotti, chiude il nostro viaggio nell’Urbe con un dialogo tra imprenditorialità, fotografia e costume.
L'esposizione, che vede tra gli organizzatori l’Archivio Luce Cinecittà, ripercorre il ventennio d'oro dell'alta moda romana - con la sua «esplosione di idee, nomi, marchi e creatività» - attraverso un allestimento che allinea centocinquanta fotografie d’epoca, cinque postazioni video con filmati spesso rari e fino ad oggi non disponibili al pubblico, oggetti, documenti, tessuti e ventisette abiti originali, e nella maggior parte inediti, creati da nomi leggendari dell'haute couture italiano, in un percorso spazia che da Valentino Garavani alle sorelle Fontana, da Roberto Capucci a Laura Biagiotti.
Le fotografie raccontano sfilate, atelier, reportage, interviste, jet-set, lavoro e glamour, artigianato e arte. A fianco della moda, in quegli anni in cui Cinecittà si stava trasformando nella «Hollywood sul Tevere», c'era anche il cinema con i suoi indimenticabili protagonisti: Sophia Loren, Audrey Hepburn, Liz Taylor, Anita Ekberg, Anna Magnani, Ingrid Bergman e non solo. A quella fabbrica di miti e sogni, raccontata dalle riviste patinate, Roma ha spiegato, in quegli anni, come vestirsi e anche come vivere.
Quest'ultima tappa ci restituisce un’immagine diversa della città: non più solo deposito di memoria e grande museo a cielo aperto, ma anche spazio vivo e in continua trasformazione, capace di cogliere le sfide dello sviluppo contemporaneo.
14. L’Aquila e Gibellina: tra terremoti, rinascite e visioni contemporanee
Lasciata alle spalle la Centrale Montemartini, la Vespa imbocca la via Salaria e si arrampica lenta lungo la spina dorsale degli Appennini, dove il paesaggio si fa più severo e stratificato, quasi a preparare lo sguardo a una città che è insieme simbolo di ferita e di rinascita. La nostra prossima destinazione è L’Aquila, che nel 2026 è Capitale italiana della Cultura con un programma, dal titolo «Aquila Città Multiverso», che riflette, con lucidità e partecipazione emotiva, questa condizione di soglia, trasformando una cicatrice materiale, quella del terremoto del 6 aprile 2009, in un simbolo di resilienza e di rinascita per l’intero territorio nazionale.
Tra gli oltre trecento appuntamenti messi in cantiere per l’intero anno, questa estate spiccano anche quattro mostre d’arte.
Al Museo nazionale d’Abruzzo, tornato dallo scorso dicembre nella sua sede storica al Castello cinquecentesco, è allestita la rassegna «La Visitazione all’Aquila: Raffaello e Pontormo» (fino al 27 settembre). Si tratta di un ambizioso progetto espositivo, per la curatela di Federica Zalabra e Tom Henry, che, grazie a un prestito del Museo del Prado di Madrid, riporta temporaneamente a casa, dopo oltre quattro secoli e mezzo di assenza, una pala d’altare raffaellesca commissionata nel 1517 dal mecenate aquilano Giovanni Battista Branconio e un tempo custodita nella locale chiesa di San Silvestro, dove vi rimase fino al 1655-1656.
L’opera, che traduce il tema evangelico dell’incontro tra Maria e sua cugina Elisabetta in una composizione equilibrata e dalla cromia luminosa, viene per la prima volta messa a confronto con la «Visitazione» di Jacopo Pontormo, realizzata intorno al biennio 1528-1530 per la Chiesa di san Michele Arcangelo a Carmignano (in provincia di Prato), una delle opere simboliche del Manierismo fiorentino, con la sua visione sospesa e intensamente teatrale dai colori iridescenti, concessa in prestito temporaneo dalla Diocesi di Pistoia.
Il confronto tra queste due interpretazioni altissime di uno stesso tema iconografico, dipinte a pochi anni di distanza l’una dall’altra, apre una riflessione sulle differenze stilistiche tra il classicismo romano e il manierismo fiorentino, due filoni dell’arte rinascimentale che si approcciano in maniera differente al sacro, ed è anche un mezzo per parlare del mecenatismo dell’aquilano Giovanni Battista Branconio, co-esecutore testamentario dell’artista urbinate e grande protagonista nella Roma di papa Leone X. La sua storia viene ricordata attraverso disegni, stampe, modelli architettonici, documenti d’archivio e un’installazione multimediale, che ripercorre anche le vicende del perduto Palazzo Branconio d’Aquila nella capitale, e più precisamente nel Borgo Vaticano, una tra le più innovative realizzazioni dell'architettura raffaellesca.
Poco distante, il Maxxi L’Aquila - nella sua sede barocca di Palazzo Ardinghelli, uno fra gli esempi più apprezzati di recupero e riconversione successiva al sisma aquilano - ospita «Ai Weiwei: Aftershock» (fino al 6 settembre), progetto, a cura di Tim Marlow (direttore e amministratore delegato del Design Museum di Londra), che si inserisce con forza nella storia recente della città abruzzese: il trauma del terremoto, la memoria della distruzione e la ricostruzione diventano, qui, materia artistica e politica.
Il percorso espositivo, dal quale si evince una spiccata attenzione alla difesa dei diritti umani e alla denuncia delle ingiustizie globali, riunisce una settantina di opere, alcune delle quali inedite, che attraversano l’intera carriera dell’artista e attivista cinese, dai primi lavori realizzati a New York negli anni Ottanta fino alle nuove e inedite sculture prodotte in Ucraina nel 2025.
Sala dopo sala, scorrono davanti agli occhi del visitatore film, video, fotografie, installazioni, opere plastiche e reinterpretazioni di soggetti iconici di autori come Edvard Munch, Vincent Van Gogh ed Ed Ruscha, rielaborati con i mattoncini giocattolo usati dai bambini per dare forma a costruzioni fantasiose e complesse.
Al centro della mostra, che si avvale della collaborazione della prestigiosa Galleria Continua, si colloca una serie di opere nate in seguito al devastante terremoto (magnitudo 8 della scala Richter) registrato a Sichuan, nel sud-ovest della Cina, il 12 maggio 2008, con oltre 90mila vittime, di cui 5.197 studenti, a causa del crollo di edifici scolastici.
Tra questi lavori, nelle prime tre sale del piano nobile, c'è «Straight», uno dei più potenti monumenti commemorativi dell’arte contemporanea, realizzato tra il 2009 e il 2012 con centocinquanta tonnellate di tondini di acciaio recuperati clandestinamente dalle scuole collassate. Attraverso un'estetica della ferita, della materia frammentata e della memoria resistente, quest’opera di Ai Weiwei, dal forte impatto emotivo, entra in una risonanza quasi dolorosa con la storia aquilana, trasformando il dramma del sisma in un'istanza di critica politica ed esistenziale universale.
In contemporanea il Maxxi L'Aquila ospita, nella Project Room e in occasione dell’evento che ha colorato la città abruzzese lo scorso 7 giugno, il focus «Sond The School of Narrative Dance» (fino al 13 settembre), dedicato a Marinella Senatore, che raccoglie, per la curatela di Chiara Bertini, disegni, acquerelli e fotografie d’archivio del 2014, anno in cui l’artista ha vinto la terza edizione del Premio Maxxi con la performance «Sond», una grande parata urbana con musica e danza. Completa il percorso artistico il video «Ongoing Documentary» (2013-2024), che racconta tutte le tappe del progetto performativo, al momento presentato in trenta Paesi del mondo.
A chiudere l'offerta espositiva estiva della città è la mostra «Continuità e divergenze. Architetture e paesaggi urbani in Abruzzo 1930–1960» (fino al 18 ottobre), a cura di Mario Centofanti, Raffaele Giannantonio e Andrea Mantovano, che, nelle sale del Palazzo ex Onmi, offre una rigorosa lettura storiografica della modernizzazione architettonica della regione nel trentennio centrale del Novecento. La rassegna, anche attraverso una committenza fotografica d’autore affidata ad Andrea Jemolo, decodifica il rapporto tra ideologia razionalista, linguaggi locali e trasformazione del paesaggio, evidenziando le tensioni tra spinte avanguardistiche e persistenze della tradizione costruttiva del territorio.
Lasciando l’Abruzzo, con il motore che riprende ritmo tra le curve, viene naturale allargare lo sguardo più a sud, in Sicilia, dove L’Aquila trova un ideale riscontro speculare in Gibellina, borgo colpito dal terremoto del Belìce nel 1968 e trasformato in un museo en plein air grazie a una felice intuizione dell'allora sindaco-intellettuale Ludovico Corrao. Oggi, investita del ruolo di Capitale italiana dell’arte contemporanea, la cittadina rilancia quella vocazione con il progetto «Portami il futuro» e appuntamenti espositivi di respiro internazionale come il «Gibellina Photoroad» (fino al 6 settembre).
Sempre con la direzione artistica di Arianna Catania, il caratteristico festival open air e site-specific siciliano, con mostre outdoor e stampe di grande formato sui muri e nelle piazze della città, presenta, per questa sua decima edizione, progetti come la monumentale installazione inedita «Ruins of Renewal» dell’artista olandese Erik Kessels (realizzata con il sostegno dell’Ambasciata e del Consolato generale del Regno dei Paesi Bassi e di Mondriaan Fonds), la videoinstallazione «Between» di Jacopo Di Cera al «Grande Cretto» di Alberto Burri, e il progetto itinerante «Roundtrip» di Alice Grassi, che parla di migrazioni dal Sud utilizzando come spazio espositivo le finestre delle case.
Nell’anno in cui il Friuli ricorda i cinquant’anni dal sisma del 6 maggio 1976, queste esperienze disegnano una sorta di geografia diagonale che attraversa l’intero Paese, restituendo alla memoria sismica una dimensione condivisa. Ne emerge con forza come la ricostruzione non sia soltanto una questione di materiali - cemento, calce, ingegneria - ma un processo identitario, sociale e culturale, in cui le fratture del passato possono trasformarsi in aperture, in nuove possibilità di visione attraverso l’arte.
Lo aveva capito anche Lucio Amelio che dalla sua galleria di Napoli - città verso cui la nostra Vespa è ormai idealmente diretta - aveva chiamato a raccolta centinaia di artisti internazionali per trasformare la devastazione del terremoto dell’Irpinia del 1980 in energia creativa e riscatto culturale. Nacque così il già citato progetto «Terrae Motus», una delle più significative collezioni d’arte contemporanea del secondo Novecento, oggi al centro di un suggestivo dialogo visivo con l’architettura vanvitelliana della Reggia di Caserta, nella quale lasciò un'impronta indelebile – come abbiamo già ricordato - anche Robert Mapplethorpe con cinque scatti in bianco e nero.
15. Un filo invisibile tra isole, rovine e «villaggi interiori»: trame d’autore tra Campania e Sardegna
In contemporanea il Maxxi L'Aquila ospita, nella Project Room e in occasione dell’evento che ha colorato la città abruzzese lo scorso 7 giugno, il focus «Sond The School of Narrative Dance» (fino al 13 settembre), dedicato a Marinella Senatore, che raccoglie, per la curatela di Chiara Bertini, disegni, acquerelli e fotografie d’archivio del 2014, anno in cui l’artista ha vinto la terza edizione del Premio Maxxi con la performance «Sond», una grande parata urbana con musica e danza. Completa il percorso artistico il video «Ongoing Documentary» (2013-2024), che racconta tutte le tappe del progetto performativo, al momento presentato in trenta Paesi del mondo.
A chiudere l'offerta espositiva estiva della città è la mostra «Continuità e divergenze. Architetture e paesaggi urbani in Abruzzo 1930–1960» (fino al 18 ottobre), a cura di Mario Centofanti, Raffaele Giannantonio e Andrea Mantovano, che, nelle sale del Palazzo ex Onmi, offre una rigorosa lettura storiografica della modernizzazione architettonica della regione nel trentennio centrale del Novecento. La rassegna, anche attraverso una committenza fotografica d’autore affidata ad Andrea Jemolo, decodifica il rapporto tra ideologia razionalista, linguaggi locali e trasformazione del paesaggio, evidenziando le tensioni tra spinte avanguardistiche e persistenze della tradizione costruttiva del territorio.
Lasciando l’Abruzzo, con il motore che riprende ritmo tra le curve, viene naturale allargare lo sguardo più a sud, in Sicilia, dove L’Aquila trova un ideale riscontro speculare in Gibellina, borgo colpito dal terremoto del Belìce nel 1968 e trasformato in un museo en plein air grazie a una felice intuizione dell'allora sindaco-intellettuale Ludovico Corrao. Oggi, investita del ruolo di Capitale italiana dell’arte contemporanea, la cittadina rilancia quella vocazione con il progetto «Portami il futuro» e appuntamenti espositivi di respiro internazionale come il «Gibellina Photoroad» (fino al 6 settembre).
Sempre con la direzione artistica di Arianna Catania, il caratteristico festival open air e site-specific siciliano, con mostre outdoor e stampe di grande formato sui muri e nelle piazze della città, presenta, per questa sua decima edizione, progetti come la monumentale installazione inedita «Ruins of Renewal» dell’artista olandese Erik Kessels (realizzata con il sostegno dell’Ambasciata e del Consolato generale del Regno dei Paesi Bassi e di Mondriaan Fonds), la videoinstallazione «Between» di Jacopo Di Cera al «Grande Cretto» di Alberto Burri, e il progetto itinerante «Roundtrip» di Alice Grassi, che parla di migrazioni dal Sud utilizzando come spazio espositivo le finestre delle case.
Nell’anno in cui il Friuli ricorda i cinquant’anni dal sisma del 6 maggio 1976, queste esperienze disegnano una sorta di geografia diagonale che attraversa l’intero Paese, restituendo alla memoria sismica una dimensione condivisa. Ne emerge con forza come la ricostruzione non sia soltanto una questione di materiali - cemento, calce, ingegneria - ma un processo identitario, sociale e culturale, in cui le fratture del passato possono trasformarsi in aperture, in nuove possibilità di visione attraverso l’arte.
Lo aveva capito anche Lucio Amelio che dalla sua galleria di Napoli - città verso cui la nostra Vespa è ormai idealmente diretta - aveva chiamato a raccolta centinaia di artisti internazionali per trasformare la devastazione del terremoto dell’Irpinia del 1980 in energia creativa e riscatto culturale. Nacque così il già citato progetto «Terrae Motus», una delle più significative collezioni d’arte contemporanea del secondo Novecento, oggi al centro di un suggestivo dialogo visivo con l’architettura vanvitelliana della Reggia di Caserta, nella quale lasciò un'impronta indelebile – come abbiamo già ricordato - anche Robert Mapplethorpe con cinque scatti in bianco e nero.
15. Un filo invisibile tra isole, rovine e «villaggi interiori»: trame d’autore tra Campania e Sardegna
Napoli ci accoglie come una tela barocca di quelle che abbiamo visto in mostra al Fortino Pietro Leopoldo I di Forte dei Marmi: i panni stesi tra i palazzi, le edicole votive illuminate dai lumini, i mercati brulicanti di persone colpiscono immediatamente i nostri occhi, mentre sullo sfondo giace, maestoso e illuminato da una luce dorata, il Golfo dominato dal Vesuvio. La nostra meta è la Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee - Museo Madre, dove ci attende una delle soste più poetiche del nostro intero viaggio nel sud Italia: l’antologica «Maria Lai: essere è tessere» (fino al 12 ottobre), curata da Mónica Amor e Carlos Basualdo, con l'assistenza di Giulia Brandinelli.
Duecento opere, raccolte in un percorso al tempo stesso cronologico e tematico, con accanto materiale documentario e libri d'artista, restituiscono la profondità di una ricerca, autonoma e radicale, che ha animato la scena creativa italiana dal secondo Dopoguerra agli anni Dieci del Duemila. Filo, tessuto e cucitura si intrecciano e costruiscono l'ordito e la trama di una storia, lontana dai clamori del mondo e animata dall'ostinata passione di chi ha imparato a non rispondere a tutte le regole imposte dalla società, dove la tradizione millenaria della Sardegna, sottratta all’ambito domestico e usata senza mai cedere alle facili tentazioni di trattare il folklore come un reperto antico e superato, si unisce alle istanze delle Avanguardie, con il loro gesto che si fa linguaggio relazionale e azione politica (nel senso più nobile del termine).
I «Telai», le «Tele cucite», i «Libri cuciti», le «Lavagne», le «Geografie» con le mappe e le costellazioni immaginarie, i «Collages» e le «Fiabe» sono i nuclei fondamentali che animano l'arte di Maria Lai (Ulassai, 1919 – Cardedu, 2013), e che trovano posto nella mostra napoletana, tratteggiando il suo costante dialogo tra parola e silenzio interiore, tra memoria individuale e dimensione collettiva.
Tessitrice non solo di fili, stoffe e carte, ma anche di legami, l'artista sarda ha connesso le persone tra di loro e con il proprio territorio, a cominciare dal memorabile intervento «Legarsi alla montagna» del 1981, primo esempio di arte relazionale al mondo, documentato lungo il percorso espositivo al museo Madre.
È il nastro azzurro lungo ventisette chilometri con cui Maria Lai legò allora il suo paese natale che ci porta in Sardegna, a Ulassai. È una deviazione mentale più che geografica, ma perfettamente coerente con lo spirito di un viaggio, perché alcune tappe non si raggiungono per vicinanza geografica, ma per affinità d’anima.
Nel cuore dell’Ogliastra, la Fondazione Stazione dell’arte celebra i suoi vent'anni di attività con la mostra «Chagall con Maria Lai. Il villaggio interiore» (fino al 27 settembre), un percorso espositivo di oltre settanta opere, allestito anche nelle sale del CaMuC - Casa Museo Cannas, per la curatela di Paul Schneiter e Marco Peri, che costruisce un dialogo inedito tra due immaginari creativi solo apparentemente distanti.
Il confronto tra il mondo visionario e fiabesco del pittore russo, con le sue figure sospese nel vuoto e i suoi animali simbolici, e la sensibilità poetica della paladina dell'arte tessile italiana, con la sua attenzione alle piccole cose di tutti i giorni, mette, infatti, in luce una comune grammatica del sogno ancorata alle radici del folklore e un'idea dell’infanzia come spazio primigenio dell’arte. È nelle città d’origine - Vitebsk per Marc Chagall, Ulassai per Maria Lai – che entrambi attingono per dare forma al proprio vocabolario creativo, sospeso tra memoria e invenzione interiore.
Dipinti, incisioni, libri d’artista, tessiture e disegni punteggiano il percorso espositivo, accostando i lavori dell’artista sarda a una selezione di opere chagalliane dedicate al mondo del circo e alla raffigurazione di bouquet floreali, oltre che alle illustrazioni per grandi classici della letteratura come «La Bibbia», «Le anime morte» di Nikolaj Gogol’, le storiche favole di Jean de La Fontaine, commissionate dall’editore parigino Ambroise Vollard tra il 1923 e il 1939. Ci sono in mostra anche le xilografie per i «Poèmes», raccolta di testi poetici pubblicata dall'editore ginevrino Gérald Cramer nel 1968, dove si respira tutta la nostalgia dell’artista russo per la sua terra natale, abbandonata, per le fratture della storia, senza avere più «alcun luogo da chiamare casa».
Tornati anche con la mente sulla costa campana, la Vespa riprende il suo percorso tra luce e mare, procedendo verso il Molo Beverello per imbarcarsi per Capri, dove ci accoglie la mostra «R.O.S.A. – Romantica ossessione senza armonia» (fino al 20 settembre), curata da Manuela Schiano e da Fabrizio Scomparin, nipote del gallerista Lucio Amelio, che mette in relazione l’eredità creativa e politica di Joseph Beuys, artista-sciamano tedesco che fu spesso ospite dell'isola negli anni Settanta e Ottanta e che si innamorò del suo paesaggio mediterraneo, con una selezione di opere dello scultore Alessandro Rillo, del fotoreporter Alessio Romenzi e del visual artist Bruno Albi Marini, affrontando i temi del rapporto tra uomo e ambiente, della memoria e della responsabilità sociale.
Documenti storici, materiali d’archivio, una conversazione originale registrata a Capri con Lucio Amelio e la giornalista Giuliana Gargiulo, oltre a lavori come «La rivoluzione siamo noi» e il manifesto «Capri-Batterie e Rose für direkte Demokratie» («Rosa per la democrazia diretta») si fanno testimonianze della concezione beuysiana dell’arte come strumento di attivismo socio-politico, dialogando anche con gli spazi di Villa Rosa ad Anacapri, dimora storica dell'Ottocento, trasformata in un moderno hub di innovazione sociale gestito dal Consorzio Sale della terra, che si raggiunge comodamente con un bus o un taxi dal porto caprese situato nella baia di Marina Grande.
Ritornati sulla terraferma, la nostra Vespa può piegare verso gli scavi di Pompei, dove ad attenderci è una delle tappe più spiazzanti dell'intero viaggio. Non capita spesso di vedere un'aragosta gigante in acciaio nero troneggiare tra le colonne di una domus bimillenaria, eppure è esattamente ciò che succede nella mostra diffusa «Philip Colbert in Pompeii: Pop Mythology» (fino al 30 novembre), a cura di Cesare Biasini Selvaggi e con l'organizzazione de «Il Cigno Arte» di Roma. L'effetto, a vederlo per la prima volta, è quasi comico e insieme perturbante: un cortocircuito tra antico e contemporaneo, scelto di proposito, che sovrappone l’immaginario pop dell'artista scozzese di nascita e britannico per scelta, da molti considerato l'erede di Andy Warhol, alla monumentalità delle rovine pompeiane. Il contrasto visivo tra la gravità delle pietre antiche e la trentina di sculture, apparentemente ludiche e grottesche, di Philip Colbert, che si è fatto conoscere al grande pubblico con il personaggio dell’aragosta («The Lobster») in versione cartoon, - non è solo una provocazione estetica: è un invito a riflettere sulla durata dei simboli nell'era iper-satura di immagini del consumo di massa, ma anche sulla storia pompeiana fatta di distruzione, conservazione e memoria collettiva.
Ispirata all’arte antica del sito campano, in particolare al celebre mosaico a soggetto marino della Casa del Fauno, con sua la battaglia tra un'aragosta, una murena e un polpo, oggi conservato dal Museo archeologico di Napoli, la mostra porta una sequenza di colorati astici in acciaio inox e opere con patina bronzea tra le colonne, gli archi e le rovine del parco archeologico.
In occasione dell'evento espositivo, l'artista ha realizzato anche una nuova trilogia di monumentali sculture in acciaio nero, concepite come «reperti mitologici del futuro», tra cui guerrieri-astice robotici, «idoli folli» – racconta Cesare Biasini Selvaggi - «di un’umanità irrazionale, incapace di imparare dalla storia, che continua a consumare guerre nel mondo, sopraffazioni, egoismi e a ignorare o sottovalutare la natura».
Per amplificare l’effetto sorpresa della rassegna, dove le sculture si incontrano quasi per caso lungo il percorso, Philip Colbert ha deciso di coinvolgere anche altri luoghi storici del territorio campano: l'Antiquarium di Boscoreale, gli scavi archeologici di Oplontis a Torre Annunziata, le villa San Marco e Arianna a Castellammare di Stabia, il Real Polverificio Borbonico a Scafati e il sito protostorico di Longola a Poggiomarino, la «Pompei prima di Pompei», incendiata poche settimane dalla criminalità organizzata. Questa scelta nasce dalla necessità di dire che l'arte contemporanea può contribuire a mantenere alta l'attenzione sul patrimonio culturale e a ricordare – racconta ancora il curatore - che «la fantasia e la creatività non sono un lusso per pochi, ma la risorsa più grande per riscrivere gli immaginari del presente-futuro».
Il viaggio in Campania prevede un’ultima tappa a Ravello (in provincia di Salerno), una delle gemme più eleganti e tranquille della costiera amalfitana, arroccata sui monti Lattari e nota come la «città della musica» per il suo festival con concerti sinfonici e da camera, giunto quest’anno alla settantaquattresima edizione, che, nella cornice di Villa Rufolo, propone una personale di William Kentridge (fino al 5 settembre), in collaborazione con la Galleria Lia Rumma.
Disegni, video, installazioni, sculture e lavori legati alla dimensione scenica e musicale dell’artista sudafricano compongono un percorso fatto di ombre, memoria e movimento che mette in scena una riflessione sul colonialismo, il potere, l’ambiguità della visione, il tempo e la fragilità della condizione umana, dialogando con l'architettura storica e i giardini a picco sul mare della dimora campana, progettata da sir Francis Nevile Reid nel XIX secolo.
Tra le opere in mostra ci sono: «Paper Procession» (2023), con le sue silhouette antropomorfe; l’opera video «Sibyl» (2020), ispirata al mito della Sibilla Cumana come metafora dell’enigma e dell’incertezza; «Preparing the Flute, 2005», una video-proiezione su un modello in miniatura di un teatrino per «Il flauto magico» di Wolfgang Amadeus Mozart progettato per La Monnaie/De Munt Opera di Bruxelles, e la recente «Mayakovsky Diorama» (2025), dove la forma del diorama e l’illusione ottica del teatro d’ombre si intrecciano con la figura di Vladimir Mayakovsky e con l’eredità delle avanguardie storiche. Si chiude in questa cittadina «più vicina al cielo di quanto non sia lontana dalla riva del mare», come disse André Gide nel 1902, il nostro percorso in Campania tra antico e moderno, tra fili invisibili e altri tessuti nel riserbo assoluto e nel sedimento di culture millenarie e di esperienze collettive.
16. Da Matera a Monopoli, dove il mare è materia narrativa e orizzonte
Lasciata alle spalle la Campania, con il suo intreccio serrato di miti, visioni contemporanee e incantevoli scenari espositivi, il traffico si dirada. I tornanti della costiera amalfitana lasciano spazio a un paesaggio che si fa sempre più essenziale, arcaico, silenzioso: la Vespa si addentra nelle solitudini della Basilicata, inseguendo il profilo calcareo delle gravine. Il viaggio diventa una pausa necessaria di decantazione, in cui le immagini delle mostre campane si depositano e la mente si prepara alla tappa successiva. È in questo respiro, sospeso tra l’acqua e la pietra, che si prepara l’ingresso a Matera, la «città dei sassi», dove lo sguardo torna a farsi profondo e il «mare nostrum» si rivela non più come orizzonte, ma come materia narrativa.
A Palazzo Lanfranchi, ci attende la mostra «Mimmo Jodice. Mediterraneo» (fino all’8 novembre), a cura di Carlo Sala, con ottantatré opere fotografiche provenienti dalla collezione privata «i Cotroneo, Roma», di cui sessantotto stampe vintage ai sali d’argento su carta baritata con viraggio al selenio, realizzate dall'artista napoletano tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta per uno dei suoi reportage più celebri, esposto con successo anche al Philadelphia Museum of Art del 1995.
La rassegna, che farà poi tappa al Centre d’Art Moderne di Tétouan in Marocco (dicembre 2026-febbraio 2027), presenta anche cinque opere di grande formato (140x100 cm) della serie «Danzatrici» e un’appendice di dieci opere vintage e moderne dedicata alle ricerche più recenti di Mimmo Jodice sul Mediterraneo e sulle sue archeologie antiche, greche e romane.
Partendo da Paestum, Pompei, Cuma e Baia – le terre dell’infanzia -, lo sguardo si estende a un Mediterraneo non solo italiano, che va dalla Grecia alla Turchia, dalla Giordania alla Tunisia, dalla Francia alla Libia, focalizzando sempre l’attenzione su templi, acquedotti, terme, anfiteatri, statue e mosaici.
Con questa serie fotografica, nata dopo decenni di lavoro sospeso tra impegno sociale e sperimentazione nell’ambito delle neoavanguardie, l'artista napoletano non ha voluto realizzare un’indagine documentaria, ma ha inteso far emergere il «soffio vitale» delle civiltà antiche. Grazie a un complesso lavoro di luce e ombra, i volti scolpiti nel marmo e nel bronzo si caricano di una umanità vibrante; diventano «condensati emotivi» tra malinconia e gioia, rabbia e dolcezza. Mentre i paesaggi, privi di segni antropici contemporanei, assumono un'atmosfera immobile e silenziosa, quasi metafisica, che rende presente ed eterno il passato.
Il mare, le rovine, le sculture antiche e la luce abbagliante del Sud vengono così isolati in un tempo sospeso, trasformando il bacino del Mediterraneo nel luogo dell'archetipo e della memoria, un teatro di miti che unisce popoli, forme dell’abitare e paesaggi.
Quando si parla di teatro, reale o immaginario, la mente non può non andare al «Bardo dell’Avon» e alle sue opere senza tempo, da «Romeo e Giulietta» a «Il mercante di Venezia», e così piegando verso sud-est, tagliando le distese di ulivi secolari della Murgia e puntando dritti verso il cuore dorato del Barocco pugliese, arriviamo al Castello Carlo V di Lecce, dove è allestita la mostra immersiva e interdisciplinare «La materia dei sogni – Mondi e visioni dall’opera di Shakespeare» (fino al 10 gennaio 2027), curata da Peter Bottazzi e Silvia Rigon e realizzata con la consulenza scientifica di Michael Dobson.
Attraverso un percorso inclusivo, innovativo e didattico, installazioni, opere video, musiche originali, paesaggi sonori e dispositivi multimediali mettono in scena, nei sotterranei del maniero leccese, «il ricco, metaforico e polifonico universo» del drammaturgo inglese, raccontandone la biografia, i testi teatrali e il contesto storico-culturale dell'epoca elisabettiana.
Il viaggio inizia imbarcandosi su «La barca di Prospero», una grande installazione ispirata al dramma «La tempesta», dove i visitatori sono immersi in un paesaggio sonoro costruito da versi poetici letti in numerose lingue. Il percorso affronta, poi, «Le crepe del potere», uno dei temi centrali del teatro shakespeariano con le sue tante scene di congiure, conflitti e tradimenti. Mentre con l'installazione «Fantastico» vengono raccontate le vicende al centro di «Macbeth», «Sogno di una notte di mezza estate» e «Amleto», al cui celebre monologo «To be or not to be» è dedicato anche l'ambiente multimediale «Soliloquio», che invita il pubblico a confrontarsi con i grandi interrogativi dell’esistenza. Infine, in «Radio Shakespeare» si possono ascoltare alcuni dei passaggi più celebri del teatro del «Bardo di Avon» e con «Attraverso le parole» si medita sulla divulgazione di un libro attraverso la lettura, la voce e la memoria. Si chiude così, con un invito a perdersi tra le pagine di una commedia o di una tragedia, il viaggio shakespeariano che ha infestato il vecchio maniero leccese, emblema della grandezza imperiale degli Asburgo, con tutta la forza visionaria di una produzione letteraria che, più di quattrocento anni fa, ci ha raccontato, attraverso il personaggio di Prospero, che «siamo fatti della stessa sostanza dei sogni».
Sempre a Lecce, negli spazi del Must, è allestita la mostra «Tesori nascosti dalla Galleria Borghese» (fino al 18 ottobre), curata da Lucia Calzona, Maria Giovanna Sarti ed Emanuela Settimi, che porta nel cuore del Salento una selezione di oltre trenta opere della prestigiosa collezione romana del cardinale Scipione Borghese, molte delle quali raramente esposte al pubblico.
Pensata come la prima tappa di un progetto espositivo itinerante, che proseguirà alla Galleria nazionale di Cosenza (7 novembre 2026–31 gennaio 2027), la rassegna costruisce un percorso attraverso la cultura figurativa tra Rinascimento e Barocco, accostando artisti come Dosso Dossi, Tiziano, Palma il Vecchio e Gian Lorenzo Bernini.
Il tracciato espositivo si sviluppa secondo un doppio registro, cronologico e tematico, e individua alcuni nodi fondamentali: il recupero dell’antico, l’osservazione della natura, il dialogo tra sacro e profano, fino alla progressiva trasformazione dei linguaggi. In questo quadro, le diverse scuole pittoriche - dalla tradizione veneta, segnata dalla centralità del colore, a quella toscana, fondata sul primato del disegno, fino alla produzione ferrarese, più incline a soluzioni atmosferiche e sperimentali - concorrono a delineare un panorama articolato della pittura italiana.
Un focus di particolare interesse è dedicato alle pitture su pietra, esempi di eccezionale virtuosismo tecnico realizzati su materiali preziosi come ardesia e lapislazzuli. In queste opere si riflette con chiarezza la tensione sperimentale che accompagna il passaggio tra Rinascimento e Barocco, quando la materia stessa contribuisce alla costruzione del linguaggio figurativo con risultati di grande suggestione e preziosità.
Uscendo dal Must, la Vespa torna a vibrare tra le strade chiare del Salento. Lecce si allontana lentamente dallo specchietto retrovisore e il ronzio dello scooter si fonde con la risacca del mare, mentre corriamo verso nord, seguendo il profilo dell’Adriatico. Ci attende un tratto breve, ma luminoso, tra distese di ulivi secolari e con il vento che profuma di salsedine. Monopoli è già lì, poco più avanti, pronta ad aprire un nuovo capitolo visivo - l’ultimo del nostro lungo viaggio - con lo sguardo contemporaneo di «PhEST – See Beyond the Sea» (dal 7 agosto al 1° novembre), festival internazionale di fotografia, cinema, musica, arte contemporanea e contaminazioni, giunto alla sua undicesima edizione, che vede la direzione artistica di Giovanni Troilo, la curatela fotografica di Arianna Rinaldo e quella artistica di Roberto Lacarbonara.
È un progetto che profuma d’estate perché, anno dopo anno, le opere d'arte escono anche fuori dai white cube museali e colonizzano i vicoli imbiancati a calce, le facciate dei palazzi storici, le antiche chiese sconsacrate e persino il molo del porto antico, lambito dalle onde del mare. È una manifestazione che parla, più di altre, del territorio italiano perché propone una riflessione profonda sul Mediterraneo, il «mare nostrum», come spazio di transito, confine geopolitico, straordinario crocevia di culture e biodiversità. È un festival che ben si sposa con l’idea di un viaggio in Vespa per la sua natura itinerante e per la sua quasi totale assenza di barriere tra lo spettatore, l'opera d'arte e il paesaggio circostante.
L'edizione di quest'anno si intitola «What if?» ed è «un invito a sospendere le certezze del reale e ad abitare lo spazio del possibile», esplorando futuri alternativi e riscritture del presente. Tra mostre personali, collettive, installazioni site-specific, letture portfolio e progetti interdisciplinari - con protagonisti come Joan Fontcuberta, Juno Calypso, Roger Ballen, Sara Munari, Chinky Shukla, Harri Pälviranta, Sara Angelucci e Giuseppe De Mattia - sono in agenda due omaggi particolarmente significativi per altrettanti centenari: quello degli scatti di Horst von Harbou sul set del film «Metropolis» (1927) di Fritz Lang e quello per la nascita di Vivian Maier, la tata-fotografa newyorkese, esponente di spicco della street photography, il cui talento è stato scoperto solo dopo la sua morte.
Monopoli la ricorda con la mostra «Shadows and Mirrors», che esplora uno dei nuclei più profondi della sua ricerca: l'autoritratto come affermazione della propria esistenza. Attraverso riflessi, ombre e sagome, l'artista ha dato vita a un vero e proprio gioco a nascondino, restituendo la sua immagine nel riverbero di uno specchio, nella sua ombra che si estende a terra, nel contorno della sua figura sulla parete di un edificio o in una pozzanghera. Il percorso presenta circa cinquanta fotografie e una selezione di filmati in Super8, che documentano l'ampiezza di un archivio, con centinaia di migliaia di immagini scattate tra il 1950 e il 1990, scoperto solo nel 2007 dall’agente immobiliare John Maloof, in un magazzino venduto a un’asta fallimentare per soli 400 dollari. Da allora, le opere di Vivian Maier sono state esposte in tutto il mondo, riscuotendo un enorme successo di pubblico e critica.
Il viaggio si conclude qui, a Monopoli, dove il molo del porto antico si fa naturale traguardo per la nostra Vespa. Il motore si spegne per l’ultima volta e il silenzio che segue non è vuoto, ma pieno: è il rumore della risacca che sale dagli scogli, il vociare sommesso dei bagnanti che ritornano a casa dopo una giornata al mare, il fruscio della brezza che muove leggermente un telo fotografico appeso tra due vicoli imbiancati a calce. Quasi a suggellare la conclusione del cammino, il sole tramonta all’orizzonte, tingendo l'Adriatico di riflessi ramati, e, in questa luce, il mare reale di Lecce e Monopoli e quello narrato dal bianco e nero di Mimmo Jodice a Matera – le due anime del nostro ultimo tratto di strada – si incontrano e si confondono, si fanno entrambi «crocevia» di ricordi.
Duecento opere, raccolte in un percorso al tempo stesso cronologico e tematico, con accanto materiale documentario e libri d'artista, restituiscono la profondità di una ricerca, autonoma e radicale, che ha animato la scena creativa italiana dal secondo Dopoguerra agli anni Dieci del Duemila. Filo, tessuto e cucitura si intrecciano e costruiscono l'ordito e la trama di una storia, lontana dai clamori del mondo e animata dall'ostinata passione di chi ha imparato a non rispondere a tutte le regole imposte dalla società, dove la tradizione millenaria della Sardegna, sottratta all’ambito domestico e usata senza mai cedere alle facili tentazioni di trattare il folklore come un reperto antico e superato, si unisce alle istanze delle Avanguardie, con il loro gesto che si fa linguaggio relazionale e azione politica (nel senso più nobile del termine).
I «Telai», le «Tele cucite», i «Libri cuciti», le «Lavagne», le «Geografie» con le mappe e le costellazioni immaginarie, i «Collages» e le «Fiabe» sono i nuclei fondamentali che animano l'arte di Maria Lai (Ulassai, 1919 – Cardedu, 2013), e che trovano posto nella mostra napoletana, tratteggiando il suo costante dialogo tra parola e silenzio interiore, tra memoria individuale e dimensione collettiva.
Tessitrice non solo di fili, stoffe e carte, ma anche di legami, l'artista sarda ha connesso le persone tra di loro e con il proprio territorio, a cominciare dal memorabile intervento «Legarsi alla montagna» del 1981, primo esempio di arte relazionale al mondo, documentato lungo il percorso espositivo al museo Madre.
È il nastro azzurro lungo ventisette chilometri con cui Maria Lai legò allora il suo paese natale che ci porta in Sardegna, a Ulassai. È una deviazione mentale più che geografica, ma perfettamente coerente con lo spirito di un viaggio, perché alcune tappe non si raggiungono per vicinanza geografica, ma per affinità d’anima.
Nel cuore dell’Ogliastra, la Fondazione Stazione dell’arte celebra i suoi vent'anni di attività con la mostra «Chagall con Maria Lai. Il villaggio interiore» (fino al 27 settembre), un percorso espositivo di oltre settanta opere, allestito anche nelle sale del CaMuC - Casa Museo Cannas, per la curatela di Paul Schneiter e Marco Peri, che costruisce un dialogo inedito tra due immaginari creativi solo apparentemente distanti.
Il confronto tra il mondo visionario e fiabesco del pittore russo, con le sue figure sospese nel vuoto e i suoi animali simbolici, e la sensibilità poetica della paladina dell'arte tessile italiana, con la sua attenzione alle piccole cose di tutti i giorni, mette, infatti, in luce una comune grammatica del sogno ancorata alle radici del folklore e un'idea dell’infanzia come spazio primigenio dell’arte. È nelle città d’origine - Vitebsk per Marc Chagall, Ulassai per Maria Lai – che entrambi attingono per dare forma al proprio vocabolario creativo, sospeso tra memoria e invenzione interiore.
Dipinti, incisioni, libri d’artista, tessiture e disegni punteggiano il percorso espositivo, accostando i lavori dell’artista sarda a una selezione di opere chagalliane dedicate al mondo del circo e alla raffigurazione di bouquet floreali, oltre che alle illustrazioni per grandi classici della letteratura come «La Bibbia», «Le anime morte» di Nikolaj Gogol’, le storiche favole di Jean de La Fontaine, commissionate dall’editore parigino Ambroise Vollard tra il 1923 e il 1939. Ci sono in mostra anche le xilografie per i «Poèmes», raccolta di testi poetici pubblicata dall'editore ginevrino Gérald Cramer nel 1968, dove si respira tutta la nostalgia dell’artista russo per la sua terra natale, abbandonata, per le fratture della storia, senza avere più «alcun luogo da chiamare casa».
Tornati anche con la mente sulla costa campana, la Vespa riprende il suo percorso tra luce e mare, procedendo verso il Molo Beverello per imbarcarsi per Capri, dove ci accoglie la mostra «R.O.S.A. – Romantica ossessione senza armonia» (fino al 20 settembre), curata da Manuela Schiano e da Fabrizio Scomparin, nipote del gallerista Lucio Amelio, che mette in relazione l’eredità creativa e politica di Joseph Beuys, artista-sciamano tedesco che fu spesso ospite dell'isola negli anni Settanta e Ottanta e che si innamorò del suo paesaggio mediterraneo, con una selezione di opere dello scultore Alessandro Rillo, del fotoreporter Alessio Romenzi e del visual artist Bruno Albi Marini, affrontando i temi del rapporto tra uomo e ambiente, della memoria e della responsabilità sociale.
Documenti storici, materiali d’archivio, una conversazione originale registrata a Capri con Lucio Amelio e la giornalista Giuliana Gargiulo, oltre a lavori come «La rivoluzione siamo noi» e il manifesto «Capri-Batterie e Rose für direkte Demokratie» («Rosa per la democrazia diretta») si fanno testimonianze della concezione beuysiana dell’arte come strumento di attivismo socio-politico, dialogando anche con gli spazi di Villa Rosa ad Anacapri, dimora storica dell'Ottocento, trasformata in un moderno hub di innovazione sociale gestito dal Consorzio Sale della terra, che si raggiunge comodamente con un bus o un taxi dal porto caprese situato nella baia di Marina Grande.
Ritornati sulla terraferma, la nostra Vespa può piegare verso gli scavi di Pompei, dove ad attenderci è una delle tappe più spiazzanti dell'intero viaggio. Non capita spesso di vedere un'aragosta gigante in acciaio nero troneggiare tra le colonne di una domus bimillenaria, eppure è esattamente ciò che succede nella mostra diffusa «Philip Colbert in Pompeii: Pop Mythology» (fino al 30 novembre), a cura di Cesare Biasini Selvaggi e con l'organizzazione de «Il Cigno Arte» di Roma. L'effetto, a vederlo per la prima volta, è quasi comico e insieme perturbante: un cortocircuito tra antico e contemporaneo, scelto di proposito, che sovrappone l’immaginario pop dell'artista scozzese di nascita e britannico per scelta, da molti considerato l'erede di Andy Warhol, alla monumentalità delle rovine pompeiane. Il contrasto visivo tra la gravità delle pietre antiche e la trentina di sculture, apparentemente ludiche e grottesche, di Philip Colbert, che si è fatto conoscere al grande pubblico con il personaggio dell’aragosta («The Lobster») in versione cartoon, - non è solo una provocazione estetica: è un invito a riflettere sulla durata dei simboli nell'era iper-satura di immagini del consumo di massa, ma anche sulla storia pompeiana fatta di distruzione, conservazione e memoria collettiva.
Ispirata all’arte antica del sito campano, in particolare al celebre mosaico a soggetto marino della Casa del Fauno, con sua la battaglia tra un'aragosta, una murena e un polpo, oggi conservato dal Museo archeologico di Napoli, la mostra porta una sequenza di colorati astici in acciaio inox e opere con patina bronzea tra le colonne, gli archi e le rovine del parco archeologico.
In occasione dell'evento espositivo, l'artista ha realizzato anche una nuova trilogia di monumentali sculture in acciaio nero, concepite come «reperti mitologici del futuro», tra cui guerrieri-astice robotici, «idoli folli» – racconta Cesare Biasini Selvaggi - «di un’umanità irrazionale, incapace di imparare dalla storia, che continua a consumare guerre nel mondo, sopraffazioni, egoismi e a ignorare o sottovalutare la natura».
Per amplificare l’effetto sorpresa della rassegna, dove le sculture si incontrano quasi per caso lungo il percorso, Philip Colbert ha deciso di coinvolgere anche altri luoghi storici del territorio campano: l'Antiquarium di Boscoreale, gli scavi archeologici di Oplontis a Torre Annunziata, le villa San Marco e Arianna a Castellammare di Stabia, il Real Polverificio Borbonico a Scafati e il sito protostorico di Longola a Poggiomarino, la «Pompei prima di Pompei», incendiata poche settimane dalla criminalità organizzata. Questa scelta nasce dalla necessità di dire che l'arte contemporanea può contribuire a mantenere alta l'attenzione sul patrimonio culturale e a ricordare – racconta ancora il curatore - che «la fantasia e la creatività non sono un lusso per pochi, ma la risorsa più grande per riscrivere gli immaginari del presente-futuro».
Il viaggio in Campania prevede un’ultima tappa a Ravello (in provincia di Salerno), una delle gemme più eleganti e tranquille della costiera amalfitana, arroccata sui monti Lattari e nota come la «città della musica» per il suo festival con concerti sinfonici e da camera, giunto quest’anno alla settantaquattresima edizione, che, nella cornice di Villa Rufolo, propone una personale di William Kentridge (fino al 5 settembre), in collaborazione con la Galleria Lia Rumma.
Disegni, video, installazioni, sculture e lavori legati alla dimensione scenica e musicale dell’artista sudafricano compongono un percorso fatto di ombre, memoria e movimento che mette in scena una riflessione sul colonialismo, il potere, l’ambiguità della visione, il tempo e la fragilità della condizione umana, dialogando con l'architettura storica e i giardini a picco sul mare della dimora campana, progettata da sir Francis Nevile Reid nel XIX secolo.
Tra le opere in mostra ci sono: «Paper Procession» (2023), con le sue silhouette antropomorfe; l’opera video «Sibyl» (2020), ispirata al mito della Sibilla Cumana come metafora dell’enigma e dell’incertezza; «Preparing the Flute, 2005», una video-proiezione su un modello in miniatura di un teatrino per «Il flauto magico» di Wolfgang Amadeus Mozart progettato per La Monnaie/De Munt Opera di Bruxelles, e la recente «Mayakovsky Diorama» (2025), dove la forma del diorama e l’illusione ottica del teatro d’ombre si intrecciano con la figura di Vladimir Mayakovsky e con l’eredità delle avanguardie storiche. Si chiude in questa cittadina «più vicina al cielo di quanto non sia lontana dalla riva del mare», come disse André Gide nel 1902, il nostro percorso in Campania tra antico e moderno, tra fili invisibili e altri tessuti nel riserbo assoluto e nel sedimento di culture millenarie e di esperienze collettive.
16. Da Matera a Monopoli, dove il mare è materia narrativa e orizzonte
Lasciata alle spalle la Campania, con il suo intreccio serrato di miti, visioni contemporanee e incantevoli scenari espositivi, il traffico si dirada. I tornanti della costiera amalfitana lasciano spazio a un paesaggio che si fa sempre più essenziale, arcaico, silenzioso: la Vespa si addentra nelle solitudini della Basilicata, inseguendo il profilo calcareo delle gravine. Il viaggio diventa una pausa necessaria di decantazione, in cui le immagini delle mostre campane si depositano e la mente si prepara alla tappa successiva. È in questo respiro, sospeso tra l’acqua e la pietra, che si prepara l’ingresso a Matera, la «città dei sassi», dove lo sguardo torna a farsi profondo e il «mare nostrum» si rivela non più come orizzonte, ma come materia narrativa.
A Palazzo Lanfranchi, ci attende la mostra «Mimmo Jodice. Mediterraneo» (fino all’8 novembre), a cura di Carlo Sala, con ottantatré opere fotografiche provenienti dalla collezione privata «i Cotroneo, Roma», di cui sessantotto stampe vintage ai sali d’argento su carta baritata con viraggio al selenio, realizzate dall'artista napoletano tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta per uno dei suoi reportage più celebri, esposto con successo anche al Philadelphia Museum of Art del 1995.
La rassegna, che farà poi tappa al Centre d’Art Moderne di Tétouan in Marocco (dicembre 2026-febbraio 2027), presenta anche cinque opere di grande formato (140x100 cm) della serie «Danzatrici» e un’appendice di dieci opere vintage e moderne dedicata alle ricerche più recenti di Mimmo Jodice sul Mediterraneo e sulle sue archeologie antiche, greche e romane.
Partendo da Paestum, Pompei, Cuma e Baia – le terre dell’infanzia -, lo sguardo si estende a un Mediterraneo non solo italiano, che va dalla Grecia alla Turchia, dalla Giordania alla Tunisia, dalla Francia alla Libia, focalizzando sempre l’attenzione su templi, acquedotti, terme, anfiteatri, statue e mosaici.
Con questa serie fotografica, nata dopo decenni di lavoro sospeso tra impegno sociale e sperimentazione nell’ambito delle neoavanguardie, l'artista napoletano non ha voluto realizzare un’indagine documentaria, ma ha inteso far emergere il «soffio vitale» delle civiltà antiche. Grazie a un complesso lavoro di luce e ombra, i volti scolpiti nel marmo e nel bronzo si caricano di una umanità vibrante; diventano «condensati emotivi» tra malinconia e gioia, rabbia e dolcezza. Mentre i paesaggi, privi di segni antropici contemporanei, assumono un'atmosfera immobile e silenziosa, quasi metafisica, che rende presente ed eterno il passato.
Il mare, le rovine, le sculture antiche e la luce abbagliante del Sud vengono così isolati in un tempo sospeso, trasformando il bacino del Mediterraneo nel luogo dell'archetipo e della memoria, un teatro di miti che unisce popoli, forme dell’abitare e paesaggi.
Quando si parla di teatro, reale o immaginario, la mente non può non andare al «Bardo dell’Avon» e alle sue opere senza tempo, da «Romeo e Giulietta» a «Il mercante di Venezia», e così piegando verso sud-est, tagliando le distese di ulivi secolari della Murgia e puntando dritti verso il cuore dorato del Barocco pugliese, arriviamo al Castello Carlo V di Lecce, dove è allestita la mostra immersiva e interdisciplinare «La materia dei sogni – Mondi e visioni dall’opera di Shakespeare» (fino al 10 gennaio 2027), curata da Peter Bottazzi e Silvia Rigon e realizzata con la consulenza scientifica di Michael Dobson.
Attraverso un percorso inclusivo, innovativo e didattico, installazioni, opere video, musiche originali, paesaggi sonori e dispositivi multimediali mettono in scena, nei sotterranei del maniero leccese, «il ricco, metaforico e polifonico universo» del drammaturgo inglese, raccontandone la biografia, i testi teatrali e il contesto storico-culturale dell'epoca elisabettiana.
Il viaggio inizia imbarcandosi su «La barca di Prospero», una grande installazione ispirata al dramma «La tempesta», dove i visitatori sono immersi in un paesaggio sonoro costruito da versi poetici letti in numerose lingue. Il percorso affronta, poi, «Le crepe del potere», uno dei temi centrali del teatro shakespeariano con le sue tante scene di congiure, conflitti e tradimenti. Mentre con l'installazione «Fantastico» vengono raccontate le vicende al centro di «Macbeth», «Sogno di una notte di mezza estate» e «Amleto», al cui celebre monologo «To be or not to be» è dedicato anche l'ambiente multimediale «Soliloquio», che invita il pubblico a confrontarsi con i grandi interrogativi dell’esistenza. Infine, in «Radio Shakespeare» si possono ascoltare alcuni dei passaggi più celebri del teatro del «Bardo di Avon» e con «Attraverso le parole» si medita sulla divulgazione di un libro attraverso la lettura, la voce e la memoria. Si chiude così, con un invito a perdersi tra le pagine di una commedia o di una tragedia, il viaggio shakespeariano che ha infestato il vecchio maniero leccese, emblema della grandezza imperiale degli Asburgo, con tutta la forza visionaria di una produzione letteraria che, più di quattrocento anni fa, ci ha raccontato, attraverso il personaggio di Prospero, che «siamo fatti della stessa sostanza dei sogni».
Sempre a Lecce, negli spazi del Must, è allestita la mostra «Tesori nascosti dalla Galleria Borghese» (fino al 18 ottobre), curata da Lucia Calzona, Maria Giovanna Sarti ed Emanuela Settimi, che porta nel cuore del Salento una selezione di oltre trenta opere della prestigiosa collezione romana del cardinale Scipione Borghese, molte delle quali raramente esposte al pubblico.
Pensata come la prima tappa di un progetto espositivo itinerante, che proseguirà alla Galleria nazionale di Cosenza (7 novembre 2026–31 gennaio 2027), la rassegna costruisce un percorso attraverso la cultura figurativa tra Rinascimento e Barocco, accostando artisti come Dosso Dossi, Tiziano, Palma il Vecchio e Gian Lorenzo Bernini.
Il tracciato espositivo si sviluppa secondo un doppio registro, cronologico e tematico, e individua alcuni nodi fondamentali: il recupero dell’antico, l’osservazione della natura, il dialogo tra sacro e profano, fino alla progressiva trasformazione dei linguaggi. In questo quadro, le diverse scuole pittoriche - dalla tradizione veneta, segnata dalla centralità del colore, a quella toscana, fondata sul primato del disegno, fino alla produzione ferrarese, più incline a soluzioni atmosferiche e sperimentali - concorrono a delineare un panorama articolato della pittura italiana.
Un focus di particolare interesse è dedicato alle pitture su pietra, esempi di eccezionale virtuosismo tecnico realizzati su materiali preziosi come ardesia e lapislazzuli. In queste opere si riflette con chiarezza la tensione sperimentale che accompagna il passaggio tra Rinascimento e Barocco, quando la materia stessa contribuisce alla costruzione del linguaggio figurativo con risultati di grande suggestione e preziosità.
Uscendo dal Must, la Vespa torna a vibrare tra le strade chiare del Salento. Lecce si allontana lentamente dallo specchietto retrovisore e il ronzio dello scooter si fonde con la risacca del mare, mentre corriamo verso nord, seguendo il profilo dell’Adriatico. Ci attende un tratto breve, ma luminoso, tra distese di ulivi secolari e con il vento che profuma di salsedine. Monopoli è già lì, poco più avanti, pronta ad aprire un nuovo capitolo visivo - l’ultimo del nostro lungo viaggio - con lo sguardo contemporaneo di «PhEST – See Beyond the Sea» (dal 7 agosto al 1° novembre), festival internazionale di fotografia, cinema, musica, arte contemporanea e contaminazioni, giunto alla sua undicesima edizione, che vede la direzione artistica di Giovanni Troilo, la curatela fotografica di Arianna Rinaldo e quella artistica di Roberto Lacarbonara.
È un progetto che profuma d’estate perché, anno dopo anno, le opere d'arte escono anche fuori dai white cube museali e colonizzano i vicoli imbiancati a calce, le facciate dei palazzi storici, le antiche chiese sconsacrate e persino il molo del porto antico, lambito dalle onde del mare. È una manifestazione che parla, più di altre, del territorio italiano perché propone una riflessione profonda sul Mediterraneo, il «mare nostrum», come spazio di transito, confine geopolitico, straordinario crocevia di culture e biodiversità. È un festival che ben si sposa con l’idea di un viaggio in Vespa per la sua natura itinerante e per la sua quasi totale assenza di barriere tra lo spettatore, l'opera d'arte e il paesaggio circostante.
L'edizione di quest'anno si intitola «What if?» ed è «un invito a sospendere le certezze del reale e ad abitare lo spazio del possibile», esplorando futuri alternativi e riscritture del presente. Tra mostre personali, collettive, installazioni site-specific, letture portfolio e progetti interdisciplinari - con protagonisti come Joan Fontcuberta, Juno Calypso, Roger Ballen, Sara Munari, Chinky Shukla, Harri Pälviranta, Sara Angelucci e Giuseppe De Mattia - sono in agenda due omaggi particolarmente significativi per altrettanti centenari: quello degli scatti di Horst von Harbou sul set del film «Metropolis» (1927) di Fritz Lang e quello per la nascita di Vivian Maier, la tata-fotografa newyorkese, esponente di spicco della street photography, il cui talento è stato scoperto solo dopo la sua morte.
Monopoli la ricorda con la mostra «Shadows and Mirrors», che esplora uno dei nuclei più profondi della sua ricerca: l'autoritratto come affermazione della propria esistenza. Attraverso riflessi, ombre e sagome, l'artista ha dato vita a un vero e proprio gioco a nascondino, restituendo la sua immagine nel riverbero di uno specchio, nella sua ombra che si estende a terra, nel contorno della sua figura sulla parete di un edificio o in una pozzanghera. Il percorso presenta circa cinquanta fotografie e una selezione di filmati in Super8, che documentano l'ampiezza di un archivio, con centinaia di migliaia di immagini scattate tra il 1950 e il 1990, scoperto solo nel 2007 dall’agente immobiliare John Maloof, in un magazzino venduto a un’asta fallimentare per soli 400 dollari. Da allora, le opere di Vivian Maier sono state esposte in tutto il mondo, riscuotendo un enorme successo di pubblico e critica.
Il viaggio si conclude qui, a Monopoli, dove il molo del porto antico si fa naturale traguardo per la nostra Vespa. Il motore si spegne per l’ultima volta e il silenzio che segue non è vuoto, ma pieno: è il rumore della risacca che sale dagli scogli, il vociare sommesso dei bagnanti che ritornano a casa dopo una giornata al mare, il fruscio della brezza che muove leggermente un telo fotografico appeso tra due vicoli imbiancati a calce. Quasi a suggellare la conclusione del cammino, il sole tramonta all’orizzonte, tingendo l'Adriatico di riflessi ramati, e, in questa luce, il mare reale di Lecce e Monopoli e quello narrato dal bianco e nero di Mimmo Jodice a Matera – le due anime del nostro ultimo tratto di strada – si incontrano e si confondono, si fanno entrambi «crocevia» di ricordi.
Epilogo: la polvere delle strade, i pigmenti dell’arte, la realtà del mondo
Nell’aprile di ottant’anni fa, in un Paese ancora profondamente segnato dalle cicatrici di un conflitto bellico devastante e in pieno fermento democratico per il referendum tra Repubblica e Monarchia, un ingegnere aeronautico che aveva progettato elicotteri per la guerra e che detestava le moto, soprattutto le loro catene sporche di grasso, contribuì alla rinascita di un’Italia ferita ma pronta a ripartire, con l’invenzione di uno scooter destinato a diventare un capolavoro di design nel settore dei motocicli, nonché il simbolo globale di libertà, indipendenza e voglia di vivere. I primi modelli vennero dipinti con gli avanzi della vernice usata per le carlinghe degli aerei militari, che era rimasta negli stabilimenti della Piaggio di Pontedera alla fine della Seconda guerra mondiale.
In una storia piena di paradossi, e forse proprio per questo ancora più avvincente perché ci parla dell’ironia del destino che trasforma la realtà in una sceneggiatura perfetta, quella tonalità verde pastello, che anni prima aveva portato in Europa distruzione e dolore, colorò via il grigio delle macerie e infuse ottimismo nel Paese, regalandogli anche la voglia di viaggiare senza più orari da rispettare e con le spiagge mediterranee un po’ più vicine.
Da allora la Vespa non ha mai smesso di correre e – merito di Hollywood - è anche diventata il simbolo delle vacanze, non solo di quelle romane di Audry Hepburn e di Nanni Moretti, ma anche di quelle in costiera amalfitana o tra le scenografie da cartolina di un borgo ligure o di un vicolo cortonese, in film come «Il talento di Mr. Ripley» di Anthony Minghella, «Sotto le cielo della Toscana» di Audrey Wells o «Luca» di Enrico Casarosa, un recente cartoon della Pixar Animation Studios, distribuito da Walt Disney Pictures, che racconta una bella storia di formazione ambientata negli anni Cinquanta e Sessanta.
Un compleanno importante merita sempre di essere festeggiato e così la Vespa è diventata l'espediente letterario per un lungo viaggio (o per sedici gite fuori porta), dai ritmi lenti e curiosi, attraverso l'intero Paese e le sue mostre estive: dalla Torino industriale alle placide rive dei laghi prealpini, dalla Milano avveniristica alle suggestioni futuriste di Rovereto e Cortona, dalla mondanità delle coste toscane ai silenzi del Casentino e della Valdichiana, e ancora dalla frenesia di Roma alla «pausa spirituale» nella Firenze di Mark Rothko, dai sassi di Matera ai paesaggi assolati della costiera amalfitana e campana, senza dimenticare il mare pugliese, tra Lecce e Monopoli, dove l'arte esce per le strade e colora le facciate di palazzi storici e antichi vicoli. C’è anche un piccolo accenno a Venezia, alla cui «sinfonia di voci», nell’anno delle «tonalità minori» della Biennale d’arte firmata dalla compianta Koyo Kouoh, abbiamo dedicato un altro speciale e non sono state lasciate indietro nemmeno le isole con due disgressioni mentali: la prima in Sicilia, a Gibellina, la cui storia di ferita e rinascita presenta affinità con quella dell’Aquila; la seconda a Ulassai, la terra sarda che fu il «villaggio» del cuore di Maria Lai, la paladina dell'arte tessile italiana, a cui Napoli dedica una grande antologica e la cui opera - capace di riappropriarsi della dimensione del «parvolus», ovvero del «piccolo» e dell'«umile» - è anche al centro della collettiva «Creature, creatori» al Maxxi di Roma.
Questa «Penelope moderna» ci ha insegnato che «essere è tessere», ovvero che una trama di fili costruisce sempre una storia di legami e di gesti quotidiani, e che tutto si può unire attraverso un nastro. Anche in questo percorso - che pur presentando molti eventi, ne dimentica tanti altri - tutto è stato costruito seguendo dei fili più o meno visibili.
Nell’aprile di ottant’anni fa, in un Paese ancora profondamente segnato dalle cicatrici di un conflitto bellico devastante e in pieno fermento democratico per il referendum tra Repubblica e Monarchia, un ingegnere aeronautico che aveva progettato elicotteri per la guerra e che detestava le moto, soprattutto le loro catene sporche di grasso, contribuì alla rinascita di un’Italia ferita ma pronta a ripartire, con l’invenzione di uno scooter destinato a diventare un capolavoro di design nel settore dei motocicli, nonché il simbolo globale di libertà, indipendenza e voglia di vivere. I primi modelli vennero dipinti con gli avanzi della vernice usata per le carlinghe degli aerei militari, che era rimasta negli stabilimenti della Piaggio di Pontedera alla fine della Seconda guerra mondiale.
In una storia piena di paradossi, e forse proprio per questo ancora più avvincente perché ci parla dell’ironia del destino che trasforma la realtà in una sceneggiatura perfetta, quella tonalità verde pastello, che anni prima aveva portato in Europa distruzione e dolore, colorò via il grigio delle macerie e infuse ottimismo nel Paese, regalandogli anche la voglia di viaggiare senza più orari da rispettare e con le spiagge mediterranee un po’ più vicine.
Da allora la Vespa non ha mai smesso di correre e – merito di Hollywood - è anche diventata il simbolo delle vacanze, non solo di quelle romane di Audry Hepburn e di Nanni Moretti, ma anche di quelle in costiera amalfitana o tra le scenografie da cartolina di un borgo ligure o di un vicolo cortonese, in film come «Il talento di Mr. Ripley» di Anthony Minghella, «Sotto le cielo della Toscana» di Audrey Wells o «Luca» di Enrico Casarosa, un recente cartoon della Pixar Animation Studios, distribuito da Walt Disney Pictures, che racconta una bella storia di formazione ambientata negli anni Cinquanta e Sessanta.
Un compleanno importante merita sempre di essere festeggiato e così la Vespa è diventata l'espediente letterario per un lungo viaggio (o per sedici gite fuori porta), dai ritmi lenti e curiosi, attraverso l'intero Paese e le sue mostre estive: dalla Torino industriale alle placide rive dei laghi prealpini, dalla Milano avveniristica alle suggestioni futuriste di Rovereto e Cortona, dalla mondanità delle coste toscane ai silenzi del Casentino e della Valdichiana, e ancora dalla frenesia di Roma alla «pausa spirituale» nella Firenze di Mark Rothko, dai sassi di Matera ai paesaggi assolati della costiera amalfitana e campana, senza dimenticare il mare pugliese, tra Lecce e Monopoli, dove l'arte esce per le strade e colora le facciate di palazzi storici e antichi vicoli. C’è anche un piccolo accenno a Venezia, alla cui «sinfonia di voci», nell’anno delle «tonalità minori» della Biennale d’arte firmata dalla compianta Koyo Kouoh, abbiamo dedicato un altro speciale e non sono state lasciate indietro nemmeno le isole con due disgressioni mentali: la prima in Sicilia, a Gibellina, la cui storia di ferita e rinascita presenta affinità con quella dell’Aquila; la seconda a Ulassai, la terra sarda che fu il «villaggio» del cuore di Maria Lai, la paladina dell'arte tessile italiana, a cui Napoli dedica una grande antologica e la cui opera - capace di riappropriarsi della dimensione del «parvolus», ovvero del «piccolo» e dell'«umile» - è anche al centro della collettiva «Creature, creatori» al Maxxi di Roma.
Questa «Penelope moderna» ci ha insegnato che «essere è tessere», ovvero che una trama di fili costruisce sempre una storia di legami e di gesti quotidiani, e che tutto si può unire attraverso un nastro. Anche in questo percorso - che pur presentando molti eventi, ne dimentica tanti altri - tutto è stato costruito seguendo dei fili più o meno visibili.
A creare la trama e l’ordito del racconto, insieme con la metaforica polvere delle stradine secondarie di campagna, sono state le mostre ospitate nei luoghi classici della villeggiatura italiana e quelle che restituiscono al meglio lo spirito dell'estate, i grandi progetti corali e gli appuntamenti di vasta risonanza mediatica, oltre alle esposizioni che ricordano un’altra importante ricorrenza, insieme agli ottant’anni della Vespa: gli ottocento dalla morte di San Francesco, il patrono d’Italia, che ci ha consegnato un messaggio di rispetto per ogni creatura vivente.
Rassegna dopo rassegna, anche tra i progetti più pop e le sculture colorate di uno stabilimento balneare, grandi maestri e talenti emergenti ci hanno fatto scoprire che l’arte non smette mai, nemmeno sotto il sole d'agosto, di svolgere il suo compito, trasformando musei, palazzi storici, parchi archeologici, centri cittadini in spazi di attrito cognitivo ed emotivo, capaci di parlarci di ecologia, memoria storica, evoluzione sociale, attivismo politico, trascendenza spirituale, fratture e disparità del mondo.
Rassegna dopo rassegna, anche tra i progetti più pop e le sculture colorate di uno stabilimento balneare, grandi maestri e talenti emergenti ci hanno fatto scoprire che l’arte non smette mai, nemmeno sotto il sole d'agosto, di svolgere il suo compito, trasformando musei, palazzi storici, parchi archeologici, centri cittadini in spazi di attrito cognitivo ed emotivo, capaci di parlarci di ecologia, memoria storica, evoluzione sociale, attivismo politico, trascendenza spirituale, fratture e disparità del mondo.
Ci resta la consapevolezza che l'Italia dell'estate non è solo una geografia fisica di spiagge, montagne e monumenti, ma è anche una mappa infinita di storie e visioni che attende solo di essere percorsa da chi, con curiosità e mente aperta, decida di mettersi in viaggio. Buona estate!
Didascalie delle immagini
1. Locandina del film «Vacanze romane», esposta nella mostra «Vespa. Icona italiana» al Mauto - Museo dell'automobile di Torino; 2. Immagine esposta nella mostra fotografica «Vespa. 80 Years of an Icon». Foto: Jean-Louis Swiners, «Coppia su uno scooter italiano Vespa», 1959, Gamma Rapho; 2. Dalla mostra fotografica «Vespa. 80 Years of an Icon». Foto: Tam Fagiuoli-Archivio Storico Piaggio; 3. Immagine esposta nella mostra fotografica «Vespa. 80 Years of an Icon». Foto: Gianni Bretzel; 4. Vista dell'allestimento della mostra «Vespa. Icona italiana» al Mauto - Museo dell'automobile di Torino; 5. Vista dell'allestimento della mostra «Vespa. Icona italiana» al Mauto - Museo dell'automobile di Torino; 6. Vista dell'allestimento della mostra «I nemici del Drake. Enzo Ferrari e le scuderie inglesi» Mauto - Museo dell'automobile di Torino. Foto: Bin Jia; 7. Allestimento della mostra «My name is Orson Welles» al Museo del cinema di Torino, rampa elicoidale dell’Aula del Tempio della Mole Antonelliana. Foto: Museo del cinema di Torino; 8. Allestimento della mostra «My name is Orson Welles» al Museo del cinema di Torino, rampa elicoidale dell’Aula del Tempio della Mole Antonelliana. Foto: Museo del cinema di Torino; 9., 10. e 11. Allestimento della mostra «Regine in scena. L'arte del costume italiano tra cinema e teatro» alla Reggia di Veneria. Foto: Margherita Borsano; 12. Locantina del film «Puccini» (1953) di Carmine Gallone. Il poster è i mostra nella rassegna «Giacomo Puccini: musica, cinema e storia» alla Palazzina da Caccia di Stupinigi; 13. Veduta dell'allestimento della mostra «Neo Pop Nuovo Glam» a Cannobio, sul lago Maggiore. Foto: Marco Albertella; 14. Veduta dell'allestimento della personale «Terre inquiete» di Tullio Pericoli al Museo del paesaggio di Verbania, sul lago Maggiore. Courtesy: Museo del paesaggio di Verbania; 15. Veduta dell'allestimento «Alessandro Mendini. Cose. Stanze come mondi» a Villa Giulia di Verbania, sul lago Maggiore; 16.«Edward Barber | Jay Osgerby. Alphabet», Installation view. Foto Matteo Pasin @ Triennale Milano; 17. «Lella and Massimo Vignelli. A Language of Clarity», exhibition view. Foto Delfino Sisto Legnani DSL studio © Triennale Milano; 18. «Francesco Clemente: In Between», Exhibition view. Winter Flowers in Spring II, 2025. «A Poppy Heavy with Its Fruits and The Rain of Spring 3-2-2021», 2021. «Birthday Self-Portrait, 2001». 5-14-2020, 2020. «Autoritratto con oro», 1979. «Two Painters», 1980. Foto /Photo Delfino Sisto Legnani- DSL studio © Triennale Milano ; 19. «Kiefer. Le Alchimiste». Milano, Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi. Installation view. ©ElaBialkowska, OKNO Studio; 20. «Kiefer. Le Alchimiste». Milano, Palazzo Reale, Sala del Piccolo Lucernario. Installation view ©ElaBialkowska, OKNO Studio; 21. «Kiefer. Le Alchimiste». Milano, Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi. Installation view. ©ElaBialkowska, OKNO Studio; 22.«Turner: l'incanto del lago di Como e del paesaggio italiano». vista dell'installazione. Como, Pinacoteca - 2026. Courtesy Comune di Como; 23. «Turner: l'incanto del lago di Como e del paesaggio italiano», vista dell'installazione. Como, Pinacoteca - 2026; 24. «Feeling Colour», vista dell'installazione. Como, San Pietro in Atrio. Courtesy Comune di Como; 25. e 21. «Giorgio de Chirico. Un mondo senza tempo», vista dell'allestimento. Desenzano, Castello - 2026. Courtesy Comune di Desenzano; 27. Il Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera, con l'illuminazione per la rassegna «Notturnale». Courtesy: Vittoriale degli Italiani, Gardone Riviera; 28. Vittoriale degli Italiani illuminato. Foto di Bergamaschi per A2A; 29. Il Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera, con l'illuminazione per la rassegna «Notturnale». Courtesy: Vittoriale degli Italiani, Gardone Riviera; 30. e 31. Vittoriale degli Italiani. Mausoleo. Foto di Davide Mombelli. Courtesy: Vittoriale degli Italiani, Gardone Riviera; 32., 33. 34. Vista dell'allestimento della mostra «Visitate il Garda. Grafica e promozione dalla Belle Époque al turismo moderno» al Mag di Riva del Garda, 2026. Foto di Lorenzo Carmellini; 35., 36. e 37. Veduta della mostra «Giacomo Balla. Lo stile dell'avanguardia. Opere dalle Collezioni Biagiotti Cigna» al Mart di Rovereto. Foto: Mart Rovereto, Jacopo Salvi, 2026; 38., 39. e 40.Veduta della mostra «Anselmo Bucci (1887 - 1955). Il tempo del Novecento tra Italia e Europa al Mart di Rovereto». Foto: Mart Rovereto, Jacopo Salvi, 2026; 41. e 42. Veduta della mostra «Di quadro in quadro. L'arte della citazione» al Mart di Rovereto. Foto: Mart Rovereto, Luca Meneghel, 2026; 43., 44., 45. Vista della mostra «Tiziano e il paesaggio» a Pieve di Cadore, nelle Dolomiti. Foto: Elisa Billeci; 46. «Alfred Eisenstaedt. La fotografia era nell'aria», vista dell'allestimento ad Abano Terme, a Villa Bassi Rathgeb; 47., 48, 49. Allestimento della mostra «Alfred Eisenstaedt. La fotografia era nell'aria», vista dell'allestimento a Venezia, al Munav - Museo storico navale di Venezia; 50. 51. 52. Vista dell'allestimento della mostra «Elliott Erwitt. Icons» allo JMuseo di Jesolo. Foto: JMuseo; 53. «Un capolavoro a Villa Manin. Nuda Veritas. Klimt» a Villa Manin di Passariano di Codroipo (Udine). Installation View. Foto: Omar Breda; 54., 55., 56. e 57.«Rothko a Firenze», exhibition views, Palazzo Strozzi, Museo di San Marco, Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze, 2026. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio; 58. Pietro Franceschini e Arthur Vallin, «Eternal Fragment», «White Carrara 2026». Installation view. Foto di Nicola Gnesi; 59. Ross Lovegrove, «Flowing forms of discontinuity in life», «White Carrara» 2026. Installation view. Foto di Nicola Gnesi; 60. Fabio Novembre, «Rough White», «White Carrara» 2026. Installation view. Foto di Nicola Gnesi; 61. Nicolas Bertoux, «Dorsale», «White Carrara» 2026. Installation view. Foto di Nicola Gnesi; 62. Igor Mitoraj, «Sulla riva grande screpolata», 2010. «Bagno Alpemare» 2026. Courtesy: Galleria Contini, Venezia; 63. Pablo Atchugarry, «Estrella de Luz», 2022. «Bagno Alpemare» 2026. Courtesy: Galleria Contini, Venezia; 64. Manolo Valdes, «Reina Mariana», 2019. «Bagno Alpemare» 2026. Courtesy: Galleria Contini, Venezia; 65. Gustavo Vélez. Le dimensioni dell'equilibrio. Mostra diffusa a Pietrasanta, estate 2026. Foto: © Nicola Gnesi; 66. Le dimensioni dell'equilibrio. Mostra diffusa a Pietrasanta, estate 2026. Foto di Jhonatan Garcia; 67. Gustavo Vélez. Le dimensioni dell'equilibrio. Mostra diffusa a Pietrasanta, estate 2026. Foto: © Nicola Gnesi; 68. Gustavo Vélez. Le dimensioni dell'equilibrio. Mostra diffusa a Pietrasanta, estate 2026. Foto: © Nicola Gnesi; 69. e 70. Vista dell'allestimento della mostra «Gino Severini. Modernità come dialogo» al Museo dell’Accademia etrusca e della Città di Cortona, estate 2026; 71. e 72. «Cortona On The Move», edizione 2026; 73. Emilio Isgrò, «Il Cantico di Francesco», 2018. Acrilico su tela stampata montata su legno, 180 x 250 x 6 cm. Custodia Generale del Sacro Convento di San Francesco in Assisi dei Frati Minori Conventuali © Archivio fotografico del Sacro Convento di S. Francesco in Assisi, Italia. Opera esposta nella mostra «San Francesco nostro contemporaneo tra arte e spiritualità», allestita a Palazzo Baldeschi di Perugia, estate 2026; 74.Omar Galliani, «In lumine dei», dittico, 2024-2026, 200x400 cm, matita nera + oro in foglia su tavola di pioppo. Archivio Omar Galliani. Crediti fotografici: Luca Trascinelli. Opera esposta nella mostra «San Francesco nostro contemporaneo tra arte e spiritualità», allestita a Palazzo Baldeschi di Perugia, estate 2026; 75., 76., 77., 78. e 79.Vista dell'allestimento della mostra «San Francesco nostro contemporaneo tra arte e spiritualità», allestita a Palazzo Baldeschi di Perugia, estate 2026; 80., 81. e 82. Vista dell'allestimento della mostra «Creature Creatori. San Francesco e l'arte contemporanea» al Maxxi di Roma, 2026.Foto:®Luis DoRosario. Courtesy Fondazione MAXXI; 83. Vista dell'allestimento di «Ritorno degli Eroi - Tomba Francois». Museo Villa Giulia, Roma. Foto di Valentina Sensi. Courtesy: HF4 Ufficio Stampa; 84. Installation view, «Metamorfosi, Ovidio e le arti», Galleria Borghese, Roma. Foto: A. Novelli. © Galleria Borghese; 85. Installation view, «Donna che legge». Roma, Galleria nazionale d’arte antica di Palazzo Barberini; 86. Austin Young, «Tempio di fiori (Piccolo Paradiso)». Opera per la mostra «Flowers» al Chiostro del Bramante, a Roma; 87., 88., 89., 90., 91.Vista dell'allestimento di «Novecento italiano. Opere dalla collezione Generali» a Palazzo Bonaparte di Roma. © Collezioni Generali | Arthemisia; 92. Diego Rivera (1886-1957) «Mujer sentada con flores - Donna seduta con fiori», 1944. Olio su tela, 118 x 150 cm. Città del Messico, Colección de Arte BBVA México, inv. CCB062. © Banco de México. Opera esposta nella mostra «Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo» ai Musei capitolini di Roma; 93. Diego Rivera (1886-1957), «Adoración de la Virgen - Adorazione della Vergine», 1912-1913. Olio su tela, 151 x 122 cm. Città del Messico, Colección Manuel Reyero. © Banco de México. Opera esposta nella mostra «Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo» ai Musei capitolini di Roma; 94., 95., 96, Vista dell'allestimento di «Troia e Roma». Foto Simona Murrone. Parco archeologico del Colosseo, Roma; 97. Valentino, Abito Fiesta. Haute Couture Primavera Estate 1959, mod.77. Etichetta: Valentino/Roma/100%seta Maison Valentino, Roma. Abito esposto nella mostra «Moda in luce 1955-1975. Roma fra glamour e innovazione industriale» alla Centrale Montemartini di Roma; 98. Jacopo Pontormo (Pontorme, Empoli 1494 - Firenze 1557), «Visitazione», 1528-1530 ca.. Opera esposta nella prima sala della mostra «La Visitazione all’Aquila: Raffaello e Pontormo» al Museo nazionale d'Abruzzo; 99. Raffaello Sanzio (Urbino 1483 - Roma 1520), «Visitazione», 1517-1519 ca. Opera esposta nella prima sala della mostra «La Visitazione all’Aquila: Raffaello e Pontormo» al Museo nazionale d'Abruzzo; 100., 101., 102, 103., 104.MAXXI L'Aquila. «Ai Weiwei.Aftershock». Foto dell'allestimento di @Giorgio Benni. Courtesy Fondazione MAXXI; 105., 106., 107. Vista dell'allestimento di «Continuità e divergenze. Architetture e paesaggi urbani in Abruzzo 1930–1960» al Palazzo ex Omni dell'Aquila. Foto dell'allestimento di Luca Eleuteri. Courtesy FondazioneMAXXI; 108. Un'opera di Maria Lai in mostra a Ulassai, in Sardegna; 109. Vista dell'allestimento della mostra «Maria Lai: essere è tessere» al Museo Madre di Napoli. Foto: Amedeo Benestante. Courtesy: Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee - Museo Madre; 110. e 111. Allestimento della mostra «Chagall con Maria Lai. Il villaggio interiore» a Ulassai, 2026. Courtesy: Arthemisia - Ufficio stampa; 112. Joseph Beuys, «Rose für direkte Demokratie» («Rosa per la democrazia diretta»), opera scelta per il manifesto della mostra «R.O.S.A. – Romantica ossessione senza armonia» a Capri; 113. Philip Colbert a Pompei per «Philip Colbert in Pompei». Foto: Valentina Sensi per Ufficio stampa HF4; 114. Vista dell'allestimento di «Philip Colbert in Pompei». Foto: Valentina Sensi per Ufficio stampa HF4; 115. Philip Colbert, «Lobster Warrior Robot. Ruin from the Future», 2026. Opera esposta nella mostra «Philip Colbert in Pompei». Foto: Valentina Sensi per Ufficio stampa HF4; 116. Vista dell'allestimento della mostra personale di William Kentridge a Villa Rufolo a Ravello, estate 2026. Courtesy: Fondazione Ravello e Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli. Foto: Matteo d’Eletto; 117., 118., 119., Vista dell'allestimento della mostra «Mimmo Jodice. Mediterraneo» a Palazzo Lanfranchi, Matera. Foto: © Andrea Laudisa; 120., 121., 122., 123. Vista dell'allestimento di «La materia dei sogni – Mondi e visioni dall’opera di Shakespeare» al Castello Carlo V di Lecce. Foto: Video Foto Spot; 124. Vivian Maier. New York, 10 settembre, 1955.© Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery; L'artista è tra i protagonisti di «PhEST – See Beyond the Sea» a Monopoli, con la mostra «Shadows and Mirrors»; 125. e 126. Immagine esposta nella mostra fotografica «Vespa. 80 Years of an Icon» al Museo Piaggio di Pontedera; 127. Maria Lai, Senza titolo, 1992. Stoffa,filo, tempera.Courtesy M77 Gallery. Courtesy © Archivio Maria Lai,2026. Opera esposta nella mostra Essere è tessere al Museo Madre di Napoli; 128. Opera esposta nella mostra Essere è tessere al Museo Madre di Napoli; 128. Manolo Valdes, «Caballero», 2009. «Bagno Alpemare», 2026. Courtesy: Galleria Contini
Informazioni utili
# «80 Years of an Icon». Museo Piaggio, viale R. Piaggio, 7 - - Pontedera. Orari: il museo è visitabile sono su prenotazione; mattina - primo gruppo dalle 9:30 alle 10:30 con possibilità di trattenersi a fare acquisti al bookshop del museo fino alle ore 11:00; secondo gruppo, dalle 11:30 alle 12:30 con possibilità di trattenersi a fare acquisti al bookshop del museo fino alle ore 13:00 || pomeriggio - primo gruppo, dalle 14:00 alle 15:00 con possibilità di trattenersi a fare acquisti al bookshop del museo fino alle ore 15:30; secondo gruppo - dalle 16:00 alle 17:00 con possibilità di trattenersi a fare acquisti al bookshop del museo fino alle ore 17:30. Ingresso: la visita libera assistita è gratuita; la visita guidata (non disponibile in agosto) avviene su contributo liberale di € 5,00 a persona. Sito web: https://www.museopiaggio.it/orari. Fino al 7 novembre 2016
# «Vespa. Icona italiana» (fino al 30 agosto 2026) - «I nemici del Drake. Enzo Ferrari e le scuderie inglesi» (fino all'11 ottobre 2026) - «Lucio Dalla & Roberto Roversi. Automobili. Un disco» (fino al 20 settembre 2026). Mauto, Corso Unità d'Italia, 40 - Torino. Orari: lunedì, dalle 10:00 alle 14:00; da martedì a domenica, dalle 10:00 alle 19:00; ultimo ingresso consentito fino a 1 ora prima della chiusura (ore 13:00 il lunedì, ore 18:00 gli altri giorni). Ingresso: intero € 18,00, ridotto € 15,00 (valido per over 65, ragazzi tra 18 e 25 anni, gruppi superiori a 10 persone ed enti convenzionati), Young € 8,00 (valido per ragazzi dai 6 ai 17 anni), scuole € 3,00 a studente, gratuito per i possessori dell'Abbonamento Musei Piemonte Valle d'Aosta e Torino+Piemonte Card || i dettagli completi, le agevolazioni temporanee e la prevendita online sono disponibili direttamente sul sito del museo. Informazioni: tel +39.011.677666 o info@museoauto.it. Sito internet: https://www.museoauto.com/.
# «My name is Orson Welles». Museo nazionale del cinema - Mole Antonelliana, via Montebello, 20 - Torino. Orari: tutti i giorni, ore 9:00-19:00; chiuso il martedì; il museo sarà aperto straordinariamente martedì 11 e 18 agosto e regolarmente giovedì 15 agosto | prenotazione fortemente consigliata su https://cinema.museitorino.it/categorie/pubblico/. Biglietto (comprensivo di visita al museo): intero € 18,00, ridotto € 16,00, scuole € 5,00, per le gratuità si consiglia di vedere il sito internet del museo. Visita guidata alla mostra: ogni sabato di agosto, alle ore 17:00; costo della visita € 6,00 a persona + biglietto d’ingresso ridotto. Fino al 5 ottobre 2026
# «Regine in scena. L’arte del costume italiano tra cinema e teatro». Reggia di Venaria - Sale delle arti, piazza della Repubblica 4 - Venaria Reale (Torino). Orari: da martedì a giovedì, ore 9:390-19:00; venerdì e sabato, ore 9:30-23:00 (con il biglietto «Sere d’estate» dalle ore 18:30); domenica, ore 9:30-19:00; chiuso il lunedì. Ingresso: intero € 12,00, ridotto € 10,00 ridotto ragazzi € 6,00 (ragazzi dai 6 ai 20 anni e universitari under 26), scuole € 3,00 (classi minimo di 12, massimo di 25 studenti, ingresso gratuito per 1 accompagnatore ogni 12 studenti); gratuito per i bambini minori di 6 anni e per gli aventi diritto. Sito internet: https://lavenaria.it/ | https://www.residenzesabaude.com. Fino al 6 settembre 2026
# «Giacomo Puccini: musica, cinema e storia». Palazzina di Caccia di Stupinigi, piazza Principe Amedeo, 7 – Stupinigi, Nichelino (Torino). Biglietti: Palazzina - intero 12,00 euro, ridotto 8,00 euro per ragazzi 6-17 anni e over 65 | Giardino – intero 5,00 euro, ridotto euro 3,00 | Palazzina + Giardino - intero € 15,00 euro, ridotto € 11,00 | gratuito minori di 6 anni e possessori di Abbonamento Musei Torino Piemonte e Royal Card, accompagnatori disabili. Orari di apertura: da martedì a venerdì 10-17,30 (ultimo ingresso ore 17); sabato, domenica e festivi 10-18,30 (ultimo ingresso ore 18). Biglietteria: tel. 011.6200634, stupinigi@biglietteria.ordinemauriziano.it. Sito internet: https://www.ordinemauriziano.it. Fino al 25 ottobre 2026
# «Neo Pop Nuovo Glam». Palazzo Parasi, via Giovanola 25 - Cannobio (Verbania). Orari: giovedì, ore 10:00 – 12:30, venerdì, ore 16:00 – 18:30, sabato, ore 10:00 – 13:00 e ore 16:00 – 18:30, domenica, ore 10:00 – 13:00. Ingresso libero e gratuito. Informazioni: Ufficio turistico, info@turismocannobio.it; tel. 0323.71212. Sito web: https://www.cannobiocultura.it. Fino al 25 ottobre 2026
# «Terre inquiete» di Tullio Pericoli. Palazzo Viani Dugnani (Museo del paesaggio di Verbania), via Ruga, 44 - Pallanza - Verbania. Orari: tutti i giorni, ore 10:00-18:00; chiuso il martedì. Ingresso: intero € 8,00; ridotto € 5,00 euro ridotto (il biglietto di ingresso è comprensivo anche della visita alle collezioni permanenti: Gipsoteca Troubetzkoy, Pinacoteca e collezione Arturo Martini); biglietto unico con ingresso ai Giardini botanici di Villa Taranto intero € 18,00, ridotto € 13,00. Visite guidate con Ilaria Macchi: 8 agosto, 19 settembre, 17 ottobre; ore 15.30. Informazioni: segreteria@museodelpaesaggio.it. Sito web: www.museodelpaesaggio.it. Fino al 1° novembre 2026
# «Alessandro Mendini. Cose. Stanze come mondi». Villa Giulia, corso Zanitello, 10 - Verbania. Orari: lunedì, mercoledì, giovedì e venerdì, dalle ore 10:30 alle ore 13:00 e dalle ore 16:00 alle ore 19:00; sabato e domenica dalle ore 11:00 alle ore 19:00; martedì chiuso. Biglietti: intero € 8,00; ridotto € 5,00 (cittadini residenti a Verbania, visitatori con età pari o superiore a 65 anni, possessori del biglietto cumulativo Giardini di Villa Taranto + Museo del paesaggio); partecipazione a visita guidata o laboratorio: € 5,00; gratuito: visitatori con età inferiore a 18 anni, cittadini residenti a Verbania solo nella giornata del lunedì, disabili e loro accompagnatori, guide interpreti e accompagnatori turistici senza gruppo; possessori biglietto Museo del Paesaggio; possessori carta Abbonamento Musei. Informazioni: tel. 0323.503249; turismo@comune.verbania.it. Sito internet: www.viviverbania.it. Fino al 27 settembre 2026
# Palazzo dell'Arte - Triennale di Milano, viale Emilio Alemagna. 6 - Milano. Orari: martedì-domenica, ore 10:30-20:00; chiuso il lunedì. Ingresso: biglietto unico giornaliero valido per tutte le mostre intero € 23,00, ridotto over 65 e under 30 € 15,50, studenti e persone con disabilità € 10,50, gratuito per gli under 6 anni; per altre tipologie di biglietto, come quelli per la visita a una singola mostra (intero € 14,00, ridotto over 65 e under 30 € 9,50, studenti € 6,00), si consiglia di vedere il sito del museo. Informazioni: https://triennale.org.
# «Kiefer. Le Alchimiste». Palazzo Reale - Sala delle Cariatidi, Piazza del Duomo, Milano. Orari: da martedì a domenica, ore 10:00 – 19:30; giovedì, ore 10:00 – 22:30; sabato 15 agosto 2026 (Ferragosto), ore 10:00 - 19:30; ultimo ingresso un'ora prima della chiusura; lunedì chiuso. Ingresso: biglietto open € 17,00, intero €15,00, ridotto € 13,00 (gruppi di almeno 15 e massimo 25 persone, visitatori dai 6 fino a 26 anni, visitatori oltre i 65 anni, soci Touring Club con tessera, soci FAI con tessera, possessori tessera Feltrinelli LAEffe), per altre riduzioni e per le gratuità è possibile consultare il sito del museo. Acquisto biglietti: https://marsilioarte.vivaticket.it/it/tour/anselm-kiefer-le-alchimiste-marsilioarte/4522. Siti internet: palazzorealemilano.it, marsilioarte.it. Social IG FB: @palazzorealemilano | @marsilioarte. Hashtag: #anselmkiefer #lealchimiste #marsilioarte #palazzorealemilano. Fino al 27 settembre 2026
# «Turner. L’incanto del lago di Como e del paesaggio italiano». Palazzo del Broletto, piazza Duomo - Como | Pinacoteca civica di Como, via Diaz 84. Orari: da martedì a domenica, ore 10:00-18:00 (ultimo ingresso ore 17:30), chiusi tutti i lunedì e sabato 15 agosto. Biglietti: Tate pass intero € 12,00; Tate pass ridotto € 8,00 (over 65, residenti nel Comune di Como, titolari di convenzioni, studenti universitari e iscritti al sistema di Alta formazione artistica e musicale fino ai 26 anni con tesserino); Tate pass junior € 6,00 (dai 6 ai 18 anni); Tate family pass € 30,00 | i Tate pass consentono la visita a tutte e tre le sedi e alla Collezione permanente della Pinacoteca civica; valido 72 ore dal primo ingresso, è acquistabile su https://museicomo.vivaticket.it/; gruppi (min 15 persone) intero € 8,00; ridotto € 6,00. Informazioni: tel. +39.031.269869, musei.civici@comune.como.it. Sito web: www.oggiacomo.it. Fino al 27 settembre 2026
# «Giorgio De Chirico. Un mondo senza tempo». Castello, via Castello, 63 - Desenzano del Garda (Brescia). Orari: martedì-mercoledì-giovedì 9.30-12.30; venerdì-sabato-domenica e festivi 9.30-18.30; chiusura il lunedì. Ingresso: intero € 15,00, ridotto € 7,00 (minori di età compresa tra gli 11 e i 17 anni; persone che abbiano compiuto i 65 anni di età; gruppi di almeno 15 persone; scolaresche di istituti scolastici al di fuori del territorio di Desenzano del Garda; gratuito per residenti nel Comune di Desenzano del Garda; bambini fino a 10 anni; persone con disabilità con certificazione dei punteggi superiori al 67% e un accompagnatore, previa presentazione della relativa certificazione; minori di età compresa tra gli 11 e i 17 anni se accompagnati da due adulti paganti; accompagnatori di gruppi (una gratuità ogni 15 visitatori paganti); guide turistiche munite di tesserino di riconoscimento rilasciato dal Ministero; scolaresche (alunni + insegnanti) di istituti scolastici del territorio di Desenzano del Garda. Informazioni e contatti: Ufficio Cultura, tel. 030.9994161 o Castello, tel. 337.1425116; mail cultura@comune.desenzano.brescia.it o desenzanocastello@gmail.com. Sito internet: www.comune.desenzano.brescia.it. Fino al 4 ottobre 2026
# «Notturnale 2026» @ Vittoriale degli italiani, via al Vittoriale, 12 - Gardone Riviera (Brescia). Calendario e orari: domenica 9 agosto, venerdì 14 agosto, domenica 16 agosto, venerdì 21 agosto, dalle ore 20:45 (i visitatori saranno accolti davanti ai portali del Vittoriale per un aperitivo rinforzato; seguire è prevista una visita ai seguenti luoghi: Mausoleo, MAS 96, Nave Puglia, Museo d'Annunzio Eroe e Prioria). Ingresso: € 55,00 a persona (è possibile acquistare il biglietto sul sito del Vittoriale fino alla sera prima della data desiderata oppure alla biglietteria fino alle ore 19:00 del giorno stesso, previa disponibilità). Informazioni: tel. 0365.296515 o tel. 0365.296501. Sito internet: www.vittoriale.it. Dal 9 al 21 agosto 2026
# Mostre di Ugo Mulas, Lorenzo Capellini, Umberto Mariani e Emanuele Gregolin @ Vittoriale degli Italiani, via al Vittoriale, 12 - Gardone Riviera (Brescia). Orari: fino al 13 settembre, ore 9:00-20.00 (chiusura della biglietteria alle ore 19:00); fino al 9 ottobre, ore 9:00-19:00 (chiusura della biglietteria dalle ore 18:00), il sabato e la domenica, ore 9:00-20:00 (chiusura della biglietteria alle ore 19:00); dal 12 al 23 ottobre; ore 9:00-18:00 (chiusura della biglietteria dalle ore 17:00), il sabato e la domenica, ore 9:00-20:00 (chiusura della biglietteria alle ore 19:00). Ingresso: intero da € 18,00 a € 12,00, ridotto da € 14,00 a € 10,00; per maggiori informazioni sulle tipologie dei biglietti si consiglia di visitare il sito del Vittoriale degli Italiani. Informazioni: tel. 0365.296515 o tel. 0365.296501. Sito internet: www.vittoriale.it. Fino a settembre 2026, tranne per la mostra di Umberto Mariani che chiude il 30 novembre 2026
# «Tourist! Il fascino del viaggio sul Garda tra Romanticismo e Belle Époque». MuSa - Museo di Salò, via Brunati, 9 - Salò (Brescia). Orari: dal martedì alla domenica, ore 10:00-18:00. Biglietto: intero € 9,00, ridotto € 7,00, ragazzi (dai 7 ai 18 anni) € 5,00, per le riduzioni e le gratuità si consiglia di visitare il sito del museo. Informazioni: info@museodisalo.it, tel. 0365.20553. Sito internet: www.museodisalo.it. Fino al 4 ottobre 2026
# «Visitate il Garda. Grafica e promozione dalla Belle Époque al turismo moderno». Museo Alto Garda, piazza Cesare Battisti, 3/A - Riva del Garda (Trento). Orari: tutti i giorni, ore 10:00-18:00; da ottobre, chiuso il lunedì. Ingresso: intero € 5,00, ridotto € 4,00. Informazioni: tel. 0464.573869; info@museoaltogarda.it. Sito internet: www.museoaltogarda.it. Fino al 18 ottobre 2026
# «Giacomo Balla. Lo stile dell’avanguardia. Opere dalle Collezioni Biagiotti Cigna». Mart, corso Bettini, 43 - Rovereto. Orari: martedì, mercoledì, giovedì, domenica, ore 10:00-18:00; venerdì, sabato, ore 10:00-19:30; lunedì chiuso. Ingresso: biglietto unico 3 sedi (Mart, Casa Depero, Galleria civica, valido due mesi dalla data di emissione) intero € 15,00, ridotto € 10,00 (gruppi, giovani dai 15 ai 26 anni e over 65 anni); biglietto famiglia € 22,00; gratuito fino ai 14 anni. Catalogo: Silvana editoriale. Informazioni: tel. 0465.670820, info@mart.tn.it. Sito web: www.mart.tn.it | per prenotazioni on-line www.biglietti.mioticket.it. Fino al 18 ottobre 2026
# «Anselmo Bucci (1887 – 1955). Il tempo del Novecento tra Italia e Europa». Mart, corso Bettini, 43 - Rovereto. Orari: martedì, mercoledì, giovedì, domenica, ore 10:00-18:00; venerdì, sabato, ore 10:00-19:30; lunedì chiuso. Ingresso: biglietto unico 3 sedi (Mart, Casa Depero, Galleria civica, valido due mesi dalla data di emissione) intero € 15,00, ridotto € 10,00 (gruppi, giovani dai 15 ai 26 anni e over 65 anni); biglietto famiglia € 22,00; gratuito fino ai 14 anni. Catalogo: Dario Cimorelli editore. Informazioni: tel. 0465.670820, info@mart.tn.it. Sito web: www.mart.tn.it | per prenotazioni on-line www.biglietti.mioticket.it. Fino al 27 settembre 2026
# «Di quadro in quadro. L'arte della citazione». Mart, corso Bettini, 43 - Rovereto. Orari: martedì, mercoledì, giovedì, domenica, ore 10:00-18:00; venerdì, sabato, ore 10:00-19:30; lunedì chiuso. Ingresso: biglietto unico 3 sedi (Mart, Casa Depero, Galleria civica, valido due mesi dalla data di emissione) intero € 15,00, ridotto € 10,00 (gruppi, giovani dai 15 ai 26 anni e over 65 anni); biglietto famiglia € 22,00; gratuito fino ai 14 anni. Catalogo: Dario Cimorelli editore. Informazioni: tel. 0465.670820, info@mart.tn.it. Sito web: www.mart.tn.it | per prenotazioni on-line www.biglietti.mioticket.it. Fino al 1° novembre 2026
# «Tiziano e il paesaggio». Palazzo della Magnifica Comunità di Pieve di Cadore. Orari: tutti i giorni, ore 10:00-13:00 e ore 15:30-19:00. Biglietti: intero € 12,50, ridotto € 10,00; ridotto scolaresche e residenti € 6,00; biglietto famiglia € 28,00; per le gratuità e per scoprire gli aventi diritto alle riduzioni si consiglia di visitare il sito del museo. Informazioni: info@museicadoredolomiti.it, tel. 0435.32262. Sito internet: www.magnificacomunitadicadore.it, www.museicadoredolomiti.it. Fino al 18 ottobre 2026
# «Alfred Eisenstaedt. La fotografia era nell'aria». Villa Bassi Rathgeb, via Appia Monterosso, 52 - Abano Terme (Padova). Orari: da mercoledì a domenica, ore 10:00 – 13:00 e ore 15:00 – 18:00; nei mesi di luglio e di agosto, da mercoledì a domenica, ore 10:00-13:00 e ore 16:00-19:00; chiuso il lunedì e il martedì. Ingresso: intero € 10,00, ridotto € 8,00 (con biglietto ingresso Munav); studenti 7-25 anni € 5,00; minori di 7 anni gratuito. Informazioni: tel. 049.8245284 (solo in orario di apertura del museo), info@museovillabassiabano.it. Sito web: museovillabassiabano.it. Fino al 20 settembre 2026
Munav – Museo storico navale di Venezia, Riva S. Biasio - 2148, Venezia. Orari: da martedì a domenica, ore 10:00 – 18:00; chiuso il lunedì. Ingresso: intero € 17,00, ridotto € 14,00 (con biglietto ingresso Museo Villa Bassi Rathgeb); studenti 6-26 anni € 8,50; minori di 6 anni gratuito. Informazioni: tel. 041.5754259, info@munav.it. Sito web: munav.it. Fino al 22 novembre 2026
# «Elliott Erwitt. Icons». JMuseo, via Aldo Policek, 7 - Jesolo (Venezia). Orari: tutti i giorni, ore 10:30-20:00 (ultimo ingresso ore 19:00). Ingresso: intero €12,00, ridotto €10,00 (ragazzi dai 10 ai 18 anni non compiuti, persone diversamente abili, convenzionati Fiaf, Touring Club e Fai); ridottissimo €6,00 (bambini dai 6 compiuti ai 10 anni non compiuti); gratuito: bambini fino ai 5 anni compiuti, accompagnatori di persone diversamene abili, insegnanti accompagnatori di scolaresche; gruppi €10,00 (gruppi formalizzati, minimo 10 persone con un capogruppo gratuito); scuole € 6,00; famiglia: € 33,00 (due adulti e due bambini). Tariffe eventi: visita guidata a partenza fissa € 5,00 a persona più il prezzo del biglietto; laboratori bambini e ragazzi € 7,00 a persona più il prezzo del biglietto; aperitivo al museo € 13,00 a persona più il prezzo del biglietto; il costo dell'aperitivo per la serata di ferragosto è di € 15,00. Informazioni: tel. 0421.911622 | jmuseo@comune.jesolo.ve.it. Sito web: jmuseo.it. Fino al 18 ottobre 2026
# «Un capolavoro a Villa Manin. Nuda Veritas. Klimt». Villa Manin - Passariano di Codroipo (UD). Orari di apertura: martedì - domenica dalle 10:00 alle 19:00 | apertura straordinaria lunedì 1° giugno. Biglietti: intero mostra di Klimt 8,00 euro, ridotto mostra di Klimt* 5,00 euro, ridotto gruppi mostra di Klimt** 4,00 euro | intero cumulativo (mostra di Klimt + Ruota libera) 10,00 euro, ridotto cumulativo (mostra di Klimt + Ruota libera”)* 7,00 euro, ridotto gruppi cumulativo (mostra di Klimt + Ruota libera)** 5,00 euro | Omaggio: bambini fino a 12 anni non compiuti; accompagnatori di gruppi (1 ogni gruppo); insegnanti in visita con alunni/studenti (2 ogni gruppo); un accompagnatore per disabile; tesserati Icom; giornalisti con regolare tessera in servizio | *Ridotto: Tesserati FAI; FVG Card; over 65 anni; ragazzi da 12 a 18 anni non compiuti; studenti fino a 26 anni non compiuti; diversamente abili; prima domenica di ogni mese | **Ridotto gruppi: min. 15 – max 25 persone, previa prenotazione. Prenotazioni: tel. +39 0432 821211, email: bookshop@villamanin.it. Informazioni: social, @villamaninofficial - @mondomostre; sito: https://www.villamanin.it. Catalogo: Moebius, Milano. Fino al 6 settembre 2026
# Rothko a Firenze. Palazzo Strozzi - Firenze. Orari: tutti i giorni, ore 10:00-20:00; giovedì fino alle ore 23.00; ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. Biglietti: intero € 15,00, ridotto € 12,00; giovani dai 6 ai 18 anni € 5,00; famiglie € 25,00, biglietto open € 20,00; per le gratuità e per conoscere gli aventi diritto alle riduzioni si consiglia di visitare la pagina https://www.palazzostrozzi.org/biglietti-orari/. Catalogo: Marsilio Arte. Informazioni: tel. 055.2645155 - prenotazioni@palazzostrozzi.org. Sito internet: www.palazzostrozzi.org. Fino al 23 agosto 2026
# «White Carrara 2026» - «Design Lives in the City» e «UltraDesign». Orari: il centro storico è sempre visitabile; Galleria di piazza Alberica 6b è visitabile dal giovedì alla domenica, dalle ore 18:30 alle ore 23:00. Ingresso gratuito. Sito web: www.whitecarrara.it. Fino al 30 agosto 2026
# «Mikayel Ohanjanyan. Legami: Ties That Bind». mudaC ǀ museo delle arti Carrara, via Canal del Rio, 1 - Carrara. Orari: martedì, sabato, domenica, ore 17:00-20:00, mercoledì e giovedì, ore 9:30-12:00, venerdì, ore 18:00-22:00. Ingresso: intero € 5,00, ridotto € 3,00; gratuito la prima domenica di ogni mese. Sito web: https://mudac.museodellearticarrara.it. Fino al 30 agosto 2026
# «Le signore dell’arte. La parità del talento nell’arte italiana moderna». Palazzo Cucchiari, via Cucchiari, 1 - Carrara. Orari: fino 13 settembre, martedì, giovedì e domenica, ore 9:30–12:30 e ore 16:00–20:00, venerdì e sabato ore 9:30–12:30 e ore 16:00–23:00; lunedì chiuso | dal 15 settembre al 25 ottobre, da martedì a domenica, ore 9:30–12:30 e ore 15:00–20:00 (dal 20 al 25 ottobre l'apertura sarà anticipata alle ore 14:30); lunedì chiuso. Ingresso: intero € 12,00; ridotto € 10,00; gratuito: giovani fino a 18 anni, persone con disabilità e giornalisti con tesserino. Informazioni: tel. 0585.72355, info@palazzocucchiari.it. Sito Web: www.mostralesignoredellarte.it. Fino al 25 ottobre 2026
# «Alpemare 10th Anniversary: Art Collection». Bagno Alpemare, viale Italico, 69 - Forte dei Marmi (Lucca). Orari: dal lunedì alla domenica, dalle ore 09:00 alle ore 20:00. Informazioni: tel. 0584.1811042; info@alpemare.com. Sito internet: https://alpemare.com/. Fino al 30 settembre 2026
# «Pittura a Napoli dopo Caravaggio. Il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito». Fortino Pietro Leopoldo I - Forte dei Marmi (Lucca). Orari: agosto - dal lunedì al venerdì e la domenica, dalle ore 10:00 alle ore 13:00 e dalle ore 17:00 alle ore 23:00; il sabato - alle ore 10:00 alle ore 13:00, dalle ore 17:00 alle ore 19:00 e dalle ore 20:00 alle ore 23:00 (il sabato, nella fascia oraria 19:00-20:00, l’accesso è consentito solo con il biglietto per la visita guidata); l'ultimo ingresso è alle ore 22:00; nei giorni 27 e 28 agosto la mostra rimarrà chiusa per i festeggiamenti del Santo Patrono || settembre - martedì - giovedì - venerdì, dalle ore 15:30 alle ore 19:00; mercoledì, dalle ore 11:00 alle ore 19:00; sabato, dalle ore 10:00 alle ore 13:00 e dalle ore 15:30 alle 18:00; nella fascia oraria 18:00-19:00 l’accesso è consentito solo con il biglietto per la visita guidata; domenica, dalle ore 10:00 alle ore 13:00 e dalle ore 16:30 alle ore 19:00, nella fascia oraria 15:30-16:30 l’accesso è consentito solo con il biglietto per la visita guidata; chiuso il lunedì; l'ultimo ingresso è alle ore 18:00. Ingresso: intero € 10,00, ridotto € 8,00; gratuito per i bambini fino ai 10 anni; visita guidata € 15,00 (acceso con prenotazione tramite mail a biglietteriafortino@gmail.com). Informazioni: tel. 0584.787251 (tutti i giorni dalle ore 16:00 alle ore 19:00), info@villabertelli.it. Sito internet: https://www.villabertelli.it/pittura-a-napoli-dopo-caravaggio/. Fino al 27 settembre 2026
# «Giuseppe Migneco. Realtà e visione». Villa Bertelli, Viale Giuseppe Mazzini, 200 - Forte dei Marmi (Lucca). Orari: agosto, ore 17:00-22:00; il 27 agosto la chiusura è anticipata alle ore 20:00, il 28 agosto la mostra è chiusa per la festa del Santo Patrono; settembre, ore 16:00-19:00 || N.B.: nei giorni del festival Villa Bertelli Live la mostra è chiusa al pomeriggio e aperta la mattina, dalle ore 10:00 alle ore 13:00 (per saperne di più: https://www.villabertelli.it/eventi/). Ingresso gratuito. Informazioni: tel. 0584.787251 (tutti i giorni dalle ore 16:00 alle ore 19:00), info@villabertelli.it. Sito internet: https://www.villabertelli.it. Fino al 27 settembre 2026
# «Le dimensioni dell’equilibrio», mostra diffusa di Gustavo Vélez. Pietrasanta: Piazza del Duomo, Piazzetta San Martino, Piazza Carducci, Piazza dello Statuto, Complesso di Sant'Agostino. Marina di Pietrasanta: Piazza XXIV Maggio, Pontile. Orari: fino al 30 agosto, tutti i giorni, dalle ore 19:00 alle ore 24:00; sabato, domenica e festivi, dalle ore 10:00 alle ore 13:00 e dalle ore 19:00 alle ore 24:00 dal 30 agosto al 20 settembre, dal martedì al venerdì, dalle ore 18:00 alle ore 23:00; sabato e domenica, dalle ore 10:00 alle ore 13:00 e dalle ore 18:00 alle ore 23:00. Informazioni: Centro culturale "Luigi Russo", via Sant'Agostino, 1 - Pietrasanta, tel. 0584.795500. Sito internet: www.museodeibozzetti.it. Fino al 20 settembre 2026
# «Essere mare, tra gli ossi di seppia». Galleria Susanna Orlando, via Stagi, 12 + via Garibaldi, 30 - Pietrasanta (Lucca). Orari: tutti i giorni, ore 10:30-13:30 e ore 18:00-23:00. Ingresso gratuito. Informazioni: www.galleriasusannaorlando.it. Fino al 18 agosto 2026
# «Gino Severini. Modernità come dialogo». Museo dell’Accademia etrusca e della Città di Cortona, piazza Luca Signorelli, 9 - Palazzo Casali - Cortona. Orari: tutti i giorni, dalle ore 10:00 alle ore 19:00. Ingresso: intero € 12,00, ridotto € 8,00 (gruppi con più di 15 persone, Soci UniCoop Firenze, possessori di Edumusei Card o Musei Senesi Card, soci FAI, possessori del biglietto della Fortezza Medicea di Cortona, titolari della Carta dello Studente universitario della Toscana, possessori del biglietto della Fortezza del Girifalco, possessori del biglietto del Festival COTM e di Cortona On The Move, convegnisti centro congressi Sant’Agostino), ridotto famiglia € 20,00 (gruppi di 4 persone, due adulti e due giovani fino ai 18), ragazzi under 19 e scolaresche € 3,00. Informazioni: info@cortonamaec.org, tel. +39.0575.630415. Fino al 1° novembre 2026
# «Cortona On The Move». Sedi varie - Cortona (Arezzo). Orari: fino al 30 agosto, tutti i giorni, dalle ore 10:00 alle ore 20:00; dal 31 agosto al 27 settembre, tutti i giorni, dalle ore 10:00 alle ore 19:00 ; dal 28 settembre al 1° novembre, tutti i giorni, dalle ore 10:00 alle ore 18:00. Ingresso:intero € 20,00, ridotto € 18,00 (gruppi di 10 persone paganti, studenti fino a 26 anni, Over 65, dipendenti e clienti Gruppo Intesa Sanpaolo, possessori di biglietto di ingresso relativo all’anno in corso di una delle sedi delle Gallerie d’Italia); scuole € 4,00; gratuito under 14 e residenti nel Comune di Cortona. Informazioni: tutti i biglietti sono validi solo per il giorno indicato sul biglietto. Si piò effettuare l’acquisto online tramite ticketone.it e boxofficetoscana.it. Dopo aver effettuato l’acquisto online è necessario recarsi da Cotm Store (Palazzo Baldelli, vicolo Boni 7) o alla Fortezza del Girifalco per il ritiro del biglietto. Sito web: Sito https://www.cortonaonthemove.com/. Fino al 1° novembre 2026
# «Divérsi fructi, coloriti fiori et herba. Gli erbari di Fra’ Fortunato da Rovigo e Fra’ Giuseppe da Spello» e mostra permanente «San Francesco nell'arte». Palazzo Bonacquisti, piazza del Comune – Assisi (Perugia). Orari di apertura: venerdì, ore 15:00-19:00; sabato e domenica, ore 10:30–19:00. Ingresso: € 2,00. Informazioni e prenotazioni: tel. 075.5734760 (in orari di apertura museo). Sito internet: https://www.saintfrancisways.eu/. Fino al 31 dicembre 2026
# «Franciscus. Fratello in arte», personale di Michelangelo Pistoletto. Rocca Maggiore, via della Rocca - Assisi (Perugia). Orari: agosto, dalle ore 10:00 alle ore 20:00; settembre, dalle ore 10:00 alle ore 19:00; ottobre, dalle ore 10:00 alle ore 18:00. Ingresso: intero € 8,00, ridotto € 6,00. Informazioni e prenotazioni: tel.075.8138680 | tel. 0577.286300, booking@operalaboratori.com. Sito internet: https://operalaboratori.com/mostra-evento/franciscus-fratello-in-arte/. Fino al 4 ottobre 2026
# «San Francesco nostro contemporaneo tra arte e spiritualità». Palazzo Baldeschi, corso Pietro Vannucci, 66 - Perugia. Orari: dal martedì al venerdì, ore 15:00-19:30; sabato, domenica e festivi, ore 10:30-19:30. Ingresso: intero € 7,00, ridotto € 4,00; sono previste agevolazioni per i visitatori grazie alle convenzioni con i partner Regionale, brand di Trenitalia (Gruppo FS), e Saba-Sipa. Informazioni e prenotazioni: tel. 075.5734760. Sito web: www.fondazioneperugia.it. Fino al 1° novembre 2026
# «Creature, creatori. San Francesco e l'arte contemporanea». Maxxi, via Guido Reni, 4 A - Roma. Orari: martedì - domenica, ore 11:00 - 19:00; la biglietteria chiude un’ora prima; chiuso il lunedì. Biglietto: solo mostra intero € 5,00; solo mostra ridotto € 3,00; mostra + biglietto intero del museo € 18,00 in biglietteria € 17,00 online; mostra + biglietto ridotto del museo € 15,00 in biglietteria € 14,00 online. Per altre informazioni sui biglietti e sulla mostra https://www.maxxi.art/orari-e-biglietteria/. Fino al 20 settembre 2026
# «Il ritorno degli eroi». Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, piazzale di villa Giulia, 9 - Roma. Orari: da martedì a domenica, ore 8:30-19:30; l'ultimo ingresso è alle ore 18:30; chiuso il lunedì. Ingresso: intero € 13,00, ridotto € 2,00, ridotto soci Fai € 10,00; i biglietti sono acquistabili sulla app Museitaliani e sul sito di Coopculture; gli ingressi alla tomba François sono contingentati e la prenotazione obbligatoria. Sito internet: museoetru.it. Fino al 31 dicembre 2026
# «Metamorfosi. Ovidio e le arti». Galleria Borghese, Piazzale Scipione Borghese, 5 - Roma. Orari: dal martedì alla domenica, dalle 9.00 alle 19.00 (ultimo ingresso alle ore 17:45); la prenotazione è obbligatoria e i turni di visita durano due ore. Ingresso: € 16,00 (ultimo turno € 11,00); ridotto 18-25 anni € 2,00; gratuito per i minori di 18 anni | prenotazione obbligatoria per tutte le tipologie di biglietto e anche per gli ingressi gratuiti € 2,00. Sito internet: https://galleriaborghese.beniculturali.it. Fino al 20 settembre 2026
# «Un Vermeer a Palazzo Barberini. Donna in blu che legge una lettera». Gallerie nazionali di arte antica - Palazzo Barberini, via delle Quattro Fontane, 13 - Roma. Orari: martedì–domenica, ore 10:00 – 19:00, ultimo ingresso alle ore 18:00; chiuso il lunedì. Ingresso (il biglietto è valido per 20 giorni dal momento della timbratura per un solo accesso in ciascuna delle sedi museali, ovvero a Palazzo Barberini e alla Galleria Corsini): intero € 15,00, ridotto € 12,00 per i giovani UE tra i 18 e il 25 anni, gratuito per i bambini e i ragazzi fino ai 18 anni e per gli aventi diritto per legge; ingresso gratuito la prima domenica del mese. Servizio di prevendita biglietti per singoli (fino a 10 persone), per gruppi e per le scuole: tel. 06.39967500 o sul sito: https://ecm.coopculture.it/. Sito web: www.barberinicorsini.org. Fino all'11 ottobre 2026
# «Le forme della bellezza». Museo dell'Ara Pacis - Spazio espositivo, via di Ripetta, 180 - Roma. Orari: tutti i giorni, ore 9:30-19:30; ultimo ingresso un'ora prima della chiusura. Ingresso: intero solo mostra € 15,00; ridotto solo mostra € 13,00; intero non residente cumulativo mostra + museo € 23,00; ridotto non residente cumulativo mostra + museo € 17,00; per altre tipologie di biglietti consultare https://www.arapacis.it/it/informazioni_pratiche/biglietti_videoguide_e_audioguide#soloRobertMapplethorpe. Informazioni: tel. 060608 (attivo tutti i giorni dalle ore 9:00 alle ore 19:00). Sito web: https://www.arapacis.it. Fino al 4 ottobre 2026
# «Flowers. Meravigliosa natura». Chiostro del Bramante, Arco della Pace, 5 - Roma. Orari: dalla domenica al giovedì, dalle ore 10:00 alle ore 20:00; venerdì e sabato, dalle ore 10:00 alle ore 21:00; la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso: intero feriali € 15,00, intero sabato e domenica, € 18,00; junior (6-14 anni) € 10,00, studenti universitari (solo il giovedì) € 13,00; per altre tipologie di biglietti si consiglia di consultare il sito internet del museo. Informazioni: + 39.06.68809035. Informazioni per la didattica: didattica@chiostrodelbramante.it. Sito web: www.chiostrodelbramante.it. Fino al 6 settembre 2026
# «Novecento Italiano. Opere dalle collezioni Generali». Palazzo Bonaparte, piazza Venezia, 5 (angolo via del Corso) - Roma. Orari: tutti i giorni, dalle ore 10:00 alle ore 20:00, ultimo ingresso alle ore 19:00. Ingresso libero e gratuito. Informazioni: tel. +39.06.8715111, info@arthemisia.it. Sito web: www.mostrepalazzobonaparte.it | www.arthemisia.it. Social e Hashtag ufficiale: #GeneraliValoreCultura, #NovecentoItalianoGenerali, #GeneraliHeritage, @generali, @generaliitalia, @arthemisiaarte, @mostrepalazzobonaparte. Fino al 23 agosto 2026
# «Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo». Musei Capitolini - Villa Caffarelli, piazza Caffarelli, 2 - Roma. Orari: tutti i giorni, ore 9:30-19:30; ultimo ingresso un'ora prima della chiusura. Ingresso: intero solo mostra € 15,00; ridotto solo mostra € 13,00, famiglie € 22,00 due adulti più figli al di sotto dei 18 anni o € 11,00 un adulto più figli al di sotto dei 18 anni, scuole € 4,00 ad alunno. Informazioni: tel. 060608 (tutti i giorni 09.00 - 19.00). Sito internet: https://www.museicapitolini.org. Fino al 13 dicembre 2026
# «Vasari e Roma». Musei Capitolini - Villa Caffarelli, piazza Caffarelli, 2 - Roma. VIngresso: intero non residenti € 20,50; ridotto non residenti € 15,00; biglietto gratuito per i possessori della Roma MIC card in corso di validità, residenti a Roma e città metropolitana (mediante esibizione di valido documento che attesti la residenza) e per tutte le categorie previste dalla tariffazione vigente. Informazioni: tel. 060608 (attivo tutti i giorni dalle ore 9.00 alle ore 19.00). Sito internet: https://www.museicapitolini.org. Fino al 6 settembre 2026
# «Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico». Colosseo - Roma. Orari: fino al 30 settembre - tutti i giorni, ore 8.30 – 19.15; dal 1° ottobre a fine mostra - tutti i giorni, ore 8:30 – 18:30; ultimo ingresso un’ora prima della chiusura; a mostra sarà chiusa in occasione delle prime domeniche del mese: 2 agosto; 6 settembre; 4 ottobre. Ingresso: Colosseo, Foro Romano e Palatino intero € 18,00, ridotto € 2,00 per cittadini europei dai 18 anni fino al giorno del compimento del 25esimo anno di età; gratuito secondo normativa in vigore || Full Experience Arena intero € 24,00, ridotto € 2,00 per cittadini europei dai 18 anni fino al giorno del compimento del 25esimo anno di età; gratuito secondo normativa in vigore || Full Experience Sotterranei e Arena intero € 24,00, intero con percorso didattico € 32,00, ridotto € 2,00 per cittadini europei dai 18 anni fino al giorno del compimento del 25esimo anno di età; gratuito secondo normativa in vigore || Full Experience Attico intero € 24,00, ridotto € 2,00 per cittadini europei dai 18 anni fino al giorno del compimento del 25esimo anno di età, gratuito secondo normativa in vigore || Full Experience Passaggio di Commodo intero € 32,00, ridotto € 2,00 per cittadini europei dai 18 anni fino al giorno del compimento del 25esimo anno di età; gratuito secondo normativa in vigore. Sito web: www.colosseo.it. Social @parcocolosseo. Fino al 18 ottobre 2026
# «Moda in luce 1955-1975. Roma fra glamour e innovazione industriale». Centrale Montemartini, via Ostiense, 106 - Roma. Orari: dal martedì alla domenica, ore 9.00-19.00; ultimo ingresso un'ora prima della chiusura; chiuso il lunedì. Ingresso: intero € 11,00; ridotto € 6,50; gratuito per i residenti a Roma e nell’area metropolitana (mediante esibizione di valido documento che attesti la residenza); ingresso gratuito per i possessori di MIC card. Informazioni: tel. 060608 attivo tutti i giorni dalle ore 9.00 alle ore 19.00. Sito web: https://www.centralemontemartini.org. Fino al 15 novembre 2026
# «La Visitazione all’Aquila: Raffaello e Pontormo». Museo nazionale d’Abruzzo, Castello cinquecentesco, viale Benedetto Croce - L’Aquila. Orari: dal martedì alla domenica, ore 9:00 – 19:00, con chiusura biglietteria alle ore 18:00 | dal 13 luglio al 21 settembre nelle giornate del lunedì saranno previste delle aperture straordinarie. Ingresso (museo e mostra): intero € 12,00, ridotto € 2,00 (secondo le agevolazioni di ingresso previste dalla normativa per determinate categorie), gruppi € 10,00 (min. 10 – max 25 persone) Produzioni editoriale: catalogo di Silvana editoriale e albo illustrato per bambini (8-12 anni), entrambi in vendita presso il bookshop della mostra. Sito web: museonazionaledabruzzo.it. Fino al 27 settembre 2026
# «Ai Weiwei: Aftershock». Maxxi L'Aquila. Orari: fino a domenica 6 settembre, dal lunedì alla domenica, dalle ore 11:00 alle ore 19:00; dopo il 6 settembre, dal giovedì alla domenica, dalle ore 11:00 alle ore 19:00; la biglietteria è aperta fino a 45 minuti prima della chiusura del museo. Ingresso: biglietto open € 12,00, intero € 10,00, ridotto € 5,00, per le gratuità si consiglia di visionare il sito del museo. Informazioni: numero verde 800266300 dall'Italia | +39.3512428135 dall'estero (tutti i giorni dalle 10:00 alle 19:00) o accoglienza.maxxi@gmail.com. Sito web: https://maxxilaquila.art. Fino al 6 settembre 2026
# «Continuità e divergenze. Architetture e paesaggi urbani in Abruzzo 1930–1960». Palazzo ONMI, viale Duca degli Abruzzi - L'Aquila. Informazioni e sito web: https://maxxilaquila.art/evento/continuita-e-divergenze/. Fino al 18 ottobre 2026
# «Maria Lai: essere è tessere». Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee - Museo Madre, via Settembrini, 79 - Napoli. Orari: lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì e sabato, dalle ore 10:00 alle ore 19:30, domenica, dalle ore 10:00 alle ore 20:00; chiuso il martedì; l’ultimo accesso è un’ora prima della chiusura. Ingresso: intero € 8,00, ridotto € 4,00. Informazioni generali: info@madrenapoli.it, tel. 081.19978017. Sito web: https://www.madrenapoli.it/. Fino al 12 ottobre 2026
# «Chagall con Maria Lai. Il villaggio interiore». Orari: martedì – domenica, ore 09:30 – 13:00 / 14:30 – 19:30; lunedì chiuso | per il pubblico sono previste visite guidate tutti i giorni, incluse nel biglietto d’ingresso, nei seguenti orari: 9:30 – 11:00 – 14:30 – 16:00. Biglietti: intero (dai 19 anni) € 12,00, giovani (12 - 18 anni) € 4,00, bambini (0 - 11 anni) gratuito, comitive (min. 20 persone) € 8,00, scolaresche (alunni) € 4,00, residenti a Ulassai gratuito. Informazioni e prenotazioni: tel. +39.0782.208111, stazionedellarte@tiscali.it. Sito web: www.stazionedellarte.com/; camuc.it/. Social e Hashtag ufficiale: #ChagallLaiUlassai, #ChagallUlassai, @stazionedellarte. Fino al 27 settembre 2026
# «R.O.S.A. – Romantica ossessione senza armonia». Villa Rosa, via Axel Munthe, 4 - Anacapri (Napoli). Orari: da martedì a domenica, dalle ore 9:00 alle 19:00; chiuso il lunedì. Ingresso: intero € 7,00, ridotto € 5,00, l'accesso è gratuito per i residenti. sito web: https://villarosacapri.com/rosa-romantica-ossessione-senza-armonia/. Ufficio Comunicazione: Roberta Capuano - Consorzio Sale della Terra, e-mail: comunicazione@consorziosaledellaterra.it. Fino al 20 settembre 2026
# «Philip Colbert in Pompeii: Pop Mythology». Orari: periodo estivo (fino al 31 ottobre) - tutti i giorni, dalle ore 9:00 alle ore 19:00 | ultimo accesso alle ore 17:00; periodo invernale (dal 1° novembre) - tutti i giorni, dalle ore 9:00 alle ore 17:00 | ultimo accesso alle ore 15:30. Ingresso: con il biglietto del parco archeologico di Pompei, per disponibilità e costi: https://www.pompeii-tickets.com/. Informazioni e sito web: https://pompeiisites.org/. Fino al 30 novembre 2026 # William Kentridge, mostra personale. Villa Rufolo, piazza Duomo, 1 - Ravello (Salerno). Orari: ore 9:00-20:00 (ultimo ingresso alle ore 19:30); nei giorni dei concerti del Ravello Festival l’orario di chiusura di Villa Rufolo è soggetto a variazioni.Ingresso: € 8,00 ordinario, € 7,00 per gruppi a partire da 15 persone, € 6,00 per over 65 e bambini dai 5 ai 12 anni |i biglietti si acquistano solo in loco. Non è richiesta prenotazione. Informazioni: tel. +39.089.857621 oppure scrivere a segreteria@villarufolo.it oppure a prenotazioni@villarufolo.it. Sito web: www.ravellofestival.com. Fino al 5 settembre 2026
# «Mimmo Jodice. Mediterraneo». Palazzo Lanfranchi, piazza G. Pascoli, 1 – Matera. Orari: dal lunedì alla domenica, dalle ore 9:00 alle ore 20:00; martedì, dalle ore 14:00 alle ore 20:00, ultimo ingresso alle ore 19:00. Ingresso: adulti € 10,00; ingresso cumulativo valido per 2 giorni per tutte le sedi del Museo nazionale € 15,00; abbonamento annuale valido per tutte le sedi del Museo nazionale € 25,00; studenti (per ogni sede del Museo nazionale) € 2,00; minorenni (sotto i 18 anni) gratis; ragazzi (dai 18 ai 25 anni) € 2,00. Catalogo: Marsilio, 2026; a cura di Carlo Sala, contesti di Predrag Matvejević, Salvatore Settis e Carlo Sala. Sito web: https://www.museimatera.it/palazzo-lanfranchi-matera/. Fino all'8 novembre 2026
# «La materia dei sogni – Mondi e visioni dall’opera di Shakespeare». Castello Carlo V, viale XXV luglio - Lecce. Orari: da martedì a domenica, dalle ore 10:00 alle ore 20:00; ultimo accesso alla mostra alle ore 19:00. Biglietto: solo mostra intero € 8,00, ridotto € 4,00 (fascia d’età 18-25 anni), ridotto soci Fai e Treccani € 7,00; ingresso castello e mostra intero € 15,00, ridotto € 6,00 (fascia d’età 18-25 anni), ridotto soci Fai e Treccani € 13,00; gratuito fino agli 11 anni. Note: è possibile visitare il castello solo tramite tour guidato (da giugno a settembre, da martedì a domenica, ore 10:30 - 11:30 - 12:30 | 15:00 - 16:00 - 17:00 - 18:00 - 19:00; da ottobre a maggio, da martedì a domenica, ore 10:30 - 11:30 - 12:30 | 16:00 - 17:00 - 18:00 - 19:00). Informazioni: tel. +39.351.4941192 Sito web: https://www.ilcastellodilecce.it/. Fino al 10 gennaio 2027
# «Tesori nascosti dalla Galleria Borghese». Must - Museo storico della città di Lecce, via Degli Ammirati, 11 - Lecce. Orari: da martedì a domenica, dalle ore 10:00 alle ore 21:00; chiuso il lunedì. Ingresso: intero 5,00 €; ridotto 3,50 (studenti, over 65, insegnanti); gratuito sotto i 10 anni. Informazioni: tel. 0832.241067. Sito web: https://www.comune.lecce.it | https://mustlecce.it. Fino al 18 ottobre 2026
# «PhEST – See Beyond the Sea». «PhEST – See Beyond the Sea». Sedi varie - Monopoli (Bari). Per informazioni: https://www.phest.info/. Dal 7 agosto al 1° novembre 2026

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