ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

mercoledì 24 giugno 2026

Dalle «Orestiadi» alle mostre al Mac e al Belìce/EpiCentro: il calendario estivo di Gibellina capitale italiana dell’arte contemporanea

Visto dall'alto, il «Grande Cretto» di Alberto Burri sembra una distesa di neve che non si scioglie mai: circa 86mila metri quadrati di cemento bianco, incisi da una rete di solchi che ripetono, blocco dopo blocco, il disegno delle strade e dei vicoli di un paese che non esiste più. Chi vi cammina dentro, soprattutto nelle ore in cui la luce si fa radente, attraversa di fatto le vie di Gibellina vecchia, distrutta dal terremoto del Belìce nella notte del 15 gennaio 1968.
Alberto Burri non ha voluto cancellare quella ferita: l'ha fissata nel paesaggio, l'ha resa percorribile, l'ha trasformata in una delle opere di Land Art più estese d'Europa. Ha cioè creato una vera e propria «memoria abitabile», un «sudario materico» che fissa permanentemente il trauma del lutto collettivo, sottraendolo all'oblio del tempo e offrendolo, al contempo, come soglia di transito verso la rigenerazione.

«Portami il futuro», un programma corale per Gibellina
È in questo luogo, sospeso fra assenza e memoria, che si radica simbolicamente il programma di Gibellina Capitale italiana dell'arte contemporanea 2026: un calendario diffuso di mostre, festival, residenze, spettacoli teatrali, progetti educativi, giornate di studi, simposi e progetti di arte pubblica che per tutto l’anno animerà la cittadina del Trapanese e il suo straordinario patrimonio artistico e architettonico, un vero e proprio museo en plein air, frutto di un'idea dell'allora sindaco-intellettuale Ludovico Corrao che, negli anni Settanta, invitò artisti come Mimmo Paladino, Arnaldo Pomodoro, Mario Schifano e non solo a disegnare il volto di Gibellina nuova.
«Portami il futuro»
è il titolo del cartellone che si distribuisce, sotto la sapiente direzione artistica di Andrea Cusumano, tra gli spazi culturali della città, perla turistica della Valle del Belìce e porta d’accesso di un territorio che offre una combinazione particolarmente felice di paesaggio, cultura e centri storici. Non solo il «Grande Cretto» di Alberto Burri, ma anche il teatro di Pietro Consagra, il Mac «Ludovico Corrao», il Belìce/EpiCentro della memoria viva e il Baglio Di Stefano, sede della Fondazione Orestiadi e del Museo delle trame mediterranee, aprono, infatti, le proprie porte alla creatività contemporanea. L'idea che attraversa tutti questi luoghi è la stessa che ha guidato la ricostruzione della città dopo il sisma: non «portare» eventi a Gibellina, ma usare l'arte come infrastruttura civica capace di trasformare l’area in un luogo di socialità in grado di attirare pubblici diversi, dagli appassionati di cultura ai visitatori in cerca di esperienze fuori dai circuiti più convenzionali, ma anche di lasciare un'eredità duratura - soprattutto in termini di lavoro nel comparto turistico – per l’intero territorio.

Le Orestiadi: quarantacinque anni di «atti di resistenza contemporanea»

Tra gli appuntamenti in agenda nelle prossime settimane, il Festival delle «Orestiadi» occupa un posto speciale. Fondata nel 1981, sempre per iniziativa di Ludovico Corrao, la manifestazione rappresenta storicamente l’anima teatrale e letteraria della ricostruzione belìcina. Il debuttò avvenne nel 1983 con l'«Orestea» di Eschilo riscritta in «siciliano poetico» da Emilio Isgrò e rappresentata sulle macerie della vecchia Gibellina, prima ancora che il «Grande Cretto» ne ridisegnasse il paesaggio.
Da allora, ogni estate, il Baglio Di Stefano e il cemento bianco dell’opera burriana diventano la scena di una rassegna di teatro, musica e arti visive, che ritorna, quest’anno, ad animare il territorio da venerdì 3 luglio a domenica 2 agosto, con un’anteprima nelle giornate dal 27 al 29 giugno
Questa quarantacinquesima edizione, diretta da Alfio Scuderi, porta il titolo «Atti di resistenza contemporanea», a ricordare al pubblico che organizzare annualmente un progetto così ambizioso nel territorio belìcino è stato – e continua a essere – un profondo atto rivoluzionario d'impegno civile e sociale.
A segnare l’avvio del festival sarà proprio l’opera che diede inizio a tutto: «L'Orestea di Gibellina» di Emilio Isgrò, questa volta in una nuova riscrittura installativa pensata per le geometrie del «Grande Cretto» di Alberto Burri, con un cast che riunisce Donatella Finocchiaro, Vincenzo Pirrotta, Sandra Toffolatti, Fabrizio Falco, Aurora Falcone, Federica D'Angelo, Giovanni Caccamo e Angelo Sicurella, e con la partecipazione straordinaria di Pietrangelo Buttafuoco e dello stesso Emilio Isgrò.
Sono, poi, previsti due omaggi per i centenari dalla nascita di Dario Fo e Arnaldo Pomodoro, entrambi legati alla storia di Gibellina: il drammaturgo di Sangiano, premio Nobel per la letteratura del 1997, recitò il suo «Mistero Buffo» nelle baracche subito dopo il terremoto; lo scultore di Morciano di Romagna, noto per le sue monumentali sfere di bronzo lucido installate nel tessuto urbano di molte città italiane, realizzò negli anni Ottanta del Novecento alcune installazioni monumentali per le «Orestiadi», come le scenografie per la già citata «Orestea» del 1983 e le macchine sceniche per «La tragedia di Didone, regia di Cartagine» del 1986.
A Dario Fo saranno dedicate tre serate, dal 3 al 5 luglio. Si inizierà con la messa in scena di «Francesco lu Santo Jullare» (3 luglio), per la regia di Giorgio Gallione e con Ugo Dighero: una fabulazione sulla vita del santo di Assisi, del quale ricorrono quest'anno gli ottocento anni dalla morte, che, con il virtuosistico e «teatralissimo» linguaggio del grammelot, racconterà il messaggio rivoluzionario di pace, povertà e armonia con la natura dell'autore del «Cantico delle creature».
Si proseguirà con «Libere» (4 luglio), una produzione inedita tratta dai monologhi scritti dal drammaturgo lombardo a quattro mani con Franca Rame, che vedrà in scena Silvia Ajelli, Gaia Insenga ed Eletta Del Castillo, impegnate nel racconto di tre storie al femminile tratte dalla raccolta «Tutta casa letto e chiesa» – «Una donna sola», «La mamma fricchettona» e «Medea» -, a cui faranno da colonna sonora le musiche originali di Giulia Mei.
L’omaggio a Dario Fo prevede anche un laboratorio narrativo a cura di Marco Baliani intorno a «Mistero Buffo», che si chiuderà con lo spettacolo «Lazzaro affabulato» (5 luglio).
A Armaldo Pomodoro sarà, invece, dedicato, nella serata del 18 luglio, «Danzando l’arte: le forme del mito», un progetto site specific che attraverso il gesto mette in scena i personaggi dell’«Orestea» di Eschilo in dialogo con le sculture sceniche dell'artista, a partire da testi ispirati al «Pilade» di Pier Paolo Pasolini, con la voce recitante di Isabella Ragonese, le coreografie di Federica Aloisio e Federica Marullo, le musiche composte ed eseguite dal vivo da Simona Norato.
Nella stessa serata il festival celebrerà anche la figura del sindaco-intellettuale Ludovico Corrao e la sua utopia realizzata con passione e non senza difficoltà, attraverso «Raccontando l’arte: una storia chiamata Gibellina», con testi scritti per l'occasione dal giornalista e scrittore Eduardo Cicelyn. Al Museo delle trame mediterraneo rivivranno, grazie a una visita guidata speciale, le storie degli artisti Carla Accardi, Alberto Burri, Alighiero Boetti, Pietro Consagra, Emilio Isgrò, Mimmo Paladino e Mario Schifano che, insieme ad Arnaldo Pomodoro, parteciparono alla «folle idea» di ricostruire la cittadina siciliana attraverso l’arte.
Un capitolo a parte sarà riservato a un altro amico del festival siciliano, il regista e sceneggiatore palermitano Roberto Andò, che negli anni Novanta, agli inizi della sua carriera, fu direttore artistico delle «Orestiadi»: l’11 luglio verrà presentata l’installazione «Qui la vita non è altrove», ideata con Mimmo Paladino e accompagnata dalla voce di Toni Servillo, a partire da una selezione di pagine di Leonardo Sciascia e Luigi Pirandello. Il percorso prevede anche la presentazione di un «Autoritratto», a cura di Vincenzo Trione, e la lettura del testo «Diario senza date», il primo libro di Roberto Andò, con Moni Ovadia e con le musiche dal vivo eseguite da Marco Betta e Gianni Gebbia.
Le «Orestiadi» omaggeranno anche un altro siciliano illustre, il cui anniversario della morte cade proprio nei giorni del festival: Paolo Borsellino, uno dei magistrati italiani che lottò contro la mafia. Il 19 luglio andrà in scena «Felicissima», con Federica D’Amore e per la regia di Claudio Zappalà, uno spettacolo che ricorda la figura di Felicia Bartolotta Impastato, la madre di Peppino morto nel 1978 per mano di «Cosa nostra».
Mentre tra i ritorni più attesi a Gibellina, si segnalano quelli di Antonio Rezza con «Metadietro» (24 luglio), che indaga ed esplora con comicità e surreale ironia l’essenza stessa della nostra umanità, e Marco Paolini con «Antenati - The Grave party» (25 luglio), sull’evoluzione dell’homo sapiens.
In cartellone, prima della tre giorni finale al «Grande Cretto», ci saranno anche, sempre al Baglio di Stefano, «Una festa per la capitale» con musica dal vivo (4 luglio), «Cappuccetto rozzo» con cantastorie e «burattini in baracca» (10 luglio), «Fool Moon» (25 luglio) con i ragazzi che hanno seguito un laboratorio teatrale condotto da Claudia Puglisi, e «Cimbellino» (26 luglio), un'opera di Giacomo Cuiticchio con i pupi siciliani, tratta da William Shakespeare.
Mentre le tre serate-evento di chiusura vedranno in scena: i jazzisti Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura (31 luglio); Marco Baliani con il suo storico «Kohlhaas», un monologo incentrato sulla giustizia e sulla dignità umana (1° agosto); e Antonio Dimartino, in un assolo per chitarra e voce dal titolo «L’improbabile piena dell’Oreto» (2 agosto). Si chiude così quella che il direttore Alfio Scudieri ha definito una «grande festa tra passato e futuro, tra storia e innovazione».

Le grandi mostre in agenda questa estate: tra ferite migratorie e interventi di arte pubblica
Accanto al teatro e alla musica delle «Orestiadi», l’estate di Gibellina Capitale italiana dell’arte contemporanea offre un articolato programma espositivo, che si confronta con temi cruciali per il nostro presente.
Nel fine settimana, al Mac - Museo d'arte contemporanea «Ludovico Corrao», che già ospita una tappa della rassegna diffusa «Prisenti» sui grandi drappi processuali per la festa patronale di San Rocco (allestita anche in altri spazi cittadini), apre la collettiva «Domestic Displacement», a cura di Giulia Ingarao e Antonio Leone, che ruota attorno al tema dello spostamento e dello sradicamento - il «displacement», appunto - come condizione strutturale del nostro presente sempre più fragile e incerto, indagando le dinamiche della migrazione, della diaspora, delle eredità coloniali, dell’erosione dei confini culturali e geografici, per comporre «una mappa instabile dell'abitare contemporaneo», in cui «la casa diventa un luogo di transito, vulnerabilità, resistenza e reiscrizione di sé».
La mostra acquisisce a Gibellina il valore di un «meta-racconto» profondo: la città che «ha vissuto lo sradicamento e ha interpretato la rinascita attraverso l'arte e gli artisti» – spiega il direttore artistico Andrea Cusmano - diviene lo specchio teorico entro cui riflettere sulle ferite migratorie del nostro mondo.
L’esposizione, aperta dal 26 giugno al 27 settembre, riunisce in tre sezioni - «Geografie instabili», «Abitare la dislocazione» e «Forme fragili della coesistenza» - i lavori di quindici tra le voci più autorevoli della scena artistica globale, ovvero Anya Gallaccio, Regina José Galindo, Mona Hatoum, Paolo Icaro, William Kentridge, Anna Maria Maiolino, Shirin Neshat, Olu Oguibe, Mária Magdalena Campos-Pons, Amalia Pica, Mustafa Sabbagh, Santiago Sierra, Holly Stevenson, Zehra Doğan e Akram Zaatari.
Sempre al Mac - Museo d'arte contemporanea «Ludovico Corrao» è stata da poco inaugurata, per rimanere aperta fino al 27 settembre, l'esposizione «Il Cretto è casa mia», a cura di Nicolò Stabile, con le immagini di Giuseppe Ippolito e le testimonianze raccolte da Giovanna Giordano. Avviato nel 2023 e destinato a diventare un archivio fotografico sugli ultimi abitanti di «Gibellina vecchia», ritratti nei luoghi che un tempo furono le loro case, il progetto è realizzato in collaborazione con il Frankfurter Kunstverein, dove il reportage, oggi arricchito di nuove immagini, era stato presentato nel 2024 nell’ambito della mostra «The Presence of Absence». I ritratti inediti e la mostra costituiranno anche l’occasione per riattivare un ciclo di incontri pubblici, momenti di confronto e dibattiti dedicati al «Grande Cretto», indagato nel suo duplice significato: da un lato straordinaria opera di arte pubblica, dall’altro luogo in cui si sedimentano la memoria del trauma, il lutto e la storia condivisa di un’intera comunità.
In questo ultimo scorcio di giugno (a partire da martedì 23) si tiene anche la residenza artistica di Flavio Favelli (Firenze, 1967), che si concluderà il 4 luglio con la presentazione al pubblico di «500», un grande murale realizzato su un edificio comunale che si affaccia su piazza 15 gennaio, uno dei luoghi simbolicamente più densi della città il cui nome ricorda la data del terremoto belìcino del 1968.
L’opera prevede l'ingrandimento in scala monumentale e la giustapposizione visiva di due banconote che hanno segnato la storia monetaria italiana ed europea, raffigurandone sia il recto che il verso: le 500mila lire dedicate a Raffaello Sanzio, con «La Scuola di Atene» e l'autoritratto dell'artista ripreso da un dettaglio del «Trionfo di Galatea», e i 500 euro, taglio ormai destinato a uscire di circolazione, con immagini di architetture inesistenti, un complesso contemporaneo sul recto, un ponte strallato che evoca quello di Messina sul verso.
L'artista fiorentino si propone così di far riflettere la collettività sul valore ambiguo, problematico ed enigmatico della carta moneta e dei flussi economici, utilizzando come supporto creativo un muro esposto allo sguardo quotidiano dei cittadini.
Nello stesso fine settimana, quello del 4 e 5 luglio, prenderà il via anche il «Gibellina Photoroad», il festival open air e site-specific che, dal 2016, trasforma la città in un museo a cielo aperto, creando un dialogo tra arte contemporanea e spazio urbano. Tra gli appuntamenti in agenda per questa decima edizione, promossa dall’associazione «On Image» e in cartellone fino al 6 settembre, si segnalano: la monumentale installazione inedita «Ruins of Renewal» dell’artista olandese Erik Kessels (realizzata con il sostegno dell’Ambasciata e del Consolato generale del Regno dei Paesi Bassi e di Mondriaan Fonds); il progetto itinerante «Roundtrip» di Alice Grassi, che parlerà di migrazioni dal Sud utilizzando come spazio espositivo le finestre delle case; e la videoinstallazione «Between» di Jacopo Di Cera al «Grande Cretto» di Alberto Burri.
Tra le mostre visitabili nei giorni delle «Orestiadi» c’è anche «Dal mare», aperta al teatro Pietro Consagra fino al 19 luglio, con opere di Adrian Paci e del duo Masbedo dedicate al Mediterraneo come orizzonte politico ed esistenziale. Mentre, negli spazi dell'EpiCentro della memoria viva, vengono proposti, fino al 31 dicembre, due percorsi intimi che, da prospettive opposte, indagano il rapporto fra arte e ricordo.
«Luce residua» di Rossana Taormina (Partanna, 1972), curata da Giuseppe Maiorana e Vito Chiaramonte, è un'installazione si sviluppa nell'ambiente ipogeo (sotterraneo) del museo. Tre neon a luce rossa ridisegnano lo spazio come fosse una via di mezzo tra una camera oscura e una rovina archeologica. Il titolo dell'opera richiama l'idea di un bagliore che permane anche quando la fonte che lo ha generato si è spenta. Si tratta di una metafora perfetta della memoria belìcina: un bagliore fragile ma ostinato, che resiste al tempo e ai tentativi di cancellazione.
«Mummie» di Philippe Berson
(Parigi, 1963 – Palermo, 2025), personale per la curatela di Gaetano Costa, celebra, invece, il trentennale percorso dell'artista parigino, recentemente scomparso, che fu gioielliere per Christian Lacroix negli anni Ottanta, e che, negli ultimi venticinque anni, aveva scelto la Sicilia come patria d'adozione. Le sue sculture antropomorfe, realizzate unendo metallo, terra e bitume, con saldature minute simili a ricami, si configurano come dei memento mori ironici e disarmanti, congelati fuori dal tempo in una perenne dialettica fra fragilità e resistenza. La rassegna, realizzata in collaborazione con il Riso - Museo regionale d'arte moderna e contemporanea, ruota attorno all'installazione «Cappuccini mon amour», ispirata alle Catacombe dei Cappuccini di Palermo: una corte di figure contorte, disposte in pose di intensa forza espressiva, in bilico tra teatralità e ritualità.

Verso l'autunno, e oltre 
Il calendario di Gibellina Capitale italiana dell’arte contemporanea 2026 non si ferma, ovviamente, qui. 
Accanto alle residenze che nei prossimi mesi vedranno arrivare nella cittadina siciliana artisti come Sislej Xhafa e Giorgio Andreotta Calò, tra settembre e ottobre sono previste altre inaugurazioni, che porteranno l'arte contemporanea negli spazi della Fondazione Orestiadi – Museo delle trame mediterranee, della Chiesa Madre, del Giardino Segreto, intrecciando ancora una volta linguaggi diversi - dall'Art brut alla fotografia - con il paesaggio e la memoria del territorio. Si tratta, nello specifico, di: «Terra matta», con opere di Salvatore Bonura (Sabo) e Giovanni Bosco; di «Fawohodie», progetto del fotografo Francesco Bellina che mette in relazione la trasformazione urbana del territorio ghanese con le pratiche artistiche pubbliche e la rigenerazione delle città; di «Legami invisibili», a cura di Federica Fruttero, con interventi site-specific della scultrice Suzy Lelièvre, del fotografo Mathieu Oui e della performer e coreografa Mila Sarti; e di «Dialoghi di una vita. Omaggio a Peppe Morra», preziosa rassegna che coinvolgerà anche le città di Alcamo e Salemi presentando, tra l’altro, i «relitti» di Hermann Nitsch, le opere Joseph Beuys e Marina Abramović, il gruppo giapponese Gutai, le esperienze del movimento d’avanguardia Fluxus e i lavori di John Cage, Gina Pane e Julian Beck per il Living Theatre.

Se, alla fine di questo percorso a parole tra eventi e mostre, si torna con la mente tra le bianche quinte di cemento del «Grande Cretto» di Alberto Burri si comprende meglio il filo che lega tutti questi appuntamenti. Le luci rosse di Rossana Taormina, le figure di ferro di Philippe Berson, le mappe instabili del Mac, le banconote dipinte sul muro di piazza 15 gennaio, le voci dell'«Orestea» sulle macerie delle «Città vecchia» sono altrettanti modi di abitare le stesse domande, quelle che Gibellina si pone da più di mezzo secolo: come si trasforma una ferita in un linguaggio capace di dare speranza? Come si dà un futuro a delle rovine? Come si convertono delle macerie in un dispositivo critico e poetico capace di dare voce alla memoria? Il sindaco-intellettuale Ludovico Corrao, con la sua visionaria utopia diventata realtà, ci ha dato una risposta: la ricostruzione non deve essere mai solo un atto di mera ingegneria civile, ma un prolungato e ostinato esercizio di antropologia lirica.
La nomina di Gibellina a Capitale italiana dell'arte contemporanea restituisce alla comunità internazionale questa certezza: i resti di una città terremotata, laddove fecondati dallo sguardo dell'arte, smettono di essere il perimetro monumentale del dolore per farsi cantiere aperto, spazio pubblico e, infine, costellazione di futuri possibili, dove le crepe del passato si aprono a nuove possibilità di visione. Ed è proprio questa capacità di modificare un luogo di distruzione in uno spazio di elaborazione collettiva e di nuova immaginazione che rende, oggi, Gibellina uno dei racconti più forti e più distintivi della Sicilia.

Didascalie delle immagini
1. Gibellina. «Grande Cretto» di Alberto Burri. Archivio Regione Siciliana. Foto di Just Maria; 2. Gibellina. «Grande Cretto» di Alberto Burri. Archivio Regione Siciliana. Foto di Just Maria; 3. Mimmo Paladino, Montagna di Sale, 1992. Gibellina, Trapani. Siae 2025; 4.  Una scena di «Francesco lu Santo Jullare», per la regia di Giorgio Gallione e con Ugo Dighero, in scena il 3 luglio 2026 a Gibellina nell'ambito del Festival delle Orestiadi; 5. Immagine promozionale de «L'Orestea di Gibellina» di Emilio Isgrò, in scena dal 27 al 29 giugno 2026, al«Grande Cretto» di Alberto Burri; 6. Arnaldo Pomodoro, «Aratro di Didone», 1986. Gibellina, Trapani; 7. Vista del Museo delle trame mediterranee della Fondazione Orestiadi; 8. Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura, in scena il 31 luglio 2026 al Festival delle Orestiadi; 9. Marco Baliani in «Kohlhaas», in scena il 1° agosto 2026 al Festival delle Orestiadi; 10. Akram Zaatari, «L YM BSM. Ancient World New Age», 2026. Signed, dated, titled recto ink and acrylic on mulberry paper, 63.5 x 91.5 cm. 25X36in. © Akram Zaatari. Courtesy the artist, Sfeir-Semler Gallery and Thomas Dane Gallery. Opera esposta nella mostra collettiva «Domestic Displacement»; 11. William Kentridge, «Three Citizens», 2024 Courtesy Galleria Lia Rumma Milano_Napoli. Opera esposta nella mostra collettiva «Domestic Displacement»; 12. Ignazia Fontana. Foto di Giuseppe Ippolito. Opera esposta al Mac - Museo d'arte contemporanea «Ludovico Corrao» di Gibellina, nell'esposizione «Il Cretto è casa mia»; 13. Anna Maria Maiolino, «Sem Título (Untitled)», serie Leonardo «Engenho-Fotopoemação», 2007, Fotografia a colori, stampa digitale, cm 110x79. Courtesy the artist and Galleria Raffaella Cortese, Milano - Albisola. Opera esposta nella mostra collettiva «Domestic Displacement»; 14-Flavio Favelli, Cinquecentomila, 2025, smalto su tela trovata, 54x65cm; 15. Vista della mostra «Dal mare, dialoghi con la città frontale». Masbedo, Adrian Paci, Teatro di Pietro Consagra,Gibellina, 2026. Foto di Gaia Giardina; 16. «Luce residua» di Rossana Taormina. Installazione. Archivio di Belìce - EpiCentro della Memoria Viva 2025. Foto: Giuseppe Maiorana; 17. Philippe Berson, Cappuccini (dettaglio). Foto di Gaetano Costa. Opera esposta nella mostra «Mummie» di Philippe Berson; 18. Salvatore Cuschera, «Scultura sdraiata», 1992. Gibellina, Trapani; 19. Giuseppe Spagnulo, «Scultura senza titolo», 1974. Gibellina, Trapani

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lunedì 22 giugno 2026

Monira Al Qadiri e il suo «Viaggio in Sicilia»: l’arte tra i filari dell’azienda vinicola Planeta

(sam) C’è un punto, nell’entroterra siciliano, dove la terra si apre verso il lago Arancio di Sambuca di Sicilia, nel cuore dell’Agrigentino, e lo sguardo, se è abbastanza paziente, riesce a spingersi fino alla distesa bianca del «Grande Cretto» di Alberto Burri, una delle più grandi opere di Land art d’Europa e il simbolo indiscusso del progetto «Portami il futuro» per «Gibellina - Capitale italiana dell'arte contemporanea 2026». Questo sudario di cemento, insieme monumento e memoria di una ferita, è da sempre un’immagine del rapporto che la Sicilia ha con il proprio passato: qualcosa che non scompare, ma si trasforma, si stratifica e riemerge in forme nuove.


Un progetto lungo vent’anni: le origini di «Viaggio in Sicilia»
È in questo paesaggio sospeso tra natura e costruzione culturale che, negli ultimi giorni di maggio, è stata svelata al pubblico l’opera realizzata nell’ambito della decima edizione di «Viaggio in Sicilia», un progetto di residenza nomade promosso dall'azienda vinicola «Planeta» a partire dal 2004, in occasione del decennale dalla prima vendemmia dello Chardonnay Menfi Doc, con il palinsesto «Cultura per il territorio».
Il risultato è l’installazione site-specific «Falconeri» di Monira Al Qadiri (Dakar, 1983) allo Studiolo Ulysses della tenuta Planeta dell’Ulmo, ultima tappa - per ora - di un’iniziativa che, da vent’anni, invita artisti italiani e internazionali a percorrere la Sicilia non come turisti, ma come esploratori sensibili entrando in dialogo con i suoi paesaggi, la sua storia e la sua identità culturale. È nato così quello che l’azienda vinicola siciliana, con radici profonde nella Valle del Belice, definisce «un osservatorio privilegiato sul rapporto tra arte, paesaggio, memoria, architettura e narrazione del territorio», la cui formula è stata considerata positivamente anche dalla giuria del Premio Cultura + Impresa 2026. «Viaggio in Sicilia» è, infatti, nella short list dei ventidue progetti che, nel mese di luglio, si contenderanno il podio della tredicesima edizione del riconoscimento promosso da Fedeculture con The Round Table.
Ma come sono strutturate queste residenze d’artista di Planeta, che fanno parte anche del cartellone di «Gibellina 2026 Off»? Ogni biennio, tra la fine di settembre e i primi di ottobre, durante la vendemmia, gli autori coinvolti trascorrono una settimana sull’isola e, accompagnati dai curatori del progetto – Valentina Bruschi e Vito Planeta per quest’ultima edizione - e dallo staff dell’azienda, attraversano luoghi spesso lontani dai percorsi consueti, da paesaggi agricoli a siti archeologici, da architetture dimenticate a comunità locali.
Anno dopo anno, l’iniziativa ha visto il coinvolgimento di oltre cinquanta artisti, che hanno presentato, in primavera, opere e interventi permanenti in luoghi storici della Sicilia, rinnovandoli con un inedito dialogo tra passato e presente, frutto anche di una relazione virtuosa tra committenza privata e patrimonio culturale istituzionale. Tra questi siti ci sono il Museo archeologico regionale di Gela e diverse realtà di Palermo come Santa Maria dello Spasimo, il Museo «Antonino Salinas», Palazzo Abatellis, la Loggia dell’Incoronazione a Riso - Museo regionale d’arte moderna e contemporanea, oltre – ovviamente – ai paesaggi che fanno da scenario alle attività dell’azienda, da Sciaranuova sull’Etna a Buonivini a Noto, fino all’Ulmo.

Monira Al Qadiri: tra petrolio e viticoltura
L’incontro tra il progetto «Viaggio in Sicilia» e Monira Al Qadiri, che nella fase di selezione ha visto all’opera anche la Fondazione Merz di Torino, ha innescato un dialogo inedito sulla fragilità del nostro rapporto con il suolo e con le sue infinite stratificazioni. Si tratta di un argomento non nuovo nella poetica dell’artista nata in Senegal, cresciuta in Kuwait, formatasi in Giappone e residente a Berlino - con alle spalle, dunque, il peso biografico di un’esistenza vissuta tra culture e geografie radicalmente diverse -, il cui lavoro, multidisciplinare e stratificato, attraversa scultura, installazione, video e performance, radicandosi in una ricerca intorno alle storie culturali del Golfo Persico e alla cosiddetta «petrocoltura»: l’insieme di trasformazioni sociali, economiche e simboliche prodotte dall’industria petrolifera.
In Sicilia Monira Al Qadiri si è confrontata con le memorie geologiche del territorio. Tutto ha avuto inizio nel 2025, durante la vendemmia, quando l’artista ha intrapreso una residenza nomade attraverso l’isola, accompagnata dalla fotografa brianzola Federica Jannuzzi, che ha documentato il percorso con pellicola analogica.
Il viaggio ha attraversato luoghi diversissimi per natura e stratificazione: Selinunte, Gibellina, il Cretto di Burri, Enna, Noto, Palermo, l’Etna, le collezioni paleontologiche del Museo Gemmellaro, ma non solo. Ne è nato il progetto «Geologie del tempo», il racconto di «un labirinto di labirinti» e «un invisibile labirinto del tempo», per usare le parole di Jorge Luis Borges, quale è la Sicilia, regione nella quale convivono -scrive Valentina Bruschi nel saggio «Fossili del futuro» - «formazioni geologiche, tracce storiche, miti, echi linguistici, specie estinte» e una stratificazione di culture, che ha visto «arrivi e partenze» di «commercianti fenici, coloni greci, poeti arabi, sovrani normanni, dominazioni spagnole».

«Falconeri»: l’elefante nano, il Ciclope e la memoria geologica
Il momento decisivo della residenza è stato l’incontro con lo scheletro del Palaeoloxodon falconeri, un elefante nano che abitava la Sicilia e Malta durante il Pleistocene medio, all’incirca tra 500mila e 200mila anni fa. Esempio estremo di nanismo insulare, misurava meno di un metro all’altezza delle spalle da adulto, pur derivando dal Palaeoloxodon antiquus, il suo antenato continentale che raggiungeva i quattro metri.
L’isolamento geografico e la riduzione del pool genetico avevano prodotto, nel corso di migliaia di generazioni, una metamorfosi radicale del corpo: lo stesso ambiente che lo ospitava ne aveva ridisegnato la forma. A tal proposito Vito Planeta scrive, riferendosi al Palaeoloxodon falconeri, «il suo ambiente ha determinato il suo sviluppo, e il suo sviluppo ha determinato il suo ambiente faunistico in termini evolutivi»: una riflessione, questa, che, traslata su «termini storico-artistici, pittorici, letterari, storici e politici», offre una chiave di lettura potente per la stessa condizione insulare siciliana. L’animale diventa, dunque, metafora di adattamento e trasformazione, inscrivendosi in una più ampia riflessione sull’isolamento e sulle dinamiche evolutive.
I resti fossili di questo animale - conservati, tra l’altro, al Museo geologico Gemmellaro di Palermo al Museo archeologico regionale Paolo Orsi di Siracusa - hanno attraversato i millenni alimentando non solo la conoscenza paleontologica, ma anche l’immaginario mitologico. La grande cavità nasale centrale del cranio, che nell’elefante funge da ancoraggio per i muscoli della proboscide, veniva interpretata dai coloni greci come l’orbita di un unico enorme occhio. Da questa proiezione nacque, con ogni probabilità, il mito dei Ciclopi, e in particolare di Polifemo, la cui dimora, secondo la tradizione greca, era collocata proprio nelle vicinanze dell’Etna.
Monira Al Qadiri ha studiato direttamente diversi di questi reperti durante la residenza, incluse le collezioni paleontologiche del Museo Gemmellaro di Palermo, e ha riflettuto a lungo sulla sovrapposizione tra evidenza scientifica e proiezione mitica.
Dall’osservazione diretta del cranio fossile di questi animali, rinvenuti soprattutto in grotte e quindi testimoni di un rapporto diretto con il sottosuolo della Sicilia, è nata la scelta di isolare questa forma e di tradurla in marmo, un materiale inedito nella pratica dell’artista, ma strettamente legato alla tradizione scultorea mediterranea e alla monumentalità classica. L'opera introduce così una dimensione di permanenza che dialoga con il concetto di fossilizzazione e con la memoria stratificata dell’isola.
In questo senso, «Falconeri» rappresenta anche uno scarto rispetto ai lavori precedenti di Monira Al Qadiri: se nelle sculture dedicate alle trivelle petrolifere il tempo era quello dell’estrazione accelerata, qui il fossile diventa traccia di un passato remoto che riemerge come forma, come presenza silenziosa. «Radicata in un tempo geologico profondo», l’opera – scrive, a tal proposito, Valentina Bruschi - suggerisce la possibilità di un’«archeologia del futuro» come «oggetto che potrebbe essere un giorno rinvenuto, classificato e frainteso, rimane ambiguo e irrisolto», nel suo incontro tra «umano e non umano, preistorico e futuribile, reliquia e invenzione».

L’installazione all’Ulmo: il luogo, la luce, la storia

La scultura abita una piccola corte rurale rigenerata adiacente allo Studiolo Ulysses della Tenuta Planeta dell’Ulmo, luogo di pensiero e incontro situato tra i vigneti che guardano il lago Arancio, dove è conservata la biblioteca personale di Vito Planeta senior (1965–2023), figura centrale nella visione culturale della famiglia e promotore di «Viaggio in Sicilia» nel 2006. Qui vi si trovano l’opera «Corpo fragile» (2023) di Ignazio Mortellaro, trasformata in biblioteca-tavolo, e due lavori di Claire Fontaine, un brickbat che cela la copertina della prima edizione italiana dell’«Ulisse» di James Joyce (Mondadori, 1960) e il light box «On Fire» (2023), scelto anche come etichetta d’artista per il nuovo Chardonnay Planeta.
Di giorno, la scultura appare come una forma silente e stratificata che si confronta con la luce naturale e con la vegetazione circostante; di notte, un’illuminazione visionaria ne esalta la natura spettrale, rendendo visibile la tensione tra la monumentalità del passato e la fragilità del presente.
L’intervento di Monira Al Qadiri entra in risonanza con la densità archeologica dell’area. Il sito del Riparo di San Giovanni, nelle vicinanze del lago Arancio, è descritto dalla letteratura scientifica come la più ricca concentrazione di segni lineari incisi finora documentata non solo in Sicilia, ma nell’intero bacino del Mediterraneo: oltre quattrocento incisioni - per lo più verticali e disposte in sequenze ravvicinate - ricoprono le superfici rocciose di una serie di piccoli ambienti utilizzati in epoca preistorica come rifugi per comunità pastorali. Scoperto nel 1986 da Rocco Riportella e, poi, studiato insieme a Sebastiano Tusa e Cecilia Buccellato, il sito è databile all’Epigravettiano, circa 15.000 anni fa, e si ritiene abbia avuto una funzione rituale o sacra per comunità distribuite su un territorio più ampio.
L’area comprende, inoltre, il palmento greco-punico del Bosco della Risinata, l’insediamento archeologico di Adranone, il fortino arabo di Mazzallakkar, la Grotta della Lisaredda e una rete di antichi mulini ad acqua: un insieme di strati temporali che entrano in dialogo con l’«archeologia del futuro» ideata da Monira Al Qadiri, un lavoro che ha molto a che fare anche con le attività di chi coltiva le viti, che attende e interpreta i cicli geologici e climatici per creare il «nettare di Bacco».

Arte e vino come strumenti paralleli di narrazione del territorio
La residenza si è rivelata ben più che un soggiorno di lavoro: l’artista, che non conosceva la Sicilia prima di questo progetto, è tornata sull’isola più volte, affascinata dalla sua storia millenaria e dal suo essere crocevia tra Oriente e Occidente.
Sono nate così altre installazioni. Per «Costellazioni d’arte» a Noto, Monira Al Qadiri ha sviluppato «The Soul of the Sun in the Body of the Moon», una presenza luminosa sospesa nello spazio architettonico della cantina di Buonivini, che medita sullo sradicamento e sulla memoria attraverso culture e geografie, la cui fonte di ispirazione è il poeta arabo-siculo Ibn Hamdis (1056–1133, originario della zona di Noto-Siracusa). Mentre sull’Etna, alla cantina Feudo di Mezzo, verrà installata, entro la fine dell’anno, «W.A.B.A.R.» (2024), una grande installazione ambientale in bronzo originariamente concepita per l’AlUla Arts Festival nel deserto saudita.
In questo vivace alveo culturale, nel giugno del 2025, ha visto la luce il «Manifesto di Noto del vino contemporaneo», un documento in otto punti elaborato insieme ad altri produttori vitivinicoli impegnati nella cultura, che riconosce nel vino un prodotto umano realizzato in collaborazione con la natura, fondato su una rapporto profondo tra persone, terra e arte. 
In sintesi, ciò che emerge con particolare evidenza è la capacità di «Viaggio in Sicilia» di produrre non solo opere, ma relazioni: tra artisti e territorio, tra memoria e contemporaneità, tra pratiche agricole e ricerca culturale.
In un’epoca segnata da corse e accelerazioni, il progetto invita, inoltre, a una diversa postura dello sguardo: lenta, stratificata, capace di riconoscere nella complessità del paesaggio una forma di conoscenza. 
Come suggerisce il lavoro di Monira Al Qadiri, il tempo non è una linea, ma una geologia: un insieme di tracce che emergono, si sovrappongono e continuano a generare senso.
Così, tra le vigne e le rovine, tra la luce del giorno e le ombre della notte, un teschio di un elefante nano che diventa marmo, una traccia geologica che si fa scultura, un mito antico che riemerge attraverso lo sguardo di un’artista cresciuta tra il Golfo Persico e il Giappone ci raccontano che il confronto con l'altro da sé ci regala sempre nuovi occhi per guardare la geografia e la storia dei luoghi. E l’arte torna a essere ciò che, forse, è sempre stata: un modo per abitare e capire il mondo.

Didascalie delle immagini
Imm. da 1. a 5. Monira Al Qadiri, Falconeri, 2026. Installazione site-specific per Viaggio in Sicilia #10. Tenuta Planeta Ulmo, Sambuca di Sicilia (AG). Marmo, 88 × 70 × 85 cm. Foto: studio505. Courtesy l’artista e Planeta Cultura; 6. Monira Al Qadiri e la vendemmia sull'Etna. Foto di Federica Jannuzzi; 7. Catania, Etna. Tenuta Sciaranuova. Foto di Federica Jannuzzi; 8. Palermo, Galleria regionale della Sicilia a Palazzo Abatellis. Foto di Federica Jannuzzi; 9.Trapani, Parco archeologico di Selinunte. Foto di Federica Jannuzzi; 10.Noto, Tenuta Buonivini. Foto di Federica Jannuzzi; 11. Catania, Etna. Tenuta Sciaranuova. Foto di Federica Jannuzzi; 12. Monira Al Qadiri. Foto di Federica Jannuzzi

Informazioni utili
Progetto: Planeta Cultura, Viaggio in Sicilia. Artista: Monira Al Qadiri. Fotografa residenza itinerante: Federica Jannuzzi. Luogo: Tenuta Planeta di Ulmo a Sambuca di Sicilia (Arigento). Titolo: Geologie del tempo / Geologies of Time. A cura di: Valentina Bruschi e Vito Planeta. Ingresso libero. Instagram: https://www.instagram.com/planeta.cultura/. Web: https://www.planeta.it. Periodo: Dal 24 maggio 2026 - ongoing.

venerdì 19 giugno 2026

Quando il piatto diventa una tela: arte e cucina in dialogo al «Pellico3» di Milano

Il rapporto tra arte figurativa e cultura gastronomica percorre la storia dell'umanità da millenni. Già nell’antichità egizi, etruschi, greci e romani decoravano le loro case e le loro tombe con tavole colme di frutta e selvaggina, scene di vendemmia o pesca, affreschi raffiguranti banchetti opulenti. Ma è tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento, con l’affermarsi della pittura di genere (categoria artistica che illustra scene e momenti di vita quotidiana), che il cibo assurge a protagonista assoluto sulle tele dei più grandi artisti del tempo. Ostriche, aragoste, formaggi pregiati, agrumi esotici, ma anche pane sbriciolato e frutta ammaccata dal realismo quasi tattile animano, per esempio, la pittura fiamminga e olandese del cosiddetto «Secolo d’oro» dando vita a un racconto corale che è, al contempo, celebrazione della formidabile espansione economica del territorio e ammonimento visivo sulla «vanitas», ovvero sulla fragilità della vita e sulla caducità della bellezza.
In Italia, nello stesso periodo, è il Caravaggio a usare la natura morta come metafora del «memento mori», ovvero dell’esortazione a ricordare che tutto inesorabilmente passa e muore; mentre l’Arcimboldo gioca con la rappresentazione del cibo come materia compositiva dei suoi ritratti burleschi e allegorici. 

Con le avanguardie del XX secolo il paradigma cambia drasticamente e il nutrimento si trasforma in linguaggio estetico: dalle provocazioni del «Manifesto della cucina futurista» di Filippo Tommaso Marinetti, che auspica un'esperienza multisensoriale totale con pietanze come il «Carneplastico» e il «Brodo solare», alla Pop Art di Andy Warhol, che trasforma le lattine di «Campbell’s Soup» in icone al pari di Marilyn Monroe e Jacqueline Kennedy, senza dimenticare il bizzarro ricettario surrealista «Les Diners de Gala» (1973) di Salvador Dalì, dove l’uovo occupa un posto d’onore, l'alimento cessa di essere un semplice oggetto ritratto per diventare un vero e proprio medium creativo e comunicativo.

Con l’inizio del nuovo secolo si compie un ulteriore passo in avanti: ora è l’alta cucina a guardare al mondo dell’arte per creare piatti soddisfacenti per il palato e belli per la vista, ovvero con una mise en place geometricamente e cromaticamente armoniosa.
A compiere il passo decisivo è Gualtiero Marchesi, che nella sua cucina, a partire dal 2010, si ispira esplicitamente a Lucio Fontana e Jackson Pollock per realizzare piatti come «Rosso e nero» e «Driping di pesce». Nasce così il food design, l’arte di progettare il cibo in ogni minimo dettaglio, dalla scelta delle materie prime all’impiattamento, con il suo sapiente gioco di colori, forme e consistenze. Mentre l’alta cucina entra sempre più spesso nei musei o inserisce l’esperienza conviviale in spazi che offrono ai clienti mostre temporanee e collezioni d’arte permanenti così da creare un’esperienza sinestetica che non arricchisce solo il palato, ma anche la mente.
Tra gli chef che, negli ultimi anni, hanno magistralmente trasformato il piatto in una tela ci sono: Davide Oldani, l’ideatore della posata multifunzionale «Passepartout» per assaporare meglio la sua «cucina pop»; Massimo Bottura, che ha in menù piatti ispirati a Pablo Picasso e Joseph Beuys; Ferran Adrià, «artista» tra gli artisti a «Documenta 12», e, ultimo ma non ultimo, il pluripremiato Rasmus Munk, con le sue «creazioni olistiche» che fondono l’esperienza gastronomica con l’attivismo sociale, per far riflettere i clienti sullo spreco alimentare, la crisi climatica, le disuguaglianze sociali, l’uso massiccio della plastica che inquina i nostro mari.
 
Sulla scia di queste esperienze si muove il giovane Guido Paternollo - milanese, classe 1991 – alla guida dal 2022 del ristorante gastronomico «Pellico3», un due stelle Michelin all’interno del Park Hyatt Milano, affacciato sulla centralissima Galleria Vittorio Emanuele II, a pochi passi dal teatro alla Scala e da via Montenapoleone.
Da giugno la proposta gastronomica del locale - progettato dall'architetto Flaviano Capriotti con una palette cromatica nei toni del giallo, verde e marrone che ricorda i cicli della natura - si confronta con le opere di tre artisti differenti nel loro linguaggio creativo, ma ugualmente fondamentali per la ricerca italiana del secondo Novecento: Tancredi Parmeggiani (Feltre, 1927 – Roma, 1964), Claudio Verna (Guardiagrele - Chieti, 1937) e Turi Simeti (Alcamo, 1929 – Milano, 2021).
Grazie anche alla collaborazione con la Cardi Gallery di Milano, che ha concesso in prestito quasi tutte le opere esposte nel ristorante, l’arte contemporanea si mette, dunque, in dialogo con una tecnica culinaria di grande rigore e dalla precisione quasi maniacale, propria di uno chef che ha alle spalle studi in ingegneria meccanica e matematica, che lo hanno visto occuparsi anche di produzione e dinamica delle moto alla Ducati di Borgo Panicale, alle porte di Bologna, prima di seguire la propria vera vocazione.
Nasce da questo approccio scrupoloso al mondo dei fornelli quella che lo stesso Guido Paternollo - formatosi nella brigata di Enrico Bartolini al Mudec e, in seguito, al lavoro nello staff di maestri della ristorazione francese come Marc Veyrat alla Maison des Bois in Alta Savoia, Yannick Alléno al Pavillon Ledoyen e Alain Ducasse al Plaza Athénée di Parigi - definisce una «cucina cucinata», ovvero una cucina lontana dalle estetiche iper-concettuali, refrattaria agli effetti visivi fini a se stessi, attenta all’uso del fuoco e delle materie prime, utilizzate nel rispetto della loro stagionalità, con un’attenzione particolare per i sapori e gli odori del Mediterraneo.

Sono cinque le nuove creazioni culinarie del «Pellico3», tre delle quali sono messe in relazione con altrettante opere di Claudio Verna, fondatore negli anni Sessanta del movimento artistico della Pittura analitica, nota anche come Pittura pittura, che, in un'epoca dominata dall'Arte Povera e dalle avanguardie concettuali, si concentra sugli elementi fondanti del dipingere: superficie, supporto, colore e gesto.
La tela «Oro antico» del 2020 - con la sua stratificazione di gialli e aranci che va a costruire una superficie calda e luminosa, palpitante di vita – trova risonanza nell’«Irish Coffe di Champignon», un piatto nel quale il fungo è reso liquido e solido, concentrato ed emulsionato; e nel suo incontro con il brodo caldo, il prezzemolo e il lardo di colonnata diventa un campo di variazioni sensoriali. Il sapore si muove così come il colore sulla tela: «muta intensità, si espande, ritorna, senza mai fissarsi in una forma definitiva».
In «Colonna» del 1967, bande nere, arancioni e gialle si sviluppano come traiettorie aperte, senza imporre un centro narrativo, lasciando anzi lo sguardo libero di muoversi. La verticalità pittorica di questa tela si traduce nella cucina di Guido Paternollo in una progressione gustativa: lo «Scampo Poché con emulsione al levistico, fave, polvere di curry e limone nero» costruisce un percorso di contrasti e armonie – in bilico tra freschezza e dolcezza, granulosità e morbidezza - che si sviluppa nel tempo della degustazione.
Mentre «Percezione II», una superficie apparentemente uniforme che svela lentamente, al prolungarsi dell'osservazione, profondità cromatiche, passaggi di luce e stratificazioni invisibili, è posta in dialogo con i «Ravioli di Parmigiano reggiano 18 mesi», un piatto costruito su un solo ingrediente principale, che si svela progressivamente, boccone dopo boccone, proprio come l'opera di Claudio Verna.
 
La tridimensionalità è, invece, il terreno di incontro tra lo «Scottadito al timo e piment d'espelette, con jus al barbecue, scalogno croccante ed erbe spontanee» e i «Nove Ovali» di Turi Simeti, autore di una ricerca personalissima fondata su tre principi invarianti: monocromia, forma ovale ed estroflessione.
Le sue opere, realizzate inserendo rilievi lignei nel retro della tela, trasformano la superficie pittorica in qualcosa di irriducibilmente ambiguo: né quadro né scultura, ma entrambi simultaneamente.
La superficie del dipinto, attraversata da rilievi, trova un parallelo nella struttura del piatto di Guido Paternollo, in cui croccantezza, succulenza e spezie modellano la percezione gustativa.
Infine, il dessert «Fragole in scapece di rabarbaro e verbena, mousse e sorbetto di fragole, composta di rabarbaro, meringhette acidule» trova il suo specchio nella tela «Senza Titolo» di Tancredi Parmeggiani, autore di una pittura di segni puntiformi e vortici gestuali caratterizzata da vibrazioni luminose e raffinati equilibri cromatici che lo fece definire dalla mecenate e collezionista Peggy Guggenheim il «suo nuovo Pollock».
La mousse, il sorbetto e la composta costruiscono una materia instabile che oscilla tra cremosità, acidità e gelo; le meringhe interrompono l'equilibrio con piccole esplosioni di dolcezza. La similitudine del dolce con i segni rapidi e dispersi dell’artista, tesi a creare un disegno dalle forme imprecise, appare evidente: il carattere comune è lo stato di mutazione continua, un piacere sorprendente per gli occhi e per il palato che lascia emergere una narrazione fatta di stratificazioni, luci e ombre.

Dunque, ciò che il progetto del «Pellico3» rivela, al di là del virtuosismo compositivo delle singole corrispondenze, è una riflessione più profonda sulla fenomenologia dell'esperienza estetica. 
Arte visiva e alta cucina condividono, nella loro accezione più radicale, la stessa fondamentale struttura: entrambe costruiscono significato attraverso la stratificazione della materia, entrambe richiedono all'osservatore o al commensale attenzione e tempo per far emergere tutta la complessità di un progetto, creativo o gastronomico, che la prima impressione non aveva rivelato. Come in una tela che si svela lentamente allo sguardo, anche il gusto si dispiega in un calmo assaporare, in cui il piatto non è solo un nutrimento, ma è anche una forma espressiva capace di evocare, emozionare e sorprendere.

Didascalie delle immagini
1. «Irish Coffe di Champignon». Pellico3, Milano; 2. La tela «Oro antico» di Claudio Verna in mostra al Pellico3 di Milano.  Courtesy: Cardi Gallery, Milano; 3. «Scampo Poché». Pellico3, Milano; 4. Ravioli di Parmigiano reggiano 18 mesi. Pellico3, Milano; 5. La tela «Percezione II» di Claudio Verna in mostra al Pellico3 di Milano.  Courtesy: Cardi Gallery, Milano; 6. La tela «Senza titolo» di Tancredi Parmiggiani in mostra al Pellico3 di Milano; 7. Scottadito di agnello al timo. Pellico3, Milano; 8. Fragole in scapece e rabarbato. Pellico3, Milano

Informazioni pratiche
Pellico3 Milano, via Silvio Pellico 3 – Milano. Informazioni: tel. +39.02.88211236 | pellico3.milano@hyatt.com. Orari: 19:00–22:00, aperto tutti i giorni tranne domenica e lunedì.  Nota: tutte le opere esposte, ad eccezione di «Senza Titolo» di Tancredi Parmeggiani, sono rese disponibili grazie alla collaborazione con Cardi Gallery