ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

mercoledì 3 giugno 2026

L’argilla, il fuoco e i «giardini d’artista»: nel Ponente ligure torna il Festival della maiolica

C’è un momento, all'inizio della stagione estiva ligure, in cui il mare smette di essere sfondo e diventa interlocutore. È quando il vento di giugno porta con sé non solo l’odore della salsedine, ma anche quello dell’argilla cotta, una «taerra bunn-a» (ovvero una «terra buona») che è da secoli vanto della Riviera di Ponente; mentre il sole riempie di riflessi la maiolica bianca e blu, quella dello stile «Antico Savona» ideato nel Seicento dal pittore genovese Giovanni Antonio Guidobono e dalla sua famiglia, con figure umane, paesaggi e scene mitologiche in monocromo turchino su superfici smaltate neutre, vertice del collezionismo ceramico ligure in tutto il mondo.
È in questo primo scorcio d’estate, con l’arrivo dei turisti e gli stabilimenti balneari che s’affollano, che la Fondazione Museo della ceramica di Savona Ets promuove, con un lungo elenco di partner istituzionali, il Festival della maiolica, manifestazione diffusa, giunta alla sua quarta edizione, che, da venerdì 5 a domenica 7 giugno, vestirà di colori e di creatività, con oltre cinquanta «eventi vista mare», la «Baia della Ceramica», ovvero i dieci chilometri di costa tra i comuni di Savona, Albissola Marina, Albissola Superiore e Celle Ligure.
Mostre, installazioni, spettacoli, laboratori, visite guidate, proiezioni e incontri accompagneranno il pubblico tra musei, spazi espositivi, botteghe, piazze, palazzi storici e stabilimenti balneari, in un programma che intreccia arti visive, artigianato e paesaggio, facendo dialogare storia e contemporaneità, tradizione e sperimentazione.
 
Il tema scelto per l’edizione 2026 - i «giardini d’artista» - non è casuale. In una regione dove la natura precipita verso il mare in terrazze strappate alla roccia, dove ogni orto è già un'opera d’arte, il giardino rappresenta da sempre un luogo di negoziazione tra il progetto umano e la forza del paesaggio. 
Quattro itinerari guidati condurranno il pubblico attraverso spazi verdi di notevole interesse storico e artistico in tutti i comuni coinvolti nella manifestazione, aprendo per la prima volta anche luoghi privati.
Tra questi siti c’è la Casa museo Jorn di Albissola Marina, un «frammento di Eden», come la definì il critico Alberico Sala, che custodisce l'eredità del pittore danese Asger Jorn, uno degli artisti che nel Novecento – insieme con Lucio Fontana, Piero Manzoni, Giuseppe Capogrossi, Enrico Baj e Wifredo Lam, ma non solo – contribuì a scrivere una nuova pagina della storia delle manifatture ceramiche albisolesi, vere e proprie fucine della sperimentazione internazionale del tempo, che videro all’opera futuristi, informali, spazialisti e non solo.
La villa sulle alture dei Bruciati - dove il co-fondatore del movimento avanguardista CoBrA assemblò pannelli e ceramiche con scarti di fornace e materiali di recupero, in un’architettura volutamente anti-perfezionista - è oggi uno degli episodi più originali della cultura europea del secondo Novecento. Il giardino della dimora affacciata sul mare, tra sculture, piastrelle colorate e profumi di piante aromatiche, è parte integrante dell’opera.
Apriranno al pubblico anche i giardini delle «Ceramiche G. Mazzotti 1903» e dello studio Ernan design, entrambi custodi di opere di Lucio Fontana, e quelli del Museo della ceramica Manlio Trucco di Albisola Superiore, ospitato nella casa-laboratorio progettata nel 1928 dal progettista Mario Labò, esempio di architettura razionalista in cui il rigore geometrico fa da contrappunto formale alla fluidità della materia ceramica custodita.
Novità di questa edizione è senz’altro l’apertura del parco privato di Villa Paola a Celle Ligure, popolato da sculture di Gianni Celano Giannici e dell’artista svedese Ansgar Elde: un giardino sinora celato al grande pubblico, che per la prima volta si apre come spazio di incontro tra arte e natura.

Dodici sono le mostre principali in programma, che tracciano un ponte tra le radici storiche della maiolica e le frontiere dell'arte contemporanea. 
L’evento di maggiore portata è certamente «Nespolo e Albisola. Fuoco ritrovato», ospitato fino al prossimo 6 settembre dal Centro esposizioni del MuDA di Albissola Marina e dal Museo della ceramica di Savona. In questi due spazi vengono presentate, per la curatela di Riccardo Zelatore, oltre trenta sculture inedite del pittore, scultore e cineasta torinese, che dagli anni Sessanta si è confrontato con l’argilla e l’alchimia della sua cottura. Si tratta di lavori dai forti contrasti cromatici e dal guizzo ironico, realizzati nella storica manifattura «Ceramiche Pierluca» di Albissola Marina, il cui linguaggio creativo riscrive i codici della Pop art e del Futurismo.
La rassegna, che al MuDA inaugura il nuovo display museografico firmato dallo studio Gianluca Peluffo e Partners, è accompagnata da una selezione di scatti del fotografo Marcello Campora, che ha seguito, con «attenzione poetica», tutte le fasi di realizzazione del lavoro di Ugo Nespolo, che si articola in sculture autoportanti, sferiche e cilindriche, più alcune inedite piastre di poesia visiva e dei piatti graffiti e a rilievo.
Nel Museo della ceramica di Savona è visitabile anche, sempre fino al 6 settembre, «Creature. Dalla carta alla creta», una mostra realizzata in collaborazione con il festival Zerodiciannove, che allinea opere di Isabella Labate, Sergio Olivotti e Philip Giordano sul rapporto tra ceramica e illustrazione, nelle quali i personaggi dei loro libri per l’infanzia prendono forma tridimensionale attraverso la creta, in un percorso che spazia da esseri che abitano il mare come il Tritone di Albaro, il Cefalo macrocefalo, il vermoide dagli occhi a ciambella a Rachele, una figura, coraggiosa e solitaria, che vive nel bosco e ama camminare tra gli alberi e i cespugli.
Sempre a Savona, ma negli spazi della Pinacoteca civica, i riflettori sono, invece, puntati sulla figura di Milena Milani, intellettuale, scrittrice e collezionista savonese, protagonista della scena culturale e artistica del Novecento, che ha trasformato la riviera di Ponente in un crocevia internazionale dell'Avanguardia, proponendo una mostra e una conferenza (venerdì 5 giugno, alle ore 17:30). Mentre la Casa Museo Jorn presenta, fino al 5 luglio, «Kotykeye», personale di Luca Trevisani, che segna l’esito finale di un articolato progetto curato da Blu – Breeding and Learning Unit di Genova, che ha vinto la tredicesima edizione dell’Italian Council, promosso dalla Direzione generale Creatività contemporanea del Ministero della Cultura.
L'installazione è frutto di una ricerca incentrata sulle antiche tecniche liguri, condotta tra le Grotte di Toirano e il laboratorio «La casa dell’arte», dove il dialogo con il maestro Danilo Trogu ha trasformato l'esperienza tecnica in una vera e propria traduzione di saperi. Ne è nata una serie di sculture in gres e in ceramica porosa, oggetti non solo da osservare, ma anche da esperire durante momenti conviviali e banchetti performativi.
Completano il quadro espositivo la collettiva «Forme e colori della Baia - Artigiani in mostra» a Celle Ligure, che raccoglie le manifatture del territorio attorno al tema del giardino, e l’iniziativa «SpiaggiArte – Una cabina d’artista», con ventidue stabilimenti balneari trasformati in micro-spazi espositivi a cielo aperto.

Il Festival della maiolica non è, però, soltanto una rassegna espositiva; è un modello di fruizione culturale diffusa che coinvolge l’intero territorio, dalle istituzioni museali ai luoghi quotidiani. La sera di venerdì 5 giugno, la ceramica arriverà a tavola con la «Cena in bianco e blu»: una tavolata collettiva a cielo aperto nel centro storico di Albissola Marina, in cui ogni partecipante contribuirà all’allestimento portando ceramiche e dettagli ispirati ai colori della maiolica ligure. Sabato 6 giugno, Albisola Superiore ospiterà, invece, «Coeval», un evento partecipativo di «Human Memories» dedicato ai più giovani, durante il quale verrà costruita una scultura in ceramica, affiancata da un «Archivio sonoro dei ricordi», in cui il pubblico potrà registrare storie e pensieri destinati a comporre una memoria condivisa.
Sul piano del dibattito scientifico, sempre sabato 6 giugno si svolgerà il convegno «La memoria viva della ceramica. Tutela e valorizzazione per il futuro degli archivi d’impresa». Tra i partecipanti si segnalano la Soprintendenza archivistica della Liguria, la Fondazione Vittoriano Bitossi di Montelupo Fiorentino, la Ceramica Gatti 1928 di Faenza, la Galleria Marca Corona di Sassuolo e la Manifattura Chini di Borgo San Lorenzo.
Il calendario comprende anche laboratori per adulti e bambini, il mercato dell’antiquariato ceramico ad Albisola Marina e la prima edizione del «Cineceramica» a Celle Ligure, con proiezioni di documentari dedicati a ceramisti e artisti come Emanuele Luzzati, Carlos Carlé e Giovanni Poggi, nonché un ricco calendario OFF tutto da scoprire sul sito ufficiale dell’iniziativa. 

Nel suo insieme, il Festival della maiolica si conferma, dunque, come un dispositivo culturale complesso, capace di attivare relazioni tra luoghi, comunità e linguaggi.
In un territorio dove la ceramica rappresenta da secoli un elemento identitario, la manifestazione contribuisce a rinnovarne il significato, rendendolo accessibile e dinamico. Così, mentre il vento porta con sé l’odore dell’argilla, il mare riflette i colori cangianti delle maioliche e le fornaci riaprono le loro porte, la «Baia della ceramica» si trasforma in un grande laboratorio a cielo aperto, dove ogni superficie racconta una storia e ogni gesto creativo rinnova un’eredità antica, proiettandola verso nuove forme di espressione.

Didascalie delle immagini
1. Giardino delle Ceramiche G.Mazzotti 1903; 2. Opera per SpiaggiArte, un'iniziativa del Festival della maiolica. Foto di repertorio; 3. Opera per SpiaggiArte, un'iniziativa del Festival della maiolica. Foto di repertorio; 4. Casa Museo Jorn. Foto: Claudio Pagnacco; 5. Ugo Nespolo, Verdicchio (particolare)., 2025. Terracotta dipinta a rilievi, 42 x 42 x 6 cm. Foto di Jorge Felix Diaz Urquiza; 6. Ugo Nespolo, Guizzi marini (particolare), 2025. Terracotta dipinta a rilievi, 47 x 26 x 27 cm. Foto di Jorge Felix Diaz Urquiza; 7. Ugo Nespolo, Musicanti (particolare), 2025. Terracotta dipinta a rilievi, 47 x 26 x 27 cm. . Foto di Jorge Felix Diaz Urquiza

Informazioni utili 

lunedì 1 giugno 2026

«Donna Repubblica. I giorni del referendum»: Federico Patellani e l’Italia del 2 giugno 1946

Italia, alba del 2 giugno 1946. L’aria è densa di una trepidazione che non ha precedenti. Tra le rovine ancora calde di un Paese uscito da un conflitto bellico devastante e da vent’anni di dittatura, tra muri anneriti dai bombardamenti e strade interrotte, un intero popolo si appresta ad andare alle urne. Quello che deve esprimere non è un voto qualsiasi: scegliere tra Repubblica o Monarchia ed eleggere i membri dell'Assemblea costituente – l'organo che avrebbe scritto la nuova Costituzione – è un passaggio importante per la storia futura delle istituzioni ed è anche una presa di posizione decisa sul passato, con le sue perdite e i suoi dolori, e sull’idea del Paese che si vuole costruire negli anni a venire, in pace e più equo, libero e con maggiori diritti per tutti.
Nelle code lunghe, ordinate e silenziose davanti ai seggi, tra cappotti lisi, abiti «della festa» e sguardi carichi di incertezza ed emozione, si consuma non una routine democratica, ma il rito di una rinascita. C’è la percezione diffusa che, per la prima volta dopo tanto tempo, la storia non stia semplicemente accadendo, ma stia passando attraverso le mani di ciascuno di quei poco più di 28milioni di italiani e italiane chiamati al voto.

2 giugno 1946: le donne al voto
Per le donne quel giorno ha un significato ancora più profondo: entrare nella cabina elettorale significa, per loro, affermare la propria esistenza politica, dopo secoli di esclusione. Sono chiamate per la prima volta  (dopo il Decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del febbraio 1945 sul suffragio universale e una sorta di «prova generale» con le elezioni amministrative del 10 marzo 1946) a decidere il destino della loro nazione e sentono l’importanza di quei gesti semplici – tracciare un segno su un simbolo o accanto a un nome, piegare una scheda e riporla in un’urna -, ma per loro nuovi e, al contempo, potenti perché non riguardano solo la loro persona, ma anche i loro figli, i loro nipoti e le generazioni a venire.
Quelle donne – diverse per vissuti, storie e cultura - stanno vivendo un momento importante non solo per la formazione dell’identità nazionale, ma anche per l’emancipazione femminile. Appaiono come un universo multiforme eppure coeso, seppure nelle differenti posizioni. C’è chi, soprattutto tra le più giovani, indossa freschi abiti primaverili a fiori e chi, tra le anziane e le madri, porta vestiti a lutto in memoria dei congiunti caduti in guerra. C’è chi arriva al seggio con lo sgabello pieghevole sotto il braccio e il cartoccio con la colazione tra le mani e chi, come l’attrice Anna Magnani, si fa fotografare mentre umetta con le labbra il lembo della scheda prima di incollarla, dopo aver votato.
Sono tutte «senza rossetto», come da indicazioni dei comitati elettorali, e hanno tutte – scrive la giornalista Anna Garofalo - «un vuoto nel petto da giorni d’esame», mentre ripassano «mentalmente la lezione», con l’ansia di non fare errori, e tengono «le schede» tra le mani «come biglietti d’amore».
Come avrebbe, poi, ricordato Tina Anselmi, le italiane partecipano al voto in numero addirittura superiore agli uomini e spazzano così via le diffidenze di chi temeva non fossero «ancora pronte» per esprimere il proprio pensiero: dei 25milioni di votanti, quasi 13 milioni sono donne, pari all’89% delle aventi diritto. Ventuno di loro vengono elette nell’Assemblea costituente e contribuiscono, con l’attenzione alle tutele sociali e alla parità di genere, a creare le basi della nostra Repubblica, che prevale nel referendum con il 54,3% dei voti contro il 45,7% della Monarchia. Cinque – le democristiane Maria Federici e Angela Gotelli, la socialista Lina Merlin, e le comuniste Teresa Noce e Nilde Iotti - partecipano alla Commissione dei settantacinque che elabora il testo costituzionale.

Buon compleanno, Repubblica! Una storia lunga ottant'anni
Nei giorni antecedenti e successivi alle elezioni, un fotografo monzese, con la sua Leica al collo, si aggira per le città italiane, segnate da profonde ferite belliche nel loro tessuto urbano, ma anche dai primi e timidi segni di ricostruzione. Si muove tra comizi, piazze gremite di folla, passanti intenti a leggere manifesti affissi ai muri, file ai seggi, feste spontanee per l’annuncio dei risultati e scatta l’immagine che avrebbe sintetizzato per sempre quel passaggio epocale della storia italiana del Novecento: il volto luminoso di una giovane donna sorridente che emerge dalla prima pagina del «Corriere della Sera» del 6 giugno 1946, uno scatto scelto come copertina del settimanale «Tempo», il numero 22 uscito nelle edicole il 15 giugno dello stesso anno.
La fotografia campeggia sul manifesto della mostra «Donna Repubblica. I giorni del referendum», allestita dal 30 maggio al 5 luglio nelle sale del Munaf – Museo nazionale di fotografia, ospitato nella prestigiosa cornice settecentesca di Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo (nel Milanese).
L’esposizione - per la curatela di Kitti Bolognesi e Giovanna Calvenzi, con Matteo Balduzzi e Maddalena Cerletti - celebra non soltanto l’ottantesimo anniversario dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946, ma anche la potenza narrativa del fotogiornalismo d’autore attraverso l’opera di Federico Patellani (Monza 1911 – Milano 1977), uno dei grandi maestri del reportage italiano, Il cui fondo, conservato proprio dal museo lombardo, accoglie oltre 620mila unità tra negativi, stampe, provini e documenti che rappresentano non solo il lascito di un singolo artista, ma un archivio della memoria collettiva italiana del Novecento: decenni di storia politica, sociale, culturale e di costume restituiti attraverso l'occhio di un osservatore raffinato e mai compiacente né retorico.

Federico Patellani: il «giornalista nuova formula» 
Ma chi è questo «sensibile e colto narratore», per usare un’espressione di Roberta Valtorta, che avrebbe dato vita al neorealismo fotografico italiano per quella sua capacità di unire l’accuratezza della cronaca giornalistica a una sensibilità estetica dal taglio cinematografico?
Nato a Monza il 1° dicembre del 1911, Federico Patellani si laurea in legge, dopo gli studi classici, e inizialmente segue la strada tracciata dal padre avvocato, ma presto l’urgenza di testimoniare quello che vede prende il sopravvento. Il suo apprendistato visivo inizia nel 1935, durante il servizio militare in Africa orientale come ufficiale del Genio: con una Leica documenta le operazioni dell'esercito, e alcune di quelle immagini vengono pubblicate sul quotidiano milanese «L'Ambrosiano». Al ritorno, prende la decisione definitiva: abbandona il diritto, mette da parte anche la pittura (altra sua passione) e si consacra definitivamente al fotogiornalismo. 
Dal 1939 inizia una lunga collaborazione con il settimanale «Tempo» di Alberto Mondadori, il rotocalco italiano che si ispira all'americano «Life», fucina di personalità del calibro di Carlo Emilio Gadda e Eugenio Montale, e che diventa la sua vetrina principale per oltre un decennio.
Nel 1943, su «Fotografia», un numero speciale di «Domus», Federico Patellani enuncia la sua poetica e parla del «giornalista nuova formula»: una figura che, prima ancora di scattare belle fotografie, deve informare il lettore, assumendo come modello il ritmo narrativo del cinema documentario. Le immagini devono essere, nelle sue stesse parole, «viventi, attuali, palpitanti». Questa visione si concretizza nei cosiddetti foto-testi: servizi narrativi in cui immagini e parole dialogano sullo stesso piano, producendo un racconto giornalistico di straordinaria efficacia. È una rivoluzione del linguaggio visivo italiano, in anticipo sui tempi: la fotografia diventa uno strumento interpretativo, capace di costruire senso e non semplicemente di registrare la realtà. È con questo stile che, durante la Seconda guerra mondiale, il fotografo monzese documenta gli effetti dei bombardamenti su Milano dell'agosto 1943, le macerie di Valmontone, gli effetti delle quattro giornate di Napoli.
Internato per due anni in Svizzera dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, Federico Patellani torna a Milano con occhi ancora più affilati, pronti a cogliere la faticosa rinascita del Paese. Nel 1952, con visione imprenditoriale anticipatrice, fonda la Pat Photo Pictures, una delle prime agenzie fotografiche moderne italiane, e collabora con le principali testate dell'epoca - dalla «Domenica del Corriere» a «Storia Illustrata» - fino alla sua morte, avvenuta a Milano il 10 febbraio 1977.

La «Donna della Repubblica»: memoria viva di un'epoca
Il servizio realizzato per il referendum del 1946, che registra il forte desiderio di partecipazione e di autodeterminazione degli italiani, rappresenta uno dei momenti più alti della sua produzione. Quelle fotografie, dallo sguardo empatico e quasi letterario, restituiscono non solo i luoghi e gli eventi che avrebbero portato alla nascita della Repubblica, ma anche le emozioni, le attese e le tensioni di quei giorni. E l'immagine della giovane donna, con il sorriso di chi ha appena visto, per la prima volta, il proprio nome – di cittadina avente diritto di voto – stampato su una tessera elettorale è il simbolo di un comune sentire, di un Paese che rinasce e decide il proprio destino, che si libera dal passato e guarda al futuro con speranza.
Quella modella ideale della nuova Italia è rimasta per molto tempo un volto senza nome. La sua identità è stata svelata solo postuma grazie alle ricerche dei giornalisti Giorgio Lonardi e Mario Tedeschini Lalli. Si tratta di Anna Iberti, impiegata amministrativa al quotidiano «Avanti!» e futura sposa del giornalista Franco Nasi.
L'obiettivo di Federico Patellani la incrocia sulla terrazza della redazione in via Senato a Milano, catturando in un istante perfetto l’ottimismo di una generazione. Lei - la donna in cui l’Italia andata al voto nel giugno del 1946 si specchia e si riconosce - sceglie per tutta la vita di custodire per sé quella vicenda, con riservatezza assoluta: una delle tante, significative contraddizioni di cui è intessuta la nostra storia più recente.

La mostra: percorso, allestimento e installazione
La mostra, allestita al piano nobile di Villa Ghirlanda, propone un percorso articolato che include stampe originali, negativi, provini e materiali d’archivio provenienti dal Fondo Federico Patellani. Questo patrimonio, di straordinaria ampiezza, consente di ricostruire non solo gli esiti finali del lavoro fotografico, ma anche il processo creativo che li ha generati, il «modo di osservare e costruire la realtà attraverso l’obiettivo».
Un’installazione video site-specific di Studio Azzurro, collettivo milanese di riferimento nell'arte interattiva e multimediale, arricchisce ulteriormente il percorso, introducendo una dimensione immersiva che dialoga con la fotografia storica. Attraverso video>, interviste e dispositivi interattivi, il visitatore è chiamato a confrontarsi con le immagini e con i metodi e le scelte del fotografo monzese, con le storie che ha incontrato e a cui ha dato voce.
Questo dialogo tra fotografia e nuove tecnologie contribuisce a rendere la mostra un’esperienza stratificata, capace di coinvolgere diversi livelli di percezione e di interpretazione: da un lato svela il «dietro le quinte» del metodo di lavoro di Federico Patellani e le sue tecniche di costruzione dell'immagine, dall'altro ne restituisce la dimensione umana e professionale attraverso le parole di chi lo ha conosciuto.
La sezione conclusiva del percorso espositivo si apre all'attualità, invitando il visitatore a riflettere sui molteplici usi che l'immagine della «Donna della Repubblica» ha conosciuto nel tempo, fino alla sua apparizione, recentissima, accanto alla Costituzione italiana e al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel messaggio di fine anno trasmesso a reti unificate.
In un’epoca caratterizzata da una sovrabbondanza di immagini, questa fotografia mantiene, dunque, una forza particolare, legata alla sua origine storica e alla sua capacità di condensare in un unico gesto una molteplicità di valori: libertà, partecipazione, emancipazione.
In conclusione, la mostra del Munaf non si limita a celebrare un anniversario, ma propone una riflessione articolata sul rapporto tra immagine, storia e cittadinanza. Attraverso lo sguardo di Federico Patellani, il visitatore è invitato a ripensare il momento della nascita della Repubblica non come un evento concluso, ma come un processo ancora in atto, che continua a interrogare il presente. E forse, come suggeriva Roland Barthes nel libro «La camera chiara» (1980), è proprio in quella «ferita» che ogni fotografia porta con sé che risiede la sua forza: la capacità di mettere in relazione tempi diversi, restituendo al presente l’intensità di un istante passato.
Nelle sale di Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo, nell’alta pianura lombarda, sembra così possibile cogliere un’eco lontana di quel giugno del 1946: il brusio delle piazze, il fruscio delle schede elettorali, e soprattutto la consapevolezza, fragile e potente, di essere parte di una storia che si sta scrivendo anche per il futuro, ricordandoci che la Repubblica non è un’istituzione immobile, ma un atto di partecipazione continua, una conquista da custodire come uno scrigno prezioso.

Didascalie delle immagini
1. Federico Patellani, Immagine per la copertina del settimanale Tempo n. 22 del 15-22 giugno 1946. Milano, 6-10 giugno 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 2. Federico Patellani, Immagine dal servizio fotografico realizzato per creare la copertina del settimanale Tempo n. 22 del 15-22 giugno 1946 in cui annunciare la vittoria della Repubblica, 6-10 giugno 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 3. Federico Patellani, Immagine dal servizio fotografico realizzato per creare la copertina del settimanale Tempo n. 22 del 15-22 giugno 1946 in cui annunciare la vittoria della Repubblica, 6-10 giugno 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 4. Federico Patellani, Scritta a favore della monarchia. Milano, 19-26 maggio 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 5. Federico Patellani, Cittadini escono dall’Ufficio elettorale dopo il voto. Milano, 2 giugno 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 6. Federico Patellani, Manifestazione in piazza del Duomo per festeggiare la vittoria della Repubblica. Milano, 11 giugno 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 7. Federico Patellani, Dopo la manifestazione monarchica in piazza del Cannone, manifestanti sventolano la bandiera del Regno d'Italia sotto la statua di Vittorio Emanuele II in piazza del Duomo. Milano, 26 maggio 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 8. Federico Patellani, Donne in piazza Castello al comizio di Achille Grandi, candidato democristiano all’Assemblea costituente. Milano, 19 maggio 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 9. Federico Patellani, Manifesti affissi per il referendum sulla scelta tra Monarchia e Repubblica e per le elezioni dell’Assemblea costituente. Milano, 2-5 giugno 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di Fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 10. Federico Patellani, Mezzo cingolato canadese di trasporto truppe in piazza Sempione. Milano, 2-6 giugno 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 11.Federico Patellani, Comizio di Achille Grandi, candidato democristiano all’Assemblea costituente, in piazza Castello. Milano, 19 maggio 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo

Informazioni utili
«Donna Repubblica. I giorni del referendum». Munaf – Museo nazionale di Fotografia | Villa Ghirlanda, via Frova 10, Cinisello Balsamo (Milano). Orari: mercoledì–venerdì, ore 16:00–19:00 | sabato–domenica, ore 10:00–19:00. Ingresso gratuito. Sito internet: https://www.munaf.it. Fino al 5 luglio 2026

venerdì 29 maggio 2026

«Fotografia europea - Fantasmi del quotidiano», a Reggio Emilia l’arte di vedere ciò che resiste alla vista

C’è un momento, la sera tardi, quando il rumore della città si fa sottile come un filo, che i ricordi vengono alla mente senza essere stati chiamati: una voce lontana torna a parlarci, un odore riaccende un’estate perduta, un gesto dimenticato riemerge con la nitidezza di una fotografia. Non abbiamo un nome esatto per questi visitatori che abitano «i corridoi del silenzio e le crepe della memoria». Sono sussurri di ciò che è stato e non vuole essere archiviato nel passato. Sono l'eco di ciò che sarebbe potuto accadere e non abbiamo vissuto, o anche di ciò che potrebbe succedere in futuro. Sono nostalgici ritorni mentali di persone che abbiamo amato e non sono più accanto a noi. Sono «presenze latenti e potenzialità sospese», che «respirano dolcemente all’interno del nostro presente».
La ventunesima edizione di «Fotografia europea», il festival internazionale di Reggio Emilia che, fino al 14 giugno, trasforma ancora una volta la città emiliana in uno dei più vivaci laboratori visivi del Vecchio continente, chiama questa soglia percettiva «Fantasmi del quotidiano».
Con questo titolo, l’evento espositivo, che nel 2022 ha vinto il prestigioso premio Photo Festival of the Year ai Lucie Awards di New York, vuole invitare il pubblico a prestare attenzione a ciò che non si vede ma agisce, a ciò che non è più presente ma non è ancora scomparso, a ciò che non è finora accaduto ma si annuncia già come potenzialità sospesa nell’aria. In questo senso, la fotografia - fin dalle sue origini ottocentesche - intrattiene un rapporto privilegiato con la traccia di una presenza che è stata e non è più, con quello che Henri Cartier-Bresson chiamava «il momento decisivo».
 
Mostre
, installazioni, eventi e pratiche partecipative - in un dialogo tra grandi maestri e giovani talenti emergenti - compongono il ricco cartellone, che vede alla direzione artistica Tim Clark (editor e curatore della rivista «1000 Words»), Luce Lebart (ricercatrice all’«Archive of Modern Conflict» e direttrice artistica del «Pavillon Populaire» di Montpellier) e Arianna Catania (fondatrice e direttrice del «Gibellina Photoroad»), oltre a Walter Guadagnini (storico della fotografia e docente all’Accademia di Belle arti di Bologna), incaricato di costruire una grande mostra commemorativa per i duecento anni dalla nascita della fotografia.
Questa polifonia curatoriale riflette una delle caratteristiche più interessanti di «Fotografia europea»: la capacità di tenere insieme, all’interno di una medesima cornice tematica, prospettive diverse per formazione, provenienza geografica e sensibilità estetica, evitando il monologo di una singola visione autoriale e producendo, invece, un dialogo aperto tra approcci differenti.
Il festival, nato nel 2006 per iniziativa della Fondazione Palazzo Magnani e del Comune di Reggio Emilia, ci restituisce così una sorta di diario intellettuale del tempo che viviamo, un archivio di preoccupazioni e desideri collettivi rifratti attraverso lo sguardo fotografico.

Cuore pulsante della manifestazione sono i Chiostri di San Pietro, che accolgono il nucleo principale delle mostre curate da Tim Clark e Luce Lebart.
Il percorso inizia con Felipe Romero Beltrán e il suo progetto «Bravo», premiato nel 2025 con il «KBr Photo Award» della Fundación Mapfre. Si tratta di un’indagine visiva lungo il Rio Bravo, il fiume al confine tra Messico e Stati Uniti, che diventa metafora di un’attesa sospesa, raccontando storie di vite in bilico tra due sponde.
Organizzato in tre capitoli - «Endings», «Bodies» e «Breaches» - il progetto sfida frontalmente i regimi di sorveglianza e identificazione che governano le politiche migratorie contemporanee, con la consapevolezza che ogni fotografia di frontiera è anche una riflessione sulla nostra capacità di vedere l’altro.
Dialoga con questo lavoro un progetto di Mohamed Hassan, dal titolo «Our Hidden Room», vincitore dello Star Photobook Dummy Award. Il lavoro si configura come un’autobiografia frammentata, costruita attorno al rapporto con il padre affetto da disturbo bipolare, in cui fotografia e scrittura si intrecciano per dare forma a ciò che il silenzio familiare aveva tenuto nascosto. Il progetto appartiene a quella tradizione della fotografia documentaria soggettiva che, da Nan Goldin in poi, ha trasformato il privato in luogo di ricerca collettiva sull’identità, la memoria e la vulnerabilità.
Negli stessi spazi, Salvatore Vitale presenta «Automated Refusal», un film che analizza la precarietà del lavoro digitale. Il fantasma qui è inscritto nelle infrastrutture invisibili che regolano la platform economy: ranking, sorveglianza, automazione.
Di segno differente è il lavoro di Marine Lanier, «Le Jardin d’Hannibal», che porta lo spettatore a 2.100 metri d'altezza nel Giardino del Lautaret, dove le piante alpine riemergono dalle nevi come orme del passaggio di Annibale, unendo scienza e visione onirica. Attraverso grandi formati e monocromi cromaticamente ispirati a Karl Blossfeldt e Anna Atkins, l’artista costruisce un erbario onirico e notturno in cui la ricerca scientifica sul cambiamento climatico si fonde con il mito antico di Annibale che attraversò le Alpi.
Nei Chiostri di San Pietro trovano posto anche Ola Rindal con «Stains and Ashes», un’esplorazione sull’errore e sulla sfocatura come dispositivi estetici, e Giulia Vanelli con «The Season», meditazione visiva sul rapporto tra memoria e oblio, ispirata a «La lentezza» di Milan Kundera e ambientata in un borgo marittimo toscano, dove il tempo è indagato come esperienza soggettiva, nel quale il passato non è mai definitivamente concluso, ma continua a sedimentarsi nei luoghi e nei corpi.
Tania Franco Klein, con «Subject Studies: Chapter I», propone, invece, un esperimento antropologico: centosei soggetti ritratti in ambienti identici ci interrogano su come pregiudizi e aspettative culturali modellino la nostra percezione dell’altro anche quando il contesto rimane invariato.
Mentre Frédéric D. Oberland espone «Vestiges du futur», in cui immagine e suono creano un’esperienza sinestetica che attraversa oltre un decennio di visioni psichedeliche e premonizioni catturate in 35mm e Super8. Il progetto esplora la condizione umana, il rapporto tra visibile e invisibile e la connessione tra mito, civiltà e natura.
Infine, al piano terra dei Chiostri di San Pietro, la committenza 2026 - progetto pensato e prodotto appositamente per il festival - vede la firma di Simona Ghizzoni, fotografa di origini reggiane, che con «Milk Wood» (titolo ispirato all’ultimo, omonimo, radiodramma di Dylan Thomas sui sogni e sulle speranze di una piccola comunità) ha condotto un processo laboratoriale partecipato nel quartiere della vecchia stazione, raccogliendo le voci e i volti di un gruppo di donne, depositarie di memoria e immaginazione collettiva, che si ritrova il mercoledì in via Turri, al Binario 49.
Al piano terra dei Chiostri di San Pietro trovano posto anche «Speciale Diciottoventicinque», un progetto formativo dedicato ai giovani tra i 18 e i 25 anni, e la mostra «Keep the Fire Burning», a cura di Francesco Colombelli, con una selezione di libri fotografici su miti, fiabe, credenze popolari e tradizioni.

Spostandoci a Palazzo Da Mosto, la collettiva «Ghostland», curata da Arianna Catania, riflette sulla condizione iper-mediata dell’esperienza contemporanea: in un’epoca in cui gli schermi non sono più semplici dispositivi ma veri e propri ambienti culturali, otto artisti provenienti da contesti geografici diversi - dalla Lituania alla Francia, dagli Stati Uniti all’Ucraina - esplorano come sorveglianza, social media, droni di guerra e archivi digitali ridisegnino il confine tra presenza e assenza, tra identità e simulacro. Tra gli artisti esposti, si segnalano: Carolyn Drake con «Next Door», che trasforma i sistemi di videosorveglianza in dispositivi di intimità; Mykola Ridnyi con «Blind Spot», che dissolve le immagini della guerra in punti ciechi visivi; Visvaldas Morkevicius con «Camouflage», che trasforma il conflitto bellico in astrazione; e Indrė Šerpytė con «This Is How We Win Wars», che mette in scena le danze dei soldati condivise sui social.
Sempre a Palazzo da Mosto, ma al piano terra, sono allestiti i progetti della Open Call, scelti dai curatori del festival tra gli oltre settecento lavori pervenuti. Federica Mambrini, con «L’albergo della lontananza», trasforma la distanza geografica tra Italia e Cile in uno spazio architettonico simbolico, dove ponti, deserti e gesti quotidiani diventano strumenti per costruire legami tangibili tra due emisferi. Mentre Emilia Martin, con «The serpent’s thread», intreccia storia e mito ricostruendo la vicenda delle cinque sorelle Andersson, vissute in un villaggio svedese all’inizio del XX secolo, e dei loro corredi tessili. L’artista esplora così il significato profondo della dote come simbolo di identità e destino sociale.
 
Proseguendo il percorso tra gli spazi ufficiali di «Fotografia europea», a Palazzo Scaruffi, edificio del XVI secolo mai utilizzato prima dal festival, Walter Guadagnini firma la mostra storica «200×200. Due secoli di fotografia e società», un percorso dalla metà dell’Ottocento a oggi, dai primi dagherrotipi agli scatti fatti con gli smartphone, che parte dalla «Veduta di Gras» di Joseph Nicéphore Niépce, realizzata nel 1826 (primo esempio rimasto di immagine fotografica), per passare in rassegna i lavori di Nadar, Curtis, Man Ray, Berenice Abbott, Dorothea Lange, Walker Evans, Gilles Caron, Henri Cartier-Bresson, Robert Capa e molti altri ancora.

Spostandoci nella Chiesa dei Santi Carlo e Agata, risalente al IX secolo, troviamo Elena Bellantoni con «Ghostwriter», una mostra, curata da Fulvio Chimento, che attraverso fotografia, cinema d’autore, scultura e installazione riflette sulla narrazione storica dal punto di vista femminile, evocando i «fantasmi della storia» come corpi imprevisti di una memoria ufficiale ancora largamente maschile.
Ci sono, poi, le mostre partner come le due allestite al Palazzo dei Musei: «Giovane Fotografia Italiana», con i progetti di sette artisti under 35, e «Luigi Ghirri. A Series of Dreams», dedicata al legame tra fotografia e musica nell’opera del maestro reggiano, con particolare riferimento a Bob Dylan, Lucio Dalla e il musicista Iosonouncane.
In questo settore del festival si innesta anche la rassegna «Francesco Guccini. Canterò soltanto il tempo» a Palazzo Gerra: un viaggio intimo nella poetica del cantautore come meditazione sul tempo, sulla parola e sulla memoria, arricchita da contributi di vari artisti e illustratori, tra cui spiccano le ricerche fotografiche di Paolo Simonazzi, che mappa la «geografia sentimentale» di Pavana, e di Kai-Uwe Schulte-Bunert, che tenta di dare una forma astratta e frammentaria alla materia fluida del ricordo.
Infine, la Collezione Maramotti presenta la prima personale italiana di Ndayé Kouagou: «Heaven’s truth», un percorso volutamente incoerente e ludico, che mette a nudo le ambiguità della comunicazione e le fragilità della nostra società.

Il festival si estende, poi, fuori dai confini degli spazi istituzionali. Una delle intuizioni più felici di «Fotografia europea» è, infatti, il «Circuito Off» che trasforma l’intera città ma anche la provincia reggiana in uno spazio espositivo diffuso: negozi, ristoranti, cortili, abitazioni private, studi professionali diventano gallerie temporanee in cui fotografi professionisti e appassionati si confrontano con i «Fantasmi del quotidiano» attraverso 272 mostre (152 nel centro storico, 61 fuori le mura e 44 in provincia). Il progetto «Off@school» estende questa vocazione partecipativa alle scuole di tutta la provincia, costruendo un percorso educativo che si intreccia con quello artistico.

In questo senso, «Fotografia europea» si configura come una vera e propria «ecologia dello sguardo», capace di attivare processi di partecipazione, educazione e confronto intergenerazionale.
Attraversare le varie mostre del festival reggiano significa, in ultima analisi, non solo guardare delle immagini, ma fermarsi tra le pieghe di ciò che normalmente sfugge allo sguardo, di quelle tracce che sono i «fantasmi del quotidiano». In questo senso, la scelta tematica del 2026 si inserisce in un dibattito culturale più ampio che attraversa la filosofia, la psicoanalisi e gli studi culturali contemporanei: la riscoperta dell'attenzione come forma di resistenza civile, la rivalutazione della lentezza e della contemplazione in un'epoca che premia la velocità e la reattività immediata. La fotografia - con la sua capacità di congelare l'istante e di restituire alla visione ciò che il flusso continuo dell'esperienza dissolve - si conferma strumento privilegiato per questa pratica, che ci permette di vedere il mondo in modo nuovo e diverso.

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