ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

giovedì 7 maggio 2026

«0-99. Design per gioco»: a Cesano Maderno una mostra tra storia e creatività contemporanea

«Il gioco è più antico della cultura, perché il concetto di cultura, per quanto possa essere definito insufficientemente, presuppone in ogni modo convivenza umana, e gli animali non hanno aspettato che gli uomini insegnassero loro a giocare. Anzi si può affermare senz'altro che la civiltà umana non ha aggiunto al concetto stesso di gioco una caratteristica essenziale». Così lo storico e linguista olandese Johan Huizinga cominciava, nel 1938, il suo saggio «Homo Ludens», indicando nel gesto ludico una delle matrici fondamentali della civiltà. Secolo dopo secolo, dadi che rotolano, numeri nascosti in un sacchetto di stoffa, pedine e tabelloni, regole e strategie codificate, mondi in miniatura su superfici di cartone, legno o carta sono, infatti, stati un modo per imparare, immaginare, sfidarsi e stare insieme. È da questa prospettiva che si può leggere la mostra «0-99. Design per gioco», allestita nelle sale di Palazzo Arese Borromeo a Cesano Maderno, in Brianza, per la curatela di Cristian Confalonieri, co-fondatore di Studiolabo e Fuorisalone.it, con Alessia Interlandi, fondatrice di in.circle, società di consulenza specializzata in comunicazione strategica e organizzazione di progetti espositivi.

In un percorso che parte dall’antica Mesopotamia per giungere al game design dei nostri giorni - il cui allestimento, dai colori neutri e dagli elementi essenziali, è firmato da Six Plus Architetti con Lola Ottolini e Gabriella Cipolla -, la rassegna prende le mosse dal libro «Atlante dei giochi da tavolo» (Topic Edizioni, 2024), scritto da Cristian Confalonieri con Andrea Cuman. È questo il riferimento culturale e scientifico per un racconto, costellato da elementi segnaletici ispirati ai «sashimono» giapponesi (gli stendardi che i guerrieri nipponici usavano in battaglia per identificare i diversi clan), grazie al quale scoprire come il gesto ludico non sia da legarsi solo al mondo dell’infanzia, ma possa anzi essere essenziale, anche in età adulta, per imparare a negoziare regole, a sperimentare ruoli, a simulare conflitti e cooperazioni, a costruire comunità. L’atto ludico è, dunque, visto, qui, come una forma di design relazionale, capace di raccontare epoche e contesti geografici e culturali.

Riproduzioni fedeli di giochi antichi, versioni giganti e pezzi in tiratura limitata o da collezione dialogano elegantemente con le sale affrescate di Palazzo Borromeo Arese, villa di delizia briantea risalente alla metà del XVII secolo, che vide lavorare pittori come Stefano Doneda detto il Montalto, Carlo Francesco Nuvolone, Giovanni Ghisolfi e Ercole Procaccini il giovane.
 
Si parte dalle origini: la Tavola reale di Ur (scoperta negli anni Venti del Novecento dall’archeologo Leonard Woolley all’intero di una tomba sumera, datata tra il 3000 e il 2500 a.C.), il Go cinese (ideato, secondo le leggende, più di 4mila anni fa dall’imperatore Yao per insegnare la disciplina al figlio Danzhu), ma anche gli scacchi, il domino, le carte e la tombola, testimoniano l’origine millenaria del gioco da tavola.
 
Si prosegue con i classici del Novecento, simboli dell’espansione del mercato ludico a partire dagli anni Settanta. Si trovano, qui, esposti «Cluedo», «Forza 4», «Monopoli» e «Risiko», quest'ultimo presentato in una versione gigante e giocabile di 90 metri quadrati.

Una delle sezioni più riuscite è quella dedicata alle reinterpretazioni d’autore, dove il gioco si fa oggetto di design. Gli scacchi in acciaio di Gianfranco Frattini, il Gioco dell’oca di Pineider, il tavolo da Carrom di Vismara Design, il tappeto da Backgammon di Valeria Molinari e la battaglia navale in legno e pelle prodotta da Pinetti trasformano il tavolo da gioco in un artefatto estetico, in un territorio in cui la bellezza non è accessoria, ma parte integrante dell’esperienza.

Al centro del percorso si trova, poi, una riflessione sul game design come disciplina autonoma. Figura chiave di questa sezione è Alex Randolph, designer inventore di giochi come «Inkognito», «Twixt», «Sagaland / Enchanted Forest», «Ghosts» e «Venice Connection», che ha introdotto il diritto all’autorialità dei creatori, imponendo il suo nome sulle confezioni. A lui sono dedicate due stanze che ne raccontano la vita, la teoria e le opere, anche attraverso la proiezione del documentario «Alex Randolph, regista di giochi» di Andrea Angiolino, per la regia di Luca Bitonte (Lucca Crea, 2022).

Lungo il percorso espositivo, si trovano, inoltre, progetti moderni come «Contemporary Chess – A Game Without Thrones», una rivisitazione del gioco degli scacchi a firma di Lorenzo Rimini, e l'installazione «La scrivania del game designer» di Spartaco Albertarelli. In mostra, quest’opera viene messa in dialogo con un manufatto della collezione permanente di Palazzo Arese Borromeo, un tavolo realizzato dell’ebanista Pierluigi Ghianda, figura nota per aver esplorato, nel corso della sua carriera, anche una dimensione ludica, creando raffinati oggetti in legno come «La scatola dei giochi» per Pomellato, un prezioso cofanetto prodotto in soli trecento esemplari.

A chiudere l’esposizione, dove è presente anche una ludoteca con i titoli più rappresentativi del panorama contemporaneo e con le illustrazioni di Marta Signori, è il progetto «memorIA», un gioco artistico sviluppato da Studiolabo e Silvia Badalotti, che esplora l’impatto dell’intelligenza artificiale nei processi creativi, aprendo nuove possibilità. Domande più che risposte aleggiano in questa sezione: cosa accade quando l’immaginazione viene condivisa con la macchina? Quale sarà il futuro di un lavoro artigianale come quello del designer di giochi? 

«0-99. Design per gioco» apre così una finestra su ciò che potrebbe accadere nei prossimi anni e, nel complesso, offre una rilettura convincente del gioco da tavolo, sottraendolo a una dimensione puramente ludica per restituirlo al campo del progetto e della cultura materiale. Ne emerge un sistema complesso, in cui regole, forme e interazioni diventano strumenti per interpretare la realtà. Più che un semplice passatempo, il gioco si conferma, dunque, come un dispositivo capace di riflettere - e talvolta anticipare - i modi in cui costruiamo relazioni, immaginiamo scenari, abitiamo il nostro tempo.

Didascalie delle immagini
Mostra «0-99. Design per gioco» (dal 10 aprile al 10 maggio 2026). Vista dell’allestimento. Palazzo Arese Borromeo, Cesano Maderno (MB). Fotografie di Jessica Soffiatti

Informazioni utili
«0-99. Design per gioco». Palazzo Arese Borromeo, via Borromeo 41 - Cesano Maderno (MB). Orari: tutti i giorni, ore 10:00-13:00 e 15:00-18:00. Ingresso: intero € 5,00, ridotto € 3,00. Sito internet: https://www.palazzoareseborromeo.it. Informazioni: Ufficio cultura – Comune di Cesano Maderno, tel. 0362.513442 -428 -536-468. Fino al 10 maggio 2026

mercoledì 6 maggio 2026

«Marea»: le onde di Melissa McGill a Venezia, in Corte Nova

A Venezia l’acqua non è mai solo un semplice confine geografico. È memoria liquida che respira tra le pietre di palazzi, consumati dalla salsedine. È la protagonista silenziosa di ogni istante di vita. Quando si prende un vaporetto, si cammina sopra un ponte, ci si affaccia da una finestra l’acqua è lì, con la sua presenza non sempre discreta. Ci sono giornate in cui sale, invade le calli e i campielli, entra nelle case e, poi, si ritira ricordando la fragilità di un ecosistema come quello lagunare, minacciato dall’innalzamento del livello del mare, dal lento sprofondamento del suolo argilloso e dal sempre più evidente cambiamento climatico. Chi vive davvero la città, e sfida la salsedine per stendere i panni al sole e al vento, ha imparato ad abituarsi al battito irregolare di una marea. Con pazienza e resistenza. Con ostinazione e rispetto.

Racconta questa storia l’intervento di arte pubblica partecipata che l’artista newyorkese Melissa McGill (Rhode Island, 1969) ha portato nel sestiere di Castello, tra i Giardini della Biennale e l’Arsenale, in occasione della pre-apertura della sessantunesima Esposizione internazionale d’arte di Venezia. Il progetto attiva, però, anche una riflessione sul turismo di massa e sulla conseguente «museificazione» della Serenissima, un fenomeno che ha visto la popolazione scendere dai 170.000 abitanti del 1950 ai meno di 50.000 attuali e, di contro, il numero dei visitatori occasionali aumentare vertiginosamente.

L’opera di Melissa McGill, intitolata «Marea» e patrocinata della Commissione nazionale italiana per l'Unesco, abita, infatti, un lembo della città che ancora resiste all’evaporazione dell’identità residenziale. Si tratta di Corte Nova, forse la calle più fotografata e pittoresca di Venezia. Qui, i tradizionali stenditoi — le tagge — diventano l’ordito su cui l'artista tesse una narrazione collettiva. Circa cento lenzuola dipinte a mano, agitate dal vento, fluttuano sopra la testa dei passanti. Questi panni stesi sono un segno di presenza, una dichiarazione silenziosa: qui abitano persone reali, con storie reali.
Ogni pezzo di stoffa è il risultato di un lavoro di archeologica sociale: nasce da un dialogo triennale con i residenti della corte, da interviste, fotografie di famiglia, memorie condivise. Persino il pigmento utilizzato per dipingere le lenzuola incorpora l’acqua prelevata direttamente dalla laguna, creando un legame ontologico tra l’opera e il suo ambiente, quasi a restituire alla città qualcosa di suo.
Il risultato visivo è quello di una marea sospesa nel cielo della calle: le lenzuola, mosse dal vento, si intrecciano e si dispiegano come onde. Per Melissa McGill, che ha lavorato all'installazione con il veneziano Massimiliano Smerghetto (da decenni impegnato nella difesa del tessuto culturale ed economico della città) e la project manager Marcella Ferrari, questo movimento non è solo estetico. È una metafora della nostra interconnessione con l’acqua e con gli altri: un respiro condiviso, un’immagine di resilienza collettiva.

L’artista, formatasi alla Rhode Island School of Design e recentemente premiata dalla Rockefeller Foundation per il suo prestigioso programma di residenza artistica e accademica sul Lago di Como, rende così omaggio a una città che considera la sua seconda casa. Venezia l’ha vista vivere un periodo formativo importante per la sua ricerca artistica, dal 1991 al 1993, e da allora Melissa McGill non ha mai smesso di tornarci. Nel corso di trent’anni ha documentato in centinaia di fotografie gli stati d’animo della laguna - la luce nelle diverse stagioni, i colori al crepuscolo, la superficie dell’acqua sotto la pioggia o nel vento - costruendo un archivio visivo che oggi alimenta direttamente le opere di «Marea».
Artista interdisciplinare e - per sua stessa definizione - «water storyteller», Melissa McGill si muove con disinvoltura tra pittura, scultura, performance, fotografia, suono e installazione video.
Il filo conduttore della sua pratica è l’acqua intesa come linguaggio: non mero elemento naturale, ma narratore di storie di luoghi, comunità, ecosistemi. Nel settembre 2025, l’artista ha, per esempio, presentato «A Lake Story – Lago Ontario», una spettacolare processione di oltre quattrocento canoe che ha colorato il bacino lacustre di Toronto, portando dipinti monocromi realizzati con pigmenti naturali raccolti dal lago e animati dal vento.

Il suo legame con Venezia ha già prodotto opere significative. Nel 2017, «The Campi», presentata anche nello studio di Carlo Scarpa all’Università Iuav, ha esplorato il suono e la vita quotidiana nelle piazze cittadine. Nel 2019, in occasione della Biennale, «Red Regatta» ha trasformato la laguna in un’opera d’arte in movimento: cinquantadue imbarcazioni tradizionali veneziane, con le loro vele dipinte di rosso, hanno animato i canali e la laguna aperta. L’iniziativa, che ha coinvolto più di duecentocinquanta veneziani, è stata accolta con un tale entusiasmo tanto da essere invitata, quello stesso anno, a inaugurare la Regata storica, l’evento principale della voga alla veneta, in scena sul Canal Grande la prima domenica di settembre.

Ciò che distingue il lavoro di Melissa McGill da molte altre esperienze di arte pubblica è il rifiuto della monumentalità calata dall’alto. Ogni suo progetto parte dall’ascolto. Nel caso di «Marea», il percorso di preparazione ha avuto il suo primo atto pubblico l’11 aprile 2025, con l’evento «Quei de la Corte Nova». Per una serata, le fotografie personali e familiari dei residenti della corte - memorie che vanno dagli anni Trenta a oggi, recuperate anche grazie all’Archivio fotografico La Gondola - sono state appese ai fili della calle, trasformando il quartiere in una mostra fotografica all’aperto vibrante e partecipata.

Parallelamente all’installazione, la galleria d’arte contemporanea 10&Zero Uno di Chiara Boscolo, in via Garibaldi (Castello 1830), ospita, fino al 20 giugno, una mostra dal titolo «Aquae», offrendo uno spazio di approfondimento critico sulla ricerca di McGill.
Il progetto è, poi, destinato ad arricchirsi con un libro e un documentario sulle testimonianze dei veneziani che vivono e amano la loro città, due strumenti narrativi complementari all’installazione visiva.

Chi passerà, in questi giorni di inizio maggio, per Corte Nova vedrà, dunque, centinaia di lenzuola dipinte ondeggiare nel cielo stretto della calle. Forse, all’inizio, le scambierà per panni stesi ad asciugare al sole. Ed è proprio in questo equivoco che risiede la forza dell’opera: un’arte che non si distingue dalla vita, perché dalla vita è generata. Quei tessuti bianchi e blu, gonfi di vento, vogliono, infatti, essere l’ultimo, poetico vessillo di un popolo che non ha mai smesso di esserci e che dice al mondo: «siamo ancora qui». Come l’acqua, proprio in questi giorni in cui la città sembra una Babele di lingue e di culture, i veneziani reclamano il loro spazio.

Didascalie delle immagini
«Marea», installazione ambientale. Venezia, Corte Nova. Vista dell'installazione. Fotografia di Marta Mancuso

Informazioni utili
«Marea», installazione ambientale. Corte Nova, sestiere di Castello - Venezia.   Informazioni: stampa italiana: CasadoroFungher Comunicazione — elena@casadorofungher.com chiara@casadorofungher.com | stampa internazionale: Hanna Gisel — hanna@hannagisel.com. Fino al 10 maggio 2026
«Aquae», mostra. Galleria 10&Zero Uno, via Garibaldi (Castello 1830) – Venezia. Orari: martedì-sabato, ore 10:30-18:00. Ingresso gratuito. Sito internet: https://www.10zerouno.com. Fino al 20 giugno 2026


martedì 5 maggio 2026

Bracha L. Ettinger nella stanza di Freud: all'Hotel Metropole di Venezia la mostra «The Room Is Shared»

C’è una stanza a Venezia, sulla Riva degli Schiavoni e a pochi passi da piazza San Marco, le cui pareti trattengono una memoria densa e stratificata che racconta una storia fatta di scrittura, sogni e musica. Qui, tra il rumore sordo dell'acqua e il silenzio dei muri antichi, Sigmund Freud tornava ogni estate, in particolare negli anni tra il 1895 e il 1899, ospite di quella che allora si chiamava Casa Kirsch e che, nei primi decenni del Settecento, era l’Antico Spedale della Pietà, la casa degli orfani della città, dove Antonio Vivaldi aveva insegnato musica alle cosiddette «figlie del coro» e aveva composto «Le quattro stagioni» (1725).

In questa stanza dove Sigmund Freud ideò e in parte scrisse la sua opera più rivoluzionaria, «L’interpretazione dei sogni» (1900), l’artista, filosofa e psicoanalista israeliana Bracha L. Ettinger (Tel Aviv, 1948) porta, nella settimana inaugurale della 61. Esposizione internazionale d’arte di Venezia, la mostra «Bracha. The Room Is Shared», a cura di Christov-Bakargiev.

Per sette giorni (da lunedì 4 a domenica 10 maggio) la camera freudiana, oggi all’interno di quello che dal 1987 è l’Hotel Metropole, viene trasformata in uno spazio pittorico e psichico, immersivo e raccolto, abitato da sette dipinti a olio, realizzati tra il 2006 e il 2025. Le superfici pittoriche dei quadri - attraversate da velature malva, rossi profondi e bianchi lattiginosi - non offrono immediatamente allo sguardo i soggetti ritratti. Volti spettrali e corpi dalle forme tremule emergono lentamente, come memorie che affiorano, e sembrano subito scomparire. Non si mostrano; si lasciano solo intravedere.

I titoli stessi dei dipinti compongono una geografia simbolica densa di significati: «Ophelia, Medusa n. 1» (2006–2013), «Angel of Carriance» (n. 2, 2015-2021 e n. 3, 2017–2021), «Annunciation - Birthing - Pieta n. 4» (2017–2021), «Annunciation, Birthing and a Girl» (2017–2023), «Angel of Carriance - Halala n. 3» (2017–2024) e «Eros – Pieta n. 7» (2019).
Immagini della tradizione occidentale come la shakespeariana Ofelia e la mitologica Medusa si sovrappongono, dunque, a una figura inventata dalla stessa artista: l'angelo della «carriance», termine in cui si fondono le azioni del «sostenere» e del «prendersi cura», per indicare un atto di trasporto compassionevole verso l'altro.

C’è così un sottile filo rosso a legare questo soggetto iconografico con il contenitore espositivo, un edificio, eretto nel 1346 per decreto del Senato della Serenissima, che ha attraversato i secoli cambiando funzione, senza mai perdere la propria vocazione di luogo di accoglienza, educazione e cura. Queste mura sono, infatti, state una casa per gli orfani di Venezia, una scuola di musica per giovani donne, un luogo di soggiorno per figure come Marcel Proust e Thomas Mann e, negli anni della Seconda guerra mondiale, un ospedale militare che guariva i feriti di ritorno dal fronte.

Accanto ai dipinti, dettati dal subconscio e frutto di un lavoro lungo e certosino, la mostra presenta anche alcune opere video inedite, che estendono il principio della stratificazione di memorie e risonanze al tempo cinematografico, e un’installazione di conchiglie, modellate dalle maree e dal tempo, e di cardo mariano. Questa pianta medicinale porta con sé una leggenda: si dice che cresca nel deserto grazie alle gocce di latte cadute dalla Vergine mentre allattava Gesù. È, dunque, un emblema silenzioso di nutrimento e resilienza in un mondo frammentato.

La camera dell’Hotel Metropole si trasforma così in quello che l’artista chiama uno spazio «matrixiale». Per comprendere questa parola - inventata a partire dal termine latino «matrix», che significa insieme «utero», «origine» e «registro» - è necessario entrare brevemente nel territorio della riflessione teorica di Bracha L. Ettinger come psicoanalista.
A partire dagli anni Novanta, la studiosa ha elaborato una proposta alternativa al dogma freudiano della soggettività come separazione traumatica dal corpo materno. A differenza del neurologo austriaco, l’artista ha proposto una visione relazionale prenatale dell’essere, nella quale io e non-io convivono e coesistono. Questa intuizione ha avuto conseguenze etiche sulla sua arte, caratterizzata da un'ampia riflessione sulla memoria collettiva e profondamente segnata dalla storia dei suoi genitori, sopravvissuti all'Olocausto.

Per Bracha L. Ettinger, la pittura non è soltanto rappresentazione. È un gesto, per sua stessa definizione, di «borderlinking» (connessione ai confini) e di «co-emergence» (co-emersione). Come osserva Christov-Bakargiev, che ha già curato esposizioni della pittrice alla 14ª Biennale di Istanbul (2015) e al Castello di Rivoli (2021–2023), questa mostra ci invita, dunque, a «sentire-con» piuttosto che a «guardare-a», creando un dialogo tra artista e spettatore, memoria individuale e trauma collettivo, che abbraccia le nostre fragilità e invita all’attenzione e alla cura.

C'è, poi, qualcosa di deliberatamente controcorrente in questo progetto espositivo. Nei giorni in cui Venezia diventa il palcoscenico più affollato, rumoroso e mediatizzato dell'arte contemporanea mondiale, «Bracha. The Room Is Shared» si propone come una «piccola» mostra, forse la più piccola di Venezia, con i suoi sette dipinti in una sola stanza, visitabili da gruppi di otto persone (ogni trenta minuti e con la prenotazione obbligatoria) e con il silenzio come conditio sine qua non dell'esperienza immersiva.

Lasciandosi alle spalle le ombre malva di corpi evanescenti e il profumo del cardo selvatico, resta la sensazione di aver respirato, come dice l’artista, «con-in-per» per l'altro. Bracha L. Ettinger non ci lascia risposte, ma ci restituisce una certezza: nell’increspatura di un riflesso o nel silenzio di una ferita, non siamo mai veramente soli. Siamo parte di un respiro comune, fili di una trama che continua a tessersi, ostinatamente, contro il buio della storia.

Didascalie delle immagini
1. Bracha L. Ettinger, Angel Waterdreaming, 2025, fotogramma da video digitale animato; 2. Bracha L. Ettinger. Photo M. L. Gioffre. Courtesy the artist; 3. Archival image of the Hotel Metropole, Venice; 4. Da sinistra a destra: Ophelia, Medusa n. 1, 2006-2013, olio su carta riportata su tela, 28 x 24,5 cm; Angel of Carriance n. 3, 2015-2021, olio su tela, 20 x 20 cm; Annunciation – Birthing – Pieta n. 4, 2017-2021, olio su tela, 25 x 25 cm; Angel of Carriance n. 2, 2017-2021, olio su tela, 25 x 25 cm; 5. Da sinistra a destra,Annunciation, Birthing and a Girl, 2017-2023, olio su tela, 50 x 43,5 cm; Angel of Carriance – Halala n.3, 2017-2024, olio su tela, 50 x 50 cm; Eros – Pieta n. 7, 2019, olio su tela, 25 x 25 cm

Informazioni utili 
«Bracha. The Room Is Shared». Hotel Metropole, Riva degli Schiavoni 4149 (Vaporetto: San Zaccaria) - Venezia . 4–10 maggio 2026. Curata da Carolyn Christov-Bakargiev. Orari: 4–9 maggio, 10:00–20:00 | 10 maggio, 10:00–13:00. Visite ogni 30 minuti in gruppi di otto persone. Prenotazione anticipata obbligatoria a questo link: https://www.eventbrite.com/e/bracha-l-ettinger-bracha-the-room-is-shared-tickets-1983794687312. Pubblicazioni: la mostra è accompagnata da un leporello d’artista realizzato appositamente, concepito come estensione del progetto. Sarà inoltre disponibile una nuova monografia intitolata Bracha Lichtenberg Ettinger, curata da Marie Siguier e Laure Chauvelot del Centre Pompidou insieme all’artista, pubblicata in francese e inglese da Skira, Parigi. Contiene, tra gli altri, saggi di Carolyn Christov-Bakargiev, Donatien Grau, Laure Chauvelot / Marie Siguier e Griselda Pollock, nonché un’intervista di Hans Ulrich Obrist. Ufficio stampa Italia: stampa@stilema-to.it. Dal 4 al 10 maggio 2026