ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

mercoledì 6 maggio 2026

«Marea»: le onde di Melissa McGill a Venezia, in Corte Nova

A Venezia l’acqua non è mai solo un semplice confine geografico. È memoria liquida che respira tra le pietre di palazzi, consumati dalla salsedine. È la protagonista silenziosa di ogni istante di vita. Quando si prende un vaporetto, si cammina sopra un ponte, ci si affaccia da una finestra l’acqua è lì, con la sua presenza non sempre discreta. Ci sono giornate in cui sale, invade le calli e i campielli, entra nelle case e, poi, si ritira ricordando la fragilità di un ecosistema come quello lagunare, minacciato dall’innalzamento del livello del mare, dal lento sprofondamento del suolo argilloso e dal sempre più evidente cambiamento climatico. Chi vive davvero la città, e sfida la salsedine per stendere i panni al sole e al vento, ha imparato ad abituarsi al battito irregolare di una marea. Con pazienza e resistenza. Con ostinazione e rispetto.

Racconta questa storia l’intervento di arte pubblica partecipata che l’artista newyorkese Melissa McGill (Rhode Island, 1969) ha portato nel sestiere di Castello, tra i Giardini della Biennale e l’Arsenale, in occasione della pre-apertura della sessantunesima Esposizione internazionale d’arte di Venezia. Il progetto attiva, però, anche una riflessione sul turismo di massa e sulla conseguente «museificazione» della Serenissima, un fenomeno che ha visto la popolazione scendere dai 170.000 abitanti del 1950 ai meno di 50.000 attuali e, di contro, il numero dei visitatori occasionali aumentare vertiginosamente.

L’opera di Melissa McGill, intitolata «Marea» e patrocinata della Commissione nazionale italiana per l'Unesco, abita, infatti, un lembo della città che ancora resiste all’evaporazione dell’identità residenziale. Si tratta di Corte Nova, forse la calle più fotografata e pittoresca di Venezia. Qui, i tradizionali stenditoi — le tagge — diventano l’ordito su cui l'artista tesse una narrazione collettiva. Circa cento lenzuola dipinte a mano, agitate dal vento, fluttuano sopra la testa dei passanti. Questi panni stesi sono un segno di presenza, una dichiarazione silenziosa: qui abitano persone reali, con storie reali.
Ogni pezzo di stoffa è il risultato di un lavoro di archeologica sociale: nasce da un dialogo triennale con i residenti della corte, da interviste, fotografie di famiglia, memorie condivise. Persino il pigmento utilizzato per dipingere le lenzuola incorpora l’acqua prelevata direttamente dalla laguna, creando un legame ontologico tra l’opera e il suo ambiente, quasi a restituire alla città qualcosa di suo.
Il risultato visivo è quello di una marea sospesa nel cielo della calle: le lenzuola, mosse dal vento, si intrecciano e si dispiegano come onde. Per Melissa McGill, che ha lavorato all'installazione con il veneziano Massimiliano Smerghetto (da decenni impegnato nella difesa del tessuto culturale ed economico della città) e la project manager Marcella Ferrari, questo movimento non è solo estetico. È una metafora della nostra interconnessione con l’acqua e con gli altri: un respiro condiviso, un’immagine di resilienza collettiva.

L’artista, formatasi alla Rhode Island School of Design e recentemente premiata dalla Rockefeller Foundation per il suo prestigioso programma di residenza artistica e accademica sul Lago di Como, rende così omaggio a una città che considera la sua seconda casa. Venezia l’ha vista vivere un periodo formativo importante per la sua ricerca artistica, dal 1991 al 1993, e da allora Melissa McGill non ha mai smesso di tornarci. Nel corso di trent’anni ha documentato in centinaia di fotografie gli stati d’animo della laguna - la luce nelle diverse stagioni, i colori al crepuscolo, la superficie dell’acqua sotto la pioggia o nel vento - costruendo un archivio visivo che oggi alimenta direttamente le opere di «Marea».
Artista interdisciplinare e - per sua stessa definizione - «water storyteller», Melissa McGill si muove con disinvoltura tra pittura, scultura, performance, fotografia, suono e installazione video.
Il filo conduttore della sua pratica è l’acqua intesa come linguaggio: non mero elemento naturale, ma narratore di storie di luoghi, comunità, ecosistemi. Nel settembre 2025, l’artista ha, per esempio, presentato «A Lake Story – Lago Ontario», una spettacolare processione di oltre quattrocento canoe che ha colorato il bacino lacustre di Toronto, portando dipinti monocromi realizzati con pigmenti naturali raccolti dal lago e animati dal vento.

Il suo legame con Venezia ha già prodotto opere significative. Nel 2017, «The Campi», presentata anche nello studio di Carlo Scarpa all’Università Iuav, ha esplorato il suono e la vita quotidiana nelle piazze cittadine. Nel 2019, in occasione della Biennale, «Red Regatta» ha trasformato la laguna in un’opera d’arte in movimento: cinquantadue imbarcazioni tradizionali veneziane, con le loro vele dipinte di rosso, hanno animato i canali e la laguna aperta. L’iniziativa, che ha coinvolto più di duecentocinquanta veneziani, è stata accolta con un tale entusiasmo tanto da essere invitata, quello stesso anno, a inaugurare la Regata storica, l’evento principale della voga alla veneta, in scena sul Canal Grande la prima domenica di settembre.

Ciò che distingue il lavoro di Melissa McGill da molte altre esperienze di arte pubblica è il rifiuto della monumentalità calata dall’alto. Ogni suo progetto parte dall’ascolto. Nel caso di «Marea», il percorso di preparazione ha avuto il suo primo atto pubblico l’11 aprile 2025, con l’evento «Quei de la Corte Nova». Per una serata, le fotografie personali e familiari dei residenti della corte - memorie che vanno dagli anni Trenta a oggi, recuperate anche grazie all’Archivio fotografico La Gondola - sono state appese ai fili della calle, trasformando il quartiere in una mostra fotografica all’aperto vibrante e partecipata.

Parallelamente all’installazione, la galleria d’arte contemporanea 10&Zero Uno di Chiara Boscolo, in via Garibaldi (Castello 1830), ospita, fino al 20 giugno, una mostra dal titolo «Aquae», offrendo uno spazio di approfondimento critico sulla ricerca di McGill.
Il progetto è, poi, destinato ad arricchirsi con un libro e un documentario sulle testimonianze dei veneziani che vivono e amano la loro città, due strumenti narrativi complementari all’installazione visiva.

Chi passerà, in questi giorni di inizio maggio, per Corte Nova vedrà, dunque, centinaia di lenzuola dipinte ondeggiare nel cielo stretto della calle. Forse, all’inizio, le scambierà per panni stesi ad asciugare al sole. Ed è proprio in questo equivoco che risiede la forza dell’opera: un’arte che non si distingue dalla vita, perché dalla vita è generata. Quei tessuti bianchi e blu, gonfi di vento, vogliono, infatti, essere l’ultimo, poetico vessillo di un popolo che non ha mai smesso di esserci e che dice al mondo: «siamo ancora qui». Come l’acqua, proprio in questi giorni in cui la città sembra una Babele di lingue e di culture, i veneziani reclamano il loro spazio.

Didascalie delle immagini
«Marea», installazione ambientale. Venezia, Corte Nova. Vista dell'installazione. Fotografia di Marta Mancuso

Informazioni utili
«Marea», installazione ambientale. Corte Nova, sestiere di Castello - Venezia.   Informazioni: stampa italiana: CasadoroFungher Comunicazione — elena@casadorofungher.com chiara@casadorofungher.com | stampa internazionale: Hanna Gisel — hanna@hannagisel.com. Fino al 10 maggio 2026
«Aquae», mostra. Galleria 10&Zero Uno, via Garibaldi (Castello 1830) – Venezia. Orari: martedì-sabato, ore 10:30-18:00. Ingresso gratuito. Sito internet: https://www.10zerouno.com. Fino al 20 giugno 2026


martedì 5 maggio 2026

Bracha L. Ettinger nella stanza di Freud: all'Hotel Metropole di Venezia la mostra «The Room Is Shared»

C’è una stanza a Venezia, sulla Riva degli Schiavoni e a pochi passi da piazza San Marco, le cui pareti trattengono una memoria densa e stratificata che racconta una storia fatta di scrittura, sogni e musica. Qui, tra il rumore sordo dell'acqua e il silenzio dei muri antichi, Sigmund Freud tornava ogni estate, in particolare negli anni tra il 1895 e il 1899, ospite di quella che allora si chiamava Casa Kirsch e che, nei primi decenni del Settecento, era l’Antico Spedale della Pietà, la casa degli orfani della città, dove Antonio Vivaldi aveva insegnato musica alle cosiddette «figlie del coro» e aveva composto «Le quattro stagioni» (1725).

In questa stanza dove Sigmund Freud ideò e in parte scrisse la sua opera più rivoluzionaria, «L’interpretazione dei sogni» (1900), l’artista, filosofa e psicoanalista israeliana Bracha L. Ettinger (Tel Aviv, 1948) porta, nella settimana inaugurale della 61. Esposizione internazionale d’arte di Venezia, la mostra «Bracha. The Room Is Shared», a cura di Christov-Bakargiev.

Per sette giorni (da lunedì 4 a domenica 10 maggio) la camera freudiana, oggi all’interno di quello che dal 1987 è l’Hotel Metropole, viene trasformata in uno spazio pittorico e psichico, immersivo e raccolto, abitato da sette dipinti a olio, realizzati tra il 2006 e il 2025. Le superfici pittoriche dei quadri - attraversate da velature malva, rossi profondi e bianchi lattiginosi - non offrono immediatamente allo sguardo i soggetti ritratti. Volti spettrali e corpi dalle forme tremule emergono lentamente, come memorie che affiorano, e sembrano subito scomparire. Non si mostrano; si lasciano solo intravedere.

I titoli stessi dei dipinti compongono una geografia simbolica densa di significati: «Ophelia, Medusa n. 1» (2006–2013), «Angel of Carriance» (n. 2, 2015-2021 e n. 3, 2017–2021), «Annunciation - Birthing - Pieta n. 4» (2017–2021), «Annunciation, Birthing and a Girl» (2017–2023), «Angel of Carriance - Halala n. 3» (2017–2024) e «Eros – Pieta n. 7» (2019).
Immagini della tradizione occidentale come la shakespeariana Ofelia e la mitologica Medusa si sovrappongono, dunque, a una figura inventata dalla stessa artista: l'angelo della «carriance», termine in cui si fondono le azioni del «sostenere» e del «prendersi cura», per indicare un atto di trasporto compassionevole verso l'altro.

C’è così un sottile filo rosso a legare questo soggetto iconografico con il contenitore espositivo, un edificio, eretto nel 1346 per decreto del Senato della Serenissima, che ha attraversato i secoli cambiando funzione, senza mai perdere la propria vocazione di luogo di accoglienza, educazione e cura. Queste mura sono, infatti, state una casa per gli orfani di Venezia, una scuola di musica per giovani donne, un luogo di soggiorno per figure come Marcel Proust e Thomas Mann e, negli anni della Seconda guerra mondiale, un ospedale militare che guariva i feriti di ritorno dal fronte.

Accanto ai dipinti, dettati dal subconscio e frutto di un lavoro lungo e certosino, la mostra presenta anche alcune opere video inedite, che estendono il principio della stratificazione di memorie e risonanze al tempo cinematografico, e un’installazione di conchiglie, modellate dalle maree e dal tempo, e di cardo mariano. Questa pianta medicinale porta con sé una leggenda: si dice che cresca nel deserto grazie alle gocce di latte cadute dalla Vergine mentre allattava Gesù. È, dunque, un emblema silenzioso di nutrimento e resilienza in un mondo frammentato.

La camera dell’Hotel Metropole si trasforma così in quello che l’artista chiama uno spazio «matrixiale». Per comprendere questa parola - inventata a partire dal termine latino «matrix», che significa insieme «utero», «origine» e «registro» - è necessario entrare brevemente nel territorio della riflessione teorica di Bracha L. Ettinger come psicoanalista.
A partire dagli anni Novanta, la studiosa ha elaborato una proposta alternativa al dogma freudiano della soggettività come separazione traumatica dal corpo materno. A differenza del neurologo austriaco, l’artista ha proposto una visione relazionale prenatale dell’essere, nella quale io e non-io convivono e coesistono. Questa intuizione ha avuto conseguenze etiche sulla sua arte, caratterizzata da un'ampia riflessione sulla memoria collettiva e profondamente segnata dalla storia dei suoi genitori, sopravvissuti all'Olocausto.

Per Bracha L. Ettinger, la pittura non è soltanto rappresentazione. È un gesto, per sua stessa definizione, di «borderlinking» (connessione ai confini) e di «co-emergence» (co-emersione). Come osserva Christov-Bakargiev, che ha già curato esposizioni della pittrice alla 14ª Biennale di Istanbul (2015) e al Castello di Rivoli (2021–2023), questa mostra ci invita, dunque, a «sentire-con» piuttosto che a «guardare-a», creando un dialogo tra artista e spettatore, memoria individuale e trauma collettivo, che abbraccia le nostre fragilità e invita all’attenzione e alla cura.

C'è, poi, qualcosa di deliberatamente controcorrente in questo progetto espositivo. Nei giorni in cui Venezia diventa il palcoscenico più affollato, rumoroso e mediatizzato dell'arte contemporanea mondiale, «Bracha. The Room Is Shared» si propone come una «piccola» mostra, forse la più piccola di Venezia, con i suoi sette dipinti in una sola stanza, visitabili da gruppi di otto persone (ogni trenta minuti e con la prenotazione obbligatoria) e con il silenzio come conditio sine qua non dell'esperienza immersiva.

Lasciandosi alle spalle le ombre malva di corpi evanescenti e il profumo del cardo selvatico, resta la sensazione di aver respirato, come dice l’artista, «con-in-per» per l'altro. Bracha L. Ettinger non ci lascia risposte, ma ci restituisce una certezza: nell’increspatura di un riflesso o nel silenzio di una ferita, non siamo mai veramente soli. Siamo parte di un respiro comune, fili di una trama che continua a tessersi, ostinatamente, contro il buio della storia.

Didascalie delle immagini
1. Bracha L. Ettinger, Angel Waterdreaming, 2025, fotogramma da video digitale animato; 2. Bracha L. Ettinger. Photo M. L. Gioffre. Courtesy the artist; 3. Archival image of the Hotel Metropole, Venice; 4. Da sinistra a destra: Ophelia, Medusa n. 1, 2006-2013, olio su carta riportata su tela, 28 x 24,5 cm; Angel of Carriance n. 3, 2015-2021, olio su tela, 20 x 20 cm; Annunciation – Birthing – Pieta n. 4, 2017-2021, olio su tela, 25 x 25 cm; Angel of Carriance n. 2, 2017-2021, olio su tela, 25 x 25 cm; 5. Da sinistra a destra,Annunciation, Birthing and a Girl, 2017-2023, olio su tela, 50 x 43,5 cm; Angel of Carriance – Halala n.3, 2017-2024, olio su tela, 50 x 50 cm; Eros – Pieta n. 7, 2019, olio su tela, 25 x 25 cm

Informazioni utili 
«Bracha. The Room Is Shared». Hotel Metropole, Riva degli Schiavoni 4149 (Vaporetto: San Zaccaria) - Venezia . 4–10 maggio 2026. Curata da Carolyn Christov-Bakargiev. Orari: 4–9 maggio, 10:00–20:00 | 10 maggio, 10:00–13:00. Visite ogni 30 minuti in gruppi di otto persone. Prenotazione anticipata obbligatoria a questo link: https://www.eventbrite.com/e/bracha-l-ettinger-bracha-the-room-is-shared-tickets-1983794687312. Pubblicazioni: la mostra è accompagnata da un leporello d’artista realizzato appositamente, concepito come estensione del progetto. Sarà inoltre disponibile una nuova monografia intitolata Bracha Lichtenberg Ettinger, curata da Marie Siguier e Laure Chauvelot del Centre Pompidou insieme all’artista, pubblicata in francese e inglese da Skira, Parigi. Contiene, tra gli altri, saggi di Carolyn Christov-Bakargiev, Donatien Grau, Laure Chauvelot / Marie Siguier e Griselda Pollock, nonché un’intervista di Hans Ulrich Obrist. Ufficio stampa Italia: stampa@stilema-to.it. Dal 4 al 10 maggio 2026    

lunedì 4 maggio 2026

Riaprono le Galeazze dell’Arsenale. Venezia ospita una performance di Faustin Linyekula

C’è stato un tempo in cui, all’interno dell’Arsenale di Venezia, il suono dominante non era quello dell’acqua, ma quello del lavoro: un frastuono costante di martelli battuti sul ferro, uno stridio ritmico e ripetitivo di legno tagliato, assordanti cigolii di carrucole in movimento, un rincorrersi di voci e comandi dei maestri d’ascia. Erano gli anni della Serenissima e la potenza della città lagunare non risiedeva solo nelle rotte commerciali lungo le quali viaggiavano esotiche spezie e pietre preziose provenienti dall’Oriente, ma anche nel ritmo incessante e metodico della sua produzione navale.
Se l’Arsenale era il cuore pulsante e strategico della Repubblica veneziana, dove nel periodo di massimo splendore trovarono lavoro più di sedicimila persone, le Galeazze ne erano il nodo produttivo più complesso e specializzato.

In questi spazi, costruiti nel Cinquecento per progettare un nuovo tipo di vascello da guerra, destinato a rilevarsi decisivo per la vittoria della Lega Santa di papa Pio V nella battaglia di Lepanto (1571) contro l’Impero Ottomano, la carpenteria navale si faceva architettura monumentale. E le dimensioni del cantiere produttivo, luogo emblematico della proto-industrializzazione europea, venivano adatte alle esigenze costruttive di queste nuove grandi imbarcazioni, veri e propri «fortini viaggianti» che univano la potenza di fuoco di un galeone con la facilità di manovra di una galea.
Una superficie di oltre tremila metri quadrati (indispensabile per ospitare lo scheletro di navi che potevano superare i cinquanta metri di lunghezza), un susseguirsi di navate aperte al cielo con un'altezza di oltre quattordici metri e l’affaccio sull’acqua definiscono, infatti, l’architettura delle Galeazze, struttura, nell’Arsenale Nord, custodita per secoli dietro mura che, dopo la caduta della Serenissima e il conseguente declino delle grandi commesse belliche, pochi veneziani hanno avuto il privilegio di varcare.

Oggi, dopo decenni di silenzio interrotto solo dallo sciabordio dell’acqua e nell’ambito di un primo intervento di restauro e di valorizzazione promosso dai Comitati privati internazionali per la salvaguardia di Venezia, in collaborazione con Vela Spa, queste navate tornano a svelarsi al grande pubblico.

In occasione della 61. Esposizione internazionale d'arte di Venezia, curata da Koyo Kouoh e intitolata «In Minor Keys», la Scuola Piccola Zattere, che ha in gestione lo spazio, presenta, per le giornate di martedì 5 e mercoledì 6 maggio, l’intervento performativo «The Galeazze Project», a firma del danzatore, coreografo e regista africano Faustin Linyekula (Ubundu – Zaire, 1974), fondatore degli Studios Kabako a Kisangani e docente alla New York University Abu Dhabi, la cui pratica si sviluppa da oltre due decenni all’intersezione tra danza, narrazione e memoria, in dialogo con il contesto della Repubblica democratica del Congo e con le sue eredità coloniali. Nel linguaggio creativo dell’artista, che ha presentato i suoi lavori anche al Moma di New York e al Festival d’Avignone, il corpo è visto come un archivio attivo, ovvero come un luogo di sedimentazione e riscrittura delle storie attraverso il movimento, la voce e il respiro.

A Venezia Faustin Linyekula riattiva l’architettura delle Galeazze usandola non come un semplice palcoscenico, ma come parte integrante della sua performance. Il progetto assume, infatti, la forma di un «cantiere temporaneo», in cui piattaforme, impalcature e sistemi luminosi ridefiniscono continuamente la percezione e l’uso dello spazio.

Accanto al coreografo, una rete di performer e musicisti veneziani, tra cui il collettivo Cosmogram, contribuisce a costruire la tessitura relazionale e sonora della performance, ulteriormente articolata dalla presenza del musicista Heru Shabaka-Ra, figura chiave del free jazz e dell’afrofuturismo. La curatela del progetto, promosso dalla Scuola Piccola Zattere con Studio Kabako, è, invece, affidata a Edoardo Lazzari; mentre il progetto spaziale è sviluppato da Cosimo Ferrigolo e Dirk Bell.

All’interno di questo quadro coreografico viene evocata la figura del còdega, il tradizionale portatore di luce veneziano che guidava i passanti attraverso le calli buie. La luce si trasforma così in dispositivo coreografico: orienta i corpi, li espone o li sottrae allo sguardo, ne articola le relazioni con gli ambienti, costruendo una drammaturgia visiva che sostituisce la frontalità teatrale con una condizione immersiva.
Il pubblico, infatti, non è spettatore passivo ma parte di un ambiente condiviso. Muovendosi all’interno dello spazio, contribuisce a ridefinire le relazioni percettive e politiche della performance. In questo senso, «The Galeazze Project» si inscrive in una linea di pratiche contemporanee che interrogano la partecipazione non come interattività spettacolare, ma come co-presenza situata.

Per due sere Venezia tornerà, dunque, ad abitare il suo glorioso passato. Le pareti di mattoni rossi delle Galeazze, con tutta la loro rugosità cinquecentesca, ritorneranno a vivere. E questo è una notizia non da poco. Perché quei corpi che si libreranno nell'aria, quei suoni che dilagheranno tra le navate, quei riflessi di luci e d'acqua che dialogheranno con il cielo dimostrano qualcosa di semplice e rivoluzionario insieme: l'arte, la danza, la cultura possono restituire vita ai manufatti dell’archeologia industriale.
Faustin Linyekula porta, dunque, a Venezia una lezione che ha imparato nella sua terra: i luoghi feriti dalla storia possono essere reinventati, possono tornare a parlarci con una nuova voce. Il còdega ha davvero fatto il suo lavoro: ha acceso la lanterna, ha indicato la strada. Ora non resta che continuare a camminare.

Didascalie delle immagini
©Giacomo Bianco

Informazioni utili

«The Galeazze Project». Una performance di Faustin Linyekula, in collaborazione con Heru Shabaka-Ra. Con Marco Bertani, Davide Di Liberto, Gaia Ginevra Giorgi, Trevor Louw, Luca Maino, Bianca Martinelli, Tulls Primultini, Nuvola Ravera, Vittorio Tommasi e Denise Tosato e con Simone Carraro, Sofia Pozdniakova, Gabriele Tai ed Emanuele Wiltsch Barberio. Galeazze, Arsenale Nord - Venezia. Come arrivare: per raggiungere l'evento sono disponibili due punti di accesso: • Celestia — fermata del vaporetto (linee 4.1, 4.2, 5.1, 5.2), da qui si percorre la passerella di Calle Giazzo; • Shuttle dalla Biennale — disponibile prima dell'evento per chi arriva dagli spazi della Biennale nell'Arsenale Sud. Punto d'incontro: Giardino delle Vergini. Performance: 5-6 maggio 2026, dalle ore 19.00. L'ingresso è gratuito su registrazione. Ufficio stampa: Barbati Maria Elena, hello@mebarbati.com | Bertolissi Bianca Maria, hello@bmbertolissi.com La prenotazione è disponibile al seguente link: https://www.eventbrite.com/e/the-galeazze-project-by-faustin-linyekula-tickets-1987392452324.