ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

lunedì 1 giugno 2026

«Donna Repubblica. I giorni del referendum»: Federico Patellani e l’Italia del 2 giugno 1946

Italia, alba del 2 giugno 1946. L’aria è densa di una trepidazione che non ha precedenti. Tra le rovine ancora calde di un Paese uscito da un conflitto bellico devastante e da vent’anni di dittatura, tra muri anneriti dai bombardamenti e strade interrotte, un intero popolo si appresta ad andare alle urne. Quello che deve esprimere non è un voto qualsiasi: scegliere tra Repubblica o Monarchia ed eleggere i membri dell'Assemblea costituente – l'organo che avrebbe scritto la nuova Costituzione – è un passaggio importante per la storia futura delle istituzioni ed è anche una presa di posizione decisa sul passato, con le sue perdite e i suoi dolori, e sull’idea del Paese che si vuole costruire negli anni a venire, in pace e più equo, libero e con maggiori diritti per tutti.
Nelle code lunghe, ordinate e silenziose davanti ai seggi, tra cappotti lisi, abiti «della festa» e sguardi carichi di incertezza ed emozione, si consuma non una routine democratica, ma il rito di una rinascita. C’è la percezione diffusa che, per la prima volta dopo tanto tempo, la storia non stia semplicemente accadendo, ma stia passando attraverso le mani di ciascuno di quei poco più di 28milioni di italiani e italiane chiamati al voto.

2 giugno 1946: le donne al voto
Per le donne quel giorno ha un significato ancora più profondo: entrare nella cabina elettorale significa, per loro, affermare la propria esistenza politica, dopo secoli di esclusione. Sono chiamate per la prima volta  (dopo il Decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del febbraio 1945 sul suffragio universale e una sorta di «prova generale» con le elezioni amministrative del 10 marzo 1946) a decidere il destino della loro nazione e sentono l’importanza di quei gesti semplici – tracciare un segno su un simbolo o accanto a un nome, piegare una scheda e riporla in un’urna -, ma per loro nuovi e, al contempo, potenti perché non riguardano solo la loro persona, ma anche i loro figli, i loro nipoti e le generazioni a venire.
Quelle donne – diverse per vissuti, storie e cultura - stanno vivendo un momento importante non solo per la formazione dell’identità nazionale, ma anche per l’emancipazione femminile. Appaiono come un universo multiforme eppure coeso, seppure nelle differenti posizioni. C’è chi, soprattutto tra le più giovani, indossa freschi abiti primaverili a fiori e chi, tra le anziane e le madri, porta vestiti a lutto in memoria dei congiunti caduti in guerra. C’è chi arriva al seggio con lo sgabello pieghevole sotto il braccio e il cartoccio con la colazione tra le mani e chi, come l’attrice Anna Magnani, si fa fotografare mentre umetta con le labbra il lembo della scheda prima di incollarla, dopo aver votato.
Sono tutte «senza rossetto», come da indicazioni dei comitati elettorali, e hanno tutte – scrive la giornalista Anna Garofalo - «un vuoto nel petto da giorni d’esame», mentre ripassano «mentalmente la lezione», con l’ansia di non fare errori, e tengono «le schede» tra le mani «come biglietti d’amore».
Come avrebbe, poi, ricordato Tina Anselmi, le italiane partecipano al voto in numero addirittura superiore agli uomini e spazzano così via le diffidenze di chi temeva non fossero «ancora pronte» per esprimere il proprio pensiero: dei 25milioni di votanti, quasi 13 milioni sono donne, pari all’89% delle aventi diritto. Ventuno di loro vengono elette nell’Assemblea costituente e contribuiscono, con l’attenzione alle tutele sociali e alla parità di genere, a creare le basi della nostra Repubblica, che prevale nel referendum con il 54,3% dei voti contro il 45,7% della Monarchia. Cinque – le democristiane Maria Federici e Angela Gotelli, la socialista Lina Merlin, e le comuniste Teresa Noce e Nilde Iotti - partecipano alla Commissione dei settantacinque che elabora il testo costituzionale.

Buon compleanno, Repubblica! Una storia lunga ottant'anni
Nei giorni antecedenti e successivi alle elezioni, un fotografo monzese, con la sua Leica al collo, si aggira per le città italiane, segnate da profonde ferite belliche nel loro tessuto urbano, ma anche dai primi e timidi segni di ricostruzione. Si muove tra comizi, piazze gremite di folla, passanti intenti a leggere manifesti affissi ai muri, file ai seggi, feste spontanee per l’annuncio dei risultati e scatta l’immagine che avrebbe sintetizzato per sempre quel passaggio epocale della storia italiana del Novecento: il volto luminoso di una giovane donna sorridente che emerge dalla prima pagina del «Corriere della Sera» del 6 giugno 1946, uno scatto scelto come copertina del settimanale «Tempo», il numero 22 uscito nelle edicole il 15 giugno dello stesso anno.
La fotografia campeggia sul manifesto della mostra «Donna Repubblica. I giorni del referendum», allestita dal 30 maggio al 5 luglio nelle sale del Munaf – Museo nazionale di fotografia, ospitato nella prestigiosa cornice settecentesca di Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo (nel Milanese).
L’esposizione - per la curatela di Kitti Bolognesi e Giovanna Calvenzi, con Matteo Balduzzi e Maddalena Cerletti - celebra non soltanto l’ottantesimo anniversario dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946, ma anche la potenza narrativa del fotogiornalismo d’autore attraverso l’opera di Federico Patellani (Monza 1911 – Milano 1977), uno dei grandi maestri del reportage italiano, Il cui fondo, conservato proprio dal museo lombardo, accoglie oltre 620mila unità tra negativi, stampe, provini e documenti che rappresentano non solo il lascito di un singolo artista, ma un archivio della memoria collettiva italiana del Novecento: decenni di storia politica, sociale, culturale e di costume restituiti attraverso l'occhio di un osservatore raffinato e mai compiacente né retorico.

Federico Patellani: il «giornalista nuova formula» 
Ma chi è questo «sensibile e colto narratore», per usare un’espressione di Roberta Valtorta, che avrebbe dato vita al neorealismo fotografico italiano per quella sua capacità di unire l’accuratezza della cronaca giornalistica a una sensibilità estetica dal taglio cinematografico?
Nato a Monza il 1° dicembre del 1911, Federico Patellani si laurea in legge, dopo gli studi classici, e inizialmente segue la strada tracciata dal padre avvocato, ma presto l’urgenza di testimoniare quello che vede prende il sopravvento. Il suo apprendistato visivo inizia nel 1935, durante il servizio militare in Africa orientale come ufficiale del Genio: con una Leica documenta le operazioni dell'esercito, e alcune di quelle immagini vengono pubblicate sul quotidiano milanese «L'Ambrosiano». Al ritorno, prende la decisione definitiva: abbandona il diritto, mette da parte anche la pittura (altra sua passione) e si consacra definitivamente al fotogiornalismo. 
Dal 1939 inizia una lunga collaborazione con il settimanale «Tempo» di Alberto Mondadori, il rotocalco italiano che si ispira all'americano «Life», fucina di personalità del calibro di Carlo Emilio Gadda e Eugenio Montale, e che diventa la sua vetrina principale per oltre un decennio.
Nel 1943, su «Fotografia», un numero speciale di «Domus», Federico Patellani enuncia la sua poetica e parla del «giornalista nuova formula»: una figura che, prima ancora di scattare belle fotografie, deve informare il lettore, assumendo come modello il ritmo narrativo del cinema documentario. Le immagini devono essere, nelle sue stesse parole, «viventi, attuali, palpitanti». Questa visione si concretizza nei cosiddetti foto-testi: servizi narrativi in cui immagini e parole dialogano sullo stesso piano, producendo un racconto giornalistico di straordinaria efficacia. È una rivoluzione del linguaggio visivo italiano, in anticipo sui tempi: la fotografia diventa uno strumento interpretativo, capace di costruire senso e non semplicemente di registrare la realtà. È con questo stile che, durante la Seconda guerra mondiale, il fotografo monzese documenta gli effetti dei bombardamenti su Milano dell'agosto 1943, le macerie di Valmontone, gli effetti delle quattro giornate di Napoli.
Internato per due anni in Svizzera dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, Federico Patellani torna a Milano con occhi ancora più affilati, pronti a cogliere la faticosa rinascita del Paese. Nel 1952, con visione imprenditoriale anticipatrice, fonda la Pat Photo Pictures, una delle prime agenzie fotografiche moderne italiane, e collabora con le principali testate dell'epoca - dalla «Domenica del Corriere» a «Storia Illustrata» - fino alla sua morte, avvenuta a Milano il 10 febbraio 1977.

La «Donna della Repubblica»: memoria viva di un'epoca
Il servizio realizzato per il referendum del 1946, che registra il forte desiderio di partecipazione e di autodeterminazione degli italiani, rappresenta uno dei momenti più alti della sua produzione. Quelle fotografie, dallo sguardo empatico e quasi letterario, restituiscono non solo i luoghi e gli eventi che avrebbero portato alla nascita della Repubblica, ma anche le emozioni, le attese e le tensioni di quei giorni. E l'immagine della giovane donna, con il sorriso di chi ha appena visto, per la prima volta, il proprio nome – di cittadina avente diritto di voto – stampato su una tessera elettorale è il simbolo di un comune sentire, di un Paese che rinasce e decide il proprio destino, che si libera dal passato e guarda al futuro con speranza.
Quella modella ideale della nuova Italia è rimasta per molto tempo un volto senza nome. La sua identità è stata svelata solo postuma grazie alle ricerche dei giornalisti Giorgio Lonardi e Mario Tedeschini Lalli. Si tratta di Anna Iberti, impiegata amministrativa al quotidiano «Avanti!» e futura sposa del giornalista Franco Nasi.
L'obiettivo di Federico Patellani la incrocia sulla terrazza della redazione in via Senato a Milano, catturando in un istante perfetto l’ottimismo di una generazione. Lei - la donna in cui l’Italia andata al voto nel giugno del 1946 si specchia e si riconosce - sceglie per tutta la vita di custodire per sé quella vicenda, con riservatezza assoluta: una delle tante, significative contraddizioni di cui è intessuta la nostra storia più recente.

La mostra: percorso, allestimento e installazione
La mostra, allestita al piano nobile di Villa Ghirlanda, propone un percorso articolato che include stampe originali, negativi, provini e materiali d’archivio provenienti dal Fondo Federico Patellani. Questo patrimonio, di straordinaria ampiezza, consente di ricostruire non solo gli esiti finali del lavoro fotografico, ma anche il processo creativo che li ha generati, il «modo di osservare e costruire la realtà attraverso l’obiettivo».
Un’installazione video site-specific di Studio Azzurro, collettivo milanese di riferimento nell'arte interattiva e multimediale, arricchisce ulteriormente il percorso, introducendo una dimensione immersiva che dialoga con la fotografia storica. Attraverso video>, interviste e dispositivi interattivi, il visitatore è chiamato a confrontarsi con le immagini e con i metodi e le scelte del fotografo monzese, con le storie che ha incontrato e a cui ha dato voce.
Questo dialogo tra fotografia e nuove tecnologie contribuisce a rendere la mostra un’esperienza stratificata, capace di coinvolgere diversi livelli di percezione e di interpretazione: da un lato svela il «dietro le quinte» del metodo di lavoro di Federico Patellani e le sue tecniche di costruzione dell'immagine, dall'altro ne restituisce la dimensione umana e professionale attraverso le parole di chi lo ha conosciuto.
La sezione conclusiva del percorso espositivo si apre all'attualità, invitando il visitatore a riflettere sui molteplici usi che l'immagine della «Donna della Repubblica» ha conosciuto nel tempo, fino alla sua apparizione, recentissima, accanto alla Costituzione italiana e al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel messaggio di fine anno trasmesso a reti unificate.
In un’epoca caratterizzata da una sovrabbondanza di immagini, questa fotografia mantiene, dunque, una forza particolare, legata alla sua origine storica e alla sua capacità di condensare in un unico gesto una molteplicità di valori: libertà, partecipazione, emancipazione.
In conclusione, la mostra del Munaf non si limita a celebrare un anniversario, ma propone una riflessione articolata sul rapporto tra immagine, storia e cittadinanza. Attraverso lo sguardo di Federico Patellani, il visitatore è invitato a ripensare il momento della nascita della Repubblica non come un evento concluso, ma come un processo ancora in atto, che continua a interrogare il presente. E forse, come suggeriva Roland Barthes nel libro «La camera chiara» (1980), è proprio in quella «ferita» che ogni fotografia porta con sé che risiede la sua forza: la capacità di mettere in relazione tempi diversi, restituendo al presente l’intensità di un istante passato.
Nelle sale di Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo, nell’alta pianura lombarda, sembra così possibile cogliere un’eco lontana di quel giugno del 1946: il brusio delle piazze, il fruscio delle schede elettorali, e soprattutto la consapevolezza, fragile e potente, di essere parte di una storia che si sta scrivendo anche per il futuro, ricordandoci che la Repubblica non è un’istituzione immobile, ma un atto di partecipazione continua, una conquista da custodire come uno scrigno prezioso.

Didascalie delle immagini
1. Federico Patellani, Immagine per la copertina del settimanale Tempo n. 22 del 15-22 giugno 1946. Milano, 6-10 giugno 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 2. Federico Patellani, Immagine dal servizio fotografico realizzato per creare la copertina del settimanale Tempo n. 22 del 15-22 giugno 1946 in cui annunciare la vittoria della Repubblica, 6-10 giugno 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 3. Federico Patellani, Immagine dal servizio fotografico realizzato per creare la copertina del settimanale Tempo n. 22 del 15-22 giugno 1946 in cui annunciare la vittoria della Repubblica, 6-10 giugno 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 4. Federico Patellani, Scritta a favore della monarchia. Milano, 19-26 maggio 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 5. Federico Patellani, Cittadini escono dall’Ufficio elettorale dopo il voto. Milano, 2 giugno 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 6. Federico Patellani, Manifestazione in piazza del Duomo per festeggiare la vittoria della Repubblica. Milano, 11 giugno 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 7. Federico Patellani, Dopo la manifestazione monarchica in piazza del Cannone, manifestanti sventolano la bandiera del Regno d'Italia sotto la statua di Vittorio Emanuele II in piazza del Duomo. Milano, 26 maggio 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 8. Federico Patellani, Donne in piazza Castello al comizio di Achille Grandi, candidato democristiano all’Assemblea costituente. Milano, 19 maggio 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 9. Federico Patellani, Manifesti affissi per il referendum sulla scelta tra Monarchia e Repubblica e per le elezioni dell’Assemblea costituente. Milano, 2-5 giugno 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di Fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 10. Federico Patellani, Mezzo cingolato canadese di trasporto truppe in piazza Sempione. Milano, 2-6 giugno 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 11.Federico Patellani, Comizio di Achille Grandi, candidato democristiano all’Assemblea costituente, in piazza Castello. Milano, 19 maggio 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo

Informazioni utili
«Donna Repubblica. I giorni del referendum». Munaf – Museo nazionale di Fotografia | Villa Ghirlanda, via Frova 10, Cinisello Balsamo (Milano). Orari: mercoledì–venerdì, ore 16:00–19:00 | sabato–domenica, ore 10:00–19:00. Ingresso gratuito. Sito internet: https://www.munaf.it. Fino al 5 luglio 2026

venerdì 29 maggio 2026

«Fotografia europea - Fantasmi del quotidiano», a Reggio Emilia l’arte di vedere ciò che resiste alla vista

C’è un momento, la sera tardi, quando il rumore della città si fa sottile come un filo, che i ricordi vengono alla mente senza essere stati chiamati: una voce lontana torna a parlarci, un odore riaccende un’estate perduta, un gesto dimenticato riemerge con la nitidezza di una fotografia. Non abbiamo un nome esatto per questi visitatori che abitano «i corridoi del silenzio e le crepe della memoria». Sono sussurri di ciò che è stato e non vuole essere archiviato nel passato. Sono l'eco di ciò che sarebbe potuto accadere e non abbiamo vissuto, o anche di ciò che potrebbe succedere in futuro. Sono nostalgici ritorni mentali di persone che abbiamo amato e non sono più accanto a noi. Sono «presenze latenti e potenzialità sospese», che «respirano dolcemente all’interno del nostro presente».
La ventunesima edizione di «Fotografia europea», il festival internazionale di Reggio Emilia che, fino al 14 giugno, trasforma ancora una volta la città emiliana in uno dei più vivaci laboratori visivi del Vecchio continente, chiama questa soglia percettiva «Fantasmi del quotidiano».
Con questo titolo, l’evento espositivo, che nel 2022 ha vinto il prestigioso premio Photo Festival of the Year ai Lucie Awards di New York, vuole invitare il pubblico a prestare attenzione a ciò che non si vede ma agisce, a ciò che non è più presente ma non è ancora scomparso, a ciò che non è finora accaduto ma si annuncia già come potenzialità sospesa nell’aria. In questo senso, la fotografia - fin dalle sue origini ottocentesche - intrattiene un rapporto privilegiato con la traccia di una presenza che è stata e non è più, con quello che Henri Cartier-Bresson chiamava «il momento decisivo».
 
Mostre
, installazioni, eventi e pratiche partecipative - in un dialogo tra grandi maestri e giovani talenti emergenti - compongono il ricco cartellone, che vede alla direzione artistica Tim Clark (editor e curatore della rivista «1000 Words»), Luce Lebart (ricercatrice all’«Archive of Modern Conflict» e direttrice artistica del «Pavillon Populaire» di Montpellier) e Arianna Catania (fondatrice e direttrice del «Gibellina Photoroad»), oltre a Walter Guadagnini (storico della fotografia e docente all’Accademia di Belle arti di Bologna), incaricato di costruire una grande mostra commemorativa per i duecento anni dalla nascita della fotografia.
Questa polifonia curatoriale riflette una delle caratteristiche più interessanti di «Fotografia europea»: la capacità di tenere insieme, all’interno di una medesima cornice tematica, prospettive diverse per formazione, provenienza geografica e sensibilità estetica, evitando il monologo di una singola visione autoriale e producendo, invece, un dialogo aperto tra approcci differenti.
Il festival, nato nel 2006 per iniziativa della Fondazione Palazzo Magnani e del Comune di Reggio Emilia, ci restituisce così una sorta di diario intellettuale del tempo che viviamo, un archivio di preoccupazioni e desideri collettivi rifratti attraverso lo sguardo fotografico.

Cuore pulsante della manifestazione sono i Chiostri di San Pietro, che accolgono il nucleo principale delle mostre curate da Tim Clark e Luce Lebart.
Il percorso inizia con Felipe Romero Beltrán e il suo progetto «Bravo», premiato nel 2025 con il «KBr Photo Award» della Fundación Mapfre. Si tratta di un’indagine visiva lungo il Rio Bravo, il fiume al confine tra Messico e Stati Uniti, che diventa metafora di un’attesa sospesa, raccontando storie di vite in bilico tra due sponde.
Organizzato in tre capitoli - «Endings», «Bodies» e «Breaches» - il progetto sfida frontalmente i regimi di sorveglianza e identificazione che governano le politiche migratorie contemporanee, con la consapevolezza che ogni fotografia di frontiera è anche una riflessione sulla nostra capacità di vedere l’altro.
Dialoga con questo lavoro un progetto di Mohamed Hassan, dal titolo «Our Hidden Room», vincitore dello Star Photobook Dummy Award. Il lavoro si configura come un’autobiografia frammentata, costruita attorno al rapporto con il padre affetto da disturbo bipolare, in cui fotografia e scrittura si intrecciano per dare forma a ciò che il silenzio familiare aveva tenuto nascosto. Il progetto appartiene a quella tradizione della fotografia documentaria soggettiva che, da Nan Goldin in poi, ha trasformato il privato in luogo di ricerca collettiva sull’identità, la memoria e la vulnerabilità.
Negli stessi spazi, Salvatore Vitale presenta «Automated Refusal», un film che analizza la precarietà del lavoro digitale. Il fantasma qui è inscritto nelle infrastrutture invisibili che regolano la platform economy: ranking, sorveglianza, automazione.
Di segno differente è il lavoro di Marine Lanier, «Le Jardin d’Hannibal», che porta lo spettatore a 2.100 metri d'altezza nel Giardino del Lautaret, dove le piante alpine riemergono dalle nevi come orme del passaggio di Annibale, unendo scienza e visione onirica. Attraverso grandi formati e monocromi cromaticamente ispirati a Karl Blossfeldt e Anna Atkins, l’artista costruisce un erbario onirico e notturno in cui la ricerca scientifica sul cambiamento climatico si fonde con il mito antico di Annibale che attraversò le Alpi.
Nei Chiostri di San Pietro trovano posto anche Ola Rindal con «Stains and Ashes», un’esplorazione sull’errore e sulla sfocatura come dispositivi estetici, e Giulia Vanelli con «The Season», meditazione visiva sul rapporto tra memoria e oblio, ispirata a «La lentezza» di Milan Kundera e ambientata in un borgo marittimo toscano, dove il tempo è indagato come esperienza soggettiva, nel quale il passato non è mai definitivamente concluso, ma continua a sedimentarsi nei luoghi e nei corpi.
Tania Franco Klein, con «Subject Studies: Chapter I», propone, invece, un esperimento antropologico: centosei soggetti ritratti in ambienti identici ci interrogano su come pregiudizi e aspettative culturali modellino la nostra percezione dell’altro anche quando il contesto rimane invariato.
Mentre Frédéric D. Oberland espone «Vestiges du futur», in cui immagine e suono creano un’esperienza sinestetica che attraversa oltre un decennio di visioni psichedeliche e premonizioni catturate in 35mm e Super8. Il progetto esplora la condizione umana, il rapporto tra visibile e invisibile e la connessione tra mito, civiltà e natura.
Infine, al piano terra dei Chiostri di San Pietro, la committenza 2026 - progetto pensato e prodotto appositamente per il festival - vede la firma di Simona Ghizzoni, fotografa di origini reggiane, che con «Milk Wood» (titolo ispirato all’ultimo, omonimo, radiodramma di Dylan Thomas sui sogni e sulle speranze di una piccola comunità) ha condotto un processo laboratoriale partecipato nel quartiere della vecchia stazione, raccogliendo le voci e i volti di un gruppo di donne, depositarie di memoria e immaginazione collettiva, che si ritrova il mercoledì in via Turri, al Binario 49.
Al piano terra dei Chiostri di San Pietro trovano posto anche «Speciale Diciottoventicinque», un progetto formativo dedicato ai giovani tra i 18 e i 25 anni, e la mostra «Keep the Fire Burning», a cura di Francesco Colombelli, con una selezione di libri fotografici su miti, fiabe, credenze popolari e tradizioni.

Spostandoci a Palazzo Da Mosto, la collettiva «Ghostland», curata da Arianna Catania, riflette sulla condizione iper-mediata dell’esperienza contemporanea: in un’epoca in cui gli schermi non sono più semplici dispositivi ma veri e propri ambienti culturali, otto artisti provenienti da contesti geografici diversi - dalla Lituania alla Francia, dagli Stati Uniti all’Ucraina - esplorano come sorveglianza, social media, droni di guerra e archivi digitali ridisegnino il confine tra presenza e assenza, tra identità e simulacro. Tra gli artisti esposti, si segnalano: Carolyn Drake con «Next Door», che trasforma i sistemi di videosorveglianza in dispositivi di intimità; Mykola Ridnyi con «Blind Spot», che dissolve le immagini della guerra in punti ciechi visivi; Visvaldas Morkevicius con «Camouflage», che trasforma il conflitto bellico in astrazione; e Indrė Šerpytė con «This Is How We Win Wars», che mette in scena le danze dei soldati condivise sui social.
Sempre a Palazzo da Mosto, ma al piano terra, sono allestiti i progetti della Open Call, scelti dai curatori del festival tra gli oltre settecento lavori pervenuti. Federica Mambrini, con «L’albergo della lontananza», trasforma la distanza geografica tra Italia e Cile in uno spazio architettonico simbolico, dove ponti, deserti e gesti quotidiani diventano strumenti per costruire legami tangibili tra due emisferi. Mentre Emilia Martin, con «The serpent’s thread», intreccia storia e mito ricostruendo la vicenda delle cinque sorelle Andersson, vissute in un villaggio svedese all’inizio del XX secolo, e dei loro corredi tessili. L’artista esplora così il significato profondo della dote come simbolo di identità e destino sociale.
 
Proseguendo il percorso tra gli spazi ufficiali di «Fotografia europea», a Palazzo Scaruffi, edificio del XVI secolo mai utilizzato prima dal festival, Walter Guadagnini firma la mostra storica «200×200. Due secoli di fotografia e società», un percorso dalla metà dell’Ottocento a oggi, dai primi dagherrotipi agli scatti fatti con gli smartphone, che parte dalla «Veduta di Gras» di Joseph Nicéphore Niépce, realizzata nel 1826 (primo esempio rimasto di immagine fotografica), per passare in rassegna i lavori di Nadar, Curtis, Man Ray, Berenice Abbott, Dorothea Lange, Walker Evans, Gilles Caron, Henri Cartier-Bresson, Robert Capa e molti altri ancora.

Spostandoci nella Chiesa dei Santi Carlo e Agata, risalente al IX secolo, troviamo Elena Bellantoni con «Ghostwriter», una mostra, curata da Fulvio Chimento, che attraverso fotografia, cinema d’autore, scultura e installazione riflette sulla narrazione storica dal punto di vista femminile, evocando i «fantasmi della storia» come corpi imprevisti di una memoria ufficiale ancora largamente maschile.
Ci sono, poi, le mostre partner come le due allestite al Palazzo dei Musei: «Giovane Fotografia Italiana», con i progetti di sette artisti under 35, e «Luigi Ghirri. A Series of Dreams», dedicata al legame tra fotografia e musica nell’opera del maestro reggiano, con particolare riferimento a Bob Dylan, Lucio Dalla e il musicista Iosonouncane.
In questo settore del festival si innesta anche la rassegna «Francesco Guccini. Canterò soltanto il tempo» a Palazzo Gerra: un viaggio intimo nella poetica del cantautore come meditazione sul tempo, sulla parola e sulla memoria, arricchita da contributi di vari artisti e illustratori, tra cui spiccano le ricerche fotografiche di Paolo Simonazzi, che mappa la «geografia sentimentale» di Pavana, e di Kai-Uwe Schulte-Bunert, che tenta di dare una forma astratta e frammentaria alla materia fluida del ricordo.
Infine, la Collezione Maramotti presenta la prima personale italiana di Ndayé Kouagou: «Heaven’s truth», un percorso volutamente incoerente e ludico, che mette a nudo le ambiguità della comunicazione e le fragilità della nostra società.

Il festival si estende, poi, fuori dai confini degli spazi istituzionali. Una delle intuizioni più felici di «Fotografia europea» è, infatti, il «Circuito Off» che trasforma l’intera città ma anche la provincia reggiana in uno spazio espositivo diffuso: negozi, ristoranti, cortili, abitazioni private, studi professionali diventano gallerie temporanee in cui fotografi professionisti e appassionati si confrontano con i «Fantasmi del quotidiano» attraverso 272 mostre (152 nel centro storico, 61 fuori le mura e 44 in provincia). Il progetto «Off@school» estende questa vocazione partecipativa alle scuole di tutta la provincia, costruendo un percorso educativo che si intreccia con quello artistico.

In questo senso, «Fotografia europea» si configura come una vera e propria «ecologia dello sguardo», capace di attivare processi di partecipazione, educazione e confronto intergenerazionale.
Attraversare le varie mostre del festival reggiano significa, in ultima analisi, non solo guardare delle immagini, ma fermarsi tra le pieghe di ciò che normalmente sfugge allo sguardo, di quelle tracce che sono i «fantasmi del quotidiano». In questo senso, la scelta tematica del 2026 si inserisce in un dibattito culturale più ampio che attraversa la filosofia, la psicoanalisi e gli studi culturali contemporanei: la riscoperta dell'attenzione come forma di resistenza civile, la rivalutazione della lentezza e della contemplazione in un'epoca che premia la velocità e la reattività immediata. La fotografia - con la sua capacità di congelare l'istante e di restituire alla visione ciò che il flusso continuo dell'esperienza dissolve - si conferma strumento privilegiato per questa pratica, che ci permette di vedere il mondo in modo nuovo e diverso.

Informazioni utili

giovedì 28 maggio 2026

«I luoghi del cuore» del Fai: un censimento partecipativo tra memoria, identità e futuro

C’è una chiesa trecentesca a Penne, nel Pescarese, dove il guano dei piccioni si deposita sugli affreschi come una coltre di oblio. C'è un'isola nella laguna meridionale di Venezia, Poveglia, che giace completamente abbandonata con le sue storie leggendarie su fantasmi di appestati e di pazienti psichiatrici. C’è una rete di sentieri in arenaria bianca tra le Cinque Terre e Portovenere, costruita per permettere ai contadini di scendere al mare anche di notte, che ora frana sotto il passo incauto dei visitatori. E c’è anche un parco archeologico, alle porte dell’Aquila, dove Sallustio guardò forse per la prima volta il cielo, oggi dimenticato fra i pascoli. Ognuno di questi luoghi custodisce una memoria, un’identità, una promessa di tutela non mantenuta. Tutti aspettano di tornare a vivere.

Dal 2003
il Fai – Fondo per l’ambiente italiano, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, lancia periodicamente un censimentounico nel suo genere in Europa - per mappare tutto questo patrimonio storico-artistico italiano che merita una maggiore cura e valorizzazione: «piccole chiese di provincia, borghi spopolati, dimore storiche disabitate, aree agricole incolte o spazi di natura che sempre più soffrono gli effetti del cambiamento climatico o del dissesto idrogeologico».
Giunto alla tredicesima edizione, il censimento «I luoghi del cuore» - che si avvale del patrocinio del ministero della Cultura e che vede nella Rai il main media partner - ritorna a risvegliare il senso civico degli italiani e la loro voglia di fare comunità per dare un futuro a quei beni culturali e ambientali, spesso estranei ai circuiti turistici più battuti, che, parafrasando il poeta Iosif Brodskij, fanno parte di una speciale «cartina geografica», quella «disegnata (…) nella mente», che ci ha parlato «un giorno di bellezza».
Il meccanismo è semplice nella forma, ma straordinario negli effetti: fino al prossimo 15 dicembre, chiunque può candidare e votare i luoghi che ritiene meritevoli di attenzione e salvaguardia, attraverso il sito www.iluoghidelcuore.it o tramite gli appositi moduli cartacei scaricabili on-line. Ogni voto è insieme un gesto affettivo e un atto politico: il riconoscimento che quel luogo esiste, conta per la comunità di riferimento e merita di sopravvivere.

I numeri del censimento, recentemente presentati alla stampa, restituiscono la misura di un fenomeno culturale di proporzioni eccezionali. Nelle dodici edizioni finora concluse, il programma ha raccolto oltre 13milioni e mezzo di voti, di cui 2.316.984 solo nel 2024, l’anno con maggior partecipazione nella storia dell’iniziativa. Nel complesso sono stati segnalati più di 41mila luoghi distribuiti in oltre 6mila e cinquecento comuni italiani, pari all’83% del totale nazionale. La crescita dagli inizi a oggi è vertiginosa: dalle 24.200 segnalazioni del 2003 si è giunti alle oltre 2,3 milioni dell’ultima edizione.
Il programma si articola su un ciclo biennale: gli anni pari sono dedicati alla fase di censimento, quelli dispari all’apertura del bando per il finanziamento dei progetti. Per l’edizione 2026, Fai e Intesa Sanpaolo mettono a disposizione 600mila euro per sostenere restauri e interventi di valorizzazione. I primi tre luoghi classificati per numero di voti riceveranno premi rispettivamente di 70mila, 60mila e 50mila euro; tutti i siti che avranno raggiunto la soglia minima - alzata in questa edizione da 2.500 a 3.000 voti – potranno, invece, accedere a un bando con contributi fino a 50mila euro per proposta.

Dal 2003 a oggi sono stati finanziati centoottanta progetti in venti regioni italiane, una rete di interventi che ha agito, come precisa la documentazione ufficiale del Fai, come «scintilla» capace di trainare altri stanziamenti istituzionali e privati.
A tal proposito, risulta emblematico il caso della Chiesetta di San Pietro dei Samari a Gallipoli, edificio dell’XI secolo in stato di grave degrado, che ha vinto il censimento 2022 grazie a una mobilitazione che ha coinvolto quarantadue soggetti diversi tra scuole, confraternite, associazioni e commercianti. Il contributo del Fai e di Intesa Sanpaolo (di 50mila euro) ha innescato ulteriori stanziamenti da parte del Comune di Gallipoli (70mila euro) e della Provincia di Lecce (300mila euro), per un totale di oltre 400mila euro destinati al restauro, ora in corso, dopo decenni di abbandono e inagibilità. Vale la pena sottolineare che la chiesetta di Gallipoli è solo uno dei tanti edifici di culto ad aver ricevuto un contributo nell’ambito dell’iniziativa «I luoghi del cuore»: 73 dei 180 progetti fino ad oggi sostenuti riguardano, infatti, il patrimonio ecclesiastico, a conferma che l’Italia era ed è il «Paese dei campanili».

La cornice teorica entro cui si inscrive il censimento rimanda alla «Convenzione di Faro» del Consiglio d’Europa, stipulata nel 2005, che definisce le «comunità di patrimonio» come gruppi di persone che attribuiscono valore a specifici aspetti dell’eredità culturale e desiderano trasmetterli alle generazioni future. In questa prospettiva, l’iniziativa del Fai non è soltanto uno strumento di mappatura, ma un vero e proprio dispositivo di costruzione comunitaria. Dal 2003 ad oggi, queste comunità sono passate da una manciata di comitati a oltre 1.500 realtà attive, con oltre 5.000 stakeholder locali, capaci di aggregare scuole, parrocchie e associazioni in un impegno civico senza precedenti.
Uno degli aspetti più rilevanti della traiettoria recente del censimento è la crescita della partecipazione scolastica. Nell’edizione 2024 hanno aderito 538 istituti italiani, distribuiti in diciassette regioni, ai quali si sono aggiunte novantadue scuole con sede all’estero. Il dato suggerisce che il programma stia progressivamente diventando uno strumento di educazione al patrimonio, capace di formare nuove sensibilità civiche.

Una ricerca condotta nel 2024 dalla Fondazione Santagata per l’economia della cultura ha documentato, inoltre, come il programma generi impatti culturali, sociali, ambientali ed economici misurabili, in particolare nelle aree interne e nei piccoli centri, dove la capacità progettuale locale è spesso limitata. Il caso di Monesteroli, nel Parco nazionale delle Cinque Terre, illustra questo effetto moltiplicatore: accanto al restauro della scalinata storica sostenuto dal Fai, sono nati progetti di recupero agricolo, con l’assegnazione di terreni abbandonati a giovani viticoltori, e un accordo quadro con l’Amministrazione comunale spezzina e il Parco nazionale delle Cinque Terre per la salvaguardia dei versanti franosi. Una semplice firma e un voto fatto con un rapido click hanno, dunque, innescato una importante visione di futuro.
Mentre la risonanza ottenuta da via Vandelli, tra le prime strade carrozzabili europee, costruita nel Settecento tra l’Appennino modenese e la Garfagnana per collegare Modena e Massa attraverso le Alpi Apuane, ha portato al suo riconoscimento come «cammino», prima da parte della Regione Emilia-Romagna e poi della Toscana.

Quest'anno la tutela non passa solo dal restauro fisico, ma anche dalla narrazione. Tra le novità più significative della XIII edizione vi è, infatti, il lancio del video-podcast «I luoghi che leggiamo», ideato e condotto dalla scrittrice Marta Stella, ora disponibile sul sito www.iluoghicheleggiamo.it e su Spotify. Il progetto, realizzato in collaborazione con quattro studenti dell’Università Iulm, coinvolge dieci autori di primo piano della letteratura italiana contemporanea - Viola Ardone, Marta Barone, Daria Bignardi, Maria Grazia Calandrone, Giulia Caminito, Donatella Di Pietrantonio, Antonio Franchini, Melania Mazzucco, Marco Missiroli e Bianca Pitzorno – in un viaggio narrativo dal nord al sud della penisola, alla scoperta dei luoghi che hanno nutrito la loro immaginazione o che portano nel cuore.
La scelta di coinvolgere gli scrittori non è puramente comunicativa: la letteratura e la tutela del patrimonio condividono una radice comune, che è quella del racconto. Donatella Di Pietrantonio, Premio Strega 2024, osserva, a tal proposito, che nei suoi romanzi i luoghi «trasformano le mere ambientazioni in protagonisti, al pari dei personaggi umani». Per lei il «luogo del cuore» è la chiesa di Sant’Agostino a Penne, in stato di abbandono avanzato: gli affreschi interni sono deturpati dal guano dei piccioni, le finestre rotte. Melania Mazzucco, Premio Strega 2003, segnala, invece, l’isola di Poveglia a Venezia, le catacombe romane lungo la via Salaria e il convento di San Liberatore in Valnerina, gravemente danneggiato dal sisma del 2016, con al suo interno un ciclo di affreschi di Paolo da Visso, artista marchigiano del ‘400 molto importante e rappresentato anche al Louvre. Mentre Daria Bignardi racconta nel podcast il Delta del Po e la sua Ferrara, riscoperta con nuovo amore dopo il terremoto emiliano del 2012.

Proseguendo, per Antonio Franchini il luogo del cuore è la Valsesia con i suoi impetuosi fiumi e torrenti. Per Viola Ardone è Napoli, della quale porta nel cuore piazza Bellini. Mentre Marco Missiroli è indeciso fra la realtà di Rimini, dove è nato, e quella di una grande città come l’adottiva Milano.
I ricordi d’infanzia e di gioventù segnano i luoghi più amati anche per Giulia Caminito, con il molo di Anguillara Sabazia, e per Marta Barone, con piazza Vittorio a Torino, città nella quale è cresciuta, e con il paese della madre, Villafranca Piemonte. Bianca Pitzorno, invece, ama perdersi nella campagna sarda, con il suo «azzurro color di lontananza».

I testimonial del censimento 2026 comprendono anche voci del mondo televisivo e dello spettacolo: Carlo Conti segnala le Terme del Corallo a Livorno, Carlo Carrara il Cappellone della Basilica di San Nicola da Tolentino nelle Marche terremotate, Antonella Clerici gli scavi romani di Libarna in Piemonte, Bruno Vespa il Parco archeologico di Amiternum, a dieci chilometri dall’Aquila, città che nel 2026 è Capitale italiana della cultura. Mentre Dario Vergassola, con la consueta verve poetica, invoca la protezione della rete di sentieri che collega La Spezia alle Cinque Terre, costruita con arenarie bianche visibili al chiaro di luna perché i contadini potessero scendere al mare anche di notte: manufatto idraulico e paesaggistico di straordinaria ingegnosità, oggi minacciato dall’incuria e dai cinghiali.
Le testimonianze dei vip raccolte evidenziano una pluralità di prospettive: dalle chiese abbandonate alle aree archeologiche, dai borghi colpiti da calamità naturali ai paesaggi rurali. Dal censimento, di anno in anno, emerge, infatti, una geografia varia, con le sue storie di fragilità, ma anche di resilienza e di desiderio di riscatto. I luoghi segnalati non sono soltanto beni materiali da preservare, ma dispositivi di senso, capaci di attivare appartenenza e responsabilità, parlandoci della conservazione non come un atto statico, ma come un processo dinamico che trasforma l’affetto in azione e la memoria in progetto. Ogni firma, ogni voto digitale, non è, dunque, solo un mattone posato per dare nuova vita a un luogo, ma è anche il racconto di una comunità che si unisce promettendo alle generazioni future che la bellezza ricevuta in dono non andrà perduta sotto il peso del silenzio. Perché un Paese che sa curare le proprie cicatrici è un Paese che ha ancora il coraggio di sognare.

Didascalie delle immagini
1. Isola di Poveglia, Venezia. Luogo del cuore di Melania Mazzucco, Premio Strega 2003, tra i protagonisti di video-podcast «I luoghi che leggiamo»; 2. Chisa di Sant'Agostino, Penne (Pescara). Luogo del cuore di Donatella Di Pietrantonio, Premio Strega 2024, tra i protagonisti di video-podcast «I luoghi che leggiamo».Foto di Katia Camplone. Courtesy: Fai - Fondo per l'ambiente italiano; 3. Stintino, Luogo del cuore di Bianca Pitzorno, tra i protagonisti di video-podcast «I luoghi che leggiamo»; 4. Monesteroli (La Spezia), nel Parco nazionale delle Cinque Terre, tra i beni segnalati nelle precedenti edizioni del censimento «I luoghi del cuore». Foto: Massimo Amato. Courtesy: Fai - Fondo per l'ambiente italiano; 5. Monesteroli (La Spezia), nel Parco nazionale delle Cinque Terre, tra i beni segnalati nelle precedenti edizioni del censimento «I luoghi del cuore». Foto: Davide Marcesini. Courtesy: Fai - Fondo per l'ambiente italiano;  6. e 7. Via Vandelli, tra Emilia e Toscana, tra i beni segnalati nelle precedenti edizioni del censimento «I luoghi del cuore». Foto: Davide Marcesini. Courtesy: Fai - Fondo per l'ambiente italiano; 8. e 9. Chiesetta di San Pietro dei Samari nel parco di Gallipoli (Lecce), tra i beni segnalati nelle precedenti edizioni del censimento «I luoghi del cuore». Foto: Silvio Zecca. Courtesy: Fai - Fondo per l'ambiente italiano; 10. Complesso Santa Croce di Campese, a Bassano del Grappa, tra i beni segnalati nelle precedenti edizioni del censimento «I luoghi del cuore». Foto: Tommaso Prugnola. Courtesy: Fai - Fondo per l'ambiente italiano  

Informazioni utili

Per votare e candidare un luogo: www.iluoghidelcuore.it | Videopodcast I luoghi che leggiamo: www.iluoghicheleggiamo.it e Spotify | Censimento aperto fino al 15 dicembre 2026