La collettiva a cielo aperto, che vede la partecipazione straordinaria del celebre fotografo svizzero Walter Pfeiffer, rende omaggio a «Il tuffatore» di Nino Migliori, il grande maestro della fotografia italiana prossimo al traguardo dei cent'anni, e trasforma le arterie urbane in spazi di immaginazione, offrendo ai passanti frammenti di corpi sospesi nel vuoto, metafore di un salto fiducioso verso l'ignoto. Si annuncia così il tema di questa terza edizione del festival sabaudo: «Mettersi a nudo», «un invito - dichiarano gli organizzatori - a guardare oltre le apparenze, interrogando la relazione tra identità e rappresentazione, corpo e immagine, visibile e invisibile». In un tempo in cui le immagini vengono costruite per essere condivise prima ancora che vissute, l’evento torinese, che prende ispirazione per il suo nuovo titolo dall’opera «Mon cœur mis à nu» di Charles Baudelaire, propone, dunque, un atto in controtendenza: «spogliarsi delle sovrastrutture, mostrarsi per ciò che si è, osservare sé stessi e gli altri senza filtri».
Nato con l'ambizione di collocare Torino sulla mappa internazionale della fotografia contemporanea, «Exposed» ha preso forma nel 2024 come iniziativa promossa da un'ampia cabina di regia istituzionale che include l’Amministrazione comunale, la Regione Piemonte, la Camera di commercio di Torino, la Fondazione Compagnia di San Paolo, la Fondazione Crt in sinergia con la Fondazione Arte Crt e Intesa Sanpaolo. Mentre il coordinamento del progetto è a cura della Fondazione per la Cultura Torino.
Sin dalla sua prima edizione, il festival ha scelto un modello diffuso e multisede, capace di attivare luoghi eterogenei - dai musei storici agli spazi indipendenti, fino alle superfici pubbliche della città - in un dialogo costante tra istituzionale e informale, storicizzato ed emergente. Questo modello viene mantenuto anche nell’attuale edizione, il cui programma, che mette in relazione autori affermati e giovani promesse, comprende diciotto mostre temporanee indoor e outdoor, in un percorso che spazia cronologicamente dall’Ottocento ai giorni nostri. La manifestazione prevede anche un ricco calendario di incontri, letture portfolio, proiezioni ed eventi diffusi in tutta la città.
L’attuale edizione vede la curatela e l'organizzazione di Camera - Centro italiano per la fotografia, istituzione nata nel 2015 nell'ex convento di Santa Pelagia, ovvero nell'edificio che ospitò la prima scuola pubblica del Regno d'Italia, oggi diretta da François Hébel, già alla guida della Fondation Henri Cartier-Bresson e di Magnum Photos. Mentre la direzione artistica del festival è di Walter Guadagnini, tra le voci più autorevoli del settore in Italia e all’estero, docente all'Accademia di Belle arti di Bologna, nonché autore di una monumentale opera in quattro volumi sulla storia della fotografia per Skira.
Uno degli elementi più originali del progetto espositivo è il cosiddetto «miglio della fotografia», un percorso pedonale che attraversa alcune delle principali istituzioni culturali torinesi, ciascuna abitata da una mostra capace di declinare il tema centrale secondo un'angolazione propria e unica. Dal dagherrotipo di Auguste Belloc al progetto immersivo di Diana Markosian, dalla fotografia itinerante di Bernard Plossu ai billboard urbani de «I tuffatori»: il risultato è, dunque, una polifonia di voci, dove l’atto fotografico è visto come un gesto ambivalente, insieme esposizione e difesa, verità e costruzione. Questa trama espositiva variegata trova, però, una dimensione unitaria grazie a soluzioni grafiche e di allestimento essenziali ed eleganti, curate dallo studio BRH+ di Torino.
Il percorso indoor prende avvio da Camera con «Toni Thorimbert. Donne in vista», mostra curata da Walter Guadagnini, a partire da un'idea di Luca Beatrice, critico d'arte scomparso prematuramente. L’esposizione si configura così come un doppio omaggio: all'amico perduto e alla figura femminile, tema che attraversa tutta la ricerca del fotografo italo-svizzero, conosciuto per aver collaborato con riviste come «Max» e «Amica».
Lungo le pareti scorrono circa sessanta fotografie realizzate tra il 1980 e il 2000, un ventennio trascorso a guardare le donne, e a capire, attraverso di loro, qualcosa del proprio vissuto. Volti noti - da Monica Bellucci a Ornella Vanoni, da Natalia Ginzburg a Inge Feltrinelli, da Nancy Brilli a Eleonora Giorgi - si alternano a ritratti anonimi, a scatti di moda e a immagini private.
Il fulcro emotivo della mostra è autobiografico: il ritratto della madre (1985) e quello della figlia adulta segnano il momento in cui Toni Thorimbert riconosce l'inversione dello sguardo - non più lui a osservare, ma lui osservato - in un confronto che si spoglia di ogni difesa autoriale.
Alla Cripta di San Michele Arcangelo, spazio d'indubbio fascino architettonico, trova, invece, sede «Yorgos Lanthimos. Photographs», a cura di Giangavino Pazzola. Il regista greco, autore di «Poor Things» (2023) e «Kinds of Kindness» (2024), rivela qui una pratica fotografica parallela al suo lavoro cinematografico, ma tutt'altro che ancillare. Le immagini, nate sull'atmosfera dei set, ne trasfigurano la materia: i corpi di Emma Stone e Willem Dafoe appaiono sospesi in ambienti rarefatti, le inquadrature dall'alto moltiplicano lo straniamento, le attrezzature tecniche - normalmente escluse dalla rappresentazione - entrano nell'inquadratura come elementi compositivi. Il dietro le quinte diventa palcoscenico, la finzione si svela come tale, e proprio in questo svelamento produce nuova verità. Il dialogo tra le fotografie e l'architettura della cripta amplifica ulteriormente il carattere perturbante delle opere.
Proseguendo, il Museo regionale di Scienze naturali accoglie «Bernard Plossu. Dopo l'estate», un’altra mostra a cura di Walter Guadagnini, che porta il pubblico nelle piccole isole italiane - da Stromboli all'Elba, da Alicudi alle Tremiti - attraverso decenni di viaggi. Realizzate tra la fine degli anni Ottanta e la metà degli anni Dieci, queste fotografie - essenziali, poetiche e prossime per affinità spirituale alla metafisica italiana del Novecento - restituiscono quella che lo stesso maestro francese ha definito una ricerca dell'«infra-ordinario», ovvero di quel punto in cui apparentemente nulla accade e tuttavia tutto si rivela. L'intero ciclo è dedicato alla compagna Françoise Nuñez, recentemente scomparsa: un gesto di pudore e amore che dice molto sull'idea di nudità emotiva che il festival persegue.
Al Circolo del design, Dean Chalkley porta, invece, «Back in Ibiza e altre storie», una mostra ancora una volta a cura di Walter Guadagnini, con tre serie fotografiche. I ritratti iconici di Amy Winehouse, degli Oasis e dei White Stripes si alternano al reportage intimo «Never Turn Back», girato lungo le coste del Norfolk, e all'affresco generazionale di «Back in Ibiza», documento diretto e non nostalgico di un'epoca - gli anni Novanta - in cui, come ricorda l'autore, le persone «perdevano le inibizioni per vivere pienamente il momento», lontane dalla mediazione dello sguardo digitale contemporaneo. La nudità, qui, è quella dell'euforia collettiva, del corpo che si abbandona alla musica, della libertà prima che diventasse performance.
Mentre al Museo nazionale del Risorgimento Italiano, la rassegna «Viva le donne! Il femminismo nelle fotografie di Paola Agosti», curata da Giangavino Pazzola, celebra uno degli sguardi più lucidi sulla nascita del movimento femminista italiano degli anni Settanta attraverso ottanta immagini in bianco e nero e materiali d'archivio.
La fotografa torinese, insediata a Roma negli anni Settanta, ha costruito un archivio visivo di oltre 22mila immagini del movimento femminista: cortei, assemblee, spazi identitari, ritratti di donne impegnate nella conquista di diritti fondamentali. Il suo sguardo non è documentario ma partecipante, denso di empatia e condivisione.
Proseguendo, alle Gallerie d'Italia – Torino, museo di Intesa Sanpaolo, è presentata in anteprima mondiale «Diana Markosian. Replaced», personale a cura di Brandei Estes. Il progetto intreccia fotografia, autofinzione e un film immersivo per ricostruire le dinamiche delle relazioni e interrogare la fragilità del mito romantico. L'artista armeno-americana ricorre, infatti, alla finzione sceneggiata per rielaborare la fine di una storia d'amore, ingaggiando un attore per rivivere oltre dieci anni di un rapporto. Le rievocazioni abitano il terreno instabile della memoria e la fotografia diventa così uno strumento non di documentazione, ma di elaborazione.
Il percorso porta, poi, il visitatore all'Archivio di Stato di Torino, dove due mostre raccontano il corpo umano. «Messi a nudo», curata da Barbara Bergaglio, ripercorre l'evoluzione del nudo fotografico da esercizio accademico a indagine ossessiva e perturbante, attraverso le creazioni di tre figure chiave del XIX e XX secolo: ventisei stereoscopie erotiche di Auguste Belloc con visori d'epoca, otto stampe vintage e quindici exhibition prints di Wilhelm von Gloeden dalla Fondazione Alinari, trenta Polaroid a colori di Carlo Mollino, quest'ultime conservate in un fondo di quasi quindicimila fototipi, mai del tutto esplorato, che si trova al Politecnico. Accanto a questa esposizione, «Ralph Gibson. Self Exposed», a cura di Giangavino Pazzola con la Paci Contemporary Gallery di Brescia, presenta settanta opere che attraversano oltre cinquant'anni di carriera di uno dei maestri assoluti della fotografia contemporanea. La celebre «trilogia nera» - «The Somnambulist» (1970), «Déjà-Vu» (1973) e «Days at Sea» (1974) - è qui riletta come atto di fondazione di un linguaggio: contrasti netti, inquadrature audaci, tensione irrisolta tra astrazione e realtà.
A chiudere il percorso indoor è, quindi, «Metamorphosis», mostra collettiva diffusa in una rete di spazi no profit - Mucho Mas!, Witty Books, Almanac, Quartz Studio, Cripta747 e Jest - che riunisce sei artisti internazionali selezionati dalla piattaforma europea per la fotografia emergente Futures Photography, cofinanziata dall'Unione europea. Il progetto indaga la metamorfosi come processo di trasformazione individuale, sociale e ambientale.
Parallelamente al percorso istituzionale, il festival invade lo spazio urbano con una serie di interventi outdoor che trasformano Torino in una piattaforma espositiva a cielo aperto, a partire dal già citato progetto «I tuffatori». Il principio è quello di una democratizzazione radicale dello sguardo: le fotografie escono dai musei; occupano cancellate, portici, parcheggi sotterranei.
Nel cortile di Palazzo Carignano, «Torino 4×4. Fotografie di una nuova era», curata da François Hébel e Marco Rubiola, propone un ritratto innovativo della città attraverso lo sguardo di quattro fotografi che lavorano sui temi dell'inclusione sociale. Sui dieci stendardi bifacciali del portico convivono, invece, due progetti complementari: «L'invenzione di sé. La Contessa di Castiglione», che mostra come Virginia Oldoini abbia anticipato alla metà dell'Ottocento le pratiche contemporanee di autorappresentazione, e «You Can Have It All» di Karla Hiraldo Voleau, un percorso di consapevolezza corporea e autodeterminazione.
Sotto i portici di Piazza San Carlo, Paolo Ventura presenta «Acrobati 2020–2025», un lavoro concepito appositamente per questa occasione che trasforma i numeri circensi - ispirati all'archivio di una coppia di acrobati degli anni Trenta - in metafora del corpo, della memoria e della fragilità dei legami.
Sui portici di via Po, le fotografie sorridenti del concorso cosmetico «5.000 lire per un sorriso» (1939–1941), ideato da Dino Villani e Cesare Zavattini, antesignano di quello che sarebbe poi diventato Miss Italia, accompagnano i passanti in un'insolita connessione tra storia della pubblicità e storia della fotografia.
Al Museo nazionale del cinema, la mostra sulla cancellata storica della Mole Antonelliana, «Fuoricampo. Il cinema svelato», rivela il retroscena della produzione cinematografica attraverso vent'immagini di grande formato tratte dalle collezioni del museo. Sempre su una cancellata storica, quella di Palazzo dal Pozzo della Cisterna è visibile la mostra «La città in fotografia - La fotografia in città», curata da Barbara Bergaglio, che racconta l'evoluzione urbana di Torino in parallelo alla storia del mezzo fotografico, partendo dal leggendario incunabolo italiano: la veduta della Gran Madre di Dio, realizzata nel 1839 dal pioniere Enrico Jest.
Nel parcheggio sotterraneo di piazza Valdo Fusi, al piano -2, «Catabasis» di Mark Leckey, vincitore del Turner Prize nel 2008, esplora il sottosuolo come luogo atemporale tra memoria, sotto-cultura e immaginario collettivo.
Come nelle edizioni precedenti, anche quest’anno il festival persegue con determinazione un obiettivo di accessibilità culturale. Per ogni mostra indoor sono disponibili audioguide in italiano e inglese per adulti e bambini, e un'introduzione in Lis (Lingua dei segni italiana), realizzata dall'Istituto dei sordi di Torino. L'accesso alla quasi totalità delle mostre è, poi, gratuito tramite il «Pass Exposed», scaricabile dal sito del festival o da turismotorino.org.
Alla fine del percorso, che in questo fine settimana si incrocia con quello della fiera fotografica «The Phair» (dal 22 al 24 maggio, all’OGR Torino), resta forse una domanda, più che una risposta: cosa significa davvero esporsi? Probabilmente significa riconoscere che ogni immagine è già, in sé, una soglia, un luogo in cui qualcosa si rivela e qualcos’altro inevitabilmente rimane celato. E in questa oscillazione, fragile e necessaria, continua a prendere forma il nostro sguardo. Come l'emulsione che sulla carta attende pazientemente che la chimica riveli le sue ombre, così noi, attraverso l'obiettivo, accettiamo il rischio di mostrarci vulnerabili, nudi di fronte al tempo che scorre, alle nostre incertezze, al giudizio degli altri.
Didascalia delle immagini
1. Silvia Camporesi, «Ofelia», 2024. Mostra «I tuffatori». «Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Billboard lungo le strade; 2., 3. e 4. Vista della mostra «Toni Thorimbert. Donne in vista». «Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Camera. Foto: Antonio Jordan; 5. Vista della mostra «Yorgos Lanthimos. Photographs».«Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Cripta di San Michele Arcangelo; 6. Vista della mostra «Dean Chalkley - Back in Ibiza e altre storie». «Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Circolo del design. Foto di Greta Verduci; 7. Vista della mostra «Viva le donne! Il femminismo nelle fotografie di Paola Agosti». «Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Museo del Risorgimento. Foto di Sofia Valabrega; 8. Vista della mostra «Messi a nudo». «Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Archivio di Stato. Foto di Sofia Valabrega; 9. Vista della mostra «Ralph Gibson. Self Exposed». «Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Archivio di Stato. Foto di Sofia Valabrega; 10. Vista della mostra «5.000 lire per un sorriso». Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, portici di via Po. Foto di Greta Verduci 11. «Fuoricampo. Il cinema svelato»,«Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Mole Antonelliana. Foto Greta Verduci 12. Vista della mostra «L'invenzione di sé. La Contessa di Castiglione».«Mettersi a nudo» - Exposed Torino Photo Festival. Torino, Museo del Risorgimento. Foto di Sofia Valabrega
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