ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

venerdì 8 maggio 2026

«In Minor Keys», alla Biennale d’arte di Venezia i «toni minori» di un mondo in trasformazione

È sotto l’«ombra protettiva» di un albero di mango carico di frutti, tra il fruscio delle foglie e il calore della terra senegalese, che viene gettato il primo seme di una «partitura» - intrisa di pause, risonanze e accordi sommessi - che oggi risuona tra le calli di Venezia. Era l'aprile del 2025 quando, a Dakar, nel cortile del Raw Material Company, incubatore artistico fondato nel 2008 per promuovere il pensiero critico e la creatività in Africa attraverso un approccio transdisciplinare, Koyo Kouoh (Douala, Camerun, 24 dicembre 1967 - Basilea, Svizzera, 10 maggio 2025), fresca di nomina come curatrice della 61. Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia, riuniva intorno a sé il suo gruppo di lavoro.
Sotta la chioma di quel «generoso albero», in un’intensa settimana di confronto di idee e di «mappatura» di pratiche e progetti, sbocciavano i primi ma fondamentali germogli della mostra «In Minor Keys»: il concept espositivo con i suoi temi conduttori, la selezione degli artisti che avrebbero esposto tra l’Arsenale e il Padiglione centrale dei Giardini, l’impianto spaziale e il dialogo tra le opere in un gioco di risonanze e reciprocità, ma anche l’abbozzo del catalogo e dell’immagine coordinata, la suddivisione dei compiti tra i vari collaboratori.
 
La curatrice camerunense-svizzera scriveva anche un testo curatoriale, una bussola per orientarsi attraverso un’idea di arte che valorizza l’introspezione, la poesia, la cura, il «nuovo umanesimo», ovvero i «toni minori» della «musica» che dà forma al mondo, rifiutando «il fragore orchestrale e le marce militari dal passo cadenzato». Quelle pagine sarebbero diventate un testamento spirituale: il 10 maggio 2025, dieci giorni prima della conferenza stampa in cui avrebbe dovuto presentare il titolo e il progetto per la nuova edizione della Biennale d’arte veneziana, Koyo Kouoh, cresciuta tra l’Africa e la Svizzera, moriva improvvisamente a Basilea, a soli 57 anni, per un tumore da poco diagnosticato.
La curatrice lasciava così incompiuta, ma quasi del tutto compiuta, la mostra che aveva immaginato e pensato nei minimi dettagli. C’era tutto ciò che serviva per continuare a dare forma a una Biennale d’arte che fosse un prisma dai molteplici riflessi: un atto di resistenza poetica alle brutture del mondo; una semina collettiva con voci spesso estranee ai circuiti del mainstream; un invito ad ascoltare i «mormorii» di pratiche artistiche incentrate su temi quali l’«incantamento», la «fecondità» e la «condivisione»; un habitat naturale per il passo lento, la riflessione e la sosta, magari fermandosi sotto la chioma di un albero.
 
La Biennale di Venezia, con il pieno sostegno della famiglia, ha deciso di realizzare la mostra secondo il progetto originale: un atto di fedeltà intellettuale, etica e affettiva verso una delle voci più lucide e necessarie dell'arte contemporanea internazionale, premiata nel 2020 in Svizzera con il prestigioso Gran Prix Meret Oppenheim, che, dopo gli studi in economia aziendale e scienze bancarie a Zurigo, era ritornata nella sua terra, lavorando prima come funzionaria culturale per il Consolato degli Stati Uniti, poi come direttrice esecutiva e curatrice capo dello Zeitz Museum of Contemporary Art Africa (Zeitz Mocaa) a Città del Capo, per fondare, infine, il Raw Material Company, un centro nel quale prendeva forma la sua visione dichiaratamente panafricana, femminista e decoloniale dell'arte e l’idea della curatela come una pratica di «guarigione» e di decostruzione dei canoni egemonici.
 
A portare a compimento il progetto per la Biennale d’arte veneziana che apre sabato 9 maggio, per restare visitabile fino a domenica 22 novembre, è stato il team di lavoro selezionato dalla stesa Koyo Kouoh, formato da cinque persone: Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti (advisor curatoriali); Siddhartha Mitter (editor-in-chief); Rory Tsapayi (assistente alla ricerca). Il gruppo distribuito in diverse città del mondo - Londra, Dakar, Berlino, Beirut, Marsiglia, Città del Capo e New York - ha lavorato a distanza tramite riunioni on-line e in presenza a Venezia (a maggio e a ottobre 2025) e a Dakar (a giugno 2025), fino alle ultime intense settimane in laguna insieme agli artisti, nelle sedi stesse della mostra.

Il risultato è una rassegna che ci fa ascoltare come in un «ensemble free-jazz», per usare una metafora di Koyo Kouoh, «cadenze», «melodie» e «silenzi» che vengono da lontano - dai giardini creoli delle Antille ai quartieri di Salvador de Bahia, dai cortili di Dakar alle vie di Nairobi  - e arrivano a Venezia con la grazia di chi sa che le cose più vere si dicono sottovoce. In questo ensemble ogni elemento è in relazione con l'altro in una dimensione inaspettata ma coerente nei temi generali: colonialismo, diaspora africana, schiavitù, crisi ambientale, identità di genere, rapporto dell'umanità con la natura.
Alla curatrice non interessava, con il suo progetto espositivo, disegnare «una litania di commento agli eventi mondiali» né proporre «un atto di disattenzione» e «fuga dalle crisi» che ci troviamo a vivere, ma proporre un «viaggio» che intensifica il registro «emotivo, visivo, sensoriale, affettivo e soggettivo», che invita a «meravigliarsi, sognare, gioire, riflettere».
In «Minor Keys» diventa così un'esposizione che non spiega, ma evoca; che non cataloga, ma che crea una «geografia relazionale», nella quale le opere non dialogano per prossimità territoriale, ma per «priorità sotterranee», ovvero per affinità poetica, tensione sperimentale, risonanza emotiva. Non è un caso, dunque, che tra i riferimenti letterari di questa mostra emergano «Beloved» di Toni Morrison e «Cent'anni di solitudine» di Gabriel García Márquez, opere accomunate dall’attraversamento di soglie temporali e nelle quali il reale si apre al meraviglioso.

Sono 110 i partecipanti - artisti, duo, collettivi e organizzazioni - provenienti da differenti contesti geografici - Salvador de Bahia, Dakar, San Juan, Beirut, Parigi, Nashville e non solo –, che, in un’epoca iper-digitalizzata come la nostra, mettono sotto i riflettori il fare con le mani come rito di connessione e la relazione con l’altro come vera e propria materia scultorea che dà voce alla sacralità delle piccole cose e rimette al centro del mondo l’individuo.
 
Non esistono sezioni lungo il percorso espositivo - il cui allestimento, con grandi drappi color indaco che lavorano sul concetto di soglia, è stato progettato da Wolff Architects - ma nuclei tematici. Ci sono gli «Shirines» (in italiano «Santuari»), spazi dedicati alla sacralità che portano in Sala Chini, nel Padiglione centrale ai Giardini, due creatori di mondi come Issa Samb (1945–2017), cofondatore del collettivo Laboratoire Agit'Art a Dakar, e Beverly Buchanan (1940–2015), artista americana nota per il suo approccio anti-monumentale alla Land Art e per la sua attenzione alle comunità segnate da memorie storiche irrisolte. Ci sono le «Processioni» ispirate alle coreografie carnevalesche e ai raduni del mondo afro-atlantico legati al passaggio delle stagioni o al lutto, che invitano il pubblico a non essere spettatore, ma parte di un movimento collettivo che sovverte le gerarchie. Ci sono le «Scuole» intese come ecosistemi radicati nei territori e insieme transnazionali, fondati sull'autonomia dal mercato e sulla responsabilità sociale. Ci sono, infine, le «Oasi» - giardini, cortili, spazi di apprendimento - come luoghi reali e metaforici di riposo, riconnessione e relazione con forme di vita non umane.

Tra le opere più potenti spicca quella del cileno Alfredo Jarr (Santiago del Cile, 1956), «The End of the World» (2024-2025), uno spazio di luce rossa all'Arsenale, dall’atmosfera sacrale, in cui un cubo di pochi centimetri racchiude i «minerali più critici del mondo» - cobalto, rame, stagno, nichel, litio, platino -, ciascuno radice di devastanti conflitti geopolitici e di altrettanto deturpanti catastrofi ecologiche.
Mentre commuove il lavoro dell’artista cubano-americana Maria Magdalena Campos-Pons (Matanzas, 1959): «Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh & Toni Morrison» (2026), nel quale enormi pannelli verticali formano una specie di murales di carta che ritrae la curatrice accanto alla scrittrice Toni Morrison, prima donna nera a vincere il Premio Nobel per la Letteratura. Steli di magnolia si intrecciano tra le due figure in delicati acquerelli, inchiostro e gouache, dispiegandosi su un'intera parete vicino all'ingresso dei Giardini.
Fortemente evocativo è, poi, il lavoro di Theo Eshetu (Londra, 1958) - artista con base a Roma e, dunque, unico italiano in mostra -, che presenta un grande albero d’ulivo su una struttura roteante, simbolo di pace e di cura: «Garden of the Broken Hearted» (2026).
Sono questi solo tre esempi di una mostra ben congegnata, che esce anche fuori dai confini tradizionali dei Giardini e dell’Arsenale, proponendo una propaggine importante alla Polveriera austriaca di Forte Marghera, con opere di Temitayo Ogunbiyi (Nigeria, 1984), Uriel Orlow (Zurigo -Svizzera, 1973) e Fabrice Aragno (Neuchâtel - Svizzera, 1970) che invitano al gioco, all’interazione e al riposo.

La mostra internazionale è affiancata da trentuno eventi collaterali, tra cui «Gaza - No words - See The Exhibit» a Palazzo Mora e «Still Joy - from Ukraine into the World» a Palazzo Contarini Polignac, e da cento partecipazioni nazionali, con sette Paesi alla loro prima presenza in Biennale: la Repubblica di Guinea, la Repubblica di Guinea Equatoriale, la Repubblica di Nauru, il Qatar, la Repubblica di Sierra Leone, la Repubblica Federale di Somalia, la Repubblica Socialista del Vietnam.
Il Padiglione Italia, curato da Cecilia Canziani, presenta, alle Tese delle Vergini in Arsenale, il progetto «Con te con tutto» di Chiara Camoni, un’indagine sulla collettività che dialoga perfettamente con le istanze della mostra «In Minor Keys». Così come racconta in maniera efficace i «toni minori» della «musica» che dà forma al mondo il Padiglione della Santa Sede, nel Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, a Castello, e nel Giardino mistico dei Carmelitani Scalzi, a Cannaregio, con il progetto «L’orecchio è l’occhio dell’anima», curato da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers, nel quale ventiquattro artisti, tra cui Patti Smith e Brian Eno, si confrontano con l’eredità di santa Ildegarda di Bingen, mistica e compositrice medioevale, proclamata Dottore della Chiesa nel 2012.
 
In un'epoca in cui l'arte contemporanea rischia spesso di diventare un commento illustrato all'attualità - dove c’è chi alza il volume e chi stona tra cortei di protesta, scioperi, performance al limite del cattivo gusto in una costante dicotomia tra il noi e il loro - la mostra «In Minor Keys» propone, dunque, qualcosa di più difficile e più necessario: rallentare, percepire, lasciarsi trasformare dall'esperienza.
Come la luce che filtra tra le foglie di un albero - quel «komorebi» da cui tutto è nato, evocato anche nell’identità grafica della mostra firmata da Clarissa Herbst e Alex Sonderegger - questa rassegna lascia emergere ciò che conta: la relazione, il tempo condiviso, la fragile e potente esperienza dell’essere umani. Invita a guardare le stonature del mondo - la guerra, la diaspora e il genocidio - non coprendole di frastuono, ma colorandole con una riflessione dal sapore evocativo e poetico. Perché come scriveva Koyo Kouoh nel suo testo curatoriale, citando Toni Morrison: «non è possibile concentrarsi costantemente sulla crisi. Ci vuole l'amore, ci vuole la magia. Anche questa è la vita».

Didascalie delle immagini
1. Manifesto della mostra «In Minor Keys» - 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia; 2. Alfredo Jaar, The End of the World, 2023-2024. Cobalt, Rare Earths (Neodymium), Copper, Tin, Nickel, Lithium, Manganese, Coltan (Niobium), Germanium (Argentium), Platinum, 4 × 4 × 4 cm. 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, «In Minor Keys». Foto: Luca Zambelli Bais. Courtesy: La Biennale di Venezia; 3 e 4. Maria Magdalena Campos-Pons. Vista dell'allestimento. 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, «In Minor Keys». Foto: Andrea Avezzù. Courtesy: La Biennale di Venezia; 5. Theo Eshetu, Garden of the Broken Hearted, 2026. Sculptural installation, olive tree,rotating platform, spotlights, video, sound. Dimensions variable. 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, «In Minor Keys». Foto: Marco Zorzanello. Courtesy: La Biennale di Venezia;  6. Samb Issa.Vista dell'allestimento. 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, «In Minor Keys». Foto: Marco Zorzanello. Courtesy: La Biennale di Venezia; 7.Uriel Orlow, Botanical Biennale, 2026. 6 silkscreen prints, 176 × 120 cm. 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, «In Minor Keys». Foto: Andrea Avezzù. Courtesy: La Biennale di Venezia;  8. Vista del Padiglione Italia. 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, «In Minor Keys».  Courtesy: La Biennale di Venezia;  9. Padiglione Santa Sede. 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, «In Minor Keys».  Courtesy: La Biennale di Venezia

Informazioni utili  
 «In Minor Keys». 61. Esposizione internazionale d’arte. Arsenale e Giardini della Biennale - Venezia. Orari: orario estivo, 11 - 19 (dal 9 maggio al 27 settembre, ultimo ingresso 18.45) | fino al 26 settembre, solo sede Arsenale: venerdì e sabato apertura prolungata fino alle ore 20.00 (ultimo ingresso ore 19.45) || orario autunnale, 10 - 18 (dal 29 settembre al 22 novembre - ultimo ingresso 17.45) || chiuso il lunedì (tranne lunedì 11 maggio, 1 giugno, 7 settembre, 16 novembre). Biglietti ingresso singolo: intero € 30,00 | ridotto € 20,00 over 65, residenti comune di Venezia (con verifica di un documento di identità valido agli ingressi) | ridotto studenti e/o under 26 € 16,'' (con verifica di un documento di identità valido agli ingressi). Biglietto pluringresso: 3 giorni € 40,00 (valido per 3 giorni consecutivi - giorni di chiusura esclusi) | settimanale € 50,00 (valido per 7 giorni consecutivi - giorni di chiusura esclusi) |  Biennale Sessions € 20,00 (università convenzionate, prenotazione obbligatoria min. 50 pax). Altre tipologie di ingresso sono disponibili sul sito ufficiale della mostra. Sito internet: https://www.labiennale.org. Dal 9 maggio al 22 novembre 2026 

giovedì 7 maggio 2026

«0-99. Design per gioco»: a Cesano Maderno una mostra tra storia e creatività contemporanea

«Il gioco è più antico della cultura, perché il concetto di cultura, per quanto possa essere definito insufficientemente, presuppone in ogni modo convivenza umana, e gli animali non hanno aspettato che gli uomini insegnassero loro a giocare. Anzi si può affermare senz'altro che la civiltà umana non ha aggiunto al concetto stesso di gioco una caratteristica essenziale». Così lo storico e linguista olandese Johan Huizinga cominciava, nel 1938, il suo saggio «Homo Ludens», indicando nel gesto ludico una delle matrici fondamentali della civiltà. Secolo dopo secolo, dadi che rotolano, numeri nascosti in un sacchetto di stoffa, pedine e tabelloni, regole e strategie codificate, mondi in miniatura su superfici di cartone, legno o carta sono, infatti, stati un modo per imparare, immaginare, sfidarsi e stare insieme. È da questa prospettiva che si può leggere la mostra «0-99. Design per gioco», allestita nelle sale di Palazzo Arese Borromeo a Cesano Maderno, in Brianza, per la curatela di Cristian Confalonieri, co-fondatore di Studiolabo e Fuorisalone.it, con Alessia Interlandi, fondatrice di in.circle, società di consulenza specializzata in comunicazione strategica e organizzazione di progetti espositivi.

In un percorso che parte dall’antica Mesopotamia per giungere al game design dei nostri giorni - il cui allestimento, dai colori neutri e dagli elementi essenziali, è firmato da Six Plus Architetti con Lola Ottolini e Gabriella Cipolla -, la rassegna prende le mosse dal libro «Atlante dei giochi da tavolo» (Topic Edizioni, 2024), scritto da Cristian Confalonieri con Andrea Cuman. È questo il riferimento culturale e scientifico per un racconto, costellato da elementi segnaletici ispirati ai «sashimono» giapponesi (gli stendardi che i guerrieri nipponici usavano in battaglia per identificare i diversi clan), grazie al quale scoprire come il gesto ludico non sia da legarsi solo al mondo dell’infanzia, ma possa anzi essere essenziale, anche in età adulta, per imparare a negoziare regole, a sperimentare ruoli, a simulare conflitti e cooperazioni, a costruire comunità. L’atto ludico è, dunque, visto, qui, come una forma di design relazionale, capace di raccontare epoche e contesti geografici e culturali.

Riproduzioni fedeli di giochi antichi, versioni giganti e pezzi in tiratura limitata o da collezione dialogano elegantemente con le sale affrescate di Palazzo Borromeo Arese, villa di delizia briantea risalente alla metà del XVII secolo, che vide lavorare pittori come Stefano Doneda detto il Montalto, Carlo Francesco Nuvolone, Giovanni Ghisolfi e Ercole Procaccini il giovane.
 
Si parte dalle origini: la Tavola reale di Ur (scoperta negli anni Venti del Novecento dall’archeologo Leonard Woolley all’intero di una tomba sumera, datata tra il 3000 e il 2500 a.C.), il Go cinese (ideato, secondo le leggende, più di 4mila anni fa dall’imperatore Yao per insegnare la disciplina al figlio Danzhu), ma anche gli scacchi, il domino, le carte e la tombola, testimoniano l’origine millenaria del gioco da tavola.
 
Si prosegue con i classici del Novecento, simboli dell’espansione del mercato ludico a partire dagli anni Settanta. Si trovano, qui, esposti «Cluedo», «Forza 4», «Monopoli» e «Risiko», quest'ultimo presentato in una versione gigante e giocabile di 90 metri quadrati.

Una delle sezioni più riuscite è quella dedicata alle reinterpretazioni d’autore, dove il gioco si fa oggetto di design. Gli scacchi in acciaio di Gianfranco Frattini, il Gioco dell’oca di Pineider, il tavolo da Carrom di Vismara Design, il tappeto da Backgammon di Valeria Molinari e la battaglia navale in legno e pelle prodotta da Pinetti trasformano il tavolo da gioco in un artefatto estetico, in un territorio in cui la bellezza non è accessoria, ma parte integrante dell’esperienza.

Al centro del percorso si trova, poi, una riflessione sul game design come disciplina autonoma. Figura chiave di questa sezione è Alex Randolph, designer inventore di giochi come «Inkognito», «Twixt», «Sagaland / Enchanted Forest», «Ghosts» e «Venice Connection», che ha introdotto il diritto all’autorialità dei creatori, imponendo il suo nome sulle confezioni. A lui sono dedicate due stanze che ne raccontano la vita, la teoria e le opere, anche attraverso la proiezione del documentario «Alex Randolph, regista di giochi» di Andrea Angiolino, per la regia di Luca Bitonte (Lucca Crea, 2022).

Lungo il percorso espositivo, si trovano, inoltre, progetti moderni come «Contemporary Chess – A Game Without Thrones», una rivisitazione del gioco degli scacchi a firma di Lorenzo Rimini, e l'installazione «La scrivania del game designer» di Spartaco Albertarelli. In mostra, quest’opera viene messa in dialogo con un manufatto della collezione permanente di Palazzo Arese Borromeo, un tavolo realizzato dell’ebanista Pierluigi Ghianda, figura nota per aver esplorato, nel corso della sua carriera, anche una dimensione ludica, creando raffinati oggetti in legno come «La scatola dei giochi» per Pomellato, un prezioso cofanetto prodotto in soli trecento esemplari.

A chiudere l’esposizione, dove è presente anche una ludoteca con i titoli più rappresentativi del panorama contemporaneo e con le illustrazioni di Marta Signori, è il progetto «memorIA», un gioco artistico sviluppato da Studiolabo e Silvia Badalotti, che esplora l’impatto dell’intelligenza artificiale nei processi creativi, aprendo nuove possibilità. Domande più che risposte aleggiano in questa sezione: cosa accade quando l’immaginazione viene condivisa con la macchina? Quale sarà il futuro di un lavoro artigianale come quello del designer di giochi? 

«0-99. Design per gioco» apre così una finestra su ciò che potrebbe accadere nei prossimi anni e, nel complesso, offre una rilettura convincente del gioco da tavolo, sottraendolo a una dimensione puramente ludica per restituirlo al campo del progetto e della cultura materiale. Ne emerge un sistema complesso, in cui regole, forme e interazioni diventano strumenti per interpretare la realtà. Più che un semplice passatempo, il gioco si conferma, dunque, come un dispositivo capace di riflettere - e talvolta anticipare - i modi in cui costruiamo relazioni, immaginiamo scenari, abitiamo il nostro tempo.

Didascalie delle immagini
Mostra «0-99. Design per gioco» (dal 10 aprile al 10 maggio 2026). Vista dell’allestimento. Palazzo Arese Borromeo, Cesano Maderno (MB). Fotografie di Jessica Soffiatti

Informazioni utili
«0-99. Design per gioco». Palazzo Arese Borromeo, via Borromeo 41 - Cesano Maderno (MB). Orari: tutti i giorni, ore 10:00-13:00 e 15:00-18:00. Ingresso: intero € 5,00, ridotto € 3,00. Sito internet: https://www.palazzoareseborromeo.it. Informazioni: Ufficio cultura – Comune di Cesano Maderno, tel. 0362.513442 -428 -536-468. Fino al 10 maggio 2026

mercoledì 6 maggio 2026

«Marea»: le onde di Melissa McGill a Venezia, in Corte Nova

A Venezia l’acqua non è mai solo un semplice confine geografico. È memoria liquida che respira tra le pietre di palazzi, consumati dalla salsedine. È la protagonista silenziosa di ogni istante di vita. Quando si prende un vaporetto, si cammina sopra un ponte, ci si affaccia da una finestra l’acqua è lì, con la sua presenza non sempre discreta. Ci sono giornate in cui sale, invade le calli e i campielli, entra nelle case e, poi, si ritira ricordando la fragilità di un ecosistema come quello lagunare, minacciato dall’innalzamento del livello del mare, dal lento sprofondamento del suolo argilloso e dal sempre più evidente cambiamento climatico. Chi vive davvero la città, e sfida la salsedine per stendere i panni al sole e al vento, ha imparato ad abituarsi al battito irregolare di una marea. Con pazienza e resistenza. Con ostinazione e rispetto.

Racconta questa storia l’intervento di arte pubblica partecipata che l’artista newyorkese Melissa McGill (Rhode Island, 1969) ha portato nel sestiere di Castello, tra i Giardini della Biennale e l’Arsenale, in occasione della pre-apertura della sessantunesima Esposizione internazionale d’arte di Venezia. Il progetto attiva, però, anche una riflessione sul turismo di massa e sulla conseguente «museificazione» della Serenissima, un fenomeno che ha visto la popolazione scendere dai 170.000 abitanti del 1950 ai meno di 50.000 attuali e, di contro, il numero dei visitatori occasionali aumentare vertiginosamente.

L’opera di Melissa McGill, intitolata «Marea» e patrocinata della Commissione nazionale italiana per l'Unesco, abita, infatti, un lembo della città che ancora resiste all’evaporazione dell’identità residenziale. Si tratta di Corte Nova, forse la calle più fotografata e pittoresca di Venezia. Qui, i tradizionali stenditoi — le tagge — diventano l’ordito su cui l'artista tesse una narrazione collettiva. Circa cento lenzuola dipinte a mano, agitate dal vento, fluttuano sopra la testa dei passanti. Questi panni stesi sono un segno di presenza, una dichiarazione silenziosa: qui abitano persone reali, con storie reali.
Ogni pezzo di stoffa è il risultato di un lavoro di archeologica sociale: nasce da un dialogo triennale con i residenti della corte, da interviste, fotografie di famiglia, memorie condivise. Persino il pigmento utilizzato per dipingere le lenzuola incorpora l’acqua prelevata direttamente dalla laguna, creando un legame ontologico tra l’opera e il suo ambiente, quasi a restituire alla città qualcosa di suo.
Il risultato visivo è quello di una marea sospesa nel cielo della calle: le lenzuola, mosse dal vento, si intrecciano e si dispiegano come onde. Per Melissa McGill, che ha lavorato all'installazione con il veneziano Massimiliano Smerghetto (da decenni impegnato nella difesa del tessuto culturale ed economico della città) e la project manager Marcella Ferrari, questo movimento non è solo estetico. È una metafora della nostra interconnessione con l’acqua e con gli altri: un respiro condiviso, un’immagine di resilienza collettiva.

L’artista, formatasi alla Rhode Island School of Design e recentemente premiata dalla Rockefeller Foundation per il suo prestigioso programma di residenza artistica e accademica sul Lago di Como, rende così omaggio a una città che considera la sua seconda casa. Venezia l’ha vista vivere un periodo formativo importante per la sua ricerca artistica, dal 1991 al 1993, e da allora Melissa McGill non ha mai smesso di tornarci. Nel corso di trent’anni ha documentato in centinaia di fotografie gli stati d’animo della laguna - la luce nelle diverse stagioni, i colori al crepuscolo, la superficie dell’acqua sotto la pioggia o nel vento - costruendo un archivio visivo che oggi alimenta direttamente le opere di «Marea».
Artista interdisciplinare e - per sua stessa definizione - «water storyteller», Melissa McGill si muove con disinvoltura tra pittura, scultura, performance, fotografia, suono e installazione video.
Il filo conduttore della sua pratica è l’acqua intesa come linguaggio: non mero elemento naturale, ma narratore di storie di luoghi, comunità, ecosistemi. Nel settembre 2025, l’artista ha, per esempio, presentato «A Lake Story – Lago Ontario», una spettacolare processione di oltre quattrocento canoe che ha colorato il bacino lacustre di Toronto, portando dipinti monocromi realizzati con pigmenti naturali raccolti dal lago e animati dal vento.

Il suo legame con Venezia ha già prodotto opere significative. Nel 2017, «The Campi», presentata anche nello studio di Carlo Scarpa all’Università Iuav, ha esplorato il suono e la vita quotidiana nelle piazze cittadine. Nel 2019, in occasione della Biennale, «Red Regatta» ha trasformato la laguna in un’opera d’arte in movimento: cinquantadue imbarcazioni tradizionali veneziane, con le loro vele dipinte di rosso, hanno animato i canali e la laguna aperta. L’iniziativa, che ha coinvolto più di duecentocinquanta veneziani, è stata accolta con un tale entusiasmo tanto da essere invitata, quello stesso anno, a inaugurare la Regata storica, l’evento principale della voga alla veneta, in scena sul Canal Grande la prima domenica di settembre.

Ciò che distingue il lavoro di Melissa McGill da molte altre esperienze di arte pubblica è il rifiuto della monumentalità calata dall’alto. Ogni suo progetto parte dall’ascolto. Nel caso di «Marea», il percorso di preparazione ha avuto il suo primo atto pubblico l’11 aprile 2025, con l’evento «Quei de la Corte Nova». Per una serata, le fotografie personali e familiari dei residenti della corte - memorie che vanno dagli anni Trenta a oggi, recuperate anche grazie all’Archivio fotografico La Gondola - sono state appese ai fili della calle, trasformando il quartiere in una mostra fotografica all’aperto vibrante e partecipata.

Parallelamente all’installazione, la galleria d’arte contemporanea 10&Zero Uno di Chiara Boscolo, in via Garibaldi (Castello 1830), ospita, fino al 20 giugno, una mostra dal titolo «Aquae», offrendo uno spazio di approfondimento critico sulla ricerca di McGill.
Il progetto è, poi, destinato ad arricchirsi con un libro e un documentario sulle testimonianze dei veneziani che vivono e amano la loro città, due strumenti narrativi complementari all’installazione visiva.

Chi passerà, in questi giorni di inizio maggio, per Corte Nova vedrà, dunque, centinaia di lenzuola dipinte ondeggiare nel cielo stretto della calle. Forse, all’inizio, le scambierà per panni stesi ad asciugare al sole. Ed è proprio in questo equivoco che risiede la forza dell’opera: un’arte che non si distingue dalla vita, perché dalla vita è generata. Quei tessuti bianchi e blu, gonfi di vento, vogliono, infatti, essere l’ultimo, poetico vessillo di un popolo che non ha mai smesso di esserci e che dice al mondo: «siamo ancora qui». Come l’acqua, proprio in questi giorni in cui la città sembra una Babele di lingue e di culture, i veneziani reclamano il loro spazio.

Didascalie delle immagini
«Marea», installazione ambientale. Venezia, Corte Nova. Vista dell'installazione. Fotografia di Marta Mancuso

Informazioni utili
«Marea», installazione ambientale. Corte Nova, sestiere di Castello - Venezia.   Informazioni: stampa italiana: CasadoroFungher Comunicazione — elena@casadorofungher.com chiara@casadorofungher.com | stampa internazionale: Hanna Gisel — hanna@hannagisel.com. Fino al 10 maggio 2026
«Aquae», mostra. Galleria 10&Zero Uno, via Garibaldi (Castello 1830) – Venezia. Orari: martedì-sabato, ore 10:30-18:00. Ingresso gratuito. Sito internet: https://www.10zerouno.com. Fino al 20 giugno 2026