ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

mercoledì 15 luglio 2026

Il Museo del disco d’epoca: a Sogliano al Rubicone un viaggio attraverso centocinquanta anni di memoria sonora

Il gracchiare di un vecchio cilindro di cera che gira lento e che restituisce le note di un’intramontabile aria d'opera, il ticchettio meccanico di un jukebox Wurlitzer che si prepara a suonare grazie a un semplice gettone, la puntina di un grammofono sospesa nell’aria in attesa di posarsi su un disco e di diffondere nell’aria la sua musica: il suono, per sua natura effimero e fuggevole, ha trovato nella registrazione meccanica la sua sfida più audace all'oblio, quella che ha consegnato voci, parole, canti e melodie del passato alla nostra fruizione.
Nel cuore della Romagna, in un piccolo borgo dell’Appennino nella provincia di Forlì-Cesena, c'è un luogo in cui l’evoluzione della nostra memoria acustica ha trovato casa. È il Museo del disco d'epoca di Sogliano al Rubicone, ubicato nelle sale di Palazzo Marcosanti-Ripa (oggi noto anche come Palazzo della Cultura), un edificio ottocentesco apprezzato per i suoi affreschi neoclassici con personaggi mitologici, stoffe damascate ed elementi naturali.
La genesi di questo straordinario patrimonio culturale - una vera e propria macchina del tempo sonora che consegna contemporaneamente al nostro udito l'ardore di un discorso politico di inizio Novecento e la delicatezza di una favola per bambini degli anni Venti - è legata indissolubilmente alla figura di Roberto Parenti, un collezionista metodico e lungimirante che ha impiegato quasi sessant’anni a radunare ciò che oggi costituisce una delle più complete raccolte discografiche d’Italia, con i suoi oltre 80mila pezzi (di cui 50mila conservati nell'ex sede adibita a magazzino e circa 30mila esposti stabilmente a rotazione), ognuno dei quali rappresenta un capitolo importante di un racconto iniziato nel 1877, con Thomas Alva Edison, e ancora in corso di scrittura.
L’idea di dare una forma museale a questo patrimonio era maturata già negli anni Ottanta del Novecento, ma è solo nel 1995 che la collezione viene aperta al pubblico, inizialmente allestita in un grande magazzino della famiglia Parenti, poi nelle sale di Palazzo San Girolamo, nella vicina Longiano, e infine, dal 2012, al piano nobile di Palazzo Marcosanti-Ripa, in quella che, anche grazie alla presenza della Biblioteca civica, è una vera e propria casa della cultura per il Comune di Sogliano al Rubicone.

Per comprendere appieno il significato del Museo del disco d’epoca è necessario ripercorrere, almeno per sommi capi, la straordinaria avventura tecnologica che ha reso possibile fissare il suono nel tempo.
La storiografia ufficiale della registrazione sonora fissa il suo punto di svolta nel dicembre del 1877, quando Thomas Alva Edison registra la celebre filastrocca infantile «Mary had a little lamb» all’interno del cono di un congegno di ottone avvolto nella carta stagnola con l’intento di poter riprodurre la copia in ogni momento e un numero arbitrario di volte. Nasce così il «fonografo», la macchina che «scrive il suono», il cui brevetto viene riconosciuto il 19 febbraio 1878. Non si tratta, in senso stretto, del primo tentativo: già nel 1860 il francese Édouard-Léon Scott de Martinville aveva inciso la voce umana su fogli di carta annerita, ma senza alcun meccanismo di riproduzione. Thomas Alva Edison compie, dunque, il passo decisivo: non solo registrare, ma anche riascoltare.
Una tappa verso la commercializzazione e la stabilità del supporto avviene poco dopo con l'introduzione dei cilindri in cera, i più antichi reperti conservati intatti nella collezione romagnola. Nel 1880 Chichester Bell e Charles Tainter, nei laboratori Bell, perfezionano, infatti, lo strumento edisoniano e nasce il cosiddetto «grafofono». È, però, nel 1887 che Emile Berliner, ingegnere tedesco già collaboratore di Alexander Graham Bell, ottiene il brevetto di una variante rivoluzionaria: il «grammofono», che sostituisce il cilindro con un disco piatto inciso lateralmente. Questo sistema si rivela superiore per riproducibilità e affidabilità: il disco può essere stampato in serie a partire da una matrice, aprendo la strada all’industria discografica di massa. Non è un dettaglio marginale che il Grammy Award, il premio musicale più ambito al mondo, prenda il nome proprio da questa invenzione.
Nella seconda metà dell’Ottocento, per iniziativa di Louis Glass e William Arnold, si diffonde anche il jukebox, una macchina a gettone («coin-up») concepita come un distributore a pagamento di musica, che trasforma l’ascolto da evento raro in esperienza quotidiana.
L’industria discografica, la nascita dei cataloghi musicali, la possibilità di preservare le esecuzioni dei grandi interpreti sono tutte conseguenze dirette di questa catena di invenzioni che il museo romagnolo ripercorre con esemplari originali e funzionanti.
Ciò che distingue la collezione di Roberto Parenti dalla maggior parte delle altre raccolte specializzate è la sua vocazione enciclopedica: anziché concentrarsi su un’epoca o su un genere specifico, il patrimonio conservato a Palazzo Marcosanti-Ripa ambisce a restituire l’intera traiettoria tecnologica e culturale della musica registrata, dai suoi esordi meccanici alle forme più recenti di riproduzione digitale, presentando anche migliaia di documenti cartacei quali libretti d’opera risalenti alla fine del Seicento, spartiti musicali stampati tra la metà dell’Ottocento e la metà del Novecento, manifesti di concerti e opere liriche, locandine, cataloghi discografici, cartoline musicali e foto autografe di grandi artisti.
L’importanza scientifica della collezione è stata riconosciuta anche in ambito accademico: per cinque anni l’Università di Bologna ha, infatti, condotto un progetto di valorizzazione, catalogazione, digitalizzazione e archiviazione di una parte significativa del patrimonio custodito dal museo, inserendolo a pieno titolo nel circuito internazionale della ricerca musicologica.
 
Il percorso espositivo, articolato in sette sale, si apre con una statua di Marilyn Monroe, affacciata sulla balconata interna dell'edificio, quasi ad anticipare il carattere eterogeneo e a tratti sorprendente dell’esperienza che attende il visitatore.
Nella prima stanza, che accosta documenti sonori a dispositivi di riproduzione d’epoca, si trovano un jukebox originale Wurlitzer modello 500 del 1938 - amplificato a valvole, capace di suonare 24 dischi a 78 giri, con la gettoniera originale americana ancora funzionante - e un’importante raccolta di «voci storiche», con rarissime incisioni fonografiche che contengono i discorsi ufficiali di monarchi e statisti del Novecento. Tra questi, si annoverano l’orazione di incoronazione di re Edoardo VII del 1902, l'ultimo colloquio di Umberto I ai bersaglieri in partenza per la Cina durante la guerra dei Boxer, e allocuzioni di Guglielmo II detto il Kaiser, Stalin, Adolf Hitler, Benito Mussolini e altri ancora.
A fare da contrappunto alla solennità di queste pagine di storia, un box musicale meccanico ospita due marionette musiciste che, all'inserimento di una moneta, eseguono ritmi di mambo e cha-cha-cha.
Proseguendo il percorso, la Sala rossa sposta l'attenzione sull'estetica dei dispositivi domestici. Qui sono esposti grammofoni d'élite che si distinguevano dai modelli popolari per l'assenza della tromba esterna e per l'impiego di mobili in legni pregiati finemente intagliati o decorati con motivi pittorici, pensati per integrarsi armoniosamente nei salotti dell'alta borghesia. Di grande interesse scientifico è la presenza di un «pathéfono», brevettato dall'azienda francese Pathé, un imponente riproduttore capace di leggere dischi fino a 50 centimetri di diametro, specificamente progettato per diffondere il suono in spazi pubblici ampi e rumorosi come le sale da ballo, sostituendo di fatto le orchestre dal vivo.
Nella Sala gialla, la storia della registrazione si unisce alla cultura di massa contemporanea. Attorno a un raro graphophone - il nome commerciale del dispositivo che per primo commercializzò la riproduzione da cilindro - sono disposti centinaia di memorabilia e oggetti di culto legati a figure fondamentali per la storia del rock e del pop moderno: Elvis Presley, i Beatles, i Led Zeppelin, i Kiss. Tra le rarità spicca l'edizione speciale dell'album «Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band», che includeva all'interno della confezione dei veri semi di piante, permettendo all'ascoltatore di ricreare materialmente il giardino raffigurato sulla celebre copertina. L'ambiente è, inoltre, arricchito da caricature in terracotta di grandi musicisti degli anni Settanta e da una vetrina scientifica interamente dedicata ai ricambi storici per le puntine dei grammofoni.
La quarta sala mette, invece, in mostra i celebri picture disc, supporti musicali speciali che incorporano un'immagine fotografica o artistica sull'intera superficie del disco, superando la tradizionale etichetta centrale di carta. Pur avendo avuto una diffusione commerciale limitata a causa dei costi elevati di produzione e di una resa sonora inizialmente inferiore, rappresentano oggi pezzi storici di immenso valore collezionistico.
In questa stanza trovano posto anche strumenti che documentano la storia della portabilità del suono: dal celeberrimo Mikiphone svizzero (il grammofono portatile più piccolo del mondo, racchiuso in una scatola tascabile) al primo Walkman prodotto dalla Sony, su richiesta del suo presidente e ispirato ai registratori dei giornalisti, fino ai MiniDisc di Michael Jackson, pionieri della riproduzione a memoria solida.
Mentre la quinta stanza celebra i giganti della discografia mondiale attraverso installazioni di grande impatto visivo: una statua a grandezza naturale di Elvis Presley, simulacri dei Led Zeppelin e una ricostruzione scenografica tridimensionale con sfondo illuminato della storica copertina di «Abbey Road» dei Beatles. Le pareti della stanza sono, inoltre, interamente rivestite da autentici dischi d'oro, d'argento e di platino, certificati ufficialmente dalla RIAA (Recording Industry Association of America), che attestano i picchi di vendite raggiunti dagli artisti nella storia del mercato fonografico.
Proseguendo, la sesta sala permette al visitatore di addentrarsi in una dimensione prettamente archivistica e legata alla musica colta. Qui si possono ammirare da vicino centinaia di libretti d'opera stampati tra la fine del Seicento e il Novecento, spartiti musicali rari, manifesti storici di stagioni liriche e foto autografe dei più grandi interpreti del passato. Spiccano, in questa sezione, un costume di scena originale utilizzato per le rappresentazioni della «Madama Butterfly» di Giacomo Puccini e due sculture dedicate a Maria Callas e Luciano Pavarotti, pilastri della lirica mondiale.
Il percorso espositivo si conclude con la sala dedicata all'infanzia, uno spazio dove l'interattività permette di comprendere l'applicazione pedagogica della registrazione nei primi decenni del XX secolo. Sono esposti e utilizzabili pezzi di eccezionale rarità: una bambola parlante degli anni Venti, mossa internamente da un meccanismo a micro-cilindri che le permette di cantare; i celebri «Bubble Books» della Harper-Columbia (1917-1929) - libri con dischi allegati per i bambini e copertine dai vivacissimi disegni a colori - e «Le avventure di Pinocchio su Dischi Durium» del 1933, la fiaba di Collodi narrata e cantata su 18 dischi a 78 giri in cartone rivestito di resina sintetica. Si tratta di una testimonianza preziosa di come la musica registrata abbia, sin dagli esordi, cercato di raggiungere anche il pubblico più giovane, trasformando l’ascolto in gioco e narrazione.
 
Il Museo del disco d’epoca non è, però, soltanto un luogo di conservazione passiva, è anche uno spazio attivo di ricerca e mediazione culturale. L’accesso è gratuito per tutti e il materiale è messo a disposizione del pubblico per studio, consultazione e semplice curiosità. La già citata collaborazione con l’Università di Bologna ha prodotto un lavoro sistematico di catalogazione e digitalizzazione, contribuendo a rendere scientificamente fruibile una porzione significativa della collezione e a inserirla in un circuito di ricerca più ampio, confermando l'importanza delle piccole realtà territoriali come custodi insostituibili della memoria storica collettiva. Il museo è, inoltre, riconosciuto dal portale Google Arts and Culture come sito di interesse mondiale, collocandosi tra i 2mila musei più significativi del pianeta.
La visita a Palazzo Marcosanti-Ripa restituisce, dunque, l’eco di un passato che continua a risuonare nel presente perché il suono - effimero per natura, disperso nell’aria nel momento stesso in cui nasce - ha trovato negli ultimi centocinquanta anni modi sempre più sottili e potenti di resistere al tempo. La voce di un re morto, il vibrato di una cantante leggendaria o il riff di una chitarra che ha incantato migliaia di fan - tutti preservati nelle micro-incisioni dei vinili, nella cera opaca dei cilindri ottocenteschi o nella gommalacca di vecchi 78 giri - si fanno così testimoni di un'intera civiltà acustica, dimostrando che anche una puntina spostata da una mano curiosa su un vecchio piatto può restituirci una parte preziosa della nostra storia comune.

Informazioni utili
Museo del disco d’epoca – Palazzo della Cultura, piazza Garibaldi, 19 – Sogliano Al Rubicone (FC). Orari: tutte le domeniche dalle 15.30 – 18.00 | visite guidate anche gli altri giorni solo su prenotazione. Ingresso gratuito. Informazioni: tel. +39 366.3023594, e-mail infomuseo@museodeldiscodepoca.com. Per ulteriori informazioni: https://museodeldiscodepoca.com/ 

lunedì 13 luglio 2026

L'acqua, la scena, l'archivio: l’ecosistema di Centrale Fies e le pratiche performative

C'è un punto, lungo la strada che risale la Valle dei Laghi tra Riva del Garda e Trento, in cui il fiume Sarca si stringe contro le Marocche di Dro, la più grande frana post-glaciale d'Europa, e il paesaggio, per un attimo, sembra ricordarsi di un tempo in cui, in quel posto, l'energia idroelettrica era qualcosa di visibile e di sonoro. Lì, dentro l'involucro monumentale di una centrale fatta costruire dagli Asburgo nei primi anni del Novecento (e ancora in parte attiva), da ventisette anni pulsa un tipo di energia differente, quella che sprigiona dai corpi in movimento durante una performance e dalla forza immateriale di un’idea creativa. Da giovedì 16 a domenica 26 luglio, la Centrale Fies di Dro, nel cuore delle Dolomiti, mette nuovamente in azione le sue turbine, quelle metaforiche della ricerca estetica, e offre al pubblico dieci giorni di mostre, performance, lecture e convivialità.

Fies, una centrale che non ha mai smesso di produrre

Per comprendere cosa accade ogni estate a Dro occorre, però, partire dalla pietra, prima ancora che dai programmi. La centrale di Fies fu costruita a ridosso del 1910 per sfruttare il salto d'acqua del Sarca; rimase in funzione, sia pure in modo sempre più marginale, anche dopo che l'Enel decise, negli anni Sessanta, di trasferire la produzione più consistente a Torbole, undici chilometri più a sud. È proprio questa attività residuale la ragione per cui l'edificio non è mai stato dismesso o demolito. Questa centrale a bassa intensità, ma ancora attiva, oggi appartiene a Hydro Dolomiti Energia ed è concessa in comodato d'uso al progetto culturale «Centrale Fies - Centro di ricerca per le pratiche performative contemporanee», un’iniziativa che affonda le proprie radici nel festival «Drodesera», nato nel 1981, e che, dalla stagione 1999-2000 ha dato vita, per intuizione dei fondatori Barbara Boninsegna e Dino Sommadossi (con la cooperativa «Il Gaviale»), a una casa-rifugio per artisti, curatori e studiosi, attraverso fitti programmi di residenza. Ciò è stato possibile grazie a un importante lavoro di archeologia industriale, uno dei primi in Italia a fini artistici e culturali, che ha visto la riconversione di più spazi della struttura asburgica - la Galleria trasformatori, la Sala turbine, la Forgia e le Sale macchine - al fine di ospitare mostre, spettacoli e aree di co-working.
Da allora il progetto «Centrale Fies» è diventato un punto di riferimento per la ricerca coreografica e performativa a livello continentale, accumulando oltre centocinquanta produzioni e co-produzioni e vantando un archivio digitale che, dal 2021, raccoglie oltre mille video, circa 25mila fotografie e altro materiale visuale a documentazione di un lavoro che va avanti da oltre quarant'anni.
Di recente, la direzione artistica ha, poi, scelto consapevolmente di abbandonare il formato tradizionale del festival estivo, concentrato in poche giornate, per costruire quello che oggi viene definito, con un'espressione della studiosa Annalisa Sacchi dell’università Iuav di Venezia, un esempio di «curatela espansa», perché non si avvale della voce di un’unica regia. Questo approccio rinuncia, infatti, programmaticamente alla centralità di una singola voce per aprirsi a una costellazione di sguardi, responsabilità condivise e alleanze orizzontali, creando un «ecosistema complesso» in cui progettualità differenti mantengono la propria autonomia pur convergendo in un'unica, solida infrastruttura comune.
È esattamente questa la chiave con cui va letta l'edizione 2026. I dieci giorni di programmazione non compongono un festival nel senso classico del termine, ma un arcipelago di progetti autonomi, ciascuno con una propria curatela, un proprio pubblico e un proprio linguaggio, tutti inseriti in un'infrastruttura comune e, soprattutto, con un’identica postura di ricerca.
Accanto a Barbara Boninsegna e Simone Frangi, storici curatori del nucleo «Live Works Summit», e a Mackda Ghebremariam Tesfaù e Justin Randolph Thompson, già presenti a Dro in passato, quest'anno il perimetro curatoriale si allarga a Lorenzo Pezzani del laboratorio «Liminal» di Bologna, alla curatrice indipendente Sofia Baldi Pighi, al teorico Michele Bertolino e al collettivo di attivisti culturali che firma il progetto «The Sparks Return».

Un «ecosistema complesso» di mostre, performance e lecture

L'«Estate di Centrale Fies», questo il titolo del programma, si aprirà nella giornata di giovedì 16 luglio, nello spazio della Galleria trasformatori, con una mostra personale dell’artista italo-tunisina Monia Ben Hamouda, classe 1991, la cui ricerca esplora l’identità diasporica e la complessità di un bagaglio multi-culturale come il suo, fondendo i linguaggi scultorei contemporanei, studiati all’Accademia di Belle arti di Brera, con la tradizione della calligrafia islamica, appresa dal padre pittore. Le sue sculture monumentali in acciaio tagliato al laser, cosparse di sabbia e di spezie usate come pigmenti, si muovono nello spazio liminale tra aniconismo e figurazione, evocando presenze - mani, animali e demoni - che affiorano e si dissolvono nel tratto calligrafico e in quello che l'artista stessa definisce un processo sciamanico.
Ad accompagnare l'apertura della mostra, per la curatela di Simone Frangi e Barbara Boninsegna, sarà la performance «MoonJar» della coreografa greca Kat Válastur e del compositore franco-ivoriano Aho Ssan: un'interazione tra suono e movimento ispirata ai miti di creazione e alla materia dell'argilla, con oggetti ceramici realizzati da Latika Nehra che evocano reliquie e ossa. La coreografia, i cui movimenti a spirale richiamano i cicli lunari e le torsioni del Dna, dialoga con questi reperti e con i suoni che essi veicolano. A chiudere la serata è in agenda un live set dello stesso Aho Ssan.
Il cuore pulsante della stagione resta il «Live Works Summit», giunto alla tredicesima edizione e in cartellone da venerdì 17 a domenica 19 luglio: il momento in cui un gruppo di artisti emergenti, selezionati un anno prima tramite call internazionale, presentano gli esiti di un percorso di residenza, mentoring e produzione durato dodici mesi. Si tratta di un riuscito dispositivo di scouting e di monitoraggio dei linguaggi performativi contemporanei più innovativi e transdisciplinari, inserito in una rete internazionale di istituzioni che comprende la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Palazzo Grassi–Pinault Collection, il Tanzfabrik Berlin, l’Hangar Barcellona e l'Operaestate Festival.
In questa edizione la curatela del progetto è firmata da Barbara Boninsegna e Simone Frangi, con Mackda Ghebremariam Tesfaù e Justin Randolph Thompson; mentre gli artisti selezionati sono: Tim Bartel, Publik Universal Frxnd, Kristina Kusmina Dreit, Pina Danila Gambettola, Abdul Halik Azeez, Eleni Roberts Kazouri e Vladimir Babinchuk, Juan Yung Han.
Nello specifico, il pubblico avrà l’occasione di assistere a «The Third Bodies» di Pina Danila Gambettola, una performance che prende avvio da un confronto tra la medium Eusapia Palladino e l’antropologo Cesare Lombroso, alla fine dell’Ottocento.
Kristina Kusmina Dreit presenterà, invece, «Druzhba sent from my iPhone», che instaura un sottile parallelo tra i dipinti del Realismo Socialista e i gesti e le pose presenti nelle fotografie di famiglia dell’artista. Mentre Juan Yung Han proporrà «Picking on the Waves», che esplora  attraverso l’animazione il modo in cui gli eventi storici imprimono un movimento persistente nei corpi e nella materia. Ancora, Publik Universal Frxnd metterà in scena «Born to Lose», una nuova installazione scultorea e un’esplorazione sonora della morte intesa come transizione da uno stato all’altro, che si articola attraverso l’uso di musica, canne d’organo in legno appositamente realizzate, canto corale e opere scultoree attivate. Con «Remains», Tim Bartel esplorerà, invece, l’ambiguità intrinseca del linguaggio attraverso costruzioni e performance basate sull’abbigliamento. Mentre Abdul Halik Azeez, con «Authentic Narrative of the Curious Espionage of an Unnamed Moor», indagherà le intersezioni tra tardo capitalismo, colonialismo e i processi di costruzione della memoria, della storia e delle politiche identitarie. Infine, Eleni Roberts Kazouri e Vladimir Babinchuk presenteranno «Strike», eco di una lotta, in cui tre performer lavorano a partire dalla persistenza di un’immagine di strada, in una lunga sala di cemento che si legge come un corridoio. 
All'interno del «Live Works Summit» si inserisce la «Fellowship» intitolata ad Agitu Ideo Gudeta, l'imprenditrice e attivista etiope-italiana nota per il suo lavoro con le capre di razza mochena in Trentino, uccisa nel 2020. La borsa di studio, pensata come una forma di affirmative action per contrastare le barriere materiali e simboliche legate alla razzializzazione nel sistema dell'arte, è stata assegnata da Mackda Ghebremariam Tesfaù e Justin Randolph Thompson a Luc Ndikubwimana, che presenterà «Re-Veil» (sabato 18 luglio, ore 19:30), una perfomance su cui si concentra sullo smascheramento degli archivi ai quali attingiamo quotidianamente evidenziando come siano ancora privi di un approccio decoloniale. Tra gli ospiti del programma si segnalano anche Alif Hilal (già noto come Lyra Pramuk), Katerina Andreou con Mélissa Guex, e Tiziano Cruz,  con «Wayqeycuna», ultimo capitolo della trilogia «Tres Maneras de Cantarle a una Montaña», in cui l’artista articola, attraverso una serie di gesti poetici, i suoi ricordi d’infanzia dell’entroterra dell’Argentina settentrionale con manifesti politici sul mercato dell’arte e sui privilegi di classe.
Durante il weekend si terranno anche le free school, ovvero incontri e lezioni aperte al pubblico a rinforzare le linee culturali e i processi sommersi che guidano la programmazione del centro di Fies, che avranno per protagonisti Angeliki Tzortzakaki, Hannah Proctor e Costanza Spina
L’«Estate di Centrale Fies» proporrà anche un’intera giornata, quella di mercoledì 22 luglio, con il collettivo Bagnomaria di Milano, Chiara Tagliaferri e Gianluca D’Incà Levis per scoprire «The Sparks Return», progetto di Virginia Sommadossi ed Elisa Di Liberato, vincitore del bando «Laboratorio di creatività contemporanea», promosso dalla Direzione generale Creatività contemporanea del Ministero della Cultura.
Costruita con una rete di giovani attivisti culturali delle valli trentine, ovvero Stefania Santoni, Pierangelo Giacomuzzi e P. Parenti, la piattaforma propone un modello di curatela condivisa, radicato nelle comunità locali e orientato alla costruzione di alleanze tra pratiche artistiche e territori, modulato attraverso assemblee, tavoli di lavoro e una cena collettiva.
Il capitolo conclusivo, «Love is Political», è in agenda da giovedì 23 a domenica 26 luglio e prosegue una linea di ricerca avviata negli anni scorsi con «Enduring Love», «Evolving Love» e «Radical Love», mettendo questa volta al centro la natura politica delle relazioni: l'idea che ciò che accade tra le persone - amore, amicizia, alleanza, cura - non resti mai confinato alla sfera privata, ma lasci tracce nel mondo condiviso. Tornano compagnie storicamente legate a «Centrale Fies», da Anagoor a Motus, da Dewey Dell a Francesca Pennini/CollettivO CineticO, accanto a nuove voci come Annamaria Ajmone, Chiara Bersani con Lemmo, Wissal Houbabi e Laura Tripaldi.
Dentro questo capitolo si aprono tre progetti speciali, pensati come un «patto di contesto» tra pratiche affini. «Liminal» - laboratorio di ricerca dell'Università di Bologna, diretto da Lorenzo Pezzani, che indaga la violenza di frontiera attraverso l'investigazione geospaziale e open-source - presenterà «Overhead», un'installazione audiovisiva che intreccia tre traiettorie di sorveglianza dall'alto nel Mediterraneo: il controllo aereo delle frontiere, le occupazioni aeree e la genealogia dell'aviazione militare italiana nella colonizzazione della Libia.
Sofia Baldi Pighi porterà, invece, «Arte come resistenza civile», un progetto sulla scena culturale ucraina che, nonostante il conflitto, continua a produrre mostre, spettacoli e raccolte fondi. A Centrale Fies arriverà anche il collettivo «Open Group» - ovvero Yuriy Biley, Pavlo Kovach e Anton Varga - con «Repeat after me II», già visto al padiglione polacco della sessantesima edizione della Biennale d’arte di Venezia. 
 Chiude il trittico «Blue Blue Blue Limbo» - un-archive», una mostra-esperienza olfattiva firmata dal collettivo «Industria Indipendente» insieme a Michele Bertolino, che si configura come - si legge nella nota stampa - «una palestra per allenarsi a sentire insieme, un archivio di letture, immagini e rumori, un raccoglitore di fragranze». L'esposizione inaugura un nuovo spazio espositivo della centrale, storicamente deputato alla conservazione del piccolo archivio cartaceo dello stabilimento. Questo luogo viene risignificato come un ambiente totale e immersivo, dove i riferimenti letterari e visivi (da Kathy Acker a Derek Jarman) si fondono con un paesaggio sonoro metallico e distorto e con le suggestioni olfattive dell'omonimo profumo «Blue Blue Blue Limbo». L'olfatto viene, qui, indagato come un vero e proprio dispositivo performativo capace di ridefinire l'identità e la porosità dei corpi nello spazio interstiziale dell'incontro.
La mostra odora di pioggia, cuoio, resina di pino, evocando al contempo il sapore metallico del sangue e della salsedine marina.
A completare il programma, il collettivo trentino «Rifugio Amore» cura «Club Altrove», una serata di clubbing pensata come spazio di relazione e trasformazione collettiva, con la selezione musicale di Kunthug, Kobramulata e Mantis.

Le politiche d'accesso per una sostenibilità ambientale e culturale
Da quattro anni, «Centrale Fies» ha scelto di ripensare anche il proprio rapporto economico con il pubblico. Accanto a numerose proposte gratuite, la politica dei biglietti si articola in quattro fasce libere — «esplora», «apprezza», «ama», «sostieni», da 5 a 20 euro — pensate non più come categorie di appartenenza (abbonati, studenti, operatori), ma come gesti che chiunque può scegliere di compiere nei confronti del luogo.
Per chi arriva da lontano, e in particolare dal mondo universitario, il centro offre anche un campo base gratuito su richiesta; mentre i canali social coordinano iniziative di car sharing per raggiungere una sede che rimane, non a caso, difficilmente accessibile in auto privata durante i giorni di programmazione.
L’«Estate di Centrale Fies» si presenta, dunque, come un dispositivo complesso, capace di tenere insieme dimensione locale e apertura internazionale, ricerca artistica e impegno sociale. In un’epoca segnata da semplificazioni e polarizzazioni, questo spazio continua a investire nella complessità, nella pluralità e nella costruzione di infrastrutture culturali condivise.
Attraversare «Centrale Fies», in questi dieci giorni estivi, significa così entrare in un paesaggio in cui l’arte non si limita a rappresentare il mondo, ma contribuisce attivamente a trasformarlo attraverso il gesto fragile e potente della creazione.

Didascalie delle immagini
1. Centrale Fies. Photo credits: Alessandro Sala per Centrale Fies; 2.,3., 4. e 5. Monia Ben Hamouda, Solo show. Photo Credits: Roberta Segata per Centrale Fies; 6. Industria Indipendente e Michele Bertolino, Blue Blue Blue Limbo - un-archive. Foto dell'installazione; ; 7. Ritratto di Monia Ben Hamouda; 8.  Ritratto di Tiziano Cruz;  9., 10. e 11. Industria Indipendente e Michele Bertolino, Blue Blue Blue Limbo - un-archive. Foto dell'installazione; 12. Uno scatto dalla conferenza stampa di presentazione del programma L’estate di Centrale Fies 2026, tenutasi il 2 luglio 2026
 
Informazioni utili
L’estate di Centrale Fies 2026. Centrale Fies, Loc. Fies 1 - Dro (Trento). Programma: # 16 luglio, Exhibition opening + performance || # 17 - 19 luglio, Live Works Summit + Agitu Ideo Gudeta fellowship ||  # 22 luglio, The Sparks Return || 23, 24, 25, 26 luglio, Love Is Political, con Liminal, Industria Indipendente e Michele Bertolino, Rifugio Amore, Sofia Baldi Pighi. Informazioni: tel. 0464.504700, info@centralefies.it. Programma integrale >> https://www.centralefies.it/. Dal 16 al 26 luglio 2026

venerdì 10 luglio 2026

L’«Incessante sinfonia» del «Quarto teatro» e dell'arte installativa: a Certaldo è tempo di «Mercantia»

C'è una settimana, nel mese di luglio, in cui Certaldo, il borgo toscano che diede i natali a Giovanni Boccaccio, si trasforma in un palcoscenico diffuso a cielo aperto. Ormai da trentotto anni, quando il sole comincia a flettere verso le colline della Val d'Elsa e i mattoni di cotto rosso della città alta si tingono con le calde sfumature del tramonto, un’«esplosione di suoni, colori e visioni» sottrae i vicoli e i cortili medioevali al loro silenzio secolare dando vita a una terra franca dell'immaginazione e della meraviglia. È il segno più evidente che si sta rinnovando la tradizione di «Mercantia – Festival internazionale del Quarto teatro», uno degli appuntamenti culturali più attesi dell'estate toscana, capace di richiamare, di volta in volta, migliaia di visitatori da ogni parte del mondo.
La trentottesima edizione«un’incessante sinfonia» di spettacoli, musica, artigianato e mostre, tra «baci e abbracci, sberleffi e capriole», come recita l’«idea poetica» del 2026 - è in calendario per i giorni da mercoledì 15 a domenica 19 luglio, dalle ore 18:00 fino all’1:00 di notte, quando mimi, ballerini, acrobati, cantastorie, trampolieri, fachiri, artisti del fuoco e performer aerei si mescoleranno alla folla in un racconto corale che è una delle cifre distintive di questo festival, nel quale non esiste una separazione netta tra artisti e pubblico, tra spazio urbano e scena artistica. «Mercantia» non è, dunque, una semplice rassegna di teatro e di arti performative, ma è una vera e propria festa dell’incontro umano, nel quale la cultura si fa strumento di socialità e di educazione alla bellezza.

La storia del festival e la teoria del «Quarto teatro»

Nato nel 1988, in un'Italia in cui il teatro di strada muoveva ancora i primi passi verso una dignità artistica riconosciuta, il festival aveva nella sua prima edizione un nome da filastrocca duecentesca: «Teatralfestamercatomedievale». 
A idearlo era stato Alessandro Gigli, che ne è tuttora il direttore artistico e che, nel corso di quattro decenni, ha trasformato un piccolo mercato in costume in uno degli appuntamenti di settore più longevi e strutturati del panorama nazionale. Alla prima edizione parteciparono una decina di compagnie; nel giro di dieci anni erano già diventate oltre duecento, provenienti da tutta Italia. Da quel momento – era il 1999 - si decise di puntare sulla qualità della proposta più che sulla quantità degli spettacoli, e, come avviene sempre quando si dà la precedenza alla cura dei dettagli rispetto alla logica del «calderone indistinto» e dei grandi numeri fini a se stessi, la scelta fu vincente. 
Ad oggi, «Mercantia» è, infatti, l’unico festival italiano di teatro di strada inserito nel circuito dell’Art Bonus, lo strumento di sostegno culturale, che permette a cittadini, mecenati e imprese di contribuire direttamente alla realizzazione degli spettacoli e alla crescita di un progetto culturale di valore internazionale.
Ciò è dovuto senza dubbio a una serie di importanti ospitalità che hanno segnato l’attività di questi quattro decenni, a iniziare dalla partecipazione del compianto Guido Ceronetti, poeta, filosofo e intellettuale tra i più raffinati del secondo Novecento italiano, la cui presenza ha dato voce alla dimensione più meditativa e letteraria del festival. 
Non va dimenticato, poi, che realtà oggi affermate a livello internazionale come il Teatro dei venti e Cafelulè mossero i loro primi passi proprio a Certaldo e che la manifestazione ha saputo accogliere, nel corso della sua storia, espressioni culturali da ogni parte del mondo: dalle performance ancestrali degli Itzaes dal Messico, autentici maestri del fuoco e della tradizione precolombiana, alle suggestive atmosfere della compagnia indiana Baul de Bengala, capace di guidare gli spettatori in un viaggio mistico tra canti devozionali e danze sacre che fondono tantrismo, buddhismo e sufismo. 
«Mercantia» è stata, inoltre, una vetrina importante anche per Pino Quartullo, regista e autore teatrale noto per il suo lavoro nella commedia contemporanea, e per Bustric (Sergio Bini), attore-mago che ha preso parte al film «La dea dell'amore» di Woody Allen
Tutto ciò ha contribuito a fare di Certaldo quel «grande castello di destini incrociati», per usare un’espressione di Alessandro Gigli tratta da Italo Calvino, che mette al centro l’uomo con le sue emozioni.
Per comprendere a fondo la rilevanza scientifica del festival - che in questa edizione gode del patrocinio, tra gli altri, del Ministero della Cultura, della Regione Toscana e dell’Anci - occorre, poi, soffermarsi anche sulla nozione di «Quarto teatro», una categoria teorico-pratica che ne costituisce, in un certo senso, la carta d'identità estetica. Si tratta di un'etichetta coniata per indicare un linguaggio performativo che rifiuta la separazione tradizionale del teatro di sala, la cosiddetta «quarta parete», e che mette in dialogo discipline eterogenee in un'unica esperienza fluida e itinerante, configurandosi di fatto come un laboratorio permanente di sperimentazione di nuove forme espressive. A Certaldo questa definizione trova la sua realizzazione più compiuta: non esiste un palcoscenico nel senso convenzionale del termine, perché ogni spazio del borgo - vicoli, balconi, torri, cripte, giardini nascosti, terrazze panoramiche - viene reinventato come luogo di spettacolo e diventa parte integrante della drammaturgia e del racconto; mentre il pubblico, mischiato agli artisti, è invitato a una partecipazione immersiva e totalizzante.

Arte diffusa per la pace e per i duecento anni dalla nascita di Collodi
Ogni edizione di «Mercantia» è guidata da un'idea poetica che ne orienta le scelte curatoriali ed estetiche. «Incessante sinfonia» è il tema evocativo scelto per il 2026: un concetto volto a celebrare l'arte, la musica e la poesia come chiavi interpretative per far risuonare un profondo messaggio di pace e di armonia universale in un'epoca di frammentazione globale.
Questo disegno si traduce concretamente in un progetto di arte diffusa che coinvolge ventidue artisti visivi di rilievo internazionale. Tra le installazioni site-specific più significative spicca «L’angelo della pace» dello scultore Federico Melani, collocata in cima ai merli del monumentale Palazzo Pretorio: una figura candida ed eterea che domina il borgo, quasi pronta a spiccare il volo per diffondere un messaggio di fratellanza. Sempre a Palazzo Pretorio è allestita, fino al 13 settembre, la mostra «La parola salvata» di Alfredo Rapetti Mogol con una cinquantina di opere tra lavori storici e progetti inediti, articolate in un percorso che spazia dalle celebri «scritture» su tela agli ultimi lavori di scomposizione delle parole. Mentre nel suggestivo vicolo dell’Osteria trova posto «Chiudendo gli occhi vedo i colori», un percorso sensoriale firmato da Ewa Gerini che, a partire dal dipinto «Guernica in Palestine», invita alla meditazione visiva e interiore perché - racconta l'artista - «ogni guerra nasce anche da ciò che non siamo stati capaci di proteggere. E ogni pace si costruisce a partire da ciò che decidiamo di vedere».
Un capitolo importante del programma è, poi, dedicato alla figura di Pinocchio e al suo autore, Carlo Lorenzini in arte Collodi, di cui ricorrono quest’anno i duecento anni dalla nascita. «Mercantia» ha scelto di omaggiare questa ricorrenza con una serie di interventi scenografici e performativi di grande impatto emotivo. Lungo via Costarella, la storica strada in salita che conduce al cuore del borgo alto, sarà installata la maestosa opera scultorea «Pinocchio e il pescecane» di Matteo Raciti, rinomato artista siciliano e carrista del Carnevale di Viareggio. L'installazione reinterpreta in chiave plastica un momento fondamentale del libro collodiano, tra i classici per l’infanzia più amati di tutti i tempi, quello del ricongiungimento del burattino con il padre Geppetto all'interno del ventre del mostro marino e della sua rinascita come essere umano responsabile.
La loggia di Palazzo Pretorio farà, invece, da scenografia alla mostra «Pinocchio Live Art», una rassegna espositiva che mette in dialogo diciotto diverse sensibilità artistiche contemporanee attorno alla figura del «più discolo di tutti i discoli», un personaggio di fantasia che ha conquistato svariate generazioni di bambini con il suo essere esuberante fino allo sfinimento, intollerante a qualsiasi regola, bugiardo di fronte all’evidenza, ma anche fiducioso nel prossimo, disposto a fare ammenda dei propri errori e ingenuo come solo i sognatori sanno essere.
Valentina Barbieri, Veronica Cairo, Anna Casu, Lucia Coccoluto Ferrigni, Costanza Danielli, Danmariti, Marco Fine, Carolina Frasconi, Vanessa Gai, Katy Maleki, Marta Martini, Valter Masoni, Giada Matteoli, Lucia Pretto, Valerio Salvadori, Francesca Santomauro, Stelleconfuse e Zenro sono stati invitati a creare «nasi» di dimensioni diverse nelle cromie del blu, azzurro e celeste, ideando un’installazione artistica, per la curatela di Francesca Parri, che cambierà, di sera in sera, grazie a una serie di performance di live painting.
Nella chiesa dei Santi Tommaso e Prospero sarà, invece, allestita la mostra «Omaggio a Pinocchio», con trenta litografie su carta, opere del pittore, illustratore e autore di fumetti Vinicio Berti (1921-1991), tra i fondatori dell’Astrattismo classico fiorentino, che si è più volte confrontato nella sua vita con il personaggio collodiano, rappresentandolo, attraverso colori vivaci e l’uso di forme geometriche e linee spezzate, come un innocente vittima di vessazioni e inganni, ma capace di rimanere sempre invincibile di fronte alle avversità.
Mentre Paolo Nuti firma, per la sezione «Anniversari» realizzata con il coordinamento di Fabio Calvetti, una gigantografia dedicata a Pinocchio, dal titolo «Trame del tempo: 1826–2026», che verrà esposta nei vicoli del borgo insieme ad altri due lavori di grandi dimensioni realizzati rispettivamente dagli artisti Nico Paladini e Andrea Gnocchi per ricordare gli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi e i cinquant’anni dalla scomparsa di Agatha Christie.

L'artigianato d’eccellenza e la custodia dei saperi tradizionali 
Accanto agli spettacoli e alle mostre, un ruolo centrale nell'economia culturale del festival è affidato all'artigianato artistico: oltre cento maestri artigiani, accuratamente selezionati, animeranno le vie del borgo, trasformando i loro banchi in piccoli laboratori per la vendita di creazioni uniche fatte a mano e per dimostrazioni dal vivo. Questo aspetto risponde a un'esigenza di tutela etnografica e antropologica, che vuole preservare e tramandare antichi saperi manifatturieri legati al ricamo, all'intaglio del legno e alla lavorazione della pietra, dei metalli, dell'argilla e delle erbe palustri.
Una delle novità più attese del 2026 è la partecipazione, per la prima volta, delle ricamatrici del punto Tavarnelle, una raffinata tecnica di ricamo ad ago, nata nel territorio del Chianti, che negli anni Cinquanta raggiunse una straordinaria popolarità internazionale, quando venne usata per ornare gli abiti di icone globali del cinema e dello stile come Audrey Hepburn e Sophia Loren.

Certaldo, un palcoscenico diffuso per il teatro di strada
La trentottesima edizione segna anche il debutto della sezione «La Mercantia dei bambini», in piazza Boccaccio e via II giugno, un cartellone, interamente gratuito, con spettacoli, animazioni e giochi pensati interamente per le famiglie. Mentre il ricco programma teatrale e musicale, a cui si accede con un biglietto di ingresso alla città vecchia, vedrà per cinque giorni un susseguirsi di danza, teatro sperimentale e musica dal vivo, in un continuo intreccio di linguaggi e suggestioni. Una cinquantina sono i progetti selezionati per questa edizione, replicati anche più volte nell’arco della settimana, che vedranno in scena importanti compagnie provenienti dai cinque continenti accanto a realtà nate proprio a Certaldo.
Tra gli ospiti che vengono dall’estero ci saranno: l’artista taiwanese Wu Haw-Jong, esperto nell’utilizzo del «diablo», che presenterà, in piazza Santissima Annunziata (dal 15 al 19 luglio, dalle ore 21:30 alle ore 23:30), il suo spettacolo «Fluidity Verse» che integra le tecniche tradizionali circensi con la calligrafia, il kendama e le arti visive; e la musicista venezuelana Andrea Cellolo che proporrà, in via del Castello (dal 15 al 19 luglio, dalle ore 20:45 alle ore 23:00), un concerto per violoncello nel quale l’eleganza della musica classica incontrerà i più celebri brani del repertorio pop, da Frank Sinatra ai Queen. Mentre la compagnia kenyota «Mosaico Errante» colorerà il giardino del Convento degli Agostiniani (dal 15 al 19 luglio, dalle 22:10 alle ore 23:45) con il suo spettacolo «Sawa Sawa», una «festa acrobatica africana tra salti mortali, piramidi umane e numeri col fuoco» che si fonderà con l’immaginario urbano dell’hip hop per evocare - come suggerisce il titolo in swahili dell’appuntamento - armonia, pace e benessere.
I «Los Filonautas» - nati nel 2006 dall’incontro tra il tedesco Valentin «L’astronauta» e l'argentina Soledad Prieto «Petrovska» - sono, invece, pronti a incantare il pubblico del Giardino dei lavatoi (dal 15 al 19 luglio, dalle 22:10 alle ore 23:45) con il loro pluripremiato spettacolo «Naufraghi per scelta», un racconto sul filo di acciaio dal sapore frizzante e poetico, apprezzatissimo dai più piccoli.
Arriva a Certaldo - con un riconoscimento importante alle spalle, il Progetto Gutenberg 2026 per il testo «La libertà di essere bambini» - anche l'artista filippina Jenny Ann Clamonte, che porterà, nel giardino della Tinaia (dal 15 al 19 luglio, dalle ore 21:20 alle ore 22:40), la fiaba sensoriale «Incanto d’Oriente», nella quale, grazie a pratiche di illusionismo e di magia, «ogni gesto nasconde una sorpresa e ogni istante brilla di meraviglia».
Gli italo-argentini Agustina Ballester e Pablo Censi, fondatori di «A Tope!», saranno, invece, in scena, in piazza Branca (il 15 e il 16 luglio, dalle ore 21:40 alle ore 23:10) con l'acclamato spettacolo di clownerie e circo contemporaneo «Shhh!», che racconta storie senza l'uso di parole, solo con il movimento del corpo.
In piazza Branca si esibiranno anche «La compagnia del carretto» (il 15 e il 16 luglio, dalle ore 21 alle 22:30), ovvero le marionette animate dall’italo-spagnolo Toni Damaso, e i Naranjarte, realtà fondata dagli spagnoli Ana Lorite e Sergio Aguilar (con sede in Nuova Zelanda), che presenterà «The Bell» (dal 17 al 19 luglio, dalle ore 21:40 alle ore 23:10), spettacolo con giocolerie ipnotiche come il buugeng e il contact juggling
Nel programma «Giardini segreti», che raccoglie cinque tra gli appuntamenti più intimi e suggestivi di «Mercantia», debutta il progetto performativo «Non conosco silenzio», che porta all’interno della suggestiva cornice delle carceri medioevali di Palazzo Pretorio (dal 15 al 19 luglio, dalle ore 21:00 alle ore 23:30), la moda concettuale, il design del suono e la danza per esplorare, attraverso un inedito progetto per la direzione creativa di Elena Murratzu, il pensiero incessante come condizione umana universale. A Certaldo viene proposto in prima nazionale anche «Perfetta Letizia e altri piccoli fiori» (a Palazzo Pretorio – Giardino della Casa del te, dal 15 al 19 luglio, dalle ore 21:45 alle ore 23:20), reading di e con Benedetta Giuntini, per la regia di Firenza Guidi, incentrato sugli scritti di San Francesco d'Assisi. Mentre Eleonora Cardellini e Davide Bardi si confrontano con il «Canzoniere» di Francesco Petrarca nello spettacolo «Qui regna amore» (a Casa Boccaccio, il 18 e il 19 luglio, dalle ore 21:45 alle ore 23:00), una rilettura inedita, attraverso l’adattamento in musica, di alcune fra le liriche più famose del poeta aretino.
Completano il cartellone di «Giardini segreti» lo spettacolo «Tamburo è voce…Battiti di un cantastorie», un viaggio nella cultura popolare della Calabria con Nando Busco (nei sotterranei del Convento degli Agostiniani, dal 15 al 19 luglio, dalle 21:40 alle 23:00), e l'appuntamento «E adesso il mare… nella realtà e nella scienza», con il narratore Massimo Salvianti, che si esibirà su testi della scrittrice Sandra Landi, e con la presenza straordinaria dell'ecologa certaldese Maria Cristina Fossi, professore ordinario all’Università di Siena, «una delle ventuno scienziate italiane contemporanee di rilevanza internazionale» (a Casa Boccaccio, dal 15 al 17 luglio, dalle 22 alle 23).
Tra i tanti altri eventi in agenda – tutti pubblicati sul sito ufficiale della manifestazione - si segnalano, in un percorso volutamente per exempla, anche: il «Carillon vivente» di Italento, con un finto pianoforte a coda bianco che si muove tra i vicoli del borgo mentre un’eterea ballerina in tutù danza su melodie classiche e moderne; l'esibizione «Una notte con Picasso e le sue opere», con tableaux vivant ispirati ai quadri del maestro cubista; «La danza del vento e della foglia», un racconto sul tempo ciclico della vita attraverso la metafora delle stagioni a cura della Compagnia dei Folli; e, ancora, il concerto «Canta la Terra» del coro etnico Agorà; le performance con le marionette «Pu-pazzi d’amore» e «Di fili e di fole» della compagnia All'InCirco; gli scenografici progetti itineranti «Kermesse» e «Cromosauro» di TerzoStudio e, ovviamente, l'immancabile parata finale, che darà appuntamento al prossimo anno. «Mercantia» si conferma così per quello che è sempre stata: non un semplice intrattenimento estivo, ma una terra franca dell'immaginazione, un faro di bellezza e socialità che, anno dopo anno, continua a ricordarci la straordinaria capacità dell'essere umano di abitare poeticamente il mondo con un’«incessante sinfonia» di racconti che – scrive Alessandro Gigli nell’«idea poetica del 2026» - «sono una battaglia contro nostro signora malinconia», una «sorgente di gioia» perché è anche, e forse soprattutto, con il sorriso che si svela il «mistero della vita».

Didascalie delle immagini
Da 1. a 4. Mercantia 2025. Foto di Leonardo Gorgoni; 5. Opera di Vinicio Berti dedicata a Picasso; 6. «Pinocchio e il pescecane» di Matteo Raciti; 7. Paolo Nuti, Trame del tempo: 1826–2026, 2026. Tecnica mista olio, tempera, matite colorate su cartoncino intavolato, misure: cm. 120 x 60, archivio: N, 16/ TM/ 2026, Anno 2026. In occasione dei 200 anni della nascita di Carlo Collodi, pseudonimo di Carlo Lorenzini, inventore del celebre Pinocchio; 8. Andrea Gnocchi, “La regina del giallo”, 2026. Tecnica polimaterico su tela, misure: cm. 120 x 60.  In occasione del 50° anniversario della scomparsa di Agatha Christie, la regina del giallo; 9. Nico Paladini, Un avatar di San Francesco. Tecnica mista e olio su tela, misure: cm. 120 x 60, anno 2026. In occasione degli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, una delle figure più influenti della storia religiosa e della cultura europea; 10. «Pinocchio e il pescecane» di Matteo Raciti;  11. «L’angelo della pace» dello scultore Federico Melani; 12. Artigianato a Mercantia

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