ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

lunedì 4 maggio 2026

Riaprono le Galeazze dell’Arsenale. Venezia ospita una performance di Faustin Linyekula

C’è stato un tempo in cui, all’interno dell’Arsenale di Venezia, il suono dominante non era quello dell’acqua, ma quello del lavoro: un frastuono costante di martelli battuti sul ferro, uno stridio ritmico e ripetitivo di legno tagliato, assordanti cigolii di carrucole in movimento, un rincorrersi di voci e comandi dei maestri d’ascia. Erano gli anni della Serenissima e la potenza della città lagunare non risiedeva solo nelle rotte commerciali lungo le quali viaggiavano esotiche spezie e pietre preziose provenienti dall’Oriente, ma anche nel ritmo incessante e metodico della sua produzione navale.
Se l’Arsenale era il cuore pulsante e strategico della Repubblica veneziana, dove nel periodo di massimo splendore trovarono lavoro più di sedicimila persone, le Galeazze ne erano il nodo produttivo più complesso e specializzato.

In questi spazi, costruiti nel Cinquecento per progettare un nuovo tipo di vascello da guerra, destinato a rilevarsi decisivo per la vittoria della Lega Santa di papa Pio V nella battaglia di Lepanto (1571) contro l’Impero Ottomano, la carpenteria navale si faceva architettura monumentale. E le dimensioni del cantiere produttivo, luogo emblematico della proto-industrializzazione europea, venivano adatte alle esigenze costruttive di queste nuove grandi imbarcazioni, veri e propri «fortini viaggianti» che univano la potenza di fuoco di un galeone con la facilità di manovra di una galea.
Una superficie di oltre tremila metri quadrati (indispensabile per ospitare lo scheletro di navi che potevano superare i cinquanta metri di lunghezza), un susseguirsi di navate aperte al cielo con un'altezza di oltre quattordici metri e l’affaccio sull’acqua definiscono, infatti, l’architettura delle Galeazze, struttura, nell’Arsenale Nord, custodita per secoli dietro mura che, dopo la caduta della Serenissima e il conseguente declino delle grandi commesse belliche, pochi veneziani hanno avuto il privilegio di varcare.

Oggi, dopo decenni di silenzio interrotto solo dallo sciabordio dell’acqua e nell’ambito di un primo intervento di restauro e di valorizzazione promosso dai Comitati privati internazionali per la salvaguardia di Venezia, in collaborazione con Vela Spa, queste navate tornano a svelarsi al grande pubblico.

In occasione della 61. Esposizione internazionale d'arte di Venezia, curata da Koyo Kouoh e intitolata «In Minor Keys», la Scuola Piccola Zattere, che ha in gestione lo spazio, presenta, per le giornate di martedì 5 e mercoledì 6 maggio, l’intervento performativo «The Galeazze Project», a firma del danzatore, coreografo e regista africano Faustin Linyekula (Ubundu – Zaire, 1974), fondatore degli Studios Kabako a Kisangani e docente alla New York University Abu Dhabi, la cui pratica si sviluppa da oltre due decenni all’intersezione tra danza, narrazione e memoria, in dialogo con il contesto della Repubblica democratica del Congo e con le sue eredità coloniali. Nel linguaggio creativo dell’artista, che ha presentato i suoi lavori anche al Moma di New York e al Festival d’Avignone, il corpo è visto come un archivio attivo, ovvero come un luogo di sedimentazione e riscrittura delle storie attraverso il movimento, la voce e il respiro.

A Venezia Faustin Linyekula riattiva l’architettura delle Galeazze usandola non come un semplice palcoscenico, ma come parte integrante della sua performance. Il progetto assume, infatti, la forma di un «cantiere temporaneo», in cui piattaforme, impalcature e sistemi luminosi ridefiniscono continuamente la percezione e l’uso dello spazio.

Accanto al coreografo, una rete di performer e musicisti veneziani, tra cui il collettivo Cosmogram, contribuisce a costruire la tessitura relazionale e sonora della performance, ulteriormente articolata dalla presenza del musicista Heru Shabaka-Ra, figura chiave del free jazz e dell’afrofuturismo. La curatela del progetto, promosso dalla Scuola Piccola Zattere con Studio Kabako, è, invece, affidata a Edoardo Lazzari; mentre il progetto spaziale è sviluppato da Cosimo Ferrigolo e Dirk Bell.

All’interno di questo quadro coreografico viene evocata la figura del còdega, il tradizionale portatore di luce veneziano che guidava i passanti attraverso le calli buie. La luce si trasforma così in dispositivo coreografico: orienta i corpi, li espone o li sottrae allo sguardo, ne articola le relazioni con gli ambienti, costruendo una drammaturgia visiva che sostituisce la frontalità teatrale con una condizione immersiva.
Il pubblico, infatti, non è spettatore passivo ma parte di un ambiente condiviso. Muovendosi all’interno dello spazio, contribuisce a ridefinire le relazioni percettive e politiche della performance. In questo senso, «The Galeazze Project» si inscrive in una linea di pratiche contemporanee che interrogano la partecipazione non come interattività spettacolare, ma come co-presenza situata.

Per due sere Venezia tornerà, dunque, ad abitare il suo glorioso passato. Le pareti di mattoni rossi delle Galeazze, con tutta la loro rugosità cinquecentesca, ritorneranno a vivere. E questo è una notizia non da poco. Perché quei corpi che si libreranno nell'aria, quei suoni che dilagheranno tra le navate, quei riflessi di luci e d'acqua che dialogheranno con il cielo dimostrano qualcosa di semplice e rivoluzionario insieme: l'arte, la danza, la cultura possono restituire vita ai manufatti dell’archeologia industriale.
Faustin Linyekula porta, dunque, a Venezia una lezione che ha imparato nella sua terra: i luoghi feriti dalla storia possono essere reinventati, possono tornare a parlarci con una nuova voce. Il còdega ha davvero fatto il suo lavoro: ha acceso la lanterna, ha indicato la strada. Ora non resta che continuare a camminare.

Didascalie delle immagini
©Giacomo Bianco

Informazioni utili

«The Galeazze Project». Una performance di Faustin Linyekula, in collaborazione con Heru Shabaka-Ra. Con Marco Bertani, Davide Di Liberto, Gaia Ginevra Giorgi, Trevor Louw, Luca Maino, Bianca Martinelli, Tulls Primultini, Nuvola Ravera, Vittorio Tommasi e Denise Tosato e con Simone Carraro, Sofia Pozdniakova, Gabriele Tai ed Emanuele Wiltsch Barberio. Galeazze, Arsenale Nord - Venezia. Come arrivare: per raggiungere l'evento sono disponibili due punti di accesso: • Celestia — fermata del vaporetto (linee 4.1, 4.2, 5.1, 5.2), da qui si percorre la passerella di Calle Giazzo; • Shuttle dalla Biennale — disponibile prima dell'evento per chi arriva dagli spazi della Biennale nell'Arsenale Sud. Punto d'incontro: Giardino delle Vergini. Performance: 5-6 maggio 2026, dalle ore 19.00. L'ingresso è gratuito su registrazione. Ufficio stampa: Barbati Maria Elena, hello@mebarbati.com | Bertolissi Bianca Maria, hello@bmbertolissi.com La prenotazione è disponibile al seguente link: https://www.eventbrite.com/e/the-galeazze-project-by-faustin-linyekula-tickets-1987392452324.

sabato 2 maggio 2026

«GV 1,29», l'«Agnus Dei» di Andrea Mastrovito sulla vetta della Sagrada Família

C'è un momento, alle prime luci del mattino, in cui la luce di Barcellona entra obliqua attraverso le vetrate della Sagrada Família e trasforma la pietra in qualcosa di vivo. L’architetto catalano Antoni Gaudí (1852-1926), che nel 1883 aveva ereditato il cantiere della chiesa da Francisco de Paula del Villar, intendeva così rendere percepibile il divino. Ora, a 172 metri di altezza, nel cuore della croce che corona la Torre di Gesù Cristo - il punto più alto che qualunque edificio sacro abbia mai raggiunto - sta per brillare una nuova fonte luminosa: l'«Agnus Dei» di Andrea Mastrovito (Bergamo, 1978), artista lombardo che ha vinto il concorso internazionale bandito dalla Junta Constructora nel 2023 e che si trova, adesso, a cucire il filo invisibile tra un progetto iniziato sul finire dell’Ottocento, che per centoquarantaquattro anni ha avuto l’aspetto di un’«opera infinita», e il nostro presente.

Con la candidatura di Barcellona a Capitale mondiale dell'architettura per il 2026 e il centenario della morte di Antoni Gaudí, la Sagrada Família, i cui lavori dovrebbero definitivamente concludersi intorno al 2034, si arricchisce, dunque, di un nuovo tassello, quasi l’ultimo sospiro di un «cantiere in corso d’opera» che trova finalmente il suo compimento plastico.

Andrea Mastrovito, artista formatosi all'Accademia di belle arti di Bergamo, che da anni divide la sua vita e la sua attività tra l'Italia e New York, è conosciuto per aver sperimentato diversi registri e medium: dalle vetrate tridimensionali per la chiesa di San Giovanni XXIII a Bergamo (2024) ai film d'animazione muti «NYsferatu» (2017) e «I Am Not Legend» (2020), senza dimenticare le grandi installazioni site-specific in giro per il mondo come, per esempio, «Tristes Presentimientos de lo que ha de acontecer» (2022), oggi nella collezione permanente della Gamec di Bergamo. Il suo primo e più grande amore rimane, però, il disegno, concepito come «logos universale», ovvero come strumento di conoscenza e di mappatura del contemporaneo. A questo medium l'artista ha addirittura dedicato uno spazio espositivo: la «The Drawing Hall», aperta a Bergamo nel 2021, insieme ai soci Marco Marcassoli e Walter Carrera.

Per una figura così poliedrica, la commissione per la Sagrada Família rappresenta, al tempo stesso, il coronamento di un percorso e una sfida senza precedenti: tradurre in forma scultorea e luminosa il nucleo teologico del progetto gaudiniano, in dialogo con uno degli edifici più analizzati e amati della storia dell'architettura mondiale.

L’opera ideata per la chiesa spagnola - la cui inaugurazione è prevista per il prossimo 10 giugno, alla presenza di papa Leone IV e in occasione del centenario della morte di Antoni Gaudí - si intitola «GV 1,29» e trae il suo nome da un versetto del Vangelo di Giovanni, quello in cui il Battista additando Gesù esclama: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!».

Vetro, oro e acciaio compongono la grande installazione, che nei prossimi giorni sarà collocata in sospensione all'interno del braccio superiore della Torre di Gesù Cristo, avvolta dalla luce delle grandi vetrate della Sagrada Família e dal lucernario della croce, con il candore della pietra onice, usata per rivestire le pareti interne della struttura, a potenziarne la luminosità.
 
Al centro del progetto, con cui si sintetizza il messaggio evangelico che identifica Gesù Cristo come vera luce e origine del mondo, risplende l’«Agnello», una scultura di 120 cm in vetro cavo soffiato a mano, modellato con tecniche di molatura a freddo e assemblato con resina Uv strutturale, la cui superficie è interamente rivestita da migliaia di frammenti di cristallo che ne moltiplicano la rifrazione. Su uno dei fianchi, incisa con del fosforo fotoluminescente, corre la trascrizione in greco onciale antico del versetto di Giovanni, che nelle ore notturne si illumina grazie a quattro faretti a luce laser blu.

Attorno alla scultura si dispiegano ventiquattro tubi in acrilico di lunghezza variabile fino a tre metri, dorati in foglia d'oro 24 carati, su cui sono riportate, in riserva d'oro realizzata mediante stencil in vinile, altrettante citazioni dell'«Agnus Dei» tratte dal Nuovo Testamento. All'interno di ciascun tubo scorre una striscia led da 4,8 watt, che illumina le iscrizioni diffondendo una luce bianca morbida e omogenea. La forma geometrica risultante è un semi-iperboloide regolare: una serie di linee rette che, per l'effetto ottico tipico dei paraboloidi iperbolici, il visitatore percepisce come una curva continua.

Circa cinquecento sagome ovali di ottone, tagliate a macchina e modellate a mano e dorate, completano la struttura. Queste forme sono sospese con sottilissimi fili di nylon e distribuite secondo la medesima geometria iperboloide, creando una galassia di riflessi: un firmamento interno che moltiplica e diffrange ogni fonte luminosa. Il light design è stato affidato allo Studio Waldemeyer; mentre la doratura, che rimanda alla tradizione dell'iconografia sacra e al valore salvifico del sacrificio di Gesù Cristo, è opera dello Studio Reduzzi.

Le fonti di ispirazione dichiarate da Andrea Mastrovito per la realizzazione di «GV 1,29» costituiscono un percorso affascinante attraverso la storia dell'arte e della scienza, a cui fa da filo conduttore il tema della luce come manifestazione del sacro.
L’artista bergamasco cita espressamente «L'Estasi di Santa Teresa d'Avila» (1652) di Gian Lorenzo Bernini, uno dei capolavori del Barocco italiano: i raggi dorati dell'iperboloide richiamano direttamente i raggi di luce bronzea che attraversano la cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria a Roma, simbolo di una ferita d'amore, la «transverberazione», ovvero il momento mistico in cui un angelo, secondo i racconti autobiografici della santa, le trafigge il cuore con un dardo infuocato, simbolo dell’amore divino che ferisce l’anima per unirla a Dio.

Tre ulteriori ispirazioni si trovano all'interno della stessa Sagrada Família. Il triangolo in mosaico di vetro veneziano dorato che rappresenta Dio Padre, all'apice del lucernario principale dell'abside, ha suggerito la forma geometrica dell'installazione. Il crocifisso sospeso sull'altare maggiore e le lanterne del baldacchino hanno ispirato la struttura portante luminosa. Infine, l'iperboloide, la forma che Antoni Gaudí impiegò per la prima volta in architettura per convogliare la massima quantità di luce all'interno della navata, è il principio costruttivo della scultura di Andrea Mastrovito, in una citazione strutturale prima ancora che estetica.

Un’ulteriore fonte di ispirazione è scientifica e si connette alla cosmologia moderna. Grazie alla collaborazione con l’astrofisico Marco Bersanelli, il team che si è occupato della costruzione della Torre di Gesù Cristo alla Sagrada Família, guidato da Jordi Faulí e dall’architetto Mauricio Cortès, ha tratto ispirazione per il suo progetto dalla curva di Friedmann-Lemaître, un modello che descrive l'espansione dell'universo. La scultura di Andrea Mastrovito si inserisce, dunque, in un dialogo tra fede, arte e cosmologia che Antoni Gaudí aveva solo suggerito, ma che i suoi successori hanno portato a una coerenza sistematica.

Negli «Àlbums del Temple», i fascicoli pubblicati dalla Junta Constructora, l'architetto catalano descriveva ogni superficie e ogni colore come una traduzione spaziale della presenza divina. Antonio Mastrovito eredita questa visione e la articola in tre registri distinti: luce naturale, artificiale e spirituale. I riflessi del sole e il luccichio dei led dialogano così con l’oro, il metallo che da secoli nell'iconografia sacra - dal Pantocrator bizantino alle pale d'altare medievali - rappresenta la trascendenza e la gloria divina. La stessa iconografia dell’«Agnus Dei» trova traccia negli «Àlbums del Temple», dove Antoni Gaudì menziona esplicitamente la scultura dell'Agnello come elemento destinato a completare il progetto architettonico della croce.

La proposta dell’arista bergamasco - che è stata esposta la scorsa primavera al Museu Diocesà de Barcelona con gli studi degli altri quattro finalisti (Edoardo Tresoldi, David Oliveira, Gonzalo Borondo e Jordi Alcaraz) - è stata selezionata dalla commissione, si legge nel comunicato ufficiale, «per l'eleganza della sua luce dorata e la trasparenza luminosa dell'Agnello»: criteri che rinviano direttamente al vocabolario estetico e teologico del maestro catalano, ma che trovano nella sensibilità contemporanea dell'artista bergamasco una traduzione inedita.

Andrea Mastrovito ha, dunque, saputo raccogliere l’eredità di Antoni Gaudí senza rinunciare alla propria autorialità contemporanea. Il suo «Agnus Dei» non è un reperto nostalgico, ma un’opera viva che utilizza tecnologie d’avanguardia - dal taglio laser alla luce led - per rendere tangibile l’intangibile.
Ciò che vedremo alzando gli occhi verso i 172 metri della Torre di Gesù Cristo non sarà, infatti, un semplice elemento decorativo, ma piuttosto un dispositivo semantico in cui oro, vetro e luce si fonderanno per dare voce al sacro. Una pioggia di bagliori e rifrazioni, inscritta in una geometria che oscilla tra le leggi dell’astrofisica e il mistero della fede, ci parlerà di ciò che è destinato a mutare a ogni ora del giorno, a ogni cambio di stagione, a ogni nuvola che solca il cielo di Barcellona. È un miracolo quotidiano che spesso ignoriamo e che, qui, ci pone di fronte al mistero del divino: ciò che resta quando si toglie tutto ciò che si può spiegare.


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giovedì 30 aprile 2026

A Roma un «Cantiere aperto» per il restauro di Palazzo Venezia

Era il 1455 quando il cardinale veneziano Pietro Barbo (1417-1471), asceso nel 1464 al soglio pontificio con il nome di Paolo II, dava incarico di costruire, nel cuore di Roma, tra piazza Venezia e via del Plebiscito, con il travertino proveniente dal Colosseo e dal teatro Marcello, uno dei primi esempi di architettura rinascimentale della città: Palazzo Venezia.
Questi ambienti erano destinati a diventare uno dei luoghi più rappresentativi dell’Urbe, ricoprendo funzioni istituzionali di altissimo profilo, da sede diplomatica a luogo simbolico del potere novecentesco, soprattutto per quando riguarda le Sale monumentali, ovvero la Sala del Mappamondo, la Sala delle Battaglie e la Sala Regia.

Inizialmente residenza di papi e cardinali, fra cui Paolo III Farnese (1534-1549), il palazzo divenne, nel 1564, casa degli ambasciatori della Repubblica di Venezia presso la Santa Sede e, a partire dal 1797, con la stipula del Trattato di Campoformio fra il generale Napoleone Bonaparte (1769-1821) e il conte Johann Ludwig Josef von Cobenzl (1741-1810), dimora dei rappresentanti dell’Impero austro-ungarico.
In questi primi tre secoli dalla costruzione, centinaia di ospiti illustri, compresi lo scrittore Erasmo da Rotterdam (1466?-1536), l’imperatore Carlo V d’Asburgo (1500-1558), il compositore Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791), lo scultore Antonio Canova (1757-1822) e il pittore Francesco Hayez (1791-1882), varcarono l'ingresso della dimora, attratti dalle bellezze nascoste all’interno delle mura.
Poi, con l’Unità d’Italia e a partire dal 1916, le sale furono destinate ad accogliere il Museo del Medioevo e del Rinascimento, prima che nel 1922 Benito Mussolini (1883-1945) le scegliesse come sede di rappresentanza del governo fascista. Dal balcone affacciato direttamente su piazza Venezia, che consentiva di riunire folle oceaniche, il Duce pronunciò alcuni dei suoi discorsi più celebri, incluso quello per l’entrata in guerra del 10 giugno 1940.
All’indomani del secondo conflitto bellico, il palazzo ritornò a essere sede museale, con una spiccata attenzione per le arti applicate. Al suo interno, vennero anche accolti gli Uffici della tutela, ai tempi un centro fondamentale per il recupero e la restituzione delle opere saccheggiate dai nazisti. E si tennero importanti esposizioni temporanee come «Capolavori della pittura europea» (1944), «Arazzi francesi dal Medioevo» (1953), la «Mostra storica nazionale della miniatura» (1959) e la «Mostra di disegni delle Collezioni reali d’Inghilterra a Windsor» (1961).
Con la rassegna «Garibaldi. Arte e storia» del 1982, iniziò una nuova fase di gestione degli spazi, che prevedeva l’ospitalità, nelle Sale monumentali di Palazzo Venezia, di mostre di rilevanza internazionale e nazionale, capaci di unire qualità scientifica e alta divulgazione come le monografiche su Pietro da Cortona (1997), Lorenzo Bernini, Caravaggio (2001) e Sebastiano del Piombo (2008), quasi tutte curate da Claudio Strinati.
Questa densità storica si riflette anche nella compresenza di linguaggi artistici differenti: elementi quattrocenteschi convivono con interventi novecenteschi, in particolare quelli promossi sotto la direzione del soprintendente Federico Hermanin (1868-1953), che, attraverso soffitti lignei, lampadari e pitture parietali, reinterpretò il Rinascimento secondo una sensibilità storicista tipica del primo Novecento.

Oggi, per questi spazi, che fecero anche da scenario all’incontro tra Michelangelo Buonarroti (1475-1564) e papa Paolo III per parlare della Cappella Sistina e alla prima rappresentazione (nel 1842) dello «Stabat Mater» di Gioachino Rossini (1792-1868), si scrive una nuova pagina della loro storia, quella che porterà all’inaugurazione di un percorso stabile, con la museografia di Michele De Lucchi, dedicato al «Fatto in Italia», ovvero alla grande tradizione artistica e artigiana del nostro Paese dal Medioevo alle soglie del Made in Italy.
Le Sale monumentali sono, infatti, oggetto, in questi mesi, di un importante intervento di restauro, condotto nell’ambito dei lavori di realizzazione della stazione Venezia della Linea C della metropolitana di Roma, una delle più complesse operazioni infrastrutturali attualmente in corso nel tessuto storico europeo.

Per l’occasione, viene presentato da «Vive - Vittoriano e Palazzo Venezia», istituto del ministero della Cultura che gestisce il patrimonio culturale nel cuore di Roma, il progetto «Cantiere aperto», che trasforma un processo tecnico, tradizionalmente invisibile e solitario, in un'esperienza culturale condivisa. Ponteggi visitabili e un diario on-line permetteranno al pubblico, giorno dopo giorno, di seguire lo stato dei lavori nelle Sale monumentali.
Il visitatore viene così invitato non solo a osservare, ma anche a comprendere metodologie, criticità e decisioni che sottendono ogni intervento di restauro, in linea con i principi della moderna teoria conservativa, sviluppata in Italia a partire da Cesare Brandi, che concepisce l’opera come unità storica e estetica da preservare nella sua complessità stratificata.
Sul sito ufficiale di «Vive - Vittoriano e Palazzo Venezia», ente che in passato si è occupato anche dei «cantieri aperti» all’Altare della Patria e all’Appartamento Barbo a Palazzo Venezia, video-interviste esclusive ai restauratori illustreranno le operazioni in corso, dal consolidamento alla pulitura, fino alla reintegrazione delle superfici pittoriche. Inoltre, due volte al mese, tra maggio (il 2 e il 23) e giugno (il 6 e il 20), il pubblico potrà salire direttamente sui ponteggi del cantiere e, in compagnia degli addetti ai lavori, osservare da vicino le decorazioni del palazzo e conoscere le complesse operazioni in corso.

L’attuale intervento conservativo si confronta con una materia profondamente stratificata. I soffitti lignei, compromessi da ossidazioni e infiltrazioni, stanno rivelando - attraverso accurate operazioni di pulitura - la brillantezza originaria delle dorature. 
Ancora più complesso è il lavoro sulle superfici murarie, dove le pitture conservano tracce di interventi successivi che richiedono un’analisi stratigrafica puntuale. 
In questo senso, il cantiere si configura come un laboratorio di ricerca, in cui diagnosi scientifica e sensibilità storico-artistica convergono per restituire leggibilità all’insieme senza cancellarne la memoria. Tale approccio riflette una linea metodologica consolidata nel panorama italiano, che privilegia la conservazione delle tracce del tempo rispetto a interventi di ripristino integrale, evitando ogni forma di «falsificazione storica».
«Cantiere aperto» rappresenta, dunque, un caso emblematico di come il patrimonio storico possa essere ripensato in chiave contemporanea, suggerendo un modello in cui la tutela diventa pratica collettiva. In una città come Roma, dove ogni intervento sul tessuto urbano implica un confronto con la storia, iniziative di questo tipo indicano una possibile via: non sottrarre il patrimonio allo sguardo durante la sua trasformazione, ma renderlo occasione di conoscenza, consapevolezza e partecipazione.

Informazioni utili
Cantiere aperto. Le Sale monumentali di Palazzo Venezia. Palazzo Venezia, via del Plebiscito, 118 - Roma. 

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Visite guidate
Date e orari
Sabato 2 e 23 maggio, 6 e 20 giugno, ore 10.00 e 11.30
Le visite sono gratuite fino a esaurimento posti. È obbligatoria la prenotazione su Eventbrite:
Per partecipare occorre indossare i Dispositivi di Protezione Individuale che verranno forniti dall’organizzazione e sottoscrivere una dichiarazione di manleva.