A pochi passi dal Centro culturale Candiani, polo che ha visto nei giorni scorsi la nascita di Muvec - Casa delle contemporaneità, il nuovo spazio nasce da un significativo intervento di rigenerazione urbana, della durata di due anni, che ha restituito vitalità a quattro locali commerciali a lungo rimasti inutilizzati, trasformando una superficie di oltre cento metri quadrati al civico 16 di Calle del Gambero in un nuovo baricentro per la ricerca artistica nel cuore della terraferma veneziana.
Sotto la guida del direttore Herwig Egon Casadoro Kopp (Heck), artista e filosofo il cui percorso di ricerca si concentra sull’impatto delle nuove tecnologie sulla società e sul sistema dell’arte contemporanea, e con un comitato organizzativo composto da Elena Casadoro Kopp, Francesca Fungher e Andrea M. Campo, la nuova realtà veneta vuole essere - dichiarano gli organizzatori - «un luogo insieme fisico e teorico per l’esplorazione, la riflessione critica e la resistenza alla trasformazione digitale totalizzante, un laboratorio aperto alla comunità, capace di generare incontri».
«Circuit» non è così solo uno spazio espositivo, ma un vero e proprio hub creativo, che accoglie un bookshop specializzato sui new media e uno spazio per incontri e corsi di formazione, e che ospita, al piano superiore, la redazione della rivista online art-frame e della casa editrice art-frame books.
La mostra inaugurale, curata da Laura Cocciolillo e accolta anche dagli spazi della Project Room in via Giordano Bruno 31, presenta nove opere cardine della ricerca di Federica Di Pietrantonio, artista laziale, vincitrice del premio Videocittà Awards 2024 e protagonista della diciottesima Quadriennale di Roma (2025), che - attraverso pittura, installazione e videoarte - indaga le forme di connessione e isolamento che definiscono l’esperienza contemporanea.
Il titolo della rassegna, «Sunburn», ha una funzione allegorica precisa e spietata. «Evoca una condizione ambivalente: esposizione e vulnerabilità, la scottatura della pelle non più abituata all’esposizione solare e all’ambiente esterno naturale. È una metafora dell’essere online oggi: costantemente esposti, connessi, irradiati da schermi che illuminano e consumano allo stesso tempo ma lontani dalla luce del sole», spiega la curatrice Laura Cocciolillo.
Il percorso espositivo, visitabile fino al 30 maggio, si configura come una discesa nelle sottoculture e comunità nate o radicalizzate nell’ecosistema digitale: dagli hikikomori ai gold farmer, da chi sceglie il ritiro sociale a chi abita economie virtuali parallele.
La mostra si apre con l’opera «SuspenseState» (2025), un’installazione ambientale che funge da soglia sensoriale tra il mondo organico e quello sintetico. L'artista manipola il concetto informatico di default sleep - lo stato di sospensione energetica di un sistema - trasponendolo in un’esperienza che ricalca i ritmi circadiani dell'essere umano, evidenziando un’inattesa sincronia tra cicli biologici e processi di calcolo. Un piumone con stringhe di codice stampate digitalmente e una traccia mp3 diffusa ambientalmente costruiscono uno spazio liminale dove hardware e corpo umano condividono un linguaggio comune di vulnerabilità e riposo. L’oggetto domestico per eccellenza, il letto, diventa interfaccia tra coscienza e macchina.
Le opere successive esplorano stati liminali e situazioni di equilibrio precario. Nel grande smalto su tela «Das Eismeer (office core)» (2024), Federica Di Pietrantonio compie un’operazione stilisticamente raffinata: il celebre dipinto di Caspar David Friedrich, emblema romantico del sublime, viene traslato in un paesaggio d’ufficio contemporaneo, con sedie da gaming, posture reclinate, schiene esposte. La pittura mantiene un'algida levigatezza che richiama lo schermo, eppure è il risultato di stratificazioni lente e irreversibili di smalto. In questo processo, l'immagine digitale - per sua natura effimera, a-temporale e infinitamente riproducibile - subisce una metamorfosi radicale: i pixel acquisiscono peso e si trasformano in una presenza fisica ingombrante. «Il quadro - afferma la curatrice - non simula lo schermo: lo re-incarna».
Nella serie «the edge of collapse» (2025), recentemente esposta alla Quadriennale di Roma e della quale a Mestre vengono presentate due opere, Federica Di Pietrantonio esplora, poi, la pratica del contatto visivo, l’incrocio degli sguardi con un avatar, mettendo in discussione il confine tra realtà e virtualità.
Infine, nella Project Room di via Giordano Bruno 31, la ricerca si espande in un ambiente installativo che intreccia immaginario videoludico, economia virtuale e desiderio di fuga. Qui il video «The Field» (2023) dialoga con opere come «screenshot 13_35_35» (2023) e «New Mod From Game…» (2023), in cui la stampa digitale su alluminio e il supporto monitor evocano la grammatica dell’interfaccia.
Come complemento alla mostra, di cui rimarrà documentazione in un catalogo di art-frame books, «Sunburn» presenta una serie di nove multipli d’artista in edizione di tre, dal titolo «echoes from the edge of collapse». Ogni elemento è costituito da due lastre di plexiglass unite con viti in acciaio inox, con la parte superiore retro-incisa a laser con frammenti narrativi prelevati dagli script delle opere. L’operazione richiama la tradizione della cultura elettronica e della programmazione, in cui sviluppatori e progettisti celano messaggi nascosti all’interno dell’hardware o del codice.
Come queste lastre di plexiglass - che rendono permanente ciò che era effimero, che solidificano il codice in materia - anche la pittura di Federica Di Pietrantonio svolge un compito discreto e necessario: toglie precarietà e dà materialità a un’esperienza che il digitale dissolve nel momento stesso in cui la produce e ci ricorda che dietro ogni schermo c’è sempre una persona.
Le opere successive esplorano stati liminali e situazioni di equilibrio precario. Nel grande smalto su tela «Das Eismeer (office core)» (2024), Federica Di Pietrantonio compie un’operazione stilisticamente raffinata: il celebre dipinto di Caspar David Friedrich, emblema romantico del sublime, viene traslato in un paesaggio d’ufficio contemporaneo, con sedie da gaming, posture reclinate, schiene esposte. La pittura mantiene un'algida levigatezza che richiama lo schermo, eppure è il risultato di stratificazioni lente e irreversibili di smalto. In questo processo, l'immagine digitale - per sua natura effimera, a-temporale e infinitamente riproducibile - subisce una metamorfosi radicale: i pixel acquisiscono peso e si trasformano in una presenza fisica ingombrante. «Il quadro - afferma la curatrice - non simula lo schermo: lo re-incarna».
Nella serie «the edge of collapse» (2025), recentemente esposta alla Quadriennale di Roma e della quale a Mestre vengono presentate due opere, Federica Di Pietrantonio esplora, poi, la pratica del contatto visivo, l’incrocio degli sguardi con un avatar, mettendo in discussione il confine tra realtà e virtualità.
Infine, nella Project Room di via Giordano Bruno 31, la ricerca si espande in un ambiente installativo che intreccia immaginario videoludico, economia virtuale e desiderio di fuga. Qui il video «The Field» (2023) dialoga con opere come «screenshot 13_35_35» (2023) e «New Mod From Game…» (2023), in cui la stampa digitale su alluminio e il supporto monitor evocano la grammatica dell’interfaccia.
Come complemento alla mostra, di cui rimarrà documentazione in un catalogo di art-frame books, «Sunburn» presenta una serie di nove multipli d’artista in edizione di tre, dal titolo «echoes from the edge of collapse». Ogni elemento è costituito da due lastre di plexiglass unite con viti in acciaio inox, con la parte superiore retro-incisa a laser con frammenti narrativi prelevati dagli script delle opere. L’operazione richiama la tradizione della cultura elettronica e della programmazione, in cui sviluppatori e progettisti celano messaggi nascosti all’interno dell’hardware o del codice.
Come queste lastre di plexiglass - che rendono permanente ciò che era effimero, che solidificano il codice in materia - anche la pittura di Federica Di Pietrantonio svolge un compito discreto e necessario: toglie precarietà e dà materialità a un’esperienza che il digitale dissolve nel momento stesso in cui la produce e ci ricorda che dietro ogni schermo c’è sempre una persona.
Didascalie delle immagini
Federica Di Pietrantonio, «Sunburn». Vista dell'installazione. Foto di Massimo Pastore; nell'ultima foto: Bookshop di Circuit. Foto di Massimo Pastore
Informazioni utili
Informazioni utili
Federica Di Pietrantonio, «Sunburn». Circuit, Calle del Gambero 16 / Project Room, Via Giordano Bruno 31 - Mestre (Venezia). Orari: mercoledì–venerdì, 11–13 e 15–18. Ingresso gratuito. Catalogo: Circuit / art-frame books | con saggi di H.E. Casadoro-Kopp, V. Catricalà, L. Cocciolillo e L. Aspesi | euro 18,00. Sito internet: https://www.circuit-space.art. Fino al 30 maggio 2026
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