ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

lunedì 13 luglio 2026

L'acqua, la scena, l'archivio: l’ecosistema di Centrale Fies e le pratiche performative

C'è un punto, lungo la strada che risale la Valle dei Laghi tra Riva del Garda e Trento, in cui il fiume Sarca si stringe contro le Marocche di Dro, la più grande frana post-glaciale d'Europa, e il paesaggio, per un attimo, sembra ricordarsi di un tempo in cui, in quel posto, l'energia idroelettrica era qualcosa di visibile e di sonoro. Lì, dentro l'involucro monumentale di una centrale fatta costruire dagli Asburgo nei primi anni del Novecento (e ancora in parte attiva), da ventisette anni pulsa un tipo di energia differente, quella che sprigiona dai corpi in movimento durante una performance e dalla forza immateriale di un’idea creativa. Da giovedì 16 a domenica 26 luglio, la Centrale Fies di Dro, nel cuore delle Dolomiti, mette nuovamente in azione le sue turbine, quelle metaforiche della ricerca estetica, e offre al pubblico dieci giorni di mostre, performance, lecture e convivialità.

Fies, una centrale che non ha mai smesso di produrre

Per comprendere cosa accade ogni estate a Dro occorre, però, partire dalla pietra, prima ancora che dai programmi. La centrale di Fies fu costruita a ridosso del 1910 per sfruttare il salto d'acqua del Sarca; rimase in funzione, sia pure in modo sempre più marginale, anche dopo che l'Enel decise, negli anni Sessanta, di trasferire la produzione più consistente a Torbole, undici chilometri più a sud. È proprio questa attività residuale la ragione per cui l'edificio non è mai stato dismesso o demolito. Questa centrale a bassa intensità, ma ancora attiva, oggi appartiene a Hydro Dolomiti Energia ed è concessa in comodato d'uso al progetto culturale «Centrale Fies - Centro di ricerca per le pratiche performative contemporanee», un’iniziativa che affonda le proprie radici nel festival «Drodesera», nato nel 1981, e che, dalla stagione 1999-2000 ha dato vita, per intuizione dei fondatori Barbara Boninsegna e Dino Sommadossi (con la cooperativa «Il Gaviale»), a una casa-rifugio per artisti, curatori e studiosi, attraverso fitti programmi di residenza. Ciò è stato possibile grazie a un importante lavoro di archeologia industriale, uno dei primi in Italia a fini artistici e culturali, che ha visto la riconversione di più spazi della struttura asburgica - la Galleria trasformatori, la Sala turbine, la Forgia e le Sale macchine - al fine di ospitare mostre, spettacoli e aree di co-working.
Da allora il progetto «Centrale Fies» è diventato un punto di riferimento per la ricerca coreografica e performativa a livello continentale, accumulando oltre centocinquanta produzioni e co-produzioni e vantando un archivio digitale che, dal 2021, raccoglie oltre mille video, circa 25mila fotografie e altro materiale visuale a documentazione di un lavoro che va avanti da oltre quarant'anni.
Di recente, la direzione artistica ha, poi, scelto consapevolmente di abbandonare il formato tradizionale del festival estivo, concentrato in poche giornate, per costruire quello che oggi viene definito, con un'espressione della studiosa Annalisa Sacchi dell’università Iuav di Venezia, un esempio di «curatela espansa», perché non si avvale della voce di un’unica regia. Questo approccio rinuncia, infatti, programmaticamente alla centralità di una singola voce per aprirsi a una costellazione di sguardi, responsabilità condivise e alleanze orizzontali, creando un «ecosistema complesso» in cui progettualità differenti mantengono la propria autonomia pur convergendo in un'unica, solida infrastruttura comune.
È esattamente questa la chiave con cui va letta l'edizione 2026. I dieci giorni di programmazione non compongono un festival nel senso classico del termine, ma un arcipelago di progetti autonomi, ciascuno con una propria curatela, un proprio pubblico e un proprio linguaggio, tutti inseriti in un'infrastruttura comune e, soprattutto, con un’identica postura di ricerca.
Accanto a Barbara Boninsegna e Simone Frangi, storici curatori del nucleo «Live Works Summit», e a Mackda Ghebremariam Tesfaù e Justin Randolph Thompson, già presenti a Dro in passato, quest'anno il perimetro curatoriale si allarga a Lorenzo Pezzani del laboratorio «Liminal» di Bologna, alla curatrice indipendente Sofia Baldi Pighi, al teorico Michele Bertolino e al collettivo di attivisti culturali che firma il progetto «The Sparks Return».

Un «ecosistema complesso» di mostre, performance e lecture

L'«Estate di Centrale Fies», questo il titolo del programma, si aprirà nella giornata di giovedì 16 luglio, nello spazio della Galleria trasformatori, con una mostra personale dell’artista italo-tunisina Monia Ben Hamouda, classe 1991, la cui ricerca esplora l’identità diasporica e la complessità di un bagaglio multi-culturale come il suo, fondendo i linguaggi scultorei contemporanei, studiati all’Accademia di Belle arti di Brera, con la tradizione della calligrafia islamica, appresa dal padre pittore. Le sue sculture monumentali in acciaio tagliato al laser, cosparse di sabbia e di spezie usate come pigmenti, si muovono nello spazio liminale tra aniconismo e figurazione, evocando presenze - mani, animali e demoni - che affiorano e si dissolvono nel tratto calligrafico e in quello che l'artista stessa definisce un processo sciamanico.
Ad accompagnare l'apertura della mostra, per la curatela di Simone Frangi e Barbara Boninsegna, sarà la performance «MoonJar» della coreografa greca Kat Válastur e del compositore franco-ivoriano Aho Ssan: un'interazione tra suono e movimento ispirata ai miti di creazione e alla materia dell'argilla, con oggetti ceramici realizzati da Latika Nehra che evocano reliquie e ossa. La coreografia, i cui movimenti a spirale richiamano i cicli lunari e le torsioni del Dna, dialoga con questi reperti e con i suoni che essi veicolano. A chiudere la serata è in agenda un live set dello stesso Aho Ssan.
Il cuore pulsante della stagione resta il «Live Works Summit», giunto alla tredicesima edizione e in cartellone da venerdì 17 a domenica 19 luglio: il momento in cui un gruppo di artisti emergenti, selezionati un anno prima tramite call internazionale, presentano gli esiti di un percorso di residenza, mentoring e produzione durato dodici mesi. Si tratta di un riuscito dispositivo di scouting e di monitoraggio dei linguaggi performativi contemporanei più innovativi e transdisciplinari, inserito in una rete internazionale di istituzioni che comprende la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Palazzo Grassi–Pinault Collection, il Tanzfabrik Berlin, l’Hangar Barcellona e l'Operaestate Festival.
In questa edizione la curatela del progetto è firmata da Barbara Boninsegna e Simone Frangi, con Mackda Ghebremariam Tesfaù e Justin Randolph Thompson; mentre gli artisti selezionati sono: Tim Bartel, Publik Universal Frxnd, Kristina Kusmina Dreit, Pina Danila Gambettola, Abdul Halik Azeez, Eleni Roberts Kazouri e Vladimir Babinchuk, Juan Yung Han.
Nello specifico, il pubblico avrà l’occasione di assistere a «The Third Bodies» di Pina Danila Gambettola, una performance che prende avvio da un confronto tra la medium Eusapia Palladino e l’antropologo Cesare Lombroso, alla fine dell’Ottocento.
Kristina Kusmina Dreit presenterà, invece, «Druzhba sent from my iPhone», che instaura un sottile parallelo tra i dipinti del Realismo Socialista e i gesti e le pose presenti nelle fotografie di famiglia dell’artista. Mentre Juan Yung Han proporrà «Picking on the Waves», che esplora  attraverso l’animazione il modo in cui gli eventi storici imprimono un movimento persistente nei corpi e nella materia. Ancora, Publik Universal Frxnd metterà in scena «Born to Lose», una nuova installazione scultorea e un’esplorazione sonora della morte intesa come transizione da uno stato all’altro, che si articola attraverso l’uso di musica, canne d’organo in legno appositamente realizzate, canto corale e opere scultoree attivate. Con «Remains», Tim Bartel esplorerà, invece, l’ambiguità intrinseca del linguaggio attraverso costruzioni e performance basate sull’abbigliamento. Mentre Abdul Halik Azeez, con «Authentic Narrative of the Curious Espionage of an Unnamed Moor», indagherà le intersezioni tra tardo capitalismo, colonialismo e i processi di costruzione della memoria, della storia e delle politiche identitarie. Infine, Eleni Roberts Kazouri e Vladimir Babinchuk presenteranno «Strike», eco di una lotta, in cui tre performer lavorano a partire dalla persistenza di un’immagine di strada, in una lunga sala di cemento che si legge come un corridoio. 
All'interno del «Live Works Summit» si inserisce la «Fellowship» intitolata ad Agitu Ideo Gudeta, l'imprenditrice e attivista etiope-italiana nota per il suo lavoro con le capre di razza mochena in Trentino, uccisa nel 2020. La borsa di studio, pensata come una forma di affirmative action per contrastare le barriere materiali e simboliche legate alla razzializzazione nel sistema dell'arte, è stata assegnata da Mackda Ghebremariam Tesfaù e Justin Randolph Thompson a Luc Ndikubwimana, che presenterà «Re-Veil» (sabato 18 luglio, ore 19:30), una perfomance su cui si concentra sullo smascheramento degli archivi ai quali attingiamo quotidianamente evidenziando come siano ancora privi di un approccio decoloniale. Tra gli ospiti del programma si segnalano anche Alif Hilal (già noto come Lyra Pramuk), Katerina Andreou con Mélissa Guex, e Tiziano Cruz,  con «Wayqeycuna», ultimo capitolo della trilogia «Tres Maneras de Cantarle a una Montaña», in cui l’artista articola, attraverso una serie di gesti poetici, i suoi ricordi d’infanzia dell’entroterra dell’Argentina settentrionale con manifesti politici sul mercato dell’arte e sui privilegi di classe.
Durante il weekend si terranno anche le free school, ovvero incontri e lezioni aperte al pubblico a rinforzare le linee culturali e i processi sommersi che guidano la programmazione del centro di Fies, che avranno per protagonisti Angeliki Tzortzakaki, Hannah Proctor e Costanza Spina
L’«Estate di Centrale Fies» proporrà anche un’intera giornata, quella di mercoledì 22 luglio, con il collettivo Bagnomaria di Milano, Chiara Tagliaferri e Gianluca D’Incà Levis per scoprire «The Sparks Return», progetto di Virginia Sommadossi ed Elisa Di Liberato, vincitore del bando «Laboratorio di creatività contemporanea», promosso dalla Direzione generale Creatività contemporanea del Ministero della Cultura.
Costruita con una rete di giovani attivisti culturali delle valli trentine, ovvero Stefania Santoni, Pierangelo Giacomuzzi e P. Parenti, la piattaforma propone un modello di curatela condivisa, radicato nelle comunità locali e orientato alla costruzione di alleanze tra pratiche artistiche e territori, modulato attraverso assemblee, tavoli di lavoro e una cena collettiva.
Il capitolo conclusivo, «Love is Political», è in agenda da giovedì 23 a domenica 26 luglio e prosegue una linea di ricerca avviata negli anni scorsi con «Enduring Love», «Evolving Love» e «Radical Love», mettendo questa volta al centro la natura politica delle relazioni: l'idea che ciò che accade tra le persone - amore, amicizia, alleanza, cura - non resti mai confinato alla sfera privata, ma lasci tracce nel mondo condiviso. Tornano compagnie storicamente legate a «Centrale Fies», da Anagoor a Motus, da Dewey Dell a Francesca Pennini/CollettivO CineticO, accanto a nuove voci come Annamaria Ajmone, Chiara Bersani con Lemmo, Wissal Houbabi e Laura Tripaldi.
Dentro questo capitolo si aprono tre progetti speciali, pensati come un «patto di contesto» tra pratiche affini. «Liminal» - laboratorio di ricerca dell'Università di Bologna, diretto da Lorenzo Pezzani, che indaga la violenza di frontiera attraverso l'investigazione geospaziale e open-source - presenterà «Overhead», un'installazione audiovisiva che intreccia tre traiettorie di sorveglianza dall'alto nel Mediterraneo: il controllo aereo delle frontiere, le occupazioni aeree e la genealogia dell'aviazione militare italiana nella colonizzazione della Libia.
Sofia Baldi Pighi porterà, invece, «Arte come resistenza civile», un progetto sulla scena culturale ucraina che, nonostante il conflitto, continua a produrre mostre, spettacoli e raccolte fondi. A Centrale Fies arriverà anche il collettivo «Open Group» - ovvero Yuriy Biley, Pavlo Kovach e Anton Varga - con «Repeat after me II», già visto al padiglione polacco della sessantesima edizione della Biennale d’arte di Venezia. 
 Chiude il trittico «Blue Blue Blue Limbo» - un-archive», una mostra-esperienza olfattiva firmata dal collettivo «Industria Indipendente» insieme a Michele Bertolino, che si configura come - si legge nella nota stampa - «una palestra per allenarsi a sentire insieme, un archivio di letture, immagini e rumori, un raccoglitore di fragranze». L'esposizione inaugura un nuovo spazio espositivo della centrale, storicamente deputato alla conservazione del piccolo archivio cartaceo dello stabilimento. Questo luogo viene risignificato come un ambiente totale e immersivo, dove i riferimenti letterari e visivi (da Kathy Acker a Derek Jarman) si fondono con un paesaggio sonoro metallico e distorto e con le suggestioni olfattive dell'omonimo profumo «Blue Blue Blue Limbo». L'olfatto viene, qui, indagato come un vero e proprio dispositivo performativo capace di ridefinire l'identità e la porosità dei corpi nello spazio interstiziale dell'incontro.
La mostra odora di pioggia, cuoio, resina di pino, evocando al contempo il sapore metallico del sangue e della salsedine marina.
A completare il programma, il collettivo trentino «Rifugio Amore» cura «Club Altrove», una serata di clubbing pensata come spazio di relazione e trasformazione collettiva, con la selezione musicale di Kunthug, Kobramulata e Mantis.

Le politiche d'accesso per una sostenibilità ambientale e culturale
Da quattro anni, «Centrale Fies» ha scelto di ripensare anche il proprio rapporto economico con il pubblico. Accanto a numerose proposte gratuite, la politica dei biglietti si articola in quattro fasce libere — «esplora», «apprezza», «ama», «sostieni», da 5 a 20 euro — pensate non più come categorie di appartenenza (abbonati, studenti, operatori), ma come gesti che chiunque può scegliere di compiere nei confronti del luogo.
Per chi arriva da lontano, e in particolare dal mondo universitario, il centro offre anche un campo base gratuito su richiesta; mentre i canali social coordinano iniziative di car sharing per raggiungere una sede che rimane, non a caso, difficilmente accessibile in auto privata durante i giorni di programmazione.
L’«Estate di Centrale Fies» si presenta, dunque, come un dispositivo complesso, capace di tenere insieme dimensione locale e apertura internazionale, ricerca artistica e impegno sociale. In un’epoca segnata da semplificazioni e polarizzazioni, questo spazio continua a investire nella complessità, nella pluralità e nella costruzione di infrastrutture culturali condivise.
Attraversare «Centrale Fies», in questi dieci giorni estivi, significa così entrare in un paesaggio in cui l’arte non si limita a rappresentare il mondo, ma contribuisce attivamente a trasformarlo attraverso il gesto fragile e potente della creazione.

Didascalie delle immagini
1. Centrale Fies. Photo credits: Alessandro Sala per Centrale Fies; 2.,3., 4. e 5. Monia Ben Hamouda, Solo show. Photo Credits: Roberta Segata per Centrale Fies; 6. Industria Indipendente e Michele Bertolino, Blue Blue Blue Limbo - un-archive. Foto dell'installazione; ; 7. Ritratto di Monia Ben Hamouda; 8.  Ritratto di Tiziano Cruz;  9., 10. e 11. Industria Indipendente e Michele Bertolino, Blue Blue Blue Limbo - un-archive. Foto dell'installazione; 12. Uno scatto dalla conferenza stampa di presentazione del programma L’estate di Centrale Fies 2026, tenutasi il 2 luglio 2026
 
Informazioni utili
L’estate di Centrale Fies 2026. Centrale Fies, Loc. Fies 1 - Dro (Trento). Programma: # 16 luglio, Exhibition opening + performance || # 17 - 19 luglio, Live Works Summit + Agitu Ideo Gudeta fellowship ||  # 22 luglio, The Sparks Return || 23, 24, 25, 26 luglio, Love Is Political, con Liminal, Industria Indipendente e Michele Bertolino, Rifugio Amore, Sofia Baldi Pighi. Informazioni: tel. 0464.504700, info@centralefies.it. Programma integrale >> https://www.centralefies.it/. Dal 16 al 26 luglio 2026

venerdì 10 luglio 2026

L’«Incessante sinfonia» del «Quarto teatro» e dell'arte installativa: a Certaldo è tempo di «Mercantia»

C'è una settimana, nel mese di luglio, in cui Certaldo, il borgo toscano che diede i natali a Giovanni Boccaccio, si trasforma in un palcoscenico diffuso a cielo aperto. Ormai da trentotto anni, quando il sole comincia a flettere verso le colline della Val d'Elsa e i mattoni di cotto rosso della città alta si tingono con le calde sfumature del tramonto, un’«esplosione di suoni, colori e visioni» sottrae i vicoli e i cortili medioevali al loro silenzio secolare dando vita a una terra franca dell'immaginazione e della meraviglia. È il segno più evidente che si sta rinnovando la tradizione di «Mercantia – Festival internazionale del Quarto teatro», uno degli appuntamenti culturali più attesi dell'estate toscana, capace di richiamare, di volta in volta, migliaia di visitatori da ogni parte del mondo.
La trentottesima edizione«un’incessante sinfonia» di spettacoli, musica, artigianato e mostre, tra «baci e abbracci, sberleffi e capriole», come recita l’«idea poetica» del 2026 - è in calendario per i giorni da mercoledì 15 a domenica 19 luglio, dalle ore 18:00 fino all’1:00 di notte, quando mimi, ballerini, acrobati, cantastorie, trampolieri, fachiri, artisti del fuoco e performer aerei si mescoleranno alla folla in un racconto corale che è una delle cifre distintive di questo festival, nel quale non esiste una separazione netta tra artisti e pubblico, tra spazio urbano e scena artistica. «Mercantia» non è, dunque, una semplice rassegna di teatro e di arti performative, ma è una vera e propria festa dell’incontro umano, nel quale la cultura si fa strumento di socialità e di educazione alla bellezza.

La storia del festival e la teoria del «Quarto teatro»

Nato nel 1988, in un'Italia in cui il teatro di strada muoveva ancora i primi passi verso una dignità artistica riconosciuta, il festival aveva nella sua prima edizione un nome da filastrocca duecentesca: «Teatralfestamercatomedievale». 
A idearlo era stato Alessandro Gigli, che ne è tuttora il direttore artistico e che, nel corso di quattro decenni, ha trasformato un piccolo mercato in costume in uno degli appuntamenti di settore più longevi e strutturati del panorama nazionale. Alla prima edizione parteciparono una decina di compagnie; nel giro di dieci anni erano già diventate oltre duecento, provenienti da tutta Italia. Da quel momento – era il 1999 - si decise di puntare sulla qualità della proposta più che sulla quantità degli spettacoli, e, come avviene sempre quando si dà la precedenza alla cura dei dettagli rispetto alla logica del «calderone indistinto» e dei grandi numeri fini a se stessi, la scelta fu vincente. 
Ad oggi, «Mercantia» è, infatti, l’unico festival italiano di teatro di strada inserito nel circuito dell’Art Bonus, lo strumento di sostegno culturale, che permette a cittadini, mecenati e imprese di contribuire direttamente alla realizzazione degli spettacoli e alla crescita di un progetto culturale di valore internazionale.
Ciò è dovuto senza dubbio a una serie di importanti ospitalità che hanno segnato l’attività di questi quattro decenni, a iniziare dalla partecipazione del compianto Guido Ceronetti, poeta, filosofo e intellettuale tra i più raffinati del secondo Novecento italiano, la cui presenza ha dato voce alla dimensione più meditativa e letteraria del festival. 
Non va dimenticato, poi, che realtà oggi affermate a livello internazionale come il Teatro dei venti e Cafelulè mossero i loro primi passi proprio a Certaldo e che la manifestazione ha saputo accogliere, nel corso della sua storia, espressioni culturali da ogni parte del mondo: dalle performance ancestrali degli Itzaes dal Messico, autentici maestri del fuoco e della tradizione precolombiana, alle suggestive atmosfere della compagnia indiana Baul de Bengala, capace di guidare gli spettatori in un viaggio mistico tra canti devozionali e danze sacre che fondono tantrismo, buddhismo e sufismo. 
«Mercantia» è stata, inoltre, una vetrina importante anche per Pino Quartullo, regista e autore teatrale noto per il suo lavoro nella commedia contemporanea, e per Bustric (Sergio Bini), attore-mago che ha preso parte al film «La dea dell'amore» di Woody Allen
Tutto ciò ha contribuito a fare di Certaldo quel «grande castello di destini incrociati», per usare un’espressione di Alessandro Gigli tratta da Italo Calvino, che mette al centro l’uomo con le sue emozioni.
Per comprendere a fondo la rilevanza scientifica del festival - che in questa edizione gode del patrocinio, tra gli altri, del Ministero della Cultura, della Regione Toscana e dell’Anci - occorre, poi, soffermarsi anche sulla nozione di «Quarto teatro», una categoria teorico-pratica che ne costituisce, in un certo senso, la carta d'identità estetica. Si tratta di un'etichetta coniata per indicare un linguaggio performativo che rifiuta la separazione tradizionale del teatro di sala, la cosiddetta «quarta parete», e che mette in dialogo discipline eterogenee in un'unica esperienza fluida e itinerante, configurandosi di fatto come un laboratorio permanente di sperimentazione di nuove forme espressive. A Certaldo questa definizione trova la sua realizzazione più compiuta: non esiste un palcoscenico nel senso convenzionale del termine, perché ogni spazio del borgo - vicoli, balconi, torri, cripte, giardini nascosti, terrazze panoramiche - viene reinventato come luogo di spettacolo e diventa parte integrante della drammaturgia e del racconto; mentre il pubblico, mischiato agli artisti, è invitato a una partecipazione immersiva e totalizzante.

Arte diffusa per la pace e per i duecento anni dalla nascita di Collodi
Ogni edizione di «Mercantia» è guidata da un'idea poetica che ne orienta le scelte curatoriali ed estetiche. «Incessante sinfonia» è il tema evocativo scelto per il 2026: un concetto volto a celebrare l'arte, la musica e la poesia come chiavi interpretative per far risuonare un profondo messaggio di pace e di armonia universale in un'epoca di frammentazione globale.
Questo disegno si traduce concretamente in un progetto di arte diffusa che coinvolge ventidue artisti visivi di rilievo internazionale. Tra le installazioni site-specific più significative spicca «L’angelo della pace» dello scultore Federico Melani, collocata in cima ai merli del monumentale Palazzo Pretorio: una figura candida ed eterea che domina il borgo, quasi pronta a spiccare il volo per diffondere un messaggio di fratellanza. Sempre a Palazzo Pretorio è allestita, fino al 13 settembre, la mostra «La parola salvata» di Alfredo Rapetti Mogol con una cinquantina di opere tra lavori storici e progetti inediti, articolate in un percorso che spazia dalle celebri «scritture» su tela agli ultimi lavori di scomposizione delle parole. Mentre nel suggestivo vicolo dell’Osteria trova posto «Chiudendo gli occhi vedo i colori», un percorso sensoriale firmato da Ewa Gerini che, a partire dal dipinto «Guernica in Palestine», invita alla meditazione visiva e interiore perché - racconta l'artista - «ogni guerra nasce anche da ciò che non siamo stati capaci di proteggere. E ogni pace si costruisce a partire da ciò che decidiamo di vedere».
Un capitolo importante del programma è, poi, dedicato alla figura di Pinocchio e al suo autore, Carlo Lorenzini in arte Collodi, di cui ricorrono quest’anno i duecento anni dalla nascita. «Mercantia» ha scelto di omaggiare questa ricorrenza con una serie di interventi scenografici e performativi di grande impatto emotivo. Lungo via Costarella, la storica strada in salita che conduce al cuore del borgo alto, sarà installata la maestosa opera scultorea «Pinocchio e il pescecane» di Matteo Raciti, rinomato artista siciliano e carrista del Carnevale di Viareggio. L'installazione reinterpreta in chiave plastica un momento fondamentale del libro collodiano, tra i classici per l’infanzia più amati di tutti i tempi, quello del ricongiungimento del burattino con il padre Geppetto all'interno del ventre del mostro marino e della sua rinascita come essere umano responsabile.
La loggia di Palazzo Pretorio farà, invece, da scenografia alla mostra «Pinocchio Live Art», una rassegna espositiva che mette in dialogo diciotto diverse sensibilità artistiche contemporanee attorno alla figura del «più discolo di tutti i discoli», un personaggio di fantasia che ha conquistato svariate generazioni di bambini con il suo essere esuberante fino allo sfinimento, intollerante a qualsiasi regola, bugiardo di fronte all’evidenza, ma anche fiducioso nel prossimo, disposto a fare ammenda dei propri errori e ingenuo come solo i sognatori sanno essere.
Valentina Barbieri, Veronica Cairo, Anna Casu, Lucia Coccoluto Ferrigni, Costanza Danielli, Danmariti, Marco Fine, Carolina Frasconi, Vanessa Gai, Katy Maleki, Marta Martini, Valter Masoni, Giada Matteoli, Lucia Pretto, Valerio Salvadori, Francesca Santomauro, Stelleconfuse e Zenro sono stati invitati a creare «nasi» di dimensioni diverse nelle cromie del blu, azzurro e celeste, ideando un’installazione artistica, per la curatela di Francesca Parri, che cambierà, di sera in sera, grazie a una serie di performance di live painting.
Nella chiesa dei Santi Tommaso e Prospero sarà, invece, allestita la mostra «Omaggio a Pinocchio», con trenta litografie su carta, opere del pittore, illustratore e autore di fumetti Vinicio Berti (1921-1991), tra i fondatori dell’Astrattismo classico fiorentino, che si è più volte confrontato nella sua vita con il personaggio collodiano, rappresentandolo, attraverso colori vivaci e l’uso di forme geometriche e linee spezzate, come un innocente vittima di vessazioni e inganni, ma capace di rimanere sempre invincibile di fronte alle avversità.
Mentre Paolo Nuti firma, per la sezione «Anniversari» realizzata con il coordinamento di Fabio Calvetti, una gigantografia dedicata a Pinocchio, dal titolo «Trame del tempo: 1826–2026», che verrà esposta nei vicoli del borgo insieme ad altri due lavori di grandi dimensioni realizzati rispettivamente dagli artisti Nico Paladini e Andrea Gnocchi per ricordare gli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi e i cinquant’anni dalla scomparsa di Agatha Christie.

L'artigianato d’eccellenza e la custodia dei saperi tradizionali 
Accanto agli spettacoli e alle mostre, un ruolo centrale nell'economia culturale del festival è affidato all'artigianato artistico: oltre cento maestri artigiani, accuratamente selezionati, animeranno le vie del borgo, trasformando i loro banchi in piccoli laboratori per la vendita di creazioni uniche fatte a mano e per dimostrazioni dal vivo. Questo aspetto risponde a un'esigenza di tutela etnografica e antropologica, che vuole preservare e tramandare antichi saperi manifatturieri legati al ricamo, all'intaglio del legno e alla lavorazione della pietra, dei metalli, dell'argilla e delle erbe palustri.
Una delle novità più attese del 2026 è la partecipazione, per la prima volta, delle ricamatrici del punto Tavarnelle, una raffinata tecnica di ricamo ad ago, nata nel territorio del Chianti, che negli anni Cinquanta raggiunse una straordinaria popolarità internazionale, quando venne usata per ornare gli abiti di icone globali del cinema e dello stile come Audrey Hepburn e Sophia Loren.

Certaldo, un palcoscenico diffuso per il teatro di strada
La trentottesima edizione segna anche il debutto della sezione «La Mercantia dei bambini», in piazza Boccaccio e via II giugno, un cartellone, interamente gratuito, con spettacoli, animazioni e giochi pensati interamente per le famiglie. Mentre il ricco programma teatrale e musicale, a cui si accede con un biglietto di ingresso alla città vecchia, vedrà per cinque giorni un susseguirsi di danza, teatro sperimentale e musica dal vivo, in un continuo intreccio di linguaggi e suggestioni. Una cinquantina sono i progetti selezionati per questa edizione, replicati anche più volte nell’arco della settimana, che vedranno in scena importanti compagnie provenienti dai cinque continenti accanto a realtà nate proprio a Certaldo.
Tra gli ospiti che vengono dall’estero ci saranno: l’artista taiwanese Wu Haw-Jong, esperto nell’utilizzo del «diablo», che presenterà, in piazza Santissima Annunziata (dal 15 al 19 luglio, dalle ore 21:30 alle ore 23:30), il suo spettacolo «Fluidity Verse» che integra le tecniche tradizionali circensi con la calligrafia, il kendama e le arti visive; e la musicista venezuelana Andrea Cellolo che proporrà, in via del Castello (dal 15 al 19 luglio, dalle ore 20:45 alle ore 23:00), un concerto per violoncello nel quale l’eleganza della musica classica incontrerà i più celebri brani del repertorio pop, da Frank Sinatra ai Queen. Mentre la compagnia kenyota «Mosaico Errante» colorerà il giardino del Convento degli Agostiniani (dal 15 al 19 luglio, dalle 22:10 alle ore 23:45) con il suo spettacolo «Sawa Sawa», una «festa acrobatica africana tra salti mortali, piramidi umane e numeri col fuoco» che si fonderà con l’immaginario urbano dell’hip hop per evocare - come suggerisce il titolo in swahili dell’appuntamento - armonia, pace e benessere.
I «Los Filonautas» - nati nel 2006 dall’incontro tra il tedesco Valentin «L’astronauta» e l'argentina Soledad Prieto «Petrovska» - sono, invece, pronti a incantare il pubblico del Giardino dei lavatoi (dal 15 al 19 luglio, dalle 22:10 alle ore 23:45) con il loro pluripremiato spettacolo «Naufraghi per scelta», un racconto sul filo di acciaio dal sapore frizzante e poetico, apprezzatissimo dai più piccoli.
Arriva a Certaldo - con un riconoscimento importante alle spalle, il Progetto Gutenberg 2026 per il testo «La libertà di essere bambini» - anche l'artista filippina Jenny Ann Clamonte, che porterà, nel giardino della Tinaia (dal 15 al 19 luglio, dalle ore 21:20 alle ore 22:40), la fiaba sensoriale «Incanto d’Oriente», nella quale, grazie a pratiche di illusionismo e di magia, «ogni gesto nasconde una sorpresa e ogni istante brilla di meraviglia».
Gli italo-argentini Agustina Ballester e Pablo Censi, fondatori di «A Tope!», saranno, invece, in scena, in piazza Branca (il 15 e il 16 luglio, dalle ore 21:40 alle ore 23:10) con l'acclamato spettacolo di clownerie e circo contemporaneo «Shhh!», che racconta storie senza l'uso di parole, solo con il movimento del corpo.
In piazza Branca si esibiranno anche «La compagnia del carretto» (il 15 e il 16 luglio, dalle ore 21 alle 22:30), ovvero le marionette animate dall’italo-spagnolo Toni Damaso, e i Naranjarte, realtà fondata dagli spagnoli Ana Lorite e Sergio Aguilar (con sede in Nuova Zelanda), che presenterà «The Bell» (dal 17 al 19 luglio, dalle ore 21:40 alle ore 23:10), spettacolo con giocolerie ipnotiche come il buugeng e il contact juggling
Nel programma «Giardini segreti», che raccoglie cinque tra gli appuntamenti più intimi e suggestivi di «Mercantia», debutta il progetto performativo «Non conosco silenzio», che porta all’interno della suggestiva cornice delle carceri medioevali di Palazzo Pretorio (dal 15 al 19 luglio, dalle ore 21:00 alle ore 23:30), la moda concettuale, il design del suono e la danza per esplorare, attraverso un inedito progetto per la direzione creativa di Elena Murratzu, il pensiero incessante come condizione umana universale. A Certaldo viene proposto in prima nazionale anche «Perfetta Letizia e altri piccoli fiori» (a Palazzo Pretorio – Giardino della Casa del te, dal 15 al 19 luglio, dalle ore 21:45 alle ore 23:20), reading di e con Benedetta Giuntini, per la regia di Firenza Guidi, incentrato sugli scritti di San Francesco d'Assisi. Mentre Eleonora Cardellini e Davide Bardi si confrontano con il «Canzoniere» di Francesco Petrarca nello spettacolo «Qui regna amore» (a Casa Boccaccio, il 18 e il 19 luglio, dalle ore 21:45 alle ore 23:00), una rilettura inedita, attraverso l’adattamento in musica, di alcune fra le liriche più famose del poeta aretino.
Completano il cartellone di «Giardini segreti» lo spettacolo «Tamburo è voce…Battiti di un cantastorie», un viaggio nella cultura popolare della Calabria con Nando Busco (nei sotterranei del Convento degli Agostiniani, dal 15 al 19 luglio, dalle 21:40 alle 23:00), e l'appuntamento «E adesso il mare… nella realtà e nella scienza», con il narratore Massimo Salvianti, che si esibirà su testi della scrittrice Sandra Landi, e con la presenza straordinaria dell'ecologa certaldese Maria Cristina Fossi, professore ordinario all’Università di Siena, «una delle ventuno scienziate italiane contemporanee di rilevanza internazionale» (a Casa Boccaccio, dal 15 al 17 luglio, dalle 22 alle 23).
Tra i tanti altri eventi in agenda – tutti pubblicati sul sito ufficiale della manifestazione - si segnalano, in un percorso volutamente per exempla, anche: il «Carillon vivente» di Italento, con un finto pianoforte a coda bianco che si muove tra i vicoli del borgo mentre un’eterea ballerina in tutù danza su melodie classiche e moderne; l'esibizione «Una notte con Picasso e le sue opere», con tableaux vivant ispirati ai quadri del maestro cubista; «La danza del vento e della foglia», un racconto sul tempo ciclico della vita attraverso la metafora delle stagioni a cura della Compagnia dei Folli; e, ancora, il concerto «Canta la Terra» del coro etnico Agorà; le performance con le marionette «Pu-pazzi d’amore» e «Di fili e di fole» della compagnia All'InCirco; gli scenografici progetti itineranti «Kermesse» e «Cromosauro» di TerzoStudio e, ovviamente, l'immancabile parata finale, che darà appuntamento al prossimo anno. «Mercantia» si conferma così per quello che è sempre stata: non un semplice intrattenimento estivo, ma una terra franca dell'immaginazione, un faro di bellezza e socialità che, anno dopo anno, continua a ricordarci la straordinaria capacità dell'essere umano di abitare poeticamente il mondo con un’«incessante sinfonia» di racconti che – scrive Alessandro Gigli nell’«idea poetica del 2026» - «sono una battaglia contro nostro signora malinconia», una «sorgente di gioia» perché è anche, e forse soprattutto, con il sorriso che si svela il «mistero della vita».

Didascalie delle immagini
Da 1. a 4. Mercantia 2025. Foto di Leonardo Gorgoni; 5. Opera di Vinicio Berti dedicata a Picasso; 6. «Pinocchio e il pescecane» di Matteo Raciti; 7. Paolo Nuti, Trame del tempo: 1826–2026, 2026. Tecnica mista olio, tempera, matite colorate su cartoncino intavolato, misure: cm. 120 x 60, archivio: N, 16/ TM/ 2026, Anno 2026. In occasione dei 200 anni della nascita di Carlo Collodi, pseudonimo di Carlo Lorenzini, inventore del celebre Pinocchio; 8. Andrea Gnocchi, “La regina del giallo”, 2026. Tecnica polimaterico su tela, misure: cm. 120 x 60.  In occasione del 50° anniversario della scomparsa di Agatha Christie, la regina del giallo; 9. Nico Paladini, Un avatar di San Francesco. Tecnica mista e olio su tela, misure: cm. 120 x 60, anno 2026. In occasione degli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, una delle figure più influenti della storia religiosa e della cultura europea; 10. «Pinocchio e il pescecane» di Matteo Raciti;  11. «L’angelo della pace» dello scultore Federico Melani; 12. Artigianato a Mercantia

Informazioni utili

mercoledì 8 luglio 2026

«Riti e visioni», nel Casentino la fotografia racconta il confine tra visibile e invisibile

C’è una valle, in Toscana, che è terra di castelli medievali, pievi romaniche, eremi scavati nella roccia e paesaggi naturali abitati da un silenzio eloquente, quello di una spiritualità sedimentata nei secoli. È il Casentino, territorio nell’alto bacino dell’Arno, tra le creste del Pratomagno e le foreste millenarie dell’Appennino tosco-romagnolo, che da più di mille anni racconta due storie legate al misticismo: quella del monaco ravennate Romuald che nel 1012 fondò Camaldoli, uno dei più antichi luoghi di vita eremitica dell’Occidente cristiano; e quella di Francesco d’Assisi, che, secondo la tradizione, nella primavera del 1213 ricevette in dono dal conte Orlando Cattani il monte della Verna, trasformandolo in un luogo di penitenza e di raccoglimento, storicamente famoso per essere stato, nel settembre del 1224, lo scenario in cui il santo ricevette le stigmate.

Tre borghi e un festival fotografico sulle forme del sacro
In questa valle, oggi in gran parte custodita dal Parco nazionale delle foreste casentinese, le cui pietre parlano della ricerca spirituale dell’essere umano e della sua indagine dell’invisibile che dà forma al mondo, torna, per il terzo anno consecutivo, il Festival della fotografia italiana, promosso dalla Fiaf (la Federazione italiana associazioni fotografiche, nata nel 1948 a Torino e oggi composta da circa 5mila associati e 500 circoli affiliati), con il sostegno cruciale della Fondazione CR Firenze.
Sotto la direzione artistica di Denis Curti e Roberto Rossi, la manifestazione trasforma in un laboratorio diffuso e pulsante di cultura visuale i borghi storici di Poppi, Pratovecchio Stia e Bibbiena, cittadina medioevale, nella provincia di Arezzo, che dal 2005 ospita, in un ex carcere mandamentale ottocentesco oggi restaurato, il Cifa - Centro italiano della fotografia d’autore, e che dal 2016 ha dato il via a una Galleria permanente a cielo aperto sulle facciate degli edifici del centro storico, attualmente composta da una cinquantina di grandi opere fotografiche dei più prestigiosi autori italiani.
Il tema di quest'anno, «Riti e visioni. Tra spirituale e materiale», guarda proprio alla storia del Casentino, la cui eco profonda si fa sentire ancora più forte in questo 2026 in cui si commemorano gli ottocento anni dalla morte di san Francesco d’Assisi. Il festival, in cartellone fino al 6 settembre, si misura così con il confine tra sacro e profano, fede e superstizione, materia e trascendenza, e con i molti modi in cui la spiritualità si manifesta nella nostra vita: nelle pratiche religiose collettive e nei gesti individuali, nelle sopravvivenze pagane e nella superstizione di atavica memoria, in una ricerca di senso che permea la quotidianità di tutti.
Il programma, interamente gratuito, si distribuisce attraverso un impianto ormai consolidato: una grande mostra centrale che rappresenta il cuore identitario della manifestazione, un nucleo di rassegne collaterali che sviluppano il tema scelto per l’anno attraverso linguaggi e approcci differenti, progetti dedicati ai nuovi autori, iniziative editoriali, talk con fotografi e studiosi, masterclass e letture di portfolio.

La mostra centrale: «Corpo a Corpo. Visioni a confronto sul sacro»
Il cuore espositivo di quest’ultima edizione è «Corpo a corpo. Visioni a confronto sul sacro», collettiva curata da Denis Curti per il Cifa di Bibbiena. La mostra muove da una domanda di natura ontologica: come dare un'immagine e una consistenza materica a ciò che, per definizione, sfugge allo sguardo ed evita la cattura empirica? Per rispondere, il curatore ha riunito ventuno autori organizzati in dieci confronti generazionali e tematici, costruiti come veri e propri campi di tensione visiva e filosofica tra epoche, linguaggi e modi di guardare il sacro.
«L’aspirazione al divino, il confine mobile tra sacro e profano, il corpo come luogo di rivelazione e autodeterminazione, l’ambiguità morale, l’espiazione, il paesaggio come spazio meditativo, la magia, la luce, il viaggio spirituale e la riemersione del mito» sono i temi che accompagnano il visitatore lungo il percorso.
L’esposizione si apre mettendo a confronto due modi opposti di avvicinarsi al divino: da un lato c’è Ferdinando Scianna, con la ritualità terrena, barocca e teatrale delle feste religiose siciliane; dall’altro Massimo Sestini, con uno sguardo dall’alto, distaccato e quasi onnisciente, sulla contemporaneità. Segue un dialogo a tre voci tra Bruno Cattani, Massimo Siragusa e Fabrizio Spucches, fotografi che attraversano il territorio incerto in cui devozione, voodoo, apparizioni mariane e messa in scena ritualistica si intrecciano, rivelando il bisogno umano di credere e di dare forma all’inspiegabile.
Proseguendo nel percorso, il corpo diventa protagonista nel confronto tra Valentino Giannini, che indaga il silenzio dei confessionali, e Tarin, che rivendica la carnalità delle donne e il loro diritto all’autodeterminazione, al desiderio e alla libertà consapevole. Mentre Fabiana Zanola e Attilio Solzi penetrano, con il loro sguardo, nelle zone d'ombra delle sagrestie, negli spazi sottratti all'occhio comune, mappando le assenze, le tracce e i margini dell'istituzione ecclesiastica. Kicca Tommasi e Vito Sforza portano, invece, il tema dell’espiazione su un piano più interiore, dove la vulnerabilità fisica, il dolore e il confronto ineludibile con la mortalità si convertono in strumenti di catarsi e attraversamento spirituale.
Il contrasto formale e ideale tra la documentazione lirica della vita popolare e dei valori contadini tradizionali di Pepi Merisio e le geografie mentali, rarefatte e sospese di Silvia Camporesi anima, dunque, la sezione sulla dimensione meditativa del paesaggio. Mentre Antonio Biasiucci e Teresa Bucca esplorano il mondo dei tributi votivi e della magia, dove oggetti, gesti e pratiche arcaiche diventano forme di relazione con l’ignoto. Giovanni Chiaramonte e Alessia Rollo lavorano, invece, sulla luce come apparizione e memoria, capace di spostare il confine del visibile verso una dimensione emotiva e quasi sensoriale.
Chiudono il percorso espositivo il viaggio spirituale di Tiziano Terzani e Amalia Violi, tra pellegrinaggio fisico e ricerca interiore, e il ritorno al mito di Daniele Bondì e Eleonora Paciullo, che rintracciano iconografie cristiane e presenze arcaiche ancora vive nel presente.
Attraverso questa architettura per confronti, la mostra costruisce una mappa complessa e stratificata del sacro contemporaneo, in cui la fotografia agisce come soglia tra documento e visione, tra materia e simbolo, esperienza individuale e memoria collettiva.

Le «Proposte» del festival: altre geografie della spiritualità

A completamento e ampliamento della mostra centrale, la sezione «Proposte» offre uno spaccato documentario e antropologico di respiro internazionale attraverso le ricerche autonome di grandi interpreti della fotografia italiana. Questi progetti estendono la riflessione verso comunità ed esperienze di fede radicali e marginali. Michele Borzoni indaga con rigore le comunità cristiane in Medio Oriente, mentre Giulio Di Sturco restituisce la complessità del fiume Gange, dove il dramma della trasformazione ambientale si intreccia con la memoria culturale e la dimensione sacrale del paesaggio. Il compianto Ivo Saglietti ci conduce nel monastero siro-antiocheno di Deir Mar Musa, baluardo storico di dialogo interreligioso tra Cristianesimo e Islam. Fausto Podavini esplora, invece, il cristianesimo ortodosso etiope come una vera e propria architettura spirituale e sociale.
Proseguendo nel percorso, appare di forte impatto politico e antropologico il lavoro di Nausicaa Giulia Bianchi sulle donne prete cattoliche, che analizza il cortocircuito tra vocazione interiore, istituzione dogmatica e disobbedienza canonica. Infine, lo sguardo si sposta verso forme di ascesi e misticismo alternativo: l’eremetismo moderno e la scelta del silenzio indagati da Carlo Bevilacqua; l'universo delle pratiche neo-sciamaniche e la sacralizzazione della natura documentati da Valeria Gradizzi; gli archetipi femminili di Paola Fiorini e la micro-comunità isolata dedita alla preghiera e all'educazione ritratta da Francesco Comello.
Nel loro insieme, questi lavori compongono una geografia del sacro contemporaneo che attraversa tradizioni religiose diverse, pratiche marginali e forme di resistenza spirituale.

«L’abito fa il monaco»: al Castello di Poppi un confronto fra il sacro e il cinema
Tra gli appuntamenti più attesi dell’edizione 2026 c’è, poi, la mostra ospitata al Castello dei Conti Guidi di Poppi, uno dei monumenti medievali meglio conservati della Toscana, oggi sede comunale e scrigno della Biblioteca Rilliana, con oltre 25mila volumi antichi, manoscritti preziosi e incunaboli.
Le prime tracce del maniero risalgono al 1191; fu, però, il conte Simone da Battifolle, a partire dal 1274, a trasformarlo da fortilizio in residenza signorile, con l’intervento, secondo la tradizione, degli architetti Lapo e Arnolfo Di Cambio, che pochi anni dopo avrebbero firmato Palazzo Vecchio a Firenze. Davanti al castello si combatté, nel 1289, la battaglia di Campaldino; tra le sue mura visse in esilio, fra il 1307 e il 1311, Dante Alighieri, che secondo la tradizione locale qui compose parte dell’«Inferno».
C’è, in questa scelta di sede, una circolarità che vale la pena di sottolineare: fu proprio Simone da Battifolle a finanziare nel Duecento la Cappella delle stimmate alla Verna, il luogo che ha reso il Casentino una delle terre di San Francesco e uno dei simboli della spiritualità religiosa in Italia.
Il castello, legato anche alla leggenda della contessa Matelda, una «vedova nera» medioevale il cui fantasma si aggirerebbe ancora oggi tra i bastioni e le antiche mura, ospita la mostra «L’abito fa il monaco. Porporati e preti, suore e frati nel cinema e nella fiction italiani degli ultimi decenni», a cura di Antonio Maraldi, figura di riferimento della fotografia di scena e storico animatore del Centro cinema città di Cesena.
«Basta una tonaca, una veste cardinalizia, un velo o un saio per rendere immediatamente leggibile un personaggio, evocare potere, crisi, vocazione, ironia, desiderio, mistero o autorità», raccontano gli organizzatori del festival. Da questo assunto prende spunto un percorso espositivo che - grazie a immagini di scena, ritratti e materiali provenienti dai set, in parte conservati dalla Biblioteca Malatestiana e dal fondo «CliCiak» di Cesena - attraversa oltre trent’anni di cinema e serialità italiana, restituendo una galleria di preti, papi, cardinali, monaci, frati e suore che ha popolato schermi piccoli e grandi.
Protagonisti o comprimari, presenze comiche o drammatiche, figure perturbanti o popolari, questi religiosi, talvolta realmente esistenti, talaltra di fantasia, offrono uno spaccato di come i film e le fiction abbiano saputo trasformare l’immaginario religioso in materia narrativa e visiva.
Dalle inquietudini curiali di «Habemus Papam» di Nanni Moretti alle sfarzose geometrie pop e dissacranti di «The Young Pope» di Paolo Sorrentino, dal rigore filosofico e claustrofobico che anima «Le confessioni» di Roberto Andò alla sensualità della mini-serie «L'arte della gioia» di Valeria Golino, sino alle atmosfere pauperistiche e liriche del «Francesco» di Michele Soavi o ai recenti progetti «Il Gattopardo», con Kim Rossi Stuard, e «Vermiglio» di Maura Delpero, la mostra guarda alla figura del religioso come presenza culturale oltre che spirituale, che diviene, di volta in volta, archetipo capace di muoversi tra dramma e commedia, solennità e paradosso, devozione e rappresentazione popolare.
 
Le nuove generazioni e l’editoria fotografica: le mostre delle call 
Il festival riserva, inoltre, da sempre uno spazio specifico alle nuove generazioni e all’editoria con due strumenti concreti attraverso cui costruire continuità tra ricerca, formazione e riconoscimento professionale. Con la call «Nuovi sguardi», per gli under 35, i progetti selezionati trovano una vetrina ufficiale accanto a una selezione di lavori provenienti dalle principali accademie di fotografia italiane. Quest’anno sono state individuate per essere esposte a Bibbiena le opere «The Waste Land» di Gianmarco Aquilani, «Dove ricordi» di Maria Elisa Ferraris, «Bruciano le piante dei giardini» di Matilde Gucciardi, «Selene In Rockaway Beach» di Elisa Pedrani e «Pasaule» di Christian Velcich. Mentre con «Percorsi – Dal progetto al libro fotografico», un reportage – in questa terza edizione tocca all’opera «Indian Icons» di Andrea Bettancini - viene pubblicato in un volume della collana monografica Fiaf ed esposto insieme ad altri lavori selezionati dalla giuria, ovvero «Gently gently Syria» di Sergio Attanasio, «Il segno dell’acqua» di Andrea Bernabini, «Neve» di Simona Bonanno e «Dove scomincia el mar» di Marco Lumini.
In ultima analisi, il Festival della fotografia italiana 2026 riesce nell'intento di dimostrare come il sacro non sia una reliquia del passato, bensì una forza viva, magmatica e ambigua che continua ad attraversare la nostra cultura visuale e materiale. Incastonato nell'anno francescano e protetto dalle geometrie severe del Casentino, con la sua stratificazione di storia e spiritualità, l'evento si offre al visitatore non come una semplice sfilata di immagini, ma come un autentico pellegrinaggio visivo, che si muove su una linea di confine labile, in bilico tra la pesantezza della materia e lo slancio inafferrabile della trascendenza.

Didascalie delle immagini
1. Una scena del film «Le confessioni» (2016), diretto da Roberto Andò, con Toni Servillo, Connie Nielsen, Pierfrancesco Favino e Daniel Auteui. Fotografie di scena: Lia Pasqualino; 2. Una scena della serie televisiva «The Young Pope» (2016), ideata e diretta da Paolo Sorrentino, con Jude Law, Diane Keaton, Silvio Orlando. Fotografie di scena: Gianni Fiorito; 3. Una scena del film «Habemus Papam» (2011) di Nanni Moretti, con Michel Piccoli. Fotografie di scena: Philippe Antonello; 4. Una scena della serie televisiva «The Young Pope» (2016), ideata e diretta da Paolo Sorrentino, con Jude Law, con Jude Law, Diane Keaton, Silvio Orlando. Fotografie di scena: Gianni Fiorito; 5.Una scena del film Vermiglio (2024) di Maura Delpero, con  Tommaso Ragno, Giuseppe De Domenico, Roberta Rovelli, Martina Scrinzi, Orietta Notari. Fotografie di scena: Fabrizio De Blasio; 6. Ferdinando Scianna, Uno scatto dal progetto fotografico «Le feste religiose» in Sicilia, 1965. Fotografia esposta nella mostra «Corpo a Corpo. Visioni a confronto sul sacro» al Festival della fotografia italiana di Fiaf; 7. Silvia Camporesi, «Le citta del pensiero», 2015. Fotografia esposta nella mostra «Corpo a Corpo. Visioni a confronto sul sacro» al Festival della fotografia italiana di Fiaf; 8. Fabiana Zanola, Uno scatto dal progetto Sagrestie, 2017-in corso. Fotografia esposta nella mostra «Corpo a Corpo. Visioni a confronto sul sacro» al Festival della fotografia italiana di Fiaf; 9. Teresa Bucca, Uno scatto dal progetto «Cosa c'è di vivo», 2025-in corso. Fotografia esposta nella sezione «Proposte» del Festival della fotografia italiana di Fiaf; 10. Giulio di Sturco, Uno scatto dal reportage fotografico «Ganga Ma», sul fiume Gange; 11. Paola Fiorini, Uno scatto dal progetto fotografico «Dee». Fotografia esposta nella sezione «Proposte» del Festival della fotografia italiana di Fiaf; 12. Carlo Bevilacqua, «Gianni Menichetti, Eremita per amore». Fotografia inserita nel progetto fotografico «Into The Silence. Eremiti del terzo millennio» © Carlo Bevilacqua. Fotografia esposta nella sezione «Proposte» del Festival della fotografia italiana di Fiaf ; 13. Ivo Saglietti, uno scatto dal progetto fotografico «Deir Mar Musa», dedicato alla comunità religiosa fondata dal gesuita Padre Paolo Dall’Oglio. Fotografia esposta nella sezione «Proposte» del Festival della fotografia italiana di Fiaf 

Informazioni utili
«Corpo a Corpo. Visioni a confronto sul sacro» - Festival della fotografia italiana 2026. Sedi: BIBBIENA (AR) >> Cifa - Centro italiano della fotografia d'autore, via delle Monache, 2 | >> Palazzo Ferri, piazza Leonfranco Ferri, 1 | >> Borgo Martellini, via Borgo Martellini | >> Via Bernardo Dovizi | >> Via Garibaldi |>> Galleria Parentesi, via XXVI Agosto || POPPI (AR) >> Palazzo Giorgi, via Cesare Battisti | >> Castello dei Conti Guidi, piazza della Repubblica, 1 || PRATOVECCHIO (AR) >> Galleria Mariæ Nivis, via Garibaldi, 14 | >> Galleria Mariæ Nivis, via Garibaldi, 32 | >> Galleria Mariæ Nivis, via Garibaldi, 63 | >> EX-COOP, piazza Paolo Uccello || STIA (AR) >> Galleria Mariæ Nivis, piazza Tanucci, 47 | >> piazza Tanucci, 4 | >> Limonaia del Palagio Fiorentino, via Vittorio Veneto, 35. Orari delle mostre: giugno >> da giovedì a domenica, ore 10:00-13:00 / 16:00-19:00 | luglio >> da giovedì a domenica, ore 10:00-13:00 / 16:00-19:00 | agosto >> da mercoledì a domenica, ore 10:00-13:00 / 16:00-19:00 | settembre >> da giovedì a domenica, ore 10:00-13:00 / 16:00-19:00. Biglietto: ingresso libero in tutte le sedi. Informazioni: tel. 0575.1653924, festivalfotografiaitaliana@gmail.com. Sito internet: https://www.festivalfotografiaitaliana.it. Fino al 6 settembre 2026