ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

sabato 2 maggio 2026

«GV 1,29», l'«Agnus Dei» di Andrea Mastrovito sulla vetta della Sagrada Família

C'è un momento, alle prime luci del mattino, in cui la luce di Barcellona entra obliqua attraverso le vetrate della Sagrada Família e trasforma la pietra in qualcosa di vivo. L’architetto catalano Antoni Gaudí (1852-1926), che nel 1883 aveva ereditato il cantiere della chiesa da Francisco de Paula del Villar, intendeva così rendere percepibile il divino. Ora, a 172 metri di altezza, nel cuore della croce che corona la Torre di Gesù Cristo - il punto più alto che qualunque edificio sacro abbia mai raggiunto - sta per brillare una nuova fonte luminosa: l'«Agnus Dei» di Andrea Mastrovito (Bergamo, 1978), artista lombardo che ha vinto il concorso internazionale bandito dalla Junta Constructora nel 2023 e che si trova, adesso, a cucire il filo invisibile tra un progetto iniziato sul finire dell’Ottocento, che per centoquarantaquattro anni ha avuto l’aspetto di un’«opera infinita», e il nostro presente.

Con la candidatura di Barcellona a Capitale mondiale dell'architettura per il 2026 e il centenario della morte di Antoni Gaudí, la Sagrada Família, i cui lavori dovrebbero definitivamente concludersi intorno al 2034, si arricchisce, dunque, di un nuovo tassello, quasi l’ultimo sospiro di un «cantiere in corso d’opera» che trova finalmente il suo compimento plastico.

Andrea Mastrovito, artista formatosi all'Accademia di belle arti di Bergamo, che da anni divide la sua vita e la sua attività tra l'Italia e New York, è conosciuto per aver sperimentato diversi registri e medium: dalle vetrate tridimensionali per la chiesa di San Giovanni XXIII a Bergamo (2024) ai film d'animazione muti «NYsferatu» (2017) e «I Am Not Legend» (2020), senza dimenticare le grandi installazioni site-specific in giro per il mondo come, per esempio, «Tristes Presentimientos de lo que ha de acontecer» (2022), oggi nella collezione permanente della Gamec di Bergamo. Il suo primo e più grande amore rimane, però, il disegno, concepito come «logos universale», ovvero come strumento di conoscenza e di mappatura del contemporaneo. A questo medium l'artista ha addirittura dedicato uno spazio espositivo: la «The Drawing Hall», aperta a Bergamo nel 2021, insieme ai soci Marco Marcassoli e Walter Carrera.

Per una figura così poliedrica, la commissione per la Sagrada Família rappresenta, al tempo stesso, il coronamento di un percorso e una sfida senza precedenti: tradurre in forma scultorea e luminosa il nucleo teologico del progetto gaudiniano, in dialogo con uno degli edifici più analizzati e amati della storia dell'architettura mondiale.

L’opera ideata per la chiesa spagnola - la cui inaugurazione è prevista per il prossimo 10 giugno, alla presenza di papa Leone IV e in occasione del centenario della morte di Antoni Gaudí - si intitola «GV 1,29» e trae il suo nome da un versetto del Vangelo di Giovanni, quello in cui il Battista additando Gesù esclama: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!».

Vetro, oro e acciaio compongono la grande installazione, che nei prossimi giorni sarà collocata in sospensione all'interno del braccio superiore della Torre di Gesù Cristo, avvolta dalla luce delle grandi vetrate della Sagrada Família e dal lucernario della croce, con il candore della pietra onice, usata per rivestire le pareti interne della struttura, a potenziarne la luminosità.
 
Al centro del progetto, con cui si sintetizza il messaggio evangelico che identifica Gesù Cristo come vera luce e origine del mondo, risplende l’«Agnello», una scultura di 120 cm in vetro cavo soffiato a mano, modellato con tecniche di molatura a freddo e assemblato con resina Uv strutturale, la cui superficie è interamente rivestita da migliaia di frammenti di cristallo che ne moltiplicano la rifrazione. Su uno dei fianchi, incisa con del fosforo fotoluminescente, corre la trascrizione in greco onciale antico del versetto di Giovanni, che nelle ore notturne si illumina grazie a quattro faretti a luce laser blu.

Attorno alla scultura si dispiegano ventiquattro tubi in acrilico di lunghezza variabile fino a tre metri, dorati in foglia d'oro 24 carati, su cui sono riportate, in riserva d'oro realizzata mediante stencil in vinile, altrettante citazioni dell'«Agnus Dei» tratte dal Nuovo Testamento. All'interno di ciascun tubo scorre una striscia led da 4,8 watt, che illumina le iscrizioni diffondendo una luce bianca morbida e omogenea. La forma geometrica risultante è un semi-iperboloide regolare: una serie di linee rette che, per l'effetto ottico tipico dei paraboloidi iperbolici, il visitatore percepisce come una curva continua.

Circa cinquecento sagome ovali di ottone, tagliate a macchina e modellate a mano e dorate, completano la struttura. Queste forme sono sospese con sottilissimi fili di nylon e distribuite secondo la medesima geometria iperboloide, creando una galassia di riflessi: un firmamento interno che moltiplica e diffrange ogni fonte luminosa. Il light design è stato affidato allo Studio Waldemeyer; mentre la doratura, che rimanda alla tradizione dell'iconografia sacra e al valore salvifico del sacrificio di Gesù Cristo, è opera dello Studio Reduzzi.

Le fonti di ispirazione dichiarate da Andrea Mastrovito per la realizzazione di «GV 1,29» costituiscono un percorso affascinante attraverso la storia dell'arte e della scienza, a cui fa da filo conduttore il tema della luce come manifestazione del sacro.
L’artista bergamasco cita espressamente «L'Estasi di Santa Teresa d'Avila» (1652) di Gian Lorenzo Bernini, uno dei capolavori del Barocco italiano: i raggi dorati dell'iperboloide richiamano direttamente i raggi di luce bronzea che attraversano la cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria a Roma, simbolo di una ferita d'amore, la «transverberazione», ovvero il momento mistico in cui un angelo, secondo i racconti autobiografici della santa, le trafigge il cuore con un dardo infuocato, simbolo dell’amore divino che ferisce l’anima per unirla a Dio.

Tre ulteriori ispirazioni si trovano all'interno della stessa Sagrada Família. Il triangolo in mosaico di vetro veneziano dorato che rappresenta Dio Padre, all'apice del lucernario principale dell'abside, ha suggerito la forma geometrica dell'installazione. Il crocifisso sospeso sull'altare maggiore e le lanterne del baldacchino hanno ispirato la struttura portante luminosa. Infine, l'iperboloide, la forma che Antoni Gaudí impiegò per la prima volta in architettura per convogliare la massima quantità di luce all'interno della navata, è il principio costruttivo della scultura di Andrea Mastrovito, in una citazione strutturale prima ancora che estetica.

Un’ulteriore fonte di ispirazione è scientifica e si connette alla cosmologia moderna. Grazie alla collaborazione con l’astrofisico Marco Bersanelli, il team che si è occupato della costruzione della Torre di Gesù Cristo alla Sagrada Família, guidato da Jordi Faulí e dall’architetto Mauricio Cortès, ha tratto ispirazione per il suo progetto dalla curva di Friedmann-Lemaître, un modello che descrive l'espansione dell'universo. La scultura di Andrea Mastrovito si inserisce, dunque, in un dialogo tra fede, arte e cosmologia che Antoni Gaudí aveva solo suggerito, ma che i suoi successori hanno portato a una coerenza sistematica.

Negli «Àlbums del Temple», i fascicoli pubblicati dalla Junta Constructora, l'architetto catalano descriveva ogni superficie e ogni colore come una traduzione spaziale della presenza divina. Antonio Mastrovito eredita questa visione e la articola in tre registri distinti: luce naturale, artificiale e spirituale. I riflessi del sole e il luccichio dei led dialogano così con l’oro, il metallo che da secoli nell'iconografia sacra - dal Pantocrator bizantino alle pale d'altare medievali - rappresenta la trascendenza e la gloria divina. La stessa iconografia dell’«Agnus Dei» trova traccia negli «Àlbums del Temple», dove Antoni Gaudì menziona esplicitamente la scultura dell'Agnello come elemento destinato a completare il progetto architettonico della croce.

La proposta dell’arista bergamasco - che è stata esposta la scorsa primavera al Museu Diocesà de Barcelona con gli studi degli altri quattro finalisti (Edoardo Tresoldi, David Oliveira, Gonzalo Borondo e Jordi Alcaraz) - è stata selezionata dalla commissione, si legge nel comunicato ufficiale, «per l'eleganza della sua luce dorata e la trasparenza luminosa dell'Agnello»: criteri che rinviano direttamente al vocabolario estetico e teologico del maestro catalano, ma che trovano nella sensibilità contemporanea dell'artista bergamasco una traduzione inedita.

Andrea Mastrovito ha, dunque, saputo raccogliere l’eredità di Antoni Gaudí senza rinunciare alla propria autorialità contemporanea. Il suo «Agnus Dei» non è un reperto nostalgico, ma un’opera viva che utilizza tecnologie d’avanguardia - dal taglio laser alla luce led - per rendere tangibile l’intangibile.
Ciò che vedremo alzando gli occhi verso i 172 metri della Torre di Gesù Cristo non sarà, infatti, un semplice elemento decorativo, ma piuttosto un dispositivo semantico in cui oro, vetro e luce si fonderanno per dare voce al sacro. Una pioggia di bagliori e rifrazioni, inscritta in una geometria che oscilla tra le leggi dell’astrofisica e il mistero della fede, ci parlerà di ciò che è destinato a mutare a ogni ora del giorno, a ogni cambio di stagione, a ogni nuvola che solca il cielo di Barcellona. È un miracolo quotidiano che spesso ignoriamo e che, qui, ci pone di fronte al mistero del divino: ciò che resta quando si toglie tutto ciò che si può spiegare.


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giovedì 30 aprile 2026

A Roma un «Cantiere aperto» per il restauro di Palazzo Venezia

Era il 1455 quando il cardinale veneziano Pietro Barbo (1417-1471), asceso nel 1464 al soglio pontificio con il nome di Paolo II, dava incarico di costruire, nel cuore di Roma, tra piazza Venezia e via del Plebiscito, con il travertino proveniente dal Colosseo e dal teatro Marcello, uno dei primi esempi di architettura rinascimentale della città: Palazzo Venezia.
Questi ambienti erano destinati a diventare uno dei luoghi più rappresentativi dell’Urbe, ricoprendo funzioni istituzionali di altissimo profilo, da sede diplomatica a luogo simbolico del potere novecentesco, soprattutto per quando riguarda le Sale monumentali, ovvero la Sala del Mappamondo, la Sala delle Battaglie e la Sala Regia.

Inizialmente residenza di papi e cardinali, fra cui Paolo III Farnese (1534-1549), il palazzo divenne, nel 1564, casa degli ambasciatori della Repubblica di Venezia presso la Santa Sede e, a partire dal 1797, con la stipula del Trattato di Campoformio fra il generale Napoleone Bonaparte (1769-1821) e il conte Johann Ludwig Josef von Cobenzl (1741-1810), dimora dei rappresentanti dell’Impero austro-ungarico.
In questi primi tre secoli dalla costruzione, centinaia di ospiti illustri, compresi lo scrittore Erasmo da Rotterdam (1466?-1536), l’imperatore Carlo V d’Asburgo (1500-1558), il compositore Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791), lo scultore Antonio Canova (1757-1822) e il pittore Francesco Hayez (1791-1882), varcarono l'ingresso della dimora, attratti dalle bellezze nascoste all’interno delle mura.
Poi, con l’Unità d’Italia e a partire dal 1916, le sale furono destinate ad accogliere il Museo del Medioevo e del Rinascimento, prima che nel 1922 Benito Mussolini (1883-1945) le scegliesse come sede di rappresentanza del governo fascista. Dal balcone affacciato direttamente su piazza Venezia, che consentiva di riunire folle oceaniche, il Duce pronunciò alcuni dei suoi discorsi più celebri, incluso quello per l’entrata in guerra del 10 giugno 1940.
All’indomani del secondo conflitto bellico, il palazzo ritornò a essere sede museale, con una spiccata attenzione per le arti applicate. Al suo interno, vennero anche accolti gli Uffici della tutela, ai tempi un centro fondamentale per il recupero e la restituzione delle opere saccheggiate dai nazisti. E si tennero importanti esposizioni temporanee come «Capolavori della pittura europea» (1944), «Arazzi francesi dal Medioevo» (1953), la «Mostra storica nazionale della miniatura» (1959) e la «Mostra di disegni delle Collezioni reali d’Inghilterra a Windsor» (1961).
Con la rassegna «Garibaldi. Arte e storia» del 1982, iniziò una nuova fase di gestione degli spazi, che prevedeva l’ospitalità, nelle Sale monumentali di Palazzo Venezia, di mostre di rilevanza internazionale e nazionale, capaci di unire qualità scientifica e alta divulgazione come le monografiche su Pietro da Cortona (1997), Lorenzo Bernini, Caravaggio (2001) e Sebastiano del Piombo (2008), quasi tutte curate da Claudio Strinati.
Questa densità storica si riflette anche nella compresenza di linguaggi artistici differenti: elementi quattrocenteschi convivono con interventi novecenteschi, in particolare quelli promossi sotto la direzione del soprintendente Federico Hermanin (1868-1953), che, attraverso soffitti lignei, lampadari e pitture parietali, reinterpretò il Rinascimento secondo una sensibilità storicista tipica del primo Novecento.

Oggi, per questi spazi, che fecero anche da scenario all’incontro tra Michelangelo Buonarroti (1475-1564) e papa Paolo III per parlare della Cappella Sistina e alla prima rappresentazione (nel 1842) dello «Stabat Mater» di Gioachino Rossini (1792-1868), si scrive una nuova pagina della loro storia, quella che porterà all’inaugurazione di un percorso stabile, con la museografia di Michele De Lucchi, dedicato al «Fatto in Italia», ovvero alla grande tradizione artistica e artigiana del nostro Paese dal Medioevo alle soglie del Made in Italy.
Le Sale monumentali sono, infatti, oggetto, in questi mesi, di un importante intervento di restauro, condotto nell’ambito dei lavori di realizzazione della stazione Venezia della Linea C della metropolitana di Roma, una delle più complesse operazioni infrastrutturali attualmente in corso nel tessuto storico europeo.

Per l’occasione, viene presentato da «Vive - Vittoriano e Palazzo Venezia», istituto del ministero della Cultura che gestisce il patrimonio culturale nel cuore di Roma, il progetto «Cantiere aperto», che trasforma un processo tecnico, tradizionalmente invisibile e solitario, in un'esperienza culturale condivisa. Ponteggi visitabili e un diario on-line permetteranno al pubblico, giorno dopo giorno, di seguire lo stato dei lavori nelle Sale monumentali.
Il visitatore viene così invitato non solo a osservare, ma anche a comprendere metodologie, criticità e decisioni che sottendono ogni intervento di restauro, in linea con i principi della moderna teoria conservativa, sviluppata in Italia a partire da Cesare Brandi, che concepisce l’opera come unità storica e estetica da preservare nella sua complessità stratificata.
Sul sito ufficiale di «Vive - Vittoriano e Palazzo Venezia», ente che in passato si è occupato anche dei «cantieri aperti» all’Altare della Patria e all’Appartamento Barbo a Palazzo Venezia, video-interviste esclusive ai restauratori illustreranno le operazioni in corso, dal consolidamento alla pulitura, fino alla reintegrazione delle superfici pittoriche. Inoltre, due volte al mese, tra maggio (il 2 e il 23) e giugno (il 6 e il 20), il pubblico potrà salire direttamente sui ponteggi del cantiere e, in compagnia degli addetti ai lavori, osservare da vicino le decorazioni del palazzo e conoscere le complesse operazioni in corso.

L’attuale intervento conservativo si confronta con una materia profondamente stratificata. I soffitti lignei, compromessi da ossidazioni e infiltrazioni, stanno rivelando - attraverso accurate operazioni di pulitura - la brillantezza originaria delle dorature. 
Ancora più complesso è il lavoro sulle superfici murarie, dove le pitture conservano tracce di interventi successivi che richiedono un’analisi stratigrafica puntuale. 
In questo senso, il cantiere si configura come un laboratorio di ricerca, in cui diagnosi scientifica e sensibilità storico-artistica convergono per restituire leggibilità all’insieme senza cancellarne la memoria. Tale approccio riflette una linea metodologica consolidata nel panorama italiano, che privilegia la conservazione delle tracce del tempo rispetto a interventi di ripristino integrale, evitando ogni forma di «falsificazione storica».
«Cantiere aperto» rappresenta, dunque, un caso emblematico di come il patrimonio storico possa essere ripensato in chiave contemporanea, suggerendo un modello in cui la tutela diventa pratica collettiva. In una città come Roma, dove ogni intervento sul tessuto urbano implica un confronto con la storia, iniziative di questo tipo indicano una possibile via: non sottrarre il patrimonio allo sguardo durante la sua trasformazione, ma renderlo occasione di conoscenza, consapevolezza e partecipazione.

Informazioni utili
Cantiere aperto. Le Sale monumentali di Palazzo Venezia. Palazzo Venezia, via del Plebiscito, 118 - Roma. 

Diario online

Visite guidate
Date e orari
Sabato 2 e 23 maggio, 6 e 20 giugno, ore 10.00 e 11.30
Le visite sono gratuite fino a esaurimento posti. È obbligatoria la prenotazione su Eventbrite:
Per partecipare occorre indossare i Dispositivi di Protezione Individuale che verranno forniti dall’organizzazione e sottoscrivere una dichiarazione di manleva.

mercoledì 29 aprile 2026

L’Africa di Buhlebezwe Siwani alla galleria Consonni Radziszewski di Milano

È Buhlebezwe Siwani (Johannesburg – Sudafrica, 1987), una delle protagoniste della prossima edizione della Biennale d’arte di Venezia, il cui progetto espositivo - per la firma di Koyo Houoh - si intitola in «Minor Keys», l'autrice scelta dalla galleria internazionale Consonni Radziszewski per inaugurare la sua nuova sede milanese.
Nell’elegante cornice di un villino dei primi del Novecento in via Gustavo Modena, che sin dall’ingresso esibisce gli stilemi tipici del Liberty, l’artista sudafricana mette in mostra, con il titolo «uYana umhlaba» (letteralmente «sta piovendo terra» o «lacrime di terra»), un nuovo ciclo di dipinti polimaterici che approfondiscono la ricerca avviata nel 2020, con la serie «Inkanyamba», esposta per la prima volta alla Galeria Municipal de Almada in Portogallo.
 
Il corpus, le cui forme astratte e sinuose evocano un paesaggio naturale selvaggio, nasce dalle memorie infantili dell’autrice, cresciuta a Johannesburg, nel quartiere-ghetto di Soweto, una delle zone aurifere più ricche al mondo, dove si ravvisano i segni di una storia segnata dal colonialismo e dalla crudele apartheid della minoranza bianca sulla popolazione locale.

In questi lavori i materiali si uniscono, si intrecciano e si sovrappongono. Ritagli di tessuti ordinari - provenienti da abiti tradizionali, carichi di identità e appartenenza - vengono stratificati e forzati a convivere insieme. Si disegna così, attraverso punti di sutura cuciti a mano o a macchina, una geografia spezzata, dove i confini non sono linee nette, ma cicatrici aperte, quelle di chi è stato costretto a vivere un’esistenza nomade. Con l’afflusso continuo dei minatori a Soweto, la famiglia di Buhlebezwe Siwani, come tante altre, aveva, infatti, dovuto abbandonare la sua casa ed era stata confinata in una zona specifica della città, vicino ai terreni delle miniere abbandonate, prima di trasferirsi nella provincia di Eastern Cape e, poi, in Olanda.

Su questi fondali complessi e stratificati, l’artista riunisce per la prima volta tutti gli elementi ricorrenti della sua ricerca. Troviamo, per esempio, il pigmento d’oro, che porta con sé la memoria delle miniere di Soweto ed è, al contempo, simbolo di sacralità. C'è la resina che trattiene e riflette, come acqua sospesa; mentre il sapone - il quotidiano «Sunlight» verde, usato nelle zone rurali del Sudafrica per lavare il bucato, i piatti e il corpo - introduce un gesto intimo, domestico, che si carica di una tensione più ampia. Lavare, qui, non è pulire. È un atto simbolico, che sfiora la purificazione e che ci interroga: cosa significa essere «puliti»? E per chi si deve essere «puliti»? Attraverso un semplice rituale quotidiano, l’artista sudafricana, che oggi lavora tra Città del Capo e Amsterdam e che è anche sangoma iniziata (ovvero una guaritrice spirituale e una mediatrice tra visibile e invisibile), sfiora, dunque, questioni profonde. La sua arte diventa strumento di indagine critica e politica sul rapporto tra pelle bianca e nera, tra corpo maschile e femminile, tra spiritualità indigena e «violenza» missionaria.

Quella che Buhlebezwe Siwani ci racconta è, dunque, una storia intima, introspettiva e di resilienza, dove si intrecciano visibile e invisibile, corpo e spirito, memoria e ferita.

La mostra rappresenta anche la prima tappa di un progetto condiviso, quella di Matteo Consonni e Dawid Radziszewski, che, unendo le loro filosofie distinte ma complementari, hanno deciso di fondere i percorsi delle loro due gallerie, la Madragoa a Lisbona e la Dawid Radziszewski a Varsavia, aprendo anche una nuova sede a Milano, dove sostenere i talenti emergenti e custodire l'eredità duratura degli artisti affermati.

Didascalie delle immagini
Mostra «uYana umhlaba». Vista dell'allestimento. Foto di Nicola Gnesi 

Informazioni utili
Buhlebezwe Siwani, «uYana umhlaba». Galleria Consonni Radziszewski, Via Gustavo Modena 6 . Milano. Orari di apertura: martedì – sabato | ore 11.00- 18.00. Ingresso gratuito. Fino al 30 maggio 2026