ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

venerdì 17 luglio 2026

Pietre, pixel e onde: il nuovo percorso multimediale del Castello Svevo di Trani

C’è un momento, nel pomeriggio pugliese, in cui il sole declina obliquo sul Castello Svevo di Trani e la pietra calcarea locale - quella pietra bianca che i normanni chiamavano «lapis tranensis» - splende di una luce ambrata, quasi liquida. La fortezza sembra allora galleggiare sul mare, così come era nelle intenzioni di re Federico II di Svevia quando fece costruire, nel 1233, questo baluardo difensivo sul Mediterraneo a protezione del Regno delle Due Sicilie. La luce fisica che colpisce le pietre del maniero, e che al tramonto offre uno degli spettacoli più suggestivi della regione in un amalgamarsi di toni oro e arancio in contrasto con il blu dell’acqua, incontra oggi la luce artificiale degli schermi e delle proiezioni. Dalla metà di giugno, il Castello Svevo, a breve distanza dalla celebre Cattedrale romanica, ha, infatti, aperto una nuova stagione della propria vita, nella quale la memoria millenaria delle sue mura, che dal fulgore medievale dello «stupor mundi» passarono alle cupe atmosfere ottocentesche di un carcere borbonico, incontra la tecnologia e i linguaggi della contemporaneità.
Nell'ambito di un'articolata strategia di conservazione, riordino, digitalizzazione e riqualificazione del patrimonio storico-artistico, ideata e coordinata dall'architetto Anita Guarnieri (al momento della progettazione direttrice del museo tranese e oggi soprintendente ad interim per le province di Foggia e Barletta-Adria-Trani), il Castello Svevo ha visto l’inaugurazione di un innovativo percorso multimediale ed esperienziale volto ad aggiornare i tradizionali confini della fruizione e della narrazione museale.
Il progetto, che si è articolato anche in calibrati interventi di restauro, è stato finanziato con circa un milione e mezzo di euro attraverso una doppia linea di risorse pubbliche: il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), con i fondi dedicati al «Miglioramento delle condizioni e degli standard di offerta e fruizione attraverso il patrimonio digitale», e le risorse della Legge speciale 190/2014 per interventi di manutenzione straordinaria e progettazione degli allestimenti, nell’ambito del Programma operativo nazionale «Cultura e sviluppo» Fesr 2014-2020.
Il piano di studio scientifico ha trovato la sua traduzione spaziale e interattiva nelle soluzioni dello studio di design Dotdotdot, fondato nel 2004 da Laura Dellamotta, Giovanna Gardi, Alessandro Masserdotti e Fabrizio Pignoloni, tra i primi in Italia a operare nell’ambito dell’Interaction Design applicato ai contesti museali con la creazione di ambienti narrativi in cui la tecnologia non agisce come un fine autoreferenziale, ma come un potente mediatore accessibile a pubblici di ogni età e competenza.
Nel corso di oltre vent’anni di attività, l’azienda, con sede a Milano, ha collaborato con istituzioni di primo piano – dal Parco archeologico del Colosseo alla Triennale di Milano, dal Castello di Thiene a Terre Borromeo sul lago Maggiore – maturando un approccio riconoscibile: la tecnologia non come protagonista, ma come strumento al servizio del racconto.
Per il Castello Svevo sono state ideate tre installazioni permanenti sulla storia, sul bestiario medievale e sul legame con il mare, che trovano ciascuna collocazione in una specifica sala espositiva, integrandosi armoniosamente con le architetture dell’edificio, le sue stratificazioni storico-artistiche e il patrimonio custodito.
Si tratta, dunque, di uno strumento utile per approfondire la storia del maniero, uno dei luoghi più emblematici dell’architettura federiciana, la cui edificazione, iniziata nel 1233, fu completata nel 1249 su progetto dell’ingegnere militare Filippo Cinardo e sotto la supervisione di Stefano di Romualdo Carabarese.
L’impianto planimetrico è quello tipico dei castelli crociati di Terra Santa: un quadrilatero di sobria perfezione geometrica, rinforzato ai vertici da quattro torri quadrate di uguale altezza, con un ampio cortile centrale attorno al quale si organizzano le sale residenziali e difensive. I paramenti esterni, realizzati in grandi blocchi di pietra di Trani bugnata, si ergono per circa venti metri sul livello del mare, coronati da una merlatura piana.
La storia del maniero è costellata di eventi di straordinaria risonanza. Nel 1259, il figlio di Federico, Manfredi, vi celebrò le nozze con Elena Comneno d’Epiro con celebrazioni di grande sfarzo. Pochi anni dopo, Carlo I d’Angiò lo elesse a propria corte, festeggiandovi il matrimonio con Margherita di Borgogna nel 1268. Con il Cinquecento e l’avvento delle armi da fuoco, l’imperatore Carlo V dispose importanti adeguamenti difensivi, abbassando le torri e aggiungendo il bastione lanceolato a sud-ovest.
Nell’Ottocento, infine, l’edificio ospitò il carcere provinciale, che qui rimase fino al 1974. Restaurato dalla Soprintendenza per i beni ambientali, architettonici, artistici e storici della Puglia, il castello ha riaperto i battenti nel 1998, iniziando una feconda stagione di musealizzazione.
Ritornando alle installazioni, va sottolineato che il progetto tranese si inscrive in un dibattito più ampio, e sempre più urgente, sul ruolo delle tecnologie digitali nei contesti del patrimonio culturale. Tali pratiche rispondono non solo a esigenze di attrattività turistica, ma anche a nuove modalità di apprendimento, sempre più esperienziali e multisensoriali. A tal proposito, un recente report del progetto «Dicolab» del Ministero della Cultura, redatto nel 2025, offre dati preziosi sulla percezione del pubblico italiano: audioguide interattive, tavoli touch, video mapping, realtà aumentata sono apprezzate soprattutto «quando arricchiscono la visita con contesti, storie e dettagli che valorizzano le opere», rispondendo al desiderio di esperienze «più inclusive, narrative e coinvolgenti».
Si muove proprio su questa direttiva il progetto del Castello Svevo di Trani: le installazioni non sono aggiunte decorative né attrattori di consenso immediato, ma strumenti narrativi pensati per restituire profondità a un patrimonio già ricchissimo.
Particolarmente significativa, in questa prospettiva, è la cura dedicata all’accessibilità. Le tre installazioni sono, infatti, progettate – si legge nella nota stampa - per «raggiungere diverse profondità di coinvolgimento» e per essere «accessibili a pubblici diversi per età e competenze»: un obiettivo che traduce sul piano pratico i principi di inclusività che le linee guida internazionali - dall’Icom all’Unesco - indicano come irrinunciabili per la musealizzazione contemporanea.
La prima installazione, collocata nel bastione a nord-est, si configura come un «archivio tattile» ispirato al modellino ligneo settecentesco del castello. Una riproduzione consente un contatto diretto e fisico con la morfologia del monumento, mentre un tavolo interattivo touch permette un’esplorazione tridimensionale che attraversa le sale e le epoche storiche. Il visitatore accede, inoltre, a un archivio virtuale di cinquanta reperti e, interagendo con sei riproduzioni realizzate con stampante 3D, attiva una proiezione sulla volta del torrione guidata dalla voce dell’attore e doppiatore Fabrizio Vidale. La scelta di partire dal tatto non è casuale: introduce il visitatore all’esperienza attraverso il canale sensoriale più intimo e diretto, rendendo il monumento accessibile anche a pubblici con limitazioni visive.
La seconda installazione, nella Sala Manfredi, valorizza, invece, il bestiario medievale custodito nelle collezioni lapidee del castello. Frammenti di drago, leone, felino, aquila, grifone e altre creature fantastiche sono esposti su un sistema di supporti appositamente progettati. Una proiezione sulla parete di fondo è dedicata agli «animali fantastici» e offre livelli multipli di coinvolgimento: narrativo e storico per il pubblico adulto, ludico e creativo per i più giovani. Attraverso una filastrocca da comporre con parole che indicano caratteristiche fisiche o caratteriali degli animali, il visitatore può dar vita alla propria creatura fantastica, che viene illustrata, proiettata sulla parete e, se lo si desidera, scaricata tramite QR code. Le illustrazioni originali realizzate per il progetto rimandano agli stessi animali lapidei presenti in altri contesti architettonici di Trani e del territorio pugliese, istituendo un dialogo iconografico tra il castello, la cattedrale, le chiese romaniche e i palazzi cittadini.
Infine, la terza installazione occupa lo spazio delle cosiddette scuderie, «un ambiente leggermente ipogeo» dove trovano posto palle di cannone, abbeveratoi e pozzi. Qui, un «mare generativo» si anima sulla parete con onde create interamente da codice e algoritmi - senza l’utilizzo di riprese video - in un loop di circa tre minuti accompagnato da un sound design spazializzato appositamente composto. L’evoluzione narrativa segue un crescendo: dalla quiete alla tempesta simulata, durante la quale il suono si intensifica e l’acqua sembra interagire con lo spazio architettonico, fino alla ricostruzione digitale della facciata esterna del castello progressivamente avvolta dal Mediterraneo, prima del ritorno alla calma. Inoltre, un video mapping a pavimento mette in evidenza i principali reperti presenti, inserendoli nel flusso narrativo senza ricorrere a didascalie tradizionali. È questa la più poetica delle tre installazioni perché riconnette il castello alla sua origine più profonda, quella di fortezza nata per dominare e dialogare con il mare.
Il progetto non si esaurisce nelle installazioni digitali. Nella Sala Federico II, un sistema di rampe - che diventa elemento espositivo ospitando alcuni reperti della collezione - dialoga con lo spazio architettonico e consente nuovi affacci verso il mare. La realizzazione di una nuova passerella metallica con accesso dal cortile centrale e l’apertura della Porta a mare permettono di accedere all’inedito ballatoio sul fronte nord, creando un suggestivo «cannocchiale visivo» capace di evocare la memoria degli antichi approdi e di offrire una prospettiva inedita sulla famosa cattedrale di Trani. Questi interventi di design architettonico ampliano il perimetro fisico della fruizione del monumento, integrando la dimensione digitale con quella esperienziale e corporea.
Con il nuovo percorso espositivo, la memoria si fa, dunque, esperienza e il patrimonio impara a parlare lingue nuove senza dimenticare la propria voce più antica. Il visitatore cessa di essere un mero spettatore per farsi parte integrante di una trama narrativa in cui passato e presente si intrecciano indissolubilmente. Mentre lo sguardo si apre verso il mare, tra flutti reali e onde digitali, la fisicità della fortezza si impone con rinnovata potenza: un’architettura costruita per resistere al vento e alle onde, per essere presidio e rifugio affacciato sul Mediterraneo. La storia, allora, non appare più come un retaggio immobile, ma come un flusso vivo che scorre tra le pieghe del tempo e l’immaterialità della tecnologia. Ed è questa, forse, la misura del successo di un percorso multimediale ben concepito: non lo stupore fine a se stesso, ma la capacità di risvegliare il vissuto profondo e l’eco emotiva di chi ha abitato quelle stanze nei secoli, strappando al silenzio delle pietre storie, passioni e paure umane.

Didascalie delle immagini
Castello Svevo di Trani. Progetto multimediale di Dotdotdot. Fotografie: @ Edoardo Delille

Informazioni utili
Castello Svevo di Trani, piazza Manfredi, 16 - Trani (BAT - Barletta, Andria, Trani). Orari: lunedì - sabato, ore 8:30-19:30; domenica, ore 8:30-13:30 (la biglietteria chiude alle ore 18:30 nei giorni feriali e alle ore 12:30 nei giorni festivi). Ingresso: intero € 8,00, ridotto € 2,00, gratuito la prima domenica del mese e sempre per gli aventi diritto. Informazioni: tel. 0883.506603 o cs-ba.castelloditrani@cultura.gov.it. Sito internet: https://museipuglia.cultura.gov.it/musei/castello-svevo-di-trani/ || https://aditusculture.com/esperienze/trani/musei-parchi-archeologici/castello-svevo-di-trani

mercoledì 15 luglio 2026

Il Museo del disco d’epoca: a Sogliano al Rubicone un viaggio attraverso centocinquanta anni di memoria sonora

Il gracchiare di un vecchio cilindro di cera che gira lento e che restituisce le note di un’intramontabile aria d'opera, il ticchettio meccanico di un jukebox Wurlitzer che si prepara a suonare grazie a un semplice gettone, la puntina di un grammofono sospesa nell’aria in attesa di posarsi su un disco e di diffondere nell’aria la sua musica: il suono, per sua natura effimero e fuggevole, ha trovato nella registrazione meccanica la sua sfida più audace all'oblio, quella che ha consegnato voci, parole, canti e melodie del passato alla nostra fruizione.
Nel cuore della Romagna, in un piccolo borgo dell’Appennino nella provincia di Forlì-Cesena, c'è un luogo in cui l’evoluzione della nostra memoria acustica ha trovato casa. È il Museo del disco d'epoca di Sogliano al Rubicone, ubicato nelle sale di Palazzo Marcosanti-Ripa (oggi noto anche come Palazzo della Cultura), un edificio ottocentesco apprezzato per i suoi affreschi neoclassici con personaggi mitologici, stoffe damascate ed elementi naturali.
La genesi di questo straordinario patrimonio culturale - una vera e propria macchina del tempo sonora che consegna contemporaneamente al nostro udito l'ardore di un discorso politico di inizio Novecento e la delicatezza di una favola per bambini degli anni Venti - è legata indissolubilmente alla figura di Roberto Parenti, un collezionista metodico e lungimirante che ha impiegato quasi sessant’anni a radunare ciò che oggi costituisce una delle più complete raccolte discografiche d’Italia, con i suoi oltre 80mila pezzi (di cui 50mila conservati nell'ex sede adibita a magazzino e circa 30mila esposti stabilmente a rotazione), ognuno dei quali rappresenta un capitolo importante di un racconto iniziato nel 1877, con Thomas Alva Edison, e ancora in corso di scrittura.
L’idea di dare una forma museale a questo patrimonio era maturata già negli anni Ottanta del Novecento, ma è solo nel 1995 che la collezione viene aperta al pubblico, inizialmente allestita in un grande magazzino della famiglia Parenti, poi nelle sale di Palazzo San Girolamo, nella vicina Longiano, e infine, dal 2012, al piano nobile di Palazzo Marcosanti-Ripa, in quella che, anche grazie alla presenza della Biblioteca civica, è una vera e propria casa della cultura per il Comune di Sogliano al Rubicone.

Per comprendere appieno il significato del Museo del disco d’epoca è necessario ripercorrere, almeno per sommi capi, la straordinaria avventura tecnologica che ha reso possibile fissare il suono nel tempo.
La storiografia ufficiale della registrazione sonora fissa il suo punto di svolta nel dicembre del 1877, quando Thomas Alva Edison registra la celebre filastrocca infantile «Mary had a little lamb» all’interno del cono di un congegno di ottone avvolto nella carta stagnola con l’intento di poter riprodurre la copia in ogni momento e un numero arbitrario di volte. Nasce così il «fonografo», la macchina che «scrive il suono», il cui brevetto viene riconosciuto il 19 febbraio 1878. Non si tratta, in senso stretto, del primo tentativo: già nel 1860 il francese Édouard-Léon Scott de Martinville aveva inciso la voce umana su fogli di carta annerita, ma senza alcun meccanismo di riproduzione. Thomas Alva Edison compie, dunque, il passo decisivo: non solo registrare, ma anche riascoltare.
Una tappa verso la commercializzazione e la stabilità del supporto avviene poco dopo con l'introduzione dei cilindri in cera, i più antichi reperti conservati intatti nella collezione romagnola. Nel 1880 Chichester Bell e Charles Tainter, nei laboratori Bell, perfezionano, infatti, lo strumento edisoniano e nasce il cosiddetto «grafofono». È, però, nel 1887 che Emile Berliner, ingegnere tedesco già collaboratore di Alexander Graham Bell, ottiene il brevetto di una variante rivoluzionaria: il «grammofono», che sostituisce il cilindro con un disco piatto inciso lateralmente. Questo sistema si rivela superiore per riproducibilità e affidabilità: il disco può essere stampato in serie a partire da una matrice, aprendo la strada all’industria discografica di massa. Non è un dettaglio marginale che il Grammy Award, il premio musicale più ambito al mondo, prenda il nome proprio da questa invenzione.
Nella seconda metà dell’Ottocento, per iniziativa di Louis Glass e William Arnold, si diffonde anche il jukebox, una macchina a gettone («coin-up») concepita come un distributore a pagamento di musica, che trasforma l’ascolto da evento raro in esperienza quotidiana.
L’industria discografica, la nascita dei cataloghi musicali, la possibilità di preservare le esecuzioni dei grandi interpreti sono tutte conseguenze dirette di questa catena di invenzioni che il museo romagnolo ripercorre con esemplari originali e funzionanti.
Ciò che distingue la collezione di Roberto Parenti dalla maggior parte delle altre raccolte specializzate è la sua vocazione enciclopedica: anziché concentrarsi su un’epoca o su un genere specifico, il patrimonio conservato a Palazzo Marcosanti-Ripa ambisce a restituire l’intera traiettoria tecnologica e culturale della musica registrata, dai suoi esordi meccanici alle forme più recenti di riproduzione digitale, presentando anche migliaia di documenti cartacei quali libretti d’opera risalenti alla fine del Seicento, spartiti musicali stampati tra la metà dell’Ottocento e la metà del Novecento, manifesti di concerti e opere liriche, locandine, cataloghi discografici, cartoline musicali e foto autografe di grandi artisti.
L’importanza scientifica della collezione è stata riconosciuta anche in ambito accademico: per cinque anni l’Università di Bologna ha, infatti, condotto un progetto di valorizzazione, catalogazione, digitalizzazione e archiviazione di una parte significativa del patrimonio custodito dal museo, inserendolo a pieno titolo nel circuito internazionale della ricerca musicologica.
 
Il percorso espositivo, articolato in sette sale, si apre con una statua di Marilyn Monroe, affacciata sulla balconata interna dell'edificio, quasi ad anticipare il carattere eterogeneo e a tratti sorprendente dell’esperienza che attende il visitatore.
Nella prima stanza, che accosta documenti sonori a dispositivi di riproduzione d’epoca, si trovano un jukebox originale Wurlitzer modello 500 del 1938 - amplificato a valvole, capace di suonare 24 dischi a 78 giri, con la gettoniera originale americana ancora funzionante - e un’importante raccolta di «voci storiche», con rarissime incisioni fonografiche che contengono i discorsi ufficiali di monarchi e statisti del Novecento. Tra questi, si annoverano l’orazione di incoronazione di re Edoardo VII del 1902, l'ultimo colloquio di Umberto I ai bersaglieri in partenza per la Cina durante la guerra dei Boxer, e allocuzioni di Guglielmo II detto il Kaiser, Stalin, Adolf Hitler, Benito Mussolini e altri ancora.
A fare da contrappunto alla solennità di queste pagine di storia, un box musicale meccanico ospita due marionette musiciste che, all'inserimento di una moneta, eseguono ritmi di mambo e cha-cha-cha.
Proseguendo il percorso, la Sala rossa sposta l'attenzione sull'estetica dei dispositivi domestici. Qui sono esposti grammofoni d'élite che si distinguevano dai modelli popolari per l'assenza della tromba esterna e per l'impiego di mobili in legni pregiati finemente intagliati o decorati con motivi pittorici, pensati per integrarsi armoniosamente nei salotti dell'alta borghesia. Di grande interesse scientifico è la presenza di un «pathéfono», brevettato dall'azienda francese Pathé, un imponente riproduttore capace di leggere dischi fino a 50 centimetri di diametro, specificamente progettato per diffondere il suono in spazi pubblici ampi e rumorosi come le sale da ballo, sostituendo di fatto le orchestre dal vivo.
Nella Sala gialla, la storia della registrazione si unisce alla cultura di massa contemporanea. Attorno a un raro graphophone - il nome commerciale del dispositivo che per primo commercializzò la riproduzione da cilindro - sono disposti centinaia di memorabilia e oggetti di culto legati a figure fondamentali per la storia del rock e del pop moderno: Elvis Presley, i Beatles, i Led Zeppelin, i Kiss. Tra le rarità spicca l'edizione speciale dell'album «Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band», che includeva all'interno della confezione dei veri semi di piante, permettendo all'ascoltatore di ricreare materialmente il giardino raffigurato sulla celebre copertina. L'ambiente è, inoltre, arricchito da caricature in terracotta di grandi musicisti degli anni Settanta e da una vetrina scientifica interamente dedicata ai ricambi storici per le puntine dei grammofoni.
La quarta sala mette, invece, in mostra i celebri picture disc, supporti musicali speciali che incorporano un'immagine fotografica o artistica sull'intera superficie del disco, superando la tradizionale etichetta centrale di carta. Pur avendo avuto una diffusione commerciale limitata a causa dei costi elevati di produzione e di una resa sonora inizialmente inferiore, rappresentano oggi pezzi storici di immenso valore collezionistico.
In questa stanza trovano posto anche strumenti che documentano la storia della portabilità del suono: dal celeberrimo Mikiphone svizzero (il grammofono portatile più piccolo del mondo, racchiuso in una scatola tascabile) al primo Walkman prodotto dalla Sony, su richiesta del suo presidente e ispirato ai registratori dei giornalisti, fino ai MiniDisc di Michael Jackson, pionieri della riproduzione a memoria solida.
Mentre la quinta stanza celebra i giganti della discografia mondiale attraverso installazioni di grande impatto visivo: una statua a grandezza naturale di Elvis Presley, simulacri dei Led Zeppelin e una ricostruzione scenografica tridimensionale con sfondo illuminato della storica copertina di «Abbey Road» dei Beatles. Le pareti della stanza sono, inoltre, interamente rivestite da autentici dischi d'oro, d'argento e di platino, certificati ufficialmente dalla RIAA (Recording Industry Association of America), che attestano i picchi di vendite raggiunti dagli artisti nella storia del mercato fonografico.
Proseguendo, la sesta sala permette al visitatore di addentrarsi in una dimensione prettamente archivistica e legata alla musica colta. Qui si possono ammirare da vicino centinaia di libretti d'opera stampati tra la fine del Seicento e il Novecento, spartiti musicali rari, manifesti storici di stagioni liriche e foto autografe dei più grandi interpreti del passato. Spiccano, in questa sezione, un costume di scena originale utilizzato per le rappresentazioni della «Madama Butterfly» di Giacomo Puccini e due sculture dedicate a Maria Callas e Luciano Pavarotti, pilastri della lirica mondiale.
Il percorso espositivo si conclude con la sala dedicata all'infanzia, uno spazio dove l'interattività permette di comprendere l'applicazione pedagogica della registrazione nei primi decenni del XX secolo. Sono esposti e utilizzabili pezzi di eccezionale rarità: una bambola parlante degli anni Venti, mossa internamente da un meccanismo a micro-cilindri che le permette di cantare; i celebri «Bubble Books» della Harper-Columbia (1917-1929) - libri con dischi allegati per i bambini e copertine dai vivacissimi disegni a colori - e «Le avventure di Pinocchio su Dischi Durium» del 1933, la fiaba di Collodi narrata e cantata su 18 dischi a 78 giri in cartone rivestito di resina sintetica. Si tratta di una testimonianza preziosa di come la musica registrata abbia, sin dagli esordi, cercato di raggiungere anche il pubblico più giovane, trasformando l’ascolto in gioco e narrazione.
 
Il Museo del disco d’epoca non è, però, soltanto un luogo di conservazione passiva, è anche uno spazio attivo di ricerca e mediazione culturale. L’accesso è gratuito per tutti e il materiale è messo a disposizione del pubblico per studio, consultazione e semplice curiosità. La già citata collaborazione con l’Università di Bologna ha prodotto un lavoro sistematico di catalogazione e digitalizzazione, contribuendo a rendere scientificamente fruibile una porzione significativa della collezione e a inserirla in un circuito di ricerca più ampio, confermando l'importanza delle piccole realtà territoriali come custodi insostituibili della memoria storica collettiva. Il museo è, inoltre, riconosciuto dal portale Google Arts and Culture come sito di interesse mondiale, collocandosi tra i 2mila musei più significativi del pianeta.
La visita a Palazzo Marcosanti-Ripa restituisce, dunque, l’eco di un passato che continua a risuonare nel presente perché il suono - effimero per natura, disperso nell’aria nel momento stesso in cui nasce - ha trovato negli ultimi centocinquanta anni modi sempre più sottili e potenti di resistere al tempo. La voce di un re morto, il vibrato di una cantante leggendaria o il riff di una chitarra che ha incantato migliaia di fan - tutti preservati nelle micro-incisioni dei vinili, nella cera opaca dei cilindri ottocenteschi o nella gommalacca di vecchi 78 giri - si fanno così testimoni di un'intera civiltà acustica, dimostrando che anche una puntina spostata da una mano curiosa su un vecchio piatto può restituirci una parte preziosa della nostra storia comune.

Informazioni utili
Museo del disco d’epoca – Palazzo della Cultura, piazza Garibaldi, 19 – Sogliano Al Rubicone (FC). Orari: tutte le domeniche dalle 15.30 – 18.00 | visite guidate anche gli altri giorni solo su prenotazione. Ingresso gratuito. Informazioni: tel. +39 366.3023594, e-mail infomuseo@museodeldiscodepoca.com. Per ulteriori informazioni: https://museodeldiscodepoca.com/ 

lunedì 13 luglio 2026

L'acqua, la scena, l'archivio: l’ecosistema di Centrale Fies e le pratiche performative

C'è un punto, lungo la strada che risale la Valle dei Laghi tra Riva del Garda e Trento, in cui il fiume Sarca si stringe contro le Marocche di Dro, la più grande frana post-glaciale d'Europa, e il paesaggio, per un attimo, sembra ricordarsi di un tempo in cui, in quel posto, l'energia idroelettrica era qualcosa di visibile e di sonoro. Lì, dentro l'involucro monumentale di una centrale fatta costruire dagli Asburgo nei primi anni del Novecento (e ancora in parte attiva), da ventisette anni pulsa un tipo di energia differente, quella che sprigiona dai corpi in movimento durante una performance e dalla forza immateriale di un’idea creativa. Da giovedì 16 a domenica 26 luglio, la Centrale Fies di Dro, nel cuore delle Dolomiti, mette nuovamente in azione le sue turbine, quelle metaforiche della ricerca estetica, e offre al pubblico dieci giorni di mostre, performance, lecture e convivialità.

Fies, una centrale che non ha mai smesso di produrre

Per comprendere cosa accade ogni estate a Dro occorre, però, partire dalla pietra, prima ancora che dai programmi. La centrale di Fies fu costruita a ridosso del 1910 per sfruttare il salto d'acqua del Sarca; rimase in funzione, sia pure in modo sempre più marginale, anche dopo che l'Enel decise, negli anni Sessanta, di trasferire la produzione più consistente a Torbole, undici chilometri più a sud. È proprio questa attività residuale la ragione per cui l'edificio non è mai stato dismesso o demolito. Questa centrale a bassa intensità, ma ancora attiva, oggi appartiene a Hydro Dolomiti Energia ed è concessa in comodato d'uso al progetto culturale «Centrale Fies - Centro di ricerca per le pratiche performative contemporanee», un’iniziativa che affonda le proprie radici nel festival «Drodesera», nato nel 1981, e che, dalla stagione 1999-2000 ha dato vita, per intuizione dei fondatori Barbara Boninsegna e Dino Sommadossi (con la cooperativa «Il Gaviale»), a una casa-rifugio per artisti, curatori e studiosi, attraverso fitti programmi di residenza. Ciò è stato possibile grazie a un importante lavoro di archeologia industriale, uno dei primi in Italia a fini artistici e culturali, che ha visto la riconversione di più spazi della struttura asburgica - la Galleria trasformatori, la Sala turbine, la Forgia e le Sale macchine - al fine di ospitare mostre, spettacoli e aree di co-working.
Da allora il progetto «Centrale Fies» è diventato un punto di riferimento per la ricerca coreografica e performativa a livello continentale, accumulando oltre centocinquanta produzioni e co-produzioni e vantando un archivio digitale che, dal 2021, raccoglie oltre mille video, circa 25mila fotografie e altro materiale visuale a documentazione di un lavoro che va avanti da oltre quarant'anni.
Di recente, la direzione artistica ha, poi, scelto consapevolmente di abbandonare il formato tradizionale del festival estivo, concentrato in poche giornate, per costruire quello che oggi viene definito, con un'espressione della studiosa Annalisa Sacchi dell’università Iuav di Venezia, un esempio di «curatela espansa», perché non si avvale della voce di un’unica regia. Questo approccio rinuncia, infatti, programmaticamente alla centralità di una singola voce per aprirsi a una costellazione di sguardi, responsabilità condivise e alleanze orizzontali, creando un «ecosistema complesso» in cui progettualità differenti mantengono la propria autonomia pur convergendo in un'unica, solida infrastruttura comune.
È esattamente questa la chiave con cui va letta l'edizione 2026. I dieci giorni di programmazione non compongono un festival nel senso classico del termine, ma un arcipelago di progetti autonomi, ciascuno con una propria curatela, un proprio pubblico e un proprio linguaggio, tutti inseriti in un'infrastruttura comune e, soprattutto, con un’identica postura di ricerca.
Accanto a Barbara Boninsegna e Simone Frangi, storici curatori del nucleo «Live Works Summit», e a Mackda Ghebremariam Tesfaù e Justin Randolph Thompson, già presenti a Dro in passato, quest'anno il perimetro curatoriale si allarga a Lorenzo Pezzani del laboratorio «Liminal» di Bologna, alla curatrice indipendente Sofia Baldi Pighi, al teorico Michele Bertolino e al collettivo di attivisti culturali che firma il progetto «The Sparks Return».

Un «ecosistema complesso» di mostre, performance e lecture

L'«Estate di Centrale Fies», questo il titolo del programma, si aprirà nella giornata di giovedì 16 luglio, nello spazio della Galleria trasformatori, con una mostra personale dell’artista italo-tunisina Monia Ben Hamouda, classe 1991, la cui ricerca esplora l’identità diasporica e la complessità di un bagaglio multi-culturale come il suo, fondendo i linguaggi scultorei contemporanei, studiati all’Accademia di Belle arti di Brera, con la tradizione della calligrafia islamica, appresa dal padre pittore. Le sue sculture monumentali in acciaio tagliato al laser, cosparse di sabbia e di spezie usate come pigmenti, si muovono nello spazio liminale tra aniconismo e figurazione, evocando presenze - mani, animali e demoni - che affiorano e si dissolvono nel tratto calligrafico e in quello che l'artista stessa definisce un processo sciamanico.
Ad accompagnare l'apertura della mostra, per la curatela di Simone Frangi e Barbara Boninsegna, sarà la performance «MoonJar» della coreografa greca Kat Válastur e del compositore franco-ivoriano Aho Ssan: un'interazione tra suono e movimento ispirata ai miti di creazione e alla materia dell'argilla, con oggetti ceramici realizzati da Latika Nehra che evocano reliquie e ossa. La coreografia, i cui movimenti a spirale richiamano i cicli lunari e le torsioni del Dna, dialoga con questi reperti e con i suoni che essi veicolano. A chiudere la serata è in agenda un live set dello stesso Aho Ssan.
Il cuore pulsante della stagione resta il «Live Works Summit», giunto alla tredicesima edizione e in cartellone da venerdì 17 a domenica 19 luglio: il momento in cui un gruppo di artisti emergenti, selezionati un anno prima tramite call internazionale, presentano gli esiti di un percorso di residenza, mentoring e produzione durato dodici mesi. Si tratta di un riuscito dispositivo di scouting e di monitoraggio dei linguaggi performativi contemporanei più innovativi e transdisciplinari, inserito in una rete internazionale di istituzioni che comprende la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Palazzo Grassi–Pinault Collection, il Tanzfabrik Berlin, l’Hangar Barcellona e l'Operaestate Festival.
In questa edizione la curatela del progetto è firmata da Barbara Boninsegna e Simone Frangi, con Mackda Ghebremariam Tesfaù e Justin Randolph Thompson; mentre gli artisti selezionati sono: Tim Bartel, Publik Universal Frxnd, Kristina Kusmina Dreit, Pina Danila Gambettola, Abdul Halik Azeez, Eleni Roberts Kazouri e Vladimir Babinchuk, Juan Yung Han.
Nello specifico, il pubblico avrà l’occasione di assistere a «The Third Bodies» di Pina Danila Gambettola, una performance che prende avvio da un confronto tra la medium Eusapia Palladino e l’antropologo Cesare Lombroso, alla fine dell’Ottocento.
Kristina Kusmina Dreit presenterà, invece, «Druzhba sent from my iPhone», che instaura un sottile parallelo tra i dipinti del Realismo Socialista e i gesti e le pose presenti nelle fotografie di famiglia dell’artista. Mentre Juan Yung Han proporrà «Picking on the Waves», che esplora  attraverso l’animazione il modo in cui gli eventi storici imprimono un movimento persistente nei corpi e nella materia. Ancora, Publik Universal Frxnd metterà in scena «Born to Lose», una nuova installazione scultorea e un’esplorazione sonora della morte intesa come transizione da uno stato all’altro, che si articola attraverso l’uso di musica, canne d’organo in legno appositamente realizzate, canto corale e opere scultoree attivate. Con «Remains», Tim Bartel esplorerà, invece, l’ambiguità intrinseca del linguaggio attraverso costruzioni e performance basate sull’abbigliamento. Mentre Abdul Halik Azeez, con «Authentic Narrative of the Curious Espionage of an Unnamed Moor», indagherà le intersezioni tra tardo capitalismo, colonialismo e i processi di costruzione della memoria, della storia e delle politiche identitarie. Infine, Eleni Roberts Kazouri e Vladimir Babinchuk presenteranno «Strike», eco di una lotta, in cui tre performer lavorano a partire dalla persistenza di un’immagine di strada, in una lunga sala di cemento che si legge come un corridoio. 
All'interno del «Live Works Summit» si inserisce la «Fellowship» intitolata ad Agitu Ideo Gudeta, l'imprenditrice e attivista etiope-italiana nota per il suo lavoro con le capre di razza mochena in Trentino, uccisa nel 2020. La borsa di studio, pensata come una forma di affirmative action per contrastare le barriere materiali e simboliche legate alla razzializzazione nel sistema dell'arte, è stata assegnata da Mackda Ghebremariam Tesfaù e Justin Randolph Thompson a Luc Ndikubwimana, che presenterà «Re-Veil» (sabato 18 luglio, ore 19:30), una perfomance su cui si concentra sullo smascheramento degli archivi ai quali attingiamo quotidianamente evidenziando come siano ancora privi di un approccio decoloniale. Tra gli ospiti del programma si segnalano anche Alif Hilal (già noto come Lyra Pramuk), Katerina Andreou con Mélissa Guex, e Tiziano Cruz,  con «Wayqeycuna», ultimo capitolo della trilogia «Tres Maneras de Cantarle a una Montaña», in cui l’artista articola, attraverso una serie di gesti poetici, i suoi ricordi d’infanzia dell’entroterra dell’Argentina settentrionale con manifesti politici sul mercato dell’arte e sui privilegi di classe.
Durante il weekend si terranno anche le free school, ovvero incontri e lezioni aperte al pubblico a rinforzare le linee culturali e i processi sommersi che guidano la programmazione del centro di Fies, che avranno per protagonisti Angeliki Tzortzakaki, Hannah Proctor e Costanza Spina
L’«Estate di Centrale Fies» proporrà anche un’intera giornata, quella di mercoledì 22 luglio, con il collettivo Bagnomaria di Milano, Chiara Tagliaferri e Gianluca D’Incà Levis per scoprire «The Sparks Return», progetto di Virginia Sommadossi ed Elisa Di Liberato, vincitore del bando «Laboratorio di creatività contemporanea», promosso dalla Direzione generale Creatività contemporanea del Ministero della Cultura.
Costruita con una rete di giovani attivisti culturali delle valli trentine, ovvero Stefania Santoni, Pierangelo Giacomuzzi e P. Parenti, la piattaforma propone un modello di curatela condivisa, radicato nelle comunità locali e orientato alla costruzione di alleanze tra pratiche artistiche e territori, modulato attraverso assemblee, tavoli di lavoro e una cena collettiva.
Il capitolo conclusivo, «Love is Political», è in agenda da giovedì 23 a domenica 26 luglio e prosegue una linea di ricerca avviata negli anni scorsi con «Enduring Love», «Evolving Love» e «Radical Love», mettendo questa volta al centro la natura politica delle relazioni: l'idea che ciò che accade tra le persone - amore, amicizia, alleanza, cura - non resti mai confinato alla sfera privata, ma lasci tracce nel mondo condiviso. Tornano compagnie storicamente legate a «Centrale Fies», da Anagoor a Motus, da Dewey Dell a Francesca Pennini/CollettivO CineticO, accanto a nuove voci come Annamaria Ajmone, Chiara Bersani con Lemmo, Wissal Houbabi e Laura Tripaldi.
Dentro questo capitolo si aprono tre progetti speciali, pensati come un «patto di contesto» tra pratiche affini. «Liminal» - laboratorio di ricerca dell'Università di Bologna, diretto da Lorenzo Pezzani, che indaga la violenza di frontiera attraverso l'investigazione geospaziale e open-source - presenterà «Overhead», un'installazione audiovisiva che intreccia tre traiettorie di sorveglianza dall'alto nel Mediterraneo: il controllo aereo delle frontiere, le occupazioni aeree e la genealogia dell'aviazione militare italiana nella colonizzazione della Libia.
Sofia Baldi Pighi porterà, invece, «Arte come resistenza civile», un progetto sulla scena culturale ucraina che, nonostante il conflitto, continua a produrre mostre, spettacoli e raccolte fondi. A Centrale Fies arriverà anche il collettivo «Open Group» - ovvero Yuriy Biley, Pavlo Kovach e Anton Varga - con «Repeat after me II», già visto al padiglione polacco della sessantesima edizione della Biennale d’arte di Venezia. 
 Chiude il trittico «Blue Blue Blue Limbo» - un-archive», una mostra-esperienza olfattiva firmata dal collettivo «Industria Indipendente» insieme a Michele Bertolino, che si configura come - si legge nella nota stampa - «una palestra per allenarsi a sentire insieme, un archivio di letture, immagini e rumori, un raccoglitore di fragranze». L'esposizione inaugura un nuovo spazio espositivo della centrale, storicamente deputato alla conservazione del piccolo archivio cartaceo dello stabilimento. Questo luogo viene risignificato come un ambiente totale e immersivo, dove i riferimenti letterari e visivi (da Kathy Acker a Derek Jarman) si fondono con un paesaggio sonoro metallico e distorto e con le suggestioni olfattive dell'omonimo profumo «Blue Blue Blue Limbo». L'olfatto viene, qui, indagato come un vero e proprio dispositivo performativo capace di ridefinire l'identità e la porosità dei corpi nello spazio interstiziale dell'incontro.
La mostra odora di pioggia, cuoio, resina di pino, evocando al contempo il sapore metallico del sangue e della salsedine marina.
A completare il programma, il collettivo trentino «Rifugio Amore» cura «Club Altrove», una serata di clubbing pensata come spazio di relazione e trasformazione collettiva, con la selezione musicale di Kunthug, Kobramulata e Mantis.

Le politiche d'accesso per una sostenibilità ambientale e culturale
Da quattro anni, «Centrale Fies» ha scelto di ripensare anche il proprio rapporto economico con il pubblico. Accanto a numerose proposte gratuite, la politica dei biglietti si articola in quattro fasce libere — «esplora», «apprezza», «ama», «sostieni», da 5 a 20 euro — pensate non più come categorie di appartenenza (abbonati, studenti, operatori), ma come gesti che chiunque può scegliere di compiere nei confronti del luogo.
Per chi arriva da lontano, e in particolare dal mondo universitario, il centro offre anche un campo base gratuito su richiesta; mentre i canali social coordinano iniziative di car sharing per raggiungere una sede che rimane, non a caso, difficilmente accessibile in auto privata durante i giorni di programmazione.
L’«Estate di Centrale Fies» si presenta, dunque, come un dispositivo complesso, capace di tenere insieme dimensione locale e apertura internazionale, ricerca artistica e impegno sociale. In un’epoca segnata da semplificazioni e polarizzazioni, questo spazio continua a investire nella complessità, nella pluralità e nella costruzione di infrastrutture culturali condivise.
Attraversare «Centrale Fies», in questi dieci giorni estivi, significa così entrare in un paesaggio in cui l’arte non si limita a rappresentare il mondo, ma contribuisce attivamente a trasformarlo attraverso il gesto fragile e potente della creazione.

Didascalie delle immagini
1. Centrale Fies. Photo credits: Alessandro Sala per Centrale Fies; 2.,3., 4. e 5. Monia Ben Hamouda, Solo show. Photo Credits: Roberta Segata per Centrale Fies; 6. Industria Indipendente e Michele Bertolino, Blue Blue Blue Limbo - un-archive. Foto dell'installazione; ; 7. Ritratto di Monia Ben Hamouda; 8.  Ritratto di Tiziano Cruz;  9., 10. e 11. Industria Indipendente e Michele Bertolino, Blue Blue Blue Limbo - un-archive. Foto dell'installazione; 12. Uno scatto dalla conferenza stampa di presentazione del programma L’estate di Centrale Fies 2026, tenutasi il 2 luglio 2026
 
Informazioni utili
L’estate di Centrale Fies 2026. Centrale Fies, Loc. Fies 1 - Dro (Trento). Programma: # 16 luglio, Exhibition opening + performance || # 17 - 19 luglio, Live Works Summit + Agitu Ideo Gudeta fellowship ||  # 22 luglio, The Sparks Return || 23, 24, 25, 26 luglio, Love Is Political, con Liminal, Industria Indipendente e Michele Bertolino, Rifugio Amore, Sofia Baldi Pighi. Informazioni: tel. 0464.504700, info@centralefies.it. Programma integrale >> https://www.centralefies.it/. Dal 16 al 26 luglio 2026