Fies, una centrale che non ha mai smesso di produrre
Per comprendere cosa accade ogni estate a Dro occorre, però, partire dalla pietra, prima ancora che dai programmi. La centrale di Fies fu costruita a ridosso del 1910 per sfruttare il salto d'acqua del Sarca; rimase in funzione, sia pure in modo sempre più marginale, anche dopo che l'Enel decise, negli anni Sessanta, di trasferire la produzione più consistente a Torbole, undici chilometri più a sud. È proprio questa attività residuale la ragione per cui l'edificio non è mai stato dismesso o demolito. Questa centrale a bassa intensità, ma ancora attiva, oggi appartiene a Hydro Dolomiti Energia ed è concessa in comodato d'uso al progetto culturale «Centrale Fies - Centro di ricerca per le pratiche performative contemporanee», un’iniziativa che affonda le proprie radici nel festival «Drodesera», nato nel 1981, e che, dalla stagione 1999-2000 ha dato vita, per intuizione dei fondatori Barbara Boninsegna e Dino Sommadossi (con la cooperativa «Il Gaviale»), a una casa-rifugio per artisti, curatori e studiosi, attraverso fitti programmi di residenza. Ciò è stato possibile grazie a un importante lavoro di archeologia industriale, uno dei primi in Italia a fini artistici e culturali, che ha visto la riconversione di più spazi della struttura asburgica - la Galleria trasformatori, la Sala turbine, la Forgia e le Sale macchine - al fine di ospitare mostre, spettacoli e aree di co-working.
Da allora il progetto «Centrale Fies» è diventato un punto di riferimento per la ricerca coreografica e performativa a livello continentale, accumulando oltre centocinquanta produzioni e co-produzioni e vantando un archivio digitale che, dal 2021, raccoglie oltre mille video, circa 25mila fotografie e altro materiale visuale a documentazione di un lavoro che va avanti da oltre quarant'anni.
Di recente, la direzione artistica ha, poi, scelto consapevolmente di abbandonare il formato tradizionale del festival estivo, concentrato in poche giornate, per costruire quello che oggi viene definito, con un'espressione della studiosa Annalisa Sacchi dell’università Iuav di Venezia, un esempio di «curatela espansa», perché non si avvale della voce di un’unica regia. Questo approccio rinuncia, infatti, programmaticamente alla centralità di una singola voce per aprirsi a una costellazione di sguardi, responsabilità condivise e alleanze orizzontali, creando un «ecosistema complesso» in cui progettualità differenti mantengono la propria autonomia pur convergendo in un'unica, solida infrastruttura comune.
È esattamente questa la chiave con cui va letta l'edizione 2026. I dieci giorni di programmazione non compongono un festival nel senso classico del termine, ma un arcipelago di progetti autonomi, ciascuno con una propria curatela, un proprio pubblico e un proprio linguaggio, tutti inseriti in un'infrastruttura comune e, soprattutto, con un’identica postura di ricerca.
Accanto a Barbara Boninsegna e Simone Frangi, storici curatori del nucleo «Live Works Summit», e a Mackda Ghebremariam Tesfaù e Justin Randolph Thompson, già presenti a Dro in passato, quest'anno il perimetro curatoriale si allarga a Lorenzo Pezzani del laboratorio «Liminal» di Bologna, alla curatrice indipendente Sofia Baldi Pighi, al teorico Michele Bertolino e al collettivo di attivisti culturali che firma il progetto «The Sparks Return».
Un «ecosistema complesso» di mostre, performance e lecture
L'«Estate di Centrale Fies», questo il titolo del programma, si aprirà nella giornata di giovedì 16 luglio, nello spazio della Galleria trasformatori, con una mostra personale dell’artista italo-tunisina Monia Ben Hamouda, classe 1991, la cui ricerca esplora l’identità diasporica e la complessità di un bagaglio multi-culturale come il suo, fondendo i linguaggi scultorei contemporanei, studiati all’Accademia di Belle arti di Brera, con la tradizione della calligrafia islamica, appresa dal padre pittore. Le sue sculture monumentali in acciaio tagliato al laser, cosparse di sabbia e di spezie usate come pigmenti, si muovono nello spazio liminale tra aniconismo e figurazione, evocando presenze - mani, animali e demoni - che affiorano e si dissolvono nel tratto calligrafico e in quello che l'artista stessa definisce un processo sciamanico.
Ad accompagnare l'apertura della mostra, per la curatela di Simone Frangi e Barbara Boninsegna, sarà la performance «MoonJar» della coreografa greca Kat Válastur e del compositore franco-ivoriano Aho Ssan: un'interazione tra suono e movimento ispirata ai miti di creazione e alla materia dell'argilla, con oggetti ceramici realizzati da Latika Nehra che evocano reliquie e ossa. La coreografia, i cui movimenti a spirale richiamano i cicli lunari e le torsioni del Dna, dialoga con questi reperti e con i suoni che essi veicolano. A chiudere la serata è in agenda un live set dello stesso Aho Ssan.
Il cuore pulsante della stagione resta il «Live Works Summit», giunto alla tredicesima edizione e in cartellone da venerdì 17 a domenica 19 luglio: il momento in cui un gruppo di artisti emergenti, selezionati un anno prima tramite call internazionale, presentano gli esiti di un percorso di residenza, mentoring e produzione durato dodici mesi. Si tratta di un riuscito dispositivo di scouting e di monitoraggio dei linguaggi performativi contemporanei più innovativi e transdisciplinari, inserito in una rete internazionale di istituzioni che comprende la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Palazzo Grassi–Pinault Collection, il Tanzfabrik Berlin, l’Hangar Barcellona e l'Operaestate Festival.
In questa edizione la curatela del progetto è firmata da Barbara Boninsegna e Simone Frangi, con Mackda Ghebremariam Tesfaù e Justin Randolph Thompson; mentre gli artisti selezionati sono: Tim Bartel, Publik Universal Frxnd, Kristina Kusmina Dreit, Pina Danila Gambettola, Abdul Halik Azeez, Eleni Roberts Kazouri e Vladimir Babinchuk, Juan Yung Han.
Nello specifico, il pubblico avrà l’occasione di assistere a «The Third Bodies» di Pina Danila Gambettola, una performance che prende avvio da un confronto tra la medium Eusapia Palladino e l’antropologo Cesare Lombroso, alla fine dell’Ottocento. Kristina Kusmina Dreit presenterà, invece, «Druzhba sent from my iPhone», che instaura un sottile parallelo tra i dipinti del Realismo Socialista e i gesti e le pose presenti nelle fotografie di famiglia dell’artista. Mentre Juan Yung Han proporrà «Picking on the Waves», che esplora attraverso l’animazione il modo in cui gli eventi storici imprimono un movimento persistente nei corpi e nella materia. Ancora, Publik Universal Frxnd metterà in scena «Born to Lose», una nuova installazione scultorea e un’esplorazione sonora della morte intesa come transizione da uno stato all’altro, che si articola attraverso l’uso di musica, canne d’organo in legno appositamente realizzate, canto corale e opere scultoree attivate. Con «Remains», Tim Bartel esplorerà, invece, l’ambiguità intrinseca del linguaggio attraverso costruzioni e performance basate sull’abbigliamento. Mentre Abdul Halik Azeez, con «Authentic Narrative of the Curious Espionage of an Unnamed Moor», indagherà le intersezioni tra tardo capitalismo, colonialismo e i processi di costruzione della memoria, della storia e delle politiche identitarie. Infine, Eleni Roberts Kazouri e Vladimir Babinchuk presenteranno «Strike», eco di una lotta, in cui tre performer lavorano a partire dalla persistenza di un’immagine di strada, in una lunga sala di cemento che si legge come un corridoio.
All'interno del «Live Works Summit» si inserisce la «Fellowship» intitolata ad Agitu Ideo Gudeta, l'imprenditrice e attivista etiope-italiana nota per il suo lavoro con le capre di razza mochena in Trentino, uccisa nel 2020. La borsa di studio, pensata come una forma di affirmative action per contrastare le barriere materiali e simboliche legate alla razzializzazione nel sistema dell'arte, è stata assegnata da Mackda Ghebremariam Tesfaù e Justin Randolph Thompson a Luc Ndikubwimana, che presenterà «Re-Veil» (sabato 18 luglio, ore 19:30), una perfomance su cui si concentra sullo smascheramento degli archivi ai quali attingiamo quotidianamente evidenziando come siano ancora privi di un approccio decoloniale. Tra gli ospiti del programma si segnalano anche Alif Hilal (già noto come Lyra Pramuk), Katerina Andreou con Mélissa Guex, e Tiziano Cruz, con «Wayqeycuna», ultimo capitolo della trilogia «Tres Maneras de Cantarle a una Montaña», in cui l’artista articola, attraverso una serie di gesti poetici, i suoi ricordi d’infanzia dell’entroterra dell’Argentina settentrionale con manifesti politici sul mercato dell’arte e sui privilegi di classe.
Costruita con una rete di giovani attivisti culturali delle valli trentine, ovvero Stefania Santoni, Pierangelo Giacomuzzi e P. Parenti, la piattaforma propone un modello di curatela condivisa, radicato nelle comunità locali e orientato alla costruzione di alleanze tra pratiche artistiche e territori, modulato attraverso assemblee, tavoli di lavoro e una cena collettiva.
Il capitolo conclusivo, «Love is Political», è in agenda da giovedì 23 a domenica 26 luglio e prosegue una linea di ricerca avviata negli anni scorsi con «Enduring Love», «Evolving Love» e «Radical Love», mettendo questa volta al centro la natura politica delle relazioni: l'idea che ciò che accade tra le persone - amore, amicizia, alleanza, cura - non resti mai confinato alla sfera privata, ma lasci tracce nel mondo condiviso. Tornano compagnie storicamente legate a «Centrale Fies», da Anagoor a Motus, da Dewey Dell a Francesca Pennini/CollettivO CineticO, accanto a nuove voci come Annamaria Ajmone, Chiara Bersani con Lemmo, Wissal Houbabi e Laura Tripaldi.
Dentro questo capitolo si aprono tre progetti speciali, pensati come un «patto di contesto» tra pratiche affini. «Liminal» - laboratorio di ricerca dell'Università di Bologna, diretto da Lorenzo Pezzani, che indaga la violenza di frontiera attraverso l'investigazione geospaziale e open-source - presenterà «Overhead», un'installazione audiovisiva che intreccia tre traiettorie di sorveglianza dall'alto nel Mediterraneo: il controllo aereo delle frontiere, le occupazioni aeree e la genealogia dell'aviazione militare italiana nella colonizzazione della Libia.
Sofia Baldi Pighi porterà, invece, «Arte come resistenza civile», un progetto sulla scena culturale ucraina che, nonostante il conflitto, continua a produrre mostre, spettacoli e raccolte fondi. A Centrale Fies arriverà anche il collettivo «Open Group» - ovvero Yuriy Biley, Pavlo Kovach e Anton Varga - con «Repeat after me II», già visto al padiglione polacco della sessantesima edizione della Biennale d’arte di Venezia.
All'interno del «Live Works Summit» si inserisce la «Fellowship» intitolata ad Agitu Ideo Gudeta, l'imprenditrice e attivista etiope-italiana nota per il suo lavoro con le capre di razza mochena in Trentino, uccisa nel 2020. La borsa di studio, pensata come una forma di affirmative action per contrastare le barriere materiali e simboliche legate alla razzializzazione nel sistema dell'arte, è stata assegnata da Mackda Ghebremariam Tesfaù e Justin Randolph Thompson a Luc Ndikubwimana, che presenterà «Re-Veil» (sabato 18 luglio, ore 19:30), una perfomance su cui si concentra sullo smascheramento degli archivi ai quali attingiamo quotidianamente evidenziando come siano ancora privi di un approccio decoloniale. Tra gli ospiti del programma si segnalano anche Alif Hilal (già noto come Lyra Pramuk), Katerina Andreou con Mélissa Guex, e Tiziano Cruz, con «Wayqeycuna», ultimo capitolo della trilogia «Tres Maneras de Cantarle a una Montaña», in cui l’artista articola, attraverso una serie di gesti poetici, i suoi ricordi d’infanzia dell’entroterra dell’Argentina settentrionale con manifesti politici sul mercato dell’arte e sui privilegi di classe.
Durante il weekend si terranno anche le free school, ovvero incontri e lezioni aperte al pubblico a rinforzare le linee culturali e i processi sommersi che guidano la programmazione del centro di Fies, che avranno per protagonisti Angeliki Tzortzakaki, Hannah Proctor e Costanza Spina.
L’«Estate di Centrale Fies» proporrà anche un’intera giornata, quella di mercoledì 22 luglio, con il collettivo Bagnomaria di Milano, Chiara Tagliaferri e Gianluca D’Incà Levis per scoprire «The Sparks Return», progetto di Virginia Sommadossi ed Elisa Di Liberato, vincitore del bando «Laboratorio di creatività contemporanea», promosso dalla Direzione generale Creatività contemporanea del Ministero della Cultura.Costruita con una rete di giovani attivisti culturali delle valli trentine, ovvero Stefania Santoni, Pierangelo Giacomuzzi e P. Parenti, la piattaforma propone un modello di curatela condivisa, radicato nelle comunità locali e orientato alla costruzione di alleanze tra pratiche artistiche e territori, modulato attraverso assemblee, tavoli di lavoro e una cena collettiva.
Il capitolo conclusivo, «Love is Political», è in agenda da giovedì 23 a domenica 26 luglio e prosegue una linea di ricerca avviata negli anni scorsi con «Enduring Love», «Evolving Love» e «Radical Love», mettendo questa volta al centro la natura politica delle relazioni: l'idea che ciò che accade tra le persone - amore, amicizia, alleanza, cura - non resti mai confinato alla sfera privata, ma lasci tracce nel mondo condiviso. Tornano compagnie storicamente legate a «Centrale Fies», da Anagoor a Motus, da Dewey Dell a Francesca Pennini/CollettivO CineticO, accanto a nuove voci come Annamaria Ajmone, Chiara Bersani con Lemmo, Wissal Houbabi e Laura Tripaldi.
Dentro questo capitolo si aprono tre progetti speciali, pensati come un «patto di contesto» tra pratiche affini. «Liminal» - laboratorio di ricerca dell'Università di Bologna, diretto da Lorenzo Pezzani, che indaga la violenza di frontiera attraverso l'investigazione geospaziale e open-source - presenterà «Overhead», un'installazione audiovisiva che intreccia tre traiettorie di sorveglianza dall'alto nel Mediterraneo: il controllo aereo delle frontiere, le occupazioni aeree e la genealogia dell'aviazione militare italiana nella colonizzazione della Libia.
Sofia Baldi Pighi porterà, invece, «Arte come resistenza civile», un progetto sulla scena culturale ucraina che, nonostante il conflitto, continua a produrre mostre, spettacoli e raccolte fondi. A Centrale Fies arriverà anche il collettivo «Open Group» - ovvero Yuriy Biley, Pavlo Kovach e Anton Varga - con «Repeat after me II», già visto al padiglione polacco della sessantesima edizione della Biennale d’arte di Venezia.
Chiude il trittico «Blue Blue Blue Limbo» - un-archive», una mostra-esperienza olfattiva firmata dal collettivo «Industria Indipendente» insieme a Michele Bertolino, che si configura come - si legge nella nota stampa - «una palestra per allenarsi a sentire insieme, un archivio di letture, immagini e rumori, un raccoglitore di fragranze». L'esposizione inaugura un nuovo spazio espositivo della centrale, storicamente deputato alla conservazione del piccolo archivio cartaceo dello stabilimento. Questo luogo viene risignificato come un ambiente totale e immersivo, dove i riferimenti letterari e visivi (da Kathy Acker a Derek Jarman) si fondono con un paesaggio sonoro metallico e distorto e con le suggestioni olfattive dell'omonimo profumo «Blue Blue Blue Limbo». L'olfatto viene, qui, indagato come un vero e proprio dispositivo performativo capace di ridefinire l'identità e la porosità dei corpi nello spazio interstiziale dell'incontro. La mostra odora di pioggia, cuoio, resina di pino, evocando al contempo il sapore metallico del sangue e della salsedine marina.
A completare il programma, il collettivo trentino «Rifugio Amore» cura «Club Altrove», una serata di clubbing pensata come spazio di relazione e trasformazione collettiva, con la selezione musicale di Kunthug, Kobramulata e Mantis.
Le politiche d'accesso per una sostenibilità ambientale e culturale
Da quattro anni, «Centrale Fies» ha scelto di ripensare anche il proprio rapporto economico con il pubblico. Accanto a numerose proposte gratuite, la politica dei biglietti si articola in quattro fasce libere — «esplora», «apprezza», «ama», «sostieni», da 5 a 20 euro — pensate non più come categorie di appartenenza (abbonati, studenti, operatori), ma come gesti che chiunque può scegliere di compiere nei confronti del luogo.
Per chi arriva da lontano, e in particolare dal mondo universitario, il centro offre anche un campo base gratuito su richiesta; mentre i canali social coordinano iniziative di car sharing per raggiungere una sede che rimane, non a caso, difficilmente accessibile in auto privata durante i giorni di programmazione.
L’«Estate di Centrale Fies» si presenta, dunque, come un dispositivo complesso, capace di tenere insieme dimensione locale e apertura internazionale, ricerca artistica e impegno sociale. In un’epoca segnata da semplificazioni e polarizzazioni, questo spazio continua a investire nella complessità, nella pluralità e nella costruzione di infrastrutture culturali condivise.
Attraversare «Centrale Fies», in questi dieci giorni estivi, significa così entrare in un paesaggio in cui l’arte non si limita a rappresentare il mondo, ma contribuisce attivamente a trasformarlo attraverso il gesto fragile e potente della creazione.
A completare il programma, il collettivo trentino «Rifugio Amore» cura «Club Altrove», una serata di clubbing pensata come spazio di relazione e trasformazione collettiva, con la selezione musicale di Kunthug, Kobramulata e Mantis.
Le politiche d'accesso per una sostenibilità ambientale e culturale
Da quattro anni, «Centrale Fies» ha scelto di ripensare anche il proprio rapporto economico con il pubblico. Accanto a numerose proposte gratuite, la politica dei biglietti si articola in quattro fasce libere — «esplora», «apprezza», «ama», «sostieni», da 5 a 20 euro — pensate non più come categorie di appartenenza (abbonati, studenti, operatori), ma come gesti che chiunque può scegliere di compiere nei confronti del luogo.
Per chi arriva da lontano, e in particolare dal mondo universitario, il centro offre anche un campo base gratuito su richiesta; mentre i canali social coordinano iniziative di car sharing per raggiungere una sede che rimane, non a caso, difficilmente accessibile in auto privata durante i giorni di programmazione.
L’«Estate di Centrale Fies» si presenta, dunque, come un dispositivo complesso, capace di tenere insieme dimensione locale e apertura internazionale, ricerca artistica e impegno sociale. In un’epoca segnata da semplificazioni e polarizzazioni, questo spazio continua a investire nella complessità, nella pluralità e nella costruzione di infrastrutture culturali condivise.
Attraversare «Centrale Fies», in questi dieci giorni estivi, significa così entrare in un paesaggio in cui l’arte non si limita a rappresentare il mondo, ma contribuisce attivamente a trasformarlo attraverso il gesto fragile e potente della creazione.
Didascalie delle immagini
1. Centrale Fies. Photo credits: Alessandro Sala per Centrale Fies; 2.,3., 4. e 5. Monia Ben Hamouda, Solo show. Photo Credits: Roberta Segata per Centrale Fies; 6. Industria Indipendente e Michele Bertolino, Blue Blue Blue Limbo - un-archive. Foto dell'installazione; ; 7. Ritratto di Monia Ben Hamouda; 8. Ritratto di Tiziano Cruz; 9., 10. e 11. Industria Indipendente e Michele Bertolino, Blue Blue Blue Limbo - un-archive. Foto dell'installazione; 12. Uno scatto dalla conferenza stampa di presentazione del programma L’estate di Centrale Fies 2026, tenutasi il 2 luglio 2026
Informazioni utili
L’estate di Centrale Fies 2026. Centrale Fies, Loc. Fies 1 - Dro (Trento). Programma: # 16 luglio, Exhibition opening + performance || # 17 - 19 luglio, Live Works Summit + Agitu Ideo Gudeta fellowship || # 22 luglio, The Sparks Return || 23, 24, 25, 26 luglio, Love Is Political, con Liminal, Industria Indipendente e Michele Bertolino, Rifugio Amore, Sofia Baldi Pighi. Informazioni: tel. 0464.504700, info@centralefies.it. Programma integrale >> https://www.centralefies.it/. Dal 16 al 26 luglio 2026

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