È considerata la «regina dei fiumi» polacchi, con i suoi oltre mille chilometri di lunghezza. Attraversa città come Varsavia, Cracovia, Danzica, Toruń, Płock, Bydgoszcz, Kazimierz Dolny e Sandomierz. Da qualche anno è anche una dei protagonisti della dinamica vita culturale e sociale del Paese, con la sua flora incontaminata, i suoi locali alla moda e le tante attività ricreative. Stiamo parlando della Vistola, «luogo di nascita e connessione di civiltà, comunità e organizzazioni politiche, da sempre legato in modo particolare alla vita della Polonia». A questo fiume, di cui quest’anno il Parlamento della Repubblica polacca festeggia la prima apertura al libero utilizzo, datata 1467, è dedicata anche la quindicesima edizione di «Corso Polonia», il festival della cultura polacca, con cui si festeggiano anche i venticinque anni di attività dell’Istituto polacco di Roma (la festa sarà in agenda nella serata di mercoledì 14 giugno, dalle ore 18.30).
Dalle arti figurative allo sport, dalla danza alla musica, dal cinema all’enogastronomia: guarda a tutti i linguaggi della cultura la manifestazione capitolina, in programma dall’8 al 24 giugno, offrendo al pubblico mostre, concerti, spettacoli, film e incontri, attraverso cui conoscere i vari volti di un fiume che è stato ed è tuttora l’arteria economica del Paese.
Ad inaugurare il cartellone saranno due esposizioni: una con le fotografie della Vistola, l’altra con un omaggio di Jan Michalak alla città di Kazimierz Dolny, uno dei borghi più suggestivi e vivaci della Polonia, del quale saranno presentate anche le eccellenze del settore vinicolo (giovedì 22 giugno, alle ore 18.00).
Il cartellone proporrà, dunque, al teatro San Carlino di Villa Borghese lo spettacolo «Il drago di Cracovia» (sabato 10 giugno, alle ore 17.30, e domenica 11 giugno, alle ore 11.30 e 17.30), basato su una fiaba tradizionale polacca, in lingua italiana, con musiche dal vivo, attori, burattini e danzatori.
Al termine di ogni rappresentazione i bambini presenti saranno coinvolti in un laboratorio creativo (su prenotazione) per la realizzazione di una maschera a forma di drago in gomma crepla; mentre all’esterno del teatro sarà allestito un laboratorio pittorico per creare una scultura di cartapesta, che i più piccoli potranno dipingere liberando la propria fantasia.
Tra gli spettacoli si segnalano anche il concerto «Visegrad Random Trip (mercoledì 21 giugno, ore 21) e la pantomima «Alla corte della regina» dell’ensemble Cracovia Danza, che porterà gli spettatori all’interno del Castello di Wawel, ai tempi degli ultimi sovrani della dinastia degli Jagelloni e alla corte di Bona Sforza, figlia del duca di Milano Gian Galeazzo Sforza e di Isabella d’Aragona, divenuta regina di Polonia nel 1518. L’avventura polacca della nobildonna italiana iniziò proprio cinquecento anni fa, nel dicembre del 1517, quando sposò per procura il re Sigismondo il Vecchio, per partire l’anno successivo alla volta della Polonia, dove portò il meglio della cultura italiana, contribuendo, tra l’altro, a far entrare nel castello reale la danza e instaurando la moda dei balli in maschera e delle feste di corte.
Lo spettacolo, in cartellone nel teatro di Villa Torlonia (venerdì 16 giugno, dalle ore 20), trasporterà il pubblico nel mondo del Carnevale rinascimentale, in uno spazio di fantasia e di sogno, d’amore e di intrighi di corte, grazie alla sceneggiatura di Romana Agnel, alle maschere di Maciej Luściński e ai costumi di Monika Polak-Luścińska. Grazie alle coreografie originali di Fabritio Caroso e Cesare Negri sarà, inoltre, possibile scoprire alcune danze in stile italiano come la pavana, la gagliarda, la corrente e la volta.
Il festival prevede anche, dal 12 al 16 giugno, una rassegna dedicata alla giovane scena artistica contemporanea polacca: «What's the Weather in Poland?».
Si tratta di due appuntamenti, ideati da Marcello Smarrelli, direttore artistico della Fondazione Pastificio Cerere, in collaborazione con Ania Jagiello, che coinvolgono quattro giovani curatori italiani -Simone Ciglia, Alessandra Troncone, Marco Trulli e Saverio Verini- e altrettanti giovani artisti polacchi -Alicja Bielawska, Cezary Poniatowski, Dominik Ritszel e Jakub Woynarowski- che parleranno della loro formazione e delle loro sperimentazioni. I due talk saranno seguiti da un dj-set nella corte interna del Pastificio Cerere (in cartellone il 12 e il 16 giugno, dalle ore 18 alle ore 23).
A chiudere la programmazione sarà il cinema con la rassegna «Omicidi sulla Vistola» (sabato 24 giugno, dalle ore 11), un’intera giornata in compagnia del cinema polacco, con tre pellicole in cui alcune delle più belle città sulla Vistola faranno da sfondo a tre avvincenti storie all’insegna del thriller: «L’implicazione» del regista Jacek Bromski (2011), «Nel silenzio della notte» di Tadeusz Chmielewski e «11 minuti» (2015) di Jerzy Skolimowski.
Mentre, in serata (sabato 24 giugno, dalle ore 22), su un barcone sul Tevere, si terrà il concerto «Rejs» («La crociera») del dj/vj Mr. Krime, ispirato a un omonimo film cult in Polonia degli anni Settanta; gran finale, al termine dell’esibizione, con i wianki, il tradizionale lancio delle ghirlande nel fiume nella notte di San Giovanni.
Informazioni utili
Corso Polonia. Sito web ufficiale: www.istitutopolacco.it. Informazioni: tel. 06.36000723 o segreteria@instytutpolski.org. Dall’8 al 24 giugno 2017.
ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com
giovedì 8 giugno 2017
mercoledì 7 giugno 2017
Pietro Sassi, Pinot Gallizio e il loro «bisogno ossessionante di cosmo» in mostra a Roma
A separarli c’è un secolo di distanza, scandito da due guerre mondiali, dalla rivoluzione delle Avanguardie, dalla radicale trasformazione sociale, economica e culturale che ha interessato il loro Paese d’origine, l’Italia, e l’Europa intera. Eppure la pittura di Pietro Sassi (1834 – 1905) e di Pinot Gallizio(1902 – 1964), entrambi piemontesi -il primo di Alessandria, il secondo di Alba– sembra accomunata da una caratteristica peculiare ad entrambi: la convivenza dell’attaccamento viscerale alla propria terra d’origine, alle sue tradizioni, ai suoi costumi, con una sperimentazione aperta alle istanze della cultura figurativa europea, a loro coeva, più avanzata.
Se, infatti, Pietro Sassi, poco più che trentenne, dopo un primo periodo di formazione svolto nella sua città natale e a Torino, viaggia per l’Europa seguendo le tappe formative dei pittori di paesaggio della seconda metà dell’Ottocento, toccando dapprima Ginevra, dove frequenta lo studio di Alexandre Calame, quindi la Savoia e, per ultimo, Parigi, dove, nel 1865, soggiorna per un mese, visitando musei ed esposizioni.
Pinot Gallizio, dal canto suo, farà di Alba un laboratorio di sperimentazione creativa capace di mettere in contatto il piccolo centro del cuneese con alcuni protagonisti della neoavanguardia europea. Ad Alba, infatti, nel 1955 l’artista fonda con il danese Asger Jorn e Piero Simondo, il Laboratorio sperimentale del movimento internazionale per una Bauhaus immaginista, sede di ricerca artistica ed elaborazione teorica, la cui attività risulterà fondamentale per la creazione dell’Internazionale Situazionista che lo stesso Gallizio fonderà nel 1957, con, fra gli altri, Guy Debord, Michèle Bernstein, Ralph Rumney e Constant.
La Galleria Ottocento di Roma celebra questi due importanti artisti piemontesi con una doppia esposizione, allestita in occasione dell’inaugurazione della sua nuova sede espositiva in via Monserrato, sistemata accanto allo storico locale sito nel centro storico capitolino e pensato come spazio riservato a una contaminazione fra la pittura da cavalletto dell’Ottocento e la ricerca di nuovi linguaggi espressivi deflagrata nel Novecento, mettendo in dialogo la ricerca di artisti, lontani per formazione, cultura e sensibilità, ma capaci di incarnare, con analogo talento e furore creativo, il genio italico.
La mostra «Un bisogno ossessionante di cosmo», a cura di Alessio Ponti, si configura pertanto come un percorso costruito su due binari paralleli, lungo i quali, si snodano due significativi percorsi artistici. Da un lato, la pittura ad olio, protesa alla ricerca di soluzioni formali che esaltino i raccordi formali del paesaggio, adottata da Pietro Sassi, si squaderna nella serie di impressioni dal vero eseguite nella città eterna, dove nel 1875 il pittore di Alessandria si trasferisce definitivamente. Dall’altro, le resine plastiche, i pigmenti metallici, le tempere grasse, sismografi del vorticoso ductus pittorico delle opere di Gallizio realizzate nei primi anni Sessanta, rivelano, come scrisse la grande critica d’arte Carla Lonzi, «un bisogno ossessionate di cosmo». La stessa ricerca di infinito che anima le vedute di una «Roma sparita», quella dipinta da Pietro Sassi dalla terrazza del suo studio, dal cuore dei monumenti di età imperiale, dagli scorci ariosi e sconfinati della periferia cittadina e della campagna laziale.
Ad arricchire il percorso espositivo, al fine di documentare il milieu artistico frequentato dall’architetto Marta Lonzi, dalla cui collezione proviene l’intero corpus delle opere di Gallizio in mostra, alcuni lavori realizzati da Carla Accardi ed Enrico Castellani, fra i quali spicca la «Lampada A. L. 70,» un doppio cilindro di metacrilato serigrafato realizzato dalla Accardi proprio in collaborazione con la Lonzi nel 1970.
Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Pietro Sassi, Il pellegrinaggio alla Madonnina dell’Arapietra, olio su tavola, 15 x 23 cm, firmato e datato sul recto in basso a sinistra P. Sassi 1901. Sul verso, presenti le iscrizioni a matita Espo Roma 1902 e 1901 Luglio 14;. [fig. 2] Pinot Gallizio, Senza titolo, 1963, tecnica mista su cartoncino (resine plastiche, pigmenti metallici, tempere), 50 x 70 cm, dedicato, firmato e datato sul verso a Marta / Pinot / Alba maggio 63, Collezione Marta Lonzi; [fig. 3] Marta Lonzi e Carla Accardi, Lampada A.L.70, 1970. Collezione Marta Lonzi
Informazioni utili
«Un bisogno ossessionante di cosmo». Galleria Ottocento, via di Monserrato, 8 - 9 - Roma. Orari: dal lunedì al sabato, ore 10.00-13.00 e ore 16.00-20.00 (possono variare, verificare sempre via telefono). Ingresso gratuito. Informazioni: tel. 06.6871425 o alessio@ottocento.it. Sito internet: www.ottocento.it. Fino al 19 giugno 2017.
Se, infatti, Pietro Sassi, poco più che trentenne, dopo un primo periodo di formazione svolto nella sua città natale e a Torino, viaggia per l’Europa seguendo le tappe formative dei pittori di paesaggio della seconda metà dell’Ottocento, toccando dapprima Ginevra, dove frequenta lo studio di Alexandre Calame, quindi la Savoia e, per ultimo, Parigi, dove, nel 1865, soggiorna per un mese, visitando musei ed esposizioni.
Pinot Gallizio, dal canto suo, farà di Alba un laboratorio di sperimentazione creativa capace di mettere in contatto il piccolo centro del cuneese con alcuni protagonisti della neoavanguardia europea. Ad Alba, infatti, nel 1955 l’artista fonda con il danese Asger Jorn e Piero Simondo, il Laboratorio sperimentale del movimento internazionale per una Bauhaus immaginista, sede di ricerca artistica ed elaborazione teorica, la cui attività risulterà fondamentale per la creazione dell’Internazionale Situazionista che lo stesso Gallizio fonderà nel 1957, con, fra gli altri, Guy Debord, Michèle Bernstein, Ralph Rumney e Constant.
La Galleria Ottocento di Roma celebra questi due importanti artisti piemontesi con una doppia esposizione, allestita in occasione dell’inaugurazione della sua nuova sede espositiva in via Monserrato, sistemata accanto allo storico locale sito nel centro storico capitolino e pensato come spazio riservato a una contaminazione fra la pittura da cavalletto dell’Ottocento e la ricerca di nuovi linguaggi espressivi deflagrata nel Novecento, mettendo in dialogo la ricerca di artisti, lontani per formazione, cultura e sensibilità, ma capaci di incarnare, con analogo talento e furore creativo, il genio italico.
La mostra «Un bisogno ossessionante di cosmo», a cura di Alessio Ponti, si configura pertanto come un percorso costruito su due binari paralleli, lungo i quali, si snodano due significativi percorsi artistici. Da un lato, la pittura ad olio, protesa alla ricerca di soluzioni formali che esaltino i raccordi formali del paesaggio, adottata da Pietro Sassi, si squaderna nella serie di impressioni dal vero eseguite nella città eterna, dove nel 1875 il pittore di Alessandria si trasferisce definitivamente. Dall’altro, le resine plastiche, i pigmenti metallici, le tempere grasse, sismografi del vorticoso ductus pittorico delle opere di Gallizio realizzate nei primi anni Sessanta, rivelano, come scrisse la grande critica d’arte Carla Lonzi, «un bisogno ossessionate di cosmo». La stessa ricerca di infinito che anima le vedute di una «Roma sparita», quella dipinta da Pietro Sassi dalla terrazza del suo studio, dal cuore dei monumenti di età imperiale, dagli scorci ariosi e sconfinati della periferia cittadina e della campagna laziale.
Ad arricchire il percorso espositivo, al fine di documentare il milieu artistico frequentato dall’architetto Marta Lonzi, dalla cui collezione proviene l’intero corpus delle opere di Gallizio in mostra, alcuni lavori realizzati da Carla Accardi ed Enrico Castellani, fra i quali spicca la «Lampada A. L. 70,» un doppio cilindro di metacrilato serigrafato realizzato dalla Accardi proprio in collaborazione con la Lonzi nel 1970.
Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Pietro Sassi, Il pellegrinaggio alla Madonnina dell’Arapietra, olio su tavola, 15 x 23 cm, firmato e datato sul recto in basso a sinistra P. Sassi 1901. Sul verso, presenti le iscrizioni a matita Espo Roma 1902 e 1901 Luglio 14;. [fig. 2] Pinot Gallizio, Senza titolo, 1963, tecnica mista su cartoncino (resine plastiche, pigmenti metallici, tempere), 50 x 70 cm, dedicato, firmato e datato sul verso a Marta / Pinot / Alba maggio 63, Collezione Marta Lonzi; [fig. 3] Marta Lonzi e Carla Accardi, Lampada A.L.70, 1970. Collezione Marta Lonzi
Informazioni utili
«Un bisogno ossessionante di cosmo». Galleria Ottocento, via di Monserrato, 8 - 9 - Roma. Orari: dal lunedì al sabato, ore 10.00-13.00 e ore 16.00-20.00 (possono variare, verificare sempre via telefono). Ingresso gratuito. Informazioni: tel. 06.6871425 o alessio@ottocento.it. Sito internet: www.ottocento.it. Fino al 19 giugno 2017.
martedì 6 giugno 2017
Al Forte di Bard una mostra sui «mountain Men» di Steve McCurry
Affronta il tema della complessa interazione tra uomo e terre di montagna la mostra «Steve McCurry. Mountain Men», allestita fino al prossimo 26 novembre negli spazi del Forte di Bard.
Una selezione di paesaggi, ritratti e scene di vita quotidiana mette in evidenza il continuo e necessario processo di adattamento delle popolazioni al territorio montano che influenza ogni aspetto dello stile di vita delle persone: dalle attività produttive al tempo libero, dalle tipologie di insediamento, di coltivazione e di allevamento ai sistemi e mezzi di trasporto.
Il tema della mostra è la vita in montagna, ossia evidenziare attraverso un percorso di immagini le specifiche antropologiche delle popolazioni che vi vivono, i legami e le interazioni fra gli uomini e l’ambiente e la terra in aree non pianeggianti. La montagna influenza il modo di vivere e tutte le attività dell’uomo, dai trasporti al tempo libero, dall’agricoltura alla produzione di energia, al costo stesso della vita.
Il percorso è incardinato su settantasette immagini del celebre fotografo americano, membro dell’agenzia Magnum dal 1986 e veterano di National Geographic, stampate e allestite in formati diversi e selezionate dai suoi archivi rispetto al concept del progetto.
Sono immagini di popolazioni di montagna raccolte da Steve McCurry nel corso dei suoi innumerevoli viaggi in Afghanistan, Pakistan, India, Tibet, Nepal, Brasile, Etiopia, Myanmar, Filippine, Marocco, Kashmir, Slovenia e Yemen.
Oltre a far conoscere al pubblico la vasta produzione di Steve McCurry, la mostra propone in anteprima assoluta, il frutto di una campagna fotografica condotta in tre periodi di scouting e shooting, tra il 2015 e il 2016, che ha avuto come teatro la Valle d’Aosta. Si è trattato di un vero e proprio mountain lab, laboratorio a cielo aperto sulle specifiche della vita di montagna, nel quale spiccano, tra l’altro, i quattro 4.000 metri delle Alpi: Monte Bianco, Cervino, Gran Paradiso e Monte Rosa. Ben dieci gli scatti in mostra destinati a entrare nella collezione del Forte di Bard, tutti risultato dell'assiduo lavoro svolto in Valle d'Aosta dal fotoreporter americano.
L’esposizione offre, inoltre, ai visitatori la possibilità di assistere alla proiezione in altissima risoluzione di oltre duecentonovanta scatti iconici del maestro e di un video che racconta il backstage e il making of dello shooting valdostano.
Il progetto espositivo, accompagnato da un catalogo pubblicato dalle edizioni Forte di Bard, prevede anche, per i più appassionati, la possibilità di iscriversi ad un workshop con Steve McCurry della durata di due giorni e mezzo con inizio al venerdì e termine la domenica, in programma dal 15 al 17 settembre, e con numero chiuso di quindici partecipanti (per informazioni eventi@fortedibard.it).
Un’ottima occasione, dunque, quella proposta dal Forte di Bard per avvicinarsi all’opera di un artista dell’obiettivo, autore del celeberrimo reportage sulla ragazza divenuta icona del conflitto afghano sulle pagine del «National Geographic» nel mondo, che ha fatto del viaggio la sua dimensione di vita: «solo viaggiare e approfondire la conoscenza di culture diverse, -ha dichiarato, infatti, una volta Steve McCurry- mi procura gioia e mi dà una carica inesauribile».
Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Steve McCurry, Monk at Jokhang Temple. Lhasa, Tibet, 2000; [fig. 2] Saint-Pierre, Valle d'Aosta, Italia - 2016. ®Steve McCurry; [fig. 3] Wadi Hadhramaut, Yemen - 1999 - ®Steve McCurry
Informazioni utili
Steve McCurry. Mountain Men. Cantine Forte di Bard. Orari: martedì-venerdì, dalle ore 10.00 alle ore 18.00; sabato, domenica e festivi, dalle ore 10.00 alle ore 19.00; lunedì chiuso. Ingresso: intero € 9,00, ridotto € 7,00 (gruppi, 6-18 anni, studenti universitari, over 65 anni), gratuito per i minori di 6 anni e le persone con disabilità. Informazioni: Associazione Forte di Bard, tel. 0125.833811 o info@fortedibard.it. Sito web: fortedibard.it. Fino al 26 novembre 2017
Una selezione di paesaggi, ritratti e scene di vita quotidiana mette in evidenza il continuo e necessario processo di adattamento delle popolazioni al territorio montano che influenza ogni aspetto dello stile di vita delle persone: dalle attività produttive al tempo libero, dalle tipologie di insediamento, di coltivazione e di allevamento ai sistemi e mezzi di trasporto.
Il tema della mostra è la vita in montagna, ossia evidenziare attraverso un percorso di immagini le specifiche antropologiche delle popolazioni che vi vivono, i legami e le interazioni fra gli uomini e l’ambiente e la terra in aree non pianeggianti. La montagna influenza il modo di vivere e tutte le attività dell’uomo, dai trasporti al tempo libero, dall’agricoltura alla produzione di energia, al costo stesso della vita.
Il percorso è incardinato su settantasette immagini del celebre fotografo americano, membro dell’agenzia Magnum dal 1986 e veterano di National Geographic, stampate e allestite in formati diversi e selezionate dai suoi archivi rispetto al concept del progetto.
Sono immagini di popolazioni di montagna raccolte da Steve McCurry nel corso dei suoi innumerevoli viaggi in Afghanistan, Pakistan, India, Tibet, Nepal, Brasile, Etiopia, Myanmar, Filippine, Marocco, Kashmir, Slovenia e Yemen.
Oltre a far conoscere al pubblico la vasta produzione di Steve McCurry, la mostra propone in anteprima assoluta, il frutto di una campagna fotografica condotta in tre periodi di scouting e shooting, tra il 2015 e il 2016, che ha avuto come teatro la Valle d’Aosta. Si è trattato di un vero e proprio mountain lab, laboratorio a cielo aperto sulle specifiche della vita di montagna, nel quale spiccano, tra l’altro, i quattro 4.000 metri delle Alpi: Monte Bianco, Cervino, Gran Paradiso e Monte Rosa. Ben dieci gli scatti in mostra destinati a entrare nella collezione del Forte di Bard, tutti risultato dell'assiduo lavoro svolto in Valle d'Aosta dal fotoreporter americano.
L’esposizione offre, inoltre, ai visitatori la possibilità di assistere alla proiezione in altissima risoluzione di oltre duecentonovanta scatti iconici del maestro e di un video che racconta il backstage e il making of dello shooting valdostano.
Il progetto espositivo, accompagnato da un catalogo pubblicato dalle edizioni Forte di Bard, prevede anche, per i più appassionati, la possibilità di iscriversi ad un workshop con Steve McCurry della durata di due giorni e mezzo con inizio al venerdì e termine la domenica, in programma dal 15 al 17 settembre, e con numero chiuso di quindici partecipanti (per informazioni eventi@fortedibard.it).
Un’ottima occasione, dunque, quella proposta dal Forte di Bard per avvicinarsi all’opera di un artista dell’obiettivo, autore del celeberrimo reportage sulla ragazza divenuta icona del conflitto afghano sulle pagine del «National Geographic» nel mondo, che ha fatto del viaggio la sua dimensione di vita: «solo viaggiare e approfondire la conoscenza di culture diverse, -ha dichiarato, infatti, una volta Steve McCurry- mi procura gioia e mi dà una carica inesauribile».
Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Steve McCurry, Monk at Jokhang Temple. Lhasa, Tibet, 2000; [fig. 2] Saint-Pierre, Valle d'Aosta, Italia - 2016. ®Steve McCurry; [fig. 3] Wadi Hadhramaut, Yemen - 1999 - ®Steve McCurry
Informazioni utili
Steve McCurry. Mountain Men. Cantine Forte di Bard. Orari: martedì-venerdì, dalle ore 10.00 alle ore 18.00; sabato, domenica e festivi, dalle ore 10.00 alle ore 19.00; lunedì chiuso. Ingresso: intero € 9,00, ridotto € 7,00 (gruppi, 6-18 anni, studenti universitari, over 65 anni), gratuito per i minori di 6 anni e le persone con disabilità. Informazioni: Associazione Forte di Bard, tel. 0125.833811 o info@fortedibard.it. Sito web: fortedibard.it. Fino al 26 novembre 2017
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