ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

mercoledì 27 ottobre 2021

Martini, Morandi e De Pisis a Palazzo Cini: Venezia va alla scoperta della collezione Malabotta

Non è solo la storia di una donazione quella che va in scena in questo scorcio di fine ottobre alla Galleria di Palazzo Cini a San Vio, nel cuore del quartiere veneziano di Dorsoduro. Ma è anche la storia di un amore, quello tra Franca Fenga Malabotta (1924-2020), la «signora dei sestanti» come l’ha definita icasticamente Daniele Del Giudice nel romanzo «Lo stadio di Wimbledon» (1983), e il marito Manlio Malabotta (1907-1975), notaio triestino, critico d’arte, poeta e collezionista, tra le personalità più affascinanti del Novecento giuliano.
Per più di quarant’anni, - racconta Alessandro Martoni - Franca Fenga Malabotta «è stata custode ammirevolmente tenace e magistralmente competente» della collezione d’arte e di libri del marito. Ne è stata anche una «lungimirante ambasciatrice» con lasciti, donazioni, mostre e pubblicazioni, mostrando «una dedizione profonda, segno estroflesso di un amore serbato con dolcezza e riserbo», che non la faceva mai essere stanca, sino agli ultimi giorni, di occuparsi del patrimonio che custodiva.
Con garbo e con saggezza, con intelligenza e generosità, Franca Fenga Malabotta ha, infatti, sempre intessuto relazioni con persone e istituzioni perché il nome del marito Manlio fosse adeguatamente ricordato e studiato. Nel 1996, il corpus della raccolta dedicato a Filippo de Pisis - composto da ventiquattro oli, settanta disegni, centodiciassette litografie, insieme a lettere e documenti - è stato, per esempio, donato alla Galleria d’arte moderna e contemporanea di Ferrara. Palazzo Massari si è arricchito così di capolavori come «La bottiglia tragica» (1927), «I pesci marci» (1928), «La coupole» (1928), «Il gladiolo fulminato» (1930), «L’aviatore» (1949), «Ritratto di Allegro» (1940), «Pesci nel paesaggio di Pomposa» (1928), «Una rosa sta buttando» (1938), «Viale di Parigi» (1938), già di Umberto Saba, «Il galletto» (1934), appartenuto a Leonor Fini, e «La falena» (1945), ceduto del grande amico editore, libraio, critico d’arte italo-svizzero Giovanni Scheiwiller.
Nel 2011 è seguita la donazione all’Archivio di Stato di Trieste dei settantadue fascicoli con le carte di Manlio Malabotta, un prezioso fondo documentale, ricchissimo di corrispondenza, che ha permesso la ricostruzione puntuale della poliedrica personalità del collezionista e del côté delle sue frequentazioni intellettuali. Al 2015 risale, invece, la donazione delle opere triestine della collezione al Museo Revoltella - Galleria d’arte moderna.
Mentre, con lascito testamentario disposto nel 2013 e perfezionato nel 2020, Franca Fenga Malabotta ha legato il resto della raccolta al nome della Fondazione Giorgio Cini. Le collezioni dell’Istituto di storia dell’arte, diretto da Luca Massimo Barbero, si sono così arricchite dell’intera raccolta d’arte grafica novecentesca (disegni e stampe di Attardi, Biasion, Cassinari, Chagall, Dova, Guacci, Guidi, Kubin, Lilloni, Maccari, Marini, Mascherini, Minguzzi, Morandi, Morlotti, Reggiani, Vedova, Zigaina), di un significativo nucleo di libri d’artista (con illustrazioni di Barbisan, Bartolini, Carmelich, Carrà, Cesetti, Clerici, De Chirico, De Pisis, Gentilini, Guttuso, Maccari, Martini, Rosai, Sassu, Scipione, Viviani, Zancanaro), di alcuni pregevoli volumi illustrati ottocenteschi di interesse istriano e giuliano provenienti dalla ricca biblioteca. 
A rendere speciale il lascito Malabotta è senza dubbio il nucleo di opere, in particolare sculture, di Arturo Martini, rivoluzionario protagonista della plastica nel Novecento italiano. La sezione martiniana della collezione risulta essere – scrive, a tal proposito, Nico Stringa - un «rappresentativo microcosmo di quel punto di osservazione, laterale e periferico, delle ‘gesta’ dell’artista che è diventata, dagli anni Trenta in poi, la terra trevigiana».
In questi giorni la Fondazione Cini rende un primo omaggio all’importante donazione con la mostra «Arturo Martini, Giorgio Morandi, Filippo De Pisis. Il lascito Franca Fenga Malabotta», visitabile fino al 31 ottobre.
Tra le opere martiniane esposte a Venezia è possibile vedere il gesso «La sete» (1932), preparatorio per l’omonima scultura in pietra di Finale del 1934, oggi al Museo del Novecento di Milano: «corpi scabri e belluini di madre e figlio – racconta Alessandro Martoni - protesi nella tensione spasmodica che anela all’acqua, ispirati, nella sintesi tra simbolico e mitico, ai giacenti pompeiani sorpresi dall’eruzione e alle loro pose estreme» che l’artista aveva visto nel 1931. Dal gesso deriva anche un bronzo con lo stesso titolo, presente in mostra, di cui non è però documentata l’acquisizione.
Altro pezzo importante della collezione e della rassegna lagunare è la splendida formella in terracotta «Ofelia» (1932), appartenuta a Giovanni Comisso. «Di toccante poesia, plasmata con rapida sprezzatura nella morbida e calda materia della creta che si fa gesto lirico di vibrante pittoricismo, quasi un ritorno nel grembo dell’informe bergsoniano nel segno di Medardo Rosso, l’«Ofelia» – spiega ancora Alessandro Martoni - è opera cardine nella serie delle opere che Martini dedica all’eroina tragica shakespeariana e alla sua ‘folle’ morte per annegamento».
La mostra presenta anche il bronzo «Donna al mare» (1932), dalle forme più raccolte, compatte, levigate, di matrice sintetista, che dimostra come sia difficile racchiudere in rigidi schemi evolutivi lo stile polimorfo, inquieto, sperimentale del genio di Martini. È, poi, visibile la scultura in bronzo «Cavallino» (1943 ca.), acquistata dall’albergatore e collezionista veneziano Arturo Deana nel 1951, fusione dalla superficie resa crepitante dalla modellazione a colpi di stecca. 
Alle sculture si affianca una rara prova di Martini pittore: un olio su cartone con «Natura morta» del 1945, dalla trama segnica nella quale le paste cromatiche sono percorse da «solchi scultorei» che rendono grassa e fremente la superficie pittorica.
Di Arturo Martini è, infine, visibile anche un libro d’artista: il volume «Lirici minori del XIII e XIV secolo», a cura di Anceschi e Salvatore Quasimodo (Edizioni della Conchiglia, 1941, con 70 tavole di cui 11 fuori testo, 14/150, con litografie), con opere arricchite dalle potenti linee plastiche del segno litografico martiniano.
Sono, poi, visibili tre lavori di Giorgio Morandi: l’acquaforte «Natura morta con scatole e bottiglie su sfondo ovale» (1921), l’acquaforte «Natura morta con vasetto e tre bottiglie» (1945-1946) e l’acquerello «Natura morta» (1963), il cui disegno fu realizzato nell’ultima estate a Grizzana, trovando nella smaterializzazione e provvisorietà dell’umile oggetto la sua forza evocativa. Completano l’esposizione due opere di Filippo de Pisis: «Bobby», tavola litografica del volume «Alcune poesie e dieci litografie a colori di Filippo de Pisis» (Il Tridente, Venezia 1945), «Gli amanti», prova di stampa litografica per una delle illustrazioni del volume «I carmi di Catullo» (Verona, Officina Bodoni/Hoepli 1945), di cui si espone l’esemplare integro.
La mostra permette così un primo approccio conoscitivo allo stile collezionistico del notaio triestino, di cui Luca Massimo Barbero racconta: in Malabotta e nel suo «vivere l’idea di collezionare» vi è «una sorta d’inarrestabile anelito di completezza, di ricerca che superando la filologia, giunge alla volontà ferma e al tempo stesso inarrestabile, di riunire, ricostruire, e infine catalogare tutte le immagini di un racconto artistico. Immagini che in forma d’opera o di oggetto, di lettera o documento, fotografia o libro, riflettono non solo i suoi interessi, ma raccolgono (…) appunto la ricchezza di un mondo ch’egli si accanisce a riunire e quasi contemporaneamente a consegnare ordinato ai posteri».

Didascalie delle immagini
1. Arturo Martini, Natura morta, 1945, olio su cartone; 2. Giorgio Morandi, Natura morta con vasetto e tre bottiglie, 1945-1946, acquaforte; 3. Filippo de Pisis, Bobby, tavola litografica del volume, Alcune poesie e dieci litografie a colori di Filippo de Pisis, Il Tridente, Venezia 1945; 4. Arturo Martini, Donna al mare, 1932, scultura in bronzo; 5. Arturo Martini, Morte di Ofelia, 1932, terracotta; 6 e 7. Foto dell’allestimento della mostra «Arturo Martini, Giorgio Morandi, Filippo De Pisis. Il lascito Franca Fenga Malabotta». Foto: Noemi La Pera

Informazioni utili 
Palazzo Cini, Campo San Vio, Dorsoduro 864 Venezia. Orari: venerdì, sabato e domenica, ore 12 – 20 (ultimo ingresso ore 19:15). Ingresso: intero 10,00€ , ridotto 8,00€ (Gruppi superiori a 8 persone/Ragazzi 15–25 anni/over 65/Soci Touring Club Italiano/Soci Coop/Soci ALI); ridotto Voucher Guggenheim 7,00€ (per possessori di voucher Peggy Guggenheim Collection/Assicurazioni Generali), ridotto 5,00€ (Residenti Comune di Venezia/Soci Guggenheim/studenti e docenti universitari U.E. delle facoltà di architettura, conservazione dei beni culturali, scienze della formazione, iscritti ai corsi di laurea in lettere o materie letterarie con indirizzo archeologico, storico artistico delle facoltà di lettere e filosofia, iscritti alle Accademie delle Belle Arti); gratuito per minori di 15 anni (i minori devono essere accompagnati)/ membri ICOM (International Council of Museums)/diversamente abili accompagnati da un familiare o da un assistente socio-sanitario/giornalisti accreditati con tesserino/dipendenti Assicurazioni Generali/guide turistiche accreditate. Informazioni: palazzocini@cini.it. Apertura stagionale fino al 31 ottobre 2021

Arriva al cinema il documentario «Napoleone. Nel nome dell’arte»



Durante «l’angosciosa deriva di Sant’Elena», prima della morte, Napoleone Bonapoarte si dedicò con impegno sistematico a mettere ordine nei ricordi del lungo periodo storico del quale era stato protagonista assoluto. Dalle «Memorie», apprendiamo che il generale francese era convinto che i posteri lo avrebbero ammirato non solo per le battaglie, ma anche per l’apporto dato al mondo della cultura e della bellezza. Al suo nome si legano, infatti, la creazione della scuola pubblica e l’idea moderna di museo universale. Nasce da questo premessa il documentario «Napoleone. Nel nome dell’arte», prodotto da 3D Produzioni e Nexo Digital, in partnership con Intesa Sanpaolo e Gallerie d'Italia, in arrivo nelle sale italiane solo nelle giornate di lunedì 8, martedì 9 e mercoledì 10 novembre.
Su soggetto di Didi Gnocchi, che firma la sceneggiatura con Matteo Moneta, il film è diretto da Giovanni Piscaglia e vede nelle vesti di guida eccezionale il premio Oscar Jeremy Irons. La colonna sonora originale, in uscita il 5 novembre per Sony Classical, è del compositore e pianista Remo Anzovino.
Scrittore mancato, lettore compulsivo, ammiratore dell’arte e della sua forza di comunicazione, Napoleone fu spinto alle sue imprese dalla brama di potere e di gloria, ma anche dal bisogno di conoscenza e dall’ambizione di associare la sua immagine alle grandi civiltà del passato. Durante le campagne militari, promosse ricerche, colossali furti di opere e scavi archeologici, soprattutto in Italia e in Egitto, da cui nacquero scoperte come quella della Stele di Rosetta e la fondazione dei primi musei pubblici del mondo: il Louvre di Parigi e, sul suo esempio, la Pinacoteca di Brera di Milano.
Mente infaticabile, memoria prodigiosa, appassionato di ogni disciplina, Napoleone trasformò il suo naturale senso di superiorità in istinto paterno: i cittadini dell’Impero erano per lui figli da educare, con i dipinti, le sculture, la musica, il teatro. Nei territori conquistati portò riforme scolastiche, rivoluzioni architettoniche e urbanistiche e un nuovo modo di intendere il classicismo: lo Stile Impero, di cui parte integrante è la figura del sovrano, effigiato in busti di marmo, monete e tabacchiere, oppure solo citato attraverso la celebre N. Punto di partenza del film è l’incoronazione di Napoleone a re d’Italia nel Duomo di Milano il 26 maggio 1805: un momento che sottolinea lo stringente legame col mondo greco-romano, con quello rinascimentale e persino con l’eredità longobarda, rappresentata dalla Corona ferrea che Napoleone volle indossare al culmine della cerimonia. Inoltre, per la prima volta da allora, è stato fatto trascrivere, orchestrare ed eseguire in Duomo il Te Deum di Francesco Pollini, che fu composto e suonato per l’incoronazione e che è stato solo recentemente ritrovato tra le carte dell’Archivio di Stato: nel film lo vediamo eseguito in prova generale nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale e poi nella cattedrale di Milano dall'Orchestra Fondazione «I Pomeriggi Musicali», diretta da Marco Pace, con il mezzosoprano Giuseppina Bridelli. Per l’occasione seguiremo anche il restauro del manto indossato quel giorno da Napoleone e degli oggetti cerimoniali che lo accompagnavano, preziosa opera di recupero legata al progetto «Restituzioni» di Intesa Sanpaolo.
Milano, scelta come prima capitale del regno d’Italia, città di forti simpatie napoleoniche, è luogo fondamentale del film. Dalla Biblioteca nazionale Braidense - con il manoscritto autografo de «Il cinque maggio» di Manzoni e i volumi della «Description de l’Egypte» - alla Pinacoteca di Brera, uno dei fulcri della narrazione. Se infatti, a partire dalla campagna d’Italia, la penisola fu oggetto di meticolose spoliazioni di opere d’arte, è vero che con Brera venne fondato il primo «museo universale» italiano, un «piccolo Louvre» dove converge il meglio della produzione italiana. Se Milano fu centro di ricezione e smistamento di opere, Roma fu certamente luogo privilegiato di estrazione, nonché portale attraverso cui riconnettersi ai miti di Alessandro Magno, Augusto e Adriano. Dal Museo Pio Clementino e dai Musei Capitolini, il film racconta l’odissea delle opere partite per Parigi e tornate a casa, in silenzio, di notte, nel 1816, grazie all’impegno di Canova. Si tratta di alcune delle opere più importanti della tradizione occidentale: l’Apollo del Belvedere, il Laocoonte, il Galata morente e anche il Bruto capitolino, divenuto a Parigi icona di libertà repubblicana e lotta tirannicida e portato in trionfo nei cortei che celebravano la morte di Robespierre. Nelle sale del Louvre possiamo approfondire i criteri scientifici ed enciclopedici con cui era organizzata l’esposizione delle opere e ammirare l’«Incoronazione di Napoleone e Giuseppina di Beauharnais il 2 dicembre 1804, in Notre-Dame», opera monumentale di Jacques-Louis David. Una parentesi toscana conduce poi lo spettatore a San Miniato, luogo d’origine dei Bonaparte, e all’Isola d’Elba, dove i libri che l’Imperatore portò con sé nell’esilio permettono di parlare del suo amore ossessivo per la lettura, della sua memoria eccezionale.
Per comprendere appieno la figura del Bonaparte, il film raccoglie svariati interventi, tra i quali quelli di James Bradburne, direttore della Pinacoteca di Brera, Jean-Luc Martinez, presidente e direttore del Museo del Louvre, di Luigi Mascilli Migliorini, direttore della rivista italiana di studi napoleonici, dell’archeologo Salvatore Settis, dello scrittore Ernesto Ferrero, di Charles Bonaparte, ultimo discendente della famiglia Bonaparte, di Christophe Beyeler, curatore del Castello di Fontainebleau, e di Marco Pupillo del Museo napoleonico di Roma.

Informazioni utili


martedì 26 ottobre 2021

L’eredità di Milva: donate alla Galleria d’arte di Gradisca cinque opere di Luigi Spazzapan

Si arricchisce di cinque nuove opere il percorso espositivo della Galleria regionale d’arte contemporanea «Luigi Spazzapan» di Gradisca d’Isonzo, in Friuli Venezia Giulia. 
La storica dell'arte Martina Corgnati, figlia di Milva Biolcati e Maurizio Corgnati, ha appena donato al museo una piccola raccolta di oli su tela e tempere su carta e cartone appartenenti alla sua famiglia. Si tratta di lavori significativi per ricostruire la storia artistica di Luigi Spazzapan (Gradisca d'Isonzo, 18 aprile 1889 – Torino, 18 febbraio 1958), artista friulano di nascita e torinese d'adozione, dotato di un pungente istinto disegnativo e di un vivace senso del colore, la cui pittura potente e dinamica ebbe estimatori tra molti professionisti e intellettuali del tempo, a partire da Lionello Venturi ed Edoardo Persico
Le opere donate sono: «Pesci sul tavolo» (1932), «La camicia bianca» (1935 c.), «Deposizione (con angelo)» (1945), «Cosma e Damiano benedicenti» (1951) e «Santone (evangelista)» (1955-56).
«Il fondo - racconta Martina Corgnati - vuole essere omaggio permanente alle figure di mio padre, per la sua cultura, generosità e umana condivisione dei valori dell’arte, e di mia madre, per il suo grande viaggio nella musica e nella vita». 
Come spiega ancora la storia dell'arte, Maurizio Corgnati «ammirava incondizionatamente la libertà di espressione, il coraggio, l’attualità della pittura di ‘Spazza’, l’originalità e la forza del suo segno che da sensibilità quasi secessioniste attraversava con impeto l’intero secolo, passando per l’espressionismo e approdando al magma informale».
La passione per la pittura di Luigi Spallanzan venne trasferita da Maurizio Corgnati alla moglie Milva: «mia madre – racconta ancora Martina Corgnati - non ha potuto conoscere Luigi Spazzapan, visto che alla morte dell’artista, nel febbraio del 1958, lei aveva solo diciott’anni e non era ancora arrivata a Torino. La sua pittura, però, si può dire che fosse entrata in lei, tanto che, dopo la separazione e il trasferimento a Milano, i dipinti che ora approdano a Gradisca d’Isonzo hanno costituito il suo paesaggio domestico per cinquant’anni, senza essere mai una volta spostati, prestati o messi in dubbio. Il Santone blu in sala, i Pesci sul tavolo da pranzo, la Deposizione sulla testata del suo letto».
Le cinque opere sono visibili per la prima volta al pubblico, fino al prossimo 18 aprile, in un percorso al secondo piano della Galleria Spazzapan, insieme con una selezione di sue opere appartenenti alle collezioni Giletti e Citelli, in un allestimento che ripercorre l’intero iter artistico di Spazzapan: dai primi richiami all’Espressionismo che si condensano nell’incisività del segno e nella forza del colore, ai tratti più morbidi di derivazione impressionista francese, verso i quali l’artista virò dopo l’arrivo a Torino; dalle strutturazioni geometriche degli anni ’40, all’ultima fase informale, tutta puntata sulla predominanza del colore sulla linea.
Grazie alla collaborazione di Rai Teche, all'interno della mostra viene proiettato il film «Ricordo di Luigi Spazzapan», realizzato da Maurizio Corgnati nel 1956, prezioso documento audiovisivo con testimonianze storiche, tra gli altri, di Lionello Venturi e Jettà Donegà.
Ad arricchire ulteriormente il percorso espositivo è stata attivata la postazione permanente Spazzapan VR, realizzata da Ikon digital Farm. L'esperienza virtuale consente al visitatore di affrontare con cuffie e visore un viaggio sorprendente, altamente immersivo ed emozionale nel mondo dell’artista friulano, nella genesi del suo segno pittorico e della sua arte, accompagnati da pensieri e note tratte dalla sua autobiografia. Nel ripercorrere alcuni momenti salienti della sua formazione e del suo iter creativo, si scoprono le relazioni con i movimenti culturali e pittorici che dai primi del Novecento hanno animato dibattiti, mostre e incontri nelle grandi capitali europee e nel panorama italiano. Dalla Secessione viennese, al Liberty e Futurismo, le figure pittoriche si decostruiscono e confluiscono nelle esperienze cubiste, espressioniste e infine grafiche ed astratte in una continua evoluzione di forme, figure e geometrie che raccontano di un mondo in rapida evoluzione, dove la vicenda pittorica di Spazzapan si intreccia indissolubilmente con gli eventi tragici dei due conflitti mondiali.

Didascalie delle immagini
1. Luigi Spazzapan, La camicia bianca, 1935 c., tempera su carta, 48 x 61 cm; 2. Luigi Spazzapan, Cosma e Damiano benedicenti, 1951, tempera su cartone, 73 x 100 cm; 3. Luigi Spazzapan, Pesci sul tavolo, 1932, olio su tavola, 59 x 66 cm 

Informazioni utili
Fondo Milva Biolcati - Maurizio Corgnati.Galleria regionale d'arte contemporanea Luigi Spazzapan, via Marziano Ciotti, 51- 34072 Gradisca d'Isonzo (Gorizia). Orari: da mercoledì a domenica, ore 10-13 e ore 15-19. Ingresso libero. Informazioni: galleriaspazzapan@regione.fvg.it.  Sito Web: www.musei.regione.fvg.it. Dal 24 ottobre 2021 al 18 aprile 2022