ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

mercoledì 28 ottobre 2020

Firenze, il Dante del Bronzino in mostra alla Certosa

L’Italia si prepara a celebrare Dante Alighieri, uno dei padri della letteratura italiana, nel settecentesimo anniversario dalla morte. In anticipo con il fitto calendario di eventi che animeranno il nostro Paese nel 2021, la suggestiva Pinacoteca della Certosa del Galluzzo, a Firenze, ospita in questi giorni la mostra «…con altra voce ritornerò poeta», ideata da Antonio Natali, già direttore della Galleria degli Uffizi, con Alessandro Andreini.
Cuore del progetto espositivo -che si avvale dell’organizzazione della Comunità di San Leolino, dell’Opera di Santa Maria del Fiore e dell’Opera di Santa Croce, sotto l’egida dell’Arcidiocesi di Firenze- è il «Ritratto allegorico di Dante» del Bronzino, al secolo Agnolo di Cosimo di Mariano.
L’opera, proveniente da una collezione privata fiorentina, fu realizzata tra il 1532 e il 1533 per Bartolomeo Bettini, intellettuale fiorentino che aveva commissionato al ritrattista rinascimentale anche le effigi -di cui al momento non c’è notizia certa- di Francesco Petrarca e di Boccaccio, altre due voci eminenti della cultura letteraria italiana. 
Questa informazione si desume da un episodio riferito da Giorgio Vasari nelle sue «Vite»; mentre l’attribuzione del ritratto, del quale esiste una replica nella Collezione Kress della National Gallery of Art di Washington, si deve a Philippe Costamagna e risale al 2002.
Quella offerta da Firenze è, dunque, un’occasione imperdibile per vedere un’opera di solito poco esposta, che si configura anche come uno dei ritratti più lirici e poetici del poeta toscano, ma anche per riscoprire la Certosa, complesso di grande fascino, costruito tra il 1342 e il 1356 per volontà di Niccolò Acciaiuoli, nel quale per quasi sette secoli arte e devozione, cultura umanistica e fede si sono sedimentate rendendolo un luogo dove «quella quiete, quel silenzio e quella solitudine» tanto cari a Pontormo, fanno pari con la bellezza e l’indubbio interesse che suscita.
Il «Ritratto allegorico di Dante», dal quale è stato desunto il volto xilografato che campeggia nel frontespizio della «Divina Commedia» pubblicata a cura di Francesco Sansovino nel 1564, è posto sul fondo della Pinacoteca, che sul lato sinistro ospita anche cinque affreschi pontormeschi raffiguranti le «Scene della Passione», alla realizzazione dei quali collaborò nel 1523 anche il Bronzino, mentre Firenze era ammorbata dalla peste. La scelta della Certosa come spazio espositivo per questo progetto non è dunque casuale.
Sempre nella sala della Pinacoteca si possono ammirare anche le copie in scala ridotta eseguite su tela da Jacopo da Empoli e da altri pittori fiorentini dell’Accademia delle arti del disegno intorno al 1582.
La lunetta realizzata dal Bronzino, già esposta in passato agli Uffizi nella Sala 65, prende spunto per il ritratto dantesco dalle parole del Boccaccio: «il suo volto fu lungo e il naso aquilino, gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia melanconico e pensoso». 
Il poeta ha in testa la corona d’alloro, mentre lo sguardo, assorto, guarda verso la montagna scalata a fatica del «Purgatorio». 
Tra le mani, invece, ha una copia della «Divina Commedia», aperta sul Canto XXV del «Paradiso», dal quale è tratto il titolo della mostra fiorentina: «…con altra voce ritornerò poeta». 
Questo sono anche le pagine in cui il poeta racconta la sua speranza tradita, l’attesa di fare ritorno al «bello ovile», nella Firenze che l’aveva esiliato e che egli guarderà da lontano, come nel dipinto in mostra alla Certosa, fino alla fine dei suoi giorni. Ma sono anche le pagine della speranza realizzata, quella di vedere le proprie fatiche letterarie finalmente premiate con l'alloro poetico.  

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Bronzino, Dante. Collezione privata; [fig. 2] Uno scorcio della facciata della chiesa della Certosa di Firenze; [fig. 3] Jacopo Pontormo, Salita al Calvario, Certosa di Firenze

Informazioni utili 
…con altra voce ritornerò poeta.Pinacoteca della Certosa di Firenze, via della Certosa, 1 - Galluzzo - Firenze (posizione: https://goo.gl/maps/W9tRUyvVBjiUuFuv5). Orari: tutti i giorni, escluso il lunedì e la domenica mattina, dalle ore 10 alle ore 12 e dalle ore 15 alle ore 18. Ingresso: intero € 5,00. Informazioni: tel. 055.2049226 o certosadifirenze@gmail.com. Sito web: www.certosadifirenze.it. Fino al 31 dicembre 2021. 

martedì 27 ottobre 2020

Da Berlino a Rimini: la Madonna Diotallevi al museo «Luigi Tonini» per il cinquecentenario di Raffaello

Rimini
partecipa alle celebrazioni per il cinquecentesimo anniversario dalla morte di Raffaello Sanzio (Urbino, 1483 – Roma, 1520), genio della pittura rinascimentale e indiscussa icona dell’arte italiana e mondiale.
Dopo centosettantotto anni la città romagnola torna a ospitare la Madonna Diotallevi, capolavoro giovanile dell’artista, databile presumibilmente al 1504, oggi conservato nella Gemäldegalerie, ovvero nella Pinacoteca statale del Bode Museum di Berlino.
L’opera, per anni attribuita al Perugino, il maestro del pittore urbinate, porta il nome dell’ultimo proprietario privato, cosa che avviene spesso nel catalogo raffaellesco per quanto riguarda le raffigurazioni della Vergine. Basti pensare, per esempio, alla «Madonna Solly», alla «Madonna Terranuova», alla «Piccola Madonna Cowper» o alla «Madonna del Granduca», tela che fu di proprietà di Ferdinando III Lorena.
Il dipinto oggi in mostra al museo «Luigi Tonini» apparteneva, infatti, ad Audiface Diotallevi, gonfaloniere della città di Rimini, vice-console del re di Francia e socio fondatore della locale Cassa di risparmio.
La storia di quest’opera, allo stato attuale delle conoscenze, non fornisce purtroppo informazioni né sulla sua precedente vicenda né sulla sua provenienza originaria.
Per quanto riguarda gli accadimenti antecedenti all’Ottocento ci si muove, infatti, solo nel campo delle ipotesi. Roberto Longhi, per esempio, sostiene che la tavola sia stata «dipinta a più tornate»: la prima intorno al biennio 1500-1502 e l’altra tra il 1504 e il 1505, durante il «periodo fiorentino». Questo perché la Madonna appare più «primitiva» e «peruginesca» rispetto alle figure del Bambino e di San Giovannino, che mostrano un’armonia e una plasticità formale ispirata alla lezione di Leonardo e di Michelangelo, padri di quell’humus creativo che animava la città toscana nei primi anni del Cinquecento.
Sappiamo, invece, per certo che il dipinto giunse da Rimini in Germania grazie allo spirito di iniziativa dello storico dell’arte tedesco Gustav Friedrich Waagen che nel 1842, in visita alla città romagnola, nella quale erano appena stati fondati i primi bagni sul mar Adriatico e che andava scoprendo la sua vocazione turistica, riuscì ad avere accesso alla collezione di Audiface Diotallevi, composta da circa centocinquanta opere.
Lo studioso riconobbe la tela, allora attribuita a Perugino, come opera giovanile del «Divin pittore». Se ne innamorò e la raccomandò per l’acquisto all’allora direttore generale dei Musei imperiali di Berlino Ignaz von Olfers: «questo dipinto presumibilmente sarà -scrisse- uno dei più richiesti del mondo». Il «numero uno» dei musei tedeschi si convinse della bontà del consiglio e procedette repentinamente all’acquisizione per la cifra di centocinquanta talleri Luigini.
Da allora dinnanzi alla «Madonna Diotallevi» si sono avvicendati i più grandi critici, da Passavant a Bode, da Cavalcaselle a Morelli, da Fischel a Venturi, da Berenson a Longhi, restituendo una serie di suggestioni e affascinanti letture.
La splendida tavola, frutto ancora acerbo ma già carico di promesse dell’arte raffaellesca, è stata collocata al primo piano del Museo di Rimini in un’area temporanea allestita nel rispetto dei protocolli anti-Covid e sarà accessibile a piccoli gruppi di massimo quattordici persone in compagnia di una guida qualificata.
Intorno al dipinto è stata costruita una mostra per la curatela di Giulio Zavatta, storico dell’arte dell’Università di Venezia, e con l’allestimento dello studio riminese Cumo Mori Roversi architetti.
L’esposizione presenta altre due opere, entrambe facenti parte della collezione Diotallevi ed emblematiche, con i loro bagliori d’oro, della Scuola riminese del Trecento: il «Crocifisso» di Giovanni da Rimini, donato da Adauto Diotallevi al museo cittadino nel 1936, e l’«Incoronazione della Vergine» di Giuliano da Rimini (meglio nota come polittico del duca di Norfolk) appartenuta allo stesso Audiface, che è stata restituita alla città nel 1998.
Il ritorno a Rimini della «Madonna Diotallevi» diventa così occasione anche per parlare della città romagnola e della sua nuova vocazione di ambasciatrice di bellezza nel mondo, come hanno dimostrato i recenti restauri del teatro Amintore Galli e della sede del Part, casa della collezione d’arte della Fondazione San Patrignano.

Vedi anche

Didascalie delle immagini
[Figg. 1 e 2] Raffaello, Madonna Diotallevi, 1504. Olio su tavola, 69 x 50 cm. Bode Museum, Berlino; [fig. 3] Giovanni da Rimini, Crocefisso. Foto: Paritani; [fig. 4] Giuliano da Rimini, Polittico. Foto: Paritani

Informazioni utili
Madonna Diotallevi. Museo della Città Luigi Tonini, via Luigi Tonini, 1 - Rimini. Orari: da martedì a sabato, ore 9.30-13.00 e ore 16.00-19.00; sabato domenica e festivi, ore 10.00-19.00; lunedì non festivi chiuso. Ingresso: intero € 8,00, ridotto € 6,00:; biglietto speciale famiglia € 20,00, gratuito fino ai 6 anni.Note: la visita può avvenire esclusivamente previa prenotazione, collegandosi al sito del Festival del Mondo Antico http://antico.comune.rimini.it/ oppure al sito http://www.museicomunalirimini.it/ | l’ingresso è consentito a gruppi di massimo 14 persone. Catalogo di NFC Edizioni, a cura di Giulio Zavatta. Informazioni: tel. 0541.793851. Fino al 10 gennaio 2021

lunedì 26 ottobre 2020

Firenze, Lorenzo Puglisi davanti al crocifisso di Michelangelo

Era il dicembre del 2000 quando il Crocifisso di Santo Spirito, scultura lignea policroma attribuita a Michelangelo, faceva ritorno nella sua casa fiorentina. Dopo vari tentativi, sul finire del millennio, i Padri agostiniani erano riusciti a trovare un accordo con Pina Ragionieri per riavere nella loro basilica l’opera che, dopo il ritrovamento e il successivo restauro, era stata collocata a casa Buonarroti.
Ritenuto perso all’epoca dell’occupazione francese, il crocifisso michelangiolesco, citato da Giorgio Vasari nelle sue «Vite», era stato rinvenuto nel 1962 dalla storica dell’arte tedesca Margrit Lisner, ricercatrice nota per il suo censimento sui crocifissi toscani del XV secolo effettuato su base stilistica, storica e tipologica.
Utili per la sua ricerca, resa possibile anche grazie all’ospitalità di padre Guido Balestri, erano state le fonti conosciute all’epoca: non solo il racconto di Giorgio Vasari, ma anche le descrizioni del pittore cinquecentesco Ascanio Condivi, che parlò per l’opera di una dimensione «poco meno che ’l naturale», e del Bottari, che, nel Settecento, definì il crocifisso «alto circa due braccia e mezzo».
La studiosa aveva ritrovato il manufatto proprio all’interno di Santo Spirito, nel Refettorio, sotto una ridipintura che ne alterava la forma e il carattere.
L’opera, che oggi orna la Cappella Barbadori della Sacrestia di Giuliano da Sangallo, fu realizzata da Michelangelo nel 1493, ad appena diciotto anni, «a compiacenza del priore» Niccolò di Lapo Bichiellini che gli diede «comodità di stanze». L’artista volle cioè ringraziare l’ordine religioso dell’ospitalità e dell’opportunità di studiare anatomia, ovvero di analizzare i cadaveri provenienti dall’ospedale del convento, cosa resa possibile anche grazie all’intercessione di Piero de’ Medici.
Michelangelo raffigurò il Cristo nella sua totale nudità, in posizione sofferente, con il capo reclinato verso sinistra e le gambe piegate, leggermente direzionate verso destra, così da dare una forte sinuosità all’intera composizione. Il modellato, nonostante la precisa resa anatomica, è morbido e attento ai dettagli più delicati, come la resa dei soffici capelli e dei peli del pube. Gesù appare quasi indifeso e fragile di fronte al dramma del martirio e alla morte.
Per festeggiare i vent’anni dal ritorno del crocifisso nella Basilica di Santo Spirito è stata organizzata da Francesca Sacchi Tommasi di Etra studio, in collaborazione con ArtCom Project, la mostra «Lorenzo Puglisi | Davanti a Michelangelo. Crocifissione, umanità, mistero»
 L’artista, che vive e lavora a Bologna, ha realizzato per l’occasione un dipinto a olio su tavola di pioppo sagomata a forma di croce con fondo nero, su cui compaiono solo i risultati della sua ricerca di essenzialità, cioè le rappresentazioni della testa inclinata, delle mani e dei piedi del Cristo morto in croce. La tecnica usata riprende una tradizione storico-artistica che origina dalla pittura dei primitivi e che nell’arte contemporanea si era completamente perduta.
Come scrive padre Giuseppe Pagano, «Lorenzo Puglisi sarà davanti a Michelangelo per esprimere tutta la forza della crocifissione, tutta l’umanità e il mistero. Rimane così l’interesse dell’artista per la natura umana e il mistero dell’esistenza, cercando di raffigurarla con una pittura nel buio, quasi a voler esprimere quella luce che c’è, che spinge, ma che è ancora trattenuta dall’oscurità, così come Michelangelo abbatte la realtà della morte in croce con la bellezza e il sorriso che sono già espressione di una realtà diversa da quella che si vede».
Dal canto suo Puglisi sottolinea che «la crocifissione è un’immagine simbolica e reale al tempo stesso, sia nella tradizione cristiana, sia nella riflessione più intima sulla condizione, la possibilità e la ragion d’essere dell’uomo, così come si può comprendere dal sapere trasmessoci nel tempo dagli antichi, in numerose forme. La visione della scultura di Michelangelo tocca il cuore e ha una leggerezza e una delicatezza rare. Per me pittore, da subito, è emersa l’esigenza di cercare una pittura vitale e scultorea, e Michelangelo ne è stato grande maestro. Per cui il mio tentativo di pittura si rivolge alla visione di qualcosa che è altro dal visibile empirico, ma col quale è inseparabilmente intrecciato, è mescolato ad esso; la ricerca dell’essenziale della rappresentazione, come ambizione e fine, è legato alla ricerca di essenzialità nella vita e ne è conseguenza e speranza di conoscere. Crocifissione, umanità, mistero. È tutto in queste tre parole».

Informazioni utili
Lorenzo Puglisi | Davanti a Michelangelo. Crocifissione, umanità, mistero. Basilica di Santo Spirito, piazza santo spirito, 30 – Firenze. Orari: lunedì-sabato ore 10-12.45 e 15-17.45; domenica ore 11.30-13.15 e 15-17.45; mercoledì chiuso. Biglietto: 2,00 euro. Informazioni: tel. 055.210030. Sito web: www.basilicasantospirito.it. Fino al 1° novembre 2020.