ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

venerdì 21 maggio 2021

«Come vivremo insieme?» La Biennale di architettura immagina il mondo post-pandemia

«Insieme»: è questa la parola d’ordine della diciassettesima edizione della Mostra internazionale di architettura – La Biennale di Venezia, in programma dal 22 maggio al 21 novembre. Lo dichiara con chiarezza il titolo della rassegna scelto dal curatore, l’architetto e ricercatore libanese di nascita e statunitense d’adozione Hashim Sarkis, docente universitario e preside dal 2015 della School of Architecture and Planning del Massachussetts Institute of Technology. «How will we live together?», ovvero «Come vivremo insieme?», è, infatti, la domanda - contemporaneamente «sociale, politica e spaziale» - sotto cui sono state riunite le proposte dei centododici artisti ospiti (non solo architetti, ma anche scienziati, ricercatori, costruttori, ingegneri, artigiani), provenienti da quarantasei Paesi di tutto il mondo, con una significativa rappresentanza da Africa, America Latina e Asia e con una uguale presenza di uomini e di donne. Sembra quasi difficile credere che questo titolo, tanto attuale quanto profetico, sia stato scelto solo pochi mesi prima dello scoppio della pandemia da Covid-19, una sfida imprevista e inimmaginabile per tutti noi che ci ha portato a rivedere il nostro concetto di abitare e di essere comunità. Anche se – precisa Hashim Sarkis nella presentazione – la domanda non è solo urgente, ma è anche antica; fa parte della storia dell’uomo: «i babilonesi la posero nel costruire la loro torre. L’ha posta Aristotele quando scriveva di politica. La sua risposta è stata ‘la città’. La posero le rivoluzioni francese e americana. Sullo sfondo tumultuoso dei primi anni Settanta del secolo scorso, Timmy Thomas lo implorò nella sua canzone ‘Why Can’t We Live Together?’».
La mostra è organizzata in cinque «scale» (o aree tematiche), tre allestite all’Arsenale e due al Padiglione centrale, che si intitolano rispettivamente «Among Diverse Beings», «As New Households», «As Emerging Communities», «Across Borders» e «As One Planet».
A completare il progetto espositivo ci sono, poi, la rassegna «How will we play together?» a Forte Marghera, con cinque installazioni in legno e acciaio che riflettono sul valore del gioco nella nostra vita quotidiana, e una serie di partecipazioni fuori concorso, tra cui una collettiva di Studio Other Spaces (rappresentato da Olafur Eliasson e Sebastian Behmann), un’istallazione esterna ai Giardini dedicata allo sport, e un evento speciale della Vuslat Foundation, che per l’occasione porta in Laguna, all’Arsenale, «Idea di pietra – Olmo», un’opera di Giuseppe Penone.
La diciassettesima edizione della Biennale di architettura vede, inoltre, rinnovarsi per il quinto anno consecutivo la collaborazione con il Victoria and Albert Museum di Londra, che presenta, alla Sala d’Armi, la mostra «Three British Mosques», a cura di Christopher Turner ed Ella Kilgallon, un percorso nel multiculturalismo contemporaneo attraverso la presentazione di tre spazi britannici adibiti a moschee: Brick Lane, in precedenza una cappella protestante e poi una sinagoga, Old Kent Road, collocata in un vecchio pub, e Harrow Central, costruzione situata di fianco alla casa a schiera che precedentemente ospitava il luogo di culto.
L’offerta espositiva si completa, infine, con diciassette eventi collaterali, sparsi per l’intera città, tra cui la mostra «Tropicalia - Architecture, Materials, Innovative Systems», organizzata da Zuecca Projects e Coldefy allo Squero Castello, nella quale verrà presentata la serra più grande del mondo, la cui costruzione è prevista per il 2024 sulla Côte d’Opale (in Francia): una meravigliosa «bolla» naturale, abitata da splendide farfalle e colibrì che svolazzano da un fiore all'altro. 
Escono fuori dai Giardini e dall’Arsenale anche i Padiglioni nazionali. Quest’anno sono sessantuno gli Stati che hanno deciso di portare i propri progetti in Laguna, tre dei quali sono al loro debutto alla Biennale di architettura: Grenada, Iraq e Uzbekistan. Come vivremo in un contesto politico caratterizzato da divergenze sociali sempre più ampie e da diseguaglianze economiche e razziali sempre maggiori? Che cosa accadrà con l’intensificarsi della crisi climatica? Come affronteremo il problema della carenza di un bene primario come l’acqua? Ci saranno veramente persone costrette ad abbandonare la loro terra, ormai diventata inospitale, e che cosa comporterà questa nuova situazione? Sono alcune delle domande alle quali prova a rispondere il percorso espositivo, arricchito dai «Meetings on Architecture», incontri con architetti e studiosi di tutto il mondo, il cui calendario in costante aggiornamento può essere consultato sul sito della Biennale di Venezia.
Tra installazioni di grande impatto e visioni sul post-umano, tra opere ispirate alla natura e riflessioni su quello che rischiamo di perdere, gli artisti in mostra sembrano dirci che le sfide del futuro devono essere affrontate con tempestività, creatività, generosità, speranza e un forte senso di comunità. In un momento storico nel quale la distanza sembra essere una condizione di sicurezza, Hashim Sarkis ci ricorda, infatti, che nessun uomo è un’isola e che il nostro domani, non solo architettonico, lo scriveremo – lo dobbiamo scrivere - insieme. «Insieme - si legge nella presentazione - come esseri umani che, nonostante l'individualità crescente, desiderano ardentemente connettersi tra loro e con altre specie attraverso lo spazio digitale e reale; - insieme come nuovi nuclei familiari alla ricerca di spazi abitativi più diversificati e dignitosi; - insieme come comunità emergenti che reclamano equità, inclusione e identità spaziale; - insieme oltre i confini politici per immaginare nuove geografie di associazione; - insieme come pianeta che sta affrontando crisi che esigono un’azione globale affinché tutti noi continuiamo a vivere».

Didascalie delle immagini
Foto Marco Zarzonello. Courtesy La Biennale di Architettura

Informazioni utili
«How will we live together?». 17. Esposizione internazionale d'arte. Giardini e Arsenale - Venezia.Orari:2 maggio > 31 luglio, ore  11.00 – 19.00 (ultimo ingresso alle ore 18.45); 1 agosto > 21 novembre, ore 10.00 – 18.00 (ultimo ingresso alle ore 17.45); chiuso il lunedì (escluso lunedì 24 maggio, 6 settembre, 1° novembre) . Ingresso: intero € 25,00,  ridotto € 20,00 (over 65, residenti comune di Venezia - con verifica di un documento di identità valido agli ingressi),  ridotto studenti e/o under 26 € 16,00 (con verifica di un documento di identità valido agli ingressi); i costi degli altri biglietti sono disponibili sul sito internet | i biglietti sono acquistabili unicamente on-line. Catalogo ufficiale, catalogo breve e guida: Marsilio editore, Mestre. Informazioni: tel. 041.5218828. Sito internet: www.labiennale.org. Dal 22 maggio al 21 novembre 2021.

giovedì 20 maggio 2021

In cammino con Dante: a Verona sulle tracce del «Sommo Poeta»

Il «primo rifugio e 'l primo ostello»: così Dante Alighieri nel «Paradiso», al verso 70 del canto XVII, definisce Verona, la città che lo accolse dopo l’esilio da Firenze. Qui, all'ombra dello stemma scaligero adorno delle ali dell'aquila imperiale, lo scrittore visse circa sette anni: dal 1303 al 1304, a casa di Bartolomeo della Scala, e dal 1312 al 1318, ospitato dal fratello Cangrande. Qui trovò ispirazione per la sua opera più celebre: la «Divina Commedia». 
In occasione dei settecento anni dalla morte del poeta, il Comune di Verona propone un’inedita mostra diffusa, che permette di scoprire lo scrittore in maniera inusuale, percorrendo le sue stesse strade, contemplando un paesaggio, entrando nei palazzi, visitando le chiese, osservando le immagini dipinte e scolpite che, oltre settecento anni fa, lo stesso Dante poté scoprire e ammirare.
Il percorso e le tappe della mostra diffusa sono contenuti e illustrati in un'agile mappa cartacea, preziosa guida che conduce i visitatori alla scoperta dei luoghi direttamente legati alla presenza di Dante e dei suoi figli ed eredi, che ancora oggi risiedono a Gargagnago in Valpolicella, ma che permette anche di scoprire la tradizione dantesca, che nei secoli continuò ad alimentarsi e a crescere, fino a diventare, nell'Ottocento, punto di riferimento per l’identità nazionale. 
Ogni luogo dantesco della mappa è segnalato in situ con un apposito pannello; con un semplice tocco sul proprio cellulare tramite QRcode, il visitatore potrà accedere a un'espansione digitale dei contenuti della mappa, ulteriore approfondimento del proprio itinerario. 
Prima tappa del percorso è piazza dei Signori, cuore della città, dove è collocata una statua del poeta, in marmo di Carrara, realizzata dallo scultore Ugo Zannoni nel 1865 e recentemente sottoposta a un accurato intervento di restauro. La storia racconta che l’opera, commissionata in occasione del sesto centenario della nascita di Dante, fu inaugurata la notte tra il 13 e il 14 maggio alle 4 del mattino per scongiurare la censura degli austriaci, allora al governo della città scaligera.
La visita può proseguire verso Palazzo della Ragione, edificio costruito verso la fine del XII secolo quale palazzo comunale, uno tra i primi in Italia, che oggi ospita la Galleria d’arte moderna «Achille Forti».
In questi spazi, la mostra diffusa trova un prezioso raccordo e ulteriori sviluppi tematici a carattere storico-artistico nelle esposizioni in programma. Si inizia con «La mano che crea. La galleria pubblica di Ugo Zannoni», a cura di Francesca Rossi. Si proseguirà in estate, dall’11 giugno al 3 ottobre, con «Tra Dante e Shakespeare. Il mito di Verona», a cura di Francesca Rossi, Tiziana Franco, Fausta Piccoli. La mostra presenta una significativa selezione di opere d’arte e testimonianze storiche dal Trecento all’Ottocento, che permettono di approfondire due precisi fulcri tematici: il rapporto tra Dante e la Verona di Cangrande della Scala e il successivo revival sette-ottocentesco della «Divina Commedia» e di un Medioevo ideale, ma anche il mito, tutto scaligero e shakespeariano, di Giulietta e Romeo.
Si può, quindi, proseguire verso Palazzo del Capitanio, inizialmente residenza scaligera e costruzione recente ai tempi di Dante, quindi sede, sotto il dominio della Serenissima (1405-1796), del Capitano veneto – da qui il nome attuale – e poi, dal tardo Ottocento, degli uffici giudiziari.
Si può, poi, fare tappa al Palazzo della Provincia, oggi sede della Prefettura, dimora fatta costruire da Cangrande della Scala, e alle Arche Scaligere, sepolcro nella chiesa di Santa Maria Antica, dove sono conservate le spoglie mortali di Alberto I (morto nel 1301) e dei suoi figli Bartolomeo I (1304), Alboino (1311) e Cangrande (1329). L’arca di Bartolomeo si distingue per l’insegna della scala sormontata da un’aquila. Di Cangrande restano sia il primo sarcofago, dove fu deposto subito dopo la morte improvvisa e misteriosa (l’enigma sarà svelato prossimamente dall’indagine sul DNA condotto dalle Università di Verona e di Firenze in collaborazione con il Civico museo di storia naturale di Verona), sia il sontuoso monumento che gli fece realizzare Mastino II, suo nipote, sopra la porta della chiesa, quando diede avvio alla trasformazione monumentale e dinastica del cimitero.
Sempre sulle orme dell’Alighieri, si arriva, quindi, alla chiesa di San Zeno Maggiore, capolavoro del romanico lombardo. Sul fianco sud dell’edificio religioso, c’è un’epigrafe incisa che ricorda l’abate Gerardo, figura citata dal poeta nel XVIII canto del «Purgatorio», e le opere da lui promosse al tempo del Barbarossa.
Di qui si prosegue per Sant’Elena, adiacente alla Cattedrale, che conserva in buona parte la sua compagine altomedievale. Il 20 gennaio 1320, Dante tenne in questa sede una lezione pubblica per spiegare il fenomeno dell’emersione delle terre sopra la superficie dell’acqua. Forse sperava di conquistare così l'ammissione all'insegnamento nello Studio, la scuola superiore di Verona che stava diventando una rinomata Università, ma gli venne preferito il maestro di logica Artemisio. Alla fine del testo della «Questio de aqua et terra» si legge: «[…] definita da me, Dante Alighieri, il minimo dei filosofi, durante il dominio dell’invitto Signore messer Cangrande della Scala, Vicario del Sacro Romano Impero, nell’inclita città di Verona, nel tempietto della gloriosa Elena […]».
Durante il suo primo soggiorno veronese, il poeta frequentò quasi certamente anche la Biblioteca Capitolare, una delle più antiche del mondo, il cui scriptorium era attivo forse già dal VI secolo. In queste sale, erano presenti, già allora, antichi manoscritti di alcuni fra i classici meno noti al Medioevo, come la «Naturalis Historia» di Plinio il Vecchio e le «Historiae» di Livio. I due autori sono citati in un breve passaggio del «De vulgari eloquentia», scritto tra il 1303 e il 1305, nel quale lo scrittore rivela che una «amichevole insistenza» lo invitava a consultarli («Quos amica sollicitudo nos visitare invitat»).
La mappa ci conduce, poi, verso tre chiese. Si inizia con Sant’Anastasia, solo un cantiere durante i soggiorni danteschi a Verona, che un tempo ospitava nel suo primo chiostro la più antica tomba veronese di famiglia degli Alighieri. Si prosegue a San Fermo Maggiore, anch’essa in costruzione negli anni in cui Dante era presente a Verona, che nel transetto destro della chiesa conserva l’elegante cappella funeraria che Pietro IV e Ludovico Alighieri, discendenti del poeta, fecero allestire a metà del Cinquecento. Infine, si può visitare Sant’Eufemia, legata a Dante solo per via indiretta: il teologo Egidio Romano espose nel suo «De regimine principum» – opera composta prima del 1285 – alcune teorie cosmologiche che il poeta avrebbe affrontato nella «Questio de aqua et terra». Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la «Questio» fosse un falso composto da qualche teologo di Sant’Eufemia e attribuito a Dante per avvalorare le dottrine del Romano. A Sant’Eufemia, inoltre, furono sepolti i figli di Guido Novello da Polenta, che ospitò Dante a Ravenna e che il poeta menziona nella sua «Egloga» a Giovanni del Virgilio.
Sulla mappa sono segnalati anche alcuni luoghi legati ai discendenti del poeta, da piazza delle Erbe, dove, secondo l’umanista Moggio Moggi, Pietro Alighieri, il figlio di Dante, recitò un capitolo in terzine sulla «Commedia», a San Michele Arcangelo, monastero di una comunità religiosa femminile benedettina dove presero i voti anche Alighiera, Gemma e Lucia, figlie di Pietro e di Jacopa Salerni. In questo elenco ci sono anche Palazzo Serego Alighieri, edificio dal caratteristico prospetto neoclassico, che al suo interno custodisce una statua di Dante, opera di Francesco Zoppi, e Villa Serego Alighieri, che è tuttora proprietà e residenza (non visitabile) dei discendenti del poeta.
L’ultima parte del percorso è, infine, una passeggiata tra i luoghi della tradizione dantesca. In questo elenco si trova il trecentesco Palazzo Marogna, che vantava, nel Cinquecento, un’articolata decorazione ad affresco – oggi purtroppo appena visibile – che, secondo il pittore ottocentesco Pietro Nanin, raffigurava due scene della «Commedia»: Dante che corre verso Virgilio, inseguito dalle fiere, e Beatrice su un carro, dipinta nell’atto di svelarsi il volto, secondo quanto riporta il XXXI canto del «Purgatorio». 
Tra i luoghi della tradizione c’è anche il Ponte di Veja, un poderoso arco naturale a Sant’Anna d’Alfaedo, la cui conformazione rimanda ai ponti in pietra del cerchio VIII dell’«Inferno», come ricordava, a fine Ottocento, il dantista tedesco Alfred Bassermann.
Tappa finale della mostra diffusa è Castelvecchio, che Dante non vide (fu costruito a partire dal 1354 per iniziativa di Cangrande II della Scala) ma che oggi accoglie, come sede museale, importanti testimonianze della Verona dell’età di Dante: sculture del Maestro di Sant’Anastasia, dipinti di stretta influenza giottesca, parte del corredo funerario della tomba di Cangrande della Scala e gli originali delle statue equestri di Cangrande e Mastino II, provenienti dalle Arche Scaligere. In queste sale è allestita anche la mostra «Dante negli archivi. L’Inferno di Mazur», a cura di Francesca Rossi, Daniela Brunelli, Donatella Boni, con 41 acqueforti e acquetinte ispirate alla prima cantica della «Divina Commedia». 
 Il percorso non è stato pensato solo per i turisti, ma anche per i veronesi che potranno così riscoprire luoghi simbolo della loro città, come portati per mano da Dante Alighieri. 

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Chiostro di San Zeno, Verona; [fig. 2] Basilica di San Zeno, Verona; [fig. 3] Piazza dei Signori, Verona; [fig. 4]  Ponte Veja. Foto di Gianni Crestani; [fig. 5] Verona. Foto di Fabio Tura; [fig. 6] Ga, Verona; [fig. 7] Museo di Castelvecchio, Verona; [fig. 8]  Luigi Ferrari (Venezia, 1810 - 1894) Busto di Dante, 1864. Marmo; 81 × 57 × 37 cm. Vicenza, Istituzione pubblica culturale Biblioteca civica Bertoliana. Opera esposta nella mostra «Tra Dante e Shakespeare. Il mito di Verona», a cura di Francesca Rossi, Tiziana Franco, Fausta Piccoli

mercoledì 19 maggio 2021

«Time Out»: una mostra virtuale su Robert Breer, il pioniere del cinema sperimentale

Si può visitare anche on-line la mostra personale «Time Out», a cura di Vincenzo de Bellis e Micola Brambilla, che la Fondazione Antonio Dalle Nogare di Bolzano dedica a Robert Breer( Detroit, Michigan, USA, 1926 – Tucson, Arizona, USA, 2011), pioniere nelle tecniche di animazione e tra gli autori più innovativi nel cinema sperimentale.
Dai primi anni Cinquanta del Novecento al 2011, anno della morte, l’artista americano ha sempre eluso etichette formali, stilistiche e concettuali, focalizzandosi su una ricerca libera, ma allo stesso tempo estremamente coerente. Ha portato avanti sperimentazioni diverse, dalla pittura astratta al Fluxus, dal Pop al Minimalismo, senza però mai legarsi definitivamente ad alcuno di questi movimenti.
Attraverso la selezione di più di sessanta opere, la mostra esplora i principali temi che percorrono l’arte di Robert Breer, dalla pratica pittorica a quella filmica, per dare, infine, spazio a una corposa selezione di disegni e sculture.
In questo modo la rassegna, che ritorna visitabile in presenza dal 7 maggio per i possessori del Coronapass  e che è stata prorogata al 17 luglio, esplora l’approccio formale e concettuale con cui l’artista si è confrontato per oltre sessant’anni, celebrando l’eterogeneità che caratterizza la sua ricerca. La tensione che emerge tra immagine in movimento e immagine statica rivela una costante riflessione sulla possibilità di catturare il tempo, confondendo i confini tra rappresentazione astratta e figurata, movimento e staticità, oggetto e soggetto, nell’intento di mettere alla prova i limiti della nostra percezione.
La mostra virtuale permette di vedere l'intero corpus di opere in mostra a Bolzano, ma anche di approfondirne i contenuti con le audioguide in triplice lingua - italiano, inglese e tedesco -, realizzate dal personale di mediazione che opera all'interno del museo. Per l'occasione, inoltre, è stata pubblicata un'intervista video tra Vincenzo de Bellis, direttore artistico e curatore della fondazione, e Nathalie Boutin, della galleria gb agency, con base a Parigi, che svela interessanti retroscena sulla vita e sull'opera dell'artista sperimentale. Nella mostra virtuale è presente anche un estratto di un minuto del film «Form Phases IV» (1954), considerato uno dei più importanti dell'artista, e un contributo audio della co-curatrice Micola Brambilla.
Figlio di un ingegnere della Chrysler Corporation, Breer inizialmente studia ingegneria per passare poco dopo alla facoltà di arte della Stanford University (California), di cui è uno dei primi studenti. Trascorre gli anni Cinquanta a Parigi, dove sviluppa una geometria visiva ispirata al neo-plasticismo di Piet Mondrian (1872-1944), ma allo stesso tempo profondamente innovativa e orientata all’idea di uno «spazio elastico».
I dipinti esposti, tra cui «Time Out» (1953) – da cui è tratto il titolo della mostra – «Three Stage Elevator» (1955) e «Composition aux trois lignes» (1950), rivelano un’interpretazione dell’astrazione che si distanzia dalla purezza formale di Mondrian, a favore di elementi irregolari e linee fluttuanti che alludono al movimento.
Poco dopo l’esordio come pittore Breer elabora – a partire dal suo primo film «From Phases I» (1952) – l'idea di un cinema che consista in una sequenza di molteplici immagini, estranee l'una dall'altra, che sia diretta conseguenza dell’idea di movimento presente nei suoi dipinti. Attraverso la sperimentazione con varie tecniche di animazione tra cui i flipbook (di cui cinque esemplari sono esposti in mostra), Breer realizza il desiderio di dare fisicità al movimento in modo che questo sia vissuto in tempo reale dallo spettatore.
In film come «Recreation» (1956), «A Man and His Dog Out for Air» (1957), «69» (1968), «Fuji» (1974) e «Swiss Army Knife With Rats and Pigeons» (1980), lo spettatore è bombardato da oscillazioni di linee, colori, lettere, forme astratte e immagini che saltano e lampeggiano, appaiono e scompaiono, creando quella che Breer definiva «un’aggressione della retina».
Con l’iniziale aiuto di Jean Tinguely (1925 - 1991), Breer comincia a realizzare negli anni Cinquanta una serie di «pre-cinematic objects». Espone prima a Parigi, poi a New York negli anni Sessanta, i «Mutoscopes». Questi dispositivi cinematografici rudimentali presentano una sequenza di singole immagini disposte su un rullo e – fatti scorrere alla velocità desiderata – mostrano allo spettatore la fenomenologia del movimento che si rivela nella sua origine e nel suo sviluppo.
A partire dagli anni Sessanta Breer inizia la produzione di un altro importante corpus di opere, i «Floats», sculture di diverse dimensioni, materiali e forme, che come descritto nel titolo della serie, fluttuano nello spazio. Esse sono la rappresentazione tridimensionale delle forme astratte e anti-narrative che caratterizzano la sua precedente ricerca pittorica e soprattutto cinematografica. Queste forme semplici – che sembrano alludere con ironia al Minimalismo – si muovono liberamente nello spazio, a una velocità quasi impercettibile e cambiano traiettoria in caso di collisione.
L’ambiente circostante si aggiorna e si modifica continuamente, mentre le forme si scontrano e cambiano direzione. Opere come «Switz» (1965), «Borne» (1967), «Porcupine» (1967), «Float» (1970) e «Tambour» (1972) circondano lo spettatore, come fossero presenze animate e, rivelando gradualmente il proprio movimento, agiscono sulla percezione dell’istante e della presenza dei nostri corpi nello spazio fisico che ci circonda.
Una selezione di numerosi disegni racconta lo studio attento e meticoloso che l’artista dedica alla composizione e alla creazione di un sistema di associazioni nella fase che precede la realizzazione di film e sculture. I disegni offrono così allo spettatore la possibilità di esplorare ogni possibile interazione tra forme e colori e di soffermarsi a osservare quei dettagli che nei film scorrono troppo veloci per essere colti.
Le diverse anime che compongono l’opera di Robert Breer sono raccolte in mostra con l’intento di celebrare la profondità e la complessità di una ricerca visionaria e di raccontare un’indagine costante sul concetto di tempo, che – come suggerisce il titolo della mostra – vive sospeso, al limite tra il reale e l’astratto, tra la fissità e il movimento, tra la magia del fenomeno e l’assoluto.

Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] Robert Breer, Three Stage Elevator, 1955. Huile sur toile, encadrée / Oil on canvas, framed / Olio su tela, incorniciato. 153 x 116 x 3,5 cm.
Signé et daté au dos / Signed and dated at the back / Firmato e datato sul retro. Courtesy Kate Flax, gb agency, Paris; [fig.2] Robert Breer, Float, 1970, Sculpture motorisée / Motorized sculpture / Scultura motorizzata. Coque en résine, moteur, roues et batterie / Resin coating, motor, wheels and battery / Rivestimento in resina, motore, ruote e batteria. 183 (h) x 180 cm (diam). Courtesy Kate Flax, gb agency, Paris; [fig. 3] Robert Breer, Borne, 1966-67. Sculpture motorisée / Motorized sculpture / Scultura motorizzata. Polystyrène peint, roues, moteur / Painted styrofoam, wheels, motor / Polistirolo verniciato, ruote, motore. 142 x 18 x 18 cm. Pièce unique / Unique piece / Pezzo unico. Courtesy Kate Flax, gb agency, Paris; [fig. 4] Robert Breer, Tucson #1, 2009. Sculpture motorisée / Motorized sculpture / Scultura motorizzata. 45 x 27,5 x 33,5 cm. Pièce unique / Unique piece / Pezzo unico. Courtesy Kate Flax, gb agency, Paris; [fig. 5] Robert Breer, Float, 1972. Sculpture motorisée / Motorized sculpture / Scultura motorizzata. Résine, peinture, bois, moteur, roues et batteries / Resin, paint, wood, motor, wheels and battery / Resina, vernice, legno, motore, ruote e batteria. 50 (h) x 100 (diam) cm. Pièce unique / Unique piece / Pezzo unico. Courtesy Kate Flax, gb agency, Paris

Informazioni utili 
«Time Out». Mostra persona di Robert Breer.Fondazione Antonio Dalle Nogare, Rafensteiner Weg, 19 – Bolzano. Informazioni: tel. 0471.971626. Sito internet: fondazioneantoniodallenogare.com. Orari d'apertura: da martedì a giovedì su prenotazione, venerdì, ore 17.00 - 19.00 con visita guidata gratuita alle ore 18.00, sabato 10.00 - 18.00 con visita guidata gratuita alle ore 11.00. Per accedere al museo è necessario essere in posso del coronapass. Tutte le info in merito al coronapass sono reperibili al link https://www.provincia.bz.it/sicurezza-protezione-civile/protezione-civile/corona-pass.aspLa mostra sarà visibile anche in presenza fino al 17 luglio 2021