ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

giovedì 27 maggio 2021

Tirolo, l’«Organo degli eroi» è lo «Strumento dell’anno 2021». I suoi concerti sono Covid-free

Ogni giorno, alle 12 in punto, a Kufstein, una splendida cittadina del Tirolo, si può ascoltare un concerto, anche se ci trova nel verde della natura, tra boschi e pascoli erbosi. Il merito è dell’organo più grande del mondo, che quest’anno, in occasione del suo novantesimo compleanno, è stato designato «Strumento dell’anno 2021» dal Consiglio musicale dei Paesi di lingua tedesca.
Già patrimonio culturale immateriale dell’Unesco dal 2017, l’organo fu realizzato nel 1931 in memoria dei caduti nella Prima guerra mondiale dal mastro organaro Oscar Walcker e da allora ha sempre suonato ininterrottamente, offrendo in estate anche il bis, verso sera, alla luce del tramonto.
In questi mesi caratterizzati dal distanziamento sociale per la pandemia, a Kufstein, ma non solo, si sono resi conto che l’«Organo degli eroi», questo il suo nome, rispetta da sempre le norme anti-Covid e che le sue note percepite in lontananza, anche a dieci chilometri di distanza, hanno qualcosa di contemporaneo; sembrano parte integrante delle misure per prevenire il contagio.
Il concerto d’organo che ogni giorno riempie la vallata di musica è diventato così un messaggero di speranza a distanza: ognuno può ascoltare le sue melodie mettendosi comodo in un luogo circondato dalla natura o in un angolo della bella cittadina tirolese. Il distanziamento è automatico: c’è (tanto) posto per tutti. Su un sentiero, in mezzo a un prato fiorito, sulla pittoresca Römerhofgasse, sul lungofiume: ogni posto è buono per assistere a un concerto diffuso unico ed esclusivo che, da quasi un secolo, riempie il Kufsteinerland di musica.
L’«Organo degli eroi» si trova nella maestosa torre della fortezza che campeggia su uno sperone di roccia sopra Kufstein. Con i suoi 46 registri e le sue 4.307 canne, è lo strumento all’aperto più grande del mondo. Il suo organista è un giovane musicista, Johannes Berger, che così racconta la particolarità del suo lavoro: «Se gli altri suonatori portano sempre con sé il loro prezioso strumento, nel mio caso sono io che mi reco dall’organo. Non posso esercitarmi a casa, ma devo recarmi alla fortezza per provare. Non posso sbagliare. C’è sempre molta gente in ascolto. Ogni volta che l’organo emette un suono ha sempre un pubblico che lo ascolta, anche passivamente. Non c’è organo al mondo come questo. Va conosciuto perfettamente, in ogni sfaccettatura».
Spesso, il venerdì, alle ore 18:30, Johannes Berger tiene altri concerti, suonando brani tratti dalle colonne sonore di film famosi, opere di Ludwig van Beethoven, musica popolare.
L’acustica migliore si gode sotto la tettoia della piazza antistante la fortezza: da qui si può anche osservare l’organista all’opera e persino chiedergli di suonare il proprio brano musicale preferito.
La straordinaria presentazione musicale dura circa venti minuti e finisce sempre con il pezzo «Der gute Kamerad» («Il buon compagno»). Chi ascolta il concerto a distanza di qualche chilometro, invece, della vista dell’organista, avrà gli occhi puntanti sui bellissimi paesaggi del Kufsteinerland, luoghi dove rigenerarsi e ricaricare le batterie. Si può, per esempio, sostare sotto l'abete secolare dello Steinberg, la riserva naturale del Kaisergebirge, o sulla famosa piattaforma a forma di spirale «Adlerblick», situata a 1.280 metri sul livello del mare e munita di un telescopio speciale che offre una magnifica vista. La musica vi raggiungerà anche lì, perché, come diceva Beethoven, anche «dove le parole non arrivano, la musica parla».

Didascalie delle immagini
[Figg.1] Organo degli eroi, Kufstein, Austria. Crediti fotografie: @kufsteinerland; [fig. 2] Manfred Zott suona l'Organo degli Eroi, Kufstein, Austria. Crediti fotografie: @kufsteinerland; [fig. 3] Johannes Berger suona l'Organo degli Eroi, Kufstein, Austria. Crediti fotografie: @kufsteinerland
 
Informazioni utili 
www.kufstein.com

mercoledì 26 maggio 2021

«Platea dell’umanità», la nuova mostra della Galleria Poggiali di Firenze è virtuale e in presenza

Era il 2001 quando il critico e curatore svizzero Harald Szeemann (Berna, 11 giugno 1933 – Tegna, 18 febbraio 2005) firmava la sua seconda Biennale di Venezia. L’ambizione di quella mostra, che focalizzava l’attenzione su oltre centodieci artisti provenienti da una cinquantina di Paesi, era di mettere in scena se non proprio tutta l'umanità, almeno una fetta rappresentativa di essa, raccontando così le diversità e le contraddizioni del mondo in cui viviamo.
Il pubblico diventava - per stessa ammissione di Harald Szeemann - «spettatore, protagonista e misuratore delle cose»; si confrontava con temi di attualità come l’aborto, l’eutanasia, la clonazione, la violenza, la guerra, l’immigrazione e l’ecologia, ovvero tutto ciò che faceva, e tuttora fa parte, dello spettacolo della vita.
Non a caso il titolo di quella edizione della Biennale strizzava l’occhio al mondo del teatro. Era «Platea dell’umanità».
Con quella mostra, Harald Szeemann consegnava alla storia opere come «L’Ecce Homo» di Mark Wallinger e «La nona ora» di Maurizio Cattelan, riproponendo ai visitatori, in apertura del percorso espositivo, anche un lavoro significativo come «The End of the Twentieth Century» di Joseph Beuys, una distesa di rocce di basalto sparse sul pavimento in modo apparentemente casuale, che davano vita a una grigia foresta di segni fossili che improvvisamente ostruivano la via, costringendo a pensare.
A vent’anni di distanza, la Galleria Poggiali di Firenze guarda a quell’importante evento espositivo, che con «Dappertutto» del 1999 ha cambiato per sempre il volto della Biennale di Venezia, per la sua nuova mostra estiva, che si intitola appunto «Platea dell’umanità».
Punto di partenza della rassegna, in programma fino al 31 luglio e visibile anche tramite virtual tour all’indirizzo www.galleriapoggiali.com/it/virtual-exhibition, è una dichiarazione di Joseph Beuys secondo cui «ogni uomo è artista», frase, questa, con la quale il maestro tedesco intendeva riaffermare il concetto di «arte totale» e riportare l’esperienza creativa alla quotidianità, in una ricerca di valori e di significati universali. L’uomo, con le sue infinite possibilità, diventa così artefice del proprio destino, creatore di un nuovo Rinascimento. Questo è il messaggio che ci lasciano anche le trentacinque opere e i venti artisti selezionati per la mostra fiorentina alla Galleria Poggiali.
Il percorso espositivo si apre con un lavoro di Fabio Viale in marmo bianco e pigmenti, «Door Release» (2021), e con un «Paesaggio artificiale» (2019) di Goldschmied & Chiari, un’opera realizzata fotografando in studio fumogeni colorati e associandoli con vetro e superficie specchiante in un processo poeticamente e tecnicamente alchemico e performativo. Nella stessa sala è esposto anche un lavoro di Claudio Parmiggiani, «Senza titolo» (2021), nel quale fumo e fuliggine su tavola raccontano l’evanescenza delle farfalle, l’attimo, apparentemente etereo e fugace, che si fa eterno grazie alla creatività di un artista.
Tre opere della serie «Snakes and Drumroll» (2021) e il colorato olio su tela «Pietas» (2021) raccontano poi, sempre in apertura del percorso espositivo, la recente ricerca di Francesca Banchelli, giovane artista toscana convinta della necessità dell’opera come epifania ed evento gnoseologico imprescindibile all’evoluzione della specie umana. 
Nella mostra grande spazio ha, inoltre, il medium fotografico con opere come «Awakened» (2007) di David Lachapelle e «I pilastri della terra» (2020) di Virginia Zanetti, esposti nella seconda sala accanto ad «Aereo» (2020) di Fabio Viale, o come i tre scatti di Luigi Ghirri dedicati all’Emilia Romagna, collocati lungo il corridoio accanto ai lavori di Slater Bradley e Grazia Toderi, già protagonisti alla galleria Poggiali della mostra «Making Time» nel 2019.
Nella sala successiva, sono visibili una carta di Eliseo Mattiacci, «Stella Africa» (1983) di Gilberto Zorio, un lavoro in cera su vetroresina di Domenico Bianchi e un’opera in fumo e fuliggine su tavola di Claudio Parmiggiani, una delocazione di tre metri che ha per soggetto la celebre libreria, proposta al Maxxi di Roma in una declinazione avvolgente di ventidue tavole a formare un’intera sala senza soluzione di continuità.
Insieme a queste opere a parete, appartenenti all’Arte povera, trova posto nella stessa stanza un altro lavoro di Claudio Parmiggiani, l’opera «Senza titolo» (2019), consistente in un’arpa di metà Settecento con farfalle, presentata anche nella prima mostra dell’artista in un museo statunitense, tenutasi nel 2019 al Frist Art Museum di Nashville.
L’artista, che ha materializzato poeticamente l’assenza e il passaggio del tempo, facendo depositare la fuliggine su tavola, ma anche confrontandosi con l’opera di Giorgio Morandi, come documentano le sue bottiglie bianche su sfondo grigio del 2020, dialoga nella stanza successiva con Enzo Cucchi, uno dei protagonisti della Transavaguardia, autore di una serie dedicata a Vincent Van Gogh.
La parte finale della galleria fa luce sul ritorno alla pittura del finire degli anni Novanta con opere di Luca Pignatelli, Manfredi Beninati, Giovanni Frangi e Marco Fantini, che rimandano al nostro passato leggendolo con occhi nuovi.

Informazioni utili
Platea dell’umanità. Galleria Poggiali, via della Scala, 35/Ar – Firenze.  Ingresso libero. Orari: dal lunedì al sabato, ore 10-13 e ore 15-19, domenica su appuntamento. Ingresso libero. Tour virtuale all’indirizzo: www.galleriapoggiali.com/it/virtual-exhibition. Informazioni: tel. +39.055.287748 o info@galleriapoggiali.com. Sito internet: www.galleriapoggiali.com. Fino al 13 luglio 2021. 

martedì 25 maggio 2021

«Terre»: a Lugano quattordici artisti si confrontano con le qualità espressive della materia

Si intitola «Terre» la nuova mostra della Collezione Giancarlo e Danna Olgiati di Lugano, spazio ticinese appartenente al circuito del Masi - Museo d'arte della Svizzera italiana, che rivolge la propria attenzione alle principali avanguardie del XX secolo, dal futurismo allo spazialismo, dall'arte povera al nouveau réalisme,senza dimenticare le tendenze neo-astrattiste e il neo-pop.
L’esposizione, in agenda fino al prossimo 6 giugno, propone una selezione di ventidue opere di pittura e scultura che spaziano dagli anni Venti al presente, accomunate da una dimensione materica, molte delle quali mai esposte in precedenza. I quattordici artisti presenti in mostra – di epoche diverse e di varia origine geografica – indagano con straordinaria varietà di esiti le qualità espressive della materia: da una pittura dominata dai colori della terra, come quella di Zoran Mušič, alle ricerche informali di ambito italiano ed europeo, fino ai materiali cosmici di Enrico Prampolini, Eliseo Mattiacci e Anselm Kiefer.
Il progetto espositivo prende le mosse proprio da un significativo gruppo di cinque dipinti del pittore e artista grafico di origini slovene Zoran Mušič (Gorizia, 1909 – Venezia, 2005): «Paesaggio senese» (1953), «Enclos primitif» (E3) (1960), «Motif végétal» (1972), «Terre d’istria» (1957) e «Terre dalmate» (1959). Queste opere testimoniano la stagione creativa che segue il trasferimento dell’artista a Parigi nel 1953, quando la sua produzione pittorica si avvicina al linguaggio dell’informale francese. Attraverso una pittura di motivi organici dalle tonalità aride che spesso sconfina oltre il figurativo, il pittore goriziano racconta un universo intimo e personale, in cui riaffiora il ricordo delle terre dell’infanzia e del vissuto dell’artista.
Nella stessa sala dialogano alcune importanti opere di tre maestri del Novecento italiano, protagonisti della stagione informale: Alberto Burri (Città di Castello, 1915 – Nizza, 1995), Leoncillo (Leoncillo Leonardi, Spoleto, 1915 – Roma, 1968) ed Emilio Vedova (Venezia, 1919 – 2006). Interrogandosi sulla possibilità di rappresentare un mondo devastato a seguito della distruzione operata dai conflitti mondiali, questi autori danno vita a una ricerca che si libera dal controllo ideale e razionale dell’immagine in favore dell’espressività di elementi come sacchi di juta, ferro, legno o plastica. Di Burri è esposto un «Bianco Nero Cretto» del 1972, la cui superficie frammentata che richiama le fessurazioni delle terre argillose restituisce la sofferenza della materia esposta al processo di essiccamento; l'opera prefigura tutta la drammaticità del «Grande Cretto» (1984-89) realizzato dall’artista a Gibellina, sulle macerie della città rasa al suolo dal terremoto che, nel 1968, colpì la Valle del Belice, in Sicilia. La scultura «Senza titolo» (1960) rivela, invece, l’originale processo creativo con cui Leoncillo utilizza il gres (materiale ceramico a pasta dura), lasciando trasparire la profonda identificazione dell’autore con la materia stessa, mentre nella scultura «Per uno spazio - 29» (1987-88) di Emilio Vedova è la carica gestuale della pittura ad imporsi, andando ad inglobare a sé un altro materiale (il legno), fino a connotarlo di una qualità plastico-spaziale.
L’incontro con l’arte informale prosegue nella sezione successiva con le opere pittoriche di due dei suoi maggiori interpreti in ambito europeo: «Marrò» (1958) di Antoni Tàpies (Barcellona 1923 – 2012) e «Masque de terre» (1960) di Jean Dubuffet (Le Havre, 1901 – Parigi, 1985). Entrambi esplorano l’uso di materie povere, come i detriti o la terra, mescolati alla pittura a olio, nella completa assenza di figurazione che non lascia spazio ad altro che al potere suggestivo della materia grezza. Se Dubuffet pone l'accento sull'aspetto primordiale e istintivo dell’interazione con la materia, Tàpies realizza un’opera che appare come un vero e proprio muro di terra solcato da segni e incisioni, solida presenza che ci invita ad andare oltre la materia stessa.
La mostra prosegue, al di là di ogni distinzione cronologica, con un omaggio allo scultore italiano Arturo Martini (Treviso, 1889 – Milano, 1947). La scultura di piccolo formato in terra refrattaria «Violoncellista» (1931 ca.) si colloca nella fase più alta della sua creazione, che egli stesso ha definito il «periodo del canto», quando riceve il primo premio per la scultura alla Prima Quadriennale di Roma (1931) ed è invitato con una sala personale alla Biennale di Venezia (1932).
In dialogo con questa scultura è messa l’opera in gesso dipinto «Deux oiseaux» (1926) di Max Ernst (Brühl, Germania, 1891 – Parigi, 1976), eseguita a due anni di distanza dalla fondazione del movimento surrealista a Parigi. Con singolare inventività tecnica, Ernst elabora una raffinata composizione dove si possono distinguere vaghe forme di uccello emergenti da tessiture materiche e cromatiche eterogenee. Pur realizzata a quasi un secolo di distanza, la scultura «Belle du vent» (2003) di Rebecca Horn (Michelstadt, 1944), costituita da una coppia di elementi in pietra vulcanica azionati da un motore, suggerisce un’atmosfera altrettanto onirica e surreale. Attraverso un linguaggio simbolico, l’artista tedesca combina dispositivi meccanici e materiali organici per indagare temi quali la natura nel suo andamento ciclico, lo scorrere del tempo, l’esistenza umana. Tra gli artisti della contemporaneità, inoltre, il tedesco Markus Lüpertz (Reichenberg, 1941) e il colombiano Gabriel Sierra (San Juan Nepomuceno, 1975) – presenti in mostra rispettivamente con il dipinto «Ulysses II» (2011) e l’opera a parete «Untitled» (2014) – rivelano due distinte modalità di relazionarsi con il concetto di materia: il primo evocandolo all’interno di una dimensione prettamente pittorica, mentre il secondo assemblando oggetti tridimensionali dalla forte connotazione architettonica che vanno a sovvertire le coordinate spazio-temporali contingenti.
Il percorso si chiude con un capitolo dedicato ai materiali «cosmici». Di Enrico Prampolini (Modena, 1894 – Roma, 1956), forse il più eclettico e originale esponente del futurismo italiano, vengono presentate quattro opere: i due celebri polimaterici «Automatismo polimaterico C» (1940) e «Automatismo polimaterico F» (1941) esprimono una visione lirica e spirituale della realtà, definita dall’artista stesso «idealismo cosmico». Attraverso l’elaborazione polimaterica, Prampolini intende proiettarsi «oltre i confini della realtà terrestre», sino ad indagare i misteri del cosmo. Se in queste opere vengono evocati i processi produttivi e i ritmi biologici della natura, nel decennio successivo prevale piuttosto la concezione della materia come inedita realtà extra-pittorica e anti-illusoria, come si può evincere dalle due opere polimateriche «Apparizioni bioplastiche» (1954) e «Composizione S6: zolfo e cobalto» (1955). Il tema del rapporto dell’uomo col cosmo contraddistingue l’intera vicenda creativa dell’artista marchigiano Eliseo Mattiacci (Cagli, 1940 – Fossombrone, 2019). L’autore stesso riferisce come sue fonti d’ispirazione «il cielo, il Cosmo, l’immensità dell’infinito».
Entrambi i lavori qui esposti, «Spazio meteoritico» (1984) ed «Esplorare» (2003), ben rappresentano l’enigmatico rigore con cui Mattiacci formula il suo universo visivo attraverso l’uso originale dei metalli, materiali «vivi» in grado di attivare scambi di energie e nuove relazioni spaziali. Di ispirazione cosmico-astronomica, infine, è anche la grande opera pittorica «Eridanus» (2004) di Anselm Kiefer (Donaueschingen, 1945): qui la sfera celeste solcata dalla geometria della costellazione dalla quale aggetta un sottomarino in piombo, mette in luce la riflessione dell’artista sul rapporto con la storia recente della nazione tedesca.
La collezione Giancarlo e Danna Olgiati di Lugano racconta così, attraverso ventidue tele e quattordici artisti, come l’arte tra il ventesimo e il ventunesimo secolo sia stata capace di evidenziare l’irrinunciabile esigenza dell’uomo di confrontarsi con la terra – nella sua accezione fisica e metafisica – luogo di origine, sviluppo e fine di ogni essere umano.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Alberto Burri, Bianco Nero Cretto, 1972, acrovinilico su cellotex, 76,5 x 101,5 cm; [fig. 2] Enrico Prampolini, Automatismo polimaterico, 1941, collage e olio su carta, 32,4 x 40,6 cm; [fig. 3] Eliseo Mattiacci, Spazio meteoritico, 1984, trucioli di bronzi diversi con meteoriti in fusione di alluminio, 157 x 237 cm; [fig. 4]  Anselm Kiefer, Eridanus, 2004, olio, emulsione acrilica, carboncino e stucco su tela con sottomarino in piombo, 190 x 280 cm; [fig. 5] Arturo Martini, «Violoncellista», 1931 circa; [fig. 6] Antoni Tàpies, Marrò, 1958 © Fundació Antoni Tàpies / 2021, ProLitteris, Zurich

Informazioni utili
Terre. Collezione Giancarlo e Danna Olgiati, Lungolago Riva Caccia - Lugano. Orari: venerdì - domenica, ore 11.00 – 18.00. Ingresso libero. Informazioni: +41.(0)91.8157973, info@collezioneolgiati.ch. Sito internet: www.collezioneolgiati.ch | www.masilugano.ch. Fino al 6 giugno 2021