ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

lunedì 14 giugno 2021

Dal dengaku al noh, viaggio nel teatro giapponese

La storia del teatro in Giappone ha radici antiche, seppure più recenti di quelle del teatro occidentale, e, rispetto a questo, ha avuto nei secoli uno sviluppo completamente differente, fatto di sovrapposizioni e parallelismi, che hanno permesso la convivenza di diversi teatri tradizionali, sino a oggi, con l’avvento del teatro d’ispirazione occidentale. Nella cosmopolita Tokyo gli abitanti possono così partecipare a spettacoli della tradizione giapponese, ma anche a rappresentazioni di drammaturgia classica e moderna, europea e americana, spesso eseguite dai gruppi internazionali più noti d’avanguardia e non.
Le prime importanti esperienze di spettacolo, musica, danza e canto, che sorgono nel Giappone vengono fatte risalire al dengaku, oggi scomparso e riconoscibile solo attraverso tracce che ne sono rimaste all'interno delle festività popolari in alcune parti del paese. Si trattava di rappresentazioni più che altro musicali (percussioni e flauti) e di danza, che accompagnavano nei villaggi a scopo propiziatorio eventi fondamentali dei riti stagionali legati all’agricoltura.
Altre forme molto antiche sono il sarugaku, rappresentazioni con elementi di giocoleria, acrobatica e mimica, il gigaku, teatro con maschere, il gagaku, genere più musicale, tutte forme oggi non più praticate ma che sono per alcuni versi, confluiti in quello che oggi conosciamo del teatro tradizionale giapponese: per esempio al sarugaku, molto devono il teatro noh, il kabuki e il bunraku.
Il bunraku è il tradizionale teatro dei burattini giapponese, con marionette grandi quanto i due terzi di una persona, manovrati da burattinai completamente vestiti di nero, in silenzio. La storia è raccontata da un narratore seduto, che dà la voce ai personaggi attraverso un canto narrativo accompagnato dallo shamisen. La sincronizzazione dei movimenti, della voce narrante e dell’accompagnamento musicale è incredibile, frutto della rara maestria e dell’altissima specializzazione che caratterizza tutte le forme teatrali giapponesi. Per assistere a uno spettacolo di bunraku l’Ente nazionale del turismo giapponese consiglia Osaka, dove il Teatro Nazionale del Bunraku rimane uno dei migliori per fare questa esperienza (per maggiori informazioni è possibile consultare la pagina www.ntj.jac.go.jp/english.html).
Gli amanti del monologo possono, invece, scegliere di assistere alla rappresentazione di un rakugo negli yose, teatri di varietà, come ad esempio l’Asakusa Engei Hall di Tokyo (www.gotokyo.org/it/spot/156/index.html). Kimono, ventaglio e fazzoletto sono gli unici ‘strumenti’ utilizzati dall’attore per fare divertire il suo pubblico.
Una forma di teatro più giovane, risalente al 1600, è il kabuki, letteralmente «essere fuori dall’ordinario». Secondo la leggenda questo tipo di spettacolo deriva dalle danze eseguite sulle rive del fiume Kamo a Kyoto.
Inizialmente le attrici erano solo donne, successivamente, come per tutte le forme teatrali tradizionali giapponesi, gli attori dovettero essere esclusivamente uomini, anche per le parti femminili, gli onnagata. Si può parlare di kabuki come una sorta di teatro globale, dove a trame più o meno stereotipate si accompagnano danze, canti ed esecuzioni musicali dei tipici strumenti giapponesi. Dai secoli XVIII e XIX le trame iniziano a ispirarsi a eventi storici e fatti di cronaca più eclatanti.
Il dramma kabuki, spesso dotato di una prosa divertente, si avvale, già dal XVII secolo, così, sempre più di effetti speciali, come il palcoscenico rotante, botole e montacarichi; oltre a saltimbanchi ed acrobati per evocare le scene di battaglia o le più epocali, tutti escamotage che rendono la narrazione più divertente.
Tokyo, Osaka e Kyoto hanno tutte teatri importanti con fitti cartelloni di spettacoli di kabuki.
Il noh è, invece, un genere teatrale sviluppatosi intorno alla fine del XIV secolo. Elemento fondamentale di questo spettacolo sono le maschere, che coprono interamente il volto degli attori e hanno il compito di veicolare un’ampia gamma di emozioni. Per questo, la loro realizzazione - che può richiedere fino a un anno - è affidata ad abilissimi artigiani che, con l’uso di strumenti tradizionali, pigmenti minerali e polvere di guscio d’ostrica lavorano e dipingono il legno per conferirgli l’espressività che le contraddistingue. Unisce musica, danza, rappresentazione teatrale: un’arte complessa e perfetta nel suo accordo di parti, tanto da valerle la nomina da parte dell’Unesco di Patrimonio immateriale dell’umanità.
È possibile assistere a rappresentazioni di noh in molti luoghi del Giappone, ma per regalare una cornice sofisticata all’altezza di questa esperienza, l’Ente nazionale del turismo giapponese consiglia i cartelloni dei teatri di Kanazawa.
Oltre i luoghi tradizionali del teatro giapponese, appena sarà possibile riprendere a viaggiare ci sono altri luoghi che vale la pena visitare. Al Suigian di Tokyo (https://suigian.jp/en/) è possibile, per esempio, assistere a rappresentazioni teatrali tra cui noh, bunraku e gagaku mentre si degustano deliziosi piatti di cucina giapponese a base di ingredienti freschi e ricercati.
A Kanazawa esiste un museo interamente dedicato al noh presso il quale è possibile indossare il kimono da attore e la relativa maschera (https://www.kanazawa-noh-museum.gr.jp/english/).

Passando al kabuki, il Kabuki-za di Tokyo è l’antico teatro sito nel quartiere di Ginza, dove è possibile assistere a spettacoli di questa arte teatrale, al quale è annesso anche un museo che racconta la storia di questo teatro nello specifico (https://www.kabuki-za.co.jp/). Sempre a Tokyo ma nel quartiere di Ueno, il Tokyo National Museum (https://www.tnm.jp) ospita una rara e preziosa collezione di maschere e vesti da scena del teatro noh appartenenti alla scuola Konparu del XV – XVI secolo.
Per chi ama davvero il teatro il Giappone è, dunque, una delle mete imprescindibili. Il panorama teatrale del Giappone oggi è, infatti, vastissimo, frutto di una tradizione che ha saputo mantenere le sue radici e i propri stilemi pur assorbendo codici giunti dall’esterno.

Informazioni utili 
www.japan.travel.it

sabato 12 giugno 2021

#notizieinpillole: cronache d'arte dal 1° al 13 giugno 2021

Dal virtual tour del Museo della musica di Bologna alle fotografie inedite di Luigi Ghirri per le ceramiche Marazzi, di seguito una selezione delle notizie di cui vi abbia parlato questa settimana sulla pagina Facebook di Fogli d'arte (@foglidarte). Buona lettura! 

SPAZI NUOVI AL CENTRO «LUIGI PECCI» DI PRATO PER L’ARCHIVIO DI LARA-VINCA MASINI
Nel 2010 con un atto di donazione, Lara-Vinca Masini, nota storica d'arte e critica militante fiorentina scomparsa il 9 gennaio scorso, lasciava al Centro Luigi Pecci di Prato, sede del Cid - Centro di informazione e documentazione arti visive, il suo archivio-biblioteca.
L’atto prevedeva che la donazione rimanesse in possesso della studiosa «vita natural durante» e che venisse da lei inventariata e ordinata, anche grazie al vitalizio concessole, negli ultimi dieci anni, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze.
L’archivio-biblioteca è ora nel nuovo piano seminterrato del museo pratese, diretto da Cristiana Perrella, dove ottocento metri quadrati, sono riservati proprio ai depositi e agli archivi, e verrà collocato definitivamente negli spazi rinnovati del Cid/Arti visive, sotto la supervisione di Stefano Pezzato.
L’arrivo dell’archivio Masini sarà, infatti, occasione per una ristrutturazione delle sale del centro pratese, con settecento metri quadrati di sale di lettura e consultazione che verranno riaperti al pubblico nel prossimo anno, con la finalità di rendere sempre più accessibili i materiali raccolti e conservati, facendone materia viva, origine di nuove idee e nuovo pensiero sull’arte.
Il Cid/Arti visive incrementa così notevolmente il proprio patrimonio documentale e amplia la sua vocazione scientifica e la sua natura d’istituzione per lo studio, la ricerca e la produzione culturale. Il centro è, infatti, una risorsa unica e preziosa in Toscana, con i suoi circa 66.000 volumi e un'emeroteca con oltre 300 riviste, frutto di una serie di acquisizioni (dal fondo dell’editore Ferruccio Marchi a quello di Francesco Vincitorio, direttore della rivista Nac, dall'archivio dell'artista Mario Mariotti a quello dell'architetto Leonardo Savioli e di sua moglie Flora Wiechmann, per citarne solo alcuni).
«I materiali del lascito Masini – si legge nella nota stampa - seguono l'ordine concepito dalla studiosa fiorentina e sono articolati in sezioni tematiche: movimenti artistici, critica e pubblicistica d'arte e d'architettura. Sono incluse le mostre d’arte con pubblicazioni e documenti di oltre 8000 artisti e più di 2000 titoli di collettive e le grandi rassegne; architettura e arti applicate, con materiali di oltre 700 architetti, materiali e titoli di design; movimenti artistici con titoli di Art Nouveau, Futurismo, Arte Programmata, Poesia Visiva e Concreta; centinaia di pubblicazioni di storia e critica dell’arte, arte e politica; riviste d’arte con circa 1200 numeri periodici; volumi, manifesti e documenti a corredo di mostre e pubblicazioni della stessa Masini; un migliaio di grafiche, 300 manifesti, 180 piccole opere e oggetti d’autore».

KUNST.STÜCK: CINQUE ETICHETTE D’AUTORE PER UN PINOT. IL PUBBLICO SCEGLIE L’OPERA VINCITRICE
Si può votare on-line la propria etichetta preferita per il Pinot Grigio 2019 della Cantina Kaltern, una delle aziende vitivinicole più importanti dell'Alto Adige con i suoi 450 ettari e circa 1.200 vigneti. Terminata la prima fase del corso «kunst.stück» (in italiano: «opera d'arte»), che ha visto arrivare centinaia di proposte da tutto il mondo, ora la passa palla al pubblico.
Fino al 15 giugno, al link https://www.kellereikaltern.com/it/frontend/LabelVoting si può scegliere una tra le cinque etichette d’artista arrivate in finale. I lavori selezionati, incentrati sul tema «Il grande momento di Cenerentola», portano la firma di Alessandra De Laurentis, Carlo Gentile, Clara Imperiale, Federico Petrolito e Maria Sannicola.
Tra abiti fatti di foglie e chicchi d’uva, orologi pronti a scoccare la mezzanotte e scarpette, i cinque finalisti hanno dato voce a tutti gli elementi che hanno reso celebre nel mondo la favola di Cenerentola.
Il Kunst.stück Pinot Grigio 2019 di Cantina Kaltern sarà presentato sul mercato, nella consueta tiratura limitata e con l’etichetta vincitrice, il prossimo anno.
Mentre si vota la propria opera preferita, si può anche dare un’occhiata alle altre etichette d’arte della collezione Kunst.stück (Pinot Bianco 2014, Cabernet Sauvignon 2015, Kalterersee 2016 e Merlot 2018), visibili nella sezione apposita del sito aziendale: https://www.kellereikaltern.com/it/vini/kunst.stueck/.  

VN 360°: IL MUSEO DELLA MUSICA DI BOLOGNA SI VISITA ON-LINE
Le sale del Museo internazionale e biblioteca della musica di Bologna si aprono agli utenti del Web. Lo studio di comunicazione italo-giapponese Veronesi Namioka ha ideato e realizzato un percorso virtuale immersivo VN 360°, che permette di scoprire l'intero percorso espositivo dello spazio felsineo, al cui interno sono conservati un centinaio di ritratti di personaggi illustri, più di ottanta strumenti musicali antichi e un’ampia selezione di documenti storici di enorme valore come trattati, volumi, libretti d’opera, lettere, manoscritti, partiture autografe.
Con questa nuova esperienza virtuale immersiva, una novità per i musei civici bolognesi, gli utenti possono compiere una vera e propria visita all'interno del primo piano di Palazzo Sanguinetti, splendido edificio di origine cinquecentesca situato in Strada Maggiore 34.
Il percorso, per il quale sono state realizzate foto panoramiche interattive da esplorare a 360 gradi, parte dallo spazio di accoglienza, adibito a biglietteria e bookshop, per terminare con uno sguardo sul secondo cortile interno, celebre per il paesaggio ad affresco realizzato da Luigi Busatti nell’Ottocento e per l'aiuola quadrata con piante di banano.
Se fino a ieri si visitava il Museo della musica per pezzi come il manoscritto «Quaerite primum regnum dei» che un Wolfgang Amadeus Mozart quattordicenne presentò per l'esame di ammissione all'Accademia Filarmonica nel 1770 o la vestaglia da camera appartenuta a Gioachino Rossini, oggi, grazie al percorso VN 360°, si possono scoprire tante altre curiosità. Cliccando su uno strumento storico, si potrà, per esempio, ascoltarne la sua musica. Il percorso virtuale permette, inoltre, di entrare in spazi normalmente inaccessibili durante la visita fisica, come la lanterna che illumina le arcate illusive dello scenografico scalone o i dettagli architettonici delle sale e dei soffitti affrescati tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo per mano di Vincenzo Martinelli, Pelagio Pelagi, Serafino Barozzi e Antonio Basoli, tra degli esempi più alti del periodo napoleonico e neoclassico a Bologna.
«Ogni aspetto – spiegano gli ideatori - è stato progettato con l’obiettivo di creare sinergia tra il museo fisico e il museo virtuale, fruibile da ogni angolo del mondo con un comune browser e accessibile da ogni tipo di dispositivo collegato a Internet». Il pubblico potrà così pianificare da remoto una visita al museo o ritornare virtualmente tra le sale bolognesi comodamente seduto sul divino di casa. Ovunque, in qualsiasi momento.
Per accedere al Museo internazionale e biblioteca della musica di Bologna basta cliccare sul sito www.museibologna.it/musica

PARMA, RIAPRE LA CAMERA DELLA BADESSA 
Tra gli eventi che hanno segnato la ripresa delle attività per Parma Capitale italiana della cultura 2020 + 2021 c’è la riapertura della splendida Camera della Badessa, affrescata dal Correggio.
La stanza, la cui gestione è stata affidata al Comune di Parma, è uno degli ambienti del monastero benedettino di San Paolo, fondato verso l'anno 1000 dal vescovo Sigefredo II e giunto al suo massimo splendore negli anni in cui fu badessa Giovanna da Piacenza, dal 1507 al 1524.
Donna di vasta cultura, la religiosa emiliana resse per diciassette anni il convento come una grande corte rinascimentale, aprendo il suo appartamento ad artisti e letterati. Costruì spazi nuovi, come i chiostri, l’«horto» claustrale, l’oratorio di Santa Caterina e un grande appartamento per se stessa, con un ampio salone e cinque stanze per gli ospiti, al cui progetto lavorò l’architetto Giorgio Erba.
Una delle stanze fu decorata nel 1514 da Alessandro Araldi, pittore tra i più attivi e noti a Parma negli anni che precedettero l'arrivo in città del Correggio. La sua decorazione è ricca di citazioni bibliche e leggende pagane: una sorta di percorso iniziatico, con un complesso programma iconografico che vuole rendere omaggio alle virtù e alla dignità della committente.
Nel 1519, per affrescare un’altra delle sue camere «alla maniera moderna», la badessa chiamò Antonio Allegri, in arte Correggio, che introdusse a Parma un linguaggio pittorico compiutamente umanistico. Per l’originalità dell’invenzione artistica e la raffinatezza dei motivi decorativi, questo ambiente è riconosciuto oggi come un capolavoro assoluto del Rinascimento italiano.
La Camera, di forma quasi cubica, è decorata con affreschi solo sulla cupola: una decorazione illusionistica con un pergolato di fronde e vimini intrecciati, con gruppi di putti che si affacciano all’interno della stanza, ritratti in atteggiamenti giocosi, alcuni dei quali allusivi al tema della caccia. La Camera è anche un inno al potere femminile: sul camino è raffigurata Diana, dea della castità, evidente riferimento alla badessa, la cui insegna araldica si trova al centro del soffitto.
Questo capolavoro del giovane Correggio venne completamente dimenticato dopo il 1524, quando il monastero di San Paolo fu trasformato in un convento di clausura: fu riscoperto, dopo due secoli di oblio, solo nel Settecento, dal pittore tedesco Anton Raphael Mengs.
In tempi recenti la Camera è stata a lungo chiusa, ma ora sarà accessibile con continuità per tutti gli appassionati, segnando una sorta di nuovo Rinascimento per Parma e per l’Italia tutta.
Per informazioni: www.parma2020.it.

[Le foto sono di Edoardo Fornaciari]

DA PHOTOLOGY UNA MOSTRA VIRTUALE SULLA VITA DA SPIAGGIA SECONDO MARTIN PARR
È un ritratto ironico e divertente delle stranezze che accomunano le persone di ogni latitudine in spiaggia la nuova mostra virtuale di Photology On-line Gallery: «Back to the Beach». Protagonista del progetto espositivo, per la curatela di Davide Faccioli, è Martin Parr, straordinario cronista per immagini della nostra epoca, con i suoi numerosi progetti di critica alla società moderna, al consumismo, al cibo e al turismo.
Fino al 31 luglio, sul sito https://www.photology.com/martinparr/, è possibile vedere una trentina di sue opere fotografiche, realizzate dagli anni ’90 in avanti, sulle spiagge di tutto il mondo, in un viaggio che spazia dalla Gran Bretagna, patria dell’artista, a luoghi di villeggiatura come Sorrento e Rio De Janiero.
Da diversi decenni, quasi quattro, le fotografie di Martin Parr documentano il turismo balneare, con primi piani di bagnanti intenti a prendere il sole, ma anche immagini che raccontano i tuffi in mare o l’immancabile pic-nic.
La Photology On-line Gallery ci regala così un amarcord della spiaggia come l’abbiamo vissuta fino a oggi, nell’era pre–Covid. Scorrono, infatti, sotto i nostri occhi le immagini di bagnanti, tutti appiccicati, incuranti della confusione che li circonda e della privacy sfacciatamente violata («Beach Therapy», Sorrento, Italy, 2014), ma anche fotografie di donne intente ad abbronzarsi come fossero sculture di Duane Hanson («Life’s a Beach», Knokke, Belgium 2001) e di uomini in costumi attillati («Life’s a Beach», Miami, Usa 1998).
La spiaggia si configura così come un vero e proprio «laboratorio umano», dove – secondo il racconto di Martin Parr - dimentichiamo i nostri rituali pubblici e privati e ci abbandoniamo senza paura di essere giudicati, liberi tra conchiglie, castelli di sabbia, materassini gonfiabili, sdraie e ombrelloni. 

[Nella foto: Martin Parr, Life's a Beach, Rio de Janeiro, Brazil, 2007. Pigment Print, printed 2016, 50x75cm. Edition 4-10. © Martin Parr  Magnum. Courtesy Rocket Gallery, London & Photo]

AD ORTIGIA NASCE UNA NUOVA GALLERIA: «MATERIARTE»
È dall’Ottocento un punto di riferimento per Ortigia, suggestiva e piccola isola di Siracusa. Ha ospitato personaggi di spicco come il celebre archeologo Paolo Orsi e lo scrittore Elio Vittorini. Conserva al suo interno un importante ritrovamento archeologico: il basamento d’ingresso del tempio di Athena, oggi inglobato nel Duomo di Siracusa, e un sito archeologico risalente al paleolitico. Stiamo parlando dell’hotel Roma, che ha da poco inaugurato, nei circa cinquecento metri quadrati della sua sala Athena, una galleria d’arte: «Materiarte» (tutti i giorni, dalle ore 10.00 alle ore 24:00; ingresso libero).
A tenere a battesimo lo spazio, curato da Marcella Damigella, è una mostra con una sessantina di opere tra pittura, scultura e fotografia, oltre a una selezione di bozzetti, disegni e altri oggetti.
Protagonisti del progetto espositivo sono Andrea Chisesi e Stefania Pennacchio. Il primo espone, per la prima volta in Sicilia, una selezione di lavori tratti dalla collezione «Pietre della memoria», che rievocano la figura di Michelangelo attraverso i versi di Gabriele d’Annunzio, oltre ad alcune grandi tele sui «fuochi d’artificio».
Stefania Pennacchio evoca, invece, con le sue sculture scudi, elmi e corazze di guerrieri, che sembrano riemergere all’interno del sito archeologico quasi si trattasse di un ritrovamento autentico.
Alle opere dei due artisti si aggiungono le fotografie dell’esordiente Emma Nica, popolate da figure androgine la cui essenza si libera dagli stereotipi e diventa immaginario puro.
Completa il percorso espositivo una proiezione di video, corti e documentari dei tre artisti.
Per informazioni: www.materiarte.com.


RINASCE LO STORICO MARCHIO LIBRI SCHEIWILLER
Rinasce e torna in libreria da giugno lo storico marchio Libri Scheiwiller, da sempre un’eccellenza nel mondo dell’editoria, che ha pubblicato, tra gli altri, Eugenio Montale, Alda Merini ed Ezra Pound. A raccoglierne e portarne avanti l’eredità è 24 ORE Cultura, con un rinnovato progetto editoriale che riguarda sia i titoli in catalogo sia la veste grafica, realizzata da Mario Piazza.
Per quanto riguarda l’immagine visiva, «mantenendo inalterata la riconoscibilità e iconicità del celebre marchio Scheiwiller, sono stati inseriti - si legge nella nota stampa - alcuni nuovi elementi, in continuità con la precedente versione storica. In particolare, i piccoli riquadri in copertina, che in origine variavano di colore a seconda della serie, diventano oggi tre grandi scacchi posti a delimitare il confine della copertina verso la costa dei libri. Proprio in costa, questi ricompaiono adattandosi ai diversi spessori dei libri, per dare vita a una sorta di «paesaggio - biblioteca architettonica» che si compone e cambia forma a seconda dei volumi che ne fanno parte».
Per l’occasione, verranno ripristinate storiche collane come «Idee» e «L’Arte e le Arti», arricchite con riflessioni dedicate a tematiche attuali, da approfondimenti filosofici, politici ed economici fino a dibattiti e a indagini sulle diverse forme di arti moderne e contemporanee. Alla produzione di queste collane e ad alcune ristampe tratte dal catalogo preesistente, sarà affiancato il lancio della nuova serie «Interviews», ispirata dall’omonimo magazine fondato da Andy Warhol negli anni Settanta. Si inizierà, nella giornata del 10 giugno, con l’uscita di «Sguardi sull’architettura contemporanea», a cura di Fulvio Irace, che vedrà la partecipazione di architetti di fama internazionale come Renzo Piano, Mario Botta, David Chipperfield, Steven Holl, Odile Decq, Tadao Ando. Nella stessa giornata uscirà anche «Sguardi sul design contemporaneo», nel quale Matteo Vercelloni ha interpellato celebri designer quali Philippe Starck, Ron Arad, Patricia Urquiola, Stefano Giovannoni, Michele de Lucchi, Antonio Citterio. Tra i primi titoli in uscita in libreria e on-line dal 10 giugno, disponibili da luglio anche in versione e-book, c’è anche, nella collana «Idee», «Vendere o farsi comprare? Un marketing gentile per la cultura» di Maurizio Luvizone, saggio che riflette sul tema della valorizzazione economica dell’arte e della cultura offrendo inediti punti di vista sul settore attraverso l’analisi di casi italiani in dialogo con modelli e suggestioni internazionali.
Di prossima pubblicazione, nell’autunno 2021, ci sono «La società dei consumi e altri saggi» di Jean Baudrillard, con prefazione di Stefano Giovannoni e Francesca Balena Arista, e «Geografie dell’arte. Mobilitas. Rinascimenti in Europa» di Bernard Aikema, un saggio che si propone di ridefinire la storia dell’arte rinascimentale attraverso gli spostamenti degli artisti, la circolazione delle incisioni e delle opere d’arte. A questo studio seguirà, nel 2022, «Curiositas. I Simboli nell’arte dei Rinascimenti», sempre a cura di Bernard Aikema, che approfondirà la complessità simbolica delle iconografie caratteristiche delle diverse scuole regionali e nazionali del Rinascimento europeo.
Per saperne di più: www.24orecultura.com.

LE FOTOGRAFIE INEDITE DI LUIGI GHIRRI PER MARAZZI SVELATE IN UN LIBRO, UN SITO E UNA MOSTRA

È il 1975 quando Luigi Ghirri (Scandiano – Reggio Emilia, 1943) varca le soglie dell’azienda Marazzi, fondata a Sassuolo nel 1935 e diventata in breve tempo leader nel settore della ceramica grazie al brevetto della monocottura. La ditta, che allora ha filiali in Francia e Spagna, è prossima a inaugurare un laboratorio di ricerca, il Crogiòlo, in cui artisti, designer, fotografi e architetti sono liberi di sperimentare. In questo contesto, la poetica sensibile del fotografo emiliano e l’attitudine sperimentale dell’azienda, che da sempre studia le infinite possibilità della materia, si incontrano e danno vita al Portfolio Marazzi, un progetto di ricerca fotografica in cui Luigi Ghirri coinvolge anche John Batho, Cuchi White e Charles Traub per interpretare i nuovi brevetti e le inedite collezioni della ditta di Sassuolo.
Conservate per anni nell’archivio dell’azienda emiliana, e per lo più mai esposte o pubblicate, fatta eccezione per il nucleo scelto per «Foto/Industria 2019», mostra a cura di Francesco Zanot al Mast di Bologna, le opere che il fotografo emiliano ha scattato in quel periodo sono oggi al centro di un percorso di recupero e valorizzazione.
Primo elemento di questa operazione è «Luigi Ghirri. The Marazzi Years 1975 – 1985», prezioso volume non destinato alla vendita, con testi dello scrittore Cosimo Bizzarri e del critico fotografico Francesco Zanot, all’interno del quale è raccolta una selezione di trenta fotografie realizzate dall’artista nel corso dei suoi dieci anni di sodalizio con l’azienda di Sassuolo. Questa stessa selezione è anche il primo nucleo di opere presentate all’interno del nuovo sito www.ghirri.marazzi.it, che sarà progressivamente arricchito con apparati, testi e informazioni sulle iniziative che verranno organizzate nel tempo. Infine, le immagini sono esposte, fino al prossimo 4 luglio, a Reggio Emilia, nell’ambito del festival «Fotografia europea».
Nelle fotografe realizzate in quegli anni per Marazzi, Luigi Ghirri guarda alla piastrella in modo nuovo. A differenza dei fotografi commerciali, si interessa profondamente al soggetto e lo interpreta liberamente: la piastrella diventa sfondo per una rosa, superficie su cui posare due pastelli, palcoscenico in miniatura per un pianoforte. «La ceramica -raccontava a tal proposito l’artista - è sempre stata un oggetto su cui si vengono a posare altri oggetti. Realizzando queste immagini, ho ripensato a tutto questo e ho cercato di ricostruire, con l’aiuto di superfici di diversi colori, nella sovrapposizione degli oggetti e delle immagini, uno spazio che, invece di essere lo spazio fisico e misurabile di una stanza, fosse l’idea dello spazio mentale di un momento, di una sovrapposizione che può prodursi o si produce, in una delle numerose stanze riscoperte grazie a queste superfici. Questo lavoro, al di là di altri significati, è la ricostruzione di alcune stanze della mia memoria». 

[Crediti delle immagini: Luigi Ghirri. The Marazzi Years 1975 – 1985 ©Eredi Luigi Ghirri Courtesy Marazzi Ceramiche]

venerdì 11 giugno 2021

«Il segno di Ustica», in un libro «l’eccezionale percorso artistico nato dalla battaglia per la verità»

Quella del 27 giugno 1980 era una sera d’estate come tante altre. In molti aeroporti d’Italia c’era chi partiva per le vacanze, chi tornava da un viaggio di lavoro e chi, all’atterraggio, avrebbe festeggiato il matrimonio di un amico o un esame andato bene. Lo stesso accadeva al «Guglielmo Marconi» di Borgo Panigale, nel Bolognese, dove intorno alle 20:00, due ore dopo l’orario previsto, decollava un aereo destinato a restare nella storia con il suo carico di misteri e di verità taciute. Era l’aeromobile Douglas DC-9 IH 870 della compagnia aerea Itavia, con destinazione Palermo, che un’ora dopo la partenza, alle 20:59, spariva dai radar nel tratto di mare compreso tra le isole di Ponza e Ustica, facendo perdere ogni traccia.
Su quell’aereo, i cui detriti furono trovati la mattina dopo, c’erano ottantuno persone, che ancora oggi cercano giustizia per la loro morte senza spiegazione: 64 passeggeri adulti, 11 ragazzi tra i due e i dodici anni, due bambini di età inferiore ai 24 mesi e 4 uomini dell’equipaggio.
Dopo decenni di indagini e di processi, tra reticenze e depistaggi, la tesi più accreditata è che il volo di linea Itavia IH870 si sia inabissato nel mare per errore, durante una battaglia in cielo tra un Mig libico, su cui ci sarebbe stato Gheddafi, e alcuni velivoli delle forze Nato.
Ma cos’è successo realmente quella sera? Perché quell'aereo è caduto? Cosa lo ha distrutto in volo? A quarantuno anni di distanza queste domande rimangono ancora senza risposta. La strage di Ustica è uno dei tanti misteri italiani ed è anche quello che più di tutti ha suggestionato il mondo delle arti, dal teatro alla danza, dalla letteratura al cinema, dalla poesia alla fotografia.
«A nessun evento, dal secondo Dopoguerra a oggi, è stata dedicata una mole altrettanto ampia, per quantità e qualità, di produzione artistica». Questa è la tesi del libro «Il segno di Ustica», a cura di Andrea Mochi Sismondi, autore e direttore del collettivo di produzione artistica e teatrale Ateliersi di Bologna, che con Fiorenza Menni, sua compagna di vita e lavoro, ha debuttato nel 2016 con l'opera poetica elettronica «De Facto», ideata a partire dal testo della sentenza-ordinanza depositata il 31 agosto 1999 dal giudice istruttore Rosario Priore, l’unico documento giudiziario complessivo cui possa fare riferimento chi cerchi di comprendere cosa sia accaduto nei cieli italiani la sera del 27 agosto 1980.
Edito da Cuepress, e in uscita il 22 giugno, il volume verrà presentato in anteprima giovedì 17 a Mantova, al Cinema del Carbone; seguiranno, poi, due incontri di presentazione in altrettanti luoghi simbolici come Bagnacavallo (24 giugno), dove è nata l’iniziativa «Teatri per la Verità», e Bologna (15 luglio), dove sono conservati i relitti dell’aereo.
Il libro è strutturato in una serie di conversazioni tra l’autore e gli artisti che, in questi quarantuno anni, hanno sentito l’urgenza di confrontarsi, attraverso diversi approcci e differenti linguaggi, con la strage di Ustica.
Grazie anche al ricco apparato iconografico e alle conversazioni con studiose e studiosi che hanno approfondito questa vicenda, «emerge con nettezza – si legge nella quarta di copertina - la forza delle opere prodotte, e il segno comune di un contributo originale e incisivo alla riflessione sulla dimensione politica dell’arte e sul suo rapporto con la storia».
Tra i protagonisti delle conversazioni c’è Christian Boltanski, uno tra gli interpreti più sperimentali e innovativi del nostro tempo, quello che più di chiunque altro ha saputo interpretare e raccontare in maniera viva e pulsante il tema della memoria.
Nel 2007 l’artista francese ha realizzato, nell’allora nascente museo bolognese sulla strage di Ustica, un’imponente e drammatica installazione permanente intorno ai resti del DC-9. Oggi come allora dal soffitto dello spazio di via Saliceto, visitabile anche on-line, scendono ottantuno lampadine, una per ogni vittima, che si accendono e si spengono a intermittenza, al ritmo del respiro. Tutt’intorno ci sono ottantuno specchi neri che riflettono l’immagine di chi percorre il ballatoio posto attorno al relitto. Mentre, dietro ognuno di essi, ottantuno altoparlanti emettono parole e frasi sussurrate a sottolineare la casualità e l’ineluttabilità della tragedia. Infine, nove casse, coperte da un drappo nero, contengono, gli oggetti appartenuti alle vittime: scarpe, pinne, boccagli, occhiali e vestiti che documenterebbero la scomparsa di un corpo, rimangono così invisibili agli occhi dei visitatori.
Andrea Mochi Sismondi ha interpellato anche Nino Migliori, che a quella «guerra in tempo di pace» ha dedicato la mostra «Stragedia», allestita lo scorso anno, in occasione del quarantesimo anniversario, negli spazi dell’ex chiesa di San Mattia a Bologna.
L’esposizione nasceva da lontano. Nel 2007, poco tempo dopo che il relitto del velivolo, recuperato al largo dell’isola di Ustica, aveva compiuto lo straziante percorso a ritroso che dall’aeroporto di Pratica di Mare lo aveva riportato a Bologna, il fotografo emiliano aveva ottenuto il permesso per entrare negli ampi spazi dell'ex magazzino dell’azienda di trasporti cittadina Atc., che, da lì a poco, sarebbero diventato un museo. Nino Migliori era rimasto in quel luogo quattro notti e, a lume di candela, aveva fotografato i resti dell’aereo non ancora ricomposto nella sua forma originaria intorno allo scheletro della fusoliera. Il risultato sono ottantuno immagini, una per ogni vittima, che illuminano, con una tremula fiamma che ha il sapore di un cero votivo, i muti testimoni - rottami contorti, piegati, spezzati e rotti - di quella che il fotografo emiliano definisce una «stragedia», neologismo inventato per congiungere l’idea della tragedia a quella di una volontà stragista.
Non poteva, poi, mancare tra gli intervistati Marco Paolini, uno dei principali interpreti del teatro civile italiano, che nel 2000, qualche anno dopo lo spettacolo sul Vajont, ha scritto «I – Tigi. Canto per Ustica», un monologo, presentato in centinaia di repliche in tutta Italia, che parte dalla sentenza istruttoria depositata dal giudice Priore per raccontare una storia che contiene in sé – scrive l’autore - «tutti gli elementi della tragedia classica, come l’insepoltura, la mancanza di giustizia, il confronto impari tra vittime e potere».
Tra gli intervistati ci sono, anche Marco Risi, regista del film «Il muro di gomma» (1991), i giornalisti Michele Serra e Andrea Aloi, autori di un dossier per il settimanale «Cuore» dal titolo «Com'è profondo il mare. La strage di Ustica e la satira» (1994), la cantautrice Giovanna Marini, che ha firmato «Ballata di Ustica» e altri brani sulla tragedia, confluiti nell'opera «Cantata del secolo breve».
Per questo incontro tra cultura e storia, è stata fondamentale l'azione dell’associazione parenti delle vittime, che ha scelto di integrare la sua battaglia decennale per la verità con la sperimentazione artistica, assumendo un ruolo produttivo particolarissimo nel contesto della creatività contemporanea.
«Dalla voce degli artisti emerge la potenza dell'incontro con i parenti delle vittime, in particolare con Daria Bonfietti, con il relitto del DC-9 e con il materiale documentario relativo alla strage - afferma Andrea Mochi Sismondi -. L'incontro con la strage di Ustica solleva negli artisti la necessità di confrontarsi con il proprio sé più profondo, con la propria autenticità, andando oltre il proprio armamentario formale consolidato per ripensare il proprio gesto creativo. Le questioni sollevate dalla vicenda che forse - a causa delle innumerevoli menzogne, dei tanti depistaggi e dei continui insabbiamenti - più di ogni altra ha segnato il trauma collettivo della rottura del patto di fiducia tra Stato e cittadini, fa sì che Ustica porti gli artisti ad allontanarsi dalla retorica del «Mai più!» per concentrarsi invece sui nodi irrisolti, sulle crepe del contemporaneo, sugli aspetti ancora attuali che essa squarcia. Ecco perché il libro parla del passato ma guarda, attraverso l'arte e la sua capacità interpretativa, al presente e al futuro».

Didascalie delle immagini
1. Il segno di Ustica. Copertina del libro; 2. Andrea Mochi Sismondi. Ritratto di Margherita Caprilli; 3. Nino Migliori, Stragedia, 2007-2020. © Fondazione Nino Migliori; 4. Polvere (b) / Fuga. Opera musicale di Franck Krawczyk. Foto di Tomaso Mario Bolis; 5. I-TIGI Racconto per Ustica. Marco Paolini con il fondale creato appositamente per lo spettacolo da Germano Sartelli. Foto di Tomaso Mario Bolis; 6. Di fronte agli occhi degli altri, di Virgilio Sieni. In scena lo stesso Sieni insieme a Daria Bonfietti. Foto di Tomaso Mario Bolis; 7. Lamberto Pignotti,Memorandum I, composit, 50x35 cm, 2018

Informazioni utili
https://www.cuepress.com/catalogo/il-segno-di-ustica