ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

martedì 9 novembre 2021

«La grande arte al cinema», arriva sui grandi schermi «Pompei, eros e mito»

«Quando si parla di Pompei il confine tra verità e leggenda è sfocato. La sua è una storia di sesso, potere, trasgressione e tragedia. La città di Pompei ha dovuto morire per raggiungere l'immortalità». Sono queste parole, recitate da Isabella Rossellini, ad aprire il trailer di presentazione del docu-film «Pompei, eros e mito», in proiezione il 29 e il 30 novembre e il 1° dicembre nelle migliori sale italiane, nell'ambito del progetto «La grande arte al cinema» di NexoDigital.
Il film -diretto dal poliedrico Pappi Corsicato, che di recente ha firmato anche il documentario su Julian Schnabel- porta il pubblico all’interno del sito archeologico più famoso al mondo, visitato ogni anno da oltre quattro milioni di persone provenienti da tutti gli angoli del globo.
Scena dopo scena, lo spettatore viene guidato indietro nel tempo di duemila anni. Viene condotto all’epoca della drammatica eruzione vulcanica del 79 d.C. per scoprire miti e personaggi di una città perduta e ritrovata, animata nel corso dei secoli da passioni violente e dotata di un estro e una vitalità straordinari.
Dalla storia d'amore tra Bacco e Arianna, nella celebre Villa dei misteri, al rapporto ambiguo tra Leda e il cigno, dalle lotte gladiatorie alla disperata ricerca dell'immortalità di Poppea Sabina, la seconda moglie dell'imperatore Nerone, il docu-film porta gli spettatori tra lacerti di affreschi, rovine e reperti della cittadina campana, sopravvissuti alla furia del Vesuvio, facendo scoprire o riscoprire opere che hanno ammaliato e influenzato artisti come Pablo Picasso e Wolfgang Amadeus Mozart.
Questi miti sono rivisitati da Pappi Corsicato in chiave contemporanea; «indossano -si legge nella sinossi- abiti moderni e sono sospesi in un tempo che appartiene sia al passato che al presente, per mostrare quanto l’eredità di Pompei sia ancor oggi una continua fonte di ispirazione artistica».
Guida d’eccezione tra i ciottoli delle strade di Pompei, sito archeologico che oggi è patrimonio mondiale dell’umanità di Unesco, è Isabella Rossellini. 
Il film permette, poi, di ascoltare gli interventi, tra gli altri, di Massimo Osanna (direttore generale del Parco archeologico di Pompei), Andrew Wallace-Hadrill (professore emerito di studi classici all’università di Cambridge), Catharine Edwards, (professore di studi classici e storia antica alla Birkbeck di Londra), Darius Arya (direttore dell'American Institute for Roman Culture) ed Ellen O’Gorman (professore associato di studi classici all’università di Bristol).
La colonna sonora porta, invece, la firma del compositore e pianista Remo Anzovino, che ormai da anni si cimenta raccontando in musica l’arte mondiale, tanto da essere stato premiato ai Nastro d’argento 2019 con una menzione speciale per le colonne sonore originali dei film.
La riscoperta di Pompei porta la data del 1748, quando re Carlo III di Borbone promosse i primi scavi ufficiali a Pompei a seguito dei primi ritrovamenti della vicina Ercolano. Fu da quel momento che cominciarono a riemergere con sempre maggior chiarezza i dettagli della catastrofe del 79 d.C., che seppellì gran parte del territorio intorno al Vesuvio.
Nel corso degli scavi di Pompei sono stati rinvenuti tesori, statue, affreschi, mosaici, reperti di vita quotidiana, ma anche ville e abitazioni private che ancor oggi ci raccontano la vita di una città vivace, con giardini, fontane e imponenti apparati decorativi.
I giochi di potere, i legami amorosi, l’ambizione smodata e il genio creativo, che si percepivano allora per le strade e si respiravano nei templi, tornano così a vivere grazie a questo film, che mette sotto i riflettori -afferma Isabella Rossellini sul finale del trailer- «una civiltà mossa dal genio, avvolta da dissolutezze, trasgressione, erotismo e peccato». Una civiltà che affascinò anche Wolfgang von Goethe, per la sua «pittura eseguita alla perfezione», per i suoi «vivaci colori», per i «lievi e leggiadri arabeschi».

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Marte e Venere © Museo archeologico nazionale di Napoli; [fig. 2] Isabella Rossellini in Pompei Eros e Mito. Foto di Daniele Cruciani; [fig. 2] Il Mito di Arianna, Teseo e Bacco in Pompei Eros e Mito. Foto di Federica Belli; [fig. 4] Leda e Cigno © Museo archeologico nazionale di Napoli

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lunedì 8 novembre 2021

«Forever Green», quattro secoli di pittura all’insegna del verde

È la tinta del mantello di Beatrice nella «Divina Commedia» e quello della speranza sul fondo del vaso di Pandora. È il colore del movimento ambientalista, sinonimo di ciò che non inquina ed è biologico. È la luce rassicurante della batteria carica e il segnale di via libera sulle strade. Per gli occidentali, simboleggia la primavera, la rinascita e la calma. Per l’Islam, vuol dire gioia e leggerezza. Stiamo parlando del verde, il colore secondario creato dalla combinazione tra il giallo primario e il cyano (il blu), che nella storia dell’arte ha conosciuto fortune alterne, venendo addirittura associato, nei secoli bui del Medioevo, alle streghe, al male e al diavolo.
La tossicità dell'arsenico contenuto nel suo pigmento, che lo rendeva un vero e proprio veleno, non ha di certo contribuito alla fama positiva del verde. Solo l’Ottocento, il secolo della pittura di paesaggio, della scuola di Barbizon e degli impressionisti, ha visto l’affermazione di questo colore, al quale Ersel, società di Torino che si occupa di servizi di consulenza sugli investimenti, servizi fiduciari, di asset protection e di corporate advisory, dedica la sua nuova mostra.
Dopo «White Not» e «Red», l’ottocentesco Palazzo Ceriana in piazza Solferino, opera dell’architetto Carlo Ceppi, ospita così, fino al prossimo 26 novembre, «Forever Green», una panoramica sul colore verde, dalla pittura antica all’astrazione, a cura di Chiara Massimello, realizzata in collaborazione con la galleria Robilant+Voena di Torino e con alcuni collezionisti privati.
L’obiettivo dell’esposizione, che propone anche sguardo attento sugli artisti torinesi o su quelli che hanno gravitato nell’ambiente fecondo della città, «è di mostrare – raccontano gli organizzatori - come un quadro seicentesco possa essere felicemente accostato a un’opera di Schifano, oppure come un paesaggio ottocentesco dialoghi perfettamente con un’opera di Lucio Fontana».
Tra i pezzi storici è possibile ammirare un quadro di un’artista poco conosciuta come Giulia Crespi «Cerana», sorella del più noto Giovan Battista Crespi detto il Cerano, documentata a Milano dal 1610 al 1628, della quale viene esposto un ritratto di Sant’Isidoro (olio su tela, cm 87.5 x 66,5), il patrono dei raccolti e dei contadini, molto amato in vita per la sua generosità.
Rimanendo nell’ambito dell’arte più antica, in mostra si trovano anche un «Paesaggio classico» (olio su tela, 80 x 100 cm) del pittore fiammingo Hendrik Frans van Lint (Anversa 1684 – Roma 1763), che si specializzò a Roma nel genere della veduta, e la tela «Viaggio di Rebecca a Canaan» (olio su tela, 34x 59 cm) di Francesco Zuccarelli (Pitignano, 1702 – Firenze, 1788), esponente del rococò italiano. L’Ottocento è, invece, rappresentato da Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868 - Volpedo - 1907), con la tela «Fanciulla in campo» (olio su tela, firmata - 52 x 82 cm) del 1821, e da una serie di quattro «Allegorie» (Olio su tavola - 46 x 33 cm) di Scuola francese.
Grande protagonista dell’esposizione è, poi, il Novecento, che, attraverso autori come Gerardo Dottori, Bertozzi & Casoni, Maurizio Cattelan, Aldo MondinoHsiao Chin, Mario Merz, e Roberto Crippa, solo per fare qualche nome, propone un viaggio pittorico tra generi differenti, dal futurismo all’astrattismo, dall’informale al concettuale, dallo spazialismo alla pop art.
Tra i pezzi più interessanti esposti a Palazzo Ceriana c’è un paesaggio del torinese Giulio Boetto (Torino, 1894 – 1967), «Verso il pascolo» del 1927 (olio su tavola, 93 x 73cm), la cui pittura pastosa riesce a rendere perfettamente l’idea della luce estiva in montagna, l’aria tersa e il tempo lento. Mario Schifano (Homs, 1934 - Roma, 1998) è, invece, presente in mostra con un suo monocromo, «Piazzale solo» del 1970 (smalti su carta intelata, 120 x 120 cm); Lucio Fontana con un suo «Concetto spaziale» del 1966 (81 x 100 cm, pittura ad acqua su tela), una sequenza di buchi su fondo verde. Mentre di Salvo (Leonforte, 1947 – Torino, 2015) è esposto «25 Siciliani» del 1976 (olio su tavola, 23 x 30 cm), una piccola mappa della Sicilia, sua terra natale, su fondo e toni di verde.
A chiudere la carrellata, o meglio ad aprirla, è un lavoro di Mark Rothko (Latvia, 1903- New York, 1970): «Untitled» del 1964 (olio su carta intelata, 64,7 x 50,1 cm). L’artista crea, qui, un legame intimo e intenso con lo spettatore. Guardare la sua opera è come aprire una finestra sull’infinito e sull’incomprensibile. Non ci sono forme né figure, la superficie è divisa in rettangoli orizzontali, il colore verde domina con una forza ipnotica e totale. Si apre così a Torino un viaggio nel colore, che è anche un’esperienza contemplativa, dove grande protagonista è il mondo delle emozioni.

Didascalie delle immagini
1.Mark Rothko (Latvia, 1903- New York, 1970), Untitled, 1964. Olio su carta intelata, 64,7 x 50,1 cm. Collezione privata, Torino; 2. Giulio Boetto (Torino, 1894 – 1967), Verso il pascolo, 1927. Olio su tavola, 93 x 73cm. Collezione privata, Torino; 3. Lucio Fontana (Rosario di Santa Fé 1899 - 1968 Varese), Concetto Spaziale, 1964-1965. Acquerello su carta - 60 x 50 cm. Courtesy Collezione privata, Torino; 4. Giulia Crespi “Cerana” (documentata a Milano dal 1610 al 1628), Sant’Isidoro. Olio su tela, cm 87.5 x 66.5. Courtesy Robilant+Voena    

Informazioni utili

Forever Green. Ersel – Palazzo Ceriana, piazza Solferino, 11 - 10121 Torino. Orari: dal lunedì al venerdì, dalle ore 9 alle ore 18. Ingresso libero. Fino al 26 novembre 2021

sabato 6 novembre 2021

#notizieinpillole, le cronache di teatro della settimana dal 1° al 7 novembre 2021

 ARTURO BRACHETTI TORNA SUL PALCO. AD ASTI VA IN SCENA «SOLO, THE LEGEND OF QUICK CHANGE»

Riparte da Asti il cammino di «Solo, the Legend of quick change»one man show di Arturo Brachetti, il più grande trasformista al mondo, che ha scelto di festeggiare il ritorno dello spettacolo dal vivo nei teatri con un grande tour che farà tappa, tra novembre e aprile, in ventiquattro città italiane.
Dopo 450mila spettatori in quattro stagioni e quasi quattrocento repliche, molte da sold out e da standing ovation, «il ciuffo più famoso d’Italia» riprende il suo viaggio, il 6 e il 7 novembre, dal Piemonte, per poi fare tappa al teatro Galli di Rimini (dal 7 al 12 dicembre), al Politeama di Genova (11 e 12 gennaio), al Verdi di Brindisi (14 gennaio), al Team di Bari (15 gennaio), agli Arcimboldi di Milano (dal 21 al 30 gennaio) e, poi, ancora a Torino (dal 3 al 6 febbraio), Varese (10 febbraio), Roma (dal 17 al 20 febbraio), Bologna (22 febbraio), Firenze (26 e 27 marzo), Cesena (dal 29 al 30 marzo), Pescara (31 marzo e 1° aprile), Senigallia (2 e 3 aprile), Carpi (7 e 8 aprile), Padova (9 aprile), Brescia (10 dicembre), Udine (dal 13 al 15 aprile) e Palermo (dal 21 al 24 aprile).
Protagonista dello show è il trasformismo, quell’arte che ha reso Arturo Brachetti celebre in tutto il mondo e che qui la fa da padrone con oltre sessanta personaggi, che appariranno davanti agli spettatori in un ritmo incalzante e coinvolgente. Dai personaggi dei telefilm celebri a Magritte e alle grandi icone della musica pop, senza dimenticare le favole della nostra tradizione e la lotta con i raggi laser in stile Matrix: in novanta minuti l’artista darà vita a un varietà surrealista e funambolico, dove verità e finzione, magia e realtà si incontreranno.
Lo show proporrà anche un viaggio nella storia artistica di Brachetti, attraverso altre discipline come le ombre cinesi, il mimo, la chapeaugraphie o la poetica sand painting. Il mix tra scenografia tradizionale e videomapping permetterà, inoltre, di enfatizzare i particolari e di coinvolgere gli spettatori, regalando loro un viaggio nel mondo della fantasia da non perdere.
Per maggiori informazioni è possibile consultare il sito www.brachetti.com.

Le fotografie sono di Paolo Ranzani

«FONTANA PROJECT», LO SPAZIALISMO A PASSO DI DANZA
La danza incontra il mondo dell’arte. Succede al teatro Menotti di Milano, dove la compagnia «No Gravity» torna in scena con un progetto dedicato a Lucio Fontana (Rosario, Santa Fé, 1899 - Comabbio, 1968), il padre dello Spazialismo, che con i suoi tagli e buchi sulla tela ha cercato di penetrare la superficie pittorica e di andare oltre il quadro, al di là della materia e della realtà.
Venerdì 5 novembre, alle ore 20, ha debuttato in prima nazionale «Fontana Project», nuova creazione di Emiliano Pellisari, maestro di danza acrobatica e vero e proprio «architetto del corpo umano», per usare una felice definizione di Vittoria Ottolenghi, già protagonista nella sala milanese, in questo scorcio di fine anno, con «Inferno 2021 (Dante’s Hell)».
Lo spettacolo, che sarà in cartellone anche sabato 6 (alle ore 20) e domenica 7 novembre (alle ore 16:30), vedrà in scena anche la ballerina Mariana Porceddu. Mentre luci e suoni sono a cura di Marco Visone.
«Opera grammaticale n°1 (grammatica sulla superficie)» e «Opera grammaticale n°2 (grammatica sul corpo)» sono i titoli dei due momenti che compongono la performance, nella quale l’armonia della danza, i giochi di luci, i corpi che emergono dallo squarcio, i generi che si uniscono portano il pubblico nell’incanto di un sogno, offrendo emozioni e stupore.
A proposito del nuovo spettacolo, Emiliano Pellisari racconta: «Fontana ha capito che solo sul confine si può trovare lo sguardo verso il tutto, i suoi tagli rappresentano delle possibili aperture verso l’altrove, verso una terza dimensione oltre i limiti imposti dalla piattezza del quadro. Il mio lavoro è riaprire il taglio, rimettere in moto le cose seguendo un tempo, quel ritmo sonoro che ci incanta da sempre attraverso il movimento che diventa necessario per percepire il senso del tempo. L’ emozione di uno spazio in movimento ci conduce verso ciò che noi chiamiamo arte-nel-tempo, ovvero la nuova arte di Fontana».
Per maggiori informazioni è possibile consultare la pagina www.teatromenotti.org.

«TAVOLA TAVOLA, CHIODO CHIODO...», LINO MUSELLA OMAGGIA EDUARDO DE FILIPPO
È nato nei giorni dalla pandemia, dagli studi di Lino Musella intorno a Eduardo De Filippo e da riflessioni sul mondo del teatro e sulle sue sorti, lo spettacolo «Tavola tavola, chiodo chiodo», una produzione di Elledieffe e di Teatro di Napoli – Teatro nazionale, in replica dal 3 al 7 novembre al Piccolo Teatro Grassi di Milano.
«In questo tempo mi è capitato – scrive l’autore, nelle sue note – di rifugiarmi nelle parole dei grandi: poeti, scrittori, filosofi, drammaturghi, e su tutti Eduardo De Filippo, per cercare conforto, ispirazione o addirittura per trovare, in quelle stesse parole scritte in passato, risposte a un presente che oggi possiamo definire senza dubbio più presente che mai; è nato così in me il desiderio di riscoprire l’Eduardo capocomico e, a mano a mano, ne è venuto fuori un ritratto d’artista non solo legato al talento e alla bellezza delle sue opere, ma piuttosto alle sue battaglie, potremmo dire ‘donchisciottesche’, condotte instancabilmente tra vittorie e fallimenti».
Il risultato è un «assolo con musica», realizzato anche grazie al il sostegno di Tommaso De Filippo, impegnato nella cura dell’eredità culturale della sua famiglia, e di Maria Procino, che ha collaborato alla ricerca storica, nel quale Lina Musella, premio Ubu 2019, è in scena con il musicista Marco Vidino.
Al centro del testo ci sono le parole dello stesso Edoardo De Filippo: dagli scritti indirizzati nell’ottobre del 1959 al ministro del Turismo e Spettacolo (Umberto Tupini) alle parole che nel 1982 rivolge ai suoi colleghi senatori, oltre che note private ed estratti di articoli di giornali, a sua firma o a lui riferiti. Lo stesso titolo dello spettacolo è tratto dalle parole dell’artista. «Tavola tavola, chiodo chiodo …» è, infatti, l’espressione con cui termina la dedica a Peppino Mercurio, storico macchinista, che il drammaturgo fece incidere su una lapide tuttora posizionata sul palcoscenico del San Ferdinando, teatro che lo stesso aveva contribuito a ricostruire dopo i bombardamenti del 1943.
Di parola in parola, di suggestione in suggestione, il pubblico potrà così scoprire il ritratto di un artista «impegnato a ‘fare muro’ per smuovere la politica e le istituzioni». Da quelle battaglie, l’attore «esce spesso perdente, in parte proprio come noi in questo tempo - conclude Lino Musella -, ma anche da lontano non smette mai di alzare la sua flebile, roboante voce e mi piace pensare che lo faccia proprio per noi».
Il costo del biglietto varia dai 33 ai 26 euro. Per maggiori informazioni è possibile consultare il sito www.piccoloteatro.org.

 
«GIRL IN THE MACHINE», SUL PALCO LA DIPENDENZA TECNOLOGICA DEL NOSTRO TEMPO
«Connessi col mondo ma disconnessi dalla vita»: appaiono così i protagonisti dello spettacolo «Girl in the Machine», su testo di Stef Smith e per la regia di Maurizio Mario Pepe, che debutta martedì 9 novembre al teatro Belli di Roma, nell’ambito della rassegna teatrale «Trend - Nuove frontiere della scena britannica», a cura di Rodolfo Di Giammarco.
A interpretare il male di vivere dei tempi moderni, con l’ossessione del successo e la difficoltà di proteggere la propria sfera intima, saranno Liliana Fiorelli e Edoardo Purgatori. Sulle scene curate da Nicola Civinini, con il sound design di Lorenzo Benassi e la supervisione al movimento di Jacqueline Bulnes, i due attori saranno accompagnati dalla voce di Patrizia Salmoiraghi, nei panni del dispositivo Black Box, un gioco per il wellness che monitora i livelli di stress, e vestiranno i panni di Polly e Owen, giovane coppia di sposi - avvocato lei, infermiere lui - che vive la propria esistenza immersa nella virtualità.
La produzione, in cartellone a Roma fino al 14 novembre, è firmata da Khora Teatro e La Forma dell’Acqua, che hanno voluto trasporre in italiano questo testo che va in scena dal 2017 e che parla di tematiche più che mai attuali, figlie dell’epoca moderna e dei nostri tempi, in cui l’uomo è costantemente connesso ai suoi dispositivi e, sempre più spesso, disconnesso dalla vita reale. «L’esempio concreto lo danno – si legge nella presentazione - due esseri umani che vivono da vicino i disagi di questa modernità, tra cui si riconoscono l’abuso di controllo della società sull’individuo, il contagio confuso tra lavoro e tempo libero, la difficoltà di proteggere la nostra vita privata, l’eterna tracciabilità contrapposta alla perdita di contatto con la realtà, l’ossessione del successo e la fatica di un corpo spesso ignorato nei suoi desideri e bisogni».
In «Girl in the Machine» il pubblico osserva tutto questo come dalla finestra del palazzo accanto, rivivendo spaccati di realtà quotidiana e, magari, riconoscendo la propria ossessione, «devozione servile», verso il proprio smartphone.
Per maggiori informazioni è possibile consultare il sito www.teatrobelli.it

«NEVER AGAIN KABARETT», LE LUCI DEL VARIETÀ ILLUMINANO L’ELLINGTON CLUB DI ROMA
C’è un luogo a Roma, nel quartiere Pigneto, che sembra essersi fermato ai primi anni del Novecento. Si tratta dell’Ellington Club, un vero e proprio tempio per gli appassionati dello stile retrò, nel quale ogni sera l’avanspettacolo torna in scena con live performance che ricordano il meglio dei varietà di Totò, Aldo Fabrizi ed Erminio Macario.
Lo spazio, fondato da Vera Dragone e Alessandro Casella, riprende la sua attività con «Never Again Kabarett», in cartellone dal 5 novembre al 28 gennaio, tutti i venerdì, alle ore 21:30. Chansons, cabaret berlinese alla Kurt Weill e sonorità pop contemporanee si mixano e si mischiano con il teatro e la danza contemporanea.
Nato da un’idea di Vera DragoneCamilla Nigro e Miriam Gaudio, lo spettacolo vedrà in scena Attilio FontanaCamilla NigroMiriam Gaudio e Vera Dragone. Insieme a loro, saliranno sul palco le ballerine Lorena Noce e Chiara Albi, dirette dai coreografi Paolo Di Caprio e Marco Rea, che danzeranno sulle note suonate dal vivo da Riccardo Balsamo al pianoforte, Lorenzo Remia alla chitarra, Hector Faustini al basso, Alberto Damieto alla batteria e Gianmarco Iaselli al sassofono, per gli arrangiamenti firmati da Riccardo Balsamo e la regia di Vera Dragone.
Il club del Pigneto ha in programma molti altri appuntamenti. Ogni mercoledì lo spazio si riempirà delle battute irriverenti della stand up comedy, con una girandola di nomi specializzati nell’arte della parola che commenta la realtà. Nelle serate del giovedì, invece, si faranno largo spettacoli musicali di jazzblues e soul, ma anche colorati drag & queer show. Mentre il sabato sarà tempo di burlesque o di swing. Infine, la domenica si partirà dalla tarda mattinata con il brunch a cura dello chef Massimiliano Sbardella, impreziosito, una volta al mese, dal Pigneto Vinyl Fest, con djset in vinile a cura di Marco Buscema e Misterstereo8. Non mancherà, inoltre, l’intrattenimento notturno con buona musica da ballare, tra soulbeatsurfdoo wop e tutti i generi più irresistibili delle epoche più indimenticabili della storia della musica.
Per maggiori informazioni sullo spettacolo e sulla programmazione dell’Ellington Club, è possibile consultare la pagina www.ellingtonclubroma.com.

Le foto sono di Cosimo Sinforini