ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

venerdì 18 luglio 2025

Storie di vetro, fornaci, famiglie e Biennali tra Murano e l’Isola di San Giorgio Maggiore

Murano
celebra il centosettantesimo anniversario dalla fondazione della ditta Fratelli Toso, una delle imprese familiari che ha segnato la storia della produzione vetraria a Venezia, la cui prima fornace fu aperta nel 1854 e che rimase in attività sull’isola fino alla fine degli anni Ottanta.

Fratelli Toso, una storia di alto artigianato e arte
Il Museo del vetro ospita, fino al 24 novembre, la mostra «Fratelli Toso. Storie di fabbriche. Storie di famiglie», a cura di Chiara Squarcina e Caterina Toso, con duecentocinquanta pezzi tra opere in vetro, murrine, schizzi originali, bozzetti, fotografie e documenti d’archivio.
Profondamente radicata nel territorio e già attiva da generazioni nel settore, poco dopo la metà del XIX secolo, la famiglia Toso inizia l’attività della sua fornace producendo repliche e imitazioni degli stili dei secoli precedenti, rievocando i fasti del Rinascimento e del Barocco, sulla scia del diffuso spirito revivalistico dell’arte di fine Ottocento. In questa fase iniziale vengono recuperate antiche tecniche come il murrino, il millefiori e la filigrana. 
La prima partecipazione pubblica di rilievo data al 1864, anno della prima Esposizione vetraria muranese, dove la fornace presenta un monumentale lampadario - oggi parte delle collezioni dei musei civici veneziani -, premiato con l’unica medaglia d’oro assegnata e un diploma d’onore.
Fino alla Prima guerra mondiale, la produzione si concentra su modelli in Stile antico e Stile moderno, e sulle celebri serie «Fenicio» e «Floreali», senza dimenticare le collaborazioni con artisti internazionali come Hans Stoltenberg Lerche, appassionato di arti applicate e profondamente influenzato dallo spirito dell’Art Nouveau nordico.
Con l’inizio degli anni Venti si apre una fase segnata da un’estetica più sobria e sofisticata: vetri soffiati leggeri, essenziali nelle forme e raffinati nelle decorazioni, in sintonia con il gusto Déco allora emergente. Tra questi spiccano alcuni modelli disegnati da Guido Cadorin, e nel decennio successivo, da Vittorio Zecchin, autore, tra l’altro, di calici sottilissimi, caratterizzati da steli allungati e minuscole foglie stilizzate applicate ai lati, presentati alla XXI Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia nel 1938.
La fornace è presente anche alla Biennale successiva, quella del 1940, con una serie di oggetti soffiati dalle forme naturalistiche che colpiscono per la loro leggerezza estrema e il forte impatto poetico, testimoniando la continua ricerca di equilibrio tra natura, forma e trasparenza.
Nel frattempo, intorno al 1930, entrano a far parte della produzione anche vetri meno eterei e più materici, come i pulegosi, gli incamiciati e le paste vitree. Parallelamente, si intensifica la sperimentazione sul tema della murrina, che evolve oltre la consueta ricerca di ordine e simmetria. Tra i risultati più originali si distinguono i «Mutras» e i «Marmorini», nuove tipologie che rompono volutamente con la composizione tradizionale per esplorare effetti scultorei, accostamenti irregolari e stratificazioni cromatiche di forte impatto visivo.
Negli anni del Dopoguerra, con la direzione artistica di Ermanno Toso, la vetreria rinnova la tecnica della murrina in chiave moderna, creando opere di grande forza espressiva. Accanto a lui, Pollio Perelda, con il suo linguaggio pittorico, e Rosanna Toso, unica donna in ruoli dirigenziali nella storia della ditta, firmano pezzi eleganti e contemporanei, capaci di interpretare anche il minimalismo degli anni Settanta.
In seguito, con Giusto e Renato Toso, la produzione si apre al design per l’arredo e l’illuminazione, con largo impiego di vetro cristallo e monocromatico, trasformando gli oggetti in vere e proprie sculture di luce.

Dalla nascita del Padigione Venezia alla Seconda guerra mondiale, il vetro di Murano alla Biennale
La fornace, con alcune sue opere tra le quali la serie «A spire d’argento» degli anni Trenta, è presente anche nel percorso della mostra «1932-1942. Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia», seconda tappa di un progetto curato da Marino Barovier per «Le stanze del vetro», spazio espositivo nato dalla collaborazione tra la Fondazione Giorgio Cini e Pentagram Stiftung, nello scenografico contesto dell’Isola di San Giorgio Maggiore, un’oasi di mare, natura e silenzio che si affaccia sul bacino di San Marco.
Temporalmente, la rassegna si apre con l’inaugurazione, nell’ambito della diciottesima edizione della Biennale, quella del 1932, del Padiglione Venezia, uno specifico spazio dedicato alle arti decorative, voluto dall’Istituto veneto per il lavoro, e si chiude poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, che causa un’interruzione dell’attività espositiva fino al 1948.
Sono questi anni di grande creatività e di sperimentazioni sulla materia e sui colori, sia attraverso la rivisitazione di antiche tecniche, sia tramite la messa a punto di nuove lavorazioni. Inizialmente vengono proposti soprattutto soffiati leggeri trasparenti insieme a vetri opachi dalle colorazioni intense, mentre dalla metà degli anni Trenta si va affermando il vetro pesante di grosso spessore, in molti casi impreziosito da bollicine, da nuances delicate o da applicazioni di foglia d’oro.
Grande protagonista del percorso espositivo, con una carrellata di circa centosessanta manufatti, è Carlo Scarpa, che nel 1931 lascia M.V.M. Cappellin per la Venini S.A., dove rimarrà fino al 1947. In questi anni, il giovane architetto dà il meglio di sé con i «Sommersi», i vetri a mezza filigrana, le Murrine romane o quelle opache, i sofisticati «Lattimi», i «Corrosi» dalla superficie scabra, i vetri a fasce, a spirale, a pennellate o a macchie, gli «Incamiciati Cinesi», i «Laccati».
Nello stesso periodo la Barovier Seguso Ferro, poi Seguso Vetri d’Arte, vede la presenza, alla direzione artistica, di Flavio Poli, designer premiato nel 1954 con il Compasso d’oro. Il pittore Dino Martens collabora con la Salviati & C., la Successori Andrea Rioda e Aureliano Toso. La Salviati & C. si avvalse anche della consulenza del pittore Mario De Luigi, che firma i suoi lavori, tra cui rari e pregevoli «Vetri musivi» realizzati con le tessere del mosaico, con lo pseudonimo di Guido Bin.
Sono, questi, anche gli anni di Ercole Barovier, che realizza, tra l’altro, i «Crepuscolo» in bruno-grigio, ottenuti introducendo filamenti metallici tra due o più strati di vetro, gli «Autunno Gemmato» o i «Laguna Gemmata», ma anche i più recenti «Oriente», dal vivace tessuto vitreo a canne e fasce policrome incrociate, impreziosito da foglia d’argento.
Ci sono in mostra anche le paste vitree rosso corallo e verde smeraldo di Napoleone Martinuzzi per Zecchin Martinuzzi, due bellissimi pannelli che all’epoca ornavano il Padiglione Venezia - «La mano di Atlante», su disegno di Tomaso Buzzi, e «Bagnante», su schizzo di Mario De Luigi con Carlo Scarpa – e, poi, opere di vetrerie come AVEM, Cirillo Maschio, Moretti Ulderico & C., S.A.I.A.R. Ferro Toso, V.A.M.S.A. e S.A.L.I.R., quest’ultima specializzata in «decorazioni a smalto e oro e incisioni su vetro», in prevalenza su disegno di Franz Pelzel.
Questa vivace stagione creativa, che vede le fornaci muranesi gareggiare tra di loro in bellezza e virtuosismo, viene silenziata dal rombo dei cannoni della Seconda guerra mondiale. Bisognerà attendere il 1948 perché i riflettori si riaccendano sulla Biennale di Venezia, che nella sua ventiquattresima edizione vede la presenza di Peggy Guggenheim e della sua leggendaria collezione d’arte. Ritorna protagonista, quell’anno, anche il vetro di Murano, con le sue suggestioni alchemiche, i suoi colori, le sue trasparenze e i suoi riflessi di luci.

Didascalie delle immagini
1., 2. e 3. Vista dell'allestimento della mostra «Fratelli Toso. Storie di fabbriche. Storie di famiglie» al Museo del vetro di Murano. © Sergio Camplone; 4., 5., 6. e 7. «1932-1942 Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia», installation view, ph. Enrico Fiorese

Informazioni utili
«Fratelli Toso. Storie di fabbriche. Storie di famiglie». Museo del Vetro, Fondamenta Giustinian 8 - 30121 Murano. Aperto tutti i giorni, dalle 10.00 alle 18.00 (ultimo ingresso ore 17.00). Speciali aperture serali: fino al 30 settembre 2025, ogni venerdì e sabato apertura fino alle 20.00 (ultimo ingresso ore 19.00). Ingresso: intero € 10, ridotto € 7,50. Sito web: https://museovetro.visitmuve.it/. Fino al 24 novembre 2025

«Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia». Le stanze del vetro - Fondazione Giorgio Cini - Isola di San Giorgio Maggiore, Venezia. Orari: 10.00-1900; chiuso il mercoledì. Ingresso libero. Sito web: https://www.lestanzedelvetro.org. Fino al 23 novembre 2025

mercoledì 16 luglio 2025

«Lerici Music Festival»: nel Golfo dei poeti le sette note incontrano l’arte e il cinema

«Oh Golfo dei Poeti, / tu sei il mio rifugio, / la mia oasi di pace in questo mondo tumultuoso». Così Lord Byron parlava del territorio intorno a La Spezia, profondo anfiteatro di roccia e di mare, con caratteristici borghi dalle architetture color pastello come Lerici, Portovenere, San Terenzo e Tellaro, che, di secolo in secolo, ha affascinato grandi nomi della letteratura come Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Percy Bysshe Shelley, D. H. Lawrence, Eugenio Montale, Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini. In questo incantevole scenario naturale, all’estremità orientale della Liguria, prende vita, per il nono anno consecutivo, il «Lerici Music Festival», manifestazione ideata e fondata nel 2017 da Gianluca Marcianò, ancora oggi alla direzione artistica, che, dal 24 luglio al 4 agosto, porterà in riva al mare grandi virtuosi internazionali e giovani talenti (tra i quali i sei protagonisti del progetto di masterclass «Next Gen Concert», alla sua prima edizione), tutti impegnati in una ventina di appuntamenti che spaziano dal repertorio barocco all’opera lirica, dal musical al jazz.
«Musica, Immagine, Movimento» è il titolo scelto per questa edizione, realizzata con il sostegno del Ministero della Cultura e della Regione Liguria, che vuole raccontare le relazioni tra il mondo delle sette note, il cinema e le arti visive.

Da «Una sera a Hollywood» a «Musical my life», quando la musica incontra il grande schermo

Il programma musicale inizierà a Villa Marigola, storica residenza che ispirò l’arte simbolista di Arnold Böcklin, con «Una sera a Hollywood», durante la quale il baritono Rodney Earl Clarke e il soprano britannico Melinda Hughes, voce lirica specializzata anche nel cabaret degli anni ’20-’30, si esibiranno in un recital con musiche di Cole Porter, George Gershwin, Leonard Bernstein, Ennio Morricone e Nino Rota.
Il giorno successivo i riflettori si accenderanno, invece, alla Rotonda Vassallo, piazzale Liberty al centro di Lerici, che ospiterà l’Orchestra da Camera di Perugia con una rilettura in musica del romanzo «Il barone rampante» di Italo Calvino, la storia di un giovane nobile, residente in un immaginario paesino della Liguria di nome Ombrosa, che, in segno di protesta, decide di vivere sugli alberi per il resto della sua vita, senza mai più tornare a terra. In scena ci sarà anche l’attore e regista Francesco Bolo Rossini, protagonista, sempre con l’Orchestra da Camera di Perugia e nell’incantevole scenario della Rotonda del Vassallo, anche della rilettura musicale di «Fuga senza fine» (il 26 luglio), romanzo di Joseph Roth che narra la crisi identitaria dell’Europa negli anni tra i due conflitti mondiali, e di «Candide» (il 1° agosto), operetta comica in due atti di Leonard Bernstein basata sull’omonimo racconto di Voltaire.
Tra gli appuntamenti più attesi spicca, poi, una serata nella quale si rivivrà il fascino delle prime proiezioni cinematografiche, quando le immagini erano accompagnate dalla musica live: il pianista Paul Lay firmerà la sonorizzazione dal vivo del film comico «Sherlock Jr.» (il 1° agosto), noto in Italia come «La palla n. 13», capolavoro di e con Buster Keaton del 1924, una delle vette del cinema muto, inserito dal «Time» tra i cento migliori film di sempre.
La «settima arte» sarà protagonista anche della serata «La morte e la fanciulla» (30 luglio), durante la quale si ascolterà il «Quartetto per archi n. 14 in re minore, D. 810» di Franz Schubert, uno dei capolavori della musica da camera europea, il cui secondo movimento è stato utilizzato in diversi film – dall’omonima pellicola di Roman Polański a «Barry Lyndon» di Stanley Kubrick - per creare un’atmosfera di tensione e di inquietudine. Durante l'appuntamento sarà possibile ascoltare anche il Quartetto n. 3 di Dmitrij Sostakovic, artista di cui quest’anno ricorrono i cinquant’anni anni della scomparsa, e il raro Duo per viola e violoncello «con due paia di occhiali obbligati» WoO 32 di Beethoven, dedicato al barone Nikolaus Zmeskall.
Al mondo del cinema guardano anche due dei quattro appuntamenti che porteranno «Musica, Immagine, Movimento» fuori dalle mura di Lerici, nella vicina Sarzana. Nella cornice duecentesca della Fortezza Firmafede, la Filarmonica Toscanini, nel cinquantesimo della sua fondazione, presenterà - sotto la bacchetta di Michael Cousteau e con i solisti Andrea Cicalese (violino) e Alexey Zhilin (violoncello) - un omaggio a «They shall have music» (26 luglio), pellicola del 1939 conosciuta in Italia con il nome di «Armonie di gioventù», che vide sotto i riflettori la leggenda del violino Jascha Heifetz.
La stessa formazione sarà in scena anche con Pinchas Zukerman, tra i più grandi violinisti dei nostri tempi, qui sul podio nella doppia veste di solista e direttore, per eseguire il concerto di Mozart n. 5 K 219 e dirigere la sinfonia n. 7 di Beethoven, colonna sonora del film «Il discorso del re» (27 luglio), affiancato dalla violoncellista Amanda Forsyth.
L’artista canadese e Pinchas Zukerman saranno, inoltre, protagonista di «Amadeus» (28 luglio), un appuntamento con il Quartetto di Cremona, che renderà omaggio non solo al genio di Mozart, ma anche a Pëtr Il'ič Ciaikovskij con l’esecuzione del sestetto per archi «Souvenir de Florence».
Ritornando a Sarzana, nella Fortezza di Firmafede sarà possibile assistere anche all’esecuzione del rarissimo «Concerto n. 1 per violoncello e orchestra» di Nino Rota, celebre autore di indimenticabili colonne sonore per oltre centocinquanta film, che ha collaborato con registi come Luchino Visconti, Franco Zeffirelli, Federico Fellini e Francis Ford Coppola, con il quale ha vinto l’Oscar per le musiche del film «Il padrino – parte II». Sul palco salirà ancora una volta la Filarmonica Toscanini, diretta da Gianluca Marcianò, e con la violoncellista Miriam Prandi. Nella stessa serata (quella del 31 luglio) il pianista macedone Simon Trpčeski si confronterà con il Secondo Concerto per pianoforte e orchestra di Rachmaninov.
A chiudere il programma di Sarzana sarà «La tragedie de Carmen» (2 agosto), ovvero l’adattamento cameristico della celebre opéra-comique di Georges Bizet, di cui quest’anno ricorrono i centocinquanta anni dalla prima rappresentazione, la cui regia sarà firmata dal dissidente russo Dmitry Krimov. Sul palco salirà l’Orchestra del Lerici Music Festival, diretta da Gianluca Marcianò, con i cantanti lirici Leonardo Caimi, Enrico Di Geronimo, Melinda Hughes e Carmen Giannattasio, soprano internazionale già applaudito alla Scala, al Covent Garden e al Metropolitan, qui al debutto nel ruolo di Carmen.
Tra i luoghi del festival c’è anche, in quel di Lerici, la secolare Chiesa di San Francesco, in cui si venera un dipinto del 1480 salvato da una tempesta. In questo elegante contesto l’«Ensemble Mare Nostrum» – venti anni di attività festeggiati proprio nel 2025 – e le voci dei «Vache Baroque Singers», diretti da Andrea De Carlo, proporranno «A Midsummer Night’s Dream» (29 luglio), un concerto con musiche barocche di Alessandro Stradella e Henry Purcell. Mentre «Cantar per scherzo» (30 luglio), alla Rotonda Vassallo, è un omaggio al genio cinquecentesco di Orlando di Lasso, a cura di «Passi sparsi», formazione che proporrà l’ascolto delle «Villanelle», musiche popolari in lingua napoletana che raccontavano l’amore in modo rustico.
Non mancherà, poi, il tradizionale concerto all’alba (30 luglio), alla Marinella di San Terenzo, quest’anno con il violinista Andrea Cicalese e il fisarmonicista Antonio Del Castillo.
Completano il cartellone, nelle giornate del 3 e del 4 agosto, un recital pianistico di Matteo Cabras, un concerto con i giovani talenti di Opera for Peace, l’appuntamento lirico «Les Chemins de l’amour» e l’evento di chiusura, «Musical my life», con l’Hyperion Ensemble, seguito da un afterhour party con l’arpista Alexander Boldachev e la chitarra elettrica di Alexander Misko.

A Villa Marigolda una mostra sulle Fratture armoniche» di Arcangelo Sassolino

Per il secondo anno consecutivo, il «Lerici Music Festival» offre anche un focus sulle arti visive, a cura di Carlo Orsini e con la collaborazione della Galleria Continua. Dal 25 luglio all'8 agosto, Villa Marigola farà da scenario alla mostra «Fratture armoniche» di Arcangelo Sassolino (Vicenza, 1967), con una selezione di opere, tra installazioni e grafiche, che sviluppano il concetto di «intermedia» teorizzato da Dave Higgins, rappresentante del gruppo Fluxus, riflettendo – si legge nella nota stampa - sul «cortocircuito che si crea tra la percezione di una immagine in movimento tramite il suono e la potenza evocativa del suono nel generare un’immagine mentale».
L'esposizione, che prevede anche un ciclo di conversazioni a colazione, si apre con «Piccolo animismo», scultura «generatrice di forme» realizzata nel 2011 per il Macro di Roma e presentata a Venezia, nell’ambito della diciassettesima edizione della Biennale di architettura. «Una turbina soffia e aspira aria in un grande parallelepipedo composto da lastre di acciaio inossidabile, saldate tra loro. Un movimento ciclico d’immissione e sottrazione d’aria in pressione - si legge nella nota stampa -determina un’evidente alterazione del volume della struttura metallica, fino al raggiungimento della tensione massima, che si manifesta con un forte impatto sonoro, una sorta di tuono indotto artificialmente».
Al primo piano della villa trovano, invece, posto una selezione di dieci opere che approfondiscono il tema della percezione della tensione visiva e sonora attraverso l’accostamento di materiali opposti, quali gomma e ferro, carta e acciaio, vetro e pietra, come avviene nel lavoro «Sospensione della scelta» (2025).
Conclude il percorso espositivo una raccolta di opere grafiche, dal titolo «Azione / reazione» (2023), rappresentazione dell’esplosione della cera sulla carta. A proposito di quest’ultimo ciclo, Arcangelo Sassolino dichiara: «Ciò che cerco di catturare è il cambiamento di stato, quell’istante in cui una cosa diventa qualcos’altro, quell’energia e quel potere che esistono nel lampo di assoluta instabilità tra due momenti di equilibrio che sono il prima e il dopo».
Il continuo divenire della materia e il carattere imprevisto della creazione dominano, dunque, la scena, mostrando le similitudini tra l’arte e la musica classica, con le sue note immortali, che rivivono e si rinnovano, interpretazione dopo interpretazione, concerto dopo concerto.

Didascalie delle immagini
1. Cartolina promozionale del Lerici Music Festival; 2. Arcangelo Sassolino, Piccolo animismo 2011. stainless steel, turbine, PLC, cm h 300 x 400 x 200 / 118,1 x 157,4 x 78,7 in. Photo: Altrospazio Piccolo Animismo, MACRO, Rome 2011; 3. Arcangelo Sassolino, L’età dell’oro 2023, rubber and hydraulic piston, 62,5 x 50 x 29 cm. Courtesy: the artist and GALLERIA CONTINUA. Photographer: Pamela Randon; 4 e 5. Arcangelo Sassolino, Geografie del conflitto 2024, marble and steel, 103 x 37 x 19 cm. Courtesy: the artist and GALLERIA CONTINUA. Photographer: Pamela Randon; 6. Arcangelo Sassolino, Sospensione della scelta 2025. Glass, stone and steel, cm h 120 x 70 x 47 - archive n. AS-2025-019. photo: Pamela Randon; 7. Arcangelo Sassolino, Resistenza bianca 2023, paper, steel, 29,5 x 46,5 x 36,5 cm. Courtesy: the artist and GALLERIA CONTINUA. Photographer: Pamela Randon; 8.Arcangelo Sassolino, Azione/reazione 2023, wax on paper, 31,7 x 31,7 cm. Courtesy: the artist and GALLERIA CONTINUA. Photographer: Ela Bialkowska, OKNO Studio

Informazioni utili

lunedì 14 luglio 2025

«Le stanze di Luchino Visconti», sul Lago di Como un percorso multimediale tra storia e cinema

«Giorni felici in riva al Lario. Facevamo progetti con i miei fratelli e scoppiava puntuale il temporale. Contrariati restavamo in silenzio attaccati ai vetri già rigati di pioggia. Qualche volta si dormiva sull’erba, nel letargo pomeridiano in un fremito di grilli e di cicale. A sera porgevamo ai genitori il viso stanco di sonno. Poi veniva l’autunno e noi ragazzi eravamo tristi per la riapertura delle scuole». Fu subito amore fra il regista Luchino Visconti e il Lago di Como, sulle cui sponde, nella cittadina di Cernobbio, si trovava la residenza estiva di famiglia: la sfarzosa e monumentale Villa Erba, gioiello architettonico concepito secondo l'ispirazione di tipo manierista alessiano da Angelo Savoldi e Giovan Battista Borsani, con al suo interno le ricche decorazioni di Angelo Lorenzoli e gli affreschi di carattere figurativo di Ernesto Fontana, e tutto intorno un parco con alberi secolari e lussureggianti giardini a filo d’acqua.

Voluta da Anna Brivio e realizzata tra il 1898 e il 1901 da Luigi Erba, erede dell’industriale farmaceutico Carlo Erba, a rappresentanza dello status e del prestigio della famiglia, la villa venne ereditata dalla figlia Carla, che sposò proprio a Cernobbio il duca Giuseppe Visconti di Modrone, il padre di Luchino, la cui stirpe, dalle tradizioni secolari, era indissolubilmente legata alla storia della città di Milano.

In questo incantevole scenario, il regista lombardo, padre del Neorealismo italiano, trascorse le lunghe estati dell'infanzia tra passeggiate nella natura, corse in bicicletta, bagni nel lago, letture, lezioni di pianoforte e giocose schermaglie con i suoi sei fratelli.
In questa elegante residenza nobiliare, sorta sui terreni di un'antica casa cluniacense riservata alla vita delle suore benedettine e dedicata a santa Maria Assunta, il cineasta di «Senso» (1954) e «Bellissima» (1951) soggiornò più volte anche da adulto, ospitando amici e colleghi come Franco Zeffirelli, Helmut Berger, Alain Delon. E vi ritornò, nell’ultima parte della vita, ormai minato nella salute, per farne il suo rifugio creativo, riadattando l’ex scuderia a sala di montaggio per completare la lavorazione del celeberrimo «Ludwig» (1973).

Mai apparsa in uno dei suoi film, Villa Erba fu, in realtà, una vera e propria musa per Luchino Visconti, un’inesauribile fonte di ispirazione per le atmosfere e le ambientazioni da lui create. La celebre e sontuosa scena del ballo nel «Gattopardo» (1962), con il principe Fabrizio di Salina (Burt Lancaster), Angelica Sedara (Claudia Cardinale) e Tancredi Falconeri (Alain Delon), seppure girata nelle sale di Palazzo Gangi a Palermo, è una reminiscenza delle soirée che si tenevano nella villa lariana, simbolo di prestigio sociale e di vivacità culturale con il loro brulicare di politici, artisti e intellettuali del tempo.
L’ambientazione della triste darsena nella placida località termale della Baviera, Bad Wiessee, nel quale è ambientato il film «La caduta degli dei» (1969), è volutamente simile allo specchio d’acqua antistante alla dimora di Cernobbio.
Il paesaggio malinconico di «Morte a Venezia» (1971), con le sue foschie che rendono palpabile il disagio interno vissuto dal protagonista, non può non richiamare alla mente l’atmosfera crepuscolare del Lago di Como nei giorni d’autunno. E anche in «Ludwig», il film sulla vita di Ludovico II di Baviera, il «re pazzo» morto per annegamento, è possibile riscoprire le atmosfere lariane care al regista, quelle che ammirava dalle stanze della sua abitazione, veri e propri capolavori improntati al gusto Liberty di inizio Novecento, dove ogni finestra era - ed è - un quadro che raffigura uno scorcio del lago, con il suo paesaggio verdeggiante e l’azzurro dell’acqua.

Dal 1986 Villa Erba, oggi proprietà di un consorzio pubblico-privato, è un centro congressuale e un polo fieristico di fama mondiale, che non dimentica la sua storia e i suoi legami con il cinema, come dimostra il nuovo progetto culturale permanente, visitabile esclusivamente in occasione di eventi speciali, giornate dedicate o su prenotazione: «Le stanze di Luchino Visconti». Si tratta di un percorso espositivo multimediale e immersivo - a cura di OLO creative farm e con l’allestimento tecnologico di Neo Tech srl -, che, attraverso l’impiego di tecnologie digitali all’avanguardia, quali proiezioni immersive in 4K, videomapping e suono spazializzato, racconta la vita e l’opera del regista milanese, così come l’identità della villa che fu il suo «luogo del cuore» e la culla di una poetica cinematografica sontuosa, malinconica e irrimediabilmente elegante.
Le voci che accompagnano il visitatore sono frutto del lavoro congiunto di Stefano Dragone per la versione in italiano e di Peter Baker per quella inglese; la sonorizzazione è firmata da Massimo Colombo; i testi sono a cura di Joao Maria Figueira.

Sei sono le sale che ospitano il percorso espositivo. Si inizia con la «Stanza della storia», dove tre schermi con fotografie d’epoca e disegni architettonici originali, digitalizzati e restaurati in 4k, raccontano il passato ricco e stratificato dell’edificio lacustre, non solo scenario di vita quotidiana e mondana, ma anche fonte inesauribile di suggestioni per l’inconfondibile estetica viscontiana con quel suo sentore di aristocratica decadenza, che si respirava negli anni della Belle Époque, portato sul grande schermo nel «Gattopardo».
Questo film, Palma d’oro a Cannes, è al centro anche del racconto che anima la «Stanza del tempo», con una linea cronologica in forma di pellicola, che narra le principali tappe della vita di Luchino Visconti, dalla nascita agli esordi, dai grandi successi internazionali agli ultimi giorni. Ed è protagonista anche nella «Stanza delle emozioni», dove una proiezione panoramica a 360° e un sofisticato sistema di audio spazializzato avvolgono il pubblico in un flusso continuo di immagini e suoni, tratti da film come «Rocco e i suoi fratelli» o «Morte a Venezia», offrendo una lettura emotiva e sensoriale di un linguaggio cinematografico unico, sospeso «tra bellezza, memoria e tragico splendore».

Il viaggio prosegue con la «Stanza dei paesaggi», dove un videomapping trasforma arredi e architetture in un omaggio al «mito del Lario», mostrando come, fin dall’epoca romana, le ville affacciate sul lago siano state concepite non solo come luoghi di residenza, ma anche come strumenti di celebrazione della bellezza naturale. Davanti agli occhi dei visitatori scorrono così le immagini delle ville Pliniana, d’Este, Melzi e Carlotta, ma anche scorci con giardini all’italiana e all’inglese, colline, cime montuose e darsene, «dando vita a un mondo di proporzioni armoniche e atmosfere contemplative», che intende celebrare il paesaggio come costruzione culturale.

Mentre nella camera da letto è stata data realizzata, tramite un’installazione sonora, la «Stanza dei suoni e dei racconti», un luogo che ci immerge tra le voci, i rumori e i silenzi che hanno caratterizzato l’infanzia e la giovinezza di Luchino Visconti. «Le lezioni di pianoforte all’alba, prima del ginnasio, il suono deciso dei tacchi della sua insegnante, la formazione musicale della madre Carla Erba, pianista appassionata, e le indimenticabili sere d’estate a Villa Erba, quando dal salone al primo piano lei suonava con le finestre aperte, rimangono impressi – si legge nella presentazione del percorso espositivo - nella memoria del regista come impronte sonore indelebili».

Infine, la «Stanza della memoria dell’acqua» trasforma lo storico bagno in marmo della dimora lariana (uno dei primi, a inizio Novecento, a essere dotato di acqua calda corrente) in un «pozzo di luce», dove un’installazione visiva e sensoriale, con un flusso di «immagini liquide e cangianti», racconta i film del regista milanese nei quali è presente l’elemento acquatico, metafora, di volta in volta, di tormento, riflessione, passione e quiete.

Un’occasione, dunque, nuova, quella del percorso multimediale «Le stanze di Luchino Visconti», per conoscere storie, segreti e suggestioni di Villa Erba a Cernobbio, «una vera villa lombarda, tanto cara», per usare le parole del regista milanese, che, con le sue ampie scalinate digradanti verso il lago e la grande torretta panoramica, ha fatto da set a film come «Ocean’s Twelve» e «Murder Mistery», portando la bellezza del Lago di Como sui grandi schermi di tutto il mondo. 

Didascalie delle immagini
Fotografie di Andrea Butti

Informazioni utili