
L’accelerazione dei cambiamenti climatici, le violenze sociali, etnico-religiose o razziali, le migrazioni, la rinascita di programmi nazionalistici in varie parti del mondo, le crescenti disuguaglianze economiche sono solo alcuni dei temi trattati dai settantanove artisti invitati alla Biennale, che hanno portato in Laguna due loro lavori, uno per i Giardini e uno per l’Arsenale, delineando così una sorta di guida eterogenea per leggere il nostro presente.

Tra gli artisti che cambiano registro narrativo nelle due sedi espositive c’è, per esempio, Shilpa Gupta (Mumbai, India, 1976). Ai Giardini il giovane indiano presenta un cancello elettrico residenziale che sbatte violentemente contro la parete, fino ad incrinarla e romperla, facendoci così riflettere sui confini geografici e sulle loro funzioni arbitrarie e repressive. Mentre all’Arsenale propone la stessa meditazione con la poetica installazione sonora «For, in your tongue, I can not fit» (2017-2018), composta da cento microfoni appesi al soffitto, ognuno con un verso stampato su carta e infilato su altrettante punte di metallo, dai quali esce una sinfonia di voci registrate che declamano e intonano i versi di cento poeti incarcerati a causa della loro produzione o delle loro posizioni politiche.

L’Arsenale, cuore dell’industria veneziana navale fondata nel XXII secolo, ospita, nei suoi rustici e suggestivi spazi, i lavori più monumentali a partire da «Barca nostra», la chiacchierata installazione dello svizzero Christoph Büchel (Basilea, 1966) che porta in Laguna la testimonianza del più grande naufragio avvenuto nel mar Mediterraneo, quello del 18 aprile 2015, nel quale morirono tra le settecento e le mille persone, facendoci così riflettere sui fenomeni migratori contemporanei e sulle politiche collettive che causano questo tipo di tragedie.
Di dimensioni monumentali sono anche le due opere proposte da Yin Xiuzhen (Pechino, Repubblica Popolare Cinese, 1963), entrambe caratterizzate da una forte sensazione di pessimismo e apprensione: «Nowhere To Land» (2012), con due pneumatici di un jet avvolti in un tessuto nero e appesi al soffitto, e «Trojan» (2016-2017), con un enorme passeggero-pupazzo di stracci rannicchiato sul sedile di un aereo nella posizione indicata dalle istruzioni di sicurezza.
Tessuti di varie fogge vengono messi in mostra anche dall’inglese Ed Atkins (Oxford, Regno Unito, 1982) con il suo guardaroba di vecchi costumi teatrali, parte della complessa installazione «Old Food» (2017-2019), carica di storicità e malinconia, che evoca rovine, paesaggi sospesi, atmosfere medioevali, personaggi in lacrime e cibi immangiabili.
Di grande impatto scenografico è anche il progetto presentato da Tavares Strachan (Nassau, Bahamas, 1979) sulla figura di Robert Henry Lawrence Jr, un astronauta afro-americano che morì l’8 dicembre 1969, durante un incidente di volo. L’installazione è composta da una scultura luminosa e fluttuante raffigurante uno scheletro e da un breve necrologio formato da luci al neon, che svela il razzismo di cui l’astronauta è stato vittima.
L’inglese Jesse Darling riflette, invece, sulla precarietà del nostro tempo attraverso «March of the Valedictorians» (2016), un raggruppamento di sedie rosse delle scuole elementari, con gambe sottili e oblunghe, che riescono a stare in piedi solo sostenendosi reciprocamente. Le sedie sono al centro anche del progetto di Augustas Serapinas (Vilnius, Lituania, 1990), che si è ispirato a quelle dei bagnini sulla spiaggia per creare delle inedite sedute per i sorveglianti della mostra.
Lungo gli spazi dell’Arsenale attraggono, inoltre, l’attenzione del visitatore anche più disattento la scultura di ventisei metri in vetro e marmo, «Veins Aligned» (2018), di Otobong Nkanga (Kano, Nigeria, 1974), il mercato di Zhanna Kadyrova (Brovary, Ucraina, 1961), la grande ruota incatenata di Arthur Jafa (Tupelo, Usa, 1960), i coralli all’uncinetto (presenti anche ai Giardini) di Christine e Margaret Wertheim (Brisbane, Australia, 1958) e, per finire, il lavoro del duo formato da Sun Yuan (Pechino, 1972) e Peng Yu (Pechino, 1974): una poltrona romana in silicone bianco, alla quale è legato un tubo di gomma che sbatte producendo un grande frastuono.
I due artisti sono al centro anche della proposta più intrigante dei Giardini: «Can’t Help Myself» (2016), una bloody clean machine che pulisce senza sosta, con gesti meticolosi o con la rabbia di un animale in gabbia, il sangue (inchiostro rosso) sparso all’interno di un cubo ermetico dalle pareti in acrilico.
Scenografica è anche l’installazione proposta da Nabuqi (Ulanquab, Repubblica Popolare Cinese, 1984): «Do real think happen in moments of rationality?», riproduzione di una mucca in vetroresina a grandezza naturale, posizionata su un binario circolare in acciaio inossidabile, che si muove accompagnata da una colonna sonora di sample registrati nella natura, per strada e nei bar.
Ritornando all’inizio della mostra, all’ingresso del Padiglione centrale, Antoine Catala (Tolosa, Francia, 1975) propone un’interessante riflessione sul tema della comunicazione con la sua opera «It’s Over» (2019), nove pannelli ricoperti di silicone dai colori pastelli che si gonfiano e si sgonfiano ritmicamente facendo apparire messaggi come «Dont’ Worry» (Non ti preoccupare), «It’ s Over» (è finita), «Tutto va bene, hey, relax». Ryoji Ikeda (Gifu, Giappone, 1966), con il suo «Spectra III», un corridoio di tubi luminosi fluorescenti, manda, invece, in cortocircuito la nostra capacità di processare ciò che vediamo, generando paradossalmente una tabula rasa sensoriale.

Come consuetudine la Biennale d’arte apre anche molti spazi della città per accogliere due progetti speciali, da quello di Ludovica Carbotta (Torino, 1982) a Forte Marghera a quello sulle arti applicate del Victoria and Albert Museum di Londra, ventuno eventi collaterali, come la bella mostra di Baselitz alle Gallerie dell’Accademia, e alcuni dei novanta Padiglioni nazionali di questa edizione, che vede la partecipazione per la prima volta di Ghana, Madagascar, Malesia e Pakistan. Ricco è anche il cartellone di eventi proposto dalle varie sedi espositive cittadine, a partire dalla raffinata mostra di Alberto Burri alla Fondazione Cini o da quella, altrettanto interessante, di Jannis Kounellis alla Fondazione Prada.
Venezia diventa così, con questa nuova Biennale, uno straordinario palcoscenico per riflettere sul nostro presente, sui «tempi interessanti» che stiamo vivendo, carichi di problemi, ma sicuramente germinativi per chi si occupa d’arte.
Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Lara Favaretto, Thinking Head, 2018; [Fig. 2] Sun Yuan and Peng Yu, Dear, 2015; [fig. 3] Andreas Lolis, Untitled, 2018; [fig. 4] Tavares Strachan , Robert, 2018; [fig. 5] Shilpa Gupta, Untitled, 2009; [fig. 6] Nabuqi, Do real think happen in moments of rationality?, 2018; [fig. 7] Yin Xiuzhen , Trojan, 2016-2017; [fig. 8] Shilpa Gupta, For, In Your Tongue I Cannot Fit, 2017-2018; [fig. 9] Opera di Kemang Wa Lehulere al Padiglione centrale
Informazioni utili
«May You Live In Interesting Times». 58. Esposizione internazionale d'Arte. Giardini e Arsenale - Venezia.Orari: 10.00-18.00; chiuso il lunedì, escluso il 13 maggio, il 2 novembre e il 18 novembre. Ingresso: intero plus € 35,00, ridotto plus € 25,00, intero regular € 25,00, ridotto regular € 22,00 o € 20,00, i costi degli altri biglietti sono disponibili sul sito internet. Catalogo ufficiale, catalogo breve e guida: Marsilio editore, Mestre. Informazioni: tel. 041.5218828. Sito internet: www.labiennale.org. Dall’11 maggio alo 24 novembre 2019.
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