È l’anno di Raffaello Sanzio, pittore del quale quest’anno si celebra il cinquecentenario della morte, e tante sono le iniziative in programma in tutta Italia, dalle Scuderie del Quirinale al Museo diocesano di Salerno, per ricordare l’anniversario. Cuore pulsante di questo omaggio è la regione natale dell’artista, le Marche, che la guida Lonely Planet Best in Travel 2020 ha inserito tra le dieci migliori destinazioni al mondo. Il viaggio non può che partire dalla città che ha visto nascere Raffaello, Urbino, recentemente classificata dal «New York Times» tra le migliori mete turistiche dell’anno.
Ancora oggi in questo borgo, inserito nella lista del patrimonio mondiale dell’umanità da Unesco, è possibile visitare la casa dell’artista, il luogo dove Raffaello «ha imparato - scriveva Carlo Bo, nel 1984- la divina proporzione degli ingegni», ma soprattutto ha appreso «il valore della filosofia, della dignità da dare al suo lavoro di pittore».
Al primo piano della dimora si apre un'ampia sala con soffitto a cassettoni dove è conservata l'«Annunciazione», tela del padre Giovanni Santi, umanista, poeta e pittore alla corte di Federico da Montefeltro. Sono, poi, esposte copie ottocentesche di due opere realizzate da Raffaello: la «Madonna della Seggiola» e la «Visione di Ezechiele». Mentre in una piccola stanza attigua, ritenuta la stanza natale del pittore, è collocato l'affresco della «Madonna col Bambino», attribuito dalla critica ora a Giovanni Santi, ora a Raffaello giovane. Di particolare interesse lungo il percorso espositivo sono, poi, un disegno attribuito a Bramante (1444 - 1514) e la raccolta di ceramiche rinascimentali della collezione Volponi, qui in deposito temporaneo.
Al piano superiore, sede dell’Accademia Raffaello, sono, invece, conservati alcuni oggetti strettamente connessi al maestro urbinate -copie di suoi dipinti, bozzetti per il suo monumento, omaggi di altri artisti- e una ricca documentazione della storia delle città in campo artistico, civile e religioso e del mito che in varie epoche ha accompagnato la figura del «Divin pittore».
A pochi passi da lì, si arriva a Palazzo Ducale, dimora principesca tra le più belle d’Europa, voluta da Federico da Montefeltro. In questi spazi oggi è ospitata la Galleria nazionale delle Marche, che conserva nelle sue collezioni uno dei dipinti più enigmatici di Raffaello, il «Ritratto di gentildonna detta la Muta», per le labbra perfettamente sigillate. Probabilmente l’artista ha dipinto lo stesso soggetto in due fasi diverse: una prima stesura risale al periodo giovanile, quando la donna viene rappresentata con forme più morbide, i capelli mossi e una scollatura più ampia, mentre la figura ora visibile mostra tratti di austerità nel volto, i capelli raccolti, una posizione leggermente diversa delle spalle e non ha la scollatura, segno della morte del marito che avvenne nel 1501.
Il museo ospita, fino al 27 settembre, anche la mostra «Raphael Ware. I colori del Rinascimento», a cura di Timothy Wilson e Claudio Paolinelli, che presenta oltre centoquaranta raffinati esemplari di maiolica italiana rinascimentale, provenienti dalla più grande collezione privata al mondo di questo genere, con l’obiettivo di focalizzare l’attenzione su quell’importante momento della tradizione artistica italiana a cui viene associato il nome del grande pittore urbinate, in inglese Raphael Ware appunto.
Sempre a Urbino, nelle sale di Palazzo Ducale, si terrà, dal 19 luglio al 1° novembre, la mostra «Baldassarre Castiglione e Raffaello. Volti e momenti di corte», a cura di Vittorio Sgarbi ed Elisabetta Losetti.
L’esposizione racconta in modo del tutto originale la vicenda di Baldassarre Castiglione, un intellettuale finissimo e un attento politico, vicino a grandi artisti, a Raffaello prima di tutti, ma anche a scrittori, intellettuali, regnanti e papi, che ci ha lasciato un’opera famosa come il «Cortegiano».
Attingendo alla fonte imprescindibile delle sue lettere e facendo uso di strumenti multimediali, la rassegna di Urbino vuole ricostruire l’intera vicenda di Baldassare Castiglione ponendola, correttamente, nel contesto del suo tempo, accanto a figure altrettanto complesse e affascinanti come quelle di Guidobaldo da Montefeltro, Leone X, Isabella d’Este, Pietro Bembo, Luca Pacioli, l’Imperatore Carlo V, i Medici, gli Sforza, i Gonzaga e artisti -Raffaello innanzitutto, ma anche Leonardo, Tiziano, Giulio Romano.
Sempre dal 18 luglio sarà visibile il progetto «Raffaello Bambino», rivolto soprattutto ai più piccoli, che propone immagini, testi e indicazioni in un circuito di scoperta tra le vie della città di Urbino.
Nella cittadina marchigiana, negli spazi del Collegio Raffaello, sarà, inoltre, visibile, dal 25 luglio al 1° novembre, «Una mostra impossibile», progetto ideato e curato da Renato Parascandolo, con la direzione scientifica di Ferdinando Bologna, recentemente scomparso, che presenta quarantacinque dipinti di Raffello - compreso l’affresco «La Scuola di Atene» - riprodotti in scala 1:1 e riuniti insieme, permettendo così di ammirare in un unico allestimento opere disseminate in diciassette Paesi diversi: un’impresa, questa, che non riuscì nemmeno allo stesso artista.
Il viaggio alla scoperta di Raffaello può, dunque, spostarsi a Loreto, dove, fino al 30 agosto, nei rinnovati spazi espositivi del Bastione Sangallo, viene presentato per la prima volta in assoluto l’arazzo da cartone di Raffaello raffigurante Ananias e Saphira, appartenente alla collezione Bilotti Ruggi d’Aragona.
Sempre a Loreto, il Museo pontificio della Santa Casa presenterà, in autunno, «La Madonna del velo o Madonna di Loreto di Raffaello. Storia avventurosa e successo di un’opera», curata da Fabrizio Biferali e Vito Punzi, con la consulenza dei Musei vaticani, che darà conto della storia di un celebre soggetto caro all’urbinate, la cosiddetta Madonna di Loreto appunto, una cui pregevole replica della bottega dello stesso maestro - di cui ora di sono perse le tracce - fu donata all’inizio del XVIII secolo al santuario lauretano.
Mentre a Jesi, ai Musei civici di Palazzo Pianetti, sempre in autunno andrà in scena la mostra «Raffaello e Angelo Colocci. Bellezza e scienza nella costruzione del mito della Roma antica», a cura di Giorgio Mangani, Francesco P. Di Teodoro, Ingrid Rowland, Vincenzo Farinella, Fabrizio Biferali e Paolo Clini. L’esposizione vuole esplorare le connessioni tra Raffaello e l’umanista jesino Angelo Colocci, punto di riferimento a Roma per artisti, antiquari e poeti, attraverso documenti originali e l’uso di tecnologie digitali innovative che permetteranno ricostruzioni dei capolavori raffaelleschi.
Un omaggio a Raffaello viene, infine, presentato a Pesaro, alla Fondazione Pescheria centro arti visive, con la mostra «Disgregazione e unità. Solcando la misura rinascimentale di Urbino», personale dell’artista marchigiano Oscar Piattella (Pesaro 1932).
La mostra, a cura di Alberto Mazzacchera, ha come fulcro il corpus di opere dell'ultimissima quanto densa produzione del pittore pesarese che, nell’atelier sotto le imponenti pareti rocciose del Catria, per una vita intera ha indagato declinazioni e rifrazioni della luce. Oscar Piattela ha nutrito e nutre la sua ricerca di matrice informale, solcando la misura del Rinascimento matematico del Ducato di Urbino e, nel rileggere in chiave attualissima le magistrali fughe prospettiche presenti in tanta pittura, propone una sua personale e avvincente inquadratura, una prospettiva altra, gravata del compito di introdurre lo sguardo verso l‘infinito.
Da qui l’omaggio a Raffaello e alla sua città natale, che si articola in cinquantacinque dipinti su tavola. Nel Loggiato sono esposti due nuclei di lavori storici: dieci opere materiche (a partire dal 1957) e diciotto opere semi-materiche (anni 2000-2011); nella chiesa del Suffragio ci sono ventisei dipinti e un grande polittico (anni 2014 -2020), chiaro riferimento alla Pala di Giovanni Bellini conservata ai Musei civici di Pesaro.
Le Marche offrono, dunque, tante occasioni per avvicinarsi a Raffaello, artista di cui Antonio Luigi Lanzi, nella sua Storia pittorica dell’Italia, elencava questi indiscussi pregi: «un gusto naturale per la scelta del bello, una facoltà intellettuale di estrarre da molte particolari bellezze per comporne una perfetta, un sentimento vivacissimo, e quasi un estro per concepire gli aspetti formali dell’attività momentanea di una passione, una facilità di pennello ubbidientissima a’ concetti della immaginativa».
Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Raffaello (attribuito), Madonna di Casa Santi, Raffaello Sanzio, 1498 circa. Urbino, Casa Santi: [fig. 2] Raffaello, Ritratto di gentildonna (La Muta). Olio su tavola, 65,2 x 48 cm. Urbino, Galleria Nazionale delle Marche; [fig. 3] Tiziano, Ritratto di Giulio Romano, Museo civico di Palazzo Te, Mantova. Esposto alla mostra Baldassarre Castiglione e Raffaello. Volti e momenti di Corte; [fig. 4] La Scuola di Atene nel percorso epositivo di Raffaello Una mostra impossibile; [fig. 5] Arazzo da cartone di Raffaello raffigurante Ananias e Saphira; Oscar Piattella_l'universo il cuore il rosso 2016. Foto Sanio Panfili
ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com
venerdì 24 luglio 2020
giovedì 23 luglio 2020
Cracking Art, la plastica diventa arte a San Benedetto del Tronto
Nel 1996 sospesero in aria, davanti al Palazzo Reale di Milano, mille delfini. Nel 2001, con «Sos World», portarono a Venezia, in occasione della quarantanovesima Biennale d’arte, cinquecento tartarughe dorate giganti. Nel 2005, a Biella, promossero la mostra «Il filo di lana» con un esercito di pinguini blu con una vivace sciarpa rossa al collo. Iniziava così l’avventura artistica, ormai più che ventennale, dei Cracking Art, gruppo biellese attivo dal maggio 1993, il cui nome richiama l’operazione con cui il petrolio grezzo, attraverso il processo del cracking catalitico, si trasforma in virgin nafta per dare forma a un’infinità di prodotti, tra cui la plastica. Da allora la fauna surreale ideata da questi artisti, che colpisce l’attenzione per il suo gioioso stile in bilico tra post-fauvismo e post-pop, è stata portata in giro per tutto il mondo: da Bangkok a Mosca, da New York a Bruxelles, da Ascona a Roma, da Firenze a Milano.
Per i Cracking Art la plastica non è un materiale cattivo ma ambiguo, se da un lato è tra i più inquinanti e meno distruttibili presenti in natura, dall’altro è suscettibile di prestarsi anche a un uso buono, diventando persino veicolo per un invito a rispettare l’ambiente, la nostra casa comune.
Nel 2012 la filosofia del gruppo ha avuto un ulteriore sviluppo con il progetto «L’arte che rigenera l’arte». Le opere utilizzate per le installazioni vengono recuperate, tritate e riciclate per produrne altre. Si dà così il via a un vero e proprio ciclo della vita per affermare che anche in arte come in natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma.
Quest'estate i Cracking Art saranno a San Benedetto del Trento con un progetto di arte pubblica, curato da Stefano Papetti, Elisa Mori e Giorgia Berardinelli, che vuole -spiegano gli ideatori- «innescare, attraverso il linguaggio dell’arte, dinamiche e sentimenti come quelli di relazione con l’altro, di fiducia e tutela della collettività».
Per quattro mesi la città marchigiana sarà invasa, pacificamente e silenziosamente, da una trentina di animali colorati, di varie tipologie e dimensioni: suricati, elefanti, cani e gatti, conigli e non ultima la celebre chiocciola.«Le creazioni dei Cracking Art, al pari degli animali selvatici nel periodo del lockdown, -raccontano i curatori- sembrano riappropriarsi delle aree verdi e non del tessuto urbano ripristinando quel profondo legame tra l’uomo e la fauna».
L’esposizione mapperà simbolicamente la città, diventando anche uno strumento di promozione turistica del territorio. Nel suggestivo Vecchio Incasato, con il suo affascinante torrione, troverà la sua naturale collocazione un elefante gigante. A piazza Matteotti fino al termine del lungomare di Porto d’Ascoli albergheranno due grandi chiocciole, animali attualissimi perché la loro casa è associabile alla comunicazione: è simbolo della posta elettronica, ma ricorda anche l’organo dell’udito. La balconata della Palazzina Azzurra sarà, invece, abbellita da una sequenza di gatti, animali sornioni e indipendenti ma amanti del focolaio domestico, che sono una delle ultime “scoperte” del gruppo e sono nati da un incontro con un noto brand produttore di pet food. Infine due grandi conigli saranno installati nel giardino «Nuttate de Lune».
«Gli animali dei Cracking Art -raccontano ancora i curatori- saranno presenze vivaci e rassicuranti nell’estate sanbenedettese, creando un’atmosfera da fiaba e valorizzando le evidenze architettoniche che andranno ad abitare, coinvolgendo lo spettatore», sia adulto che bambino. Empatia è, infatti, la parola chiave di queste installazioni che -come raccontava, anni fa, Philippe Daverio- portano «la fantasia al potere». Informazioni utili
Craking art en plein air. San Benedetto del Tronto, sedi varie. Per informazioni:
Comune di San Benedetto del Tronto - Ufficio Cultura, tel. 0735.794229. Sito internet: www.verticaledarte.it. Fino al 2 novembre 2020
mercoledì 22 luglio 2020
«Women», cent’anni di storia al femminile attraverso gli scatti del National Geographic
«Le Marie intorno sembrano infuriate dal dolore - Dolore furiale. Una verso il capo - a sinistra - tende la mano aperta come per non vedere il volto del cadavere e il grido e il pianto e il singulto contraggono il suo viso, corrugano la sua fronte, il suo mento, la sua gola. L’altra con le mani tessute insieme, con i cubiti in fuori, ammantata piange disperatamente. L’altra tiene le mani su le cosce col ventre in dentro e ulula». È il 19 settembre del 1906 quando Gabriele D’Annunzio scrive, quasi di getto, questo pensiero sui suoi «Taccuini».
Quella sera lo scrittore è andato con il padre a Santa Maria della Vita ad assistere un concerto di musica sacra e nell’ombra della chiesa, debolmente illuminata, si è ritrovato a tu per tu con il «Compianto sul Cristo morto» di Niccolò dell’Arca (Bari?, 1435 circa – Bologna, 1494), gruppo scultoreo in terracotta, originariamente policromo, della seconda metà del XV secolo, dal virtuosismo formale unico, che ci parla di una sofferenza non divina, ma drammaticamente umana, quella del Venerdì santo prima della certezza della Resurrezione.
Qualche anno più tardi, nel 1914, nel libro «Le faville del miglio», Gabriele D’Annunzio ricorderà con queste parole l’incontro con le sette figure a grandezza naturale plasmate dall’artista di origini pugliesi, che ha lasciato a Bologna anche l’Arca di San Domenico e la «Madonna di piazza con Bambino» a Palazzo Accursio: «Intravidi nell’ombra non so che agitazione impetuosa di dolore. Piuttosto che intravedere, mi sembrò esser percosso da un vento di dolore, da un nembo di sciagura, da uno schianto di passione selvaggia».
Non sono solo la concitazione e «l’urlo di pietra» delle «Marie sterminatamente piangenti», per usare un’espressione dello scrittore seicentesco Carlo Cesare Malvasia, a farci percepire il «vento di dolore» che permea la scena, ma è anche lo strazio trattenuto di San Giovanni, che piange in modo sommesso, con una mano nell’atto di reggere il volto, davanti al corpo senza vita del Cristo, smunto e segnato dalla sofferenza. L’altro uomo presente nella scena, identificato ora con il committente dell’opera ora con Nicodemo, l’ebreo che tolse Gesù dalla croce insieme a Giuseppe di Atimatea, volge, invece, lo sguardo serio, impenetrabile, in un’altra direzione, verso l’osservatore. Sembra quasi interrogarci sul senso di tanta sofferenza.
In questa scena si finisce così per ritrovare tutta la teatralità e la spinta catechetica di una Sacra rappresentazione medievale, nata per avvicinare con semplicità e in modo emotivo il popolo ai misteri della fede.
Un materiale umile e fragile come la terracotta, plasmato per dare voce alle emozioni, è impiegato anche nell’altra scultura che attrae i turisti a Santa Maria della Vita, sotto la cupola barocca disegnata dal Bibiena: il monumentale «Transito della Vergine» di Alfonso Lombardi, nell’adiacente Oratorio dei Battuti. Si tratta di quindici statue in terracotta, di dimensioni leggermente superiori al vero, disposte a raffigurare un soggetto poco rappresentato nell’arte occidentale, descritto nei Vangeli Apocrifi e nella Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine: la profanazione della tomba della Madonna da parte di un sacerdote ebreo, prontamente bloccato dall’apparizione di un angelo armato di una spada.
Non ci poteva, dunque, essere location più indicata di questa piccola chiesa che parla di dolore e bellezza, di donne e arte, ubicata a pochi passi da San Petronio, per la mostra fotografica «Women. Un mondo in cambiamento», curata da Marco Catteneo per il National Geographic e realizzata in collaborazione con Genus Bononiae - Musei nella città e Fondazione Carisbo.
Piu di settanta immagini tratte dagli archivi della rivista internazionale raccontano un secolo di storia delle donne in tutti i continenti e a tutte le latitudini, a partire dalla concessione del diritto di voto negli Stati Uniti, di cui ricorre quest’anno il centenario.
«Beauty/Bellezza», «Joy/Gioia», «Love/Amore», «Wisdom/Saggezza», «Strength/Forza», «Hope/Speranza» sono le sei sezioni nelle quali si articola il percorso espositivo: un bel ritratto corale sulla condizione femminile, sui problemi e le sfide di ieri e di oggi che le donne si sono trovate ad affrontare, dando il loro contributo allo sviluppo sociale, politico ed economico dei vari Paesi del mondo.
Ecco così -raccontano a Santa Maria della Vita- che «le immagini festose delle ballerine di samba che si riversano nelle strade durante il carnevale di Salvador da Bahia si alternano a quelle delle raccoglitrici di foglie di the in Sri Lanka. E ancora il ritratto di donna afghana in burqa integrale rosso che trasporta sulla testa una gabbia di cardellini, potente metafora di oppressione, si contrappone all’immagine di libertà e bellezza di una ragazza in pausa sigaretta a Lagos, in Nigeria».
A chiudere il percorso espositivo -accessibile a sessanta persone per volta, in modo da garantire il giusto distanziamento fisico e permettere una visita in totale sicurezza- è la sezione «Portraits/Ritratti», scatti intimi e biografici di un gruppo iconico di attiviste, politiche, scienziate e celebrità intervistate dal «National Geographic» per un numero speciale del novembre 2019, ai tempi di Susan Goldberg, prima donna alla direzione della prestigiosa rivista internazionale.
Nancy Pelosi, Oprah Winfrey, il primo ministro neozelandese Jacinda Ardern e l’italiana Liliana Segre sono alcune delle donne che salutano metaforicamente il visitatore prima di uscire da Santa Maria della Vita, o meglio dal suo Oratorio, portandosi dietro un pensiero che aveva reso bene a parole Oriana Fallaci: «essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida, che non finisce mai».
Didascalie delle immagini
[Figg. 1-4] Allestimento della mostra «Women. Un mondo in cambiamento» a Santa Maria della Vita, Bologna. Foto: Paolo Righi; [fig. 5] La senatrice a vita Liliana Segre, fotografata da Nicola Marfisi a Milano, il 10 ottobre 2019. (Nicola Marfisi/AGF, 2019)
Informazioni utili
«Women. Un mondo in cambiamento».Chiesa Santa Maria della Vita, via Clavature, 8-10 - Bologna. Orari: lunedì-domenica ore 10.00 – 19.00 Ingresso: intero 10,00 euro, ridotto 8,00 euro. Informazioni mostra: tel. 051.19936343 - mail: esposizioni@genusbononiae.it Sito web: www.genusbononiae.it. Fino alo 13 settembre 2020
Quella sera lo scrittore è andato con il padre a Santa Maria della Vita ad assistere un concerto di musica sacra e nell’ombra della chiesa, debolmente illuminata, si è ritrovato a tu per tu con il «Compianto sul Cristo morto» di Niccolò dell’Arca (Bari?, 1435 circa – Bologna, 1494), gruppo scultoreo in terracotta, originariamente policromo, della seconda metà del XV secolo, dal virtuosismo formale unico, che ci parla di una sofferenza non divina, ma drammaticamente umana, quella del Venerdì santo prima della certezza della Resurrezione.
Qualche anno più tardi, nel 1914, nel libro «Le faville del miglio», Gabriele D’Annunzio ricorderà con queste parole l’incontro con le sette figure a grandezza naturale plasmate dall’artista di origini pugliesi, che ha lasciato a Bologna anche l’Arca di San Domenico e la «Madonna di piazza con Bambino» a Palazzo Accursio: «Intravidi nell’ombra non so che agitazione impetuosa di dolore. Piuttosto che intravedere, mi sembrò esser percosso da un vento di dolore, da un nembo di sciagura, da uno schianto di passione selvaggia».
Non sono solo la concitazione e «l’urlo di pietra» delle «Marie sterminatamente piangenti», per usare un’espressione dello scrittore seicentesco Carlo Cesare Malvasia, a farci percepire il «vento di dolore» che permea la scena, ma è anche lo strazio trattenuto di San Giovanni, che piange in modo sommesso, con una mano nell’atto di reggere il volto, davanti al corpo senza vita del Cristo, smunto e segnato dalla sofferenza. L’altro uomo presente nella scena, identificato ora con il committente dell’opera ora con Nicodemo, l’ebreo che tolse Gesù dalla croce insieme a Giuseppe di Atimatea, volge, invece, lo sguardo serio, impenetrabile, in un’altra direzione, verso l’osservatore. Sembra quasi interrogarci sul senso di tanta sofferenza.
In questa scena si finisce così per ritrovare tutta la teatralità e la spinta catechetica di una Sacra rappresentazione medievale, nata per avvicinare con semplicità e in modo emotivo il popolo ai misteri della fede.
Un materiale umile e fragile come la terracotta, plasmato per dare voce alle emozioni, è impiegato anche nell’altra scultura che attrae i turisti a Santa Maria della Vita, sotto la cupola barocca disegnata dal Bibiena: il monumentale «Transito della Vergine» di Alfonso Lombardi, nell’adiacente Oratorio dei Battuti. Si tratta di quindici statue in terracotta, di dimensioni leggermente superiori al vero, disposte a raffigurare un soggetto poco rappresentato nell’arte occidentale, descritto nei Vangeli Apocrifi e nella Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine: la profanazione della tomba della Madonna da parte di un sacerdote ebreo, prontamente bloccato dall’apparizione di un angelo armato di una spada.
Non ci poteva, dunque, essere location più indicata di questa piccola chiesa che parla di dolore e bellezza, di donne e arte, ubicata a pochi passi da San Petronio, per la mostra fotografica «Women. Un mondo in cambiamento», curata da Marco Catteneo per il National Geographic e realizzata in collaborazione con Genus Bononiae - Musei nella città e Fondazione Carisbo.
«Beauty/Bellezza», «Joy/Gioia», «Love/Amore», «Wisdom/Saggezza», «Strength/Forza», «Hope/Speranza» sono le sei sezioni nelle quali si articola il percorso espositivo: un bel ritratto corale sulla condizione femminile, sui problemi e le sfide di ieri e di oggi che le donne si sono trovate ad affrontare, dando il loro contributo allo sviluppo sociale, politico ed economico dei vari Paesi del mondo.
Ecco così -raccontano a Santa Maria della Vita- che «le immagini festose delle ballerine di samba che si riversano nelle strade durante il carnevale di Salvador da Bahia si alternano a quelle delle raccoglitrici di foglie di the in Sri Lanka. E ancora il ritratto di donna afghana in burqa integrale rosso che trasporta sulla testa una gabbia di cardellini, potente metafora di oppressione, si contrappone all’immagine di libertà e bellezza di una ragazza in pausa sigaretta a Lagos, in Nigeria».
A chiudere il percorso espositivo -accessibile a sessanta persone per volta, in modo da garantire il giusto distanziamento fisico e permettere una visita in totale sicurezza- è la sezione «Portraits/Ritratti», scatti intimi e biografici di un gruppo iconico di attiviste, politiche, scienziate e celebrità intervistate dal «National Geographic» per un numero speciale del novembre 2019, ai tempi di Susan Goldberg, prima donna alla direzione della prestigiosa rivista internazionale.
Nancy Pelosi, Oprah Winfrey, il primo ministro neozelandese Jacinda Ardern e l’italiana Liliana Segre sono alcune delle donne che salutano metaforicamente il visitatore prima di uscire da Santa Maria della Vita, o meglio dal suo Oratorio, portandosi dietro un pensiero che aveva reso bene a parole Oriana Fallaci: «essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida, che non finisce mai».
Didascalie delle immagini
[Figg. 1-4] Allestimento della mostra «Women. Un mondo in cambiamento» a Santa Maria della Vita, Bologna. Foto: Paolo Righi; [fig. 5] La senatrice a vita Liliana Segre, fotografata da Nicola Marfisi a Milano, il 10 ottobre 2019. (Nicola Marfisi/AGF, 2019)
Informazioni utili
«Women. Un mondo in cambiamento».Chiesa Santa Maria della Vita, via Clavature, 8-10 - Bologna. Orari: lunedì-domenica ore 10.00 – 19.00 Ingresso: intero 10,00 euro, ridotto 8,00 euro. Informazioni mostra: tel. 051.19936343 - mail: esposizioni@genusbononiae.it Sito web: www.genusbononiae.it. Fino alo 13 settembre 2020
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