Fu il designer Ludovico Diaz de Santillana a intuire il potenziale di questo giovane soffiatore americano, fresco di studi in Scienze della lavorazione del vetro all’Università del Wisconsis (1967) e in Scultura alla Design School di Rhode Island (1968), nonché laureato in Interior Design all’Università di Washington (1965), accogliendolo come un figlio nella sua fornace e concedendogli un privilegio negato per secoli a chiunque non fosse veneziano, in ossequio a una tradizione di segretezza e protezione tecnica che aveva reso la lavorazione muranese leggendaria.
Per nove mesi, fino alla primavera inoltrata del 1969, Dale Chihuly si fece avvolgere dalle atmosfere dell’isola di Murano e della laguna veneziana, con la loro scenografia sospesa tra acqua e cielo. Osservò e studiò i ritmi delle fornaci e il lavoro dei maestri soffiatori e dei loro assistenti, che lavoravano in perfetta sincronia, come un’orchestra. Sperimentò le commistioni tra materiali diversi come vetro, plastica e neon. E, alla fine, tornò a casa non con una formula chimica segreta o una tecnica sconosciuta, ma con una lezione più importante: un metodo di lavoro che faceva della coralità la propria cifra stilistica.
Per Dale Chihuly quella scoperta era uno scontro culturale fecondo. La perfezione muranese - la sua millennaria fedeltà alla forma controllata, alla simmetria, alla precisione - rappresentava il polo opposto rispetto all'estetica americana dello Studio Glass, il movimento fondato dal suo maestro Harvey Littleton, il cui stile era, invece, basato sull'asimmetria, sulla deformazione intenzionale, sull'accettazione dell'accidente, sul gesto solitario dell’artista.
Dal confronto con la tradizione muranese, non dalla sua imitazione, nacque due anni dopo, nel 1971, la Pilchuck Glass School, ancora oggi uno dei centri di formazione vetraria più importanti al mondo, fondata dall’artista, con i mecenati e collezionisti Anne e John Hauberg, a Stanwood, nello Stato di Washington.
Quasi sessant’anni dopo quella folgorazione alchemica, l’arte di Dale Chihuly, con i suoi riflessi e le sue luci, torna a specchiarsi nelle acque di Venezia. In concomitanza con la sessantunesima edizione della Biennale d’arte («In Minor Keys», a cura di Koyo Kouoh, dal 9 maggio al 22 novembre), l’artista americano porta sul Canal Grande tre nuove sculture monumentali in vetro soffiato, installate nei giardini di altrettanti edifici affacciati sull’acqua, nei pressi del Ponte dell’Accademia: i palazzi Franchetti, Balbi Valier e Querini alla Carità.
Il progetto, intitolato «Chihuly: Venice 2026», è promosso dalla Pilchuck Glass School con il Frederik Meijer Gardens & Sculpture Park di Grand Rapids, nel Michigan, e si configura non solo come un intervento nello spazio pubblico, ma anche come un’operazione di memoria storica e un omaggio a una città che per l’artista è molto più di un luogo geografico. È una fonte originaria e costante di ispirazione. È la matrice generativa di un linguaggio creativo dalle dimensioni monumentali. È un teatro di sperimentazioni rivoluzionarie come il progetto «Chihuly Over Venice» del 1995-1996.
Il maestro vetraio americano, le cui opere si trovano in oltre duecento collezioni museali di tutto il mondo, tra cui il Metropolitan Museum of Art e il Victoria and Albert Museum, guarda proprio a quella mostra di trent’anni fa per il suo nuovo intervento in laguna, quasi, come afferma la curatrice Suzanne Geiss, a «chiudere un cerchio».
Allora, su invito di «Venezia Aperto Vetro», Dale Chihuly aveva posizionato quattordici Chandelier - enormi lampadari scultorei - in vari punti strategici della città, sospendendoli sui canali, inserendoli nella cornice di storici palazzi cittadini, calandoli nelle calli e creando così, con questa operazione senza precedenti per scala e impatto visivo, esplosioni di colori e luci che facevano dialogare la fragilità del vetro con la solidità secolare delle architetture veneziane. Quei lampadari non erano stati prodotti solo in Italia: Dale Chihuly aveva portato il suo team nelle fabbriche di vetro della Finlandia, dell'Irlanda e del Messico, raccogliendo tecniche e tradizioni da contesti geografici e culturali eterogenei. Il risultato era un'opera eminentemente ibrida, destinata a dare all'artista una visibilità internazionale senza precedenti e a contribuire in modo determinante a spostare il vetro dall'ambito dell'artigianato a quello della scultura contemporanea.
Il ritorno del 2026 non è una replica né una celebrazione nostalgica. Le tre sculture monumentali posizionate lungo il Canal Grande sviluppano il vocabolario formale che l’artista ha costruito nei trent'anni successivi a «Chihuly Over Venice», con un grado di ambizione e sperimentazione ulteriormente accresciuto.
La «Gold Tower» a Palazzo Franchetti, alta quasi dieci metri e composta da oltre 1.600 elementi assemblati a mano, è una cascata verticale di vetro dorato, con una translucenza dal color miele all’ambra più intensa, che reagisce alla luce in modo diverso a ogni ora del giorno, spaziando dalla nitidezza mattutina alla vibrazione calda del tramonto lagunare.
Nel giardino di Palazzo Balbi Valier trova, invece, posto la «Blue and Green Tower», dove il vetro blu, della parte inferiore, assorbe le ombre e conferisce profondità, mentre quello verde, della zona superiore, cattura e diffonde la luce circostante.
Infine, una terza installazione, «End of the Day Chandelier», è collocata sulla terrazza di Palazzo Querini alla Carità. Si tratta di un enorme lampadario composto da centinaia di elementi soffiati singolarmente - spirali, viticci, bulbi e forme allungate -, riuniti in un unico corpo sospeso attorno a un asse gravitazionale centrale. Il colore interviene in modo discontinuo, più per accostamenti che per armonia: gialli, blu, rossi e verdi si raggruppano e si disperdono. Il titolo dell’opera rimanda a una consuetudine propria della lavorazione del vetro, quella di riutilizzare i residui a fine giornata.
Ogni scultura nasce in dialogo con la specificità architettonica e luminosa del luogo che la ospita, e con la complessità stratificata della città che le circonda. Venezia, in questo senso, non è sfondo ma interlocutore attivo.
Il progetto si completa con un centro espositivo, di ricerca e archivistico, a cura di Suzanne Geiss, all'interno dell’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti a Palazzo Loredan, in Campo Santo Stefano. Qui, disegni, fotografie e materiali documentari ricostruiscono il processo creativo dell’artista e il contesto collaborativo che caratterizza la sua pratica.
Un nucleo di particolare interesse è costituito dai «Golden Celadon Baskets», realizzati nel 2017 alla Pilchuck Glass School, in occasione del quarantesimo anniversario della serie «Baskets». Si tratta di sculture che abbracciano deliberatamente l'asimmetria e la deformazione. In quelle forme irregolari si condensa la poetica più autentica dell’artista: la convinzione che il «cedimento» controllato della materia sia non un difetto ma un linguaggio, e che il dialogo con la tradizione passi necessariamente attraverso il rifiuto di imitarla.
Il vetro, fragile e luminoso, diventa così metafora perfetta di Venezia, città di equilibri precari e di bellezza persistente. E forse è proprio, in questo aspetto, che risiede il senso più profondo di questo ritorno: non nella celebrazione di un anniversario, ma nella possibilità di riattivare uno sguardo, trasformando i passanti in testimoni di un sogno che si fa materia, ultima pagina di una storia d’amore, dai riflessi vetrosi, durata una vita.
Didascalie delle immagini
1. Dale Chihuly, Gold Tower, 2025 31 x 10½ x 10½' (953 x 323 x 318 cm) Palazzo Franchetti, Venice, installed 2026 © 2025 Chihuly Studio. All rights reserved. Photograph by Nathaniel Willson; 2. Dale Chihuly, Blue and Green Tower, 2025 26½ x 10 x 10' (810 x 312 x 305 cm) Palazzo Balbi Valier, Venice, installed 2026 © 2025 Chihuly Studio. All rights reserved. Photograph by Nathaniel Willson; 3. Dale Chihuly, End of the Day Chandelier, 2025 16 x 8 x 8' (483 x 234 x 234 cm). Palazzo Querini alla Carità, Venice, installed 2026 © 2025 Chihuly Studio. All rights reserved. Photograph by Nathaniel Willson; 4. Dale Chihuly, End of the Day Chandelier, 2025 16 x 8 x 8' (483 x 234 x 234 cm). Palazzo Querini alla Carità, Venice, installed 2026 © 2025 Chihuly Studio. All rights reserved. Photograph by Nathaniel Willson; 5. Dale Chihuly Gold Tower (detail), 2025 31 x 10½ x 10½' (953 x 323 x 318 cm) Palazzo Franchetti, Venice, installed 2026 © 2025 Chihuly Studio. All rights reserved. Photograph by Nathaniel Willson; 6. Dale Chihuly, Celadon Baskets (detail), 2017 Palazzo Loredan, Venice, installed 2026 © 2017 Chihuly Studio. All rights reserved. Photograph by Nathaniel Willson; 7. Dale Chihuly, Faxes, 1994–96, with light table displaying Chihuly Over Venice, 1995-96 photography Palazzo Loredan, Venice, installed 2026 © 1994–2026 Chihuly Studio. All rights reserved. Photograph by Nathaniel Willson
Informazioni utili
«Chihuly: Venice 2026». Tre sculture monumentali sul Canal Grande, Venezia. Centro espositivo e archivistico: Istituto veneto di scienze, lettere ed arti (Palazzo Loredan), Campo S. Stefano, San Marco 2945 - 30124 Venezia. Orari: mercoledì - domenica, 11:00 - 19:00 (gli orari possono essere soggetti a modifiche. Sito internet: https:/www.chihulyvenice2026.com. Fino al 14 novembre 2026
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