Nelle code lunghe, ordinate e silenziose davanti ai seggi, tra cappotti lisi, abiti «della festa» e sguardi carichi di incertezza ed emozione, si consuma non una routine democratica, ma il rito di una rinascita. C’è la percezione diffusa che, per la prima volta dopo tanto tempo, la storia non stia semplicemente accadendo, ma stia passando attraverso le mani di ciascuno di quei poco più di 28milioni di italiani e italiane chiamati al voto.
2 giugno 1946: le donne al voto
Per le donne quel giorno ha un significato ancora più profondo: entrare nella cabina elettorale significa, per loro, affermare la propria esistenza politica, dopo secoli di esclusione. Sono chiamate per la prima volta (dopo il Decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del febbraio 1945 sul suffragio universale e una sorta di «prova generale» con le elezioni amministrative del 10 marzo 1946) a decidere il destino della loro nazione e sentono l’importanza di quei gesti semplici – tracciare un segno su un simbolo o accanto a un nome, piegare una scheda e riporla in un’urna -, ma per loro nuovi e, al contempo, potenti perché non riguardano solo la loro persona, ma anche i loro figli, i loro nipoti e le generazioni a venire.
Quelle donne – diverse per vissuti, storie e cultura - stanno vivendo un momento importante non solo per la formazione dell’identità nazionale, ma anche per l’emancipazione femminile. Appaiono come un universo multiforme eppure coeso, seppure nelle differenti posizioni. C’è chi, soprattutto tra le più giovani, indossa freschi abiti primaverili a fiori e chi, tra le anziane e le madri, porta vestiti a lutto in memoria dei congiunti caduti in guerra. C’è chi arriva al seggio con lo sgabello pieghevole sotto il braccio e il cartoccio con la colazione tra le mani e chi, come l’attrice Anna Magnani, si fa fotografare mentre umetta con le labbra il lembo della scheda prima di incollarla, dopo aver votato.
Sono tutte «senza rossetto», come da indicazioni dei comitati elettorali, e hanno tutte – scrive la giornalista Anna Garofalo - «un vuoto nel petto da giorni d’esame», mentre ripassano «mentalmente la lezione», con l’ansia di non fare errori, e tengono «le schede» tra le mani «come biglietti d’amore».
Come avrebbe, poi, ricordato Tina Anselmi, le italiane partecipano al voto in numero addirittura superiore agli uomini e spazzano così via le diffidenze di chi temeva non fossero «ancora pronte» per esprimere il proprio pensiero: dei 25milioni di votanti, quasi 13 milioni sono donne, pari all’89% delle aventi diritto. Ventuno di loro vengono elette nell’Assemblea costituente e contribuiscono, con l’attenzione alle tutele sociali e alla parità di genere, a creare le basi della nostra Repubblica, che prevale nel referendum con il 54,3% dei voti contro il 45,7% della Monarchia. Cinque – le democristiane Maria Federici e Angela Gotelli, la socialista Lina Merlin, e le comuniste Teresa Noce e Nilde Iotti - partecipano alla Commissione dei settantacinque che elabora il testo costituzionale.
Buon compleanno, Repubblica! Una storia lunga ottant'anni
Nei giorni antecedenti e successivi alle elezioni, un fotografo monzese, con la sua Leica al collo, si aggira per le città italiane, segnate da profonde ferite belliche nel loro tessuto urbano, ma anche dai primi e timidi segni di ricostruzione. Si muove tra comizi, piazze gremite di folla, passanti intenti a leggere manifesti affissi ai muri, file ai seggi, feste spontanee per l’annuncio dei risultati e scatta l’immagine che avrebbe sintetizzato per sempre quel passaggio epocale della storia italiana del Novecento: il volto luminoso di una giovane donna sorridente che emerge dalla prima pagina del «Corriere della Sera» del 6 giugno 1946, uno scatto scelto come copertina del settimanale «Tempo», il numero 22 uscito nelle edicole il 15 giugno dello stesso anno.
La fotografia campeggia sul manifesto della mostra «Donna Repubblica. I giorni del referendum», allestita dal 30 maggio al 5 luglio nelle sale del Munaf – Museo nazionale di fotografia, ospitato nella prestigiosa cornice settecentesca di Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo (nel Milanese).
L’esposizione - per la curatela di Kitti Bolognesi e Giovanna Calvenzi, con Matteo Balduzzi e Maddalena Cerletti - celebra non soltanto l’ottantesimo anniversario dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946, ma anche la potenza narrativa del fotogiornalismo d’autore attraverso l’opera di Federico Patellani (Monza 1911 – Milano 1977), uno dei grandi maestri del reportage italiano, Il cui fondo, conservato proprio dal museo lombardo, accoglie oltre 620mila unità tra negativi, stampe, provini e documenti che rappresentano non solo il lascito di un singolo artista, ma un archivio della memoria collettiva italiana del Novecento: decenni di storia politica, sociale, culturale e di costume restituiti attraverso l'occhio di un osservatore raffinato e mai compiacente né retorico.
Federico Patellani: il «giornalista nuova formula»
Ma chi è questo «sensibile e colto narratore», per usare un’espressione di Roberta Valtorta, che avrebbe dato vita al neorealismo fotografico italiano per quella sua capacità di unire l’accuratezza della cronaca giornalistica a una sensibilità estetica dal taglio cinematografico?
Nato a Monza il 1° dicembre del 1911, Federico Patellani si laurea in legge, dopo gli studi classici, e inizialmente segue la strada tracciata dal padre avvocato, ma presto l’urgenza di testimoniare quello che vede prende il sopravvento. Il suo apprendistato visivo inizia nel 1935, durante il servizio militare in Africa orientale come ufficiale del Genio: con una Leica documenta le operazioni dell'esercito, e alcune di quelle immagini vengono pubblicate sul quotidiano milanese «L'Ambrosiano». Al ritorno, prende la decisione definitiva: abbandona il diritto, mette da parte anche la pittura (altra sua passione) e si consacra definitivamente al fotogiornalismo.
Nato a Monza il 1° dicembre del 1911, Federico Patellani si laurea in legge, dopo gli studi classici, e inizialmente segue la strada tracciata dal padre avvocato, ma presto l’urgenza di testimoniare quello che vede prende il sopravvento. Il suo apprendistato visivo inizia nel 1935, durante il servizio militare in Africa orientale come ufficiale del Genio: con una Leica documenta le operazioni dell'esercito, e alcune di quelle immagini vengono pubblicate sul quotidiano milanese «L'Ambrosiano». Al ritorno, prende la decisione definitiva: abbandona il diritto, mette da parte anche la pittura (altra sua passione) e si consacra definitivamente al fotogiornalismo.
Dal 1939 inizia una lunga collaborazione con il settimanale «Tempo» di Alberto Mondadori, il rotocalco italiano che si ispira all'americano «Life», fucina di personalità del calibro di Carlo Emilio Gadda e Eugenio Montale, e che diventa la sua vetrina principale per oltre un decennio.
Nel 1943, su «Fotografia», un numero speciale di «Domus», Federico Patellani enuncia la sua poetica e parla del «giornalista nuova formula»: una figura che, prima ancora di scattare belle fotografie, deve informare il lettore, assumendo come modello il ritmo narrativo del cinema documentario. Le immagini devono essere, nelle sue stesse parole, «viventi, attuali, palpitanti». Questa visione si concretizza nei cosiddetti foto-testi: servizi narrativi in cui immagini e parole dialogano sullo stesso piano, producendo un racconto giornalistico di straordinaria efficacia. È una rivoluzione del linguaggio visivo italiano, in anticipo sui tempi: la fotografia diventa uno strumento interpretativo, capace di costruire senso e non semplicemente di registrare la realtà. È con questo stile che, durante la Seconda guerra mondiale, il fotografo monzese documenta gli effetti dei bombardamenti su Milano dell'agosto 1943, le macerie di Valmontone, gli effetti delle quattro giornate di Napoli.
Internato per due anni in Svizzera dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, Federico Patellani torna a Milano con occhi ancora più affilati, pronti a cogliere la faticosa rinascita del Paese. Nel 1952, con visione imprenditoriale anticipatrice, fonda la Pat Photo Pictures, una delle prime agenzie fotografiche moderne italiane, e collabora con le principali testate dell'epoca - dalla «Domenica del Corriere» a «Storia Illustrata» - fino alla sua morte, avvenuta a Milano il 10 febbraio 1977.
La «Donna della Repubblica»: memoria viva di un'epoca
Il servizio realizzato per il referendum del 1946, che registra il forte desiderio di partecipazione e di autodeterminazione degli italiani, rappresenta uno dei momenti più alti della sua produzione. Quelle fotografie, dallo sguardo empatico e quasi letterario, restituiscono non solo i luoghi e gli eventi che avrebbero portato alla nascita della Repubblica, ma anche le emozioni, le attese e le tensioni di quei giorni. E l'immagine della giovane donna, con il sorriso di chi ha appena visto, per la prima volta, il proprio nome – di cittadina avente diritto di voto – stampato su una tessera elettorale è il simbolo di un comune sentire, di un Paese che rinasce e decide il proprio destino, che si libera dal passato e guarda al futuro con speranza.
Quella modella ideale della nuova Italia è rimasta per molto tempo un volto senza nome. La sua identità è stata svelata solo postuma grazie alle ricerche dei giornalisti Giorgio Lonardi e Mario Tedeschini Lalli. Si tratta di Anna Iberti, impiegata amministrativa al quotidiano «Avanti!» e futura sposa del giornalista Franco Nasi.
L'obiettivo di Federico Patellani la incrocia sulla terrazza della redazione in via Senato a Milano, catturando in un istante perfetto l’ottimismo di una generazione. Lei - la donna in cui l’Italia andata al voto nel giugno del 1946 si specchia e si riconosce - sceglie per tutta la vita di custodire per sé quella vicenda, con riservatezza assoluta: una delle tante, significative contraddizioni di cui è intessuta la nostra storia più recente.
La mostra: percorso, allestimento e installazione
La mostra, allestita al piano nobile di Villa Ghirlanda, propone un percorso articolato che include stampe originali, negativi, provini e materiali d’archivio provenienti dal Fondo Federico Patellani. Questo patrimonio, di straordinaria ampiezza, consente di ricostruire non solo gli esiti finali del lavoro fotografico, ma anche il processo creativo che li ha generati, il «modo di osservare e costruire la realtà attraverso l’obiettivo».
Un’installazione video site-specific di Studio Azzurro, collettivo milanese di riferimento nell'arte interattiva e multimediale, arricchisce ulteriormente il percorso, introducendo una dimensione immersiva che dialoga con la fotografia storica. Attraverso video>, interviste e dispositivi interattivi, il visitatore è chiamato a confrontarsi con le immagini e con i metodi e le scelte del fotografo monzese, con le storie che ha incontrato e a cui ha dato voce.
Questo dialogo tra fotografia e nuove tecnologie contribuisce a rendere la mostra un’esperienza stratificata, capace di coinvolgere diversi livelli di percezione e di interpretazione: da un lato svela il «dietro le quinte» del metodo di lavoro di Federico Patellani e le sue tecniche di costruzione dell'immagine, dall'altro ne restituisce la dimensione umana e professionale attraverso le parole di chi lo ha conosciuto.
La sezione conclusiva del percorso espositivo si apre all'attualità, invitando il visitatore a riflettere sui molteplici usi che l'immagine della «Donna della Repubblica» ha conosciuto nel tempo, fino alla sua apparizione, recentissima, accanto alla Costituzione italiana e al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel messaggio di fine anno trasmesso a reti unificate.
In un’epoca caratterizzata da una sovrabbondanza di immagini, questa fotografia mantiene, dunque, una forza particolare, legata alla sua origine storica e alla sua capacità di condensare in un unico gesto una molteplicità di valori: libertà, partecipazione, emancipazione.
In conclusione, la mostra del Munaf non si limita a celebrare un anniversario, ma propone una riflessione articolata sul rapporto tra immagine, storia e cittadinanza. Attraverso lo sguardo di Federico Patellani, il visitatore è invitato a ripensare il momento della nascita della Repubblica non come un evento concluso, ma come un processo ancora in atto, che continua a interrogare il presente. E forse, come suggeriva Roland Barthes nel libro «La camera chiara» (1980), è proprio in quella «ferita» che ogni fotografia porta con sé che risiede la sua forza: la capacità di mettere in relazione tempi diversi, restituendo al presente l’intensità di un istante passato.
Nelle sale di Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo, nell’alta pianura lombarda, sembra così possibile cogliere un’eco lontana di quel giugno del 1946: il brusio delle piazze, il fruscio delle schede elettorali, e soprattutto la consapevolezza, fragile e potente, di essere parte di una storia che si sta scrivendo anche per il futuro, ricordandoci che la Repubblica non è un’istituzione immobile, ma un atto di partecipazione continua, una conquista da custodire come uno scrigno prezioso.
Nel 1943, su «Fotografia», un numero speciale di «Domus», Federico Patellani enuncia la sua poetica e parla del «giornalista nuova formula»: una figura che, prima ancora di scattare belle fotografie, deve informare il lettore, assumendo come modello il ritmo narrativo del cinema documentario. Le immagini devono essere, nelle sue stesse parole, «viventi, attuali, palpitanti». Questa visione si concretizza nei cosiddetti foto-testi: servizi narrativi in cui immagini e parole dialogano sullo stesso piano, producendo un racconto giornalistico di straordinaria efficacia. È una rivoluzione del linguaggio visivo italiano, in anticipo sui tempi: la fotografia diventa uno strumento interpretativo, capace di costruire senso e non semplicemente di registrare la realtà. È con questo stile che, durante la Seconda guerra mondiale, il fotografo monzese documenta gli effetti dei bombardamenti su Milano dell'agosto 1943, le macerie di Valmontone, gli effetti delle quattro giornate di Napoli.
Internato per due anni in Svizzera dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, Federico Patellani torna a Milano con occhi ancora più affilati, pronti a cogliere la faticosa rinascita del Paese. Nel 1952, con visione imprenditoriale anticipatrice, fonda la Pat Photo Pictures, una delle prime agenzie fotografiche moderne italiane, e collabora con le principali testate dell'epoca - dalla «Domenica del Corriere» a «Storia Illustrata» - fino alla sua morte, avvenuta a Milano il 10 febbraio 1977.
La «Donna della Repubblica»: memoria viva di un'epoca
Il servizio realizzato per il referendum del 1946, che registra il forte desiderio di partecipazione e di autodeterminazione degli italiani, rappresenta uno dei momenti più alti della sua produzione. Quelle fotografie, dallo sguardo empatico e quasi letterario, restituiscono non solo i luoghi e gli eventi che avrebbero portato alla nascita della Repubblica, ma anche le emozioni, le attese e le tensioni di quei giorni. E l'immagine della giovane donna, con il sorriso di chi ha appena visto, per la prima volta, il proprio nome – di cittadina avente diritto di voto – stampato su una tessera elettorale è il simbolo di un comune sentire, di un Paese che rinasce e decide il proprio destino, che si libera dal passato e guarda al futuro con speranza.
Quella modella ideale della nuova Italia è rimasta per molto tempo un volto senza nome. La sua identità è stata svelata solo postuma grazie alle ricerche dei giornalisti Giorgio Lonardi e Mario Tedeschini Lalli. Si tratta di Anna Iberti, impiegata amministrativa al quotidiano «Avanti!» e futura sposa del giornalista Franco Nasi.
L'obiettivo di Federico Patellani la incrocia sulla terrazza della redazione in via Senato a Milano, catturando in un istante perfetto l’ottimismo di una generazione. Lei - la donna in cui l’Italia andata al voto nel giugno del 1946 si specchia e si riconosce - sceglie per tutta la vita di custodire per sé quella vicenda, con riservatezza assoluta: una delle tante, significative contraddizioni di cui è intessuta la nostra storia più recente.
La mostra: percorso, allestimento e installazione
La mostra, allestita al piano nobile di Villa Ghirlanda, propone un percorso articolato che include stampe originali, negativi, provini e materiali d’archivio provenienti dal Fondo Federico Patellani. Questo patrimonio, di straordinaria ampiezza, consente di ricostruire non solo gli esiti finali del lavoro fotografico, ma anche il processo creativo che li ha generati, il «modo di osservare e costruire la realtà attraverso l’obiettivo».
Un’installazione video site-specific di Studio Azzurro, collettivo milanese di riferimento nell'arte interattiva e multimediale, arricchisce ulteriormente il percorso, introducendo una dimensione immersiva che dialoga con la fotografia storica. Attraverso video>, interviste e dispositivi interattivi, il visitatore è chiamato a confrontarsi con le immagini e con i metodi e le scelte del fotografo monzese, con le storie che ha incontrato e a cui ha dato voce.
Questo dialogo tra fotografia e nuove tecnologie contribuisce a rendere la mostra un’esperienza stratificata, capace di coinvolgere diversi livelli di percezione e di interpretazione: da un lato svela il «dietro le quinte» del metodo di lavoro di Federico Patellani e le sue tecniche di costruzione dell'immagine, dall'altro ne restituisce la dimensione umana e professionale attraverso le parole di chi lo ha conosciuto.
La sezione conclusiva del percorso espositivo si apre all'attualità, invitando il visitatore a riflettere sui molteplici usi che l'immagine della «Donna della Repubblica» ha conosciuto nel tempo, fino alla sua apparizione, recentissima, accanto alla Costituzione italiana e al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel messaggio di fine anno trasmesso a reti unificate.
In un’epoca caratterizzata da una sovrabbondanza di immagini, questa fotografia mantiene, dunque, una forza particolare, legata alla sua origine storica e alla sua capacità di condensare in un unico gesto una molteplicità di valori: libertà, partecipazione, emancipazione.
In conclusione, la mostra del Munaf non si limita a celebrare un anniversario, ma propone una riflessione articolata sul rapporto tra immagine, storia e cittadinanza. Attraverso lo sguardo di Federico Patellani, il visitatore è invitato a ripensare il momento della nascita della Repubblica non come un evento concluso, ma come un processo ancora in atto, che continua a interrogare il presente. E forse, come suggeriva Roland Barthes nel libro «La camera chiara» (1980), è proprio in quella «ferita» che ogni fotografia porta con sé che risiede la sua forza: la capacità di mettere in relazione tempi diversi, restituendo al presente l’intensità di un istante passato.
Nelle sale di Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo, nell’alta pianura lombarda, sembra così possibile cogliere un’eco lontana di quel giugno del 1946: il brusio delle piazze, il fruscio delle schede elettorali, e soprattutto la consapevolezza, fragile e potente, di essere parte di una storia che si sta scrivendo anche per il futuro, ricordandoci che la Repubblica non è un’istituzione immobile, ma un atto di partecipazione continua, una conquista da custodire come uno scrigno prezioso.
Didascalie delle immagini
1. Federico Patellani, Immagine per la copertina del settimanale Tempo n. 22 del 15-22 giugno 1946. Milano, 6-10 giugno 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 2. Federico Patellani, Immagine dal servizio fotografico realizzato per creare la copertina del settimanale Tempo n. 22 del 15-22 giugno 1946 in cui annunciare la vittoria della Repubblica, 6-10 giugno 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 3. Federico Patellani, Immagine dal servizio fotografico realizzato per creare la copertina del settimanale Tempo n. 22 del 15-22 giugno 1946 in cui annunciare la vittoria della Repubblica, 6-10 giugno 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 4. Federico Patellani, Scritta a favore della monarchia. Milano, 19-26 maggio 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 5. Federico Patellani, Cittadini escono dall’Ufficio elettorale dopo il voto. Milano, 2 giugno 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 6. Federico Patellani, Manifestazione in piazza del Duomo per festeggiare la vittoria della Repubblica. Milano, 11 giugno 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 7. Federico Patellani, Dopo la manifestazione monarchica in piazza del Cannone, manifestanti sventolano la bandiera del Regno d'Italia sotto la statua di Vittorio Emanuele II in piazza del Duomo. Milano, 26 maggio 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 8. Federico Patellani, Donne in piazza Castello al comizio di Achille Grandi, candidato democristiano all’Assemblea costituente. Milano, 19 maggio 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 9. Federico Patellani, Manifesti affissi per il referendum sulla scelta tra Monarchia e Repubblica e per le elezioni dell’Assemblea costituente. Milano, 2-5 giugno 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di Fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 10. Federico Patellani, Mezzo cingolato canadese di trasporto truppe in piazza Sempione. Milano, 2-6 giugno 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo; 11.Federico Patellani, Comizio di Achille Grandi, candidato democristiano all’Assemblea costituente, in piazza Castello. Milano, 19 maggio 1946. © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo nazionale di fotografia, Milano-Cinisello Balsamo
Informazioni utili
«Donna Repubblica. I giorni del referendum». Munaf – Museo nazionale di Fotografia | Villa Ghirlanda, via Frova 10, Cinisello Balsamo (Milano). Orari: mercoledì–venerdì, ore 16:00–19:00 | sabato–domenica, ore 10:00–19:00. Ingresso gratuito. Sito internet: https://www.munaf.it. Fino al 5 luglio 2026











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