Con la candidatura di Barcellona a Capitale mondiale dell'architettura per il 2026 e il centenario della morte di Antoni Gaudí, la Sagrada Família, i cui lavori dovrebbero definitivamente concludersi intorno al 2034, si arricchisce, dunque, di un nuovo tassello, quasi l’ultimo sospiro di un «cantiere in corso d’opera» che trova finalmente il suo compimento plastico.
Andrea Mastrovito, artista formatosi all'Accademia di belle arti di Bergamo, che da anni divide la sua vita e la sua attività tra l'Italia e New York, è conosciuto per aver sperimentato diversi registri e medium: dalle vetrate tridimensionali per la chiesa di San Giovanni XXIII a Bergamo (2024) ai film d'animazione muti «NYsferatu» (2017) e «I Am Not Legend» (2020), senza dimenticare le grandi installazioni site-specific in giro per il mondo come, per esempio, «Tristes Presentimientos de lo que ha de acontecer» (2022), oggi nella collezione permanente della Gamec di Bergamo. Il suo primo e più grande amore rimane, però, il disegno, concepito come «logos universale», ovvero come strumento di conoscenza e di mappatura del contemporaneo. A questo medium l'artista ha addirittura dedicato uno spazio espositivo: la «The Drawing Hall», aperta a Bergamo nel 2021, insieme ai soci Marco Marcassoli e Walter Carrera.
Per una figura così poliedrica, la commissione per la Sagrada Família rappresenta, al tempo stesso, il coronamento di un percorso e una sfida senza precedenti: tradurre in forma scultorea e luminosa il nucleo teologico del progetto gaudiniano, in dialogo con uno degli edifici più analizzati e amati della storia dell'architettura mondiale.
L’opera ideata per la chiesa spagnola - la cui inaugurazione è prevista per il prossimo 10 giugno, alla presenza di papa Leone IV e in occasione del centenario della morte di Antoni Gaudí - si intitola «GV 1,29» e trae il suo nome da un versetto del Vangelo di Giovanni, quello in cui il Battista additando Gesù esclama: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!».
Vetro, oro e acciaio compongono la grande installazione, che nei prossimi giorni sarà collocata in sospensione all'interno del braccio superiore della Torre di Gesù Cristo, avvolta dalla luce delle grandi vetrate della Sagrada Família e dal lucernario della croce, con il candore della pietra onice, usata per rivestire le pareti interne della struttura, a potenziarne la luminosità.
Al centro del progetto, con cui si sintetizza il messaggio evangelico che identifica Gesù Cristo come vera luce e origine del mondo, risplende l’«Agnello», una scultura di 120 cm in vetro cavo soffiato a mano, modellato con tecniche di molatura a freddo e assemblato con resina Uv strutturale, la cui superficie è interamente rivestita da migliaia di frammenti di cristallo che ne moltiplicano la rifrazione. Su uno dei fianchi, incisa con del fosforo fotoluminescente, corre la trascrizione in greco onciale antico del versetto di Giovanni, che nelle ore notturne si illumina grazie a quattro faretti a luce laser blu.
Attorno alla scultura si dispiegano ventiquattro tubi in acrilico di lunghezza variabile fino a tre metri, dorati in foglia d'oro 24 carati, su cui sono riportate, in riserva d'oro realizzata mediante stencil in vinile, altrettante citazioni dell'«Agnus Dei» tratte dal Nuovo Testamento. All'interno di ciascun tubo scorre una striscia led da 4,8 watt, che illumina le iscrizioni diffondendo una luce bianca morbida e omogenea. La forma geometrica risultante è un semi-iperboloide regolare: una serie di linee rette che, per l'effetto ottico tipico dei paraboloidi iperbolici, il visitatore percepisce come una curva continua.
Circa cinquecento sagome ovali di ottone, tagliate a macchina e modellate a mano e dorate, completano la struttura. Queste forme sono sospese con sottilissimi fili di nylon e distribuite secondo la medesima geometria iperboloide, creando una galassia di riflessi: un firmamento interno che moltiplica e diffrange ogni fonte luminosa. Il light design è stato affidato allo Studio Waldemeyer; mentre la doratura, che rimanda alla tradizione dell'iconografia sacra e al valore salvifico del sacrificio di Gesù Cristo, è opera dello Studio Reduzzi.
Le fonti di ispirazione dichiarate da Andrea Mastrovito per la realizzazione di «GV 1,29» costituiscono un percorso affascinante attraverso la storia dell'arte e della scienza, a cui fa da filo conduttore il tema della luce come manifestazione del sacro.
L’artista bergamasco cita espressamente «L'Estasi di Santa Teresa d'Avila» (1652) di Gian Lorenzo Bernini, uno dei capolavori del Barocco italiano: i raggi dorati dell'iperboloide richiamano direttamente i raggi di luce bronzea che attraversano la cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria a Roma, simbolo di una ferita d'amore, la «transverberazione», ovvero il momento mistico in cui un angelo, secondo i racconti autobiografici della santa, le trafigge il cuore con un dardo infuocato, simbolo dell’amore divino che ferisce l’anima per unirla a Dio.
Tre ulteriori ispirazioni si trovano all'interno della stessa Sagrada Família. Il triangolo in mosaico di vetro veneziano dorato che rappresenta Dio Padre, all'apice del lucernario principale dell'abside, ha suggerito la forma geometrica dell'installazione. Il crocifisso sospeso sull'altare maggiore e le lanterne del baldacchino hanno ispirato la struttura portante luminosa. Infine, l'iperboloide, la forma che Antoni Gaudí impiegò per la prima volta in architettura per convogliare la massima quantità di luce all'interno della navata, è il principio costruttivo della scultura di Andrea Mastrovito, in una citazione strutturale prima ancora che estetica.
Un’ulteriore fonte di ispirazione è scientifica e si connette alla cosmologia moderna. Grazie alla collaborazione con l’astrofisico Marco Bersanelli, il team che si è occupato della costruzione della Torre di Gesù Cristo alla Sagrada Família, guidato da Jordi Faulí e dall’architetto Mauricio Cortès, ha tratto ispirazione per il suo progetto dalla curva di Friedmann-Lemaître, un modello che descrive l'espansione dell'universo. La scultura di Andrea Mastrovito si inserisce, dunque, in un dialogo tra fede, arte e cosmologia che Antoni Gaudí aveva solo suggerito, ma che i suoi successori hanno portato a una coerenza sistematica.
Negli «Àlbums del Temple», i fascicoli pubblicati dalla Junta Constructora, l'architetto catalano descriveva ogni superficie e ogni colore come una traduzione spaziale della presenza divina. Antonio Mastrovito eredita questa visione e la articola in tre registri distinti: luce naturale, artificiale e spirituale. I riflessi del sole e il luccichio dei led dialogano così con l’oro, il metallo che da secoli nell'iconografia sacra - dal Pantocrator bizantino alle pale d'altare medievali - rappresenta la trascendenza e la gloria divina. La stessa iconografia dell’«Agnus Dei» trova traccia negli «Àlbums del Temple», dove Antoni Gaudì menziona esplicitamente la scultura dell'Agnello come elemento destinato a completare il progetto architettonico della croce.
La proposta dell’arista bergamasco - che è stata esposta la scorsa primavera al Museu Diocesà de Barcelona con gli studi degli altri quattro finalisti (Edoardo Tresoldi, David Oliveira, Gonzalo Borondo e Jordi Alcaraz) - è stata selezionata dalla commissione, si legge nel comunicato ufficiale, «per l'eleganza della sua luce dorata e la trasparenza luminosa dell'Agnello»: criteri che rinviano direttamente al vocabolario estetico e teologico del maestro catalano, ma che trovano nella sensibilità contemporanea dell'artista bergamasco una traduzione inedita.
Andrea Mastrovito ha, dunque, saputo raccogliere l’eredità di Antoni Gaudí senza rinunciare alla propria autorialità contemporanea. Il suo «Agnus Dei» non è un reperto nostalgico, ma un’opera viva che utilizza tecnologie d’avanguardia - dal taglio laser alla luce led - per rendere tangibile l’intangibile.
Ciò che vedremo alzando gli occhi verso i 172 metri della Torre di Gesù Cristo non sarà, infatti, un semplice elemento decorativo, ma piuttosto un dispositivo semantico in cui oro, vetro e luce si fonderanno per dare voce al sacro. Una pioggia di bagliori e rifrazioni, inscritta in una geometria che oscilla tra le leggi dell’astrofisica e il mistero della fede, ci parlerà di ciò che è destinato a mutare a ogni ora del giorno, a ogni cambio di stagione, a ogni nuvola che solca il cielo di Barcellona. È un miracolo quotidiano che spesso ignoriamo e che, qui, ci pone di fronte al mistero del divino: ciò che resta quando si toglie tutto ciò che si può spiegare.




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