ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

lunedì 25 settembre 2017

Giacomo Grosso, un artista ottocentesco tra pittura e Accademia

Si articola in tre sedi espositive l’omaggio che la città di Torino fa a Giacomo Grosso (Cambiano 1860 - Torino 1938), uno dei pittori piemontesi più conosciuti e amati nel periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento, che fu per oltre quarant’anni docente di pittura all’Accademia Albertina. Il Museo di arti decorative Accorsi-Ometto, la Pinacoteca dell’Accademia di Belle arti e Palazzo Madama, insieme con il Comune di Cambiano, sono i luoghi selezionati per ospitare l’esposizione curata da Angelo Mistrangelo, con l’intento di raccontare l’ultima stagione pittorica dell’artista caratterizzata da una ritrattistica di sicura fascinazione come mostrano i dipinti dedicati ai Duchi d’Aosta, Lorenzo Delleani, Arturo Toscanini e Giuseppe Verdi.
La storia e il percorso del pittore piemontese comincia idealmente nella Sala del Consiglio del Palazzo comunale di Cambiano. Il corpus di opere e di documenti esposti in questa sede concorre a delineare la vita e la storia artistica di Giacomo Grosso: si va dagli studi giovanili alla formazione presso l’Accademia Albertina, dove fu allievo di Andrea Gastaldi, dai ritratti dei genitori a quelli dei figli e della moglie Carolina. Questa sezione, nella quale si trova esposto un capolavoro come l’imponente e suggestiva tela «Il Pater Noster», permette di conoscere i momenti salienti di un percorso che nel 1895 raggiunse l’importante palcoscenico della Biennale internazionale di Venezia, dove il quadro «Il supremo convegno» -che raffigura un gruppo di donne nude intorno alla bara aperta di Don Giovanni, collocata all’interno di una chiesa- fece così tanto scalpore da essere condannato dal Patriarca Giuseppe Sarto, il futuro Pio X.
L’artista legò il suo nome alla Biennale altre tredici volte con un corpus di oltre cento opere esposte, ma fu protagonista anche alla Quadriennale di Torino, alle sociali della «Promotrice» e del Circolo degli artisti, oltre a varie esposizioni a Parigi, Vienna, Dresda, Buenos Aires e in diverse rassegne internazionali.
Questa storia viene raccontata quasi in toto alla Pinacoteca dell’Accademia Albertina di Belle arti. Attorno all’autoritratto dell’artista, si possono scoprire paesaggi e vedute urbane, bozzetti inediti, nature morte, composizioni floreali, ritratti e nudi femminili, tutte opere di assoluto rilievo. Tra i capolavori allestiti in Pinacoteca spiccano «La nuda» del 1896, proveniente dalla Gam di Torino, e i sontuosi ritratti di Umberto I, della Regina Elena e di Vittorio Emanuele III di Savoia, oltre al dipinto su cui Giacomo Grosso diede l’ultima pennellata poco prima di morire, nel 1938.
Particolarmente affascinante è la sezione «Studium», curata dal direttore Salvo Bitonti e da alcuni docenti dell’Albertina, che propone la ricostruzione dello studio di Giacomo Grosso all'interno dell’accademia attraverso le sorprendenti fotografie autocrome stereoscopiche scattate all’inizio del Novecento da Ferdinando Fino, mentre un video racconta, con una tecnica raffinata e innovativa (picture motion), il mondo pittorico dell'artista.
Al Museo Accorsi-Ometto si possono, invece, ammirare i grandi ritratti: personalità della cultura, affascinanti signore dell’aristocrazia e dell’alta borghesia, tutti raffigurati con sorprendente capacità compositiva ed espressiva.
«Lidia Bass Kuster» (1903), «Luisa Chessa» (1903), «Daisy de Robilant Francesetti di Malgrà» (1897), «La Contessa Gallo» (1918), «Eleonora Guglielminetti Vigliardi Paravia» (1919), «L’ingegner Vittorio Tedeschi» (1925) sono solo alcuni dei personaggi che con i loro volti signorili, gli sguardi profondi e i sontuosi vestiti esprimono il senso della ricerca visiva di Grosso e la straordinaria definizione degli interni, con le figure che quasi emergono dallo spazio della tela e che creano un intrigante rapporto con gli ambienti e l’arredamento del museo.
In mostra, i dipinti sono affiancati da una serie di accessori, quali raffinati cappelli, ventagli di piume di struzzo, scarpe da sera in raso e guanti in camoscio, oltre a due abiti che occhieggiano e ricreano la suggestione delle toilettes delle dame ritratte da Grosso.
Alla Corte medievale di Palazzo Madama sarà, infine, possibile vedere, all'interno dell’imponente «Cornice d’alcova», una significativa tela dell’artista, la «Ninfea», esposta nel 1907 alla Biennale Internazionale di Venezia.
 Un viaggio, dunque, completo attraverso l’opera di Giacomo Grosso quello proposto a partire dal 28 settembre dalla città di Torino, a ventisette anni dalla mostra ospitata alla Promotrice delle Belle arti, che permette di mettere in risalto il talento, caratterizzato da un altissimo valore tecnico-artistico, del maestro piemontese, ma anche numerose testimonianze della sua vita, alcune delle quali inedite.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Giacomo Grosso, Autoritratto, 1931. Olio su tela, cm 86 x 66. Pinacoteca dell’Accademia Albertina, Torino (inv. 396); [fig. 2] Giacomo Grosso, Il Pater Noster (Sacra Famiglia), 1934. Olio su tela, cm 198 x 271,5. Palazzo Comunale, Cambiano; [fig. 3] Giacomo Grosso, Ninfea, 1907. Olio su tela, cm 230 x 100. Collezione privata; [fig.4] Giacomo Grosso, Nudo di donna. Olio su tela, cm 200 x 69. Pinacoteca dell’Accademia Albertina, Torino (inv. 418)

Informazioni utili
«Giacomo Grosso. Una stagione tra pittura e accademia». Museo di Arti Decorative Accorsi - Ometto, via Po, 55 – Torino; Pinacoteca Accademia Albertina, via Accademia Albertina 8 – Torino; Palazzo Madama, piazza Castello – Torino; Palazzo del Comune di Cambiano, piazza Vittorio Veneto - Cambiano. Informazioni: comunicazione@accademialbertina.torino.it, tel. 011.0897370 | info@fondazioneaccorsi-ometto.it, tel. 011.837688 (int. 3). Dal 28 settembre 2017 al 7 gennaio 2018

sabato 23 settembre 2017

A Prato una mostra sulla Sacra cintola di Maria

È il 1141 quando a Prato, grazie al mercante e pellegrino Michele Dagomari, giunge da Gerusalemme la Sacra cintola, reliquia che la tradizione, mutuata da un testo apocrifo del V-VI secolo, ritiene essere stata donata dalla Vergine Maria a San Tommaso nel momento in cui veniva assunta in cielo. Dal Duecento questa preziosa cintura, donata nel 1172 alla pieve pratese e oggi custodita nella cattedrale di Santo Stefano, è oggetto di venerazione ed è considerata, sia dal punto di vista spirituale che civile, il tesoro più prezioso della città, contribuendo a rafforzarne il prestigio e l’identità in un avvincente intreccio di devozione, arte e tradizione.
Alla Sacra cintola -una striscia di ottantasette centimetri di lana finissima dalle tonalità verdoline, broccata in filo d'oro con ai capi due cordicelle per legarla- è dedicata la mostra allestita fino al 14 gennaio al Museo di Palazzo Pretorio, negli spazi espositivi recuperati dell’ex Monte dei Pegni.
L’esposizione, a cura di Andrea De Marchi e Cristina Gnoni Mavarelli, prende spunto da questo prezioso simbolo dalla storia pratese per intrecciare i fili di un racconto che parla della città toscana e del suo ricco patrimonio di cultura e bellezza custodito sul territorio e riconoscibile anche al di fuori dei confini locali.
È ad esempio attorno alla Sacra cintola, disputata per secoli fra chiesa e comune, che crebbe per gradi la fabbrica gotica dell’allora prepositura di Santo Stefano, nella quale fu realizzata una cappella apposita per il manufatto, affrescata da Agnolo Gaddi tra 1392 e 1395 e arricchita da una statua di Giovanni Pisano, e per la quale Donatello e Michelozzo realizzarono tra il 1428 e il 1438 il pulpito per l’ostensione periodica, sull’angolo della nuova facciata. Quest’ultimo manufatto, definito da Gabriele D’Annunzio «il grande nido», è stato recentemente sottoposto a restauro e «riconsegnato alla città -raccontano gli organizzatori della rassegna- nel pieno della sua bellezza d’insieme, un fascino generato dal perfetto, equilibrato rapporto fra le parti: il ricco basamento retto dal capitello bronzeo, il parapetto coi putti danzanti, fino all’elegante baldacchino che lo protegge».
Il percorso espositivo della mostra pratese, il cui allestimento è stato curato da Francesco Procopio, si apre con una delle prime attestazioni in Occidente della Madonna assunta che dona la Cintola, con il rilievo eponimo del Maestro di Cabestany, scultore romanico attivo nel Roussillon e in Toscana che lavorò anche a Prato, nei capitelli del chiostro dell’antica prepositura di Santo Stefano.
Cuore pulsante della rassegna è, però, la ricomposizione della pala dell’«Assunta» di Bernardo Daddi, uno dei più eleganti allievi di Giotto. L’opera fu realizzata tra il 1337 e 1338 in seguito al nuovo allestimento della Sacra cintola, posizionata in una cappella a lato della maggiore, dopo il furto del 1312 ad opera del pistoiese Musciattino. Nel tempo è stata smembrata e la mostra pratese permette di tornare ad ammirarla nel suo complesso, riunendo tutti i suoi componenti che originariamente comprendevano una doppia predella con la storia del viaggio della cintola e del suo approdo a Prato (questa custodita nel museo toscano) e la parallela migrazione del corpo di Santo Stefano da Gerusalemme a Roma, oltre a una tavola con San Lorenzo (custodita nei Musei Vaticani) e a una terminazione con la «Madonna assunta che cede la Cintola a San Tommaso» (conservata al Metropolitan Museum di New York).
Il percorso espositivo continua con un nucleo scelto di cintole profane del XIV secolo, preziosamente decorate, che fanno capire la carica simbolica di un simile oggetto, esibito anche dall’elegantissima Santa Caterina dipinta da Giovanni da Milano nel polittico per lo Spedale della Misericordia, uno dei capolavori del museo di Palazzo Pretorio.
Segue in mostra una rassegna esemplificativa delle diverse elaborazioni nell'arte toscana del Trecento dell'iconografia dedicata alla morte della Vergine e alla sua Assunzione: dipinti, miniature, sculture che consentono di apprezzare la diversa interpretazione del tema in area fiorentina, dove San Tommaso afferra la cintola, e in area senese, dove la cintola è lasciata cadere dalla Madonna in volo.
Chiudono il percorso espositivo testimonianze documentarie e visive che accompagnarono, nel corso dei secoli, il culto della stessa cintola e la sua ostensione: preziose custodie, suppellettili e arredi della cappella in cattedrale.
Ma la mostra esce in realtà anche fuori dalle mura di Palazzo Pretorio, forziere delle memorie e delle vicende storiche della città che conserva al suo interno opere, tra gli altri, di Luca Signorelli, Andrea Della Robbia, Mattia Preti e Ardengo Soffici. Il Duomo di Prato è, infatti, parte integrante di un percorso che permette ai visitatori di entrare nella Cappella della Cintola, abitualmente preclusa alla visita e di ammirare da vicino il ciclo di affreschi realizzati da Agnolo Gaddi. Qui il visitatore può vedere anche le «Storie di Santo Stefano e San Giovanni Battista», una delle più alte espressioni della produzione di Filippo Lippi per qualità e complessità della pittura. Il lavoro, eseguito dal 1452 al 1465, fu caratterizzato da lunghe pause legate agli altri impegni della bottega e alle umanissime vicende sentimentali dell’artista. Data, infatti, intorno al 1456 il «rapimento», dal vicino convento di Santa Margherita, della monaca Lucrezia Buti, dalla cui unione nacque Filippino, il più grande dei pittori pratesi. Il maestro fiorentino rimase così incantato dalla «bellissima gratia et aria» della donna, per usare le parole di Giorgio Vasari, da usarla come modella per dipingere la Santa Margherita raffigurata nella pala d’altare «La Madonna della Cintola», oggi conservata a Palazzo Pretorio. Una storia, dunque, interessante che intreccia i fili  di storia e devozione, arte e tradizione quella in mostra a Prato.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Giovanni Pisano, Madonna col Bambino, parata con dalmatica e mantellino del 1775, Diocesi di Prato; [fig. 2] Bernardo Daddi, L'Assunzione della Vergine, 1337-39, The Metropolitan Museum of Art, Robert Lehman Collection, 1975 (1975.1.58); [fig. 3] Bernardo Daddi, Storie della sacra Cintola, 1337-39, tempera e oro su tavola, Prato, Museo di Palazzo Pretorio; [fig. 4] Filippo Lippi-Fra' Diamante, La Madonna de la Cintola a S.Tommaso, 1456-65. Prato, Museo di Palazzo Pretorio

Informazioni utili 
Legati da una cintola. L’Assunta di Bernardo Daddi e l’identità di una città. Palazzo Pretorio, piazza del Comune – Prato. Orari:  tutti i giorni, dalle ore 10.30 alle ore 18.30; chiuso il martedì; la biglietteria chiude alle ore 18.00. Ingresso: intero € 12,00, ridotto € 10,00. Informazioni e prenotazioni : tel. 0574.19349961 (dal lunedì al venerdì, ore 9.00-18.00, il sabato, ore 9.00-14.00) o museo.palazzopretorio@comune.prato.it. Sito internet: www.palazzopretorio.prato.it. Fino al 14 gennaio 2018. 

giovedì 21 settembre 2017

A Venezia i tesori indiani della collezione Al Thani

Gemme splendenti, pietre preziose, antichi e leggendari gioielli, ma anche creazioni contemporanee: duecentosettanta manufatti e cinque secoli di indiscussa maestria artigiana e di design di estrema raffinatezza, specchio della gloriosa tradizione indiana, sono al centro della mostra che la Fondazione Musei civici di Venezia organizza, negli spazi di Palazzo Ducale, grazie alla collaborazione dello sceicco Hamad bin Abdullah Al Thani, membro della famiglia reale del Qatar, e alla sua raccolta di preziosi. «Tesori dei Moghul e dei maharaja: la collezione Al Thani», questo il titolo della rassegna, presenta circa trecento pezzi selezionati da Amin Jaffer e Gian Carlo Calza, sotto la direzione scientifica di Gabriella Belli, che permettono al visitatore un viaggio dai discendenti di Gengis Khan e Tamerlano ai grandi maharaja.
«Fin dall’antichità -raccontano gli organizzatori- l’India è stata una terra ricca di pietre preziose e patria di una tradizione orafa di estrema raffinatezza. Qui gemme e gioielli sono parte integrante dell’abbigliamento e dello stile di vita quotidiano. L’impareggiabile qualità dei diamanti di Golconda, gli spinelli -pietre preziose simili a rubini- del Badakhshan, le spettacolari tonalità degli zaffiri del Kashmir resero celebre l’Asia meridionale, dove confluivano anche i rubini di Ceylon (l’attuale Sri Lanka) e della Birmania (l’attuale Myanmar), e le perle del Golfo persico. Così quando i Moghul assursero al potere, nel XVI secolo, i loro maestri gioiellieri elevarono l’oreficeria a vera e propria forma d’arte».
In India i gioielli sono molto di più di un semplice ornamento: hanno spesso un carattere propiziatorio e riflettono il rango, la casta, la terra d’origine, lo stato civile o la ricchezza di chi li indossa.
Il punto di partenza storico della mostra, della quale rimarrà documentazione in un catalogo di Skira, è lo stile di corte dei Moghul (1526-1858), la dinastia timuride fondata all’indomani della conquista di gran parte dell’India settentrionale per mano di Babur (1526), che divenne da subito epicentro di uno stile peculiare e che raggiunse il suo massimo splendore durante i regni del quarto e del quinto imperatore Moghul. Il visitatore è condotto ad ammirare, attraverso i tesori della Collezione Al Thani, l’incredibile assortimento di gemme dinastiche a partire da due diamanti universalmente noti: l’Idol’s Eye (Occhio dell’idolo), il più grande diamante blu tagliato del mondo, e l’Arcot II, uno dei due diamanti donati alla regina Charlotte, moglie del re Giorgio III (1738-1820), da Muhammad ‘Ali Wallajah, nawab di Arcot (1717-1795).
Questi due pezzi unici sono esposti insieme a smeraldi e spinelli in parte incisi con i nomi e i titoli dei sovrani che li possedettero.
Punti focali dell’esposizione sono il gusto artistico Moghul e il suo dialogo con la cultura europea, instauratosi a partire dal Rinascimento e incentrato sul reciproco scambio di stili e tecniche. La profondità del legame tra Europa e India è attestata dall’uso frequente nella gioielleria indiana della smaltatura, una tecnica ispirata proprio all’arte delle corti rinascimentali.
La seconda sezione della mostra è dedicata ad alcuni suggestivi esemplari in giada e cristallo di rocca, due materiali molto apprezzati alla corte Moghul. Nella cultura islamica, la giada era considerata una pietra propiziatrice di vittoria e si credeva perfino rivelasse la presenza del veleno e ne contrastasse gli effetti. Tra i pezzi esposti meritano una segnalazione la Coppa per il vino dell’imperatore Jahangir, contenente un’iscrizione in versi in lingua persiana e la titolatura del monarca e il pugnale di Shah Jahan (1620-1625), un capolavoro dell’arte di corte Moghul, che riporta iscritti sulla lama i titoli dell’imperatore.
L’esposizione continua con alcuni oggetti caratterizzati da una raffinata decorazione a smalto policromo e dall’uso del kundan una tecnica che consente di montare le gemme con l’oro senza il ricorso a griffe ma semplicemente avvolgendo il castone con lamine malleabili di oro puro che sviluppano un legame molecolare intorno alla pietra. Tra questi spiccano lo splendido set da scrittoio con portapenne e calamaio (Deccan o India settentrionale, 1575- 1600), realizzato in oro massiccio tempestato di pietre preziose, e la superba collezione di oggetti a smalto verde con gemme incastonate, datati al XVIII secolo, opera delle botteghe di Hyderabad.
Altra meraviglia di questa sezione è l’ornamento del trono di Tipu Sultan a forma di testa di tigre, realizzato in occasione della sua ascesa al potere. In oro tempestato di gemme, il trono fu smembrato dopo l’uccisione di Tipu e la conquista di Seringapatam da parte delle forze britanniche nel 1799. Alcune parti del trono entrarono nella collezione della famiglia reale britannica, mentre altre, tra cui questo oggetto, sono state ritrovate solo di recente.
Incentrata su ornamenti e simboli del potere, la quarta sezione propone un repertorio di manufatti straordinari che copre un arco cronologico che spazia dal XVII al XX secolo. Tra di essi è possibile ammirare una splendida collezione di collier di diamanti e altri oggetti preziosi come la spada del nizam di Hyderabad e il favoloso baldacchino che faceva parte del tappeto di perle di Baroda, commissionato dal maharaja Khanderao Gaekwad tra il 1865 e il 1870. Quest’ultimo oggetto era stato confezionato con l’idea di collocarlo all’interno della tomba del profeta Maometto a Medina, ma il dono non partì mai per la sua destinazione. La seta che riveste la pelle di cervo è riccamente decorata in argento, oro, vetro colorato, diamanti, rubini, zaffiri, smeraldi e circa 950.000 perle.
La mostra presenta, quindi, una sezione dedicata all’Europa con gioielli realizzati da prestigiose maison occidentali su richiesta dei principi indiani.
Tra tutte spicca Cartier, autrice di un girocollo di rubini disegnato per una delle mogli del maharaja Bhupinder di Patiala, oltre che di due opere per il maharaja Digvijaysinhji, successore del maharaja Ranjitsinhji di Nawanagar: il meraviglioso Occhio della tigre, un diamante color oro montato a ornamento per turbante, e una splendida collana déco impreziosita dai rubini. In questa sezione incanterà i visitatori anche la sublime piuma di pavone in smalto creata da Mellerio detto Meller (Parigi 1905) e acquistata dal maharaja Jagatjit Singh di Kapurthala.
La mostra getta, infine, un occhio alla creatività contemporanea presentando i lavori che Viren Bhagat crea nel suo laboratorio di Bombay, coniugando materiali e tecniche moderne con forme e motivi decorativi antichissimi. Un viaggio, dunque, da mille e una notte attraverso cinquecento anni di maestria artigiana e di rara bellezza attende il visitatore della mostra veneziana, che permetterà di immergersi tra i colori e le suggestioni di un Paese che ha regalato al mondo della gioielleria inestimabili tesori.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Collana di rubini di Nawanagar Cartier, 1937. Platino, rubini, diamanti, h. 20,5 cm, largh. 19,5 cm. The Al Thani Collection, [fig. 2] Aigrette Mellerio dits Meller, Parigi, 1905. Oro, platino, diamanti, fondo a smalto, h. 15,5 cm, largh. 6 cm. The Al Thani Collection; [fig. 3] Diffusore per l’acqua di rose India settentrionale, 1675-1725. Oro, rubini, smeraldi, perle,  h. 25,5 cm, diam. 10,3 cm. Iscrizione in persiano sulla base: 64 tola 4 masha / 64 tola 2 masha. The Al Thani Collection; [fig. 4] Elemento decorativo dal trono di Tipu Sultan Mysore, 1787-1793 circa; plinto 1800 c.. Oro, diamanti, rubini, smeraldi, lacca. Plinto: marmo nero, metallo dorato, h. 17,1 cm /Elemento decorativo h. 6,8 cm, largh. 5,4 cm, sp. 5,5 cm. Plinto h. 10,3 cm, largh. 10 cm, sp. 10 cm. The Al Thani Collection

Informazioni utili 
 «Tesori dei Moghul e dei maharaja: la collezione Al Thani». Palazzo Ducale, San Marco, 1 - Venezia. Orari: fino al 31 ottobre 2017, dalle ore 8.30 alle ore 19.00; dal 1° novembre, dalle ore 8.30 alle ore 17.30 (la biglietteria chiude un’ora prima). Ingresso: intero € 20,00, ridotto € 13,00 (ragazzi da 6 a 14 anni; studenti dai 15 ai 25 anni; accompagnatori (max. 2) di gruppi di almeno 15 ragazzi o studenti; visitatori oltre 65 anni; personale del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo (MiBACT); titolari di Carta Rolling Venice; Soci Fai. Informazioni:call center 848082000 (dall’Italia); +3904142730892 (dall’estero); info@fmcvenezia.it. Sito internet:  palazzoducale.visitmuve.it. Fino al 3 gennaio 2018.