«Fogli d'arte» è una pubblicazione identificata univocamente da un codice ISSN (International Standard Serial Number), attribuito in data 7 marzo 2008: ISSN 1974-4455. Per comunicazioni: foglidarte@gmail.com.

sabato 26 maggio 2012

Dal «Premio Shangai» a «Diversi e Uguali», concorsi per giovani pittori e fumettisti

Due mesi in Cina, gratis, per poter sperimentare la propria arte in un tessuto culturale differente: ecco quanto propone la prima edizione del Premio Shanghai, promosso da due nostri ministeri, quello degli Beni culturali e quello degli Affari esteri, in collaborazione con l’Istituto italiano di cultura di Shangai e l’Istituto Garuzzo per le arti visive.
Il concorso, al quale si accede con un’adeguata conoscenza della lingua inglese e un piano di lavoro creativo, è rivolto a giovani italiani e cinesi, tra i 18 e i 35 anni di età, attivi nell’ambito delle arti figurative. Attraverso una selezione concorsuale, verranno selezionati tre giovani artisti per nazionalità, nell’intento di promuovere e favorire la ricerca artistica e culturale tra i due Paesi, individuando le esperienze più promettenti. Le iscrizioni per gli italiani rimarranno aperte fino al 30 giugno 2012; la pubblicazione del bando per gli artisti cinesi avverrà, invece, nel secondo semestre del 2012. Ai vincitori verranno offerti due mesi di residenza artistica rispettivamente in Cina e in Italia, durante i quali avranno modo di conoscere ed integrarsi con la cultura locale, di essere seguiti da un tutor e di realizzare ed esporre il proprio lavoro in uno spazio di Shanghai.
Permette, invece, di esporre al Mar di Ravenna il Premio Marina di Ravenna 2012, promosso dalla cooperativa culturale Capit, con il patrocinio, tra gli altri, della Presidenza del Consiglio dei ministri, del ministero per i Beni e le Attività culturali e della Regione Emilia Romagna. La partecipazione è riservata a pittori italiani e stranieri, di età inferiore a 40 anni. Sono ammesse opere inedite (di formato non inferiore a cm 70 x 80 e non superiore a cm 100 x 120) e riconducibili esclusivamente al linguaggio della pittura.
Tra le opere pervenute ne verranno selezionate una trentina, alle quali verrà dedicata, dal 23 agosto al 9 settembre 2012, una mostra presso la galleria FaroArte di Marina di Ravenna. Tra questi lavori, tutti raccolti in catalogo, ne verranno selezionati cinque. Ai vincitori verrà allestita una mostra di più opere (una stanza personale per ogni artista), dal 7 dicembre 2012 al 6 gennaio 2013, al Mar. Guarda, infine, al mondo dei fumetti il concorso «Diversi e Uguali», promosso dall'associazione culturale Rule-Hot, in collaborazione con la Scuola internazionale di comics e il Centro servizi per il volontariato della Regione Marche.
Il concorso, il cui termine ultimo per l'invio dei materiale è fissato al 6 luglio 2012, è riservato a creativi di tutte le età, studenti, fumettisti, animatori, vignettisti, illustratori, grafici, disegnatori. Obiettivo è quello di indagare il concetto di diverso e uguale, due realtà imprescindibili l'una dall'altra, e di proporre una personale visione a fumetti di come il diverso, in una pluralità di culture, possa diventare l’uguale, il simile, il conosciuto.
Le opere migliori, decretate da una commissione di esperti, comporranno la mostra che si terrà a Fano, in occasione di «Disegni Diversi. Festival del fumetto che vive il quotidiano», manifestazione più ampia dedicata alla promozione della letteratura a fumetti. La commissione premierà, per ciascuna categoria, le tavole che si saranno contraddistinte per originalità e attinenza alla tematica del concorso. Tra i premi in palio, l'iscrizione gratuita per un anno ad uno dei corsi a scelta tra fumetto, illustrazione o grafica in una delle otto sedi della «Scuola internazionale di comics».

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Immagine promozionale del Premio Shanghai, residenze per artisti italiani e cinesi; [fig. 2] Veduta esterna del Mar; [fig. 3] Immagine promozionale del concorso «Diversi e Uguali», lanciato in occasione di «Disegni Diversi. Festival del fumetto che vive il quotidiano»


Informazioni utili 
Premio Shanghai, residenze per artisti italiani e cinesi. Data ultima di consegna dei materiali: 30 giugno 2012. Informazioni: Segreteria organizzativa del Premio Shanghai, premioshanghai@libero.it, tel. 011.19781500; Istituto italiano di cultura – sezione di Shanghai, iicshanghai@esteri.it, tel. 0086.21.54075588 (int. 157). Sito internet: www.premioshanghai.webnode.it.
Premio Marina di Ravenna 2012. Data ultima di consegna dei materiali: 31 maggio 2012. Informazioni: Premio Marina di Ravenna c/o Capit, via Gradenigo, 6 – 48122 Ravenna, capitra@libero.it o tel. 0544.591715 (dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 12). Sito internet: www.capitra.it.
Concorso «Diversi e Uguali». Data ultima di consegna dei materiali: 6 luglio 2012. Informazioni: disegnidiversi@gmail.com. Sito internet: disegnidiversi.wordpress.com.

sabato 19 maggio 2012

Premio Francesco Fabbri, scatti da tutto il mondo in concorso

Arte emergente e fotografia moderna sotto i riflettori della prima edizione del Premio Francesco Fabbri per le arti contemporanee, il cui bando rimarrà aperto fino a domenica 16 settembre 2012.
Il concorso, che vuole creare anche un momento di confronto tra autori di differenti Paesi del mondo, è promosso dalla Fondazione Fabbri di Pieve di Soligo, nel Trevigiano, una onlus da sempre impegnata, con i suoi festival culturali e i suoi progetti residenziali, nella promozione dei linguaggi contemporanei.
«L'idea che sottende al premio -si legge nella nota stampa di presentazione- è una visione dell'arte che si muove attraverso una pluralità di linguaggi che seguono direttrici ibride su scala globale. In un tale contesto vi è la necessità di realizzare dei momenti di visibilità degli autori contemporanei che compiono una ricerca innovativa, creando delle connessioni con il sistema dell'arte e sostenendo la loro opera. La fondazione vuole così compiere un'attività di scouting e mappatura dei mutamenti in atto e creare delle istantanee sulla creatività internazionale attraverso un bando rivolto agli artisti di tutto il mondo».
Il premio, che si propone anche di creare occasioni di confronto tra gli artisti, gli operatori del settore e la critica d’arte, è suddiviso in due sezioni. La prima è dedicata agli autori emergenti, di età inferiore ai 35 anni, che potranno partecipare al concorso con ogni forma creativa visuale, dalla pittura alla scultura, dall'installazione alla fotografia, dalla video arte alla performance, fino al disegno e alla grafica. La seconda è rivolta alla fotografia contemporanea in continuità con l'azione della Fondazione Fabbri, promotrice di «F4_un'idea di fotografia», festival dedicato alla fotografia moderna e contemporanea. Vi potranno partecipare autori da ogni Paese del mondo, senza limiti di età.
A decretare i vincitori del concorso, che gode del patrocinio della Fiaf (Federazione italiana associazioni fotografiche) e del Gai (Giovani artisti italiani), sarà una prestigiosa giuria composta da critici e curatori di fama, quali Antonio Arévalo, Daniele Capra, Martina Cavallarin, Valerio Dehò, Luca Panaro, Stefania Rössl, Alessandro Trabucco e Francesco Zanot.
Le opere finaliste saranno esposte, dal 24 novembre al 23 dicembre, a Villa Brandolini di Pieve di Soligo; durante il vernissage saranno proclamati i vincitori assoluti delle sezioni, che riceveranno un premio di 4.000 euro ciascuno. Le due opere vincitrici entreranno nella collezione della Fondazione Fabbri e saranno custodite a Casa Fabbri, il nuovo centro che ospita progetti residenziali e workshop legati alla contemporaneità. La giuria attribuirà, inoltre, delle menzioni speciali della critica, per segnalare alcune opere particolarmente valenti e favorirne una visibilità.


Didascalie delle immagini 
[fig. 1 e 2] Veduta esterna di Villa Brandolini, a Pieve di Soligo, sede della mostra conclusiva del Premio Francesco Fabbri per le arti contemporanee


 Informazioni utili 
Premio Francesco Fabbri per le arti contemporanee. Informazioni: Fondazione Francesco Fabbri onlus, piazza Libertà, 7 – Solighetto (Pieve di Soligo) – Treviso, premio@fondazionefrancescofabbri.it. Bando: www.fondazionefrancescofabbri.it/piattaforme-culturali/premio-francesco-fabbri. Data ultima di consegna: domenica 16 settembre 2012.

venerdì 18 maggio 2012

Dal restauro alla multimedialità, alla scoperta di due nuovi concorsi

«Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso e si usano le opere d'arte per guardare la propria anima», affermava puntualmente lo scrittore e drammaturgo irlandese George Bernard Shaw. Il patrimonio artistico e culturale di una nazione rappresenta, infatti, la sua storia e la sua identità. Conservare la memoria di opere d’arte, edifici e siti viene così giustamente considerato un gesto di grande civiltà, un atto fondamentale per il progresso di tutte le società contemporanee. Da questo assunto nasce a Firenze, città universalmente riconosciuta come una delle culle della storia dell’arte italiana e uno dei bacini più floridi per la ricerca e la valorizzazione dei beni culturali, la prima edizione del «Premio Friends of Florence», a favore di interventi di tutela e conservazione di beni culturali fiorentini.
Il concorso, le cui candidature devono pervenire entro il 31 luglio 2012, è rivolto a singoli professionisti o a ditte di restauro, che lavorino da più di cinque anni con le Soprintendenze, ed abbraccia tutti i settori specialistici della conservazione e svariate tipologie di materiali (dipinti, legni, affreschi, ceramiche, tessuti, lapidei, etc.).
Al vincitore verrà erogato, durante la prossima edizione del Salone dell’arte e del restauro di Firenze (in programma dall’8 al 10 novembre 2012, presso la Fortezza da Basso), un premio in denaro del valore di 20mila euro (Iva inclusa).
L'iniziativa, rivolta a progetti non ancora iniziati o già in corso, suona come un segnale positivo in un momento delicato della storia economica dell’Italia, nel quale sempre di più l’arte e la cultura rischiano di essere sacrificate e relegate in fondo alle liste dei bisogni della collettività.
Un segnale positivo lo lancia anche il bando «call4roBOt», concorso rivolto ai creativi delle arti visive in chiave digitale, promosso in occasione della quinta edizione di «roBOt Festival», manifestazione di respiro internazionale sui linguaggi non verbali e multimediali della contemporaneità che, nelle giornate dal 10 al 13 ottobre 2012, animerà il centro storico di Bologna.
Video, animazioni, installazioni, performance, fotografie e produzioni di design: questi i progetti ricercati dall’associazione culturale «Shape», soggetto promotore dell’evento in programma, per il quinto anno consecutivo, nei suggestivi spazi di Palazzo Re Enzo.
Il bando di concorso, la cui scadenza è fissata per la giornata di venerdì 22 giugno 2012, ha una vocazione scouting, come ben dimostrano le edizioni degli anni passati che hanno visto l’affermarsi di professionisti come Mikkel Garro Martinsen, Lorenzo Ghelardini, Massimiliano Nazzi, Emanuele Martina, Andreco, Ennio Bertrand, Martin Romeo, Francesca Fini, Abstract Birds e molti altri. «call4roBOt» è, infatti, «rivolto –affermano i promotori- a coloro che sperimentano tecniche e forme espressive cross over, non ancora definite ed affermate». Il bando bolognese strizza, dunque, l'occhio al futuro dell’arte, a ciò che ci attende domani.


Didascalie delle immagini
[fig. 1] Locandina del Salone dell’arte e del restauro di Firenze 2012, durante il quale verrà assegnato il «Premio Friends of Florence»; [fig. 2] Federica Falancia e Alessandro Gullino, «Pax Domestica», opera per «roBOt04»; [fig. 3] Martin Romeo,  «Built In», opera per «roBOt04»


Informazioni utili 
«Premio Friends of Florence».  Informazioni e consegna materiali: Istur CHT Associazione no Profit, via Maggio, 13 - Firenze, tel. 055.217940, fax.055.2676771. Sito internet: www.salonerestaurofirenze.org. Data ultima di consegna: 31 luglio 2012.
«call4roBOt». Informazioni: Marcella Loconte, marcella@shape.bo.it; Federica Patti, federica@shape.bo.it. Sito internet: www.robotfestival.it. Data ultima di consegna: 22 giugno 2012.

giovedì 17 maggio 2012

«Genoa Comics Academy», otto nuovi corsi nel segno di Diabolik

Veste la calzamaglia nera di Diabolik la «Genoa Comics Academy». Sarà, infatti, il personaggio nato cinquant’anni fa dalla matita delle sorelle Angela e Luciana Giussani il protagonista degli otto corsi proposti per il nuovo anno accademico dalla scuola professionale di fumetto, fondata nel 2011 da cinque amici che hanno fatto della «nona arte» il loro lavoro: Andrea Piccardo, Luca Laca Montagliani, R. Amal Serena, Susanna Pretelli e Daniele Bernardini.
«Fumetto» 1 e 2 (di durata biennale), «Illustrazione», «Sceneggiatura», «Pulcini» 1 e 2 (per bambini dai 9 ai 13 anni), «Propedeutico» (pei ragazzi dai 14 anni) e «Laborcomix» (per i piccoli dai 6 ai 12 anni): i titoli dei progetti in cantiere, rivolti a differenti fasce d’età e anche a professionisti del settore.
Studio dell’anatomia e della prospettiva, inchiostrazione, storyboard cinematografica, colorazione digitale, ma anche scenografia teatrale, illustrazione cinematografica, scrittura per il fumetto, il cinema e la televisione: le materie che verranno affrontate durante i laboratori e i workshop promossi dall’accademia, patrocinata dal Comune di Genova e ubicata, grazie alla collaborazione con il Circuito Genova Cinema, presso il Centro Sivori polivalente.
In attesa di una grande mostra dedicata al personaggio di Diabolik, prevista per la primavera del 2013, alla «Genoa Comics Academy» si studieranno tecniche e linguaggi della «nona arte» insieme con alcuni protagonisti della tradizione fumettistica italiana, tra i quali Gregorio Giannotta, Andrea Jula, Roberto Laucello, Stefano Piccardo e Susanna Pretelli.
L’intento dei laboratori, che si terranno da ottobre a maggio, è duplice: formare disegnatori, coloristi, sceneggiatori e illustratori professionisti in grado di muoversi a proprio agio tanto nella carta stampata quanto nel cinema e nelle nuove tecnologie, ma anche diffondere la «cultura del fumetto», un linguaggio che è somma di altri codici quali la scrittura e l’immagine , le cui origini sono fatte risalire addirittura all’epoca delle caverne, con i primi graffiti raffiguranti scene di caccia ed episodi di vita quotidiana.
I prezzi dei corsi variano dai 70 a 180 euro mensili, a esclusione di «Laborcomix», corso per i più piccini che svolge anche la funzione di baby park, il cui costo è di euro 5 ad incontro. Per l'ammissione ai laboratori è previsto un colloquio di ammissione e uno sconto del 10% sulla quota partecipativa annuale per chi effettua la preiscrizione entro il 30 giugno 2012.
Per chi volesse saperne di più, la «Genoa Comics Academy» ha organizzato, in collaborazione con Coop Liguria, una serata di presentazione, durante la quale si terrà anche la rassegna «Il cinema d’animazione e la pace», a cura di Attilio Valenti e Matteo Valenti. L’appuntamento, in programma per giovedì 17 maggio, alle 19, vedrà la proiezione di tre cortometraggi di animazione realizzati dagli studenti delle scuole liguri nel corso dei percorsi didattici Coop sull’educazione al consumo consapevole: «Qui Radio Londra» della scuola primaria «Renzo Pezzani» di Sestri, «I colori del tre» della scuola secondaria «Mameli-Alighieri» di Albenga e «Hablar» degli studenti del liceo artistico «Barabino-Klee» di Genova. Durante l’incontro, a ingresso gratuito, verrà presentato anche «P.O.P Pace of Peace», lavoro scritto da otto ragazzi israeliani e otto ragazzi palestinesi, con la regia di Luca Raffalli e Attilio Valenti, e con la supervisione artistica di Giulio Gianini ed Emanuele Luzzati.
Tra i prossimi programmi dell’accademia genovese si segnala anche il convegno «L'editore, l’autore e gli accordi nel mondo dell’immagine», in agenda venerdì 29 giugno, alle ore 16.30, presso la Sala del Munizioniere di Palazzo Ducale. L’appuntamento, realizzato in collaborazione con Creative Cities, vedrà la partecipazione di Ivo Milazzo, Fabio Gadducci, Luca Laca Montagliani e Luca Borzani, chiamati a parlare degli accordi contrattuali fra illustratori e editori, a partire dall’attuale contratto per l'editoria, presentato il 2 marzo scorso, nell’ambito della sesta edizione del festival bolognese «Bilbolbul». A margine dell'incontro sarà presentato il volume «Eccetto Topolino - Lo scontro culturale tra fascismo e fumetti», scritto da Fabio Gadducci, Leonardo Gori e Sergio Lama per i tipi della Nicola Pesce editore.


Didascalie delle immagini
[fig. 1] Manifesto di  «Genoa Comics Academy» per i corsi 2012-2013; [fig. 2] Una immagine del corso «Pulcini» di «Genoa Comics Academy» ; [fig. 3] Disegnatori al lavoro durante un incontro promosso da  «Genoa Comics Academy»


Informazioni utili          
Genoa Comics Accademy. Corsi 2012-2013. Centro Sivori Polivalente, Salita S. Caterina 12r - 16124 Genova. Orari di segreteria: lunedì-venerdì, ore 16.30-19.30. Informazioni: tel. 010.8680658 o info@genoacomicsacademy.it. Sito web: www.genoacomicsacademy.it. 

mercoledì 16 maggio 2012

Pienza, nuova veste per il piviale di Pio II

Ritorna a casa il piviale di papa Pio II, uno dei tesori più preziosi e celebri del Museo diocesano di Pienza. L’inestimabile manufatto istoriato, sottoposto negli ultimi due anni a un accurato intervento di restauro conservativo presso i laboratori della Pinacoteca nazionale di Siena, sarà nuovamente visibile al pubblico, a partire da sabato 19 maggio, in un elegante allestimento, arricchito da rinnovati apparati didattici.
A dare una ‘nuova’ veste alla rara e raffinata opera d’arte tessile, donata da Pio II alla Cattedrale pientina in occasione della sua inaugurazione, avvenuta cinquecentocinquanta anni fa, e più precisamente il 29 agosto 1462, sono state le restauratrici Maria Giorgi e Graziella Palei, sotto lo sguardo attento di Laura Martini e con la collaborazione di Isetta Tosini.
Durante i lavori di manutenzione conservativa, Roberto Boddi, climatologo dell’Opificio delle Pietre Dure, ha, inoltre, valutato quali condizioni di temperatura e di umidità avrebbero garantito un migliore futuro possibile al piviale. Si è così provveduto, grazie alla perizia di Etruria Musei, a intervenire sulla teca lignea piccolominea, all’interno della quale è conservato il manufatto, non solo ‘climatizzandola’, ma anche facendola poggiare a terra, con una inclinazione di quaranta gradi, in modo tale da evitare eventuali sollevamenti del tessuto.
Il piviale, datato alla prima metà del Trecento, è eseguito in opus anglicanum, un’antica e ricercata tecnica di ricamo nata in Inghilterra, della quale si trovano altri esempio in Italia, in località quali Ascoli Piceno, Anagni e Bologna.
 Come ha raccontato Laura Martini in una monografia, edita una decina di anni fa da Silvana editoriale, il manufatto fu, probabilmente, realizzato intorno al 1317 e regalato dalla regina Isabella d’Inghilterra a papa Giovanni XXII, negli anni della cattività avignonese. Un testimone attendibile sui fatti di casa Piccolomini, Sigismondo Tizio, afferma, però, che il piviale sarebbe stato recuperato da Pio II in Oriente, grazie a Tommaso Paleologo, insieme con le reliquie del braccio del Battista e della testa di Sant’Andrea. Rimane, dunque, da capire quando questa preziosa veste liturgica sia stata donata alla casa reale bizantina per, poi, rientrare in Occidente grazie a Pio II, che l’avrebbe messa in salvo dall’avanzare dei Turchi.
La minuziosa decorazione figurata del piviale è in linea con la miglior tradizione gotica, in una trama che rimanda alle colorate vetrate d’Oltralpe. All’interno di una cornice architettonica organizzata su tre registri di archetti a sesto acuto e percorsa da serpeggianti bestiari, sono raffigurate storie della Vergine Maria e delle martiri Margherita d’Antiochia e Caterina d’Alessandria, con una vivacità narrativa, una raffinatezza nell'impaginazione e una minuzia descrittiva degli inserti naturalistici che fanno di questo manufatto uno dei più grandi capolavori del suo genere.
In occasione della presentazione del restauro, sarà anche possibile ammirare le altre pregevoli opere conservate presso il Museo diocesano di Pienza, dalla «Madonna con bambino» di Pietro Lorenzetti al «Crocifisso» di Segna di Bonaventura, dalla splendida tavola «Madonna in trono fra i Santi Biagio, Giovanni Battistia, Nicola e Floriano» di Lorenzo di Pietro detto Il Vecchietta alla «Madonna della Misericordia», attribuita a Luca Signorelli. Tanti gioielli d’arte, questi, che insieme con codici miniati, arredi sacri, sculture lignee dipinti attendono, nelle sale del Palazzo vescovile, il ritorno del loro compagno più illustre, quel lussureggiante piviale di seta policroma e d’argento che Enea Silvio Piccolomini, papa Pio II, donò alla sua «città ideale» per quell'elegante duomo, che oggi festeggia i cinquecentocinquanta anni dalla fondazione.


Didascalie delle immagini
[fig. 2] Piviale di Pio II, preziosissimo manufatto tessile in opus anglicanum, ricamato agli inizi del Trecento e donato da papa Pio II alla Cattedrale di Pienza nel 1462. Pienza, Museo diocesano [fig. 2] Particolare del piviale di Pio II. Pienza, Museo diocesano. 


Informazioni utili
Museo diocesano, corso Il Rossellino, 30 - Pienza (Siena). Orari: da metà marzo a ottobre, mercoledì-lunedì, ore 10.00-13.00 e ore 15.00-19.00; chiuso il martedì (non festivo); da novembre a metà marzo, sabato e domenica, ore 10.00-13.00 e ore 15.00-18.00; chiuso il martedì (non festivo). Ingresso: intero € 4,10, ridotto (bambini sotto 12 anni, gruppi di almeno 20 persone, soci Touring Club Italia, oltre 65 anni) € 2,60. Informazioni: tel. 0578.749905 o peppucci@sistemamuseo.it. 

mercoledì 9 maggio 2012

Abano, ritorno alla Belle Èpoque per i cent’anni del «Trieste & Victoria»

Erano gli anni della Belle Èpoque, momento irrepetibile della storia europea. Un'incrollabile fede nel progresso faceva credere che ogni cosa sarebbe stata possibile. La luce elettrica annullava le differenze tra il giorno e la notte, facendo sfavillare i cafè chantant, i teatri, i cabaret e i cinema. Astuti intrecci amorosi, arguta ironia e imprescindibile gioia di vivere animavano i salotti del tempo. Donne ammiccanti e maliziose, eteree e aristocratiche facevano a gara per mettersi in posa davanti a pittori famosi come Toulouse Lautrec e Giovanni Boldini. Denaro e ottimismo sembravano destinati a non finire mai e a garantire l'appagamento di ogni voglia. Persino le malattie facevano meno paura grazie alle continue scoperte della scienza.
A Parigi si innalzava la Tour Eiffel e si vivevano i fasti dell'Esposizione universale. Un milione di chilometri di binari attendeva merci e viaggiatori; mentre nuovi e lussuosi modelli di automobili sfrecciavano lungo strade piene di vita, rese ancora più colorate dai grandi manifesti che affermavano il nuovo modo di vendere e di vivere.Euforia e frivolezza dominavano, insomma, in ogni dove, anche se sotto la superficie serpeggiavano i virus di un malessere che sarebbe sfociato nel dramma della Grande Guerra. In questo clima spensierato, apriva, nel 1912, l’hotel «Trieste» (oggi conosciuto come «Trieste e Victoria», in ricordo di Gabriele D’Annunzio), il gran decano degli alberghi termali di Abano Terme, che nei suoi cent’anni di vita ha avuto ospiti noti come papa Giovanni XXIII, i presidenti della Repubblica Antonio Segni e Giuseppe Saragat, i politici Alcide De Gasperi e Aldo Moro.
Il termalismo, tra le sale e le stanze fatte costruire da Quinto Mazzuccato, diventava soprattutto un'occasione mondana: l'acqua calda delle sorgenti, perfetta per le cure, o i fanghi erano spesso pretesto per incontri, amori e passioni. Ma c'era anche chi sceglieva il piccolo borgo ai piedi dei Colli Euganei per ritemprarsi da fatiche di lavoro e di mondanità, per volersi bene e farsi coccolare.
Ai bei tempi, magici e unici, che videro la nascita del prestigioso albergo veneto, ora appartenente al gruppo Borile, è dedicata la mostra «Le belle della Belle Èpoque», ideata e curata da Massimo e Sonia Cirulli.
L'esposizione racconta, lungo il fil rouge del ritratto femminile e non solo, le mode e le pose, le pause dell'intimità e i momenti pubblici con le escursioni al parco, alle riviere o alle terme, le promenade e i rendez-vous, le sfilate di moda, le gite al lago o al mare. Ma anche la vita notturna nei teatri e nei tabarin, i veglioni, i casinò, le passeggiate a cavallo, i riti mondani, le galanterie, i vizi e gli eccessi degli anni tra Otto e Novecento. Al centro sempre loro, le donne. Tra vanità e seduzione, tra l'autoreferenzialità del lusso, fantasie e vanità senza freno e gli estremi dell'alcol e della morfina.
Alla divulgazione e alla formazione di miti e modelli provvedevano gli affichistes, in primis Leonetto Cappiello. I suoi cartelloni, colorati e accattivanti, insieme a opere di Achille Beltrame, Aleardo Terzi, Marcello Dudovich, Leopoldo Metlicovitz, Gino Boccasile, Erberto Carboni, Lucio Fontana e Bruno Munari, tutti materiali di proprietà del Cirulli Archive di Bologna – New York, saranno esposti, da sabato 12 maggio e fino a lunedì 30 luglio, nelle fastose sale di ricevimento dei cinque hotel del gruppo Borile: Grand Hotel Terme Trieste e VictoriaAbano Grand Hotel, Hotel Terme Due Torri, Hotel Terme Metropole, Hotel La Residence e Idrokinesis.
Le opere esposte, documentate anche in un bellissimo catalogo in cinque lingue, raccontano un passato carico di ottimismo e vitalità, con l'intento di trasmettere questo sentimento a chi oggi gode dell'ospitalità del «Trieste e Victoria», scegliendo magari di soggiornare nella camera 110, monumento alla storia d'Italia nella quale albergò il generale Diaz durante la prima guerra mondiale, o di sedersi sulle scrivanie dei salottini riservati, dove D'Annunzio progettò il volo su Vienna.

Didascalie delle immagini 
[fig. 1] Marcello Dudovich, E. e A. Mele e Ci. Napoli. Mode e Novità, 1907, 200x140 cm. Officine G. Ricordi e C. - Milano litografia a colori su carta; [fig. 2] Leopoldo Metlicovitz, Distillerie italiane, 1905 c., 140x100 cm. Officine G. Ricordi e C. - Milano litografia a colori su carta


Informazioni utili
«Le belle della Belle Èpoque». Grand Hotel  «Trieste e Victoria»  e altri alberghi del gruppo Borile - Abano Terme (Padova).Orari: aperto 24 h su 24. Ingresso: libero e gratuito. Catalogo: disponibile in mostra. Informazioni: numero verde 00800.88118811 o info@gbhotelsabano.it  Sito Web: www.gbhotelsabano.it. Da sabato 12 maggio a lunedì 30 luglio 2012.

lunedì 7 maggio 2012

Giuliano Vangi, sculture e disegni sull’uomo e sul vivere quotidiano

Giuliano Vangi (Barberino di Mugello, 1931) è uno degli scultori italiani più conosciuti a livello internazionale. Negli ultimi anni, il suo nome è assurto più volte agli altari delle cronache artistiche per la realizzazione di prestigiose commesse pubbliche: dalla «Lupa» (1996) per il Comune di Siena alla «Donna albero» (1999) per la sede romana della Banca d'Italia, dall’imponente e avveniristico «Crocifisso» per la Cattedrale di Padova (1995) alla scultura «Varcare la soglia della speranza» (1999) per il Vaticano, senza dimenticare i recenti interventi artistici nella Cattedrale di Arezzo (2012).
Dopo la partecipazione alla Biennale di Venezia del 1995, quella curata di Jean Clair, la strada dell'artista toscano è stata costellata anche da importanti affermazioni fuori dai confini nazionali. Si ricordano, a tal proposito, la personale russa, all'Ermitage di San Pietroburgo, del 2001, e l’inaugurazione, l’anno successivo, dell’imponente museo giapponese a lui dedicato dal magnate Kiichiro Okano. L’edificio, costruito dall'architetto Munemoto a Mishima (non lontano da Tokyo e a contatto visivo col monte Fuji), si configura come una modernissima struttura, a picco sul mare, di circa 30.000 metri quadrati (dei quali 2000 coperti e 28.000 in forma di parco), al cui interno sono allocate oltre cento opere della vasta produzione marmorea e non di Vangi, vincitore di svariati premi internazionali, tra i quali il «Premium Imperiale» della Japan Art Association, una sorta di Nobel per pittori e scultori, assegnato in passato anche a Willem de Kooning, Robert Rauschenberg, Christo e Jean Claude.
In occasione dell’inaugurazione del nuovo presbiterio per la Cattedrale di Arezzo (una mensa quadrata in candido marmo bianco di Carrara, sorretta da un angelo in volo fuso in una lega di bronzo e nikel), l’artista di Barberino del Mugello espone, fino a domenica 3 giugno 2012, una selezione di sue opere negli spazi del Mudas Museum.
In cinque sale del primo piano del Palazzo vescovile aretino sono allineate, in un allestimento curato da Daniela Galoppi, con l'interior design Luisa Danesi Gori e l'architetto Gianclaudio Papasogli Tacca, diciassette sculture in marmo, bronzo, avorio e legno e una dozzina di disegni e bozzetti preparatori.
L’insieme delle opere esposte, realizzate tra il 1987 e il 2012, offre una panoramica a tutto tondo sull'arte di Vangi, sulla sua capacità di coniugare il meglio della tradizione figurativa italiana con una ricerca stilistica contemporanea, inserita nel proprio tempo, il cui soggetto ispiratore è l’uomo, con le sue angosce, le sue inquietudini, le sue delusioni, le sue speranze, il suo vivere quotidiano. Emerge, dunque, nei lavori in mostra quella che Franco Russoli ha definito come un'impellente «necessità di dare forma a un'idea della condizione umana moderna, intesa come solitudine, ansia, muta domanda senza risposta».
Le statue del maestro toscano -«solide, compatte e rigorosamente chiuse in se stesse», come ebbe a scrivere Dino Buzzati– diventano biografia della sofferenza e della disperazione leopardiana del nostro tempo, metafore del disorientamento che ci coglie davanti al mistero dell'universo e paradigma del nostro smarrimento di fronte all'imperversare di uno stile di vita sempre più caratterizzato dal motto, di hobbesiana memoria, «Homo homini lupus est». Emblematici, in tal senso, sono la scultura «Stazzema» (2008) e i suoi disegni preparatori, ricordo delle vittime dell’eccidio nazi-fascista del 12 agosto 1944, nel quale è raffigurato un uomo con, in braccio, il suo bambino morto. Guarda, invece, alla storia più recente il disegno «Katrina» (2007), di chiara ispirazione goyesca, piccolo tassello dell’ampio lavoro che l’artista ha dedicato al violento uragano che, nel 2005, devastò New Orleans e la Florida.
Non manca, poi, in mostra un omaggio alla figura femminile, con opere come il marmo policromo «Giulia vestita di verde» (1990) e la scultura in legno «Lucia» (2009), ma centrale è la tematica religiosa con lavori quali «San Giovanni» (1996), «Angelo» (2008) e gli studi preparatori e le due sculture sul tema del «Crocifisso» (1998), senza dimenticare i ritratti a matita e tecnica mista di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.
Vangi ci parla, dunque, ancora una volta dell'uomo contemporaneo. Crea immagini che ci sorprendono e commuovo, che ci fanno meditare e che, nello stesso, ci trascinano fuori dal mondo. Immagini che, come ebbe a dire Dino Carlesi, rendono «irreale la realtà […] leggero il peso del dolore».

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Giuliano Vangi, «Angelo», 2012. Particolare del presbiterio della Cattedrale di Arezzo; [fig. 2] Giuliano Vangi, «Giulia vestita di verde», 1990;[fig. 3] Giuliano Vangi, «Stazzema», 2008 


Informazioni utili
Vangi. Sculture e disegni. Mudas Museum – Museo diocesano d’arte sacra c/o Palazzo vescovile, piazza Duomo, 3 - Arezzo. Orari: lunedì-domenica, 10.00-18.30. Ingresso: intero € 2,00, ridotto € 1,00. Catalogo: disponibile in mostra. Informazioni: tel. 0575.4027268. Sito web: http://www.diocesiarezzo.it/. Fino a domenica 3 giugno 2012. 

domenica 6 maggio 2012

Carlo Mattioli, nature morte come stati d’animo

Carlo Mattioli (Modena, 1911–Parma, 1994) «taglia, scava, ingozza, incide, pugnala, opera, affonda, offende, strazia, sgualcisce». Giorgio Morandi (Bologna, 1890–1964) «accarezza, modula, sfiora, sfiorisce, sfiata, sfarina, dilava, abbandona, congeda, smaterializza». E’ un approccio diverso alla pittura -lo delineano efficacemente le parole del critico d’arte Marco Vallora- quello dei due artisti emiliani che il Mambo di Bologna mette a confronto, negli spazi del Museo Morandi, a chiusura delle celebrazioni per il primo centenario dalla nascita del maestro modenese, autore noto anche per aver dato vita iconica a opere come «I Ragionamenti» di Pietro Aretino, il «Canzoniere» di Francesco Petrarca, il «Decameron» di Giovanni Boccaccio e la «Divina Commedia» di Dante Alighieri.
Dopo le antologiche di Marsala, negli spazi del Convento del Carmine, e di Roma, nel Braccio di Carlo Magno, tese a focalizzare l’attenzione su tematiche conosciute quali il paesaggio, il ritratto e il nudo, Carlo Mattioli viene, dunque, omaggiato dalla città felsinea con una mostra, molto ricercata e dall’allestimento elegante, che allinea, nelle due sale centrali del museo di Palazzo d’Accursio, una quarantina di sue «Nature morte», per lo più realizzate negli anni Sessanta, nella stagione che precede i più celebri «Notturni». Si instaura così un dialogo silente, intessuto di citazioni e di scontri in punta di pennello, con Giorgio Morandi, le cui opere, comprese le quattro tele della collezione privata di Luciano Pavarotti, recentemente concesse in comodato temporaneo dalle figlie dell’artista, sono visibili nelle sale successive.
Carlo Mattioli guarda al maestro di Bologna, uno dei più eccellenti interpreti dello still life pittorico, come un precedente ineludibile. Ne sono prova i due oli su tela degli anni Trenta esposti, «Senza titolo» (1937) e «Natura morta» (1938), entrambi di impronta morandiana che, pur nei loro risultati ancora accademici, rivelano una notevole abilità tecnica e una raffinata sensibilità cromatica. L’ammirazione per Giorgio Morandi si evince anche dai cinque ritratti che l’artista modenese dedicò al maestro, a partire dal 1969, lavorando sulla memoria di qualche lontano e sparuto incontro. In uno dei primi, il maestro di via Fondazza appare ricurvo su se stesso, con in volto una smorfia amara e triste. La stessa smorfia che anima l’«Autoritratto al chiaro di luna» del 1971, dove Carlo Mattioli dà corpo, con tocchi di ocra, nero e grigio bluastro, al suo carattere schivo, ombroso e saturnino.
Ad accomunare i due artisti non era solo la loro anima malinconica, ma anche un modo simile di intendere il «compito dell’artista»: l’«indefesso lavorare entro una “logora solitudine”» e il rigore etico, inteso «in senso arcangeliano di “intima libertà” e di “costume civile”», sono -per usare le parole di Simona Tosini Pizzetti, curatrice della rassegna bolognese- i fili che tessono le affinità elettive di ricerche che hanno scelto di dialogare con la realtà attraverso il genere della natura morta.
Per il resto, tutto è diverso: alle ordinate e misteriose bottiglie e brocche di Giorgio Morandi, alla sua celebre compostezza formale, Carlo Mattioli risponde con tele logorate da colpi di pennello, scavate da veloci spatolate, abitate da densi e magmatici grumi di colore, impastate con una tavolozza spenta, giocata su poche tonalità: ocra opachi, grigi polverosi, bruni soffocati e qualche, raro, tocco di bianco.
L’artista modenese, con i suoi simulacri di forme e i suoi oggetti dai contorni disfatti (perfetto racconto dell’inquietudine che anima l’uomo contemporaneo), sembra guardare all’esperienza dell’espressionismo astratto americano e all’informale europeo. «Le sue tangenze significative –scrive, infatti, Simona Tosini Pizzetti- sono da ricercarsi in artisti come Fautrier, Dubuffet, De Staël». Non a caso Cesare Garboli ha evidenziato che Mattioli era un «anti-Morandi».
Per i diversi stili di vita, per il mondo di approcciare al genere della natura morta, per la tavolozza cromatica, potremmo forse dare ragione al critico toscano. Ma per l’assoluto che l’arte è stata nella vita di entrambi, sicuramente no.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Veduta della mostra «Carlo Mattioli al Museo Morandi», 2012. Foto: Matteo Monti; [fig. 2] Carlo Mattioli,   «Autoritratto al chiaro di luna», 1971. Olio su tela, cm 70x80. Collezione privata; [fig. 3] Carlo Mattioli,  «Natura morta», 1965. Olio su tavola, cm 40x25,5 - Collezione Privata

Informazioni utili
Carlo Mattioli al Museo Morandi. Museo Morandi c/o Palazzo Accursio, piazza Maggiore,6 – Bologna. Orari: martedì-venerdì 11.00-18.00, sabato, domenica e festivi: 11.00-20.00; chiuso i lunedì non festivi. Ingresso: intero € 6,00, ridotto € 4,00. Catalogo: Silvana editoriale, Cinisello Balsamo (Mi). Informazioni: tel. 051.2193338. Fino al 6 maggio 2012.


venerdì 4 maggio 2012

Trescore Balneario, Lorenzo Lotto tra storia e alchimia

Visse incompreso dalla critica ufficiale del suo tempo. Nel volume «L’Aretino, ovvero dialogo della pittura (1557), lo scrittore e grammatico Ludovico Dolce, il panegirista di Tiziano, additò, per esempio, la sua pala veneziana «San Nicola in gloria» (1527-1529) come «assai notabile esempio di cattivo colorire». Mentre Giorgio Vasari, nel libro «Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori» (1568), ne parlò, in un capitolo dedicato anche ad artisti locali quali Francesco da Cotignola e Nicolò Rondinelli, come di un amico di Palma il Vecchio, che «avendo imitato un tempo la maniera de’ Bellini, s’appiccò poi a quella di Giorgione». Vita non facile, dunque, quella di Lorenzo Lotto (Venezia, 1480– Loreto, 1556), «genio inquieto del Rinascimento», riscoperto sul finire dell’Ottocento dal grande critico d’arte Bernard Berenson, che ne parlò come di un «pittore psicologico», «sensibile ai mutevoli stati dell'animo umano».
La vicenda terrena dell’artista, autore di capolavori come la sontuosa «Madonna del Rosario» di Cingoli e la raffinata «Annunciazione» di Recanati (la celebre tela con il gattino terrorizzato dall’apparizione dell’angelo), si risolse in un continuo pellegrinare da Treviso a Jesi, da Roma a Bergamo, da Venezia ad Ancona, Macerata, Loreto e in tanti altri piccoli centri del territorio marchigiano.
In Lombardia, dove soggiornò tra il 1512 e il 1525, il pittore veneziano, del quale Pietro Aretino ebbe a dire (con fare ironico e pungente) «come la bontà buono e come la virtù vertuoso», trascorse uno dei periodi più felici e sereni della propria carriera e, probabilmente, anche della propria vita.
Tante le commissioni di diverso tipo che lo videro impegnato a dare forma e colore alla sua vena narrativa di evidenza popolare, al suo senso profondo di religiosità, ai suoi «umori nordici» che richiamano alla mente l’arte di Albrecht Altdorfer e Matthias Grünewald.
Il catalogo bergamasco di Lorenzo Lotto è lungo e include, tra l’altro, pale d’altare come la «Madonna con il Bambino e santi» per Alessandro Martinengo Colleoni (1513-1516; Bergamo, San Bartolomeo) e il «Polittico dei Santi Vincenzo e Alessandro» per la chiesa parrocchiale di Ponteranica (1524 circa), quadri di carattere devozionale quali «Il commiato di Cristo dalla madre» (1521, Staatliche Museen zu Berlin) e «Le nozze mistiche di santa Caterina da Siena» (1523; Bergamo, Accademia Carrara), ritratti di Lucina Brembati (1518; Bergamo, Accademia Carrara), di Marsilio Cassotti con la sua sposa (1523; Madrid, Museo Nacional del Prado) e di molti altri nobili, senza dimenticare i modelli grafici per le tarsie in legno del coro di Santa Maria Maggiore (1525).
Una delle opere più significative di questi decina d’anni in terra lombarda è, per ampiezza e complessità di tematiche, la decorazione dell’oratorio quattrocentesco di villa Suardi, a Trescore Balneario. Questa «capelleta», collocata sulla strada che collega Bergamo al lago d’Iseo, era stata «fabricata», secondo quanto riporta l’estimo del 1526, «in communione» da Giovan Battista Suardi e dal cugino Maffeo «ad honore de Dio, sua gloriosissima matre et devotissime sancte Barbara e Brigida».
Lorenzo Lotto affrescò questo ciclo pittorico, narrato con il gusto del racconto popolare e della sacra rappresentazione, nel 1524, sicuramente entro la fine dell’estate. L’occasione fu offerta da un voto di Giovan Battista Suardi, che, stando a quanto scrive Roberta D’Adda, commissionò l’opera all’artista «non tanto per ragioni di prestigio, quanto piuttosto per spirito di devozione, in un momento di drammatica urgenza». Per quell’anno, e più precisamente per il mese di febbraio, gli astrologici avevano, infatti, previsto un diluvio catastrofico e, in alcuni casi, anche la distruzione della fede cristiana e l’avvento dell’Anticristo. Nello stesso tempo, nel territorio della val Cavallina (luogo in cui si trova la cappella) si sentiva, in modo pressante, la costante minaccia costituita dalle truppe dei lanzichenecchi, che calavano sull’Italia settentrionale e che portavano con sé i germi della dottrina luterana. E’ quest’ultimo il motivo per cui le pitture di villa Suardi mostrano un profondo valore dottrinale, curioso in un oratorio privato, ma più comprensibile se si pensa che la costruzione era, appunto, ubicata lungo la strada percorsa dai mercenari tedeschi e che veniva spesso aperta ad amici e a contadini del luogo.
La decorazione lottiana della cappella, al cui contenuto dottrinario contribuì il maestro in teologia Girolamo Terzi, si articola sul soffitto e su tre pareti dell’edificio, dialogando con un altro affresco, di autore ignoto (probabilmente un pittore ascrivibile alla cerchia di Jacopo Scipioni), che orna il catino absidale, con raffigurazioni delle sante Barbara, Brigida d’Irlanda, Caterina d’Alessandria, della Vergine assunta in cielo e di Maria Maddalena con l’ostia consacrata, sovrastate da un Cristo di misericordia.
Lorenzo Lotto articolò le pareti orizzontalmente con modanature illusive. Nella spazio superiore creò un fregio in cui profeti e sibille si affacciano gesticolanti da una serie di tondi; mentre attraverso finte colonne e sfruttando le due finestre del piccolo edificio, a una navata e col tetto sorretto da travi di castagno tagliate irregolarmente, creò una suddivisione verticale.
Nella parete sinistra campeggia la monumentale figura del Cristo-Vite, ispirata dal Vangelo di Giovanni (15,5), il cui versetto «Ego sum vitis vos palmites» («Io sono la vite, voi i tralci») compare sopra l’immagine, nella quale sono visibili anche i profili del committente, Giovan Battista Suardi, di sua moglie, Orsolina, e di sua sorella, Paolina.
Dalle dita del Cristo si dipartono tralci, che si avvolgono in girali intorno a immagini di santi e della Madre di Dio, a simboleggiare la chiesa come vigna, ossia come corpo mistico del Cristo. Questi affreschi proseguono sul soffitto, dove si trovano putti e angeli tra foglie e grappoli o appoggiati a cartigli, che recano iscrizioni delle Sacre scritture o della liturgia, con particolare riferimento al mistero dell’eucarestia. Completano il dipinto le figure di alcuni vendemmiatori muniti di roncole e falcetti, gli eretici vissuti nei primi secoli del cristianesimo, che precipitano da due scale appoggiate ai tralci estremi e che sono respinti da sant’Ambrogio e san Girolamo.
Sempre nella parete di sinistra l’artista affrescò -con straordinaria vivacità narrativa e con colori freddi e dagli inconsueti timbri cromatici, carichi di una luce vibrante e tersa- la vita di santa Barbara, secondo la «Legenda aurea», sorta di manuale scritto nel Duecento da Jacopo da Varagine, che costituisce la più diffusa raccolta agiografica del Medioevo. Il racconto, ambientato in movimentate scene cittadine e dal sapore teatrale, parte da sinistra, con la donna imprigionata dal padre in una torre, seguita nei campi dove fugge per evitare il matrimonio, arrestata, processata, torturata e, infine, decapitata, mentre il suo persecutore, l’uomo che le ha dato la vita, viene incenerito da un fulmine.
Alcune scene di questi affreschi, definiti da Roberto Longhi «sublimemente popolareschi» (1929), sono probabilmente ripresi da prototipi delle Stanze Vaticane; il linguaggio di Lorenzo Lotto è, però, molto lontano da quello di Raffaello, che crea scene di drammatica concentrazione. La narrazione del pittore veneto assume, infatti, toni più fiabeschi e un effetto di immediatezza e spontaneità che, nell’antieroismo dei suoi soggetti, richiama alla mente molte pitture del nord Europa. A Trescore protagoniste sono, infatti, figure umili, studiate dal vero: «i contadini –secondo la bella descrizione di Rodolfo Pallucchini- che mietono e raccolgono le messi e le campagnole con i loro cesti di verdure fresche sulla piazza del paese sono personaggi inediti nella pittura italiana del tempo».
Dalle storie di santa Barbara si passa, sulla parete destra, a quelle della vita di santa Brigida d’Irlanda, protettrice del mondo agricolo e protagonista di numerose opere di carità, alla cui vestizione religiosa partecipò la famiglia di Maffeo Suardi. Lotto inscenò nove miracoli della donna in quattro spazi differenti: una cappella gentilizia, una loggia, un paesaggio e uno scorcio di città. Nei miracoli si riconoscono il legno secco rinverdito, l’abito rimasto senza macchia, l’acqua convertita in birra, il dono della vista a un cieco, il porco selvatico ammansito, il maltempo allontanato, l’albero dissecato, il vaso d’argento diviso in parti uguali e, per ultimo, un uomo che scappa a morte violenta, sostituito dalla propria ombra.
Merita, infine, una segnalazione il piccolo cammeo con il quale l'autore volle celebrarsi: sopra la porta d’ingresso è, infatti, visibile l’autoritratto di Lorenzo Lotto in vesti di uccellatore, con un fascio di panioni in spalla e una civetta su una gruccia. Stando a quanto scrive Roberta D’Adda ci troviamo di fronte a una «metafora alchemica»: l’artista si paragone a un cacciatore («un cacciatore di immagini», nella bella definizione di Francesca Cortesi Bosco) e «pone sopra la propria testa, tra i putti vendemmiatori del soffitto, un fanciullo mingente. La figura ha una lunga tradizione iconografica, rappresentando l’acqua sacra e salvifica del battesimo e quindi la benedizione divina, ma ha anche una fondata tradizione alchemica: gli alchimisti ritenevano, infatti, che l’urina dei fanciulli avesse potenti proprietà, essendo un ‘liquido ardente’, la cui essenza è il fuoco. L’interpretazione alchemica –sempre secondo Roberta D’Adda- trova conferma in un gioco di parole: in alchimia, infatti, l’urina è detta ‘lot’ e, quindi, il fanciullo mingente evoca il nome di Lotto, pittore benedetto e ispirato da un principio potente, capace di trasformare e, quindi, di creare». Come ha ben scritto Primo Casalini, in questi affreschi l'artista, infatti, «coglie in ogni gesto, in ogni espressione, in ogni cosa la presenza del numinoso, del significante».
I contemporanei, forse, non avrebbero capito lo stile e il messaggio del «pictor celeberrimus» (la definizione è tratta da un atto notarile del 1505) a Trescore; ma questo ciclo pittorico era destinato a incontrare tanti estimatori, a cominciare da Gabriele D’Annunzio che, nel suo libro «Le città del silenzio» (1903), scrisse: «per l'aria volar parean a schiera / i chèrubi fuggiti da Trescore / quei che Lorenzo Lotto il dipintore / alzò sui tralci della vite vera».

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Veduta esterna dell'oratorio di villa Suardi, Trescore Balneario (Bergamo); [fig. 2] Lorenzo Lotto, «Cristo-Vite»,  1524. Oratorio di villa Suardi, Trescore Balneario (Bergamo); [fig. 3]  Lorenzo Lotto, «Santa Barbara inseguita nel bosco», 1524. Oratorio di villa Suardi, Trescore Balneario (Bergamo); [fig. 4] Lorenzo Lotto, «Martirio di Santa Barbara», 1524. Oratorio di villa Suardi, Trescore Balneario (Bergamo); [fig. 5] Lorenzo Lotto, «Miracolo di Santa Brigida», 1524. Oratorio di villa Suardi, Trescore Balneario (Bergamo); [fig. 6] Lorenzo Lotto, «Santa Brigida allontana l'uragano», 1524. Oratorio di villa Suardi, Trescore Balneario (Bergamo); 


Informazioni utili
Lorenzo Lotto. Oratorio di villa Suardi, via Nazionale, 122 (ingresso da via Suardi, 20) - Teescore Balneario (Bergamo). Visite guidate con prenotazione: dal lunedì al sabato, mattino e pomeriggio. Visite guidate senza prenotazione (sono ammessi 25 visitatori per volta): ogni domenica, alle 15.00 e alle 16.30; domenica 6 maggio e domenica 8 luglio 2012, alle 10.00 e alle 11.00 (ma non al pomeriggio),domenica 27 maggio 2012, alle 9.30 e alle 10.30 (ma non il pomeriggio); domenica 20 maggio 2012, chiuso. Biglietto: € 8,00 (comprensivo di servizio guida in lingua italiana, inglese e francese); per gruppi superiori a 15 persone € 6,00. Informazioni e prenotazioni (sempre obbligatoria per i gruppi da 16 a 25 persone): tel. 035.944777 o info@prolocotrescore.it. Fino al 30 novembre 2012. 




giovedì 3 maggio 2012

Gli affreschi di Castelseprio? «Un giallo dell'arte medioevale»

«Castrum Seprum destruatur, et destructum perpetuo teneatur et nullus audeat vel praesumat in ipso Monte habitare».«Castel Seprio sia smantellato e perpetuamente tenuto tale, né alcuno osi o presuma di potervi ancora abitare». Con queste parole, nella notte tra il 28 e il 29 marzo 1287, l'arcivescovo Ottone Visconti, dopo aver sconfitto la famiglia dei Della Torre, proclamava la fine del castrum sorto, nel IV secolo d.C., lungo la via Como-Novaria, a difesa dei confini al di qua delle Alpi.
Alla distruzione sopravvisse la sola chiesa di santa Maria foris portas, luogo sacro inserito dal giugno 2011 nella lista dei patrimoni mondiali dell'umanità dell'Unesco (insieme con altri sei siti densi di testimonianze architettoniche e pittoriche dell’età longobarda), la cui fama è legata al ciclo di affreschi che decora il vano dell'abside, considerato oggi una tra le più alte testimonianze della pittura muraria europea nell'alto Medioevo.
Le origini del piccolo edificio religioso, ora sconsacrato e di proprietà della Provincia di Varese, sono difficilmente ricostruibili: in passato si è pensato che l’edificazione della chiesa fosse databile al VII-VIII secolo; oggi, in seguito a un’accurata ricerca di Carlo Bertelli (supportata dall’esame della termoluminescenza), si è spostata l’epoca di fondazione intorno al secondo quarto del IX secolo, all’interno della temperie culturale carolingia.
Sebbene edificata con materiali poveri e rinvenuti in zona, quali ciottoli di fiume, l'architettura è raffinata e mostra forti influenze mediorientali (siriache per la precisione), come ben documenta la pianta a trifoglio, non comune in Occidente.
Delle tre absidi, una sola sussiste, ed è quella dove si trovano le pitture rinvenute nel 1944 da Giampiero Bognetti e rimaste a lungo nascoste sotto uno strato d'intonaco quattrocentesco. Pitture, queste, la cui squisita ricchezza contrasta con la disadorna umiltà delle pareti dell’aula e che si ipotizza dovessero essere visibili, nella loro interezza, solo dai celebranti e da quanti erano ammessi nel presbiterio, e non dai fedeli presenti nella navata.
Il programma pittorico, che ha fatto parlare della chiesa di santa Maria foris portas come della «Cappella Sistina del Medioevo», racconta, con un linguaggio fortemente naturalistico e impressionistico, storie dell’infanzia di Gesù (dall’annunciazione alla presentazione al tempio) e celebra il dogma dell’Incarnazione, tema caro alla teologia dei cristiani d’Oriente, nel quale si ‘parla’ della consustanzialità di Cristo, ovvero della perfetta unione tra natura umana, implicita nei soggetti della vita di Cristo incarnato, e natura divina, come nella rappresentazione del Cristo pantocrator. Anche la fonte ha provenienza orientale: ai Vangeli canonici si è preferito un testo apocrifo, compilato in Egitto e diffuso con il nome di Protovangelo di Giacomo.
Difficile datare le pitture, che risalgono in ogni caso a prima della metà del X secolo, per via di un'iscrizione, graffita al di sopra della superficie pittorica, che ricorda Arderico, arcivescovo di Milano, eletto nel 936 e morto nel 948.
La straordinaria libertà nelle composizioni, l'uso di uno spazio illusionistico e scenografico, insieme alle figure allungate e a una tecnica rapida, di grande freschezza, giocata su una combinazione di pochi, essenziali colori (ocra, calce, nero di carbone) ci riportano ad un'atmosfera anticheggiante, memore della grande pittura romano-classica.
La tecnica pittorica del frescante, conosciuto come Maestro di Castelseprio, appare sapiente: la sua mano sembra veloce e sicura (in alcuni casi il disegno dei contorni è fatto direttamente col colore), le velature danno una luminosità diffusa, le ombre sono ben definite e le lumeggiature appaiono pastose.
Il ciclo affrescato, disposto su due ordini e non diviso da riquadri, ha inizio, nell’emiciclo absidale, in alto a sinistra, con la scena dell’annunciazione, dove l’angelo sorprende Maria intenta a filare, il tutto sotto lo sguardo comprensibilmente meravigliato di una giovane donna, forse un’amica della Vergine. Seguono l’episodio della visitazione, del quale una larga crepa ha purtroppo cancellato la figura di santa Elisabetta, e quello con la cosiddetta «prova delle acque amare», prescritta dalla legge ebraica per accertare le gravidanze sospette e a cui anche Maria, secondo i vangeli apocrifi, si sottopose.Dopo un tondo con il busto del Cristo benedicente, a cui ne corrispondeva uno oggi perduto con l’immagine del Battista, ci troviamo davanti all’apparizione dell’angelo a san Giuseppe, scena maestosa e delicata al medesimo tempo, ricca di dettagli finissimi. La narrazione riprende con la raffigurazione del viaggio a Betlemme, con un tenero dialogo tra i due sposi, Maria sull’asino e Giuseppe che la segue a piedi. 
Passando dalla fascia superiore a quella inferiore, si vedono raffigurate la natività e l’annuncio ai pastori: su un fondo roccioso illuminato dalla cometa, la Madonna, adagiata su un giaciglio, ha di fronte a sé l’incredula levatrice Salomè, mentre in basso altre due donne lavano il Bambino. Giuseppe siede in disparte, in attesa pensosa; sopra di lui, dietro a una roccia, in vista di una città, l’angelo annuncia la nascita del Cristo. Solo un albero divide questa scena dalla successiva, l’adorazione dei Magi. Ritornando verso il centro dell’abside, incontriamo, infine, la presentazione al tempio: la Vergine, attorniata da Giuseppe e da altri due personaggi, porge il Bambino al vecchio sacerdote Simeone che lo accoglie con la mano sinistra velata.
Tutte queste pitture sono di elevata qualità stilistica; la rarità dei loro caratteri ne ha fatto, inoltre, parlare come di un anello di congiunzione tra l'arte classica e quella bizantina, tra l’iconografia d’Occidente e quella d’Oriente. Incerta e dibattuta rimane, invece, la loro datazione e il nome dell’autore, tanto da far considerare questo ciclo di affreschi come uno degli enigmi più appassionanti, e affatto risolto, per gli studiosi di tutto il mondo. Un vero e proprio «giallo» dell’arte medioevale.

Didascalie delle immagini
[fig.1] Veduta esterna della chiesa di santa Maria foris portas, a Castelseprio; [fig. 2] Maestro di Castelseprio, «Cristo benedicente», s.d..Castelseprio, chiesa di santa Maria foris portas; [fig. 3] 
Maestro di Castelseprio, «Presentazione al Tempio», s.d..Castelseprio, chiesa di santa Maria foris portas; [fig. 4] Maestro di Castelseprio, «Sogno di san Giuseppe», s.d..Castelseprio, chiesa di santa Maria foris portas; [fig. 5] Maestro di Castelseprio, «Andata a Betlemme», s.d..Castelseprio, chiesa di santa Maria foris portas

Informazioni utili
Chiesa di santa Maria foris portas, via Castelvecchio 1515 - Castelseprio. Orari: martedì-sabato, ore 08.30-19.20; domenica e festivi, ore 09.30-18.20. Ingresso gratuito. Informazioni: tel. 0331.820438. 

Il «Gold Remi Award» al film «Il merletto, un’arte veneziana»

Parla italiano il documentario che ha vinto il prestigioso premio «Gold Remi Award» alla quarantacinquesima edizione del «WorldFest Houston International Film Festival», una delle più importanti rassegne di cinema e audiovisivo degli Stati Uniti. L'ambito riconoscimento è, infatti, stato assegnato al film «Il merletto, un’arte veneziana» («The Lace, a Venetian Art»), prodotto dalla Fondazione musei civici di Venezia e diretto da Alessandro Bettero.
Espressamente concepito e realizzato in occasione della riapertura del Museo del Merletto di Burano, avvenuta a giugno dell’anno scorso, il documentario narra la nascita e lo sviluppo di una delle arti più secolari della città lagunare, la tradizione del pizzo lavorato a ago, sullo sfondo delle vicende della Serenissima.
Il film, girato in alta definizione e sottotitolato in lingua inglese, è arricchito dai ricordi e da vivide testimonianze di una dozzina di merlettaie di Burano, ma mostra anche suggestive ricostruzioni storiche realizzate con attori in abiti d’epoca e filmate all’interno di alcuni prestigiosi palazzi storici della città, come il Ducale, il Mocenigo, Ca’ d’Oro, la basilica di San Marco e la fornace vetreria di «Formia Luxury Glass» a Murano, oltre che in località caratteristiche del Veneto, tra Burano, Murano, Torcello, Chioggia e Altino.
Rare ed esclusive sono anche le immagini che ripropongono alcuni tra i manufatti più antichi della collezione appartenente al Museo del merletto e alla Fondazione Musei civici di Venezia. Manufatti, questi, che coprono gli ultimi cinque secoli.
Il documentario, della durata di circa quaranta minuti, è stato realizzato con la consulenza di Paola Chiapperino, già direttore del museo veneziano, e con il contributo, per i testi, di Doretta Davanzo Poli, nota storica del merletto e docente all’Università Ca’ Foscari di Venezia.
La musica del film è a cura del maestro Alberto De Piero e dell’Orchestra Filarmonia Italiana. La fotografia porta la firma di Lorenzo Pezzano: mentre i costumi sono stati realizzati dagli atelier «Nicolao» e «Pietro Longhi» di Venezia.
Grazie a questo documentario, sempre visibile nella sala introduttiva al primo piano del museo buranese, il pubblico statunitense ha potuto riscoprire o conoscere per la prima volta una delle più antiche e preziose tradizioni veneziane, quella del merletto, un’arte antica legata indissolubilmente alla storia del costume, del tessuto, dell’arte e dell’architettura di Venezia e della sua Laguna.
L’arte cinematografica si è fatta, dunque, strumento di promozione turistica per il giovane museo lagunare, ubicato presso lo storico palazzetto del Podestà di Torcello, già sede, dal 1872 al 1970, della celebre Scuola del merletto, fondata dalla contessa Adriana Marcello. In queste antiche sale di piazza Galuppi, all’interno delle quali Daniela Ferretti ha portato la policromia tipica dell’isola, sono allineati oltre centocinquanta esemplari di pizzi, ma anche dipinti dei secoli XV-XX, incisioni, disegni, documenti, riviste, tessuti e costumi. Manufatti, questi, che raccontano un’arte tramandata di generazione in generazione, un antico mestiere, quasi esclusivamente femminile, che dall’unione di materiali poveri, quali ago e filo, e mani sapienti, continua a creare veri e propri capolavori.

Per saperne di più
«Fogli d'arte», il restyling del Museo del merletto di Burano
Il sito ufficiale del Museo del merletto di Burano


Didascalie delle immagini
[fig. 1] Foto di scena per il documentario «Il merletto, un’arte veneziana» («The Lace, a Venetian Art»), prodotto dalla Fondazione musei civici di Venezia e diretto da Alessandro Bettero; [fig. 2] Veduta esterna del Museo del Merletto di Burano, Venezia. Foto di Mario e Alessia Polesel; [fig. 1] Veduta interna del Museo del Merletto di Burano, Venezia. Particolare dell'allestimento di Daniela Ferretti al primo piano del palazzetto del Podestà di Torcello


Informazioni utili
«Il merletto, un’arte veneziana» («The Lace, a Venetian Art»). Documentario, durata (40 min.). Regia: Alessandro Bettero. Produzione: Fondazione Musei Civici di Venezia. Produttore esecutivo: Amelia Fiorenzato. Coordinatore esecutivo: Paola Chiapperino, con la collaborazione di Chiara Squarcina, Fondazione Musei civici di Venezia. Testi: Doretta Davanzo Poli, Università Ca’ Foscari - Venezia. Fotografia: Lorenzo Pezzano. Focus Pullers: Matteo Bolzonello, Davide Ceccato. Montaggio e post-produzione audio: Luca Giacon. Colorist: Francesco Marotta. Musiche: Alberto De Piero e l’Orchestra Filarmonia Italiana.
Museo del merletto di Burano, piazza Galuppi 187 - Burano (Venezia). Orari: dal 1° aprile al 31 ottobre, ore 10.00–18.00 (biglietteria 10.00– 17.30); dal 1° novembre al 31 marzo, 10.00–17.00 (biglietteria 10.00–16.30); chiuso il lunedì.Ingresso: intero  € 5,00, ridotto € 3,50 [ragazzi da 6 a 14 anni; studenti* dai 15 ai 25 anni; accompagnatori (max. 2) di gruppi di ragazzi o studenti; cittadini ultrasessantacinquenni; personale del Ministero per i Beni e le Attività culturali; titolari di Carta Rolling Venice; soci FAI]. Informazioni: tel. +39.041.730034 o museo.merletto@fmcvenezia.it.