Era il 20 novembre 1970 quando l'opera faceva la sua ultima apparizione pubblica a Firenze, prima di essere venduta al Palazzo internazionale delle aste ed esposizioni e passare dalla proprietà della nobile famiglia fiorentina Bartolini Salimbeni a una collezione privata rimasta anonima.
Da allora, per più di cinquant’anni, della tavoletta non si è più avuta notizia diretta. Eppure non era stata dimenticata: continuava a vivere nella letteratura critica attraverso fotografie in bianco e nero, citata, discussa, riconosciuta come autografa dagli studiosi che ne conoscevano l’esistenza.
Oggi l’opera riemerge sul mercato antiquario in occasione di un’asta di dipinti antichi, in programma il prossimo 20 maggio da Pandolfini, la più antica casa d’aste italiana, fondata a Firenze nel 1924. Gli studiosi ritrovano così un tassello importante della produzione angelichiana.
Per capire il peso di questo ritrovamento, occorre ricordare chi era il Beato Angelico, al secolo Guido o Guidolino di Pietro e, dopo i voti, fra’ Giovanni da Fiesole. Nato a Vicchio nel Mugello intorno al 1395, il pittore è considerato uno dei più grandi protagonisti del Quattrocento per quella sua capacità di saldare principi artistici propri del Rinascimento, come la composizione prospettica e l’attenzione alla figura umana, con vecchi valori medievali, quali la funzione didascalica dell’arte sacra e il valore mistico della luce.
Attratto dalla vita religiosa domenicana, intorno al 1418 il pittore si recò nel convento dei Frati predicatori di Fiesole, dove ricevette l’abito. Da quel momento per lui l’arte, appresa nelle botteghe fiorentine di Gherardo Starnina e Lorenzo Monaco, divenne un atto di preghiera. Le leggende nate attorno alla sua figura sono rivelatrici di questo aspetto. Si diceva, infatti, che egli non mettesse mano al pennello senza essersi prima raccolto in orazione e che non correggesse mai le proprie opere, convinto che ogni pennellata avesse un’origine divina.
Tra il 1439 e il 1445 il Beato Angelico affrescò, su invito di Cosimo de’ Medici e del priore fra’ Antonino Pierozzi, il chiostro, i corridoi e le celle del convento di San Marco a Firenze, l’impresa che lo consegnò alla storia. La sua fama giunse fino a Roma: nel 1445 papa Eugenio IV lo convocò in Vaticano, commissionandogli gli affreschi per la cappella del Sacramento (oggi perduta); mentre, su invito di papa Niccolò V, affrescò le «Storie di santo Stefano e san Lorenzo» nella Cappella Niccolina (1447–1449). Nel 1447 lavorò anche a Orvieto, nella Cappella Brizio del Duomo, insieme all’allievo Benozzo Gozzoli. Morì a Roma il 18 febbraio 1455, nel convento di Santa Maria sopra Minerva, dove fu sepolto. Papa Giovanni Paolo II lo proclamò beato nel 1982 e patrono universale degli artisti nel 1984.
Formatosi anche come miniatore e, dunque, abituato a dosare con cura il blu di lapislazzuli e l’oro in foglia, Benozzo Gozzoli usò il colore, nelle sue tonalità più luminose, come strumento teologico prima che pittorico. Lo stesso avvenne per la luce, considerata espressione visibile della Grazia, tentativo di rendere sensibile l’invisibile.
Datata al 1418–1420 circa, la «Tebaide» ricomparsa oggi sul mercato antiquario si colloca, dunque, nella fase più antica della sua produzione: è un’opera di formazione, in cui la mano del futuro maestro si riconosce già nell’equilibrio tra lirismo tardogotico e nuova sensibilità spaziale.
Il tema iconografico dell’opera, ovvero la rappresentazione della vita dei primi eremiti cristiani rifugiatisi in Egitto e nei dintorni di Tebe a partire dal III secolo, aveva avuto una certa diffusione tra Trecento e Quattrocento, soprattutto in area toscana e in ambito monastico, ma restava comunque un soggetto non comune. Le composizioni di questo tipo narrano per episodi, come una serie di vignette paesaggistiche, le storie dei santi padri. Fonte di ispirazione era il «Vitae Patrum», un grande corpus agiografico della tradizione eremitica cristiana.
Il dipinto si distingue per la sua straordinaria ricchezza di particolari: un paesaggio montuoso, popolato da piccoli personaggi che si affaccendano presso i romitori dei monaci, con a valle un fiume pieno di barchette, animali, santi che resistono alle tentazioni del maligno, chiese, orti, alberi e una piccola folla di fedeli che vegliano Sant’Efrem.
È una pittura narrativa in cui il paesaggio assume la funzione di quinta teatrale, racchiudendo al suo interno una grande varietà di episodi ritratti: ogni angolo della tavola racconta qualcosa e lo spettatore è invitato a percorrerla con lo sguardo come si percorrerebbe un paesaggio reale, scoprendo scene sempre nuove.
L’opera, che verrà battuta all’asta con una stima compresa tra 150.000 e 250.000 euro, si inserisce in un dialogo serrato con un altro lavoro del Beato Angelico dal medesimo soggetto iconografico, oggi conservato al Museo di San Marco a Firenze.
Quest’ultima «Tebaide» arrivò agli Uffizi nel 1783 con l’attribuzione a Gherardo Starnina e fu riferita per la prima volta alla prima produzione pittorica di Beato Angelico da Roberto Longhi nel 1940, ma la sua attribuzione si è affermata soltanto a partire dagli anni Novanta del Novecento, fino a trovare un’ulteriore conferma in Miklós Boskovits. Nel corso dei secoli il dipinto, probabilmente realizzato intorno al 1420, era stato variamente assegnato a Pietro Lorenzetti, Maso di Banco, a un anonimo contemporaneo di Lorenzo Monaco e persino a Paolo Uccello. Aveva cioè avuto una storia attributiva tormentata che dice molto della difficoltà di differenziare l’allora giovane Beato Angelico dagli artisti del tempo. L’opera, che nel marzo 2024 è stata spostata dagli Uffizi al Museo di San Marco a Firenze, brulica di personaggi e si scompone in una miriade di dettagli che invita lo sguardo a perdersi.
Il confronto tra i due lavori suggerisce una relazione strettissima: non una semplice replica, ma due versioni autografe pressoché identiche, probabilmente generate da uno stesso disegno preparatorio.
Va detto che un’altra «Tebeide», realizzata sempre negli anni giovanili e con lo stesso ricco apparato iconografico, è conservata nelle collezioni dello Szépművészeti Múzeum di Budapest. E, forse, è proprio a questo dipinto, dopo i confronti con la grande tavola al Museo San Marco di Firenze, che va accostata la tavoletta in asta da Pandolfini.
Per l’opera in vendita, la quasi perfetta corrispondenza compositiva con la versione conservata a Firenze rafforza l’attribuzione autografa. A tal proposito, secondo il compianto storico dell’arte Miklós Boskovits, agli inizi del Quattrocento «non esisteva il concetto moderno di originalità artistica e la pratica delle copie era del tutto comune»: realizzare due versioni identiche di uno stesso soggetto non era ripetizione, ma la conferma di un modello condiviso.
Resta ancora aperta e animatamente dibattuta la questione della destinazione originaria di questa tavoletta. Una prima ipotesi collega l'opera a un ambiente vallombrosano: i Bartolini Salimbeni avevano una cappella nella chiesa di Santa Trinita, sede fiorentina dei vallombrosani, e il collezionista settecentesco Ignazio Hugford, che possedette la versione ora a San Marco, aveva un fratello monaco di quell’ordine. Una seconda ipotesi, rilanciata in anni recenti, propende, invece, per un contesto camaldolese, facendo leva sul monaco Ambrogio Traversari, che nel 1423 completò la prima parte della traduzione dal greco delle «Vitae Patrum», il testo alla base iconografica di queste composizioni. La prossimità cronologica non è probabilmente casuale. Nessuna delle due ipotesi è, però, definitivamente provata e questo margine di incertezza è parte integrante del fascino critico della tavoletta.
Accanto alla «Tebaide», l’asta a Firenze, nelle splendide sale di Palazzo Ramirez-Montalvo, proporrà complessivamente sessantadue lotti che attraversano sei secoli di pittura europea, dal Medioevo al Settecento. Il catalogo offre un ventaglio geografico e cronologico di notevole ampiezza. Tra i pezzi di maggiore interesse figurano una «Madonna con Bambino, san Giovannino e due angeli» di Girolamo del Pacchia (Siena, ca. 1477 – post 1533) e una «Crocifissione tra i dolenti e i santi Gerolamo di Domenico di Michelino (Firenze, ca. 1417–1491), allievo diretto di Beato Angelico. Di particolare curiosità è anche il lotto attribuito al cosiddetto Maestro degli Edifici gotici (forse Jacopo Foschi, attivo a Firenze tra il 1485 e il 1520 circa), figura ancora sfuggente della pittura rinascimentale fiorentina. Il Seicento è rappresentato da un «Cristo in casa di Marta e Maria» di Ippolito Borghese (stima 40.000–60.000 euro), una «Santa Margherita» di Felice Ficherelli detto il Riposo (stima 40.000–60.000 euro) e un suggestivo «Amore e Psiche» di ambito caravaggesco (stima 30.000–50.000 euro). Non mancano una «Scena di battaglia» da scuola fiamminga e un «Ritratto di dama» dalla Scuola di Fontainebleau, a conferma della dimensione internazionale della vendita.
Ma su tutto brilla la «Tebaide» del Beato Angelico, un tassello fondamentale della spiritualità del Quattrocento, che prima dell’asta sarà in mostra a Firenze dal 16 al 19 maggio. L'apparizione di un'opera di tale caratura non è solo un evento commerciale, ma è anche un atto di giustizia poetica verso la storia. È il ritorno di una visione antica che, tra le aspre rocce di Tebe e i volti dei padri del deserto, ci ricorda come l'arte sia un filo teso tra l'eterno e il visibile, capace di eclissarsi per decenni per poi risplendere, intatta, alla luce del presente.
Didascalie delle immagini
Angelico, detto Beato Angelico (Firenze, ca. 1395 - 1455), Tebaide, 1418-1420. Tempera su tavola trasportata su tela, cm 68,5x56. Stima € 150.000 / 250.000. Provenienza: - Firenze, collezione Bartolini Salimbeni; - Firenze, Palazzo Internazionale delle Aste ed Esposizioni, 20 novembre 1970, lotto 113; - Collezione privata
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