ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

martedì 5 marzo 2013

Light art per illuminare il Vajont. Cinquant’anni dopo

9 ottobre 1963, ore 22,39: una frana gigantesca, una massa rocciosa di circa 270milioni di metri cubi, comincia a scivolare lungo il versante settentrionale del monte Toc. In pochi minuti, macigni e detriti cadono nel neo-bacino elettrico artificiale sottostante, formato da una diga, sollevando una massa d’acqua di circa 50milioni di metri cubi, alta oltre 100 metri. La vallata del Vajont, tra le province di Belluno e Udine, diventa tristemente famosa: i paesi di Longarone, Erto, Casso e Castellavazzo vengono rasi al suolo dalla forza della natura; i morti sono 1917, di ogni età, dai ventuno giorni di vita di Claudio Martinelli ai 93 anni di Amalia Pancot. Mera fatalità, calamità naturale o tragedia prevedibile? Nel 2008, alla presentazione del «Anno internazionale del pianeta terra», l'Onu ha definito il Vajont come il «peggior disastro ambientale mai accaduto, nel mondo, provocato dall'uomo».
La storia non si scrive certamente con i se e con i ma. Eppure se non ci fossero state troppe sottovalutazioni tecniche in nome del profitto, se si fosse dato ascolto alle continue denuncie della giornalista Tina Merlin, la vicenda di quella terra di confine tra Veneto e Friuli sarebbe stata diversa.
Da quella catastrofe, accomunata ad espressioni come la «diga del disonore» o «tragedia annunciata», sono passati cinquant’anni e il mondo dell’arte ricorda a colpi di laser. Martedì 5 marzo, al crepuscolo e per circa un’ora e mezza, un potente fascio di luce, lungo quindici chilometri, verrà proiettato sopra la diga del Vajont, in direzione Longarone. Base operativa del progetto, proposto da «Dolomiti contemporanee – laboratorio d’arti visive in ambiente», sarà il nuovo Spazio di Casso, l’ex scuola del paese friulano, che fronteggia la ferita del monte Toc, restaurata e riaperta al pubblico dallo scorso settembre come spazio espositivo e centro per la cultura contemporanea.
A firmare la performance, intitolata «La fine del confine(della mente) / the end of the border(of the mind)», sarà Stefano Cagol, uno dei pionieri della public art in Italia e non solo (la sua «Flu Power Flu» è stata in permanenza sulla facciata del Beursschouwburg Art Center a Bruxelles dal 2007 al 2012), con all'attivo un progetto per la facciata mediale di Museion a Bolzano (2012) e una personale presso la Chiesa di San Gallo all’interno della cinquantaquattresima Biennale di Venezia (2011).
Accendere nuovi riflettori su quell’immane e annunciata strage, a lungo dimenticata e riscoperta da molti attraverso l’«orazione civile» che Marco Paolini ha portato in tanti teatri italiani dal 1997, è lo scopo di questo progetto artistico per il Vajont, che si propone –spiega Gianluca D’Incà Levis, curatore di DC- di «andare oltre il confine emotivo della tragedia, verso una nuova memoria e una nuova rinascita». Ma «La fine del confine(della mente) / the end of the border(of the mind)» non animerà solo la diga del Vajont. Il giorno successivo, mercoledì 6 marzo, il raggio sarà, infatti, proiettato a Cortina d'Ampezzo, sulla parete sud della Tofana di Rozes, un'icona montana del patrimonio Unesco. L’artista trentino, con studi all’Accademia delle Belle arti di Brera e alla Ryerson University di Toronto, partirà, poi, alla volta della Biennale di Barents, in Norvegia, e i suoi fasci di luce attraverseranno l'Europa, illuminando sette nazioni, dall’Austria alla Finlandia, per toccare anche il Circolo Polare Artico, 5mila chilometri più a nord. Il viaggio, in programma fino al prossimo 12 aprile, traccerà nel cielo linee evocative di luce capaci di attraversare i confini, «la fine e il fine delle frontiere –si legge nel concept del progetto- da sud a nord d’Europa, dal limite della cultura mediterranea al limite della cultura europea, dalle Alpi fino al di là del Circolo Polare Artico, da un paesaggio verticale ad uno orizzontale, dalla presenza umana alla sua assenza».


Per saperne di più
www.dolomiticontemporanee.net
www.endofborder.com
www.stefanocagol.com

Didascalie delle immagini 
[fig. 1] «La fine del confine(della mente) / the end of the border(of the mind)». Progetto di Stefano Cagol. Flyer dell'evento alla Diga del Vajont; [fig. 2] «La fine del confine(della mente) / the end of the border(of the mind)». Progetto di Stefano Cagol. Flyer dell'evento alla Tofana di Rozes (Cortina d'Ampezzo; [fig. 3] Stefano Cagol, «Dissoluzione di luce», 2008; [fig. 4] Ritratto di Stefano Cagol

Informazioni utili
«La fine del confine(della mente) / the end of the border(of the mind)». Luogo: Diga del Vajont/Nuovo Spazio di Casso (Casso, Pordenone); Tofana di Rozes (Cortina d'Ampezzo,Belluno). Data: martedì 5 e mercoledì 6 marzo 2013, ore 18.30. Ingresso gratuito. Informazioni: info@dolomiticontemporanee.net o tel. 0437.30685 e tel. 0427.666068



venerdì 1 marzo 2013

Bari, riflettori puntati sulla collezione di Douglas Andrews

E’ un piccolo assaggio della ricca raccolta di Douglas Andrews quello che propone la mostra «Uno sguardo sul mondo: opere da una collezione privata», in programma fino a mercoledì 1° maggio nella cittadina di Polignano al Mare (Bari), presso la nuova sede della Fondazione museo Pino Pascali.
Trentuno opere, selezionate tra le circa trecento di proprietà del collezionista americano di nascita e italiano d’adozione, compongono il percorso espositivo, a cura di Guido Orsini e Mary Angela Schroth. Si tratta di pitture, sculture, installazioni, video e fotografie realizzate da quindici artisti internazionali della generazione compresa tra i 49 e i 59 anni (la stessa di Douglas Andrews), tra i quali Jeff Koons, William Kentridge, Olafur Eliasson, Jessica Carroll, Paolo Canevari e Giuseppe Gabellone.
A fare da filo rosso tra i lavori esposti, per la maggior parte inediti nel nostro Paese, sono tematiche care al linguaggio espressivo di Pino Pascali, importante esponente dell’Arte povera, quali la multimedialità, la dissacrazione della realtà, il gioco, la natura, l’uso di materiali semplici e oggetti usati.
Fondamentale per la nascita di questa collezione, lontana dalle logiche della speculazione e prossima alla soddisfazione del gusto personale, è l’incontro, sul finire degli anni Ottanta, tra Douglas Andrews e Lucio Amelio. Seguono i contatti con alcune delle principali gallerie internazionali, da Luhring Augustine ad Anthony Meier, passando per Alessandra e Valentina Bonomo, Giò Marconi, Stefania Miscetti, Franco Noero, Gian Enzo Sperone e molti altri ancora.
Nell’ottobre 2012, dopo una visita al museo di Polignano al Mare, il collezionista americano esprime la volontà di esporre, per la prima volta in Italia, una parte significativa della propria vasta raccolta, offrendo così al pubblico l’occasione di ripercorrere l’evolversi del linguaggio dell’arte contemporanea dell’ultimo trentennio, ma anche di scoprire quanto sia ancora attuale la poetica espressiva di Pino Pascali.
A uno degli aspetti più rilevanti della ricerca artistica del maestro poverista, ossia il tema della natura, guardano, per esempio, le due fotografie di Giuseppe Gabellone presenti in mostra («Senza titolo», 2002), nelle quale sono ritratte delle campanelle blu di grandi dimensioni, artificiali e molto teatrali. Un’immagine di fiori è anche quella che propone Jeff Koons con il suo ironico e pop «Giant Inflatable Balloon Flower (yellow)» (1997), messo a confronto con un altro suo lavoro, «Bread with Egg, PL3», una copia di un pane pasquale italiano che rievoca alla mente «Gruppo di personaggi» (1964), ironica natura morta pascaliana raffigurante una realtà quotidiana sempre più ossessionata dalla pubblicità.
Sembra, invece, strizzare l’occhio a «9mq di pozzanghere» (1967), ultima acquisizione del museo pugliese, «Que Sepan Todos» (2007) di Arturo Herrera, un’opera di grandi dimensioni composta da due feltri neri ritagliati e posizionati direttamente sul muro.
Al tema della natura guarda anche una delle due opere di Olafur Eliasson selezionate per la mostra pugliese. Accanto a «Homage to P. Schatz» (2012), piccolo ma significativo elemento luminoso, è, infatti, possibile ammirare uno dei primi lavori dell’artista danese: il ciclo «Path Series» (1999), ventiquattro fotografie tese a documentare un tragitto a piedi per tutta la sua durata, concentrandosi sul rapporto diretto con il suolo ed escludendo riferimenti precisi a luoghi reali.
Analizzano, invece, un altro tema fondante del linguaggio espressivo di Pino Pascali, quello del riuso dell’oggetto, opere come «Powerless Structures Fig. 131» (2001) di Michael Elmgreen e Ingar Dragset, un assemblaggio di vecchie porte, «Telephone Book» (1996) di Tom Sachs, un vero elenco telefonico impacchettato con nastro adesivo, e «Desempoladeira» (2003-2006) del brasiliano Marepe, pialle da muratore dipinte con colori vivaci.
Gioco e provocazione, altro argomento caro alla poetica pascaliana, sono, invece, le componenti principali dei due lavori in mostra firmati da Sarah Lucas, «la cattiva ragazza» del cosiddetto YBAs (Young British Artist): «The Old In Out» (1998), calco di un water in poliuretano, e «Coco» ( 2005), un cagnolino di porcellana sulla cui superficie sono incollate centinaia di sigarette. Mentre Jessica Carroll presenta, con la sua scultura «Osso» (1990), un omaggio all’interesse dell’artista pugliese per l’antropologia e la mitologia. Merita, infine, una segnalazione la video-scultura «Sleeping on Glass» (1999) di William Kentridge, uno dei suoi primi film di animazione che, attraverso la cassettiera, comunica un’intima sensazione di privacy. Una mostra, dunque, interessante quella di Polignano a Mare per comprendere come una collezione d’arte sia un organismo vivente, una chiave per leggere e capire la ricerca e la storia individuale di un collezionista, la sua complicità con artisti, galleristi, critici e appassionati di arte.


Didascalie delle immagini
[fig. 1] Giuseppe Gabellone,«Senza titolo», 2002. 2 stampe fotografiche a colori, 210 x 150 ognuna;  [fig. 2] Jeff Koons, «Inflatable Balloon Flower (Yellow»), 1997. PVC, 128 x 148 x 180 cm (edition); [fig. 3] Sarah Lucas, «Coco», 2005.Cane di ceramica, sigarette, colla. 28 x 18 x 24 cm; [fig. 4]William Kentridge, «Sleeping on Glass», 1999. Disco laser, cassettiera e specchio, pannello di legno; d
imensioni variabili; [fig. 5] 
Jessica Carrol, «Osso», anni Novanta. Marmo. Vetrine: bronzo e vetro, 50 x 40 x 120 cm

Informazioni utili
«Uno sguardo sul mondo: opere da una collezione privata». Fondazione Museo Pino Pascali, via Parco del Lauro, 119 – Polignano a Mare (Bari). Orari: martedì-domenica, ore 11.00-13.00 e 17.00-21.00, lunedì chiuso. Ingresso: € 1,00. Informazioni: tel. 080.424.9534 o  segreteria@museopinopascali.it. Sito web: www.museopinopascali.it. Inaugurazione: sabato 2 marzo 2013, ore 19.00. Fino al 1° maggio  2013

giovedì 28 febbraio 2013

Due giorni per scoprire i Musei ecclesiastici italiani

Se ne contano, su tutto il territorio nazionale, novecentonovantaquattro, dei quali ottocentosettantotto di proprietà ecclesiastica. Hanno un patrimonio artistico che non ha nulla da invidiare a Brera e agli Uffizi, ricco di paramenti liturgici, codici miniati, opere d’oreficeria, raccolte etnografiche e naturalistiche, sculture e pregevoli dipinti. Sono ospitati all’interno di complessi monumentali di grande valore storico-architettonico come chiese, palazzi episcopali, monasteri, chiostri, sacrestie e seminari. Eppure sono quasi del tutto sconosciuti al grande pubblico. Stiamo parlando dei musei ecclesiastici, luoghi soffocati da un’erronea immagine di polverosità e di noia che li ha resi le «Cenerentole» del patrimonio culturale italiano.
Scarsamente segnalati dalle guide turistiche delle grandi città, questi scrigni d’arte sacra, indissolubilmente legati al patrimonio immateriale di spiritualità che essi evocano, sono stati recensiti dalle studiose Erminia Giacomini Miari e Paola Mariani e riuniti nel 2005 in una pubblicazione, realizzata con il contributo della Cei (Conferenza episcopale italiana) ed edita dal Touring club. Risale, invece, al 1996 la fondazione dell’Amei (Associazione musei ecclesiastici italiani), attualmente presieduta da monsignor Giancarlo Santi, che ha scelto il 2013, anno della fede e anniversario dell’Editto di Costantino, per gettare nuova luce sulle tante realtà museali testimoni e custodi della storia religiosa del nostro Paese, con l’intento di farle uscire da quella sorta di isolamento che le ha rese, per così dire, «invisibili» al proprio potenziale pubblico.
Il primo appuntamento in cartellone sono le Giornate dei musei ecclesiastici, in programma sabato 2 e domenica 3 marzo: una fitta due giorni di visite guidate, laboratori artistici, incontri a tema, concerti e spettacoli teatrali, durante la quale verranno aperte gratuitamente le porte di oltre duecento musei aderenti all’Amei.
Sarà un’ottima occasione, questa, per varcare la soglia del Museo diocesano di Udine, con i suoi meravigliosi affreschi di Giambattista Tiepolo per lo Scalone d’onore e la Sala rossa, o quella del Muma di Assisi, nel quale è possibile viaggiare virtualmente tra le missioni dei frati cappuccini in Amazzonia, o ancora quella del Museo diocesano di Cortona, dove è da poco ritornata «L’Annunciazione» del Beato Angelico, recentemente esposta alla Galleria Borghese di Roma, in apertura del progetto «L’arte della fede».
Il visitatore curioso, capace di vincere il pregiudizio che vuole questi luoghi quasi come il prolungamento di un’aula di catechesi, si troverà di fronte a realtà attive, capaci di proporre mostre e percorsi museali interessanti, come quello sul crocifisso alla Galleria d’arte contemporanea della Pro Civitate Christiana di Assisi, o quello sui colori dell’Africa cristiana al Museo diocesano di Vicenza, o, ancora, quello sul mistero dell’Incarnazione nell’opera del Beato Angelico al Museo della basilica di santa Maria delle Grazie di San Giovanni Valdarno, nell’Aretino.
Chi si troverà nel Varesotto potrà prendere parte alla conferenza «L’Annunciazione nell’arte: storia e iconografia dell’inizio», promossa dal Museo Baroffio e del santuario del Sacro Monte sopra Varese (domenica 3 marzo, ore 15.30). Mentre chi sarà in Toscana potrà partecipare alla relazione sui cimiteri etrusco-romani, organizzata del Museo della cattedrale di Chiusi, o allo spettacolo «Ghirlandaio: una bottega, una dinastia» (sabato e domenica, ore 18.30 – € 12,00), a cura del Museo d’arte sacra di san Donnino. In Campania, al Museo diocesano di Ariano Irpino, si darà, invece, spazio alla musica con un concerto di flauto traverso.
Questi sono solo alcuni dei tanti appuntamenti inseriti nel ricco cartellone delle Giornate dei musei ecclesiastici, piccolo tassello di un articolato calendario di iniziative messo in cantiere da Amei per il 2013. L’associazione sta, infatti, lavorando a un progetto di rete sull’Editto di Costantino e sulle sue conseguenze per la storia del cristianesimo, anche in relazione alla contemporaneità, che invita i musei ad analizzare tematiche quali il signum crucis e le sue declinazioni, la tolleranza e il dialogo interculturale e interreligioso, sant’Elena e le reliquie della vera croce e altro ancora. Sono già una cinquantina le realtà museali che hanno approntato esposizioni dossier di una o più opere collegate al tema costantiniano, particolari percorsi di visita a beni ecclesiastici del territorio legati alla nascita del cristianesimo, attivazioni di postazioni multimediali per favorire l'interpretazione del patrimonio materiale e immateriale delle proprie collezioni, ma anche produzione di opere d'arte contemporanea e conferenze. Al Museo diocesano di Napoli è, per esempio, in corso la mostra «Icone dalla Serbia», che intende ricordare la terra dove ha trovato i propri natali l’imperatore Costantino attraverso l’esposizione di alcune opere, appartenenti alla collezione permanente del Museo nazionale di Belgrado. Mentre il Museo diocesano di Milano collabora all’esposizione «Costantino 313 d.C.», che allinea, nelle sale di Palazzo Reale, duecentocinquanta opere provenienti da istituzioni internazionali quali il British Museum, la Bibliothèque Nationale di Parigi e il National Gallery di Washington, tese a documentare il passaggio, avvenuto nel corso del IV secolo, del cristianesimo da devozione lecita privata a una dimensione pubblica e ufficiale e, infine, a unica religione dell’Impero.
A Brescia è prevista, dal prossimo autunno, una mostra di reliquiari e di bozzetti che mette a confronto due pale raffiguranti il «Battesimo di Costantino», realizzate da Gian Battista Tiepolo e Carlo Innocenzo Carloni. Mentre la Sicilia sta lavorando a una rassegna itinerante sul significato della croce nel cristianesimo, che coinvolgerà dodici musei e numerosi artisti contemporanei.
Decine di iniziative diverse, spesso molto originali, attendono, dunque, i musei ecclesiastici italiani nei prossimi mesi, per far scoprire opere e monumenti dei primordi della Chiesa, con la volontà di coinvolgere tutti, credenti o non credenti, cristiani e non.

Didascalie delle immagini
[fig. 1] Beato Angelio, «Annunciazione», 1430 ca. Tempera su tavola, cm 175 x 180. Cortona, Museo diocesano; [fig. 2] Gian Battista Tiepolo, «Il sacrificio di Isacco», 1726-1729. Affresco, 400 x 500 cm. Udine, Museo diocesano; [fig. 3] Veduta esterna del Museo diocesano di Brescia; [fig. 4] Robert Morris, «Quattro per Donatello», 2001. Prato, Museo dell’Opera; [fig. 5] Veduta di una sala del Museo diocesano di Cortona.

Informazioni utili
Le giornate dei musei ecclesiastici. Un evento a cura di Amei (Associazione musei ecclesiastici italiani). Italia, sedi varie. Il programma: www.amei.biz/notizie/le-giornate-dei-musei-ecclesiastici.Informazioni: tel. 02.89421797 o info@amei.info. Sito web: www.amei.biz.  Sabato 2 e domenica 3 marzo 2013.