ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

martedì 22 ottobre 2024

Marcello Mastroianni, quattro mostre per celebrare cent'anni di cinema e di vita

«Marcello, Marcello, come here! Hurry up!»: l’invocazione della giunonica Anita Ekberg, mentre cammina languida nell’acqua della fontana di Trevi, è diventata la scena cult di uno dei film più amati di Federico Fellini e il simbolo di una delle icone cinematografiche del made in Italy. Quella pellicola, datata 1960, era «La dolce vita» - Palma d’oro al festival di Cannes, nella giuria presieduta da George Simenon, Oscar per i costumi a Piero Gherardi, David di Donatello per la regia a Federico Fellini e svariati altri riconoscimenti ai Nastri d’argento del 1961. E quel Marcello era Marcello Mastroianni, il volto maschile più noto e riconoscibile del nostro cinema, interprete, in oltre cinquant’anni di carriera, di centinaia di pellicole che lo hanno visto lavorare con i maggiori registi del suo tempo tra cui Vittorio De Sica, Luchino Visconti, Mario Monicelli, Pietro Germi, Dino Risi, Ettore Scola, Michelangelo Antonioni e con altri grandi attori protagonisti della commedia all’italiana come Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman e Nino Manfredi.

Il suo talento attoriale, straordinario e poliedrico, che gli ha permesso di cimentarsi nei più disparati generi cinematografici e in ruoli ricchi sempre di nuove sfumature, unito all’eleganza innata, alla bellezza involontaria, a una buona dose di riservatezza e a quella rara capacità che hanno solo i grandi di non prendersi mai troppo sul serio - che non è umiltà, ma saggia conoscenza del mondo e dei suoi equilibri precari - hanno fatto di Marcello Mastroianni un divo sui generis, una star «sempre in punta di piedi», per usare le parole di Federico Fellini, che gli era amico nella vita privata e che lo diresse anche in un altro capolavoro del cinema italiano come «8 e mezzo», ma anche nei film «La città delle donne», «Ginger e Fred» e «Intervista».

Poco incline al divismo e all’etichette stereotipate come quella di latin-lover, affibbiatagli per il suo fascino indolente che ammaliò più di una donna dello spettacolo - da Silvana Mangano a Catherine Deneuve, da Flora Carabella a Faye Dunaway, senza dimenticare la regista Anna Maria Tatò -, l’attore di Fontana Liri (cittadina in provincia di Frosinone), figlio di artisti-artigiani del legno e nessun studio all’Accademia d’arte drammatica alle spalle, era più che altro un «anti-divo di successo», come ebbe a scrivere il giornalista Paolo Emilio Poesio. Lo dimostra chiaramente il suo curriculum con un palmares di coppe e di nomination da fare invidia, che lo classificano come l’attore italiano più premiato di sempre: tre candidature all'Oscar per «Divorzio all'italiana» (1961), «Una giornata particolare» (1977) e «Oci ciornie» (1987), due Prix d’interprétation masculine al Festival di Cannes, due Coppe Volpi, otto David di Donatello, due Golden Globe, due Premi Bafta, otto Nastri d'argento e, nel 1990, un Leone d’oro alla carriera al Festival del cinema di Venezia. Ed è proprio l’etichetta «anti-divo di successo» a essere stata scelta come titolo della mostra che Lucca dedica, negli spazi di Palazzo Pfanner, a Marcello Mastroianni, in occasione dei cent’anni dalla nascita (28 settembre 1924) e a ventotto dalla morte (19 dicembre 1996).

Manifesti originali, locandine, foto-buste e bozzetti pubblicitari, provenienti dalla sterminata collezione di Alessandro Orsucci, documentano quasi sessant’anni di storia del nostro cinema, dal Neorealismo alla Commedia all’italiana. Il percorso parte, infatti, dagli anni Cinquanta e dalla pellicola «Domenica d'agosto» di Luciano Emmer, con un Marcello Mastroianni esordiente, doppiato da Alberto Sordi, per giungere agli anni Novanta e all’intensa interpretazione di «Sostiene Pereira» (1995), film diretto da Roberto Faenza e tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Tabucchi, passando per pellicole quali «Cronache di poveri amanti» (1954) di Carlo Lizzani, «Le notti bianche» (1954) di Luchino Visconti, «I soliti ignoti» (1958) di Mario Monicelli, «Il bell’Antonio» (1960) di Mauro Bolognini, «Divorzio all’italiana» (1961) di Pietro Germi, «La notte» (1961) di Michelangelo Antonioni, «Dramma della gelosia» (1970) di Ettore Scola e «La grande abbuffata» (1973) di Marco Ferreri, senza dimenticare i successi diretti da Federico Fellini.

In quegli anni, Marcello Mastroianni è sul set con attrici dall’indubbio fascino come Monica Vitti, Claudia Cardinale, Sandra Milo e Stefania Sandrelli e con attori di comprovata bravura quali Giancarlo Giannini, Ugo Tognazzi, Vittorio De Sica, Michel Piccoli e Philippe Noiret. In quei film veste, di volta in volta, i panni del giornalista, del regista in crisi esistenziale, del seduttore, del prete, dell'omosessuale e del marito infedele, con la stessa identica credibilità, così da diventare la perfetta metafora dell’«italiano ideale», ora sex symbol ora uomo pieno di fragilità e tenerezza, malinconia e rammarico, arrendevolezza e colpa, empatia e azzardo.

Nella mostra lucchese, non manca, poi, un focus sulla collaborazione tra l’attore laziale e Sofia Loren, la coppia d’oro del cinema italiano, insieme sul grande schermo per ben quattrodici volte, dal film «Cuori sul mare» del 1950, in cui l’attrice napoletana ha appena sedici anni ed è una semplice comparsa, fino a pellicole applaudite come «Peccato che sia una canaglia» di Alessandro Blasetti (1954), «Ieri, oggi, domani» (1963) di Vittorio De Sica (con l'indimenticabile scena dello spogliarello), «Matrimonio all'italiana» (1964), sempre di Vittorio De Sica, e «Una giornata particolare» di Ettore Scola (1977).

Vale, infine, la pena sottolineare che a fare da filo rosso al racconto espositivo, ideato in occasione del Lucca Film Festival, è la musica con un allestimento di colonne sonore originali in vinile, composte da maestri quali Nino Rota, Carlo Rustichelli, Armando Trovajoli e Ennio Morricone, corredate di copertine originali, spesso disegnate, oltre a libri e spartiti musicali.

Anche Roma rende omaggio, in questi giorni, a Marcello Mastroianni con la mostra «Ieri, Oggi, Sempre», per la curatela di Gianluca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, che porta negli spazi di Castel Sant’Angelo cento scatti fotografici di celebri maestri dell’obbiettivo che hanno catturato il volto pubblico e quella privato dell’attore, restituendoci un duplice ritratto, quello dell’interprete amato dal grande pubblico e quello, più intimo e domestico, lontano dalle luci della ribalta, con la famiglia d’origine o gli amici, in quella che l’attore definiva la sua «vita tra parentesi», dove le parentesi erano il palcoscenico di un teatro o il set di un cinema.

A Torino, invece, il centenario della nascita di Marcello Mastroianni viene ricordato attraverso una piccola mostra open-air formata da dodici pannelli di grande formato, su cui sono riprodotti diciassette ritratti dell’attore provenienti dall’Archivio fotografico di Angelo Frontoni. Gli scatti, insieme intensi e scanzonati, sono stati selezionati da Roberta Basano per essere collocati sulla cancellata della Mole Antonelliana, il Museo nazionale del cinema, ed essere così fruibili dal pubblico ventiquattro ore su ventiquattro.

Infine, a Venezia è l’isola di San Servolo a fare da scenografia alla mostra «Marcello, come here… Cent’anni e oltre cento volte Mastroianni», a cura di Laura Delli Colli, con immagini, anche inedite, e filmati d’archivio provenienti dal Centro sperimentale di cinematografia. Ne esce il ritratto di «un uomo che attraverso i suoi personaggi – si legge nella nota stampa - ha unito al fascino di un’indolenza leggiadra un carisma e una capacità interpretativa che ha toccato tutte le corde del cinema, dalla commedia al dramma, e un feeling speciale, nella vita come sulla scena, con le donne, sì, ma soprattutto con il suo pubblico».

Marcello Mastroianni era, in effetti, amato perché era indubitabilmente bravo, ma anche perché aveva capito che il set di un cinema o il palcoscenico di un teatro erano «un luogo dove si giuoca a far sul serio» (mutuando le parole dai «Sei personaggi in cerca d’autore» di Luigi Pirandello) e, con leggerezza calviniana – ovvero senza mai prendersi troppo sul serio, ma sempre con un lavoro costante, ostinato e mai superficiale -, aveva finito per essere il più umano tra i divi, il più divino tra gli umani. Intelligente. Istrionico. Unico.

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[Aggiornamento di domenica 3 novembre 2024]

CINEMA & FOTOGRAFIA: RIMINI CELEBRA MARCELLO MASTROIANNI, «L'ANTIDIVO DI SUCCESSO» 
Si arricchisce di una nuova mostra l'ampio omaggio che l'Italia fa a Marcello Mastroianni in occasione dei cento anni dalla nascita. Nell'anniversario della morte di Federico Fellini, scomparso il 31 ottobre di trentuno anni fa, la sua città natale, Rimini, ha aperto l'esposizione «Semplicemente Marcello. Il cinema, il fascino, lo stile di un antidivo di successo», a cura di Laura Delli Colli, giornalista ed esperta di cinema, con la collaborazione di Antonella Felicioni, responsabile dell’Archivio fotografico della Cineteca nazionale.
L'esposizione, allestita fino al 20 gennaio 2025, porta nelle di Palazzo del Fulgor una carrellata di oltre cento immagini tra foto di scena, scatti rubati sul set e qualche prezioso fotogramma, provenienti dal Centro sperimentale di cinematografia, da Reporters Associati & Archivi, da Bridgeman Images, dalla Collezione Maraldi, dalla Fondazione Cineteca di Bologna e dagli archivi di Patrizia Mannajuolo, David Secchiaroli, Emilio Lari e Franco Pinna.
Si tratteggia così il talento poliedrico di uno degli attori più amati del nostro Paese, simbolo riconosciuto in tutto il mondo dell’«italian way of life», la cui multiforme versatilità si impose sulla scena internazionale proprio grazie a due dei film più iconici di Federico Fellini: «La dolce vita» e «8½».
Applaudito come grande attore e identificato a Hollywood come il latin lover italiano, erede del mito di Rodolfo Valentino, Marcello Mastroianni rifiutò spesso indignato l’etichetta attribuitagli dai rotocalchi di irresistibile seduttore. Proprio alcuni ritratti fotografici e immagini di quel fascino speciale che ne accompagnò il successo planetario sono esposti nella prima delle cinque sezioni nelle quali si articola il percorso espositivo riminese, intitolata semplicemente «Marcello!». In questo incipit ci sono gli scatti delle pagine più patinate, che vedono l'attore laziale ritratto in piazza Duomo, a Venezia, al circuito di Monza e anche a Rimini, in spiaggia, con alle spalle il mare.
Come in un gioco di depistaggio e di straniamento il Mastroianni dei ritratti diventa nella seconda sezione della mostra «L’altro Marcello», quello colto sul set, nei momenti di pausa o negli istanti più tesi, prima di una scena. E proprio al «Marcello in scena», quello del grande schermo, è dedicata la terza sezione. Non poteva, poi, mancare «Il dolce cinema», con una selezione di scatti tratti da film nei quali Mastroianni si fatto, forse, invidiare da tanti spettatori uomini in tutto il mondo. Lungo le pareti scorrono le immagini di alcune sequenze di coppia girate insieme a diverse tra le più belle attrici del cinema nazionale e internazionale, da Sofia Loren a Anita Ekberg. A chiudere il percorso è «Caro Marcellino…», una sezione dedicata al rapporto speciale con Federico Fellini che al suo amico e attore preferito era legato affettuosamente dalla stima e dall’amicizia.  
Per maggiori informazioni sulla mostra riminese: fellinimuseum.it.


Didascalia delle immagini
[fig. 1] Immagine guida della mostra «Marcello Mastroianni -  Ieri, Oggi, Sempre» (Roma, Castel Sant’Angelo - Fino al 12 gennaio 2025). Marcello Mastroianni sul set di 8 ½ ph. Paul Ronald © Archivio storico del cinema / AFE; [fig. 2] Marcello Mastroianni e Sofia Loren. Fotografia esposta nella mostra «Marcello Mastroianni -  Ieri, Oggi, Sempre» (Roma, Castel Sant’Angelo - Fino al 12 gennaio 2025); [fig. 3] La Dolce Vita © Reporters Associati & Archivi-Cineteca di Bologna (fotografia esposta nella mostra «Marcello Mastroianni -  Ieri, Oggi, Sempre» (Roma, Castel Sant’Angelo - Fino al 12 gennaio 2025); [fig. 4] La Dolce Vita © Reporters Associati & Archivi-Cineteca di Bologna (fotografia esposta nella mostra «Marcello Mastroianni -  Ieri, Oggi, Sempre» (Roma, Castel Sant’Angelo - Fino al 12 gennaio 2025); [fig. 5] Colonna sonora del film «Ieri oggi e domani» autografata. Opera esposta nella mostra «Marcello Mastroianni. Un antidivo di successo» (Lucca - Fino al 27 ottobre 2024); [fig. 6] Prima locandina del film «La dolce vita» di Federico Fellini. Opera esposta nella mostra «Marcello Mastroianni. Un antidivo di successo» (Lucca - Fino al 27 ottobre 2024); [fig. 7] Veduta della mostra «
Il gioco del cinema. Omaggio a Marcello Mastroianni» (Torino, fino al 28 ottobre 2024); [fig. 8] Locandina della mostra «Semplicemente Marcello. Il cinema, il fascino, lo stile di un antidivo di successo», allestita a Rimini; [fig. 9] 
Marcello Mastroianni sul set del film Lo straniero. Foto di Frontoni. Copy Centro sperimentale di cinematografia. Opera esposta nella mostra «Semplicemente Marcello. Il cinema, il fascino, lo stile di un antidivo di successo», allestita fino al 20 gennaio 2025 a Rimini, nelle sale di Palazzo del Fulgor; [fig. 10] Marcello Mastroianni in La Dolce Vita. Foto di Praturlon. Copy Reporters Associati & Archivi e Fondazione Cineteca di Bologna. Opera esposta nella mostra «Semplicemente Marcello. Il cinema, il fascino, lo stile di un antidivo di successo», allestita fino al 20 gennaio 2025 a Rimini, nelle sale di Palazzo del Fulgor; [fig. 11] Veduta della mostra «Marcello, come here… Cent’anni e oltre cento volte Mastroianni» (Venezia, Isola di San Servolo -  Fino al 9 gennaio 2025)

Informazioni utili
Marcello Mastroianni - Un antidivo di successo. Palazzo Pfanner, via degli Asili, 33 - Lucca. Orari: tutti i giorni, dalle ore 10:00 alle ore 18:00. Ingresso: intero € 4,50, ridotto € 4,00 (ragazzi 12-16 anni / studenti / adulti > 65 anni), gruppi (>10) € 4,00. Informazioni: | www.luccafilmfestival.it. Fino al 27 ottobre 2024
 
Marcello Mastroianni -  Ieri, Oggi, Sempre. Castel Sant’Angelo - sala Clemente VIII, Apollo e Giustizia, Lungotevere Castello 50 - Roma. Orari: da martedì a domenica, dalle ore 9:00 alle ore 19:30 (ultimo ingresso ore 18:30); lunedì chiuso. Biglietti intero € 16,00, ridotto € 2,00 (18-25 anni, gratuità di legge; biglietti acquistabili in loco oppure online al link https://www.gebart.it/musei/museo-nazionale-di-castel-santangelo/ o telefonicamente al numero 06.32810 (lunedì-venerdì, ore 9:30-18:00). Informazioni: www.civita.art . Fino al 12 gennaio 2025

Marcello, come here…Cent’anni e oltre cento volte Mastroianni. Isola di San Servolo - Venezia. Ingresso libero. Informazioni (anche per gli orari): tel. + 39.041.2765001 | https://servizimetropolitani.ve.it/it/sanservolo?view=article&id=1861&catid=58. Fino al 9 gennaio 2025

Il gioco del cinema - Omaggio a Marcello Mastroianni. Museo Nazionale del Cinema - Cancellata esterna, via Montebello, 20 - Torino. Orari: sempre aperto. Ingresso gratuito. Informazioni: https://moleantonellianatorino.it/notizie/60-mole-antonelliana-e-lomaggio-a-marcello-mastroianni.html. Fino al 28 ottobre 2024

lunedì 21 ottobre 2024

«National Gallery 200», al cinema un viaggio intimo ed emozionale tra le opere del museo londinese

Era il 1824 quando il collezionista e banchiere russo John Julius Angerstein vendeva trentotto dipinti della sua collezione - principalmente opere d’arte italiane e fiamminghe, tra cui spiccava la grande pala d’altare «La resurrezione di Lazzaro» di Sebastiano del Piombo - al Parlamento britannico. Nasceva così il primo nucleo della National Gallery di Londra, che trovò dapprima casa in un edificio al n. 100 di Pall Mall per poi spostarsi, nel 1838, nell’attuale sede sul lato nord di Trafalgar Square, progettata dall’architetto William Wilkins e più volte rimaneggiata nel corso dei secoli con interventi di restauro e di ampliamento che hanno visto all’opera, tra gli altri, Edward Middleton Barry e Robert Venturi e che le hanno conferito la dimensione attuale di oltre 46mila metri quadrati, suddivisi in sessantasei gallerie.

Di decennio in decennio, il museo britannico ha arricchito il proprio patrimonio soprattutto grazie al lavoro dei primi direttori, tra i quali si ricordano Charles Lock Eastlake e Frederic William Burton, e a donazioni da parte di privati, che a tutt'oggi rappresentano i due terzi della collezione.

Oggi, a duecento anni dalla fondazione, la National Gallery, con la sua raccolta di oltre duemila e trecento opere, rappresenta il sogno realizzato di re Giorgio IV che voleva dotare il suo Paese di un museo capace di rivaleggiare in magnificenza con il Louvre di Parigi e il Prado di Madrid, ma senza statalizzare le raccolte reali britanniche.
Il museo londinese, guidato dal 2015 da Gabriele Finaldi, offre, infatti, al suo pubblico un viaggio nel mondo dell’arte lungo quasi mille secoli, che spazia dal XIII secolo fino agli inizi del Novecento, e annovera capolavori firmati da maestri del calibro di Bellini, Cézanne, Degas, Leonardo, Raffaello, Rembrandt, Renoir, Rubens, Tiziano, Turner, van Dyck, e Velázquez. La National Gallery è, per esempio, la casa dei «Girasoli» (1888 circa) di Vincent Van Gogh, dello «Stagno delle ninfee» (1899) di Monet, della «Vergine delle Rocce» (1483-1486) di Leonardo da Vinci, della «Battaglia di San Romano» (1440) di Paolo Uccello, della «Cena in Emmaus» (1601) del Caravaggio.

In occasione del bicentenario dalla fondazione, questa storia diventa un film: «National Gallery 200», che sarà nelle sale italiane martedì 22 e mercoledì 23 ottobre nell’ambito della nuova stagione della rassegna «La grande arte al cinema», progetto originale ed esclusivo di Nexo Studios, che a novembre presenterà anche il titolo «Pissarro. Il padre dell’Impressionismo».

Diretto da Ali Ray e Phil Grabsky e prodotto con Exhibition on Screen, il lungometraggio mostra come il potere della grande arte risieda nella sua capacità di comunicare con chiunque, indipendentemente dalle conoscenze storiche e dal background culturale. Dalla guardia di sicurezza al direttore, dal visitatore comune alle celebrità fino ai membri della famiglia reale sono molte le persone che sfilano davanti alla cinepresa dando vita a un discorso corale che non solo dipinge un ritratto, intimo e inedito, della collezione di uno dei musei più importanti del mondo, «scrigno di infinite storie, commoventi, sorprendenti, straordinarie», ma che parla anche di inclusività, soprattutto in un luogo a ingresso gratuito come l’istituzione londinese, perché – come recita il trailer del film – «l’arte è di tutti e tutti hanno da dire qualcosa sull’arte».

Ciascun intervistato ha raccontato l'opera che più gli sta a cuore, secondo il suo punto di vista, spaziando tra capolavori noti a gemme nascoste, da «Pioggia, valore e velocità» (1884) di William Turner a «Gli ombrelli» (1881-1886) di Pierre Auguste Renoir, da «Allegoria del Trionfo di Venere» (1545) del Bronzino al «San Michele trionfa sul demonio» (1468) di Bartolomé Bermejo, ma non solo. 
Tra i tanti, ci faranno così conoscere il loro legame personale con la National Gallery la giornalista Claudia Winkleman, l’attore Michael Palin, al regista Terry Gilliam, la scrittrice Jacqueline Wilson e la principessa Eugenie, che racconta il suo rapporto speciale con la «Madonna della cesta» (1524) del Correggio, «una scena reale e domestica» dalla «natura serena, rilassata ed eterea» che raffigura una madre che si prende cura del proprio figlio.

«Il tentativo dei due registi - si legge nella nota stampa - è quello di incoraggiare il pubblico a guardare coi propri occhi quadri e sculture, senza perdersi dietro la fotografia affrettata e senza rinunciare a creare un contatto personale con l’opera» che si ha di fronte, per capire se questa ha qualcosa da raccontare che possa – in qualche modo – essere connessa alla propria vita.

La rassegna «La grande arte al cinema» proseguirà il 19 e il 20 novembre con «Pissarro. Il padre dell’Impressionismo», film diretto da David Bickerstaff, che rivela allo spettatore il percorso e l'opera del maestro francese attraverso la sua arte e alcuni documenti, come la sua corrispondenza con gli amici e il suo archivio conservato all'università di Parigi, nonché il racconto delle mostre promosse dall'Ashmolean di Oxford e dal Kunstmuseum di Basilea. 
Ma prima sarà la National Gallery di Londra a finire sotto i riflettori, svelandoci non solo i «dietro le quinte» di un grande tempio della cultura internazionale, ma raccontandoci anche come l’arte possa essere una fonte di terapia nei momenti di crisi, uno spunto di ispirazione per il proprio lavoro, una gioia per i propri occhi.

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venerdì 18 ottobre 2024

«La main des autres», in una monografia di 5 Continents Editions il lavoro del designer Emmanuel Babled

Si intitola «La main des autres» la monografia che la casa editrice milanese 5 Continents Editions ha appena dedicato al lavoro di Emmanuel Babled, progettista francese, classe 1967, che ha stabilito il proprio studio a Lisbona - dopo aver vissuto a Parigi, Milano e Amsterdam - e che, in Italia, ha all’attivo una lunga collaborazione con la maison del vetro Venini. E il titolo del volume, uscito in libreria lo scorso settembre per la curatela di Angela Vettese e Veerle Devos, non poteva essere più azzeccato.

All’inizio della sua carriera, ispirato dal grande Ettore Sottsass, il designer francese si rese, infatti, conto che la sua vera passione non risiedeva nella realizzazione in serie di oggetti destinati a riprodursi in migliaia di copie, ma piuttosto nel creare pezzi in piccole quantità, essenzialmente unici, attraverso «la main des autres», ovvero «la mano degli altri». Nacque così una stretta collaborazione con maestri artigiani altamente specializzati, solitamente legati al materiale utilizzato, dove tradizioni secolari e artigianato altamente qualificato continuano a produrre magia: soffiatori del vetro, maestri cavatori e tecnici nella lavorazione del marmo, mediatori che conoscono le temperature necessarie per fare nascere e poi solidificare il plexiglass, esperti di legnami che padroneggiano le regole del materiale.

Così le opere di Emmanuel Babled possono considerarsi una summa che racchiude in sé la conoscenza collettiva dei maestri artigiani, il suo talento nel design e la sua capacità di collaborare con maestri di tutto il mondo. Perciò, il suo impareggiabile talento nell’integrare un pensiero progettuale fuori dagli schemi con una tecnologia all’avanguardia culmina in edizioni limitate che contengono un patrimonio mondiale immateriale di tradizioni preziose.

All’interno della monografia pubblicata da 5 Continents Editions, disponibile in lingua inglese e francese, possiamo osservare ciò che avviene «dietro le quinte» delle sue creazioni in edizione limitata, approfondendo lo spirito del designer che oggi celebra una carriera di successo che dura da oltre trent’anni. E, grazie a questo lavoro, il lettore è introdotto anche in quei luoghi generalmente inaccessibili al pubblico, dove i segreti dei maestri artigiani vengono tramandati di generazione in generazione.

Le regole d’azione vengono anzitutto dettate dal materiale prescelto, vissuto come una cosa viva, densa di richieste specifiche, mai come un’entità̀ amorfa. Semmai la materia viene concepita come qualcosa che non ha ancora espresso tutte le sue potenzialità̀, e che dunque si può̀ condurre in territori e a risultati a cui non era mai giunta. Qui si suturano la fase del disegno iniziale, a mano libera e privo di limiti immaginativi, e il risultato finale, che è un compromesso tra quel disegno e la traducibilità̀ in un oggetto reale.

Emmanuel Babled, peraltro, non si innamora di una sola tipologia di oggetto. Ha realizzato lampade, vasi, tavolini, tavoli, mobili, sedie, lampadari da soffitto, sedute. Non predilige un ambito di specializzazione, anche se ciò̀ che fa solitamente riguarda il corpo, segue le curve dei viventi, cerca forme che possono persino avere qualcosa di fantascientifico, ma che sono sempre fortemente compatibili con la fisicità: come se fossero nostre protesi o animali mai visti o esseri che potrebbero improvvisamente prendere vita. Anche in relazione a settori in cui la mediazione non è di carattere tecnologico, il designer francese osserva e ascolta le tradizioni che guidano l’uso e la composizione di certe materie, per poi metterle insieme in maniera innovativa, ma senza mai perdere di vista il dialogo con chi le conosce bene.

Può̀ anche non esserci alcuna tecnologia apparente, sostituita da un ritorno a un artigianato basico, fatto di gesti ripetuti, come accade per la parte di produzione iniziata in Tanzania dal 2021, quando lo studio Babled si è sdoppiato dando luogo a Zanzibar anche alla casa di produzione Kukua. In questo caso le mani da seguire, da consigliare e di cui accogliere i consigli lavorano senza elettricità, senza trapani, senza altro mezzo che una manualità molto educata da cui nascono sedie di pelle e legno flessibile, tavoli fatti con la tecnica dei cestini, lampade di rafia a forma di palma, sgabelli imbottiti, prodotti con l’aiuto della comunità̀ locale di falegnami e di circa seicento donne dell’organizzazione WomenCraft, nata quattordici anni fa nei campi di rifugiati dell’Onu. Se la tecnologia qui è scarsissima, la tradizione offre soluzioni che sarebbe sciocco evitare.

Attraverso tutte queste molteplici declinazioni, Emmanuel Babled supera il proprio ego e la propria firma individuale, incarnando l’idea che un designer non è un’entità solitaria ma un’impresa collettiva.

Oltre alla monografia, l’artista ha realizzato un’opera in edizione speciale e in serie limitata, fatta di vetro soffiato e legno pregiato, per racchiudere il volume, che trae ispirazione dalla celebre serie di oggetti «Osmosi».

In questo primo scorcio d’autunno, il lavoro di Emmanuel Babled può essere, dunque, conosciuto attraverso le pagine di un libro, ma anche grazie a una mostra: «Territorie», inaugurata alla Galerie Yves Gastou, in occasione della Paris Design Week, e aperta fino al 26 ottobre.
Ogni opera esposta, da pezzi iconici come la lampada Digit e il tavolo Quark a novità assolute, racconta l’evoluzione di un percorso creativo che si distingue per la continua ricerca e sperimentazione di tecniche artigianali d'eccellenza, reinterpretate con uno spirito contemporaneo e innovativo, attento alle contaminazioni culturali e al dialogo con le tradizioni locali.

Il vetro di Murano, il marmo di Carrara, i metalli e la pietra lavica dell’Etna sono i materiali utilizzati in questi lavori, dai quali si percepisce una riflessione profonda sul rapporto tra artigianato e tecnologia, uomo e materia, passato e futuro.
«Il lavoro del designer – racconta, a tal proposito, Emmanuel Babled - è quello di provocare un processo e coglierne i frutti. Il mio compito è quello di dirigere i materiali, come un direttore d’orchestra, per arrivare a un risultato finale che mantenga la grazia naturale originale, senza un’imposizione esterna». I materiali sono le note, gli artigiani gli orchestrali. Il risultato? Una sinfonia eterea e avvincente. Magica.

Didascalie delle immagini
1. Cover del libro Emmanuel Babled. La main des autres; 2. Ubuntu | © Babled Studio; 3 e 4. Venini blown glass (Paglia &  Cipria) - Tuya wood / Verre  Soufflé Venini (Paglia & Cipria) -  bois de tuya; 5. Emmanuel Babled, Osmosi_Furniture. Ph Nicole Marnati; 6. Emmanuel Babled, Etnastone Gueridon. Ph BabledStudio
 
Informazioni utili
Emmanuel Babled. La main des autres, 5 Continent Editions, Milano 2024. 27,5 x 35,5 cm, 336 pagine, 800 illustrazioni a colori. Cartonato con sovracoperta. Edizione bilingue, inglese e francese. ISBN: 979-12-5460-064-1. Prezzo: € 80. Data di pubblicazione: settembre 2024