ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

giovedì 14 maggio 2026

Ritrovata la «Tebaide» del Beato Angelico. Va in asta da Pandolfini

Nel deserto di Tebe, secondo l’antica tradizione cristiana, si rifugiarono i primi eremiti: uomini che avevano scelto il silenzio, la roccia e la preghiera come unica forma di vita possibile. Dipingere quel deserto significava, per un pittore del primo Quattrocento, non descrivere un luogo geografico, ma evocare una tensione verso il divino. È questo quanto ci restituisce la «Tebaide» del Beato Angelico, piccola tempera su tavola (cm 68,5×56), trasposta su tela, riemersa dopo più di mezzo secolo di assenza.
Era il 20 novembre 1970 quando l'opera faceva la sua ultima apparizione pubblica a Firenze, prima di essere venduta al Palazzo internazionale delle aste ed esposizioni e passare dalla proprietà della nobile famiglia fiorentina Bartolini Salimbeni a una collezione privata rimasta anonima.
Da allora, per più di cinquant’anni, della tavoletta non si è più avuta notizia diretta. Eppure non era stata dimenticata: continuava a vivere nella letteratura critica attraverso fotografie in bianco e nero, citata, discussa, riconosciuta come autografa dagli studiosi che ne conoscevano l’esistenza.
Oggi l’opera riemerge sul mercato antiquario in occasione di un’asta di dipinti antichi, in programma il prossimo 20 maggio da Pandolfini, la più antica casa d’aste italiana, fondata a Firenze nel 1924. Gli studiosi ritrovano così un tassello importante della produzione angelichiana.

Per capire il peso di questo ritrovamento, occorre ricordare chi era il Beato Angelico, al secolo Guido o Guidolino di Pietro e, dopo i voti, fra’ Giovanni da Fiesole. Nato a Vicchio nel Mugello intorno al 1395, il pittore è considerato uno dei più grandi protagonisti del Quattrocento per quella sua capacità di saldare principi artistici propri del Rinascimento, come la composizione prospettica e l’attenzione alla figura umana, con vecchi valori medievali, quali la funzione didascalica dell’arte sacra e il valore mistico della luce.
Attratto dalla vita religiosa domenicana, intorno al 1418 il pittore si recò nel convento dei Frati predicatori di Fiesole, dove ricevette l’abito. Da quel momento per lui l’arte, appresa nelle botteghe fiorentine di Gherardo Starnina e Lorenzo Monaco, divenne un atto di preghiera. Le leggende nate attorno alla sua figura sono rivelatrici di questo aspetto. Si diceva, infatti, che egli non mettesse mano al pennello senza essersi prima raccolto in orazione e che non correggesse mai le proprie opere, convinto che ogni pennellata avesse un’origine divina.
Tra il 1439 e il 1445 il Beato Angelico affrescò, su invito di Cosimo de’ Medici e del priore fra’ Antonino Pierozzi, il chiostro, i corridoi e le celle del convento di San Marco a Firenze, l’impresa che lo consegnò alla storia. La sua fama giunse fino a Roma: nel 1445 papa Eugenio IV lo convocò in Vaticano, commissionandogli gli affreschi per la cappella del Sacramento (oggi perduta); mentre, su invito di papa Niccolò V, affrescò le «Storie di santo Stefano e san Lorenzo» nella Cappella Niccolina (1447–1449). Nel 1447 lavorò anche a Orvieto, nella Cappella Brizio del Duomo, insieme all’allievo Benozzo Gozzoli. Morì a Roma il 18 febbraio 1455, nel convento di Santa Maria sopra Minerva, dove fu sepolto. Papa Giovanni Paolo II lo proclamò beato nel 1982 e patrono universale degli artisti nel 1984.
Formatosi anche come miniatore e, dunque, abituato a dosare con cura il blu di lapislazzuli e l’oro in foglia, Benozzo Gozzoli usò il colore, nelle sue tonalità più luminose, come strumento teologico prima che pittorico. Lo stesso avvenne per la luce, considerata espressione visibile della Grazia, tentativo di rendere sensibile l’invisibile.

Datata al 1418–1420 circa, la «Tebaide» ricomparsa oggi sul mercato antiquario si colloca, dunque, nella fase più antica della sua produzione: è un’opera di formazione, in cui la mano del futuro maestro si riconosce già nell’equilibrio tra lirismo tardogotico e nuova sensibilità spaziale.

Il tema iconografico dell’opera, ovvero la rappresentazione della vita dei primi eremiti cristiani rifugiatisi in Egitto e nei dintorni di Tebe a partire dal III secolo, aveva avuto una certa diffusione tra Trecento e Quattrocento, soprattutto in area toscana e in ambito monastico, ma restava comunque un soggetto non comune. Le composizioni di questo tipo narrano per episodi, come una serie di vignette paesaggistiche, le storie dei santi padri. Fonte di ispirazione era il «Vitae Patrum», un grande corpus agiografico della tradizione eremitica cristiana.

Il dipinto si distingue per la sua straordinaria ricchezza di particolari: un paesaggio montuoso, popolato da piccoli personaggi che si affaccendano presso i romitori dei monaci, con a valle un fiume pieno di barchette, animali, santi che resistono alle tentazioni del maligno, chiese, orti, alberi e una piccola folla di fedeli che vegliano Sant’Efrem.
È una pittura narrativa in cui il paesaggio assume la funzione di quinta teatrale, racchiudendo al suo interno una grande varietà di episodi ritratti: ogni angolo della tavola racconta qualcosa e lo spettatore è invitato a percorrerla con lo sguardo come si percorrerebbe un paesaggio reale, scoprendo scene sempre nuove.

L’opera, che verrà battuta all’asta con una stima compresa tra 150.000 e 250.000 euro, si inserisce in un dialogo serrato con un altro lavoro del Beato Angelico dal medesimo soggetto iconografico, oggi conservato al Museo di San Marco a Firenze.
Quest’ultima «Tebaide» arrivò agli Uffizi nel 1783 con l’attribuzione a Gherardo Starnina e fu riferita per la prima volta alla prima produzione pittorica di Beato Angelico da Roberto Longhi nel 1940, ma la sua attribuzione si è affermata soltanto a partire dagli anni Novanta del Novecento, fino a trovare un’ulteriore conferma in Miklós Boskovits. Nel corso dei secoli il dipinto, probabilmente realizzato intorno al 1420, era stato variamente assegnato a Pietro Lorenzetti, Maso di Banco, a un anonimo contemporaneo di Lorenzo Monaco e persino a Paolo Uccello. Aveva cioè avuto una storia attributiva tormentata che dice molto della difficoltà di differenziare l’allora giovane Beato Angelico dagli artisti del tempo. L’opera, che nel marzo 2024 è stata spostata dagli Uffizi al Museo di San Marco a Firenze, brulica di personaggi e si scompone in una miriade di dettagli che invita lo sguardo a perdersi.
Il confronto tra i due lavori suggerisce una relazione strettissima: non una semplice replica, ma due versioni autografe pressoché identiche, probabilmente generate da uno stesso disegno preparatorio.
Va detto che un’altra «Tebeide», realizzata sempre negli anni giovanili e con lo stesso ricco apparato iconografico, è conservata nelle collezioni dello Szépművészeti Múzeum di Budapest. E, forse, è proprio a questo dipinto, dopo i confronti con la grande tavola al Museo San Marco di Firenze, che va accostata la tavoletta in asta da Pandolfini.
Per l’opera in vendita, la quasi perfetta corrispondenza compositiva con la versione conservata a Firenze rafforza l’attribuzione autografa. A tal proposito, secondo il compianto storico dell’arte Miklós Boskovits, agli inizi del Quattrocento «non esisteva il concetto moderno di originalità artistica e la pratica delle copie era del tutto comune»: realizzare due versioni identiche di uno stesso soggetto non era ripetizione, ma la conferma di un modello condiviso.

Resta ancora aperta e animatamente dibattuta la questione della destinazione originaria di questa tavoletta. Una prima ipotesi collega l'opera a un ambiente vallombrosano: i Bartolini Salimbeni avevano una cappella nella chiesa di Santa Trinita, sede fiorentina dei vallombrosani, e il collezionista settecentesco Ignazio Hugford, che possedette la versione ora a San Marco, aveva un fratello monaco di quell’ordine. Una seconda ipotesi, rilanciata in anni recenti, propende, invece, per un contesto camaldolese, facendo leva sul monaco Ambrogio Traversari, che nel 1423 completò la prima parte della traduzione dal greco delle «Vitae Patrum», il testo alla base iconografica di queste composizioni. La prossimità cronologica non è probabilmente casuale. Nessuna delle due ipotesi è, però, definitivamente provata e questo margine di incertezza è parte integrante del fascino critico della tavoletta.

Accanto alla «Tebaide», l’asta a Firenze, nelle splendide sale di Palazzo Ramirez-Montalvo, proporrà complessivamente sessantadue lotti che attraversano sei secoli di pittura europea, dal Medioevo al Settecento. Il catalogo offre un ventaglio geografico e cronologico di notevole ampiezza. Tra i pezzi di maggiore interesse figurano una «Madonna con Bambino, san Giovannino e due angeli» di Girolamo del Pacchia (Siena, ca. 1477 – post 1533) e una «Crocifissione tra i dolenti e i santi Gerolamo di Domenico di Michelino (Firenze, ca. 1417–1491), allievo diretto di Beato Angelico. Di particolare curiosità è anche il lotto attribuito al cosiddetto Maestro degli Edifici gotici (forse Jacopo Foschi, attivo a Firenze tra il 1485 e il 1520 circa), figura ancora sfuggente della pittura rinascimentale fiorentina. Il Seicento è rappresentato da un «Cristo in casa di Marta e Maria» di Ippolito Borghese (stima 40.000–60.000 euro), una «Santa Margherita» di Felice Ficherelli detto il Riposo (stima 40.000–60.000 euro) e un suggestivo «Amore e Psiche» di ambito caravaggesco (stima 30.000–50.000 euro). Non mancano una «Scena di battaglia» da scuola fiamminga e un «Ritratto di dama» dalla Scuola di Fontainebleau, a conferma della dimensione internazionale della vendita.
Ma su tutto brilla la «Tebaide» del Beato Angelico, un tassello fondamentale della spiritualità del Quattrocento, che prima dell’asta sarà in mostra a Firenze dal 16 al 19 maggio. L'apparizione di un'opera di tale caratura non è solo un evento commerciale, ma è anche un atto di giustizia poetica verso la storia. È il ritorno di una visione antica che, tra le aspre rocce di Tebe e i volti dei padri del deserto, ci ricorda come l'arte sia un filo teso tra l'eterno e il visibile, capace di eclissarsi per decenni per poi risplendere, intatta, alla luce del presente.

Didascalie delle immagini
Angelico, detto Beato Angelico (Firenze, ca. 1395 - 1455), Tebaide, 1418-1420. Tempera su tavola trasportata su tela, cm 68,5x56. Stima € 150.000 / 250.000. Provenienza: - Firenze, collezione Bartolini Salimbeni; - Firenze, Palazzo Internazionale delle Aste ed Esposizioni, 20 novembre 1970, lotto 113; - Collezione privata

Informazioni utili 

mercoledì 13 maggio 2026

«Il Club Fruttero. La mostra», Torino celebra uno dei suoi scrittori

«Viviamo in uno stato di confusione permanente, in giro c'è molto chiacchiericcio e poca verità umana». Sta anche in un aforisma, dall'ironia sottile e dalla precisione quasi chirurgica, come questo la modernità di Carlo Fruttero (1926–2012), figura centrale della cultura letteraria italiana del secondo Novecento, la cui voce, lucidissima e disincantata, è stata capace di attraversare i decenni senza perdere mai il proprio inconfondibile timbro, quel colore unico capace di unire raffinatezza letteraria e leggibilità popolare, gioco e rigore quasi artigianale.

Scrittore, traduttore, consulente editoriale e intellettuale eclettico, Carlo Fruttero è noto soprattutto per il suo sodalizio con Franco Lucentini, con cui ha firmato alcune delle opere più significative della narrativa italiana contemporanea, tra cui il celebre romanzo giallo «La donna della domenica» (1972). Ma l’autore, insignito dei premi Campiello e Chiara alla carriera, è stato anche un lettore onnivoro, metodico, curioso e privo di gerarchie. Grandi classici, fantascienza, gialli, storie di fantasmi e di guerra, libri su casi di cronaca nera, drammi e fumetti sono finiti, l’uno accanto all’altro, nella sua libreria.

In occasione del centenario dalla nascita, la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, che conserva l'archivio personale dell'autore torinese, ne racconta l’universo sfaccettato, la pratica letteraria fondata sulla lettura e sulla scrittura a quattro mani e in solitaria, attraverso la mostra «Il Club Fruttero», allestita al Circolo dei lettori e delle lettrici, nelle sale barocche di Palazzo Graneri della Roccia a Torino, per la curatela di Rossella Marino.

L’esposizione, realizzata con il coinvolgimento diretto delle eredi Carlotta e Federica Fruttero, propone un percorso tematico che si concentra non tanto sulla biografia dell’autore quanto sul suo «modo di lavorare». L’obiettivo è quello di restituire una dimensione processuale dell’attività compositiva ed editoriale di Carlo Fruttero, mostrando come testi, idee e progetti nascano da una pratica quotidiana di lettura, annotazione, scrittura e riscrittura. Siano cioè frutto di un processo lento, stratificato e mai lineare, che ha visto lo scrittore lavorare per accumulo e trasformazione, tornando spesso sui suoi testi, per smontarli e ricomporli in una forma nuova.
Va, inoltre, sottolineato che questo metodo si colloca pienamente in una tradizione novecentesca in cui la scrittura non è più pensata come un gesto isolato, ma come il risultato di un intreccio di pratiche culturali: leggere, tradurre, lavorare in editoria e scrivere diventano così attività inseparabili; si alimentano e si arricchiscono reciprocamente.

Nella mostra, manoscritti, taccuini, lettere, documenti editoriali, fotografie, materiali promozionali, appunti vergati con l’amato Tratto Pen su fogli volanti (perfino su materiali occasionali e di recupero come le veline delle scarpe), nonché l’inseparabile Olivetti Valentine rossa scorrono sotto gli occhi del visitatore, accanto ad aforismi che ci interrogano sul conformismo culturale e sociale del Novecento e dei giorni nostri, diventando tracce di un pensiero brillante, in perenne e instancabile movimento.

Tra i materiali presentati emergono documenti meno noti come la prima traduzione pubblicata da Carlo Fruttero, risalente al 1946: una pièce di Jean Cocteau, dal titolo «Les Mariés de la Tour Eiffel», per la rivista teatrale «Il Dramma».
Sono esposti anche il taccuino preparatorio per «La linea di minor resistenza» (2012), una delle ultime opere pubblicate, una sorta di testamento umano «cesellato parola per parola», e una lettera inedita della fotografa, scrittrice e attivista Carla Cerati che racconta di aver rinunciato a una manifestazione pro-Vietnam per continuare a leggere «La donna della domenica», avvinta dalla bellezza del romanzo.

Un nucleo centrale della rassegna è dedicato alla collaborazione con Franco Lucentini, uno dei sodalizi più longevi e produttivi della letteratura italiana. I materiali legati al romanzo «A che punto è la notte» (1979), costruito nell’arco di sette anni, mostrano quanto la scrittura fosse, per i due autori, un lavoro condiviso in cui la costruzione del testo era frutto di negoziazione e stratificazione.

Accanto alla produzione narrativa, l’esposizione torinese mette in luce anche il ruolo di Carlo Fruttero come consulente editoriale. La sua attività per collane quali «Urania», storico punto di riferimento della fantascienza in Italia, e «Presa diretta», serie di libri polizieschi e noir dalle scelte culturali controcorrente e anticonformiste, uscita tra gli anni Sessanta e Settanta, testimonia una concezione dell’editoria come spazio critico, in cui «pubblicare significa scegliere ed esporsi», vuol cioè dire non selezionare per confermare, ma per discutere e mettere in discussione. Pubblicare era, dunque, per Carlo Fruttero una forma di responsabilità culturale, prima ancora che commerciale.

C’è in mostra anche una sala dedicata alla trasmissione televisiva «L’arte di non leggere», andata in onda negli anni Settanta sulla Rai, che insiste su quest’ultimo aspetto. Qui, l’intellettuale piemontese proponeva, con il collega Franco Lucentini, un’idea controcorrente, lontana dalla logica di consumo che dominava e domina il mercato editoriale. In studio non si facevano né classifiche né celebrazioni rituali. Si parlava di libri come si farebbe tra lettori esigenti: scegliendo, scartando, conversando. Con leggerezza, ma senza superficialità. Il punto non era leggere tutto - impresa impossibile - ma orientarsi, capire cosa merita davvero attenzione, difendere il diritto di avere gusti personali.

Uno scambio epistolare con Samuel Beckett, scrittore e drammaturgo irlandese del quale Carlo Fruttero curò le edizioni italiane di «Aspettando Godot» e «Finale di partita», uscite nel 1961 per i tipi di Einaudi, evidenzia, invece, la complessità del lavoro di traduzione, un processo di interpretazione e mediazione culturale che si muove tra scelte di parole e aggiustamenti continui del periodiare. Queste lettere documentano, dunque, come tradurre non sia mai un gesto neutro, ma sia sempre un compito silenzioso e spesso invisibile al grande pubblico, fondamentale, però, per la circolazione dei testi e per la loro comprensione in differenti contesti culturali.

La mostra è, poi, affiancata da una serie di appuntamenti, che ne ampliano il racconto e ne attivano i contenuti in forma partecipata. Il «Club Fruttero» sarà, per esempio, presente, al Salone internazionale del libro di Torino (dal 14 al 18 maggio), con uno stand ispirato al salotto televisivo della trasmissione «L’arte di non leggere», che ospiterà una sfida a colpi di incipit, la premiazione di un concorso per le scuole e la presentazione degli eventi estivi in Maremma.
Nel pomeriggio di sabato 14 maggio (alle 18), lo spazio si animerà, tra l’altro, con la conferenza «Fruttero100. Cretini, nottambuli e altre storie», dedicata a una figura centrale dell’immaginario del duo Fruttero & Lucentini, quella del cretino, chiave ironica e critica per mettere in scena il conformismo del mondo moderno. Parteciperanno all’appuntamento Carlotta Fruttero, Michele Serra, Alessandro Piperno, Angela Finocchiaro e Giacomo Papi.
A seguire, venerdì 29 maggio (dalle 10 alle 18), il Circolo dei lettori e delle lettrici farà da scenario alla maratona di lettura «Frullato Fruttero»: una staffetta di voci per attraversare testi, generi e stagioni dell'intellettuale torinese, arricchita dalla proiezione di un'intervista a cura di Fabio Fazio. La giornata si concluderà al Teatro romano, nell'area archeologica adiacente ai Musei reali di Torino, con le immagini e le atmosfere del film «La donna della domenica» (1975), diretto da Luigi Comencini e con Marcello Mastroianni nei panni del commissario Santamaria.
Seguirà, in settembre, una passeggiata letteraria, a cura della compagnia teatrale Confine Zero, nella pineta di Roccamare, nel Grossetano, un luogo amato da Carlo Fruttero, che ha ispirato il libro «Enigma in luogo di mare» (1991). Mentre, in autunno, uscirà «365 Notes», libro strenna della Fondazione Mondadori, a cura di Domenico Scarpa, sui taccuini dello scrittore, che verrà presentato, in ottobre, al Grattacielo Intesa Sanpaolo di Torino e, successivamente, a BookCity Milano (dal 23 al 29 novembre).

A distanza di oltre un decennio dalla sua scomparsa, Carlo Fruttero continua, dunque, a parlarci con una voce sorprendentemente nitida. Non tanto attraverso le sue opere più note, quanto nel modo in cui le ha costruite: pazientemente, tra appunti, letture, ripensamenti. In un panorama culturale dominato dalla velocità e dalla sovrapproduzione, il metodo dell’intellettuale piemontese - fatto di lentezza, attenzione e spirito critico - suona sicuramente controcorrente e proprio per questo motivo appare quanto mai necessario. La mostra «Il Club Fruttero» riesce così in un’operazione non scontata: trasformare un anniversario in un’occasione di riflessione viva, in un invito a riscoprire il tempo calmo della scrittura e della lettura, la cultura come forma di resistenza alle brutture del mondo.

Informazioni utili
Il Club Fruttero. La mostra. Circolo dei lettori e delle lettrici - Palazzo Graneri della Roccia, via Bogino 9 - Torino. Orari di apertura: da lunedì a sabato, ore 9:30-21. Ingresso libero. Siti internet: https://www.ilclubfruttero.it | https://www.circololettori.it | https://www.fondazionemondadori.it.  Ufficio stampa: laWhite, press office and more, faam@lawhite.it. Fino al 31 maggio 2016

martedì 12 maggio 2026

San Gimignano, l’«Annunciazione» di Filippino Lippi ritorna a casa

C’è un momento, raro e silenzioso, in cui le opere d’arte sembrano ritrovare il proprio respiro originario. È quello del ritorno a casa: quando, dopo aver attraversato distanze geografiche e sguardi lontani, rientrano nel luogo che le ospita da sempre, riannodando il filo della memoria storica e visiva. È ciò che è accaduto ai due tondi di Filippino Lippi, giunti di recente a San Gimignano, dopo mesi trascorsi Oltreoceano, sulle rive del lago Erie, sotto i riflettori del Cleveland Museum of Art, nell’ambito della mostra «Filippino Lippi and Rome» (30 novembre 2025-22 febbraio 2026).
La Pinacoteca civica, al secondo piano del Palazzo comunale, ha così ritrovato due frammenti preziosi del proprio patrimonio: l’«Angelo Annunziante» e l’«Annunziata».

Per comprendere il significato di questi due dipinti occorre tornare al 1482, anno in cui i Priori e i Capitani della fazione guelfa di San Gimignano affidano a Filippino Lippi, figlio del celebre Fra’ Filippo Lippi e allievo di Sandro Botticelli, la realizzazione di due tondi destinati a ornare la Sala dell’Udienza del Palazzo Comunale, luogo di potere e rappresentanza.

La scelta del soggetto non è casuale: l’«Annunciazione» era cara a San Gimignano quanto a Firenze, città in cui la celebrazione della Santissima Annunziata, il 25 marzo, segnava il primo giorno dell’anno secondo il calendario fiorentino. Commissionare una tale opera per la sala più istituzionale del Comune significava, dunque, intrecciare il sacro con il civile, la devozione con il potere.

La scelta di Filippino Lippi come pittore esecutore riflette l’ambiente culturale fiorentino dell’epoca: nato a Prato nel 1457 da una storia d’amore scandalosa tra il frate-pittore Filippo Lippi e la monaca Lucrezia Buti (recentemente romanzata da Carla Maria Russo nel bel libro «Il velo di Lucrezia» di Neri Pozza), l’artista perde il padre a soli dodici anni e si forma così nella bottega di Sandro Botticelli, da cui assorbe lo stile lineare, la grazia delle figure allungate e quella tensione tra reale e irreale che caratterizza l’arte toscana della seconda metà del Quattrocento.
Quando riceve la commissione di San Gimignano, Filippino Lippi ha circa ventisei anni ed è già impegnato in importanti cantieri, tra cui il completamento della Cappella Brancacci a Firenze.
Il tondo, forma che vedeva nel padre uno dei maestri più abili, è nel suo Dna e forse proprio per questo il giovane artista si permette di fare una scelta originale e audace: invece di dipingere l’«Annunciazione» in un unico dipinto - come era tradizione - la scinde in due pannelli circolari distinti, uno per l’«Angelo annunziante» e l’altro per la Vergine. Nel primo l’arcangelo Gabriele, ritratto con una tunica blu e un mantello rosso, è inginocchiato su un pavimento reso in prospettiva centrale e tiene tra le mani un giglio, simbolo di purezza. Nel secondo la Madonna, in ginocchio e con le mani incrociate in preghiera, indossa una veste gialla e rossa, coperta da un palio blu, e sul capo porta un velo che lascia intravvedere i capelli biondi. Sullo sfondo si staglia nitido un ambiente domestico con apertura sull’esterno, su un paesaggio naturale e una città turrita. La luce si diffonde in diagonale, rendendo la composizione ariosa e luminosa.
I due dipinti, pensati per essere ammirati insieme, dialogano in un equilibrio che è al tempo stesso spaziale e narrativo, nel quale la tensione dinamica delle figure ritratte si unisce al gusto per il dettaglio ornamentale e su tutto emerge un senso di intimità e concentrazione.

Circa otto anni dopo il completamento, intorno al 1490, i Priori dotano le opere di preziose cornici in legno intagliato, dipinto e dorato, decorate con foglie di quercia e alloro, ghiande e bacche. Il lavoro è attribuito ad Antonio da Colle, artigiano a cui si devono anche il pulpito e il coro ligneo della Collegiata di San Gimignano. L’ornamento, lungi dall’essere un elemento accessorio, partecipa alla costruzione del significato, incorniciando la scena sacra in un linguaggio simbolico che richiama forza, virtù e continuità.

Il prestito al Cleveland Museum of Art - dove i due tondi sono stati messi in dialogo con la «Sacra Famiglia con San Giovanni Battista e Santa Margherita», commissionata dal cardinale Oliviero Carafa - ha portato con sé un dono inatteso sul piano scientifico. Come accade spesso quando i musei internazionali si scambiano opere di alto valore, l’ente americano ha finanziato l’esecuzione di indagini diagnostiche sui due tondi di San Gimignano. Per la prima volta nella loro storia, le tavole sono state sottoposte a riflettografia con immagini a infrarossi, una tecnica non invasiva che consente di vedere attraverso gli strati pittorici, rivelando ciò che si nasconde sotto la superficie dipinta.

I risultati sono stati rivelatori. Le scansioni hanno evidenziato il disegno preparatorio eseguito da Filippino Lippi prima di stendere il colore, nonché alcune varianti e ripensamenti - i cosiddetti «pentimenti» - che testimoniano il processo creativo dell’artista e le sue revisioni in corso d’opera.
Guardare sotto la pittura di un maestro del Quattrocento equivale ad ascoltare una conversazione silenziosa dell’artista con se stesso: un dialogo fatto di tentennamenti, correzioni, idee abbandonate e intuizioni finalmente accolte. Questi dati, inediti, arricchiscono in modo significativo la conoscenza del metodo di lavoro di Filippino Lippi e gettano nuova luce su uno dei momenti più fecondi della sua carriera.

I riflettori puntati sui tondi dell’«Annunciazione» pongono, poi, una questione più ampia, che riguarda il destino del patrimonio artistico diffuso nei centri minori italiani. San Gimignano, con le sue torri medievali e i suoi paesaggi da cartolina, è una delle mete turistiche più visitate della Toscana; eppure la sua Pinacoteca - che custodisce non solo i tondi di Filippino Lippi, ma anche opere di Benozzo Gozzoli e Pier Francesco Fiorentino - può facilmente passare in secondo piano rispetto alla scenografia del borgo. Il prestito a Cleveland ha ribaltato questa gerarchia: i tondi di San Gimignano sono stati esposti accanto a opere provenienti dai maggiori musei mondiali, in una mostra che ha ricevuto larga risonanza critica internazionale.

La visita ai due tondi diventa così un’ottima occasione per scoprire o riscoprire la Pinacoteca civica, che offre al pubblico un percorso straordinariamente coerente attraverso la storia della committenza artistica sangimignanese, dall'ultimo quarto del Duecento fino ai primissimi anni del Cinquecento. Coppo di Marcovaldo, Rinaldo, Taddeo di Bartolo, Lorenzo di Niccolò, il «Maestro del 1419», Sebastiano Mainardi sono alcuni degli artisti che punteggiano il percorso, il cui culmine è rappresentato dalla grande pala dipinta nel 1511 dal Pinturicchio, al secolo Bernardino di Betto Betti, per il monastero olivetano di Santa Maria Assunta a Barbiano, a pochi chilometri dalla città. Il dipinto, «Madonna Assunta tra i santi Gregorio Magno e Benedetto», raffigura una giovane Vergine che si eleva su un paesaggio armonioso, avvolta in una mandorla di luce e circondata da angeli, mentre la città con i suoi traffici svanisce in lontananza sullo sfondo. Questa immagine, di serena trascendenza e dal cromatismo raffinato, è l'ultima opera documentata dell'artista senese, uno dei grandi maestri della scuola umbra del secondo Quattrocento, formatosi accanto a Pietro Perugino e contemporaneo del giovane Raffaello.

Questo è il contesto storico e artistico in cui si innestano i due tondi di Filippino Lippi, da poco ritornati nella sala che li accoglie da oltre cinque secoli, esposti in nuove teche che ne valorizzano la preziosità. Dopo aver solcato l'oceano e aver portato il respiro del Rinascimento toscano nelle terre d'Oltremanica, l’Angelo e la Vergine hanno, dunque, fatto ritorno a casa. E il loro dialogo sospeso tra annuncio e ascolto, tra visibile e invisibile, ha ritrovato la missione originaria: essere un ponte di grazia e luce che, dalle mani dei Priori del 1482, giunge a noi contemporanei.

Informazioni utili
Pinacoteca civica di San Gimignano, piazza Duomo 2 - San Gimignano (Siena). Orari: 1° aprile – 31 ottobre, ore 10 – 19:30 (ultimo ingresso ore 19) | 1° novembre – 31 marzo: ore 10 – 17:30 (ultimo ingresso ore 17) | 26 dicembre e 6 gennaio: ore 10 – 18:30 (ultimo ingresso ore 18) | Chiusi il 25 dicembre. Biglietti: intero euro 10,00 (euro 11,00 con prenotazione dell’orario di accesso alla Torre Grossa) | ridotto euro 8,00 riservato a visitatori dai 6 ai 17 anni; gruppi di almeno 20 persone (2 accompagnatori con ingresso gratuito); gruppi scolastici in visita didattica (2 accompagnatori con ingresso gratuito) | gratuito per bambini sotto i 6 anni; residenti a San Gimignano; alunni delle scuole di San Gimignano in visita scolastica con i docenti accompagnatori; persone con disabilità che necessitano di accompagnamento e relativi accompagnatori; guide turistiche dell’Unione Europea nell’esercizio della propria attività (previa esibizione di licenza valida); membri dell’International Council of Museums (I.C.O.M.); volontari di associazioni senza fini di lucro con sede a San Gimignano. San Gimignano Pass – All Inclusive (il San Gimignano Pass consente l’accesso ai Musei civici - Palazzo comunale, Pinacoteca, Torre Grossa, Museo archeologico, Spezieria di Santa Fina, Galleria d’arte moderna e Contemporanea, Chiesa di San Lorenzo in Ponte - e ai musei della Parrocchia di Santa Maria Assunta - Duomo e Museo di Arte Sacra -) intero euro 15,00, ridotto euro 12,00 (per visitatori dai 6 ai 17 anni). Entrambi i biglietti hanno una validità di 3 giorni (il giorno dell’emissione più altri due).Per maggiori informazioni: https://sangimignanomusei.it/