ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

mercoledì 20 maggio 2026

«Cremona contemporanea», quando le odierne pratiche artistiche incontrano la memoria dei luoghi

Il suo passato profuma di resina e di miele d'acacia, quello del legno stagionato che aspetta di trasformarsi in musica e quello del nettare delle api che, con le mandorle e l'albume montato a neve, diventa un dei dolci natalizi più famosi al mondo. Ma da quattro anni Cremona non è più solo la patria della liuteria e del torrone, è anche una città che mette in dialogo il suo ricco patrimonio storico-artistico - dal Torrazzo medioevale in mattoni rossi al Duomo di impianto romanico-gotico - con gli odierni linguaggi creativi, dando vita a un laboratorio vivo in cui l'attuale sperimentazione artistica non si sovrappone al passato, ma lo attraversa, lo interroga e lo riattiva.
È in questa soglia sospesa tra memoria e presente che si muove la quarta edizione di «Cremona contemporanea», iniziativa realizzata da Not Titled Yet e promossa dall'Amministrazione comunale, e più precisamente dall’Assessorato al turismo ed eventi, con il patrocinio della Regione Lombardia.
Per nove giorni, dal 23 al 31 maggio, la città lombarda, nota per aver dato i natali al maestro liutaio Antonio Stradivari, al compositore Claudio Monteverdi e all’attore Ugo Tognazzi, si trasforma così in un percorso espositivo diffuso che intreccia installazioni, mostre, performance, incontri ed eventi, vestendo d’arte eleganti palazzi nobiliari di epoca medioevale, rinascimentale e barocca, edifici di culto, chiese sconsacrate, vecchi monasteri abbandonati o restaurati e riconvertiti d’uso, ambienti urbani e persino un bunker della Seconda guerra mondiale.

La direzione artistica della manifestazione è affidata a Rossella Farinotti, critica d’arte e docente all’Università cattolica e alla Naba – Nuova accademia di belle arti di Milano, nonché direttore esecutivo dell’Archivio Giò Pomodoro e consulente curatoriale per la Fondazione Giorgio Rossi, che per questa edizione ha scelto di ampliare il proprio sguardo attraverso la collaborazione con quattro curatori: Valeria Mancinelli (production manager del festival cinematografico fiorentino «Lo schermo dell’arte»), Gianluca Ranzi (chief curator della Fondazione Mudina di Milano), Gioele Melandri e Saverio Verini.
Si tratta di una scelta strutturalmente significativa: il racconto espositivo non si costruisce da una prospettiva unica, ma da una coralità di visioni che si intrecciano e si confrontano, producendo un percorso necessariamente più ricco di sfumature e di tensioni critiche.
L'obiettivo è quello di far sì che «gli sguardi si moltiplichino» e che gli artisti interagiscano con i luoghi attraverso mediazioni plurali, capaci di rivelare strati di senso che un unico punto di osservazione non potrebbe raggiungere.
Questo modello curatoriale collettivo risponde a una tendenza diffusa nell'arte contemporanea internazionale, in cui la dimensione partecipativa e collaborativa non riguarda solo le pratiche artistiche, ma anche le strutture organizzative e intellettuali che le sostengono. La rassegna si configura così non come una mostra con un'unica tesi da dimostrare, ma come una piattaforma aperta, capace di accogliere posizioni eterogenee e di metterle in relazione con la specificità del contesto cremonese.

Sono venti gli artisti selezionati per questa edizione: Davide Allieri, Aubrit e Beillard, Miriam Cahn, Roberto de Pinto, Linda Fregni Nagler, Francesca Grilli, Jelena Jureša, Lina Lapelyte, Emma Masut, Jimmy Milani, Valerio Nicolai, Mattia Pajé, Albert Pinya, Giò Pomodoro, Giulia Poppi, Sara Ravelli, Martina Rota, Marinella Senatore, Lorenzo Scotto di Luzio e Federico Tosi.
L’insieme è intenzionalmente eterogeneo per generazione, nazionalità e approccio: accanto a figure affermate sulla scena internazionale come Miriam Cahn, pittrice svizzera nota per la sua pittura corporea di forte valenza politica e poetica, o Marinella Senatore, celebre per i suoi dispositivi partecipativi su larga scala, figurano artisti di generazioni più giovani impegnati in ricerche ancora in divenire.
I loro lavori, alcuni dei quali inediti e pensati appositamente per questa edizione di «Cremona contemporanea», sono altrettanto vari per i media impiegati. Si passa da sculture costruite con resine, cavi, antenne e componenti industriali a installazioni ambientali che incorporano materiali inconsueti come il paracetamolo. Si va dai video alle performance, fino a dispositivi partecipativi che coinvolgono direttamente il pubblico nella costruzione dell'opera.
Questa molteplicità formale non è casuale: rispecchia la complessità della ricerca artistica contemporanea, attraversata da temi ricorrenti come la trasformazione della materia, la fragilità della condizione umana, le tensioni tra visioni apocalittiche e possibilità di rigenerazione. L'arte, in questo quadro, non decora i luoghi ma li interroga, ne esplicita le contraddizioni, ne rivela la densità storica e simbolica.
 
Una delle novità più significative di quest’anno è l'ingresso nel programma di Giò Pomodoro (Orciano di Pesaro, 1930 – Milano, 2002), uno dei più importanti scultori italiani del Novecento. È la prima volta che la manifestazione sceglie di mettere in dialogo la ricerca contemporanea con un maestro storico dell'arte italiana, dopo l’esperimento della seconda edizione che aveva visto la partecipazione del regista e poeta lituano Jonas Mekas, figura fondamentale della storia del cinema sperimentale.
Tre luoghi simbolici della città - il Comune, il Palazzo vescovile e la sede cremonese del Politecnico di Milano, nell’ex convento della Santissima Annunciata di Maria Vergine - ospiteranno una selezione di sculture, realizzate tra il 1957 e il 1968, in fibra di vetro e poliestere. Si tratta di opere che appartengono a una fase cruciale della ricerca di Giò Pomodoro, in cui il rapporto tra spazio, movimento e materia si traduce in forme dinamiche segnate da concavità, tagli e tensioni plastiche. L'utilizzo della fibra di vetro, materiale allora considerato sperimentale, colloca queste opere in un momento di radicale apertura verso nuovi linguaggi formali, in piena sintonia con le avanguardie europee del secondo Dopoguerra. La presenza di lavori dai colori accesi - giallo, rosso, argento - nei contesti architettonici più solenni della città produce un cortocircuito visivo e culturale che costituisce uno dei momenti più densi di senso dell'intera rassegna.

Il catalogo dei luoghi coinvolti dalla manifestazione costituisce di per sé un atto di riscoperta urbana, affiancando a sedi ormai tradizionali per i visitatori spazi raramente o mai accessibili al pubblico. Tra gli edifici che ritornano ad accogliere «Cremona contemporanea» ci sono:
il laboratorio di restauro RobolottiSei
; lo studio FasArchitetti nel seicentesco Palazzo Zaccaria Pallavicino; il rinascimentale Palazzo Raimondi, oggi sede del Dipartimento di musicologia dell'Università di Pavia; Palazzo Fodri, capolavoro rinascimentale con decorazioni in terracotta della scuola bramantesca, che attualmente ospita la galleria Pqv Fine Art, e, ultimo ma non ultimo, il Palazzo del Comune, cuore politico e amministrativo della città, con una storia secolare che affonda le sue radici nel XIII secolo e con una elegante facciata in cotto con bifore e decorazioni tipiche del gotico lombardo.
Nell’«inattesa geografia» della manifestazione figurano altri luoghi che hanno una propria densità storica e che sono fulcri della vita cittadina: il Palazzo vescovile, la Cattedrale di Santa Maria Assunta e Palazzo Stanga Trecco, sede dagli inizi del Novecento dell’Istituto tecnico di agraria.
 
Mentre tra gli spazi inediti, che riaprono dopo decenni di abbandono, ci sono: il teatrino delle suore Canossiane in via Bissolati, nascosto nel cortile di Palazzo Botta-Visconti e abbandonato dalla metà del Novecento; il monastero del Corpus Domini, sorto su un palazzo quattrocentesco appartenuto a Bianca Maria Visconti e oggi in stato di degrado dopo secoli di storia religiosa e militare; il complesso di San Benedetto, fondato nell’XI secolo e con uno straordinario affresco settecentesco di Angelo Massarotti; e Il bunker di via Grado 19, rifugio antiaereo costruito nel 1942 e usato per l'ultima volta il 10 luglio 1944 durante un bombardamento statunitense che causò centodiciannove vittime.
Queste scelte non sono meramente scenografiche: inserire l'arte in spazi dimenticati significa riattivarne la memoria, proporre nuove narrazioni urbane e interrogare il rapporto tra la comunità e il proprio patrimonio.
L'ex convento della Santissima Annunciata di Maria Vergine, oggi sede cremonese del Politecnico di Milano e scenario della mostra diffusa su Giò Pomodoro, rappresenta un caso esemplare di questa logica: fondato nel 1494 su un sontuoso palazzo di proprietà del conte Covo, trasformato nel Settecento da convento agostiniano a caserma, abbandonato nel 2012, è stato di recente recuperato grazie a un investimento della Fondazione Arvedi-Buschini e inaugurato come campus universitario nel 2025. Analogamente, l'ex chiesa dei Santi Marcellino e Pietro, maestoso esempio di barocco cremonese, trasformato nell'Ottocento in scuola di equitazione (dopo essere stato sconsacrato), viene utilizzato saltuariamente come sala concerti e, in questi ultimi giorni di maggio, come sede espositiva.
 
Come di consueto, il programma di «Cremona contemporanea» è arricchito dai progetti «Faville», il cui nome evocativo rimanda alle scintille capaci di accendere nuove connessioni tra artisti e pubblico, tra opere e spazi, tra contemporaneità e memoria. Si tratta di un dispositivo progettuale aperto, cioè di un vero e proprio laboratorio in divenire, che accoglie interventi sperimentali, talk, iniziative editoriali, installazioni partecipative e performance.
Uno degli appuntamenti più sentiti del programma è la mostra collettiva dedicata alle accademie italiane: dopo la collaborazione con Naba e Brera nelle edizioni precedenti, quest'anno è il Politecnico delle arti di Bergamo a presentare, nelle sedi di Palazzo Fodri e della Galleria Pqv, un progetto espositivo, a cura di Nicola Ricciardi, con opere di studenti ed ex studenti. L'iniziativa risponde a un bisogno reale del sistema dell'arte italiana: offrire ai giovani artisti una piattaforma di visibilità strutturata, in un contesto in cui i graduate show capaci di intercettare curatori e galleristi rimangono ancora relativamente rari.
Altro appuntamento consolidato del programma è «Bar Cremona» di Giorgio Galotti, spazio di riflessione sull'arte contemporanea ospitato in un contesto quotidiano e informale, con un focus sul disegno e la partecipazione degli artisti Diego Perrone e Daniele Milvio.

Mentre Flavio Favelli, Agata Ferrari Bravo e Thomas Michael Saccuman si confrontano con «Cremona contemporanea» presentando un'opera nata da una collaborazione sviluppata durante una residenza condivisa in Puglia, da Red Lab Gallery. Ne è nato un carro nomade ispirato ai carri processionali pugliesi, un organismo ibrido tra scultura, performance e teatro, capace di modificarsi lungo il percorso e di trasformare ogni tappa in un atto di nomadismo culturale. Alle quinte in legno bianco di Flavio Favelli, che rielaborano le luminarie della tradizione meridionale in strutture cariche di memoria ornamentale, si affianca il carro-creatura di Agata Ferrari Bravo e Thomas Michael Saccuman, «sospeso tra animale e meccanico, tra movimento e stasi», in un immaginario che evoca il «Codex Seraphinianus» di Luigi Serafini.

I progetti Off completano il quadro: istituzioni, gallerie, negozi e attività locali entrano a far parte del palinsesto con eventi e mostre autonome, trasformando la rassegna in un'occasione collettiva che coinvolge l'intera comunità urbana. È un modello che ricorda, nella sua logica inclusiva e territoriale, le esperienze delle grandi rassegne internazionali, adattato alla scala e alla specificità di una città media italiana.
Si tratta di un segnale interessante, che documenta come la manifestazione stia costruendo, anno dopo anno, un immaginario condiviso, che permane anche quando le installazioni e le mostre vengono smontate. Ed è, forse, proprio questo il senso più profondo di una rassegna come «Cremona contemporanea»: non mettere sotto i riflettori la città per nove giorni, ma regalarle, con la discrezione di una «scintilla» (per riprendere il lessico del festival), la capacità di vedere se stessa con occhi nuovi, quelli dell'arte del presente in dialogo con le architetture del passato e con una storia gloriosa, quella della liuteria, che vede i violini, le viole, i violoncelli e i contrabbassi prodotti nelle botteghe locali calcare i palcoscenici più importanti del mondo.

Didascalie delle immagini
1. Ex Chiesa di San Benedetto, Cremona. Cremona Contemporanea 2026; 2. Palazzo Raimondi, Cremona. Cremona Contemporanea 2026; 3. Palazzo Vescovile, Cremona. Cremona Contemporanea 2026; 4. Cattedrale di Santa Maria Assunta, Cremona. Cremona Contemporanea 2026; 5. Palazzo del Comune, Cremona. Cremona Contemporanea 2026; 6. Palazzo Fodri - PQV Fine Art, Cremona. Cremona Contemporanea 2026; 7. Palazzo Stanga Trecco, Cremona. Cremona Contemporanea 2026; 8. FasArchitetti, Cremona. Cremona Contemporanea 2026; 9. Enoteca Cremona. Cremona Contemporanea 2026

Informazioni utili
Cremona Contemporanea 2026, con la direzione artistica di Rossella Farinotti.  Sito internet: https://www.cremonacontemporanea.eu. Dal 23 al 31 maggio 2026 

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