ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

giovedì 17 giugno 2021

«A Line Made by Walking»: un viaggio tra i castelli della Val di Non con Fulton, Girardi, Griffin, Long

È un viaggio tra i castelli più belli della Val di Non, ma anche tra le opere d’arte di una delle più significative raccolte contemporanee, la Panza Collection di Biumo, quello che propone la mostra diffusa «A Line Made by Walking. Pratiche immersive e residui esperienziali in Fulton, Girardi, Griffin, Long», a cura di Jessica Bianchera, Pietro Caccia Dominioni e Gabriele Lorenzoni.
Il percorso espositivo, visitabile fino al prossimo 30 ottobre, si snoda in quattro strutture trentine - i castelli Belasi, Coredo, Castel Nanno e Valer – e mette in mostra una selezione di opere, per lo più inedite, alle quali fa da filo conduttore il tema del camminare quale esercizio estetico.
Le ricerche di Richard Long, Hamish Fulton, Ron Griffin e Daniele Girardi – quattro artisti scelti per la mostra - si fondano, infatti, sul concetto di esperienza dello spazio attraversato e sulla volontà di recuperare una relazione più autentica non solo con la natura e il paesaggio, ma anche con il fare arte, andando a misurarsi con una dimensione ancestrale alla base della quale stanno il rapporto tra uomo e natura, ma anche un’idea di lavoro artistico come processo, di cui l’oggetto-opera non è che un residuo, una traccia dell’esperienza vissuta. Il risultato finale di questi progetti artistici è cioè un atto che non ha come fine ultimo la modificazione fisica di un territorio, ma che insiste sulla sua frequentazione, che non ha bisogno di lasciare tracce permanenti e arriva al primigenio rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale.
Il titolo scelto dai curatori per questo progetto deriva da una celebre opera di Richard Long del 1967, «A Line Made by Walking», una linea disegnata calpestando l’erba di un campo. «Il risultato di questa azione – raccontano i curatori - è un segno che rimarrà impresso solo nella pellicola fotografica e che scomparirà al rialzarsi dell’erba. Per la sua assoluta radicalità e semplicità formale quest’opera è considerata un passaggio fondamentale dell’arte contemporanea: da questo momento il camminare si trasforma in forma d'arte autonoma. In particolare, si tratta di un’opera germinale per il tipo di lavoro e di ricerca che conducono i quattro artisti in mostra».
Fulcro dell’esposizione, nato da un’idea dell’Apt Val di Non e dell’associazione culturale Urbs Picta, è lo spazio tardo duecentesco di Castel Belasi, legato alla famiglia Khuen e riccamente decorato con affreschi del Cinquecento che richiamano il modello decorativo del refettorio del castello del Buonconsiglio di Trento. Il maniero è stato sottoposto a recente restauro, grazie al quale sono state portate alla luce importanti decorazioni intorno alle porte dei saloni ed è stata svelata una facciata affrescata di notevole fattura.
In questa sede è esposta una selezione di ventuno lavori, quindici dei quali sono completamente inediti, mentre sei hanno fatto parte della Collezione Guggenheim New York dal 1996 al 2003. Tra le opere esposte c’è una serie di lavori di Daniele Girardi, tra cui un’installazione site-specific che rimanda al concetto di inaccessibilità dei territori esplorati, la cui ricerca dialoga in maniera particolarmente profonda con i maestri storici, riuscendo a portarne avanti i presupposti secondo nuove linee di pensiero ed elaborazione formale.
Castel Valer, abitato da più di seicento anni dai conti Spaur di Flavon e Valer, ospita nelle ex scuderie (ora parte integrante del nucleo abitativo) una serie di opere di Ron Griffin, che vede nell’incontro con le vastità desertiche del Nord America e nella loro esplorazione in solitaria un aspetto fondamentale della propria poetica alla ricerca di residui di umanità, frammenti di storie. L’inserimento delle opere in un contesto familiare, all’interno di questo complesso castellare ancora abitato, suggerisce una relazione profonda tra gli spazi dell’abitare e le opere d’arte qui inserite, tipica del collezionismo di Giuseppe Panza di Biumo.
Il percorso prosegue a Castel Nanno, che si presenta oggi, dopo un recente recupero, come un’elegante residenza cinquecentesca, manifestando con chiarezza alterne fasi di uso e abbandono, che vanno dalla sua edificazione come villa fortificata, a riparo in campagna della famiglia Madruzzo, per poi essere usato come caserma austro ungarica, ricovero coatto delle truppe italiane durante la Grande guerra e riparo per i tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, fino all’uso come deposito utile al lavoro nei campi. Il castello accoglierà un’installazione site-specific di Daniele Girardi: un intervento realizzato in loco con materiali del territorio e in stretto dialogo con la residenza in Val di Non esperita dall'artista nel 2020, secondo una prassi tipica del suo operare che prevede lunghi periodi di permanenza in situ.
Il percorso si conclude a Castel Coredo, austero palazzo documentato per la prima volta nel 1291, che oggi ha l’aspetto di una dimora signorile settecentesca in cui sono ben visibili le stratificazioni del tempo e che ospita, tra le altre ricchezze, un ritratto di bambina del pittore trentino Bartolomeo Bezzi e la prima edizione del celebre «Dioscoride», un trattato miniato di botanica stampato a Venezia nel 1565 del medico Pietro Andrea Mattioli, che soggiornò a lungo a Trento e in Val di Non. Questo castello è dedicato all’esposizione di tre libri d’artista di Hamish Fulton, Richard Long e Daniele Girardi, a cui si aggiunge un oggetto scultoreo di Ron Griffin in un dialogo serrato tra l’oggettistica raccolta nel tempo e la passione biblioteconomica della famiglia.

Didascalie delle immagini
1. Castel Nanno. Foto di Massimo Ripani; 2 e 3. Castel Valer. Foto di Massimo Ripani; 4. Richard Long, River Avon Mud Drawing, Edizione 14 di 40, 1995, Panza Collection, Mendrisio, ph. Alessandro Zambianchi, Milano; 5. Ron Griffin, Untitled (RGP 529-99), 1999, Panza Collection, Mendrisio, Hauser&Wirth, ph. Alessandro Zambianchi, Milano; 6. Ron Griffin, Untitled (Long Trailer) (RGP 355-95), 1995, Panza Collection, Mendrisio, Hauser&Wirth, ph. Alessandro Zambianchi, Milano

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mercoledì 16 giugno 2021

Il «segno inciso» di Giorgio Morandi in mostra a Bologna

«Che cos’è un’acquaforte?»
: prende spunto da questa domanda il terzo focus di «Re-Collecting», il programma di mostre ideato da Lorenzo Balbi per approfondire temi legati alle collezioni permanenti di arte moderna e contemporanea dell’Istituzione Bologna Musei, indagandone aspetti particolari e valorizzandone opere solitamente non visibili o non più esposte da tempo, per offrire prospettive inusuali e proporre nuovi percorsi di senso.
La nuova esposizione, in programma fino al 29 agosto, è allestita al Museo Morandi ed è curata da Lorenzo Selleri; centrale è il tema dell’incisione, della quale Giorgio Morandi fu maestro in senso stretto, dal momento che dal 1930 diventa docente di Tecnica dell'Incisione all'Accademia di Belle arti di Bologna, ma anche in senso lato, dati il suo rigore e la sua straordinaria capacità tecnica.
L’artista si dedicò alla grafica, e in particolare all’acquaforte, con impegno pari a quello dedicato alla pittura («dipingo e incido paesaggi e nature morte», dichiarò egli stesso nel 1937), tanto che ne divenne un interprete straordinario, tra i più significativi di tutto il panorama europeo del suo tempo.
La sua maestria è paragonabile a quella dei grandi incisori del passato, Rembrandt in primis, che studiava con assiduità e fermezza. Le riproduzioni su volumi in folio, così come le stampe originali che teneva esposte nella casa-studio di via Fondazza, e nella sua aula in Accademia, erano funzionali alla sua necessità di poterne carpire la tecnica perfetta. Così avvenne la sua formazione (non esistendo all’epoca in Accademia un corso di studi per questa disciplina specifica) e quella dei numerosi allievi che frequentarono la sua aula durante i ventisei anni del suo insegnamento. In quel periodo Morandi descrive così il tipo di addestramento impartito ai suoi studenti: «faccio eseguire qualche copia da incisori antichi e limito l’insegnamento all’acquaforte eseguita a puro segno».
Durante il suo magistero si alternarono nella sua aula studenti dai nomi noti, che acquisirono come suggeriva lo stesso maestro bolognese un «proprio timbro», come Luciano Minguzzi, Pompilio Mandelli, Quinto Ghermandi, Luciano Bertacchini, Leone Pancaldi, ma anche Vasco Bendini, Pirro Cuniberti, Dino Boschi, Luciano De Vita e Paolo Manaresi.
Nello sviluppo della sua tecnica Morandi puntò sul segno per andare oltre il bianco e il nero; attraverso il tratteggio, infatti, tradusse i rapporti tonali, o meglio chiaroscurali, giungendo a valersi di quelli che Brandi argutamente definì «colori sottintesi». Del resto la sua attività pittorica procedeva di pari passo. L’acquaforte, come pure la pittura, comportò per lui una fruizione lenta del mondo di cose che aveva sotto gli occhi, quasi una meticolosa distillazione. Ma è appunto in questa meditata operazione che riuscì a percepire la qualità di ciò che aveva di fronte, e quindi ad impadronirsene attraverso un’abilità tecnica straordinaria, che non divenne mai virtuosismo fine a se stesso.
Il percorso espositivo della mostra si apre con una natura morta cubo-futurista, tratta dalla prima e unica lastra incisa all’acquaforte nel 1915 (V.inc.3), e si conclude con un esemplare dell’ultima e unica natura morta che Morandi realizzò nel 1961 (V.inc.131).
Sette delle quattordici acqueforti esposte entrarono a far parte del patrimonio del Comune di Bologna nel 1961, quando Morandi le donò, conservando l’anonimato, in occasione del riordino delle raccolte della Galleria d’arte oderna allora ubicata presso Villa delle Rose.
Alcuni fogli appartenenti a collezioni private completano l’esposizione. Si tratta di opere concesse in comodato gratuito al museo in tempi più o meno recenti, come ad esempio «I Pioppi e la Grande natura morta con la lampada a petrolio» del 1930 (V.inc.76 e 75) e la già citata natura morta del 1961, appartenuta a Luciano Pavarotti. A queste si aggiunge la stampa della sola lastra, ad oggi nota, che Morandi incise con la tecnica della ceramolle.
Alcune vetrine permettono al pubblico di avere accesso a documenti che gettano luce sulla dedizione di Morandi verso la tecnica oggetto del focus espositivo e sui suoi lunghi anni di insegnamento. Tra questi spiccano le lettere dell’artista all’amico Mino Maccari e quelle di Carlo Alberto Petrucci, direttore della Calcografia nazionale di Roma a Morandi, oppure i registri, le note di qualifica e le relazioni provenienti dall’Archivio storico Accademia di Belle arti di Bologna.

Didascalie delle immagini
1. Morandi nella sua aula all'Accademia di Belle Arti di Bologna, Istituzione Bologna Musei | Casa Morandi; 2. Grande natura morta scura, 1934. Acquaforte su rame, Istituzione Bologna Musei | Museo Morandi; 3. Giorgio Morandi, Paesaggio del Poggio, 1927. Acquaforte su rame. Istituzione Bologna Musei | Museo Morandi; 4. Punte e bulini utilizzati da Giorgio Morandi per incidere. Istituzione Bologna Musei | Casa Morandi  

Informazioni utili 
«Morandi racconta. Il segno inciso: tratteggi e chiaroscuri». MAMbo – Museo d’arte moderna di Bologna - Museo Morandi, via Don Minzoni, 14 – Bologna. Orari di apertura: martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, ore 16.00 – 20.00; sabato, domenica e festivi ore 10.00 – 20.00; chiuso lunedì. Ingresso: intero 6,00, ridotto 4,00. Informazioni: tel. +39.051.6496611. Sito internet: www.mambo-bologna.org. Facebook: MAMboMuseoArteModernaBologna | Instagram: @mambobologna| Twitter: @MAMboBologna | YouTube: MAMbo channel. Fino al 29 agosto 2021.

martedì 15 giugno 2021

L’estate di Trento è nel segno di Fede Galizia, la «mirabile pittoressa»

L’estate trentina sarà nel segno della pittura barocca. Dal prossimo 3 luglio il Castello del Buonconsiglio farà da cornice alla mostra «Fede Galizia, mirabile pittoressa», prima monografica dedicata all’artista, miniaturista di talento e pioniera del genere pittorico della natura morta con fiori e frutta, che ha contribuito a lasciare un’impronta femminile nella storia dell’arte a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento insieme ad altre pittrici quali Sofonisba Anguissola, Artemisia Gentileschi e Lavinia Fontana, ma non solo, attualmente riunite nella mostra «Le signore dell’arte».
Documentata a Milano a partire almeno dal 1587, Fede Galizia (1578? -1630) vive prevalentemente nella città lombarda fino alla morte, verificatasi intorno al 1630, a causa della peste di manzoniana memoria.
Il trasferimento, dalla nativa Trento, avviene sulla scorta del padre, Nunzio, artista impegnato nel mondo della miniatura, dei costumi, degli accessori, ma anche in quello della cartografia.
Giovanissima, l’artista inizia a lavorare nella bottega paterna, prendendo confidenza con tele, pennelli e colori. La prima opera nota è il «Ritratto inciso di Gherardo Borgogni», per le edizioni del 1592 e del 1593 di due raccolte di rime.
Entro il 1595 la pittrice realizza un numero considerevole di disegni e vari ritratti degni di nota, tra i quali quelli del padre, della madre, di due nobildonne milanesi (tutti perduti) e quello di «Paolo Morigia allo scrittoio», oggi conservato alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Di questa tela colpisce la forte caratterizzazione fisiognomica e la resa ai dettagli. Straordinaria è, per esempio, la precisa attenzione che l'artista rivolge al riflesso delle finestre sulle lenti degli occhiali che lo storico tiene in mano.
Porta, invece, la data del 1601 un altro suo lavoro celebre: la tela «Giuditta con la testa di Oloferne», conservata alla Galleria Borghese di Roma e attualmente in mostra a Milano, nelle sale di Palazzo Reale. Negli anni a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento l’artista si confronta più volte con questo tema biblico, come prova l'omonima tela conservata a Sarasota, al Ringling Museum of Art, realizzata nel 1596, che rappresenta la prima opera documentata su questo soggetto da parte di una donna pittrice. Nel lavoro l'interesse verte più sulla perfetta resa delle vesti e dei gioielli, trattati con cura meticolosa, piuttosto che sulle potenzialità drammatiche della scena. Viene, infatti, escluso dalla rappresentazione il momento violento della decapitazione, che sarà, invece, centrale nella successiva raffigurazione di Artemisia Gentileschi.
All’epoca Fede Galizia, coeva di Caravaggio, è già un’artista conosciuta tra i più importanti committenti, tanto che sue opere raggiungono, prima del 1593, tramite la mediazione di Giuseppe Arcimboldi, la corte imperiale di Rodolfo II d’Asburgo.
Negli anni successivi vengono realizzate alcune nature morte di straordinaria bellezza: rappresentazioni «attente» e «contristate» - per usare un'espressione del critico Roberto Longhi - di gelsomini, pesche pallide e voluttuose, ciliegie dal rosso viscerale, melograni, pere e grappoli d’uva, che s’affacciano sulla scena sbucando dal buio alla luce, mostrando tutta la loro poesia malinconica.
Nonostante il successo in vita, il ricordo di Fede Galizia sbiadisce nel tempo, anche per via della difficoltà nel catalogare e attribuire correttamente tutte le sue opere, in molti casi ascritte al contemporaneo e concittadino Panfilo Nuvolone. Solo negli ultimi decenni del Novecento la sua figura viene rivalutata e studiata, ma le ricerche pongono l’attenzione principalmente sul suo ruolo di pioniera del genere della natura morta autonoma, in cui suggestioni fiamminghe si fondono alla tradizione del naturalismo lombardo, come mostrano l'«Alzata con pesche e gelsomini» della collezione Campagnano di Firenze o la tavola «Mele, cesto con castagne e coniglio» del Museo civico di Cremona.
Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa – i curatori della mostra di Trento – pensano che sia giunto il momento di tracciare un ritratto più veritiero e più completo dell’artista, che realizzò anche numerosi ritratti, ultimo dei quali quello dell'anziano Ludovico Settala alla Pinacoteca Ambrosiana, e svariate pale d’altare, presenti in sedi tutt’altro che periferiche come, solo per fare un esempio, la città di Napoli, dove si trova il «San Carlo in estasi davanti alla reliquia del Santo Chiodo» della chiesa di San Carlo alle Mortelle.
«A tutt’oggi – si legge nella presentazione della rassegna - non esiste un repertorio completo delle numerose testimonianze letterarie che celebrano, in versi e in prosa, le doti di Fede Galizia, da intrecciare con un completo regesto documentario, che sarà approntato per l’occasione».
Le opere esposte saranno in tutto un’ottantina tra dipinti, disegni, incisioni, medaglie e libri antichi. Oltre a lavori di Fede Galizia, Plautilla Nelli, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana e Barbara Longhi, ci saranno opere di Arcimboldi, Bartholomeus Spranger, Giovanni Ambrogio Figino, Jan Brueghel e Daniele Crespi, provenienti da importanti musei italiani come la Pinacoteca di Brera, il Castello Sforzesco di Milano, gli Uffizi di Firenze, l’Accademia Carrara di Bergamo, Palazzo Rosso di Genova, la Fondazione Cini di Venezia, la Galleria Borghese di Roma. Saranno presenti anche alcuni prestiti internazionali, dal Muzeum Narodowe di Varsavia, dal Ringling Museum of Art di Sarasota, dal Palacio Real de la Granja di San Ildefonso, oltre che da alcuni collezionisti privati.
Il percorso espositivo proverà così a rispondere ad alcune domande rimaste per lungo tempo senza risposta: perché Fede Galizia piaceva tanto ai suoi contemporanei? Quali sono le ragioni del suo successo nell’epoca in cui visse? Quanto ha pesato, in questo, il suo essere donna? Come cambia l’apprezzamento di un’opera d’arte tra il lungo crepuscolo del Rinascimento e il mondo di oggi?

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Fede Galizia, «Natura morta», 1610, Collezione privata; [fig. 2] Fede Galizia, «Alzata con prugne pere e una rosa», collezione privata, Bassano del Grappa; [fig. 3] Fede Galizia, «Cherubino seduto», Biblioteca ambrosiana, Milano; [fig. 4] Fede Galizia, «Ritratto di Paolo Morigia», Pinacoteca Ambrosiana, Milano; [fig. 5] Fede Galizia, «Giuditta e Oloferne», 1596 ca, olio su tela, Courtesy of Ringling Museum of Art Sarasota, Usa

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