ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

venerdì 1 agosto 2025

«Il poema della vita umana»: Giulio Aristide Sartorio alla Biennale del 1907

È l’11 giugno del 1906 quando Antonio Fradeletto, allora segretario generale della Biennale di Venezia, invia un telegramma a Giulio Aristide Sartorio (1860-1932), artista simbolista noto per la sua collaborazione con Gabriele D’Annunzio e per la partecipazione al gruppo «In arte liberatas», nonché recente autore di un fregio per l’Expo del Sempione (28 aprile – 11 novembre 1906), proponendogli di realizzare un «progetto gigantesco» per il Salone centrale dell’Esposizione internazionale d’arte del 1907.

Basandosi su un ricco patrimonio di mitologia antica, il pittore romano, che aveva già partecipato alla prima edizione della Biennale, quella del 1985, con uno «Studio di testa», per poi diventarne un assiduo partecipante e collaboratore, decide di illustrare «Il poema della vita umana», ciclo pittorico destinato a divenire uno dei più grandi e significativi lavori di arte decorativa pubblica.
L’impresa è «titanica»: l’artista ha a disposizione solo nove mesi per concepire e portare a termine oltre 240 metri quadrati di pitture. Per questo sceglie di adottare una tecnica abbastanza rapida, che fa uso – per sua stessa ammissione - di «una miscela di cera, acquaragia e olio di papavero». La composizione è confermata dalle analisi del Laboratorio di scienze per la conservazione del Dais - Università Ca’ Foscari di Venezia, fatte in occasione del più recente restauro, avvenuto tra il 2018 e il 2019.

La complessa iconografia ideata - vista e avvallata anche da Gabriele D’Annunzio - viene raccontata per la prima volta in una lettera del Natale 1906 allo stesso Antonio Fradeletto: «Vedrai, - scrive Giulio Aristide Sartorio - ci saranno delle cose felici, il ripiglio di molti temi sì cari ai neo-platoni della nostra rinascenza. In alto (è la parte in via d’esecuzione) ci sarà la lotta della castità e la lussuria, ed i carri degli uomini casti e delle donne lussuriose sono tirati dai liocorni e dalle pantere bacchiche. Sotto le cariatidi maschili sorreggono la targa ed a destra ci sarà l’Invidia, Psiche ed Amore, ed a sinistra – Atropos (la parca che taglia il filo), Anteros e la Fortuna».
Il risultato finale è una visione drammatica e potente dell’esistenza umana, vista come lotta contro le forze ostili che sin dalla nascita ci insidiano, la cui complessa iconografia fonde mitologia mediterranea e cultura nordica. Il ciclo pittorico, privo di elementi architettonici e dal «clima teutonico», per usare un’espressione di Nico Stringa, ci sovrasta con «figure enormi, michelangiolesche, esagerate nella loro icastica espressività», che – afferma Elisabetta Barisoni - «ci catapultano immediatamente in un altro mondo, in un’epoca di classicità dove il dialogo con l’antico è felice e reale. Il colore, sapientemente dosato nei toni dei bruni e delle dorature, descrive un ambiente dove l’essere umano risulta piccolo rispetto ai simboli eterni rappresentati dalle figure».

Prima del 21 aprile 1907, giorno di inaugurazione della VII Biennale d’arte, le quattordici scene realizzate dall’artista per «Il poema della vita» vengono collocate ai Giardini e rimangono in situ anche nell’edizione successiva, fino a quando, nel 1909, il re Vittorio Emanuele III le dona a Ca’ Pesaro, sede dell’allora neonata Galleria internazionale d’arte moderna di Venezia.
Per tutta estate, in questo importante edificio barocco, progettato da Baldassare Longhena e donato nel 1902 alla città dalla duchessa Felicita Bevilacqua La Masa, una mostra, a cura di Matteo Piccolo e Elisabetta Barisoni, permette non solo di rivedere l’ambizioso fregio sartoriano, allestito nel salone del secondo piano, ma anche di rivivere le emozioni sperimentate dai visitatori della Biennale del 1907.
 
Accanto alle quattro composizioni principali (raffiguranti la «Luce», le «Tenebre», l’«Amore» e la «Morte») e ai dieci teleri verticali (dove sono rappresentate la «Grazia» e l’«Arte» sorrette dall’energia virile), l’esposizione presenta, infatti, due opere che erano esposte, quell’anno, nel Padiglione centrale dei Giardini: «La bagnante», scultura dalla classicità ideale, realizzata dal tedesco Max Klinger nel 1897, e «Il pensatore» di Rodin, opera dalla riflessione esistenzialista, datata 1907, entrata nelle collezioni del museo civico veneziano lo stesso anno per iniziativa del sindaco Giovanni Grimani.

La mostra rievoca, inoltre, lo spirito del tempo presentando, in altre sale del secondo piano, lavori esposti nelle Biennali degli anni 1907 e 1909, contestualmente giunti nelle collezioni capesarine, partecipi del sogno simbolista, del realismo, fino alle soglie delle avanguardie storiche. Unitamente, trova ampio spazio la documentazione dell’importante restauro a cui il ciclo pittorico è stato sottoposto.

Tra pitture di paesaggio, dove la natura diventa luogo dell’anima, scene di sogno e mistero, con visioni femminili languide e misteriose, e fondi in foglia d’oro, che donano un’aurea di lusso alla pittura simbolista e secessionista dei primi decenni del Novecento, il visitatore può ammirare lavori, tra gli altri, di Henri Fantin-Latour, Ettore Burzi, Galileo Chini, Jules Van Biesbroeck, Giacomo Grosso e della scuola belga, la prima ad avere un proprio Padiglione nazionale ai Giardini nel 1907, con artisti come Georges Minne e Jean Delvin.

Opera dopo opera, la mostra veneziana conduce al 1910, un anno simbolico per Ca’ Pesaro che, grazie all’intuizione del direttore Nino Barbantini, acquisisce quella che è ancora oggi la tela più celebre della sua raccolta: «Giuditta II» di Gustav Klimt, capolavoro esposto nelle sale del primo piano, prosecuzione ideale della mostra, con il suo conturbante erotismo e con il suo contorno in oro, simbolo di trascendenza ed eternità.

Didascalie delle immagini
1. Giulio Aristide Sartorio, Il Poema della Vita Umana / The Poem of Human Life, 1906-1907. Olio e cera su tela / oil and wax on canvas. Donazione / donated by Vittorio Emanuele III 1909. La Luce / Light, cm 515 × 642, inv. 431; 2. Giulio Aristide Sartorio, Il Poema della Vita Umana / The Poem of Human Life, 1906-1907. Olio e cera su tela / oil and wax on canvas. Donazione / donated by Vittorio Emanuele III 1909. La Morte / Death, cm 513 × 712, inv. 434; 3. Giulio Aristide Sartorio, Il Poema della Vita Umana / The Poem of Human Life, 1906-1907. Olio e cera su tela / oil and wax on canvas. Donazione / donated by Vittorio Emanuele III 1909. L’Amore / Love, cm 513 × 711, inv. 433; 4. Giulio Aristide Sartorio, Il Poema della Vita Umana / The Poem of Human Life, 1906-1907. Olio e cera su tela / oil and wax on canvas. Donazione / donated by Vittorio Emanuele III 1909. Le Tenebre / Darkness, cm 515 × 646, inv. 432; 5. Galileo Chini, Il giogo / The Yoke, 1907. Olio su tela / oil on canvas, cm 124 × 124, inv. 373. Donazione / donated by Società veneziana navigazione a vapore 1907

Informazioni utili
Giulio Aristide Sartorio. Il poema della vita umana. Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna, Santa Croce 2076  - Venezia. Orari: 10.00 – 18.00 (ultimo ingresso ore 17.00), chiuso il lunedì. Ingresso: € 14,00.   Sito web per informazioni. http://capesaro.visitmuve.it/en/sartorio. Fino al 28 settembre 2025

mercoledì 30 luglio 2025

Da Caravaggio a Maiorca: un viaggio tra le sale di Siramuse, il nuovo museo multimediale di Siracusa

Nell'antico grembo di Ortigia, tra pietre greche, respiri barocchi e la luce del mare, si è appena aperta una nuova «porta di ingresso» da cui partire per scoprire le stratificate e millenarie vicende di Siracusa, città Unesco - Patrimonio dell’Umanità. Negli spazi dell’ex Galleria civica d’arte contemporanea Montevergini, nota per aver ospitato importanti mostre di Enzo Cucchi ed Ettore Sottsass e sorta all’interno di un antico convento benedettino di origine tardo cinquecentesca, a pochi metri da piazza Duomo, è stato inaugurato Siramuse. Non si tratta del solito museo con teche impolverate e reperti antichi, ma di uno spazio multimediale e immersivo, con ambienti da vivere, nato da un accordo decennale di partenariato speciale tra pubblico e privato, tra il Comune e l’impresa Civita Sicilia, che, anche grazie al sostegno economico dell’Istituto per il Credito sportivo e culturale, mette in scena il patrimonio immateriale della città, in un percorso lungo 2.500 anni, dove arte, scienza e mito si intrecciano e si raccontano a chi ha sete di storia, ma ama anche tutto ciò che parla di sperimentazione e futuro. E così, come dentro a una macchina del tempo, Caravaggio dipinge ancora il silenzio con ombre sacre, il genio limpido di Archimede gioca con l’acqua e la luce, Eschilo si racconta nel teatro della sua città ed Enzo Maiorca si fa custode del blu profondo e respira l’abisso.

Tecnologie multimediali
, scenografie d’avanguardia e attori virtuali danno, infatti, vita a una galleria narrativa, articolata in sei sale immersive all’interno delle quali prendono parola, come in teatro della memoria, otto personaggi e personalità, protagonisti di varie epoche, che, a Siracusa e grazie ad essa sono stati capaci di dare vita a opere di straordinario valore. Il percorso, della durata di circa un’ora, intende stimolare anche una riflessione su temi attuali come la violenza sulle donne, la salvaguardia dell’ambiente e il turismo sostenibile.

Interpretando le linee guida di organismi internazionali come Unesco e Icom, il progetto vuole, inoltre, essere fortemente inclusivo e partecipativo. Ogni contenuto è fruibile in tre lingue straniere (inglese, francese e spagnolo), oltre all’italiano e alla Lis (la lingua dei segni). La visita include elementi pensati per i bambini e le famiglie, e, grazie al prezioso lavoro di Michela D’Agata, il museo presenta percorsi facilitati per accogliere persone con disabilità visive, uditive e cognitive.

Lo storytelling di Siramuse - che nella sua fase progettuale ha visto all’opera un qualificato comitato scientifico comprendente studiosi di archeologia, teatro antico, storia barocca e memoria locale come Monica Centanni, Giovanni Di Pasquale, Lorenzo Guzzardi, Patrizia Maiorca, Pucci Piccione, Cettina Pipitone Voza e Lucia Trigilia - è stato supervisionato dalla museologa e storica dell’arte Anna Villari. Mentre il progetto di brand identity è stato curato dalla graphic designer Francesca Pavese, con Vito Della Speranza e Gianni Napoleone, e, in una logica di attenzione alle eccellenze del territorio, ha coinvolto gli allievi del terzo anno del triennio in Arti visive dell’Accademia di belle arti «Rosario Gagliardi» di Siracusa.

Il percorso espositivo - lungo il quale si ascoltano le voci di Davide Bardi, Sergio Grasso, Massimo Popolizio e Gaetano Rizzo in qualità di narratori - parte con la sala «La luce e l’apparizione», dove Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, racconta il suo primo lavoro siciliano, il «Seppellimento di Santa Lucia», eseguito nel 1608, dietro commissione della Confraternita dei Ministri degl’Infermi, per il Santuario di Santa Lucia al Sepolcro. L’immersione nel capolavoro del maestro milanese, con la sua forza drammatica enfatizzata da un gioco di contrasti fra luci e ombre e con la sua palette cromatica nei toni dei rossi e dei bruni terrosi, introduce al racconto della vita della santa siracusana, giovane cittadina sotto l’impero di Diocleziano, morta martire nel 304 d.C. per la sua fede cristiana. Attraverso tecnologie innovative e l’interpretazione attoriale di Ilenia Antonizzi, il visitatore scopre anche l’evoluzione iconografica della figura di Santa Lucia nel corso dei secoli e l’apparato di usanze, riti e pratiche che ruotano intorno alla grande festa patronale del 13 dicembre.

Segue la sala «La scienza», che - attraverso ricostruzioni storiche, episodi biografici e un focus sulle macchine belliche - restituisce vita e opere di Archimede, matematico, fisico e inventore siracusano, universalmente riconosciuto come una delle figure più geniali dall’antichità a oggi.

Si entra, poi, in una struttura scenografica abitabile che ricalca una porzione della cavea di età arcaica del teatro greco di Siracusa. Qui si incontrano il drammaturgo Eschilo e il filosofo Platone, due figure che hanno segnato profondamente la cultura e il pensiero occidentale, interpretate, a video, da Gaetano Rizzo e Davide Bardi.

Dalla sala «Il teatro e la tribuna politica» si passa, quindi, a quella successiva, dedicata all’archeologo Paolo Orsi, che contribuì in modo straordinario alla ricostruzione della storia antica della città. In questa stanza, soprannominata «Lo scavo», il visitatore si trova a confrontarsi con un’installazione ludico-esplorativa, all’interno della quale sono collocate copie dei reperti conservati al Museo archeologico regionale di Siracusa, manufatti che abbracciano un ampio arco temporale, che spazia dall’età del bronzo antico sino al IV secolo d.C..

Non manca, quindi, un omaggio a Federico II di Svevia, il sovrano medioevale passato alla storia come lo «stupor mundi», noto per aver favorito nel Duecento la nascita della scuola poetica siciliana e amato a Siracusa per aver fatto costruire, sulla punta estrema dell’isola, il castello Maniace, roccaforte difensiva simbolo del prestigio e della forza del potere imperiale svevo. «Il volo del falco di Federico II» è il titolo della stanza a lui dedicata, nella quale si svela il suo rapporto con la falconeria, disciplina alla quale il re dedicò anche un trattato, oggi una dei diciannove elementi italiani iscritti nella Lista rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale Unesco.
In questo spazio, due «finestre» immersive invitano a entrare nel mondo federiciano attraverso un’esperienza di gaming che combina sonoro e immagini per restituire un’interpretazione poetica e dinamica della sua eredità.

Chiude il percorso espositivo la sala «Il profondo blu», un omaggio al mare e al legame profondo che unisce la città siciliana a questo elemento attraverso la memoria delle imprese straordinarie di Enzo Maiorca, il campione di apnea più volte detentore del record mondiale d’immersione. Un grande schermo circolare avvolge visitatrici e visitatori, offrendo un’immersione totale, molto scenografica, nelle profondità marine, che permette anche di interagire con elementi animati.

Fuori dal museo, nel cortile, si può vedere, infine, un intervento dell’artista romano Claudio Palmieri, che ha immaginato lo spazio - si legge nella presentazione scritta dallo stesso autore - come «un piccolo teatro dove potesse accadere una fantasia alchemica», ospitando «una danza scenografica suggerita dall'utilizzo delle reti dei pescatori, omaggio alle tradizioni marinare ma anche alla visione di Maiorca e al suo impegno per la difesa dell’ecosistema marino, green, ecosostenibile». 
In questa danza ondosa appaiono delle «”rose” a vortice, metalliche, di natura altra, come modellate dal vento, dalle forme barocche che alludono anche alle forme armoniose delle creature marine che abitano il mare». Quel mare che fa da cornice alla città e alle sue vestigie antiche, la cui bellezza ha conquistato, nel corso dei secoli, molti, da Cicerone a Gabriele D’Annunzio, da Tito Livio a Edmondo De Amicis.

Informazioni utili
Siramuse. Museo Multimediale delle storie di Siracusa, Via Santa Lucia alla Badia, 4 – Siracusa (pochi metri da Piazza Duomo).Orari: ► Dal 1° maggio al 30 settembre 11.00 - 19.00 (la biglietteria chiude alle 18.00) - Tutti i giorni aperto; ► Dal 1° ottobre al 30 aprile  10.00 - 17.00 (la biglietteria chiude alle 16.00) – Chiuso il martedì; ► Dal 7 gennaio al 28 febbraio apertura su prenotazione per scuole e gruppi; aperto sabato e domenica 10.00 - 17.00 (la biglietteria chiude alle 16.00). Chiusure: 1° gennaio, 13 dicembre, 25 dicembre (15 agosto aperto). Modalità di visita: ► percorso completo: 60 minuti; ► 40 persone per fascia, gruppi o singoli; ► la visita si svolge in autonomia con audioguide contemporaneamente in IT/EN/FR/ES. Biglietti:  intero € 12,00,tidotto € 8,00 (giovani dai 6 ai 25 anni e residenti), ridotto speciale € 6,00 (Scuole di ogni ordine e grado) Università? O intero o ridotto a seconda dell’età; integrazione di € 2,00 per la visita dell’Artemision (sito archeologico distante 100 metri); famiglie con 1 figlio € 25,00; famiglie con 2 figli € 30,00; gratuito: bambini 0/6 anni; Soci Icom; diversamente abili e accompagnatore; guide turistiche abilitate; giornalisti iscritti all’Ordine o accreditati dalla testata. Biglietti online: https://siramuse.madeticket.it/it/shop/biglietti. Prevendita online €1,50 a biglietto. Contact Center: +39 091 8488813

lunedì 28 luglio 2025

L’inquietudine del genio "incontra" la quiete del sapere: al Palazzo Ducale di Urbino l’estro di barocco di Cantarini e il rinnovato Studiolo del Duca Federico di Montefeltro

Importante testimonianza del Rinascimento italiano e cuore pulsante del Palazzo Ducale di Urbino, lo Studiolo del Duca Federico da Montefeltro (1422-82) si presenta, quest’estate, ai suoi visitatori in una veste totalmente nuova. L’ambiente, affacciato sull’ultima e più decorata loggia tra i due Torricini, è stato sottoposto, negli scorsi mesi (tra novembre 2024 e maggio 2025), a un importante intervento di restauro e di riallestimento al fine di restituirne l’aspetto originario, quello che aveva sul finire del Quattrocento, al termine dei lavori di progettazione, probabilmente eseguiti dall’architetto Donato Bramante, e di quelli di decorazione, a opera dei fratelli Giuliano e Benedetto da Maiano, maestri della tarsia prospettica e dell’illusione ottica, lodati anche da Giorgio Vasari nel suo libro «Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori».
I due intagliatori toscani idearono per lo Studiolo urbinate - una stanza piccola con un’altezza inusuale e un perimetro irregolare (3,60x3,35 metri) che aveva, dunque, bisogno dell’inganno dell’arte per dilatare profondità e contorni - una decorazione a trompe-l’œil a fasce sovrapposte, costruita con minuscole tesserine di essenze diverse o della stessa essenza, ma con stagionature e tagli differenti.
Le raffigurazioni erano emblematiche degli ideali umanistici della vita attiva e della vita contemplativa, a ribadire la duplice natura di condottiero e di uomo di cultura di Federico da Moltefeltro. E presentavano un repertorio iconografico che spaziava da libri a strumenti musicali, da armature a clessidre e conchiglie, da apparecchi scientifici alle personificazioni delle Virtù teologali (Fede, Speranza e Carità) e cardinali (Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza), dai simboli delle Arti liberali del Trivio (Dialettica, Grammatica, Retorica) e del Quadrivio (Aritmetica, Astronomia, Geometria, Musica) a candele consunte dal fuoco e dal tempo.

Luogo di studio, meditazione e crescita personale e, al contempo, sala di rappresentanza, dove il duca urbinate conduceva i suoi ospiti più illustri, lo Studiolo mantenne la sua disposizione iniziale dal 1476, data di termine dei lavori (come conferma l’iscrizione che corre sotto il soffitto a lacunari), al 1632, anno in cui il cardinale Antonio Barberini, nipote di papa Urbano VIII e legato dello Stato pontificio, asportò le tavole della serie «Uomini illustri», progettata dal fiammingo Giusto di Gand e terminata dal castigliano Pedro Berruguete (detto «Pietro Spagnolo», del quale rimane significativa l’opera «Federico di Montefeltro con il figlio Guidubaldo» del 1475 circa), per portarle a Roma, nella residenza di famiglia.
Questi ventotto dipinti con personalità del mondo greco-romano e medioevale, ciascuno di 115x70 centimetri circa, rimasero nella dimora capitolina dei Barberini fino al 1812, quando quattordici di essi passarono, in eredità, alla famiglia Colonna di Sciarra e poi, dopo una vendita, al marchese Giampietro Campana per arrivare infine, nel 1863, nelle collezioni del Louvre di Parigi grazie a una felice intuizione di Napoleone III. Le altre quattordici opere fecero, invece, ritorno a Urbino nel 1934, acquistate dallo Stato italiano per la Galleria nazionale delle Marche, dove vennero, però, riallestite solo nel 1983.

Nel progetto globale di attualizzazione della Galleria nazionale delle Marche - che sta intraprendendo il direttore Luigi Gallo e che per l’occasione ha visto al lavoro l'architetto Francesco Primari, lo storico dell’arte Giovanni Russo e la restauratrice Giulia Papini - lo Studiolo federiciano è stato interessato da un ammodernamento degli impianti, che ha portato anche allo smontaggio e al rimontaggio di tarsie, porte e soffitto ligneo, alla pulitura del pavimento in cotto e alla realizzazione di un nuovo sistema di illuminazione.
Il nuovo allestimento riporta, inoltre, a Urbino, grazie a riproduzioni high tech, i quattordici ritratti di proprietà del Louvre, restituendo così l’aspetto originale dello Studiolo, al quale sono state tolte anche le superfetazioni ottocentesche per far respirare appieno il colto e raffinato clima rinascimentale di questa stanza, dove dominano armonia e bellezza.

La visita al Palazzo Ducale di Urbino diventa, questa estate, anche l’occasione per ammirare la mostra «Simone Cantarini (1612-1648). Un giovane maestro tra Pesaro, Bologna e Roma», curata da Luigi Gallo, Anna Maria Ambrosini Massari e Yuri Primarosa, in collaborazione con le Gallerie nazionali Barberini Corsini di Roma.
Una selezione di cinquantasei dipinti, allestita fino a domenica 12 ottobre, ricostruisce la breve, ma intensa carriera dell’artista pesarese, talento inquieto e innovativo del Barocco, morto in circostanze ancora misteriose ad appena trentasei anni, che, tra il 1630 e il 1639, fu allievo di Guido Reni a Bologna.

Straordinario disegnatore, fine incisore e pittore capace di coniugare gli insegnamenti reniani con la lezione del massimo artista italiano del tardo Cinquecento, Federico Barocci, e di due ottimi maestri appartenenti alla tendenza caravaggesca, Orazio Gentileschi e Giovanni Francesco Fossombrone, guardando anche al colorismo veneto del Sassoferrato, Simone Cantarini, «petit-maître di rara sensibilità stilistica» (per usare un’espressione di Andrea Emiliani), dà vita a un linguaggio proprio e personalissimo, delicato e intimista, caratterizzato da un dialogo costante tra classicismo e naturalismo, dove emergono il tratto morbido della composizione, l’uso atmosferico del colore, la resa luministica di taglio teatrale e un’impareggiabile finezza psicologica nel dare voce ai sentimenti dei personaggi raffigurati.

Sono proprio i ritratti, per i quali secondo il biografo Carlo Cesare Malvasia l'artista era «provisto di una particolar dote», uno dei nuclei tematici della mostra urbinate, che allinea anche pitture sacre, quadri di devozione e composizioni filosofiche e profane, in un percorso che permette di vedere, tra l’altro, una raffinata «Allegoria della pittura» (dalla Collezione Cassa di Risparmio della Repubblica di San Marino), una delicata «Madonna della Rosa» (da una raccolta privata), il «Ritratto di Guido Reni» (dalla Pinacoteca nazionale di Bologna), l’«Autoritratto», risalente gli anni Trenta del XVII secolo (dalle Gallerie nazionali di arte antica di Roma), e, per finire, l’inedito dipinto «Ercole e Iole» (da una raccolta privata), quadro che si meritò  anche le lodi  di Carlo Cesare Malvasia. Ci sono, poi, in mostra lavori come i «Santi Barbara e Terenzio» e la «Visione di Sant’Antonio», provenienti dai depositi della Pinacoteca di Brera, nell’ambito del progetto «100 opere tornano a casa», voluto dal Ministero della Cultura.

Di opera in opera, la mostra di Urbino ci parla, dunque, di «un’arte fatta di sguardi e silenzi, momenti intimi e quotidiani». Emerge in toto la vena delicata, poetica, malinconica ed elegante della pittura di Simone Cantarini. E sembra quasi impossibile far combaciare questo estro creativo, che ha contribuito alla grandezza della scuola bolognese, con la biografia dell’artista pesarese, con il suo essere pungente, polemico, iroso o – come scrisse Carlo Cesare Malvasia – «troppo fiero per essere discepolo, troppo giovane per essere maestro».

Didascalie delle immagini
1. e 2. e 3. Allestimento dello Studiolo del Duca. Urbino, Palazzo Ducale; 4. Simone Cantarini, Autoritratto, anni Trenta del XVII secolo. Roma, Gallerie nazionali d'arte antica; 5.6. e 7. Allestimento della mostra Simone Cantarini (1612-1648). Un giovane maestro tra Pesaro, Bologna e Roma,

Informazioni utili
Simone Cantarini (1612-1648). Un giovane maestro tra Pesaro, Bologna e Roma, a cura di Luigi Gallo, Anna Maria Ambrosini Massari e Yuri Primarosa. Galleria Nazionale delle Marche - Palazzo Ducale di Urbino, Piazza Rinascimento 13, 61029 Urbino (PU).Orari: da martedì a domenica: dalle ore 8:30 alle ore 19:15 (chiusura biglietteria ore 18:15); Lunedì chiuso. Ingresso: € 12 intero; € 2 ridotto. Catalogo edito da Officina Libraria. Informazioni: https://www.gallerianazionalemarche.it. Fino al 12 ottobre 2025

Nota apertura estive: fino al 15 settembre 2025 il Palazzo Ducale di Urbino sarà visitabile in via straordinaria anche il lunedì pomeriggio dalle ore 15 alle ore 19 (ultimo ingresso alle ore 18); l'ingresso è consentito con biglietto ordinario, o abbonamento annuale, e include anche la visita alla mostra di Simone Cantarini. Per venire incontro alle richieste dei visitatori, anche durante il mese di agosto lo staff della Galleria nazionale delle Marche offre la visita guidata gratuita all'esposizione (già inclusa nel biglietto di ingresso) ogni mercoledì alle ore 17