ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

venerdì 5 giugno 2026

La «Nuda Veritas» a Villa Manin: Gustav Klimt e le inquietudini della modernità

Nel cuore della pianura friulana, tra le pietre di una dimora nobiliare che ha conosciuto snodi decisivi per la storia europea, una donna dalla lunga chioma rosso fuoco e dalla nudità esibita, emblema di una stagione artistica che ha fatto dell'oro materia pittorica, attende di incrociare il proprio sguardo, fiero e interrogante, con quello dei visitatori. È la «Nuda Veritas» di Gustav Klimt, maestro della Secessione viennese a cui Villa Manin di Passariano di Codroipo, prestigioso edificio in provincia di Udine che il 17 ottobre 1797 fece da quinta scenografica per la stipula del Trattato di Campoformio tra Napoleone Bonaparte e Francesco II d’Asburgo-Lorena, dedica una mostra piccola ma preziosa per la curatela di Cäcilia Bischoff, storica dell’arte e curatrice senior al KHM - Kunsthistorisches Museum di Vienna, uno dei musei più importanti e ricchi del mondo, con una collezione che copre un arco temporale di cinque millenni, dall’antico Egitto al Settecento inoltrato, e ospita alcuni capisaldi della pittura come «La Madonna del Prato» di Raffaello, «La torre di Babele» di Pieter Bruegel il Vecchio, l’«Incoronazione di spine» del Caravaggio e «L'allegoria della pittura» di Johannes Vermeer.

Un'opera raramente in prestito
Quello di villa Manin, residenza estiva dell’ultimo Doge della Serenissima, è un appuntamento importante per l’Italia e merita sicuramente un viaggio (magari una tappa extra per chi andrà nella vicina Venezia per la Biennale d’arte), visto che la «Nuda Veritas» di Gustav Klimt - olio su tela di grandi dimensioni, 252 per 56,2 centimetri - viene raramente concessa in prestito dal Theatermuseum di Vienna, la sua dimora abituale, ubicata nel barocco Palais Lobkowitz, attualmente chiusa al pubblico per lavori di ristrutturazione e nota per la ricca raccolta dedicata al mondo del teatro con più di mille modelli di scenografie, seicento costumi storici (alcuni dei quali firmati da Pablo Picasso, Oskar Kokoschka e Fritz Wotruba), marionette d'autore (come quelle del secessionista Richard Teschner), stampe, bozzetti, oggetti di scena, lettere, spartiti, documenti manoscritti, locandine e fotografie di spettacoli.
Organizzata dall'Ente regionale per il Patrimonio culturale del Friuli Venezia Giulia con MondoMostre, in collaborazione con il Kunsthistorisches Museum e il Theatermuseum di Vienna, l’esposizione, aperta fino al 6 settembre, propone un incontro vis a vis con il dipinto klimtiano, presentato nel Salone centrale di Villa Manin, quello con gli affreschi di Louis Dorigny del XVIII secolo, all’interno di una struttura posticcia con un portale d’accesso dalle tonalità rosse, quasi uno scrigno che rende ancora più intima l’esperienza di visita.
Intorno all’opera, ubicata nella terza del cinque sale che compongono la mostra, è stato costruito un percorso espositivo con preziosi pannelli informativi e riproduzioni di opere come «Arte egizia antica» e «Atena Pallade» dello stesso Gustave Klimt, «Il senso della vista» di Hans Makart e «Verità con specchio e serpente» di Herbert Adams, nonché una copia dell'illustrazione grafica della «Nuda Veritas», pubblicata nel 1898 sul terzo numero di «Ver Sacrum» (letteralmente «Primavera sacra»), l’organo ufficiale del movimento secessionista viennese . Il tutto contribuisce a ricostruire la storia esistenziale e pittorica dell’autore, i suoi nove viaggi in Italia che ne influenzarono profondamente la sensibilità estetica, i molteplici significati nascosti tra i riflessi d’oro della «Nuda Veritas», anche attraverso il confronto con testi letterari come gli «Xenien» e le «Votivae Tabulae», scritti a quattro mani da Johann Wolfgang von Goethe e Johann Christoph Friedrich Schiller.

Gustave Klimt e la Vienna di fine Ottocento 
Non manca lungo il percorso espositivo un approfondimento sul contesto culturale della Vienna fin de siècle, segnato dalle scoperte della psicoanalisi e dalla crisi delle certezze positiviste. Ed è proprio dall’atmosfera che animava la capitale dell'impero asburgico sul finire dell’Ottocento che bisogna partire per comprendere la «Nuda Veritas», alla sua prima esposizione in Italia.
La città era percorsa da tensioni profonde e da una straordinaria vitalità intellettuale. Era un crogiuolo di contraddizioni e di visioni del mondo opposte. Mentre il compositore Gustav Mahler ridefiniva il linguaggio sinfonico e Sigmund Freud rivoluzionava lo studio della mente con i suoi studi clinici, lo scrittore Karl Kraus raccontava, con la sua penna ironica e tagliente, il disfacimento di una società, che dietro la facciata dorata della «felix Austria» nascondeva il crollo delle sue certezze ataviche, lacerata tra il conservatorismo delle tradizioni cattolico-feudali e un liberalismo borghese incapace di incidere sulla vita del Paese, tra l'ascesa dei movimenti politici di massa e le dirompenti scoperte scientifiche.
Fu in questo contesto che, nel 1897, Gustav Klimt - insieme a un gruppo di artisti e architetti come Josef Hoffmann, Koloman Moser e Otto Wagner - fondò la Secessione viennese, rompendo con la più conservatrice Künstlerhaus. Il movimento non ambiva a cancellare il passato, ma a creare una nuova arte austriaca capace di rispondere alle esigenze culturali, politiche e sociali del tempo.
 
La genesi dell'opera: dalla litografia al dipinto
Due anni dopo, nel marzo del 1899, faceva il suo ingresso nel mondo dell’arte il dipinto «Nuda Veritas», esposto alla quarta Mostra della Secessione e destinato a entrare pochi mesi dopo, nell’estate del 1900, nella collezione dell’influente critico e giornalista Hermann Bahr, per poi confluire, alla metà del XX secolo, nella raccolta del Theatermuseum di Vienna.
L’anno prima della rassegna sotto la cupola d’oro dell’appena costruito Secessionsgebäude, capolavoro dell’architetto Joseph Maria Olbrich, l’artista si era, però, già cimentato con questo soggetto realizzando una litografia per il terzo numero della rivista «Ver Sacrum», uscita nella primavera del 1988. Nell’illustrazione compare una figura femminile nuda con in mano uno specchio, sormontata da un'iscrizione tratta dallo scrittore tedesco Leopold Schefer: «La verità è fuoco, e dire la verità significa illuminare e bruciare». Questa citazione era destinata a scomparire nel dipinto, sostituita da una frase di Johann Christoph Friedrich Schiller, tratta dal «Musen-Almanach» del 1797, curato con Johann Wolfgang von Goethe: «Se non puoi piacere a tutti con la tua opera e il tuo lavoro artistico = accontenta pochi. Piacere a molti è male». La scelta non è casuale: riflette la polemica che già circondava l'artista e il suo rifiuto di scendere a compromessi con il gusto del grande pubblico.

Descrizione e tecnica: un codice di segni
Il dipinto, probabilmente realizzato contestualmente alla litografia (quindi l’anno antecedente alla prima esposizione pubblica), ritrae una giovane donna nuda, in posizione frontale, su uno sfondo blu scuro attraversato da decorazioni vegetali dorate. La folta capigliatura fulva e riccia ricade abbondantemente sulle spalle e spicca sul candore alabastro del corpo; a impreziosirla ci sono dei carnosi fiori di magnolia, alcuni dei quali sembrano protendersi verso lo sfondo su sottili steli. Con la mano destra, la ragazza regge uno specchio, non rivolto verso di sé ma verso chi osserva, come un invito o una sfida. Il cielo azzurro cangiante che vi è riflesso riecheggia nel colore ceruleo dei suoi occhi, che guardano sicuri e penetranti lo spettatore.
La composizione, che ricorda una colonna con il suo slancio spiccatamente verticale, è incorniciata da due cartigli dorati: quello inferiore reca la scritta «Nuda Veritas»; quello superiore la citazione di Johann Christoph Friedrich Schiller. Dal bordo inferiore della tela risale un serpente dal corpo blu acciaio delineato in nero, con occhi penetranti: si snoda intorno alle caviglie della donna e torna a volgersi verso chi osserva. Due soffioni di tarassaco fungono da luminosi punti luce nella composizione.
Dal punto di vista tecnico, l'opera coniuga olio e foglia d'oro applicata con la cosiddetta «doratura a missione». Per il corpo e parte dello sfondo, Gustave Klimt adotta pennellate traslucide applicate a secco, in un'eco del pointillisme impressionista francese. Il serpente e lo sfondo blu scuro, invece, sono resi con una stesura densa e impastata, che conferisce profondità cromatica e tensione emotiva.
La peluria pubica ramata della donna, elemento di nudità volutamente esibita e non idealizzata, risalta contro l'incarnato chiaro: una scelta deliberatamente provocatoria rispetto ai canoni accademici del tempo.

I livelli simbolici: lo specchio, il serpente, la verità
La «Nuda Veritas» è un'opera che si costruisce per strati di significato sovrapposti, difficilmente riducibili a una lettura univoca e questa ambiguità è parte integrante del suo messaggio.
Nell’iconografia classica lo specchio è attributo allegorico della virtù cardinale della Prudentia (la prudenza), ma è anche simbolo della Vanitas, ovvero della superbia e della bellezza fugace. Guardarsi allo specchio può rivelare l'io interiore, aprire al passato o proiettarsi nel futuro: la resa sfocata e iridescente della superficie, nella versione pittorica, non lascia risposte chiare. Gustav Klimt sembra così dichiarare che la verità sfugge sempre a una definizione netta.
Il serpente è altrettanto ambivalente. In associazione con lo specchio, nel contesto della virtù della prudenza, richiama il versetto di san Matteo (10,16): «Siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe». In un'illustrazione coeva per «Ver Sacrum», l’artista aveva associato il serpente all'invidia, conformemente alla tradizione iconografica; nella versione pittorica definitiva, il rettile sembra, invece, incarnare la sfida permanente lanciata alla verità dalle forze oscure del giudizio, del pregiudizio e della menzogna. Alcuni studiosi vi hanno addirittura letto un autoritratto celato del pittore.
Il titolo dell'opera è anch'esso un manifesto. Come emerge dai testi in mostra, Gustav Klimt «non ha dipinto un ‘nudo’ con il pretesto dell'allegoria, bensì ha costruito un'allegoria con il pretesto della nudità». La verità non è, qui, presentata come certezza trionfante, ma come costrutto precario e fragile, soggetto a interpretazioni divergenti e a continue ridefinizioni.

Gustav Klimt e l’Italia
L'arrivo della «Nuda Veritas» in Italia ha qualcosa di simbolicamente appropriato: Gustav Klimt fu un viaggiatore assiduo verso la Penisola. Nel corso della sua vita compì nove viaggi da Vienna verso il nostro Paese: a Venezia nel 1889, 1890 e 1899; a Ravenna, Firenze, Pisa e sul Lago di Garda nel 1903; ancora a Venezia nel 1910; a Firenze e Roma nel 1911; e, nuovamente, sul Lago di Garda nel 1913.
Il momento più decisivo per lo sviluppo della sua arte fu senza dubbio la doppia visita a Ravenna del 1903; lo «splendore inaudito» dei mosaici diede inizio a quel periodo della pittura klimtiana chiamato «aureo». Dalle opere di San Vitale, l’artista estrasse la bidimensionalità stilistica, il linearismo, le campiture piatte: una grammatica visiva radicalmente nuova che, combinata con i neonati Wiener Werkstätte (laboratori viennesi di produzione artigianale), diede vita a capolavori come il «Ritratto di Adele Bloch-Bauer I» (1907) e «Il bacio» (1907–08).
La maggior parte dei viaggi in Italia furono privati e furono immersioni di studio profondamente formative, che permisero a Gustav Klimt di accostarsi non solo all'oro di Bisanzio, ma anche al rigore della pittura rinascimentale e alla tradizione coloristica veneziana, generatrice di luce diffusa e poetica, capace di fondere armoniosamente figure e paesaggio.
Solo due di queste visite nel nostro Paese si legarono a occasioni espositive di primo piano. Nel 1910 il pittore partecipò alla IX Biennale d’arte di Venezia, dove espose, in una personale, ventidue dipinti, tra cui la «Giuditta II – Salomè» (1909), un’opera quasi totemica carica di tensione drammatica e di decorativismo prezioso, oggi a Ca’ Pesaro. Mentre nel 1911 fu tra i protagonisti del Padiglione austriaco all'Esposizione internazionale d'arte di Roma, dove presentò otto dipinti e quattro disegni, tra cui «Le tre età della donna» (1905), opera nota per la sua potente simbologia sul ciclo della vita, attualmente nella collezione della Gnam - Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma.
Questo lavoro, insieme con la «Giuditta II – Salomè», è una delle poche tele dell'artista conservate permanentemente nelle collezioni museali italiane. A loro va aggiunto soltanto il «Ritratto di signora» (1916-1917) della Galleria Oddi Ricci di Piacenza, la cui storia avventurosa è stata anche al centro di un'avvincente rivisitazione romanzesca della scrittrice francese Camille de' Peretti, «La sconosciuta del ritratto», pubblicata in Italia nel 2024 dalle edizioni e/o. Nel 1996 la studentessa diciottenne Claudia Maga, durante una ricerca scolastica, scoprì tramite analisi radiografica una prima versione del dipinto nascosta sotto la superficie, in cui la donna indossava una sciarpa e un cappello. L'anno successivo, nel 1997, il quadro sparì, senza alcuna effrazione, durante l'allestimento di una mostra. Venne ritrovato, quasi 23 anni dopo, nel dicembre 2019, da due operai mentre pulivano il giardino dall'edera rampicante sul retro dell'edificio. La tela, privata della cornice, era nascosta in un anfratto del muro perimetrale, all’interno di un sacchetto nero. Il tutto, anche se due truffatori locali si sono presi la paternità del furto tramite una lettera scritta al giornale locale, rimane ancora oggi avvolto nel mistero.
Proprio la rarità di opere klimtiane conservate in Italia rende ancora più prestigioso l’evento friulano.

Villa Manin: gli affreschi di Louis Dorigny e il dialogo tra i secoli
Un approfondimento merita, infine, il contesto artistico e architettonico nel quale la «Nuda Veritas» viene presentata. Nei primi decenni del Settecento, la famiglia Manin - discendente di Ludovico IV Manin, ultimo Doge di Venezia - chiamò l’architetto Domenico Rossi per un importante intervento di restauro della villa e, in quell’occasione, il pittore parigino Louis Dorigny, allora attivo a Venezia, venne invitato a decorarne gli interni.
Il fulcro di questo apparato decorativo è la cosiddetta Sala di Flora, con il suo «Trionfo della Primavera» e le scene mitologiche che lo circondano: «Il giudizio di Paride», «Bacco e Arianna», «Apollo e Marsia con re Mida» e «Apollo e Dafne». Pur non essendo direttamente collegati, questi soggetti trattano temi che quasi tre secoli dopo avrebbero trovato, nell'opera di Gustav Klimt, una nuova e radicale articolazione: verità e inganno, nudità e desiderio, fama e caducità, trasformazione e dissoluzione dell'identità.
L'allestimento nel Salone centrale di Villa Manin crea così un cortocircuito temporale affascinante, che parla anche della nostra epoca, segnata da menzogne strategiche e da atteggiamenti dettati più dalla convenienza sociale e dal conformismo che dal coraggio intellettuale.
Sicura di sé, capace di fronteggiare lo sguardo di chi giudica senza abbassare gli occhi, rivendicando il diritto di essere vista, ascoltata e riconosciuta senza compromessi, la «Nuda Veritas» di Gustav Klimt, a oltre un secolo dalla sua realizzazione, non ha, dunque, perso nulla della propria carica provocatoria e mentre punta, senza dubbi, il suo specchio dal riflesso nebuloso e iridescente verso di noi, ci ricorda che la verità non si lascia afferrare facilmente, ma con il tempo – forse - si fa scoprire.

Didascalie delle immagini
1. Gustav Klimt, «Nuda Veritas» - particolare, c. 1899. 252 x 56,2 cm, Olio su tela. © KHM-Museumsverband, Theatermuseum; 2. Gustav Klimt, «Nuda Veritas», c. 1899. 252 x 56,2 cm, Olio su tela. © KHM-Museumsverband, Theatermuseum; da 3. a 10. «Un capolavoro a Villa Manin. Nuda Veritas. Klimt» a Villa Manin di Passariano di Codroipo (Udine). Installation View. Foto: Omar Breda; 11. Villa Manin. di Passariano di Codroipo (Udine). Salone Centrale. Foto di Simone di Luca; 12. Villa Manin. di Passariano di Codroipo (Udine). Salone di Flora con dipinti di Louis Dorigny. Foto di Simone di Luca; 12.Villa Manin. di Passariano di Codroipo (Udine). Foto di Simone di Luca

Informazioni utili
Un capolavoro a Villa Manin. Nuda Veritas. Klimt.Villa Manin - Passariano di Codroipo (UD). Orari di apertura: martedì - domenica dalle 10:00 alle 19:00 | apertura straordinaria lunedì 1° giugno. Biglietti: intero mostra di Klimt 8,00 euro, ridotto mostra di Klimt* 5,00 euro, ridotto gruppi mostra di Klimt** 4,00 euro | intero cumulativo (mostra di Klimt + Ruota libera) 10,00 euro, ridotto cumulativo (mostra di Klimt + Ruota libera”)* 7,00 euro, ridotto gruppi cumulativo (mostra di Klimt + Ruota libera)** 5,00 euro | Omaggio: bambini fino a 12 anni non compiuti; accompagnatori di gruppi (1 ogni gruppo); insegnanti in visita con alunni/studenti (2 ogni gruppo); un accompagnatore per disabile; tesserati Icom; giornalisti con regolare tessera in servizio | *Ridotto: Tesserati FAI; FVG Card; over 65 anni; ragazzi da 12 a 18 anni non compiuti; studenti fino a 26 anni non compiuti; diversamente abili; prima domenica di ogni mese | **Ridotto gruppi: min. 15 – max 25 persone, previa prenotazione. Prenotazioni: tel. +39 0432 821211, email: bookshop@villamanin.it. Informazioni: social, @villamaninofficial - @mondomostre; sito: https://www.villamanin.it. Catalogo: Moebius, Milano. Fino al 6 settembre 2026 

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