In occasione degli ottocento anni dalla morte del santo assisiate, l’ex chiesa di San Francesco ad Alessandria interrompe un silenzio lungo oltre due secoli e torna a raccontare la sua storia millenaria, imponendosi all'attenzione degli alessandrini e dei turisti per ciò che sempre è stata: una delle testimonianze più insigni dell'architettura gotica dell'Italia nord-occidentale.
In attesa della definitiva trasformazione in polo culturale, l’edificio si svela al pubblico con un ciclo di visite guidate (su prenotazione) in programma fino al 28 giugno, tutti i fine settimana, dalle ore 16:00.
Si tratta di un’occasione imperdibile per cogliere il senso più profondo dell’intervento conservativo fatto ad Alessandria: la capacità di trasformare un luogo dimenticato del passato in un laboratorio del futuro, che dialoga con le esigenze della città e delle nuove generazioni. Perché, come afferma il sindaco Giorgio Abonate, «la bellezza non è un lusso, ma una necessità civile: educa lo sguardo, allarga gli orizzonti, costruisce comunità».
Ma qual è la storia di questo antico custode di preghiere, le cui pietre portano i segni di miracoli narrati e di altri più semplici, sconosciuti ai più, compiuti in questi ultimi venticinque anni di silenzioso lavoro conservativo?
Dalle radici medievali all’oblio napoleonico: storia di una chiesa francescana
La genesi della chiesa di San Francesco ad Alessandria si inserisce in un contesto storico più ampio, quello dell'espansione degli ordini mendicanti nell'Italia del Duecento, un secolo nel quale francescani, domenicani, agostiniani e carmelitani si diffusero capillarmente nelle città della penisola, modificandone il volto urbanistico, economico, sociale e spirituale. La loro architettura rispondeva a un'esigenza precisa: la predicazione. Proprio per questo motivo gli edifici religiosi costruiti principalmente dai seguaci di san Francesco d’Assisi e san Domenico di Guzmán, ordini che avevano fatto voto di povertà, prediligevano una forte attenzione all’austerità pauperistica nella scelta dei materiali costruttivi, ampie e luminose navate per raccogliere grandi assemblee ed estese superfici murarie adatte all'affrescatura, strumento privilegiato per la catechesi visiva dei fedeli, allora in gran parte analfabeti.
In questo frangente storico, nella città di Alessandria, fondata poco meno di un secolo prima (nel 1168), si insediarono, in posizioni strategiche rispetto ai centri del potere comunale e religioso, tre ordini monastici: oltre ai francescani e ai domenicani, anche gli umiliati, un movimento diffuso principalmente nel nord Italia, noto per la lavorazione della lana, che venne riconosciuto nel 1201 da papa Innocenzo III e soppresso nel 1571 da papa Pio V.
In quella che, per questa alta concentrazione di ordini monastici, venne definita la «città dei frati», la presenza francescana è documentata a partire dagli anni Trenta del Duecento e si lega all’esistenza di un monastero femminile di seguaci di santa Chiara; mentre il primo insediamento maschile risale agli anni Sessanta dello stesso secolo, quando i frati minori ottennero il permesso di predicare e confessare, assumendo un ruolo centrale nella vita religiosa e civile. Va, però, detto che, secondo una tradizione locale, ripresa dagli annalisti seicenteschi Schiavina e Ghilini, ma considerata improbabile dagli storici moderni, lo stesso santo assisiate visitò la città nel secondo decennio del Duecento, operando miracoli come l'ammansimento di una lupa (accadimento ricordato da un bassorilievo in piazza Duomo) e la trasformazione, nel 1215, di «un pezzo di cappone in pesci». Ques’ultimo episodio è raccontato dal nobile abruzzese Tommaso da Celano, primo biografo del santo, a testimonianza – secondo la storiografia a noi coeva – non di una presenza attestata di San Francesco nella città piemontese, ma di una devozione francescana antica e profondamente radicata.
La costruzione della chiesa è, invece, documentata a partire dal 1268, anno in cui Clemente IV emise una bolla papale invitando i fedeli a sostenere con elemosine l'impresa dei frati minori conventuali. Poco dopo, venivano concessi cento giorni di indulgenza a chi avesse contribuito alla fabbrica.
A fine Duecento, un nuovo slancio costruttivo fu promosso dal nobile alessandrino Guglielmo Inviziati, e i lavori furono portati a compimento nei primi decenni del Trecento grazie a una donazione di re Roberto d'Angiò, devoto al santo di Assisi e discendente di una casata che controllò per brevi periodi la città.
La chiesa fu consacrata nel 1314 e fu quasi subito arricchita da cappelle e decorazioni, come testimoniano gli affreschi datati al 1328 legati alla famiglia Boidi, diventando in breve tempo uno dei centri francescani più importanti del nord Italia.
Il suo destino mutò drasticamente nei primi anni dell’Ottocento. Con le soppressioni napoleoniche degli ordini monastici, il complesso divenne proprietà demaniale e fu trasformato in caserma di cavalleria; poi, nel 1833, per ordine di Carlo Alberto di Savoia, divenne un ospedale militare.
Le modifiche ottocentesche - tra cui la suddivisione interna in livelli e la realizzazione di un cavedio - alterarono radicalmente la percezione dello spazio architettonico, celando anche le decorazioni interne. Non mancarono i rischi di demolizione: per ben due volte, nel 1893-94 e nel 1952, si discusse di abbattere parti della chiesa e del convento per aprire un'arteria di collegamento tra le piazze Garibaldi e della Libertà. Fortunatamente, la Soprintendenza ai Monumenti del Piemonte aveva già notificato, nel 1919, l'interesse archeologico dell'edificio, ponendo le basi per la sua tutela.
Ma per voltare definitivamente pagina bisognava attendere la fine del secolo scorso, quando il Comune di Alessandria decise di acquistare l’ex chiesa di San Francesco dal Genio militare: era l’inizio di una lunga strada verso il recupero dell'edificio.
Il restauro: un’architettura gotica e la sua nuova vita
A partire dalla fine degli anni Novanta, le campagne di scavo archeologico e i primi interventi di consolidamento restituirono alla visibilità le decorazioni affrescate delle volte e della cappella alla base del campanile. Ma il cantiere decisivo è stato avviato nel 2022, nell'ambito della Programmazione territoriale Por-Fesr 2014-2020, con il programma «Alessandria torna al centro».
La gara internazionale per il progetto e la direzione lavori è stata vinta dal Gruppo Studio Montagni, con l'esecuzione delle imprese Damiani e Aurea sas, sotto la sorveglianza della Soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le Province di Alessandria, Asti e Cuneo.
Le risorse finanziarie, pari a oltre 8,8 milioni di euro, provengono per la quota maggiore dal bilancio comunale (4,520 milioni), dal Por-Fesr/Poc tramite la Regione Piemonte (3,909 milioni) e dal Ministero della Cultura (400mila euro).
Gli interventi hanno restituito leggibilità all’impianto originario, eliminando le superfetazioni e riportando alla luce elementi architettonici e decorativi di grande valore. Grazie all'abbattimento del cavedio e dei muri divisori, la chiesa ha ritrovato la sua spazialità originaria, che si sviluppa su una superficie di 1250 metri quadrati, articolati in un’abside a pianta quadrata e in tre navate (un tempo dovevano esser quattro, con una quindicina di cappelle laterali, secondo quanto riporta un documento dell’Archivio di Stato di Milano, presumibilmente di fine Quattrocento).
Durante i lavori di restauro le pareti esterne sono state riportate al mattone a vista per distinguerle dal volume del cortile ottocentesco, intonacato. Si è, invece, provveduto a conservare il solaio del XIX secolo, posto a metà altezza, in vista della futura destinazione museale dell'edificio: da qui il visitatore potrà apprezzare da vicino la ricchezza decorativa delle volte e dei costoloni, con i bellissimi lacerti figurativi di grande rilevanza iconografica, con l’«Agnus Dei», l’«Aquila», il «Santo di Assisi benedicente» e il «Giglio di Francia», probabile richiamo alla committenza angioina.
Parallelamente, la Soprintendenza ha condotto un «cantiere dentro il cantiere», finanziato con fondi ministeriali, per l'integrazione degli scavi archeologici e il recupero di superfici decorate non ancora note. Sono emerse decorazioni a bande bianche e nere e fasce a spirale rosse su fondo grigio, lungo i costoloni della volta demolita nell’Ottocento per costruire il cavedio. È stato scoperto anche un prezioso riquadro figurativo raffigurante una «Madonna in trono con Bambino, un santo vescovo e una santa», ben riconoscibile nonostante le picchiettature. Mentre al primo piano, l'intradosso di un arco decorato a stucchi dà testimonianza di una fase decorativa meno nota, risalente alla fine Cinquecento.
I saggi stratigrafici e le termografie hanno, poi, permesso di individuare nell'area absidale un arco ad ogiva strombato, corrispondente alla nicchia per i servizi liturgici, comparabile a quello della chiesa di San Francesco a Cassine.
Le indagini archeologiche hanno, inoltre, riportato alla luce due sepolture a inumazione della fase più antica della chiesa e hanno consentito di verificare la sequenza di due differenti fasi costruttive del complesso, leggibili nelle pavimentazioni in cotto. Le parti più significative degli scavi saranno mantenute a vista nel futuro percorso museale, per rendere percepibili la stratificazione architettonica e la quota pavimentale originaria del Due-Trecento.
Il recupero delle volte, dei pilastri polistili e delle superfici affrescate ha, dunque, permesso di restituire l’immagine di una chiesa gotica di straordinaria suggestione, caratterizzata da una sobria monumentalità coerente con l’estetica francescana.
Il progetto di rifunzionalizzazione ha previsto anche l'inserimento di nuovi ambienti come il cosiddetto «giardino d'inverno», un volume completamente vetrato di circa 180 metri quadrati, realizzato ex novo sopra quello che fu l'ingresso dell'ex ospedale militare, riprendendo l'articolarsi delle arcate del cortile storico con un intervento contemporaneo che dialoga rispettosamente con la preesistenza.
Il progetto si distingue, inoltre, per il suo carattere multidisciplinare e partecipativo. Come ha evidenziato la soprintendente Lisa Accurti, l’intervento ha coinvolto una pluralità di competenze – architetti, archeologi, storici dell’arte, restauratori – e ha fatto leva su una sinergia tra enti pubblici, istituzioni culturali e finanziatori. Tale approccio riflette una concezione contemporanea della tutela, intesa non solo come conservazione, ma anche come valorizzazione e restituzione attiva del patrimonio alla comunità attraverso l’interazione tra più soggetti, in un mix tra pubblico e privato.
Un laboratorio per il futuro, un museo per la Città
La rifunzionalizzazione dell’ex chiesa come polo museale e culturale rappresenta il naturale approdo di questo percorso. Inserito in un più ampio progetto urbanistico, che prevede negli spazi conventuali la realizzazione di residenze universitarie e dell’auditorium del Conservatorio, il complesso è destinato a ospitare il Museo della città: al piano terra sarà allestita la sezione archeologica, dedicata al territorio alessandrino dalla Preistoria al Medioevo; al primo piano troveranno posto le collezioni della Pinacoteca civica. Alla realizzazione di questo progetto concorreranno il Comune di Alessandria, la Soprintendenza e la Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, che ha già deliberato il proprio contributo.
Ma qual è la storia di questo antico custode di preghiere, le cui pietre portano i segni di miracoli narrati e di altri più semplici, sconosciuti ai più, compiuti in questi ultimi venticinque anni di silenzioso lavoro conservativo?
Dalle radici medievali all’oblio napoleonico: storia di una chiesa francescana
La genesi della chiesa di San Francesco ad Alessandria si inserisce in un contesto storico più ampio, quello dell'espansione degli ordini mendicanti nell'Italia del Duecento, un secolo nel quale francescani, domenicani, agostiniani e carmelitani si diffusero capillarmente nelle città della penisola, modificandone il volto urbanistico, economico, sociale e spirituale. La loro architettura rispondeva a un'esigenza precisa: la predicazione. Proprio per questo motivo gli edifici religiosi costruiti principalmente dai seguaci di san Francesco d’Assisi e san Domenico di Guzmán, ordini che avevano fatto voto di povertà, prediligevano una forte attenzione all’austerità pauperistica nella scelta dei materiali costruttivi, ampie e luminose navate per raccogliere grandi assemblee ed estese superfici murarie adatte all'affrescatura, strumento privilegiato per la catechesi visiva dei fedeli, allora in gran parte analfabeti.
In questo frangente storico, nella città di Alessandria, fondata poco meno di un secolo prima (nel 1168), si insediarono, in posizioni strategiche rispetto ai centri del potere comunale e religioso, tre ordini monastici: oltre ai francescani e ai domenicani, anche gli umiliati, un movimento diffuso principalmente nel nord Italia, noto per la lavorazione della lana, che venne riconosciuto nel 1201 da papa Innocenzo III e soppresso nel 1571 da papa Pio V.
In quella che, per questa alta concentrazione di ordini monastici, venne definita la «città dei frati», la presenza francescana è documentata a partire dagli anni Trenta del Duecento e si lega all’esistenza di un monastero femminile di seguaci di santa Chiara; mentre il primo insediamento maschile risale agli anni Sessanta dello stesso secolo, quando i frati minori ottennero il permesso di predicare e confessare, assumendo un ruolo centrale nella vita religiosa e civile. Va, però, detto che, secondo una tradizione locale, ripresa dagli annalisti seicenteschi Schiavina e Ghilini, ma considerata improbabile dagli storici moderni, lo stesso santo assisiate visitò la città nel secondo decennio del Duecento, operando miracoli come l'ammansimento di una lupa (accadimento ricordato da un bassorilievo in piazza Duomo) e la trasformazione, nel 1215, di «un pezzo di cappone in pesci». Ques’ultimo episodio è raccontato dal nobile abruzzese Tommaso da Celano, primo biografo del santo, a testimonianza – secondo la storiografia a noi coeva – non di una presenza attestata di San Francesco nella città piemontese, ma di una devozione francescana antica e profondamente radicata.
La costruzione della chiesa è, invece, documentata a partire dal 1268, anno in cui Clemente IV emise una bolla papale invitando i fedeli a sostenere con elemosine l'impresa dei frati minori conventuali. Poco dopo, venivano concessi cento giorni di indulgenza a chi avesse contribuito alla fabbrica.
A fine Duecento, un nuovo slancio costruttivo fu promosso dal nobile alessandrino Guglielmo Inviziati, e i lavori furono portati a compimento nei primi decenni del Trecento grazie a una donazione di re Roberto d'Angiò, devoto al santo di Assisi e discendente di una casata che controllò per brevi periodi la città.
La chiesa fu consacrata nel 1314 e fu quasi subito arricchita da cappelle e decorazioni, come testimoniano gli affreschi datati al 1328 legati alla famiglia Boidi, diventando in breve tempo uno dei centri francescani più importanti del nord Italia.
Il suo destino mutò drasticamente nei primi anni dell’Ottocento. Con le soppressioni napoleoniche degli ordini monastici, il complesso divenne proprietà demaniale e fu trasformato in caserma di cavalleria; poi, nel 1833, per ordine di Carlo Alberto di Savoia, divenne un ospedale militare.
Le modifiche ottocentesche - tra cui la suddivisione interna in livelli e la realizzazione di un cavedio - alterarono radicalmente la percezione dello spazio architettonico, celando anche le decorazioni interne. Non mancarono i rischi di demolizione: per ben due volte, nel 1893-94 e nel 1952, si discusse di abbattere parti della chiesa e del convento per aprire un'arteria di collegamento tra le piazze Garibaldi e della Libertà. Fortunatamente, la Soprintendenza ai Monumenti del Piemonte aveva già notificato, nel 1919, l'interesse archeologico dell'edificio, ponendo le basi per la sua tutela.
Ma per voltare definitivamente pagina bisognava attendere la fine del secolo scorso, quando il Comune di Alessandria decise di acquistare l’ex chiesa di San Francesco dal Genio militare: era l’inizio di una lunga strada verso il recupero dell'edificio.
Il restauro: un’architettura gotica e la sua nuova vita
A partire dalla fine degli anni Novanta, le campagne di scavo archeologico e i primi interventi di consolidamento restituirono alla visibilità le decorazioni affrescate delle volte e della cappella alla base del campanile. Ma il cantiere decisivo è stato avviato nel 2022, nell'ambito della Programmazione territoriale Por-Fesr 2014-2020, con il programma «Alessandria torna al centro».
La gara internazionale per il progetto e la direzione lavori è stata vinta dal Gruppo Studio Montagni, con l'esecuzione delle imprese Damiani e Aurea sas, sotto la sorveglianza della Soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio per le Province di Alessandria, Asti e Cuneo.
Le risorse finanziarie, pari a oltre 8,8 milioni di euro, provengono per la quota maggiore dal bilancio comunale (4,520 milioni), dal Por-Fesr/Poc tramite la Regione Piemonte (3,909 milioni) e dal Ministero della Cultura (400mila euro).
Gli interventi hanno restituito leggibilità all’impianto originario, eliminando le superfetazioni e riportando alla luce elementi architettonici e decorativi di grande valore. Grazie all'abbattimento del cavedio e dei muri divisori, la chiesa ha ritrovato la sua spazialità originaria, che si sviluppa su una superficie di 1250 metri quadrati, articolati in un’abside a pianta quadrata e in tre navate (un tempo dovevano esser quattro, con una quindicina di cappelle laterali, secondo quanto riporta un documento dell’Archivio di Stato di Milano, presumibilmente di fine Quattrocento).
Durante i lavori di restauro le pareti esterne sono state riportate al mattone a vista per distinguerle dal volume del cortile ottocentesco, intonacato. Si è, invece, provveduto a conservare il solaio del XIX secolo, posto a metà altezza, in vista della futura destinazione museale dell'edificio: da qui il visitatore potrà apprezzare da vicino la ricchezza decorativa delle volte e dei costoloni, con i bellissimi lacerti figurativi di grande rilevanza iconografica, con l’«Agnus Dei», l’«Aquila», il «Santo di Assisi benedicente» e il «Giglio di Francia», probabile richiamo alla committenza angioina.
Parallelamente, la Soprintendenza ha condotto un «cantiere dentro il cantiere», finanziato con fondi ministeriali, per l'integrazione degli scavi archeologici e il recupero di superfici decorate non ancora note. Sono emerse decorazioni a bande bianche e nere e fasce a spirale rosse su fondo grigio, lungo i costoloni della volta demolita nell’Ottocento per costruire il cavedio. È stato scoperto anche un prezioso riquadro figurativo raffigurante una «Madonna in trono con Bambino, un santo vescovo e una santa», ben riconoscibile nonostante le picchiettature. Mentre al primo piano, l'intradosso di un arco decorato a stucchi dà testimonianza di una fase decorativa meno nota, risalente alla fine Cinquecento.
I saggi stratigrafici e le termografie hanno, poi, permesso di individuare nell'area absidale un arco ad ogiva strombato, corrispondente alla nicchia per i servizi liturgici, comparabile a quello della chiesa di San Francesco a Cassine.
Le indagini archeologiche hanno, inoltre, riportato alla luce due sepolture a inumazione della fase più antica della chiesa e hanno consentito di verificare la sequenza di due differenti fasi costruttive del complesso, leggibili nelle pavimentazioni in cotto. Le parti più significative degli scavi saranno mantenute a vista nel futuro percorso museale, per rendere percepibili la stratificazione architettonica e la quota pavimentale originaria del Due-Trecento.
Il recupero delle volte, dei pilastri polistili e delle superfici affrescate ha, dunque, permesso di restituire l’immagine di una chiesa gotica di straordinaria suggestione, caratterizzata da una sobria monumentalità coerente con l’estetica francescana.
Il progetto di rifunzionalizzazione ha previsto anche l'inserimento di nuovi ambienti come il cosiddetto «giardino d'inverno», un volume completamente vetrato di circa 180 metri quadrati, realizzato ex novo sopra quello che fu l'ingresso dell'ex ospedale militare, riprendendo l'articolarsi delle arcate del cortile storico con un intervento contemporaneo che dialoga rispettosamente con la preesistenza.
Il progetto si distingue, inoltre, per il suo carattere multidisciplinare e partecipativo. Come ha evidenziato la soprintendente Lisa Accurti, l’intervento ha coinvolto una pluralità di competenze – architetti, archeologi, storici dell’arte, restauratori – e ha fatto leva su una sinergia tra enti pubblici, istituzioni culturali e finanziatori. Tale approccio riflette una concezione contemporanea della tutela, intesa non solo come conservazione, ma anche come valorizzazione e restituzione attiva del patrimonio alla comunità attraverso l’interazione tra più soggetti, in un mix tra pubblico e privato.
Un laboratorio per il futuro, un museo per la Città
La rifunzionalizzazione dell’ex chiesa come polo museale e culturale rappresenta il naturale approdo di questo percorso. Inserito in un più ampio progetto urbanistico, che prevede negli spazi conventuali la realizzazione di residenze universitarie e dell’auditorium del Conservatorio, il complesso è destinato a ospitare il Museo della città: al piano terra sarà allestita la sezione archeologica, dedicata al territorio alessandrino dalla Preistoria al Medioevo; al primo piano troveranno posto le collezioni della Pinacoteca civica. Alla realizzazione di questo progetto concorreranno il Comune di Alessandria, la Soprintendenza e la Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, che ha già deliberato il proprio contributo.
In questi giorni, varcando nuovamente la soglia dell’ex chiesa di San Francesco, il visitatore non si limita, dunque, a osservare un edificio restituito alla città, ma entra in relazione con una presenza viva, stratificata, capace di attraversare i secoli. Le pietre, le volte, le tracce affiorate dal restauro non parlano soltanto di un passato recuperato, ma di una continuità di senso che si rinnova nello sguardo contemporaneo.
Come scriveva John Ruskin, in una frase scelta dalla città di Alessandria per accompagnare questo restauro e presente in cartella stampa, «la gloria più grande di un edificio non risiede né nelle pietre né nell’oro di cui è fatto. La sua gloria risiede nella sua età, e in quel senso di larga risonanza, di severa vigilanza, di misteriosa partecipazione, perfino di approvazione o di condanna, che noi sentiamo presenti nei muri che a lungo sono stati lambiti dagli effimeri flutti della storia degli uomini». È proprio in questa risonanza profonda che, oggi, l'ex chiesa di San Francesco ad Alessandra ritrova la propria voce: quella di uno spazio non più dimenticato, ma capace di custodire la memoria del passato e, al tempo stesso, di proiettarla nel domani.
Per saperne di più
ASM costruire insieme - Azienda speciale multiservizi del Comune di Alessandria
Didascalie delle immagini
Ex chiesa di San Francesco ad Alessandria. Foto di Gialuca Talento
Informazioni utili
Ex chiesa di San Francesco, via XXIV maggio, 5 - ad Alessandria. Visite guidate: tutti i fine settimana, dalle ore 16:00, fino al 28 giugno 2026. Per prenotare: scrivere alla mail serviziculturali.0220@asmcostruireinsieme.it oppure contattare il numero telefonico +39.0131.234266 (attivo tutte le mattine dal lunedì al venerdì dalle ore 9 alle ore 14 e nei pomeriggi di martedì e giovedì dalle ore 14 alle ore 17) o ancora chiamare il numero di cellulare +39.348.9899919 (attivo nei giorni di visita guidata dalle ore 15 alle ore 18)

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