ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

giovedì 30 luglio 2020

Raffaello500, due musei virtuali per conoscere il «Divin pittore»

È difficile immaginare lo stupore, la commozione e la tristezza dei romani la sera di venerdì 6 aprile 1520, nei giorni del triduo pasquale, quando nella Città eterna si diffuse la notizia della prematura morte di Raffaello Sanzio.
Le cronache del tempo raccontano addirittura che mentre il pittore spirava nella sua casa capitolina, dopo quindici giorni di «febbre continua e acuta», un terremoto scosse i palazzi vaticani e il cielo si riempì di nuvole scure, come se fosse scomparsa una divinità.
Il racconto, che ha del leggendario, è un leit motiv nella narrazione di tanti intellettuali coevi all’artista, da Marcantonio Michiel a Giovan Paolo Lomazzo, che consideravano Raffaello tanto «divino» da paragonarlo a una reincarnazione di Cristo: come il Signore, il pittore era morto di Venerdì santo e come lui era di una bellezza gentile, con la barba e i capelli lunghi e lisci, scriminati al centro.
A contribuire alla costruzione del mito fu anche l’epitaffio funebre, che orna la tomba al Pantheon, posta sotto l’edicola della Madonna del sasso di Lorenzetto, il cui testo fu per lungo tempo attribuito a Pietro Bembo e ora sembra essere opera di Tebaldeo: «Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci rerum magna parens et moriente mori», ovvero «Qui giace quel Raffaello, da cui, vivo, Madre Natura temette di essere vinta e quando morì, [temette] di morire [con lui]».
Al coro delle lodi si unì, infine, Giorgio Vasari che, nel suo libro «Le vite de' più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri» (1568), offrì un ritratto indimenticabile dell’artista: «Raffaello […] fu dalla natura dotato di tutta quella modestia e bontà che suole alcuna volta vedersi in coloro che più degl’altri hanno a una certa umanità di natura gentile aggiunto un ornamento bellissimo d’una graziata affabilità, che sempre suol mostrarsi dolce e piacevole con ogni sorte di persone et in qualunche maniera di cose».
Non è difficile capire il motivo di tanta stima. Alla morte prematura, a soli trentasette anni, l’artista era al culmine della sua fama e della sua fortuna. Era conteso da papi e da principi. Vantava l’amicizia di poeti e letterati. Era amato da donne bellissime e lui ne amava una più di tutte, Margherita Luti, la Fornarina, che ritrasse in un dipinto, esempio magistrale della fusione tra dolcezza e sensualità. Stava per realizzare una delle massime aspirazioni intellettuali del suo tempo, quel Rinascimento che guardava all’antichità come un’epoca di perfezione. Con papa Leone X, come documenta una lettera del 1519 conservata all’Archivio di Stato di Mantova (e attualmente in mostra alla Scuderie del Quirinale), Raffaello stava, infatti, lavorando a un grande progetto di ricostruzione grafica della Roma antica, purtroppo rimasto incompiuto.
Ma l’artista era anche il pittore «divino», il «principe delle arti», che dipingeva ritratti delicati e pieni di grazia, dalla composizione armonica ed equilibrata, dove il ritmo e la misura traevano ispirazione dalla classicità. Con la sua arte aveva messo in scena un mondo che sembrava non esistere se non in una dimensione platonica, metafisica. Le sue donne, ma anche e soprattutto le sue Madonne, erano, infatti, -per usare un’espressione del pittore tedesco Anton Raphael Mengs nel Settecento- «bellezze della ragione e non degli occhi», tanto erano perfette, così idealizzate da non apparire umane o da sembrare impossibile che avessero un modello reale di riferimento. Si pensi allo «Sposalizio della Vergine» (1504), alla «Madonna del cardellino» (1505-1506), alla «Belle Jardinière» (1507), alla «Madonna del diadema blu» (1511), alla «Sacra famiglia sotto la quercia» (1518) o alla «Madonna della seggiola» (1513-1514), solo per fare qualche esempio.
Gli uomini ritratti -papi, cardinali, nobili del tempo-, invece, erano più simili a loro stessi sulla tela che non nella realtà e questo era frutto di una raffinata capacità introspettiva dell’artista, in grado di cogliere i sentimenti, l’anima di chi aveva di fronte. Ne è prova, tra i tanti, il ritratto di papa Giulio II, databile al 1511, del quale colpisce la melanconica pensosità.
Cinquecento anni dopo il mito di Raffaello rivive alle Scuderie del Quirinale, dove fino al 30 agosto sono state riunite centoventi delle sue opere, tra cui quadri simbolo come la «Fornarina» (1520 circa), la «Velata» (1516 circa), la «Madonna del Granduca» (1504 circa), il «Ritratto di Leone X» (1518), il «Ritratto di Baldassare Castiglione» (1514-1515), l’«Estasi di Santa Cecilia» (1514 circa) della Pinacoteca di Bologna e la «Madonna della Rosa» (1518 circa) del Prado.
Ma, in questi mesi di distanziamento sociale e di contingentamento degli ingressi nei musei, l’artista viene celebrato anche on-line non solo dal museo romano con il progetto «Raffaello - Oltre la mostra», ma anche da Musement, piattaforma digitale per la prenotazione di attività turistiche e di biglietti per attrazioni ed eventi, che ha voluto festeggiare l’anniversario raffaellesco con la creazione di un museo virtuale.
Comodamente seduti davanti al proprio laptop, tablet o smartphone si potrà viaggiare tra undici Paesi e trenta città alla scoperta di un centinaio di opere di Raffaello, tra capolavori e gemme poco conosciute al grande pubblico, compresi gli affreschi, dalla «Madonna di casa Santi» alla «Scuola di Atene», nella Stanza della Segnatura in Vaticano.
Per partire non serve allacciare la cintura di sicurezza o acquistare un biglietto aereo, basta, infatti, un semplice clic per ritrovarsi ai Musei vaticani di Roma, al Louvre di Parigi, alla Galleria degli Uffizi di Firenze, al Prado di Madrid o al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo.
Il museo virtuale permette di ingrandire le opere, ma anche di scoprirne le dimensioni o il periodo di realizzazione, così da confrontarle con lavori coevi.
Anche sulla piattaforma BricksLab, che ospita contenuti editoriali per la didattica, è presente un progetto virtuale dedicato al «Divin pittore»: Raffaello VR, che focalizza l’attenzione su ventidue opere dell’artista e ne racconta la vita offrendo informazioni, guide e approfondimenti utili.
I contenuti creati da Skylab Studios e che si possono trovare all’interno del museo virtuale sono di vario tipo, pensati sia per gli adulti ma anche per i più piccoli: attraverso la tecnica del morphing, i protagonisti dei quadri diventano cartoni animati che raccontano la loro storia. Non solo interattività, quindi, ma anche inclusività: all’interno di Raffaello VR è prevista, infatti, anche una sezione dedicata ai non udenti con delle videoguide LIS. Ciascun contenuto del museo, grazie all’integrazione con BricksLab, può essere utilizzato per costruire la propria didattica e realizzare lezioni e percorsi.
Un’occasione, dunque, interessante quella offerta da Musement e da BricksLab per approfondire la propria conoscenza del pittore urbinate, della cui arte Giorgio Vasari scriveva: «pare che spiri veramente un fiato di divinità nella bellezza delle figure e nella nobiltà di quella pittura, la quale fa maravigliare chi intensissimamente la considera come possa un ingegno umano, con l’imperfezione di semplici colori, ridurre con l’eccellenzia del disegno le cose di pittura a parere vive».

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Raffaello Sanzio, La scuola di Atene, 1509-1511 circa. Affresco, cm 500 x 770. Città del Vaticano, Musei vaticani; [fig. 2] Raffaello Sanzio, Madonna di Casa Santi, 1498. Affresco, 97x 67 cm. Urbino, casa natale di Raffaello; [fig. 3] Raffaello, Ritratto di Alessandro Farnese, 1511. Olio su tela, 132 x 86 cm. Napoli, Museo nazionale di Capodimonte; [fig. 4] Raffaello, Angelo (frammento della Pala Baronci), 1500-1501. Olio su tavola trasportata su tela, 55 x 77 cm. Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo; [fig. 5] Raffaello, Profeta Isaia, 1511-1512. Affresco, 250 x 155 cm. Roma, Sant'Agostino

Informazioni utili
www.musement.com/it/museo-virtuale-raffaello
www.scuderiequirinale.it/pagine/raffaello-oltre-la-mostra

mercoledì 29 luglio 2020

Georges de la Tour, il «Caravaggio francese» che dipingeva la luce e la realtà

La luce esile e tremolante di una candela illumina lo sguardo e i lineamenti di una donna persa nei suoi pensieri. È seduta a uno scrittoio, forse un mobile da toeletta, visto che sul fondo si intravede una spazzola appoggiata all’interno di un contenitore. I capelli lunghi, lisci e scuri sono sciolti disordinatamente sulle spalle e i vestiti appaiono sgualciti, quasi a suggerire l’intimità della scena. Sembra che la giovane stia tracciando un bilancio di ciò che è stato. Stia riflettendo su un passato di cui si pente. La sua mano sinistra è poggiata su un teschio posto sopra un grande libro, forse la Bibbia. I suoi occhi guardano verso uno specchio, che riflette l’immagine del cranio, simbolo del tempo che passa inesorabilmente. Quel lume che lentamente si consuma, lasciando la stanza in penombra, sottolinea anch’esso la fragilità e la natura effimera della nostra vita terrena.
È questa immagine, di potente e suggestiva intensità emotiva, ad aprire il percorso espositivo della mostra «Georges de La Tour: l’Europa della luce», allestita fino al prossimo 27 settembre a Milano, negli spazi di Palazzo Reale, per la curatela di Francesca Cappelletti e Thomas Clement Salomon, e con un comitato scientifico composto da Pierre Rosenberg (già direttore del Louvre), Gail Feigenbaum (direttrice del Getty Research Institute) e Annick Lemoine (direttrice del Musée Cognacq‐Jay). L’opera in questione è la «Maddalena penitente» (1635-1640) della National Gallery of Art di Washington, il cui soggetto raffigurato è una costante non solo nella pittura della prima metà dei Seicento, ma anche nella produzione di Georges de la Tour (Vic-sur-Seille, 1593 ‒ Lunéville, 1652), tanto è vero che della Maddalena esistono almeno altre tre versioni sue, conservate rispettivamente al Louvre di Parigi, al Metropolitan Museum of Art di New York e al Los Angeles County Museum of Art.
Il dubbio è d’obbligo. L’artista originario della Lorena, che per il suo studio sulla luce è stato ribattezzato dalla critica con il titolo di «Caravaggio francese», è, infatti, stato riscoperto solo nel secolo scorso, nel 1915, dallo storico dell’arte tedesco Hermann Voss, che grazie ad alcuni documenti scoperti nell’Ottocento attribuì a un certo Georges Dumesnil de La Tour il dipinto «Il neonato» del Musée des Beaux-Arts di Rennes.
Stimato dai suoi contemporanei, tanto da essere chiamato tra il 1639 e il 1641 alla corte parigina come pittore di Luigi XIII, il re francese che conservava nella sua stanza privata, spogliata di ogni altro quadro, un «San Sebastiano curato da Irene» dell’artista, Georges de la Tour viene presto dimenticato. Le sue tracce, in quella terra di frontiera caratterizzata da guerre e carestie, si perdono già nel XVIII secolo. Alcuni suoi dipinti finiscono nel catalogo di altri pittori, da Velázquez ai fratelli Le Nain, ad anonimi olandesi o fiamminghi.
Le notizie che abbiamo oggi sono ancora poche, lacunose. Sulla sua biografia esistono scarsi documenti. Si sa solo che ebbe undici figli e un gran numero di cani, che comprò e vendette varie proprietà e che aveva un carattere piuttosto burrascoso, arrogante e avido. Mediocri sono anche le notizie sui suoi committenti e sui pagamenti dei suoi lavori. Nulla si sa sulla sua formazione. Qualcuno parla di un tour di iniziazione in Olanda; qualche altro di un viaggio di istruzione in Italia, dove sarebbe venuto in contatto con la lezione caravaggesca. Ma sono solo ipotesi. All’inizio del Novecento, poi, si conoscono solo tre sue opere datate: «Il denaro versato» di Leopoli (1625-1627?) e «La negazione di Pietro» di Nates (1650), entrambi in mostra a Milano, e il «San Pietro e il gallo» di Cleveland (1645). Tutto rimane sfuggente e misterioso. Ma oggi -dopo decenni di ricerche per scovare quadri, disegni preparatori e documenti in tutto il mondo- il catalogo di Georges de la Tour conta quaranta opere e ha ben ragione lo storico Jacques Thuillier a dire che la vicenda dell’artista «rappresenta il trionfo della storia dell’arte, perché non esisterebbe senza la storia dell’arte».
Di questi lavori quindici (più uno attribuito) sono in mostra a Milano, nella prima esposizione che l’Italia dedica al pittore: un evento destinato a rimanere nei libri di storia visto che nel nostro Paese, come lamentava Roberto Longhi nel 1935, «non abbiamo nulla di suo», e che i musei difficilmente fanno uscire dalle proprie sale questi capolavori.
Per agevolare una nuova riflessione sulla pittura dal naturale e sulle sperimentazioni luministiche, i capolavori del maestro sono affiancati da una ventina di splendide opere di artisti coevi come Paulus Bor, Jan Lievens, Throphime Bigot, Frans Hals, Jan van Bijlert, Gerrit Van Honthorst, (conosciuto in Italia come Gherardo delle Notti), Adam de Coster e Carlo Saraceni.
«La pittura di Georges de la Tour -raccontano gli organizzatori- è caratterizzata da un profondo contrasto tra i temi «diurni», crudamente realistici, che mostrano un’esistenza senza filtri, con volti segnati dalla povertà e dall’inesorabile trascorrere del tempo, e i temi «notturni» con splendide figure illuminate dalla luce di una candela: modelli assorti, silenziosi, commoventi». È il caso della magnifica «Educazione della Vergine» (New York, Frick Collection, 1650 circa), dove una Maria bambina dal viso di porcellana si avvicina alla madre, con il suo lume in mano, per leggere le preghiere della sera, ma anche del raffinato «Giovane che soffia un tizzone» (Digione, Musée des Beaux‐Arts, 1640 circa), in cui emerge dall’oscurità una figura che gonfia le gote per soffiare, parzialmente illuminata da un bagliore rossastro. Una luce fioca illumina anche il quadro «Giobbe deriso dalla moglie» (Epinal, Musée départemental d’Art ancien e contemporain, 1650 circa), dove una donna maestosa ed elegante si rivolge con un gesto interrogativo al marito, nudo e con gli occhi lucidi di pianto, chiedendogli perché abbia ancora fede in Dio, con tutti i mali che sta patendo. Di argomento religioso è anche «La negazione di Pietro» (Nantes, Musée des Beaux‐Arts,1650), in cui Georges de la Tour fonde il racconto del tradimento dell'apostolo con la scena profana di una partita a dadi tra le guardie.
Da osservare con attenzione lungo il percorso espositivo sono anche «La rissa tra musici mendicanti» (J. Paul Getty Museum, 1625‐1630 circa), con il suo crudo e drammatico realismo, e «Suonatore di Ghironda col cane» (Musée du Mont‐de‐Piété di Bergues, 1622‐ 1625), il dipinto più grande a noi pervenuto di Georges de la Tour, con la sua violenta carica innovativa nella resa dei soggetti popolari, irrintracciabile nella pittura francese del tempo.
A chiudere il percorso espositivo è un altro quadro che ci parla, come la Maddalena dell’incipit, di luce e di solitudine: il «San Giovanni Battista nel deserto» di Vic‐sur-Seille, il paese natale di de la Tour, con il volto chino a guardare l’agnello che sta ai suoi piedi, con la testa colma di dubbi e di domande alle quali non sa dare risposta. È un quadro denso di silenzio in cui la luce assume connotazioni sacre. È fiaccola che accompagna i nostri passi, è chiarore che ci rassicura anche quando pensiamo che tutto sia perso.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1] Georges de La Tour, Maddalena penitente, 1635 - 1640. Olio su tela, 113 x 92,7 cm. National; [fig. 2] Georges de La Tour (studio), Educazione della Vergine, 1650 ca. Olio su tela, 83,8 x 100,3 cm. The Frick Collection, New York, Stati Uniti; [fig. 3] Georges de La Tour, Giovane che soffia su un tizzone, 1640 ca. Olio su tela, 61 × 51 cm. Musée des Beaux-Arts Digione, Francia; [fig. 4] Georges de La Tour, Giobbe deriso dalla moglie, 1650 ca.Olio su tela, 145 x 97 cm. Musée départemental d'Art ancien et contemporain
Epinal, Francia; [fig. 5] Georges de La Tour

San Giovanni Battista nel deserto, 1649 ca. Olio su tela, 81 × 101 cm. Musée départemental Vic-sur-Seille, Francia; [fig. 6]  Georges de La Tour, La negazione di Pietro, 1650. Olio su tela, 120 x 161 cm. Musée d'arts de Nantes, Francia

Informazioni utili
Georges de La Tour: l’Europa della luce.Palazzo Reale, piazza Duomo, 12 - Milano. Orari: dal giovedì alla domenica, dalle 11.00 alle 19.30 con apertura serale il giovedì sino alle 22.30 (ultimo ingresso un’ora prima). Ingresso: intero € 14,00, ridotto da € 12,00 a € 6,00. Informazioni: palazzorealemilano.it | latourmilano.it (sito ufficiale della mostra). Note: la prenotazione è obbligatoria - anche per le categorie gratuite -   presso Vivaticket tel. 02 92897755 o sul sito https://mondomostreskira.vivaticket.it/ È possibile prenotarsi anche poco prima della visita, purché sia rispettata la capienza consentita in ciascuna fascia oraria. Al momento non è possibile prenotare visite per gruppi o scolaresche | Per chi è già in possesso di prenotazione va richiesto il voucher al sito https://shop.vivaticket.com/ita/voucher. | L’audioguida è inclusa nel biglietto in forma di app da scaricare negli store Apple e Google inserendo il titolo della mostra. Modalità di accesso: la prenotazione è obbligatoria ed è necessario il preacquisto (la biglietteria in sede è chiusa) | Presentarsi a Palazzo Reale all’orario prenotato, sono consentiti non più di 5 minuti d’anticipo | È necessario indossare la mascherina e sanificare le mani con le soluzioni igienizzanti presenti, per accedere ad ogni area del Palazzo. | All'ingresso verrà rilevata la temperatura corporea. Se il valore è pari o superiore a 37,5 gradi non sarà consentito l’accesso. Fino al 27 settembre 2020

martedì 28 luglio 2020

«La riscoperta di un capolavoro»: ricostruito a Bologna il Polittico Griffoni

È il 1725 quando l’ambizioso monsignor Pompeo Aldrovandi (1668-1742), cardinale di Bologna dal 1734, acquisisce una cappella nella Basilica di San Petronio, la sesta a sinistra, quella che era stata della famiglia Griffoni e poi del casato dei Cospi. La smania di grandezza del prelato è così sconfinata che l’intera struttura viene ridisegnata; il progetto viene affidato agli architetti Alfonso Torreggiani e Francesco Maria Angelini (1680-1731), che trovano obsoleta la maestosa pala d’altare contenuta all’interno della cappella, realizzata tra il 1470 e il 1472 dai ferraresi Francesco del Cossa ed Ercole de’ Roberti.
Il polittico viene così smembrato; le singole porzioni figurate a «quadri di stanza» vengono destinate alla residenza di campagna della famiglia Aldrovandi a Mirabello, nei pressi di Ferrara, e nel corso dell’Ottocento entrano nel giro del mercato antiquario e del collezionismo. Mentre la cornice, opera di Agostino de' Marchi da Cremona, viene distrutta.
Oggi quei dipinti sono collocati in nove musei, la metà dei quali fuori dai confini nazionali: la National Gallery di Londra, la Pinacoteca di Brera a Milano, il Louvre di Parigi, la National Gallery of Art di Washington, la collezione Cagnola di Gazzada (a Varese), i Musei vaticani, la Pinacoteca nazionale di Ferrara, il Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam e la collezione Vittorio Cini di Venezia.
La pala di Francesco del Cossa ed Ercole de’ Roberti, dedicata a san Vincenzo Ferrer, è così diventata, nel corso dei secoli, un vero puzzle da ricomporre. Il primo ad averci provato è stato, nel 1888, lo storico dell’arte lombardo Gustavo Frizzoni; gli ha fatto seguito, nel 1934, Roberto Longhi, nel suo saggio critico «Officina ferrarese».
Il ritrovamento, negli anni Ottanta, di uno schizzo del polittico allegato a una corrispondenza del pittore Stefano Orlandi con monsignor Pompeo Aldrovandi, ha fornito la prova documentaria dell’esattezza quasi totale dell’ipotesi dello studioso piemontese.
A cinquecento anni dalla sua realizzazione e a trecento dalla sua dispersione, i vari frammenti del polittico sono tornati a Bologna, città di cui oggi possiamo riscoprire la giusta centralità nel panorama del Rinascimento italiano, e sono stati ricomposti nelle sale di Palazzo Fava, museo della rete Genus Bononiae, con il contributo di Carisbo – Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, nell’ambito della mostra-evento «La riscoperta di un capolavoro».
L’appuntamento è di quelli da non perdere per ammirare l'espressività potente e raffinata di Francesco del Cossa e del suo aiutante Ercole de’ Roberti, che con il loro stile così innovativo per il tempo, di grande realismo, ci restituiscono un gruppo di santi eleganti e solenni, da San Pietro a Santa Lucia, da San Giovanni Battista a Santa Caterina d’Alessandria, da Sant’Antonio a Santa Apollonia. «Con il Polittico – spiega, infatti, Mauro Natale, curatore della mostra- si inventa un nuovo canone di resa dello spazio e dei volumi. La strada verso la modernità indicata dai due ferraresi può considerarsi alternativa a quella di Piero della Francesca e Andrea Mantegna».
Il percorso espositivo, dal taglio volutamente filologico, è frutto di due anni di lavoro e si articola in due sezioni: al piano nobile di Palazzo Fava sono visibili, per la curatela di Mauro Natale e Cecilia Cavalca, le sedici tavole originali a oggi superstiti provenienti dai musei prestatori, oltre alla ricostruzione del Polittico Griffoni, una perfetta riproduzione dell’originale realizzata da Factum Foundation di Adam Lowe, che ci fa vedere la pala d’altare così come dovette apparire ai bolognesi di fine Quattrocento.
Al secondo piano è, invece, visibile la mostra «La materialità dell’aura: nuove tecnologie per la tutela», che mostra attraverso video, immagini e dimostrazioni con gli strumenti di scannerizzazione 3D l’operato di Factum e l’importanza che assumono le tecnologie digitali nella tutela, registrazione e condivisione del patrimonio culturale, proprio a partire dal lavoro svolto sulle tavole originali del Polittico Griffoni.
Lungo il percorso espositivo si possono osservare da vicino anche alcuni «capolavori perduti» e ricostruiti a partire da un lungo lavoro di investigazione, come le «Ninfee» di Monet, quadro danneggiato nel 1958 da un grave incendio, o i «Sei girasoli in un vaso» di Van Gogh, dipinto distrutto nel bombardamento americano di Ashiya nel 1945. La mostra presenta, inoltre, alcuni progetti realizzati per la città di Bologna, come la documentazione 3D dei portali della facciata di San Petronio e quella della Mappa conservata in Vaticano, la cui riproduzione è oggi visibile a Palazzo Pepoli. Factum ha, inoltre, eseguito anche la scansione del celebre «Compianto sul Cristo Morto» di Niccolò dell’Arca, nella chiesa di Santa Maria della Vita, uno dei più celebrati capolavori del Rinascimento bolognese e italiano.
La mostra «La riscoperta di un capolavoro» è diventata anche un documentario della 3D Produzioni, realizzato in esclusiva per Sky Arte. Girato nelle settimane precedenti il lockdown e visibile dal 1° giugno on-demand su Sky, il film è il racconto per immagini di un’opera dispersa per il mondo, delle persone e vicende che ne hanno segnato il destino, e del suo ritorno a casa, poco lontano dal luogo, la Basilica di San Petronio, per cui era stata realizzata. Una storia di grande fascino, questa, che ci riporta all’epoca dei Bentivoglio quando Bologna gareggiava con la Firenze dei Medici e la Ferrara degli Este per importanza e splendore.

Didascalie delle immagini
[Fig. 1]Ipotesi di ricostruzione del Polittico Griffoni; [fig. 2] Polittico Griffoni. Angelo Annunciante. Collezione Cagnola, Gazzada; [fig. 3] Polittico Griffoni. Vergine Annunciata. Collezione Cagnola, Gazzada; [fig. 4] Polittico Griffoni. Santa Lucia. National Gallery of Art, Washington

Informazioni utili

«La riscoperta di un capolavoro», con le due sezioni «Il Polittico Griffoni rinasce a Bologna» e «La materialità dell’aura: nuove tecnologie per la tutela». Palazzo Fava, via Manzoni, 2 – Bologna. Orari: da lunedì a domenica, ore 9.00 – 22.00 (con accesso in mostra fino a un’ora prima della chiusura). Ingresso: intero € 15,00 euro e varie forme di ridotto da € 10,00 a € 12,00. Norme anti-Covid19: per l’accesso alla mostra è obbligatorio effettuare la prenotazione on-line dal sito di Genus Bononiae (consente di scegliere direttamente il giorno e l’orario di visita) prenotando telefonicamente allo 051 19936343 (dal lunedì al venerdì dalle ore 11 alle ore 16) o via mail scrivendo a esposizioni@genusbononiae.it, pagando poi alla cassa al momento del ritiro del biglietto. La permanenza all’interno del Palazzo non potrà superare 1 ora. Potranno accedere in mostra 35 persone ogni 30 minuti, per rispettare i distanziamenti tra le persone, facendo sì che ogni singolo visitatore abbia a disposizione 4mq. Sito internet: https://genusbononiae.it.Fino al 10 gennaio 2021. La mostra è prorogata fino al 15 febbraio 2022.