ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

giovedì 1 ottobre 2020

Una mostra e un libro da collezionare per la Patagonia di Lorenzo Mattotti

Il suo segno immaginifico e penetrante è conosciuto in tutto al mondo grazie alla collaborazione con quotidiani e riviste come «The New Yorker», «Le Monde», «Das Magazin», «Suddeutsche Zeitung», «Nouvel Observateur» e «Vanity Fair», senza dimenticare gli italiani «Corriere della Sera» e «Repubblica». Lorenzo Mattotti (Brescia, 1954), uno dei più grandi illustratori italiani del nostro tempo, da più di vent’anni residente a Parigi, non è però solo un fuoriclasse del disegno. È anche un versatile fumettista, premiato nel 1993 con il Grand Prix di Bratislava per il suo «Eugenio», e, da poco, anche un regista di talento, consacrato dal successo del film di animazione «La famosa invasione degli orsi in Sicilia», tratto dall’omonimo romanzo di Dino Buzzati.
Al 2003 risale la sua avventura «alla fine del mondo», in quella terra mitica che è la Patagonia, dove si reca con l’amico Jorge Zentner, scrittore argentino, di stanza a Barcellona, che con Lorenzo Mattotti ha pubblicato per Einaudi «Il rumore della brina». 
Partendo da Buenos Aires in macchina i due scendono per un mese lentamente a sud per arrivare fino alla Terra del Fuoco.
Mentre si susseguono sotto i suoi occhi gli immensi e mutevoli paesaggi di questo luogo, che tanto ha suggestionato esploratori e viaggiatori, l'artista prende appunti visivi. Per catturare la vastità delle steppe e la maestosità delle montagne, quando ha la possibilità, Lorenzo Mattotti realizza degli schizzi veloci su un classico taccuino da viaggio moleskine utilizzando i propri pastelli, altrimenti si affida alla fotografia o al video per catturare le immagini che colpiscono il suo sguardo. 
Rientrato a Parigi attende sei mesi prima di rielaborare le proprie suggestioni e trasferirle in una serie di tavole. Trovato un taccuino di carta nepalese fatta a mano dalla forma allungata fa rivivere, utilizzando unicamente un pennello, della china, e il suo tratto inconfondibile, le sinuosità e le profondità della Patagonia. 
Per riuscire a restituire questi due aspetti concepisce i disegni sviluppandoli direttamente su doppie pagine, sfruttando al massimo la larghezza offerta del quaderno aperto, in modo anche da creare un effetto panoramico e di continuità.
A distanza di anni quel diario di viaggio diventa un libro da collezionare, pubblicato dalla casa editrice Lazy Dog Press, con ventiquattro tavole in bianco e nero e una selezione di disegni a colori, accompagnati dalle parole dello stesso illustratore, di Jorge Zentner e di Melania Gazzotti.
In occasione della pubblicazione, in uscita il prossimo 5 ottobre, il libro diventa anche una mostra nei suggestivi spazi di Mutty, realtà culturale pluridisciplinare di Castiglione delle Stiviere, a pochi chilometri dal lago di Garda, che è spazio espositivo, libreria indipendente e caffè ristorante.
Non è la prima volta che Lorenzo Mattotti, agli onori delle cronache in questi giorni anche per la realizzazione del manifesto per la cinquantaduesima edizione della Barcolana di Trieste (11 ottobre 2020), sente il bisogno di realizzare un diario illustrato di viaggio. Lo aveva già fatto nel 2014, raccogliendo una serie di disegni che documentavano la sua scoperta del Vietnam in un prezioso travel book, poi pubblicato da Louis Vuitton.
Sulla Patagonia l'artista non ha, però, voluto realizzare un vero e proprio reportage; ad interessarlo di questo luogo è stato un solo aspetto: la sua natura sconfinata e vergine e non i suoi abitanti e le loro storie che tanto avevano affascinato narratori come Bruce Chatwin e Luis Sepulveda.
Per Lorenzo Mattotti la Patagonia è prima di tutto un luogo della mente e a spiegarlo è lo stesso illustratore: «Laggiù mi sono confrontato con spazi, distese che mi hanno enormemente scosso: è lo spazio a perdita di vista, lo spazio infinito, ma dove l’armonia delle forme apre spazi, dà profondità… Ho cercato di ricostruire questo, di ricostruirlo a memoria. Con l’aiuto del pennello ho cercato di ritrovare l’armonia dello sguardo che avevo sentito mentre viaggiavo. Era una specie di musica. Sei mesi dopo ho trovato un album di carta orientale, e ho iniziato a disegnare una sorta di spartito paesaggistico. Ho cercato di ritrovare questa musica delle forme, ho cercato la mia Patagonia dalla Patagonia che avevo attraversato».
Lorenzo Mattotti rinuncia al colore. Sintetizza le forme, ponendo attenzione alle linee. Rende ciò che vede quasi astratto con l’intento di restituirci prima che un'immagine una sensazione, quella che prova ogni uomo quando si trova in una terra estrema, in una terra alla fine del mondo. Distese sconfinate, spazi e cieli a perdita di vista, vento, vuoto totale, «montagne che paiono a portata di mano e che invece non raggiungi mai» vengono raccontate con un personalissimo alfabeto grafico, che mette al centro l’immensità della natura madre e matrigna.

Informazioni utili
Lorenzo Mattotti. Patagonia. Mutty, viale Maifreni, 54 - Castiglione delle Stiviere (Mantova). Orari: ore 11.00-20.00, chiuso martedì e domenica.Ingresso libero. Inaugurazione: domenica 4 ottobre,  ore 18 | per partecipare all'inaugurazione, a causa numero limitato di posti previsti per le normative anti-Covid 19, è necessario prenotarsi scrivendo una mail a info@mutty.it. Dal 5 ottobre al 28 novembre 2020. 

mercoledì 30 settembre 2020

Venezia, un nuovo allestimento e una mostra di Umberto Moggioli per la riapertura di Ca’ Pesaro

Nella notte fra il 12 e il 13 novembre 2019 una marea eccezionale sommergeva Venezia, le calli e le case, le botteghe artigiane e gli spazi della cultura. L’«acqua granda» mostrava il volto fragile della città, travolgendo la vita dei suoi abitanti e sconvolgendo lo sguardo del mondo.
Tra i musei cittadini a pagare il prezzo più alto era Ca’ Pesaro. La conta dei danni era pesante: bookshop, guardaroba, bar, portineria e biglietteria erano totalmente distrutti; un guasto alla cabina elettrica aveva, poi, provocato un principio di incendio in una sala sotto lo scalone d’accesso.
Quando la riapertura sembrava vicina è arrivata la pandemia. Le calli vuote, le case serrate, i musei senza visitatori hanno di nuovo occupato le cronache globali, il virus ha interrotto la ripresa della città e anche i lavori di ripristino della Galleria internazionale d'arte moderna, resi possibili dai fondi messi a disposizione dalla Banca d’Italia.
C’è voluto così quasi un anno affinché il museo, il cui edificio di impianto barocco fu costruito per volontà della nobile famiglia Pesaro nella seconda metà del XVII secolo su progetto di Baldassare Longhena, potesse riaprire le sue porte ai visitatori.
Dopo mille traversie, dunque, dallo scorso venerdì 11 settembre è ritornata visibile la ricca collezione della galleria veneziana, che annovera al suo interno capolavori come «Il pensatore» di Auguste Rodin e la «Giuditta II (Salomé)» di Gustav Klimt, insieme a lavori di artisti quali Medardo Rosso, Giacomo Balla, Adolfo Wildt, Arturo Martini, Gino Rossi, Giorgio Morandi e Felice Casorati, ma non solo.
Ca’ Pesaro è, infatti, anche l’elegante scenario in cui vedere, a rotazione, la ricca collezione Sonnabend di New York, composta da centosei opere di arte pop, minimal, concettuale e povera, in deposito a lungo termine alla Fondazione dei Musei civici di Venezia. In questi giorni, in Sala quindici, sono per esempio visibili, in ricordo di Germano Celant, scomparso di recente a causa del Coronavirus, importanti capolavori di artisti da lui consacrati come Mario Merz, Pier Paolo Calzolari, Michelangelo Pistoletto,Gilberto Zorio, Giovanni Anselmo e Jannis Kounellis.
Un’altra importante collezione conservata a Ca’ Pesaro è quella della Fondazione Chiara e Francesco Carraro con le sue ottantadue opere, visibili in Sala sei e sette, che offrono uno sguardo sul Novecento con esemplari unici dell’arte vetraria del veneziano Vittorio Zecchin, di Carlo Scarpa e di Archimede Seguso, opere dell’ebanista Carlo Bugatti e capolavori, tra gli altri, di Arturo Martini, Giorgio De Chirico, Antonio Donghi e Gino Severini.
Da luglio è arrivata a Ca’ Pesaro anche la collezione del bolzanino Paul Prast, ha donato trentaquattro opere di autori importantissimi per l’arte del ‘900, tra cui gli Schiele esposti in Sala tre e le grafiche di de Chirico in Sala dieci.
Ivan Novelli e l’archivio Novelli hanno, invece, lasciato in deposito a lungo termine il lavoro «Allunga il passo amico mio», visibile in questi giorni in Sala tredici.
La ripresa di Ca’ Pesaro è stata nel segno della continuità. Il museo ha voluto, infatti, riaprire con la mostra temporanea di Umberto Maggioli, per la curatela di Gabriella Belli ed Elisabetta Barisoni, che si sarebbe dovuta inaugurare pochi giorni dopo l’«acqua granda» dello scorso autunno.
L’esposizione, visitabile fino al prossimo 8 dicembre, allinea una ventina di opere solitamente non visibili al pubblico: dipinti a olio, disegni e acqueforti provenienti da collezioni sia pubbliche che private, in gran parte transitate nelle sale del museo veneziano negli anni delle cosiddette «Avanguardie capesarine», nelle mostre del 1912 e 1913 e in quelle postume del 1919 e 1925.
Umberto Moggioli, artista trentino che a Venezia e in Laguna trovò la vera fonte di ispirazione, nacque nel 1886 e morì nel 1919, vittima a soli 33 anni dell'influenza spagnola.
In questi pochi anni di vita è stato capace di segnare la storia del panorama figurativo veneziano dei primi due decenni del Novecento con i suoi dipinti densi di luce impressionista, testimonianza di quanta cultura internazionale filtrasse nei primi anni del secolo tra la città lagunare e le sue isole.
I suoi accordi cromatici rendono le vibrazioni atmosferiche del variare delle stagioni e delle ore del giorno e riescono anche a suscitare emozioni. La componente poetica è tradotta visivamente in grandi cieli solcati da nubi ricche di sfumature lilla o da cirri biancastri, sinuosi e filiformi.
Burano osservata dall'alto e dalla vicina Torcello, con le case colorate immerse nella luce del tramonto e gli orti lambiti dalla laguna densi di luce impressionista, sono i soggetti più frequenti nei lavori esposti.
La riapertura di Ca’ Pesaro segna anche una nuova vita per la statua bronzea del «Cardinale» di Giacomo Manzù, che per anni è stata collocata nell’androne, alla base dello scalone di ingresso al museo. L’opera, danneggiata dalla marea dello scorso novembre, è stata restaurata dall’impresa veneziana Co.New Tech, grazie al contributo di Targa Telematics, e ora si trova in Sala undici, accanto al suo bozzetto preparatorio.
Ma non è tutto. Il museo non vuole dimenticare questi ultimi mesi, che hanno segnato pesantemente la sua storia. «Nulla può essere come era prima, -raccontano, infatti, dalla galleria veneziana- l'arte non può fare finta di niente di fronte alle vicende del mondo e rinascere significa anche comprendere nella propria identità la storia che l'ha attraversata». Per questo motivo accanto al lavoro ormai storicizzato degli artisti sono state affiancate le immagini fotografiche dell'attualità, della cronaca di questi mesi, di quello che Venezia, l'Italia e il mondo intero hanno vissuto. Perché per scrivere bene il futuro, nel segno di una reale continuità, non bisogna dimenticare il passato, la storia dei luoghi e di chi li ha vissuti.

Didascalie delle immagini
[Figg.1, 3 e 4] Nuovo allestimento di Ca' Pesaro a Venezia. Foto di Roberto Serra; [fig. 2 e 5]  Nuovo allestimento di Ca' Pesaro a Venezia. Foto di Stefano Mazzola

Informazioni utili 
https://capesaro.visitmuve.it/

martedì 29 settembre 2020

«The Sky in a Room», a Milano un progetto di Ragnar Kjartansson per rielaborare la quarantena

«Quando sei qui con me / Questa stanza non ha più pareti / Ma alberi, alberi infiniti / Quando sei qui vicino a me / Questo soffitto viola / No, non esiste più / Io vedo il cielo sopra noi». Era il 1960 quando Gino Paoli scriveva «Il cielo in una stanza», una canzone che celebra il potere dell’immaginazione raccontando di come l'amore e la musica possano espandere anche lo spazio più piccolo, fino a portarci oltre i confini conosciuti, in un luogo inedito e astratto.
A questa canzone ha guardato l’artista e musicista islandese Ragnar Kjartansson (Reykjavík, 1976) con il suo progetto «The Sky in a Room», un intervento dal forte valore simbolico che la Fondazione Nicola Trussardi ha voluto donare alla città di Milano dopo il difficile periodo di quarantena che ha segnato la vita pubblica e privata di milioni di italiani, in particolare dei cittadini della Lombardia.
Scenario del progetto, in cartellone fino al prossimo 25 ottobre (ingresso libero, con prenotazione), è la chiesa di San Carlo al Lazzaretto, edificio ottogonale di costruzione rinascimentale, nel quartiere di Porta Venezia, conosciuto dai milanesi anche come san Carlino e reso celebre da Alessandro Manzoni che qui ambientò una delle scene più struggenti del suo romanzo «l promessi sposi»: l’incontro, dopo mille traversie, tra Renzo e Lucia, entrambi sopravvissuti ai giorni travagliati della peste seicentesca.
Tra queste pareti fatte costruire da san Carlo Borromeo all’architetto Pellegrino Tibaldi, faro e conforto per molti malati durante le epidemie pestilenziali del 1576 e del 1630, ogni giorno, per sei ore consecutive (dalle 14 alle 20), cantanti professionisti si alterneranno, uno alla volta e per venti minuti ciascuno, all’organo proponendo un arrangiamento della canzone di Gino Paoli e dando così vita a «una ninna nanna infinita», a una sorta di mantra o di rosario ininterrotto.
«Dopo mesi trascorsi nello spazio chiuso delle proprie abitazioni, accanto ai propri cari o, più tristemente, lontani dai familiari e dagli affetti» – raccontano dalla Fondazione Trussardi, al suo diciottesimo anno di «attività nomade» nel capoluogo lombardo, con l’intento di riscoprire luoghi dimenticati o insoliti – «la performance di Kjartansson può essere letta come un poetico memoriale contemporaneo: un inusuale monumento e un’orazione civile in ricordo dei dolorosi mesi passati a immaginare il cielo in una stanza e a sognare nuovi modi per stare insieme e per combattere la solitudine e l’isolamento».
Già conosciuto dal pubblico milanese per l’installazione «The Visitors», presentata nel 2013 all’Hangar Bicocca, l’artista islandese si serve di vari media espressivi (video, performance, musica, pittura) per creare opere venate da un senso di profonda malinconia, spesso ispirate alla tradizione del teatro e della letteratura nordica del Novecento, con riferimenti al lavoro di Tove Janson, Halldór Laxness, Edvard Munch e August Strindberg, tra gli altri.
Cresciuto all’interno di un contesto artistico e musicale colto –i genitori sono attori teatrali di successo, la madrina è una cantante folk professionista– Kjartansson si è occupato a lungo di musica suonando con i Kanada, i Kósý, e i Trabant e il mondo delle sette note è cuore pulsante anche nel suo percorso artistico, iniziato nel 2007. «In particolare, -raccontano dalla Fondazione Trussardi- la ripetizione di suoni e gesti è un elemento fondamentale nelle composizioni e coreografie dell'artista, che sono state spesso descritte come forme di meditazione e di riflessione nelle quali ritornelli, frasi e arie musicali sono trasformate in litanie toccanti e mantra ipnotici».
A proposito dell’intervento «The Sky in a Room», commissionato nel 2008 da Artes Mundi e dal National Museum of Wales di Cardiff, con il supporto del Derek Williams Trust e dell'ArtFund, l’artista afferma: «Il cielo in una stanza è l'unica canzone che conosco che rivela una delle caratteristiche fondamentali dell'arte: la sua capacità di trasformare lo spazio. In un certo senso, è un'opera concettuale. Ma è anche una celebrazione del potere dell'immaginazione – infiammata dall'amore – di trasformare il mondo attorno a noi. È una poesia che racconta di come l'amore e la musica possano espandere anche lo spazio più piccolo, fino ad abbracciare il cielo e gli alberi». Perché, come diceva Oscar Wilde, «l’amore sa leggere ciò che è scritto sulla stella più lontana».

Didascalie delle immagini
[Figg. 1, 2 e 3] Ragnar Kjartansson The Sky in a Room, 2018 – 2020 Performer, organo e canzone Il Cielo in una Stanza di Gino Paoli (1960)  Originariamente commissionato da Artes Mundi e Amgueddfa Cymru – National Museum Wales e acquisitor con il supporto di Derek Williams Trust e Art Fund A Milano, presentato e prodotto dalla Fondazione Nicola Trussardi alla Chiesa di San Carlo al Lazzaretto Courtesy dell’artista, Luhring Augustine, New York e i8 Gallery, Reykjavik Photo: Marco De Scalzi; [fig. 4] Chiesa di san Carlo al Lazzaretto, Milano

Informazioni utili 
 Ragnar Kjartansson. The Sky in a Room. Chiesa di San Carlo al Lazzaretto, largo fra’ Paolo Bellintani, 1 - Milano. Orari: tutti i giorni, dalle 14 alle 20. Ingresso gratuito previa prenotazione. Prenotazioni: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-the-sky-in-a-room-120366640863. Informazioni: https://www.fondazionenicolatrussardi.com/mostre/the-sky-in-a-room/. Fino al 25 ottobre 2020.