ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

venerdì 9 ottobre 2020

Verona, Luigi Carlon svela la sua collezione a Palazzo Maffei

Verona
ha un nuovo punto di riferimento per gli amanti dell’arte. Inaugurato lo scorso febbraio, pochi giorni prima della chiusura di tutti i luoghi di cultura a causa dell’emergenza sanitaria per il Covid-19, Palazzo Maffei, affascinante edificio in stile barocco che si affaccia su piazza delle Erbe, il cui nucleo originario risale al tardo Medioevo e sorge nell’area del Capitolium, è tornato da poco ad accogliere il pubblico.
Scrigno prezioso per le opere della caleidoscopica collezione dell’imprenditore veronese Luigi Carlon, il palazzo è stato sottoposto a un attento intervento di restauro conservativo -curato dallo studio Baldessari e Baldessari, con la direzione dei lavori di Alessandro Mosconi e l’esecuzione della ditta Massimo Tisato.
Il progetto di riqualificazione, oltre alla messa in sicurezza delle parti instabili e al rifacimento degli impianti, ha interessato la facciata, l’imponente scalone di accesso dall’elegante forma elicoidale autoportante, gli stucchi e le pitture murali del primo piano, di impronta classicheggiante, eseguite con ogni probabilità tra il XVIII e il XIX secolo. Dal punto di vista dell’allestimento, -raccontano da Palazzo Maffei- «il percorso è caratterizzato da una scansione di tinte delle pareti dai colori decisi»: blu carta da zucchero intenso per il salone d’ingresso, rosso carico per le prime stanze, ancora blu (ma dalle tonalità calde) per il salotto dall’elegante trama a disegno oro, bianco gesso, quindi, per una stanza dal sorprendente gusto roccaille e ancora bianco, con innesti di fondi neri, per le sale della seconda manica al piano nobile.
All’interno di queste sale trovano posto le oltre trecentocinquanta opere, che spaziano dal Trecento ai giorni nostri, collezionate da Luigi Carlon nel corso della sua vita, in oltre cinquant’anni di ricerca. Si tratta, nello specifico, di quasi duecento dipinti, una ventina di sculture, disegni e un’importante selezione di oggetti d’arte applicata come mobili d’epoca, vetri antichi, ceramiche rinascimentali e maioliche sei- settecentesche, ma anche argenti, avori, manufatti lignei, pezzi d’arte orientale, rari volumi. Il tutto è esposto secondo un’idea museografica di Gabriella Belli, che si è avvalsa per l’occasione dei contributi scientifici di Valerio Terraroli ed Enrico Maria Guzzo.
Nella prima parte del percorso, connotata dagli scenografici affacci su piazza delle Erbe, si è voluto ricreare l’atmosfera di una dimora privata, ma anche il senso di una wunderkammer e di una sintesi tra le arti, con nuclei tematici d’arte antica in cui irrompe all’improvviso il dialogo con la modernità. Ecco così, per esempio, i tagli di un «Concetto spaziale» di Lucio Fontana su fondo rosso, colore simbolo dell’energia vitale, a confronto con preziosi fondi d’oro tre-quattrocenteschi e fogli miniati del XIII e XIV secolo, o ancora la monumentale «Maternità» (1932 – 1933) di Arturo Martini dialogare con soggetti mariani realizzati tra Quattrocento e Cinquecento da artisti come Antonio Badile, Liberale da Verona e Fra’ Girolamo Bonsignori.
Interessante è anche il contrappunto tra le lacerazioni delle «Combustioni» di Alberto Burri e il «Cavaliere disarcionato» di Marino Marini nel bellissimo bronzo «Piccolo miracolo», simboli della condizione di sofferenza in cui versa l’uomo del XX secolo, con le scene di battaglia del pittore veneziano seicentesco Matteo Stom, animate da cavalli abbattuti a terra, soldati disarcionati, nubi scure che sovrastano il campo dove i nemici si fronteggiano, spade che lumeggiano nell’incrociarsi delle lame.
Un cortocircuito emotivo crea anche il raffronto tra le iconografe classiche di dee, eroine e donne mortali con opere novecentesche come la «Medusa» di Lucio Fontana, opera in ceramica del ‘38-’39 con figure distorte e inquietanti, e la straordinaria «Tete di femme» di Pablo Picasso, con cui l’artista spagnolo raffigura nel 1943, con spigolose e drammatiche pennellate nere e grigie, la sua compagna Dora Maar.
Nella seconda parte del percorso espositivo, dedicata al Novecento e all’arte contemporanea, si è, invece, voluta creare una vera e propria galleria museale, nella quale si scorge la passione di Luigi Carlon per il Futurismo e la Metafisica.
Nelle prime sale Umberto Boccioni è in mostra con uno straordinario capolavoro divisionista del 1907 come «Il Canal Grande a Venezia» accanto a Medardo Rosso, Felice Casorati e Carlo Carrà, del quale è possibile ammirare «La donna e l’assenzio (Donna al cafè)» del 1911.
Grande protagonista dell’omaggio al Futurismo è Giacomo Balla, del quale viene esposta, per esempio, l’opera «Compenetrazioni iridescenti n. 1», tratta dalla serie che l’artista realizzò tra ottobre e dicembre del 1912, in Germania, cercando di rendere visibile l’invisibile, ovvero il dinamismo e le rifrazioni luminose. Siamo di fronte a uno dei primi dipinti totalmente astratti del Novecento.
Gino Severini, Ardengo Soffici e Filippo De Pisis traghettano, quindi, il visitatore nelle sale dedicate alle Avanguardie del Novecento, dove trovano posto lavori, tra gli altri, di Mario Sironi, Alberto Savinio, Magritte, Pablo Picasso, George Braque, Giorgio Morandi, Marcel Duchamp.
Il percorso prosegue con l’arte del secondo Dopoguerra, esponendo opere di Afro, Vedova, Fontana, Burri, Tancredi, De Dominicis, Manzoni e molti altri.
«Il saluto dell’amico lontano», dipinto da Giorgio de Chirico nel 1916, un capolavoro metafisico, accompagna il visitatore verso l’uscita. È, questo, un quadro emblematico che racchiude i segreti della biografia dell’artista, i suoi ricordi domestici, ma anche simboli di quell’«oltre» che ha alimentato di sé tutta l’arte del XX secolo. «L’occhio indagatore, al centro della composizione, che osserva e si fa osservare, -raccontano a Verona- è la rappresentazione dello sguardo duplice dell’uomo contemporaneo, pieno di meraviglia per il mondo che lo circonda, ma anche inquieto e incredulo davanti al mistero e all’inganno della vita che sfugge a ogni argomentazione razionale».
Su questi opposti sentimenti si gioca l'intera collezione di Palazzo Maffei, che non vuole essere solo uno spazio espositivo: eventi, incontri, laboratori didattici e iniziative diverse animeranno, infatti, in breve tempo le giornate della casa-museo, che offre anche una biblioteca specialistica su prenotazione e -dalla balconata che sormonta il palazzo- un’impagabile, emozionante vista sulla città e sulle colline circostanti. Un’emozione tra le emozioni suscitate da un percorso che fa incontrare antico e contemporaneo, mettendo sotto i riflettori la passione di un uomo, di un mecenate contemporaneo, per il magico mondo dell’arte.


 Didascalie delle immagini 
[Fig. 1] Sala IX Salotto blu | Tra le opere visibili nella foto, da sinistra a destra: - Giuseppe Capogrossi, Superficie CP/833/A, 1966. Papier collé applicato su tela | - Gerrit Rietveld, Red and Blue Chair | - Josef Albers, Homage to the Square, 1954. Olio su tavola (Foto Paolo Riolzi); [fig. 2] Sala I - Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese… | Sul fondo: - Zenone Veronese, Il ratto di Elena, s.d..Olio su tela; [fig. 3] Sala VI - L'ira funesta. In primo piano al centro: - Marino Marini, Piccolo miracolo, 1951. Bronzo con interventi di pittura grigia a olio. | Tra le opere visibili nella foto, a sinistra: - Alberto Burri, Tutto Nero, 1957. Acrilico, vinavil e combustione su tela; - Antonio Calza (attribuito), Battaglia contro i turchi, s.d.Olio su tela - Marino Marini, Cavallo e cavaliere, 1953. Tempera e tecnica mista su carta | In alto al centro: - Matteo Stom, Battaglia contro i turchi. Olio su tela | A destra: - Leoncillo Leonardi, Racconto rosso, 1963. Terracotta engobbiata e smaltata (Foto Paolo Riolzi); [fig. 4] Scalone elicoidale (Foto Paolo Riolzi); [fig. 5] Maestro veronese, ambito di Bartolomeo, Giolfino e Giovanni Zebellana, Madonna in trono, Secolo XV. Legno policromato e dorato | Lucio Fontana, Conce o spaziale, 1954. Olio rosso e frammenti di vetri colorati incollati su tela (Foto Paolo Riolzi); [fig. 6] Biblioteca (Foto Paolo Riolzi); [fig. 7] Sala d’ingresso (particolare) - Maurizio Nannucci, New Horizons for Other Visions/ New Visions for Other Horizions, 2020. Installazione site specific, neon blu in pasta di vetro (Foto Paolo Riolzi) 

Informazioni utili 
Palazzo Maffei, piazza delle Erbe, 38 - Verona. Orari: dal lunedì al venerdì, ore 10.00 – 18.00; sabato, domenica e festivi, ore 11.00 – 19.00; 1° gennaio, ore 13.00- 19.00; chiuso il martedì e il 25 dicembre. Ingresso: intro € 10,00, rido o € 8,00; tu e le convenzioni e riduzioni sono consultabili sul sito. Informazioni: tel. 045.5118529 o info@palazzomaffeiverona.com. Sito internet: palazzomaffeiverona.com

giovedì 8 ottobre 2020

Roma ricorda Moira Orfei con una mostra fotografica e un’asta dei suoi gioielli

Era per tutti l’indiscussa «regina del circo italiano». Sotto il tendone, tra domatori di leoni e mangiatori di fuoco, aveva mosso i suoi primi passi e i genitori –il padre Riccardo Orfei, conosciuto come clown Bigolon, e la madre Violetta Arata, abile funambola specializzata nella passeggiata sul cavo d’acciaio- l’avevano mandata subito in scena: ad appena sei anni aveva debuttato come cavallerizza. Con il tempo è diventata il simbolo stesso di una forma di spettacolo, di indubbio fascino e magia, capace ancora oggi di incantare il pubblico di ogni età. Sulla pista circolare si è, infatti, esibita come trapezista, acrobata, domatrice di elefanti e addestratrice di colombe; e ha portato il suo circo, fondato nel 1960, a essere apprezzato in tutto il mondo, tanto da vincere un «Clown d’oro» al festival di Montecarlo nel 1987.
Ma Miranda Orfei, conosciuta da tutti come Moira per la sua bellezza mediterranea, non era solo una circense. Era anche un’attrice teatrale e cinematografica, con più di quaranta film in curriculum, capace di non sfigurare accanto ad artisti del calibro di Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Totò, Christian de Sica e Nino Manfredi.
Sul set- dove è stata diretta, tra gli altri, da Pietro Germi, Federico Fellini e Luchino Visconti- aveva conosciuto Dino Laurentis e grazie a lui aveva cambiato look, diventando l’«icona kitsch» che tutti ricordano. I suoi abiti vistosi, i gioielli eccentrici, i capelli corvini raccolti a mo’ di turbante, gli occhi esageratamente truccati, le unghie laccate e il rossetto rosso ciliegia sono entrati nell’immaginario collettivo.
A cinque anni dalla scomparsa, avvenuta nel novembre 2015, Roma ricorda Moira Orfei con una mostra fotografica, in cartellone fino al 28 ottobre negli storici saloni di Palazzo del Monte di Pietà.
A organizzare l’appuntamento è stata Affide, azienda leader in Europa e in Italia nel credito su stima, autorizzata dalla Banca d’Italia, con una copertura quasi totale del territorio che comprende quasi quaranta filiali e più di cento sportelli distribuiti su tutto il territorio nazionale –in prevalenza nel Lazio e in Sicilia– e un totale di duecento e trentotto addetti.
Ideata da Alessandro Serena (di Circo e dintorni) e Aurelio Rota (di Lonato in Festival) nell’ambito di Open Circus, progetto di diffusione della cultura circense, la rassegna esalta l'intensissima vita dell’artista, fatta di spettacolo, cinema, riconoscimenti e amore per la famiglia.
Nata “per caso” a Codroipo, in provincia di Udine, nel 1931, da una famiglia di remote origini sinti, dedita all'arte circense da diverse generazioni, Moira Orfei ha incontrato sotto il tendone suo marito, Walter Nones, che ha sposato nel 1961 e dal quale ha avuto due figli, Lara e Stefano, che come nella migliore tradizione, sono stati battezzati nella gabbia dei leoni. La coppia ha conosciuto grandi successi a partire dagli anni Settanta, con attrazioni come «l’uomo proiettile» e il «circo sul ghiaccio», e ha passato tutta la vita in pista, in quel mondo di fantasia e di meraviglia, ma soprattutto in quella «scuola di vita», che li ha visti sempre vivere da nomadi, senza fissa dimora, come i veri artisti.
La mostra anticipa l’asta, prevista per il 29 ottobre, con più di cento gioielli rari e di alto pregio. Oltre ai quarantotto manufatti lasciati in custodia dalla famiglia presso i caveau di Affide, specchio della personalità eccentrica ed esuberante di Moira Orfei, verranno battuti all’asta anche dei preziosi selezionati coerentemente con lo stile dell'artista, ma che non ne sono stati proprietà.
Tra i pezzi più interessanti, e che è possibile vedere anche nella mostra romana, ci sono un anello con diamante (base d'asta 25.0000 euro) e una collana con smeraldi (base d'asta di 15.000 euro).
Si tratta di gioielli carichi di storia, accompagnati da mille aneddoti. Tra i pezzi all’asta è possibile vedere, per esempio, quelli acquistati durante la tournée del circo in Iran, quando nel 1977 la troupe rimase bloccata alla corte dello scià di Persia con cento artisti e cinquanta animali, in seguito all'insurrezione popolare, e il ministero degli Esteri fece inviare l’«Achille Lauro» a recuperare personale, animali e attrezzature.
Ci sono, poi, pezzi unici acquistati durante le tournée in Italia e in altre località come Belgrado, Berlino, Madrid, Barcellona, Istanbul, Sofia, Teheran, Tripoli, La Valletta, Monte Carlo, Atene, Salonicco e Zagabria. 
Camminando tra le sale del Monte di Pietà si ha così l’impressione di vedere ancora una volta Moira Orfei, con le sue «troppaggini» kitsch, con quello stile da regina che aveva scelto per chiudere i suoi «show»: in piedi su una grande carrozza, le braccia larghe e le mani mulinanti, sotto una mantella di piume e un vestito ricco di paillettes. Felice come una bambina.

Informazioni utili 
 I gioielli di Moira Orfei. Palazzo del Monte, piazza del Monte di Pietà, 32/A - Roma. Orari: tutti i giorni, ore 10.00-18.00. Informazioni: www.affide.it. Fino al 28 ottobre. Asta: 29 ottobre 2020, ore 16.30.

mercoledì 7 ottobre 2020

«L’età dell’oro», Fabrizio Plessi illumina piazza San Marco

Era l’estate del 2001 quando Fabrizio Plessi (Reggio Emilia, 3 aprile 1940), uno dei pionieri della videoarte in Italia, portava a Venezia, nell'ambito della Biennale d’arte, la sua installazione «Waterfire», ulteriore tassello di un’indagine sugli elementi primordiali e primigeni della natura, acqua e fuoco nello specifico, iniziata negli anni Settanta, che lo ha visto esporre in luoghi di grande suggestione come la Valle dei templi di Agrigento, Palazzo Te a Mantova o le terme di Caracalla.
Vent'anni dopo l’artista emiliano, che dall'età di quattordici anni risiede a Venezia, torna in mostra nel «salotto buono» della città lagunare, in piazza San Marco, nello stesso luogo che fece da scenario a «Waterfire»: il museo Correr, o meglio la facciata esterna dell’Ala napoleonica.
«L’età dell’oro» è il titolo della nuova video-installazione luminosa, visibile fino al prossimo 15 novembre sulle quindici grandi finestre che si affacciano verso la Basilica marciana.
L’opera, con le sue cascate virtuali a led luminosi, è il prologo della grande rassegna che la Galleria internazionale d’arte moderna di Ca’ Pesaro, fresca di restauri dopo i danni causati dall'«acqua granda» del novembre 2019, dovrebbe ospitare nei prossimi per celebrare l’ottantesimo compleanno dell’artista, festeggiato lo scorso aprile, in pieno lockdown.
Ideata nel 2019, come omaggio all'aurea bellezza di Venezia con i suoi mosaici d’oro e le rifrazioni infinite della luce sull'acqua, l’installazione, che si avvale della sponsorizzazione di Dior, è stata ripensata durante i lunghi mesi dell’emergenza sanitaria per il Covid-19, diventando anche un invito alla rinascita e ammantandosi di un’atmosfera spirituale.
Dalle magmatiche cascate in oro in loop, che con il calare della sera accendono di nuova luce piazza San Marco, affiora a caratteri cubitali la scritta «Pax Tibi». È la sintesi dell’espressione «Pax Tibi, Marce, evangelista meus» («Pace a te, Marco, mio evangelista»), locuzione stampata sul Vangelo che il leone veneziano tiene tra le zampe.
Fabrizio Plessi, come un novello alchimista, celebra, dunque, l’antica sapienza artigiana degli indoratori di Venezia, dando attraverso le tecnologie digitali e il suo linguaggio da «navigatore solitario», un unicum ben riconoscibile nel mondo dell’arte contemporanea, nuova vita a un passato glorioso.
«L'età dell'oro» -raccontano al museo Correr- diventa così «un tempo sospeso e circolare, che senza nostalgia ma con concreto senso del presente avvolge Venezia, città oggi ferita ma di eterna incorruttibile bellezza che a tutto sopravvive. L'arte qui non inganna, l'immateriale tecnologico non si finge altro ma espande in una fluida eternità l'aurea materia, a pervadere il tempo e lo spazio della città di pietra avvolta dalla laguna e dalle infinite rifrazioni della luce».
A impreziosire la scenografica installazione, visibile tutti i giorni dalle nove del mattino all'una di notte, è la sonorizzazione di Michael Nyman, che rende ancora più emozionante la visione delle cascate d’oro (ognuna alta quasi quattro metri e mezzo), che scendono dalle finestre del museo Correr, riverberandosi con i loro riflessi, durante le ore notturne, sulla piazza e sugli edifici adiacenti. Fabrizio Plessi vuole così dirci che Venezia e il nostro Paese hanno tutti gli anticorpi per rinascere dopo questo momento difficile, per vivere una nuova e mitica «età dell’oro».

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