ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

giovedì 10 giugno 2021

In Val Seriana un anno di iniziative per i cinquecento anni dalla nascita di Giovan Battista Moroni

6.	Cover del volume Giovan Battista Moroni. Opera completa di Simone Facchinetti. Ed. Officina Libraria
Cinquecento anni fa ad Albino, cittadina della Val Seriana, nasceva il pittore Giovan Battista Moroni, una delle figure più rappresentative del panorama artistico lombardo del Cinquecento, famoso soprattutto per la sua copiosa attività di ritrattista, caratterizzata da un'attenta traduzione della realtà e da un intenso approfondimento psicologico dei modelli.
Mostre, narrazioni, restauri, pubblicazioni scientifiche, convegni, incontri, concerti, spettacoli teatrali, escursioni a tema, eventi di animazione culturale, progetti fotografici, creazioni di moda, visite guidate e appuntamenti enogastronomici compongono il ricco cartellone di iniziative, che da giugno alla primavera del 2022, renderà omaggio all’artista nella terra che lo ha visto nascere e in cui ha vissuto e operato per una buona parte della sua vita.
L’immagine scelta per fare da filo rosso al progetto, intitolato «Moroni 500. Albino 1521 – 2021», è un abbraccio, quello tra Maria ed Elisabetta sullo stendardo albinese, restaurato per l’occasione. Quell’abbraccio, carico di speranza per la nuova normalità che stiamo vivendo, avvolge tutta la Val Seriana, un vero e proprio museo diffuso dedicato all’artista, che spazia da Ranica a Fino del Monte, per giungere al capoluogo di provincia, Bergamo, coinvolgendo musei, istituzioni culturali, parrocchie, scuole e associazioni, a partire dall’Accademia Carrara di Bergamo, dal Fai – Fondo per l’ambiente italiano e dalla Fondazione Adriano Bernareggi.
Giovan Battista Moroni, «Stendardo della Visitazione» (verso), particolare dopo il restauro. Parrocchia di San Giuliano, Albino. Foto Studio Da Re
A segnare l’apertura del progetto, organizzato da PromoSerio, è la mostra «Il codice Moroni», un «innovativo storytelling espositivo», curato da Barbara Mazzoleni e Orietta Pinessi, per svelare in chiave contemporanea tutti (o quasi) i segreti dell’artista rinascimentale.
Articolata in due sedi espositive, le chiese di San Bartolomeo e di San Giuliano ad Albino, l’esposizione propone, fino al prossimo 22 agosto, un percorso narrativo partecipato, multidisciplinare e «multimaterico», che accosta ai dipinti oggetti, tessuti, pigmenti, rari documenti autografi, volumi cinquecenteschi, ricognizioni fotografiche sul territorio, testimonianze documentarie e didattiche.
A San Bartolomeo, edificio del XV secolo che con la sua affascinante pelle affrescata costituisce uno dei monumenti storici più interessanti della Val Seriana, si squaderna un racconto che fa luce su vari aspetti della personalità di Giovan Battista Moroni e che permette al pubblico anche di calarsi in un set moroniano per farsi un selfie nei panni di un personaggio dipinto dall’artista.
I visitatori possono, inoltre, osservare gli abiti del quadro «Il sarto» e quelli del ritratto dei celebri coniugi Spini, filologicamente ricostruiti da Alessio Palmieri Marinoni, ma anche imbattersi nella stilista albinese Simona Brena alle prese con la confezione in diretta di una copia del vestito indossato dalla principessa salvata da San Giorgio nel Polittico moroniano di Fiorano al Serio.
4.	Giovan Battista Moroni, Portrait of a Lady ('La Dama in Rosso'). © The National Gallery, London
Nei giorni della mostra, dal 19 luglio al 1° agosto, la Fondazione Arte della Seta Lisio di Firenze organizzerà, poi, ad Albino una Summer School di alta sartoria storica, nella quale verrà riprodotto l’abito dalla «Dama in rosso» Lucia Albani, sfoggiato nel ritratto di Giovan Battista Moroni custodito alla National Gallery di Londra.
Nella chiesa di San Giuliano si entra, invece, nel mondo delle «Immagini per lo spirito». Due interventi di restauro, affidati ad Antonio Zaccaria, restituiscono piena leggibilità compositiva e cromatica al già citato «Stendardo della Visitazione» della chiesa di San Giuliano, simbolo del progetto albinese, e al «Crocefisso adorato dai santi Bernardino e Antonio da Padova», unanimemente considerato il capolavoro del Moroni sacro.
A questa mostra, per la quale sono state pensate anche delle visite guidate narrate, ne seguiranno altre due: il 18 settembre inaugurerà «Giovan Battista Moroni. Ritorno ad Albino», a cura di Simone Facchinetti e Paolo Plebani, con una selezione di opere legate alla città natale dell’artista, dalle prove giovanili ai ritratti di concittadini fino a dipinti di devozione privata; mentre dall’11 dicembre ci sarà «Moroni Sequel», nella quale Gianriccardo Piccoli si confronterà con le suggestioni moroniane.
Giovan Battista Moroni, Ritratto di Bernardo Spini. Fondazione Accademia Carrara, Bergamo
Ad Albino sono anche in programma un festival di musica classica (dal 4 settembre), una speciale rievocazione storica (18 settembre), due giornate di valorizzazione del patrimonio storico-artistico (16 e 17 ottobre) e uno spettacolo teatrale dal titolo «La Passione di Gesù Cristo secondo Moroni» (8 aprile 2022).
Dal 25 giugno l’iniziativa moroniana accenderà i riflettori anche fuori dalla cittadina della Val Seriana. Si inizierà con Palazzo Moroni a Bergamo Alta. Incontri e conferenze faranno da preludio all’autunno, quando verranno aperte, a seguito di importanti lavori di restauro, le grandi sale affrescate del piano nobile, dove si trovano i celebri ritratti di «Gian Gerolamo Grumelli (Il Cavaliere in Rosa)» e di «Isotta Brembati», e il giardino del palazzo. Da quel momento, grazie alla collaborazione con il Fai – Fondo per l’ambiente italiano, ogni domenica sarà dedicata all’artista rinascimentale, che i visitatori potranno scoprire grazie a un ciclo di visite guidate.
Mentre, dal 9 luglio al 28 novembre, l’Accademia Carrara di Bergamo, in cui sono conservati numerosi capolavori moroniani, garantirà biglietti scontati alla comunità albinese (5 euro anziché 10) e ai visitatori delle mostre in programma ad Albino (8 euro anziché 10).
Giovan Battista Moroni, Ritratto di Pace Rivola Spini. Fondazione Accademia Carrara, Bergamo
Il 15 ottobre ci sarà, invece, la prima assoluta del Catalogo generale dell’opera di Giovan Battista Moroni, curato da Simone Facchinetti (ed. Officina Libraria, Milano), una vera e propria impresa editoriale, che si è protratta per molti anni, durante i quali sono state raccolte le informazioni relative alle oltre duecento opere del pittore, conservate nel territorio bergamasco, ma anche disseminate nei principali musei europei e statunitensi, oltre che in molte collezioni private.
Non mancherà, poi, un convegno di studio, una due giorni organizzata in collaborazione con Fondazione Adriano Bernareggi, in cui dialogheranno i più grandi studiosi nazionali e internazionali che si sono occupati del Moroni e ne hanno curato le più importanti mostre recenti.
L’artista verrà celebrato anche dal mondo enogastronomico. Grazie ad Ascom Confcommercio Bergamo, da luglio i ristoratori della Val Seriana aderiranno all’iniziativa «A tavola con Moroni», proponendo menù con piatti del ‘500, dai «maccaroni» al «Brodo lardiero di cinghiaro», che potranno essere abbinati a una speciale bottiglia di Valcalepio con un’etichetta dedicata all’artista rinascimentale. Per chiudere con dolcezza, grazie a La Dolciaria Bergamasca, sarà, infine, possibile assaggiare il «Cinnamomo», l’antico confetto orobico che fu capace di conquistare Moroni e l’intera Europa.

Didascalie delle immagini
1. Cover del volume «Giovan Battista Moroni. Opera completa» di Simone Facchinetti. Ed. Officina Libraria; 2. Giovan Battista Moroni, «Stendardo della Visitazione» (verso), particolare dopo il restauro. Parrocchia di San Giuliano, Albino. Foto Studio Da Re; 3. Giovan Battista Moroni, Portrait of a Lady (La Dama in Rosso). © The National Gallery, London; 4. Giovan Battista Moroni, Ritratto di Bernardo Spini. Fondazione Accademia Carrara, Bergamo; 5. Giovan Battista Moroni, Ritratto di Pace Rivola Spini. Fondazione Accademia Carrara, Bergamo

Informazioni utili
«Moroni 500. Albino 1521 – 2021». Informazioni: tel. 035.704063; infopoint@valseriana.eu. Facebook: ValSeriana e Val di Scalve. Instagram: valseriana_e_scalve. Sito internet: www.valseriana.eu.

mercoledì 9 giugno 2021

Il «Bestiario infernale»: Dante Alighieri e gli animali della «Divina Commedia» nelle xilografie di Gianni Verna

Dalle «tre fiere» del primo Canto dell’«Inferno» - la lonza, il leone e la lupa – alle api citate nel Canto XXXI del «Paradiso», paragonate agli angeli dell’Empireo: la presenza degli animali nella «Divina Commedia» è inaspettatamente ampia e variegata. Si spazia dai mosconi, dalle vespe, dai serpenti, dai cani e da altre bestie che tormentano le anime dei dannati, incontrate ‘realmente’ da Dante e Virgilio nel loro viaggio ultraterreno, ad animali chiamati alla ribalta attraverso metafore, similitudini, allusioni e perifrasi. È il caso, per esempio, degli «stornei», delle gru e delle colombe, a cui il «Sommo poeta» paragona le anime dei lussuriosi nel Canto V dell’«Inferno», o del grifone cristologico e dell’aquila imperiale, citati nel «Paradiso». Agli animali della «Commedia» dantesca è stato dedicato recentemente, nel 2019, il libro «Il bestiario dell’aldilà» di Giuseppe Ledda, docente all’Università degli studi di Bologna, che ha scritto anche altri volumi sullo scrittore toscano: «La guerra della lingua. Ineffabilità, retorica e narrativa nella Commedia di Dante» (2002), «Dante» (2008), «La Bibbia di Dante» (2015) e «Leggere la Commedia» (2016).
In occasione dei settecento anni dalla morte del poeta toscano, gli animali danteschi tornano alla ribalta con Gianni Verna (Torino, 1942), instancabile artista, allievo di Francesco Casorati e Francesco Franco, che da anni si dedica alla xilografia e che, nel 1987, ha dato vita con Gianfranco Schialvino a un «operativo cenacolo a due», per usare un’espressione di Angelo Dragone, dal quale è nata anche «Smens», unica rivista stampata ancora con caratteri di piombo e direttamente dai legni originali appositamente incisi a cui collaborano importanti studiosi, scrittori poeti e artisti.
In questi giorni, il «Bestiario infernale» dell’artista torinese conclude il percorso espositivo della mostra «Omaggio a Dante 1321 - 2021», in programma al Forte di Bard, in Valle d’Aosta. Cuore dell’esposizione è un prezioso incunabolo dell’opera dantesca, «La Comedia del Divino Poeta Fiorentino Dante Aleghieri», stampato a Brescia nel 1487 da uno dei primi editori che in Italia utilizzò la stampa a caratteri mobili, appena inventata da Gutenberg. Si tratta di Bonino de Boninis, al quale si deve anche l’aver scelto di illustrare l’opera dantesca con una sessantina di xilografie di artisti a lui contemporanei. 
In attesa di poter vedere la mostra in presenza, sul Web è presente, dallo scorso Dantedì, un’anteprima video, in cui l’attore Andrea Damarco legge alcune terzine del celebre poema introdotto dalla direttrice del Forte di Bard, Maria Cristina Ronc.
Nel Medioevo i «Bestiari», particolari volumi a tema letterario e figurato che raccontavano le curiosità del mondo animale accompagnate da spiegazioni moralizzanti o da riferimenti tratti dalla Bibbia, allo scopo di stupire ed erudire il volgo, erano molto in voga. Dante Alighieri si dimostra, dunque, figlio del suo tempo. I «Bestiari» sono anche per lui strumenti spirituali utili nel cammino di conversione ed espiazione dell’uomo, «fondendo nella componente semantica del loro nome -ricorda Gianfranco Schialvino in catalogo - i contenuti dei miti pagani, delle fonti bibliche e teologiche, e delle «Naturales historiae» d’età classica ed ellenistica».
Gianni Verna, artista «che non conosce soste», di ottima fama e consolidato mestiere, propone un percorso non solo tra gli animali reali raccontati da Dante Alighieri, ma anche tra creature mitologiche dai tratti insieme umani e ferini: Caronte, Minosse, Cerbero, Gerione, le Furie, le Arpie, Lucifero, Malacoda, il Minotauro, i Centauri, i Giganti, le Arpie, Proserpina, Medusa, Belzebù e i Draghi. 
Tra gli animali raffigurati ci sono il veltro, il destriero, le vespe, l’aquila, le gru che «van cantando lor lai, / faccendo in aere di sé lunga riga», le colombe, i «porci in brago», la «scrofa azzurra e grossa», «la falsa vacca», il toro «che gir non sa, ma qua e là saltella», i mosconi e i serpenti, «le rane innanzi a la nimica biscia», «i ranocchi pur col muso fuori», «i dalfini, quando fanno segno a’ marinar’ con l’arco de la schiena», l’anitra, il cane «ch’abbaiando agogna, / e si racqueta poi che ’l pasto morde», e le «nere cagne, bramose e correnti», il leone e l’oca, l’orsa e il falcone e lo sparviero, i «lupicini» e il «vipistrello». Questi animali son raccontati da Gianni Verna con precisi tratti di bulino e sempre più spesso con vigorosi colpi di sgorbia, dai quali emerge lo spirito di osservazione dell’artista e il suo pregevole sforzo di interpretazione delle cantiche dantesche, lette ora con devozione e riconoscenza, ora con ironia e dissacrazione.
«La sovrabbondanza di immagini animali nei canti dell’Inferno – che l’artista ha scolpito in due lunghe lastre di noce, conducendo in processione come Noè sull’arca e Mosè attraverso il mare, decine e decine di figure ora morfologicamente inappuntabili, ora elaborate con raffinata sensibilità, ora riducendole all’essenzialità di un segno –, può essere interpretata – racconta Gianfranco Schialvino in catalogo - come un allegorico panorama della degradazione dei dannati, privati d’ogni aspetto umano a causa del peccato e della dannazione. Ma la similitudine animalesca non intende assolutamente svolgere questa generica funzione, essendo anzi numerose le analogie animali che Dante ha usato per gli spiriti del Purgatorio e del Paradiso e perfino per gli angeli: si tratta quindi di una grande varietà di riferimenti che non possono essere ridotti univocamente alla funzione generica di segni della degradazione bestiale dei dannati».
Gianni Verna ci restituisce, dunque, un suo personalissimo «Bestiario infernale», che svolge non soltanto una funzione ornamentale, di commento e di esposizione, ma contribuisce anche,  «attraverso l’attivazione della propria autonomia iconica, - per usare ancora le parole di Gianfranco Schialvino -  a ricostruire la rilevanza culturale di una personalissima epopea dantesca».

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martedì 8 giugno 2021

Venezia, Palazzo Cini riapre al pubblico con il dipinto «San Giorgio e il drago» di Paolo Uccello

Sono finalmente visitabili a Venezia tutti gli spazi del Dorsoduro Museum Mile, l’area tra il Canal Grande e il canale della Giudecca, che vanta quattro musei, le cui collezioni consentono un viaggio lungo otto secoli nella storia dell’arte mondiale, dalla pittura medioevale e rinascimentale al contemporaneo. Ha, infatti, riaperto da pochi giorni le porte, per rimanere visitabile fino al prossimo 31 ottobre, Palazzo Cini a San Vio, raffinata casa-museo sorta nel 1984, che, con le sue opere di Beato Angelico, Filippo Lippi, Sandro Botticelli, Piero di Cosimo e Pontormo, va ad arricchire l’offerta culturale della città, o meglio della zona intorno alla Basilica di Santa Maria della Salute, dove si trovano anche le Gallerie dell’Accademia, Punta Dogana e la Collezione Peggy Guggenheim.
Per il settantennale della Fondazione Giorgio Cini (1951-2021), è arrivata a Venezia, nell’ambito dell’iniziativa «L’ospite a palazzo», una delle opere più singolari di Paolo Uccello (Pratovecchio, 15 giugno 1397 – Firenze, 10 dicembre 1475): la tavola con «San Giorgio e il drago», generosamente concessa dal Musée Jacquemart-André di Parigi, in occasione del prestito da parte della Collezione Cini del «Giudizio di Paride» per la mostra «Botticelli. Un laboratoire de la Renaissance» (11 settembre 2020 – 25 gennaio 2021).
L’opera, che ritrae il cavaliere San Giorgio mentre dall'alto del suo cavallo sta trafiggendo il drago, arricchisce di un importante tassello il nucleo del Quattrocento fiorentino della collezione permanente conservata all’interno del palazzo di campo San Vio, generando inedite risonanze, ed evoca simbolicamente il miles christianus che caratterizza il logo della stessa fondazione veneziana, sorta sull’isola di San Giorgio Maggiore nel 1951, per volere di Vittorio Cini in memoria del figlio Giorgio.
La tavola fu acquistata da Nélie Jacquemart alla vendita londinese Stevens del 1899, già nella collezione dell’antiquario fiorentino Stefano Bardini; il recente restauro ha fugato ogni dubbio in merito al ricco dibattito sull’autografia, mettendo in luce la brillante cromia della tempera, il raffinato dosaggio timbrico negli accostamenti delle tinte, le preziose stesure in lacca, i minuti dettagli in punta di pennello, con i profili picchiettati dalla biacca, riscontrabili nelle sue prove sicure. Più controversa la datazione, oggi perlopiù attestata tra anni Trenta e Quaranta, in anticipo di un ventennio circa rispetto all’altra celebre versione del «San Giorgio e il drago» (1455-1469), conservata alla National Gallery di Londra, di più virtuosistico concepimento ed evoluta spazialità. A ribadirne la precocità cronologica sono proprio quegli elementi compositivi e stilistici che rimandano alla matrice tardogotica della formazione dell’artista e ne marcano l’adesione alle atmosfere di Gentile da Fabriano e Ghiberti.
Come per il Botticelli della Cini, anche per il dipinto di Paolo Uccello si è ipotizzata una destinazione profana e una funzione iconica legata alla spalliera di un letto o ad una boiserie per una camera da letto; il tema del resto, popolare nella Firenze del Quattrocento grazie ai ludi, ai tornei, agli spettacoli dedicatigli per le celebrazioni della festa liturgica, era di sovente impiegato nei fronti dei cassoni nuziali, evocando da un lato la dimensione cortese del cavaliere che salva la fanciulla indifesa e assumendo, dall’altro, valore apotropaico nella figura del milite cristiano che trionfa sul demonio. 
Per l’arrivo di «San Giorgio e il drago» di Paolo Uccello, la Sala del Rinascimento della galleria è stata riallestita e il pubblico può ammirare nel nuovo layout i due capolavori di Piero di Cosimo: la «Madonna con il Bambino e angeli musicanti» e la tavola della «Sacra Famiglia con San Giovannino». In particolare quest’ultima opera dell’artista fiorentino è stata restaurata nel 2019 grazie al finanziamento di Save Venice Inc ed è ora apprezzabile in tutto il suo splendore.
Rinnovata con nuove opere, di cui undici stampe di Giambattista Piranesi (Venezia 1720 – Roma 1778) e altrettante fotografie di Gabriele Basilico, al secondo piano del palazzo ha aperto al pubblico anche la mostra «Piranesi Roma Basilico», a cura di Luca Massimo Barbero, che riprende la figura di Piranesi vedutista proposta dalla mostra «Le arti di Piranesi», ideata dalla Fondazione Cini nel 2010, con una lettura originale delle sue vedute di Roma, messe a confronto con il lavoro del grande fotografo. Un primo capitolo dell’esposizione era già stato inaugurato nel 2020, ma, a causa delle restrizioni dovute alla pandemia, la mostra aveva dovuto chiudere anticipatamente.
Il corpus Piranesi della Fondazione Giorgio Cini, acquisito nel 1961, costituisce uno dei fondi di grafica più rilevanti conservati da un’istituzione privata. La sua conservazione è stata garantita dalla lungimirante e generosa decisione di Vittorio Cini, che negli anni settanta del secolo scorso lo acquistò e lo destinò integralmente all’Istituto di Storia dell’arte della fondazione, dove ancora oggi è oggetto di studio.
Con questa esposizione, archi, piazze, obelischi diventano la sintassi di un discorso a due voci che racconta la magnificenza della Roma antica e moderna, mettendo in dialogo il passato con la contemporaneità.

Didascalie delle immagini
1. Palazzo Cini a San Vio, Venezia.  Vista dell'installazione. Mostra Roma, Piranesi, Basilico. Foto: Massimo Pistore; 2.  Palazzo Cini a San Vio, Venezia.  Vista dell'installazione. Sala del Rinascimento. Foto: Massimo Pistore; 3. Palazzo Cini a San Vio, Venezia.  Vista dell'installazione. Mostra San Giorgio e il drago. Foto: Massimo Pistore; 4. Paolo Uccello, San Giorgio e il drago. Musée Jacquemart-André di Parigi; 5. Palazzo Cini a San Vio, Venezia.  Vista dell'installazione. San Giorgio e il drago di Paolo Uccello con Luca Massimo Barbero. Foto: Massimo Pistore

Informazioni utili 
Palazzo Cini, Campo San Vio, Dorsoduro 864 – Venezia. Orari: venerdì, sabato e domenica, ore 12.00 – 20.00 (ultimo ingresso ore 19.15). Ingresso: intero 10,00€, ridotto € 8,00 (gruppi superiori a 8 persone/ragazzi 15–25 anni/over 65/Soci Touring Club Italiano/Soci Coop/Soci ALI), ridotto Voucher Guggenheim: 7,00€ (per possessori di voucher Peggy Guggenheim Collection/Assicurazioni Generali), ridotto: 5,00€ (Residenti Comune di Venezia/Soci Guggenheim/studenti e docenti universitari U.E. delle facoltà di architettura, conservazione dei beni culturali, scienze della formazione, iscritti ai corsi di laurea in lettere o materie letterarie con indirizzo archeologico, storico artistico delle facoltà di lettere e filosofia, iscritti alle Accademie delle Belle Arti), gratuito minori di 15 anni (i minori devono essere accompagnati)/ membri Icom (International Council of Museums)/diversamente abili accompagnati da un familiare o da un assistente socio-sanitario/giornalisti accreditati con tesserino/dipendenti Assicurazioni Generali/guide turistiche accreditate. Guida breve: € 4,00. Informazioni: palazzocini@cini.it. Web: www.palazzocini.it, www.cini.it. Facebook: @Palazzo Cini. Instagram: @palazzo_cini. Twitter: @palazzo_cini. Apertura stagionale dal 28 maggio al 31 ottobre 2021