ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

giovedì 3 maggio 2012

Gli affreschi di Castelseprio? «Un giallo dell'arte medioevale»

«Castrum Seprum destruatur, et destructum perpetuo teneatur et nullus audeat vel praesumat in ipso Monte habitare».«Castel Seprio sia smantellato e perpetuamente tenuto tale, né alcuno osi o presuma di potervi ancora abitare». Con queste parole, nella notte tra il 28 e il 29 marzo 1287, l'arcivescovo Ottone Visconti, dopo aver sconfitto la famiglia dei Della Torre, proclamava la fine del castrum sorto, nel IV secolo d.C., lungo la via Como-Novaria, a difesa dei confini al di qua delle Alpi.
Alla distruzione sopravvisse la sola chiesa di santa Maria foris portas, luogo sacro inserito dal giugno 2011 nella lista dei patrimoni mondiali dell'umanità dell'Unesco (insieme con altri sei siti densi di testimonianze architettoniche e pittoriche dell’età longobarda), la cui fama è legata al ciclo di affreschi che decora il vano dell'abside, considerato oggi una tra le più alte testimonianze della pittura muraria europea nell'alto Medioevo.
Le origini del piccolo edificio religioso, ora sconsacrato e di proprietà della Provincia di Varese, sono difficilmente ricostruibili: in passato si è pensato che l’edificazione della chiesa fosse databile al VII-VIII secolo; oggi, in seguito a un’accurata ricerca di Carlo Bertelli (supportata dall’esame della termoluminescenza), si è spostata l’epoca di fondazione intorno al secondo quarto del IX secolo, all’interno della temperie culturale carolingia.
Sebbene edificata con materiali poveri e rinvenuti in zona, quali ciottoli di fiume, l'architettura è raffinata e mostra forti influenze mediorientali (siriache per la precisione), come ben documenta la pianta a trifoglio, non comune in Occidente.
Delle tre absidi, una sola sussiste, ed è quella dove si trovano le pitture rinvenute nel 1944 da Giampiero Bognetti e rimaste a lungo nascoste sotto uno strato d'intonaco quattrocentesco. Pitture, queste, la cui squisita ricchezza contrasta con la disadorna umiltà delle pareti dell’aula e che si ipotizza dovessero essere visibili, nella loro interezza, solo dai celebranti e da quanti erano ammessi nel presbiterio, e non dai fedeli presenti nella navata.
Il programma pittorico, che ha fatto parlare della chiesa di santa Maria foris portas come della «Cappella Sistina del Medioevo», racconta, con un linguaggio fortemente naturalistico e impressionistico, storie dell’infanzia di Gesù (dall’annunciazione alla presentazione al tempio) e celebra il dogma dell’Incarnazione, tema caro alla teologia dei cristiani d’Oriente, nel quale si ‘parla’ della consustanzialità di Cristo, ovvero della perfetta unione tra natura umana, implicita nei soggetti della vita di Cristo incarnato, e natura divina, come nella rappresentazione del Cristo pantocrator. Anche la fonte ha provenienza orientale: ai Vangeli canonici si è preferito un testo apocrifo, compilato in Egitto e diffuso con il nome di Protovangelo di Giacomo.
Difficile datare le pitture, che risalgono in ogni caso a prima della metà del X secolo, per via di un'iscrizione, graffita al di sopra della superficie pittorica, che ricorda Arderico, arcivescovo di Milano, eletto nel 936 e morto nel 948.
La straordinaria libertà nelle composizioni, l'uso di uno spazio illusionistico e scenografico, insieme alle figure allungate e a una tecnica rapida, di grande freschezza, giocata su una combinazione di pochi, essenziali colori (ocra, calce, nero di carbone) ci riportano ad un'atmosfera anticheggiante, memore della grande pittura romano-classica.
La tecnica pittorica del frescante, conosciuto come Maestro di Castelseprio, appare sapiente: la sua mano sembra veloce e sicura (in alcuni casi il disegno dei contorni è fatto direttamente col colore), le velature danno una luminosità diffusa, le ombre sono ben definite e le lumeggiature appaiono pastose.
Il ciclo affrescato, disposto su due ordini e non diviso da riquadri, ha inizio, nell’emiciclo absidale, in alto a sinistra, con la scena dell’annunciazione, dove l’angelo sorprende Maria intenta a filare, il tutto sotto lo sguardo comprensibilmente meravigliato di una giovane donna, forse un’amica della Vergine. Seguono l’episodio della visitazione, del quale una larga crepa ha purtroppo cancellato la figura di santa Elisabetta, e quello con la cosiddetta «prova delle acque amare», prescritta dalla legge ebraica per accertare le gravidanze sospette e a cui anche Maria, secondo i vangeli apocrifi, si sottopose.Dopo un tondo con il busto del Cristo benedicente, a cui ne corrispondeva uno oggi perduto con l’immagine del Battista, ci troviamo davanti all’apparizione dell’angelo a san Giuseppe, scena maestosa e delicata al medesimo tempo, ricca di dettagli finissimi. La narrazione riprende con la raffigurazione del viaggio a Betlemme, con un tenero dialogo tra i due sposi, Maria sull’asino e Giuseppe che la segue a piedi. 
Passando dalla fascia superiore a quella inferiore, si vedono raffigurate la natività e l’annuncio ai pastori: su un fondo roccioso illuminato dalla cometa, la Madonna, adagiata su un giaciglio, ha di fronte a sé l’incredula levatrice Salomè, mentre in basso altre due donne lavano il Bambino. Giuseppe siede in disparte, in attesa pensosa; sopra di lui, dietro a una roccia, in vista di una città, l’angelo annuncia la nascita del Cristo. Solo un albero divide questa scena dalla successiva, l’adorazione dei Magi. Ritornando verso il centro dell’abside, incontriamo, infine, la presentazione al tempio: la Vergine, attorniata da Giuseppe e da altri due personaggi, porge il Bambino al vecchio sacerdote Simeone che lo accoglie con la mano sinistra velata.
Tutte queste pitture sono di elevata qualità stilistica; la rarità dei loro caratteri ne ha fatto, inoltre, parlare come di un anello di congiunzione tra l'arte classica e quella bizantina, tra l’iconografia d’Occidente e quella d’Oriente. Incerta e dibattuta rimane, invece, la loro datazione e il nome dell’autore, tanto da far considerare questo ciclo di affreschi come uno degli enigmi più appassionanti, e affatto risolto, per gli studiosi di tutto il mondo. Un vero e proprio «giallo» dell’arte medioevale.

Didascalie delle immagini
[fig.1] Veduta esterna della chiesa di santa Maria foris portas, a Castelseprio; [fig. 2] Maestro di Castelseprio, «Cristo benedicente», s.d..Castelseprio, chiesa di santa Maria foris portas; [fig. 3] 
Maestro di Castelseprio, «Presentazione al Tempio», s.d..Castelseprio, chiesa di santa Maria foris portas; [fig. 4] Maestro di Castelseprio, «Sogno di san Giuseppe», s.d..Castelseprio, chiesa di santa Maria foris portas; [fig. 5] Maestro di Castelseprio, «Andata a Betlemme», s.d..Castelseprio, chiesa di santa Maria foris portas

Informazioni utili
Chiesa di santa Maria foris portas, via Castelvecchio 1515 - Castelseprio. Orari: martedì-sabato, ore 08.30-19.20; domenica e festivi, ore 09.30-18.20. Ingresso gratuito. Informazioni: tel. 0331.820438. 

Il «Gold Remi Award» al film «Il merletto, un’arte veneziana»

Parla italiano il documentario che ha vinto il prestigioso premio «Gold Remi Award» alla quarantacinquesima edizione del «WorldFest Houston International Film Festival», una delle più importanti rassegne di cinema e audiovisivo degli Stati Uniti. L'ambito riconoscimento è, infatti, stato assegnato al film «Il merletto, un’arte veneziana» («The Lace, a Venetian Art»), prodotto dalla Fondazione musei civici di Venezia e diretto da Alessandro Bettero.
Espressamente concepito e realizzato in occasione della riapertura del Museo del Merletto di Burano, avvenuta a giugno dell’anno scorso, il documentario narra la nascita e lo sviluppo di una delle arti più secolari della città lagunare, la tradizione del pizzo lavorato a ago, sullo sfondo delle vicende della Serenissima.
Il film, girato in alta definizione e sottotitolato in lingua inglese, è arricchito dai ricordi e da vivide testimonianze di una dozzina di merlettaie di Burano, ma mostra anche suggestive ricostruzioni storiche realizzate con attori in abiti d’epoca e filmate all’interno di alcuni prestigiosi palazzi storici della città, come il Ducale, il Mocenigo, Ca’ d’Oro, la basilica di San Marco e la fornace vetreria di «Formia Luxury Glass» a Murano, oltre che in località caratteristiche del Veneto, tra Burano, Murano, Torcello, Chioggia e Altino.
Rare ed esclusive sono anche le immagini che ripropongono alcuni tra i manufatti più antichi della collezione appartenente al Museo del merletto e alla Fondazione Musei civici di Venezia. Manufatti, questi, che coprono gli ultimi cinque secoli.
Il documentario, della durata di circa quaranta minuti, è stato realizzato con la consulenza di Paola Chiapperino, già direttore del museo veneziano, e con il contributo, per i testi, di Doretta Davanzo Poli, nota storica del merletto e docente all’Università Ca’ Foscari di Venezia.
La musica del film è a cura del maestro Alberto De Piero e dell’Orchestra Filarmonia Italiana. La fotografia porta la firma di Lorenzo Pezzano: mentre i costumi sono stati realizzati dagli atelier «Nicolao» e «Pietro Longhi» di Venezia.
Grazie a questo documentario, sempre visibile nella sala introduttiva al primo piano del museo buranese, il pubblico statunitense ha potuto riscoprire o conoscere per la prima volta una delle più antiche e preziose tradizioni veneziane, quella del merletto, un’arte antica legata indissolubilmente alla storia del costume, del tessuto, dell’arte e dell’architettura di Venezia e della sua Laguna.
L’arte cinematografica si è fatta, dunque, strumento di promozione turistica per il giovane museo lagunare, ubicato presso lo storico palazzetto del Podestà di Torcello, già sede, dal 1872 al 1970, della celebre Scuola del merletto, fondata dalla contessa Adriana Marcello. In queste antiche sale di piazza Galuppi, all’interno delle quali Daniela Ferretti ha portato la policromia tipica dell’isola, sono allineati oltre centocinquanta esemplari di pizzi, ma anche dipinti dei secoli XV-XX, incisioni, disegni, documenti, riviste, tessuti e costumi. Manufatti, questi, che raccontano un’arte tramandata di generazione in generazione, un antico mestiere, quasi esclusivamente femminile, che dall’unione di materiali poveri, quali ago e filo, e mani sapienti, continua a creare veri e propri capolavori.

Per saperne di più
«Fogli d'arte», il restyling del Museo del merletto di Burano
Il sito ufficiale del Museo del merletto di Burano


Didascalie delle immagini
[fig. 1] Foto di scena per il documentario «Il merletto, un’arte veneziana» («The Lace, a Venetian Art»), prodotto dalla Fondazione musei civici di Venezia e diretto da Alessandro Bettero; [fig. 2] Veduta esterna del Museo del Merletto di Burano, Venezia. Foto di Mario e Alessia Polesel; [fig. 1] Veduta interna del Museo del Merletto di Burano, Venezia. Particolare dell'allestimento di Daniela Ferretti al primo piano del palazzetto del Podestà di Torcello


Informazioni utili
«Il merletto, un’arte veneziana» («The Lace, a Venetian Art»). Documentario, durata (40 min.). Regia: Alessandro Bettero. Produzione: Fondazione Musei Civici di Venezia. Produttore esecutivo: Amelia Fiorenzato. Coordinatore esecutivo: Paola Chiapperino, con la collaborazione di Chiara Squarcina, Fondazione Musei civici di Venezia. Testi: Doretta Davanzo Poli, Università Ca’ Foscari - Venezia. Fotografia: Lorenzo Pezzano. Focus Pullers: Matteo Bolzonello, Davide Ceccato. Montaggio e post-produzione audio: Luca Giacon. Colorist: Francesco Marotta. Musiche: Alberto De Piero e l’Orchestra Filarmonia Italiana.
Museo del merletto di Burano, piazza Galuppi 187 - Burano (Venezia). Orari: dal 1° aprile al 31 ottobre, ore 10.00–18.00 (biglietteria 10.00– 17.30); dal 1° novembre al 31 marzo, 10.00–17.00 (biglietteria 10.00–16.30); chiuso il lunedì.Ingresso: intero  € 5,00, ridotto € 3,50 [ragazzi da 6 a 14 anni; studenti* dai 15 ai 25 anni; accompagnatori (max. 2) di gruppi di ragazzi o studenti; cittadini ultrasessantacinquenni; personale del Ministero per i Beni e le Attività culturali; titolari di Carta Rolling Venice; soci FAI]. Informazioni: tel. +39.041.730034 o museo.merletto@fmcvenezia.it.

lunedì 30 aprile 2012

Londra, il globo al «Globe». Per Shakespeare

Trentotto spettacoli in trentotto lingue per celebrare il compleanno di uno dei più grandi drammaturghi di tutti i tempi: William Shakespeare. Accade a Londra, dove va in scena la prima edizione di «Globe to globe», una maratona di teatro, lunga sei settimane, che vedrà calcare le assi del palcoscenico oltre seicento attori, provenienti da cinque continenti.
Dalla danza maori al linguaggio dei segni, dall’hip-hop al cinese mandarino, passando per l’irdu e l’hindi: si prospetta come un vero e proprio bagno enciclopedico e multi-linguistico nell’opera del «grande Bardo» quello che propongono Tom Bird e lo scrittore e direttore di teatri Dominic Dromgoole con questo imponente e ambizioso progetto, parte integrante del «World Shakespeare Festival», una serie di eventi che proseguirà fino a lunedì 12 novembre, con appuntamenti in tutta la Gran Bretagna.
Scenario della rassegna, in programma fino a mercoledì 9 giugno, sarà il leggendario Globe Theatre, replica dell’antico teatro elisabettiano sulla riva destra del Tamigi (oggi a pochi passi dalla Tate Modern), nel quale recitavano i «Lord Chamberlain's Men», la compagnia guidata da Richard Burbage, della quale faceva parte anche l’autore di Stratford-upon-Avon.
Ad aprire il sipario di questa affascinante struttura in legno di quercia, con la volta stellata a fare da tetto, è stata, sabato 21 aprile, la compagnia «Isango Ensemble», proveniente da Città del Capo, con lo spettacolo «Venus & Adonis - U-Venas no Adonisi», grande storia di seduzione e di perdita di innocenza, raccontata attraverso i colori e i ritmi tipici della cultura africana. Ma l’appuntamento già andato in scena che ha fatto più discutere la stampa di tutto il mondo è stata, senza ombra di dubbio, la tragedia «Troilo e Cressida» della compagnia neozelandese «Ngakau Toa», prima traduzione integrale di un’opera shakespeariana in lingua maori, iniziata con una haka, la danza guerriera resa celebre in tutto il mondo dalla nazionale neozelandese di rugby. La rappresentazione si è tenuta lunedì 23 aprile, giorno nel quale, tradizionalmente, si festeggia il compleanno dello scrittore elisabettiano.
Questa settimana è stata, invece, la volta de «La dodicesima notte» in indiano, del «Pericle» in greco, di «Misura per misura» in russo, de «Le allegre comari di Windsor» in swahili, e del «Riccardo III» in cinese mandarino, appuntamento, quest’ultimo, che ha visto recitare l’attesissimo «National Theatre of China», proveniente da Pechino. Molto atteso a Londra anche il ritorno del regista lituano Eimuntas Nekrosius alla direzione dell’«Amleto», con i «Meno Fortas». Mentre per assistere a uno spettacolo in lingua italiana bisognerà attendere martedì 1° e mercoledì 2 maggio, quando «I Termini» di Roma (compagnia nata nel gennaio 2002 in seno all'Accademia nazionale d'arte drammatica «Silvio D'Amico») porteranno in scena una versione contemporanea del «Giulio Cesare», per l'adattamento di Vincenzo Manna e con la regia di Andrea Baracco.
Al festival «Globe to globe» ci sarà spazio anche per lo Stato più giovane del mondo, il Sud Sudan (indipendente dal luglio del 2011, dopo oltre cinquant’anni di lotta violenta). La ‘compagnia di casa’ porterà in scena la tragedia «Cimbellino», tradotta in arabo juba dal regista Joseph Abuk e allestita con costumi delle tribù locali che abitano il Paese. Mentre da Kabul arriverà la compagnia «Roy-e-Sabd», per la prima volta fuori dai confini nazionali, con «La commedia degli errori» in lingua dari, il persiano che si parla in Afghanistan.
Tra i grandi classici shakespeariani non mancheranno il «Re Lear» in bielorusso, «Antonio e Cleopatra» in turco, «La bisbetica domata» in urdu, «Molto rumore per nulla» in francese, «Enrico VIII» in castigliano, «Macbeth» in polacco, «Tito Andronico» in cinese cantonese, «La tempesta» in bengalese e un singolare «Romeo e Giulietta» nella rivisitazione in portoghese della compagnia «Grupo Galpão», che porterà in scena un vivace mix di circo, musica, danza e cultura brasiliana.
Curioso sarà anche l’«Otello», in lingua inglese, della compagnia «Q brothers» di Chicago, che farà incontrare il dramma shakespeariano della gelosia con il linguaggio fresco e urbano dell’hip-hop.
Le opere del «cigno di Avon» saranno narrate anche attraverso il linguaggio dei segni, con lo spettacolo «Pene d’amore perduto», portato sul palco dal «Deafinitely Theatre» di Londra, e per mezzo della lingua ebraica, con «Il mercante di Venezia», dramma noto per il monologo dell'ebreo Shylock contro l'antisemitismo e il razzismo, che vedrà in scena l’«Habima National Theatre» di Tel Aviv, riconosciuto dal 1958 come compagnia dello Stato di Israele.
Al Globe Theatre l’«Enrico IV», il lavoro dal quale ha avuto origine il «Falstaff» verdiano, si sdoppierà e parlerà in spagnolo, grazie a due compagnie provenienti dal Sud America, la «Compañia Nacional de Teatro» di Città del Messico e la «Elkafka Espacio Teatral» di Buenos Aires. Mentre l'«Enrico VI», storia della prima grande guerra civile inglese, si farà in tre e diventerà balcanico, parlando serbo, albanese e macedone grazie alle interpretazioni del «National Theatre» di Belgrado, del «National Theatre of Albania» di Tirana e del «National Theatre of Bitola».
Il gran finale spetterà alla compagnia di casa, quella del Globe, che porterà in scena il «Riccardo V», dramma storico dal quale è tratto anche il claim della prima edizione del festival londinese: «O for a muse of fire», un invito a viaggiare sulle ali della fantasia. Un invito che «Globe to globe» declinerà in tutte le lingue del mondo, riportando commedie, drammi e tragedie che da quattro secoli e mezzo affascinano culture tra le più disparate, nel luogo in cui tutto ebbe inizio.

 Didascalie delle immagini 
[fig. 1] Interno del Globe Theatre di Londra; [fig. 2] Una scena dello spettacolo «Venus & Adonis - U-Venas no Adonisi», con la compagnia «Isango Ensemble» di Città del Capo, Sudafrica; [fig. 3] Una scena dell’«Enrico VIII» con la compagnia «Rakatà» di Madrid, Spagna; [fig. 4] Una scena tragedia «Troilo e Cressida» con compagnia «Ngakau Toa», Nuova Zelanda; [fig. 5] Una scena dello spettacolo, «Pene d’amore perduto», portato sul palco dal «Deafinitely Theatre» di Londra e rappresentato con il linguaggio dei segni


 Informazioni utili 
«Globe to globe». Shakespeare's Globe, 21 New Globe Walk - Bankside London SE1 9DT - Londra, Regno Unito. Ingresso: £ 5,00 per i posti in piedi, da £ 10,00 a £ 35 in galleria. Sito internet: http://globetoglobe.shakespearesglobe.com/. Fino al 9 giugno 2012.

domenica 29 aprile 2012

Cucina e teatro, in scena otto spettacoli «da gustare»

Nell’autunno del 1989, Paola Berselli e Stefano Pasquini decidono di dare una svolta alla propria vita. Lasciano Bologna, la città nella quale vivono e dove lavorano nella compagnia «Il baule dei suoni», per trasferirsi alle Ariette, un piccolo podere sull’Appenino bolognese. In questa valle, nei pressi di Castello di Serravalle, la coppia trasforma la vecchia tenuta di famiglia in un agriturismo. Coltiva i tre ettari e mezzo di terra che circondano la casa. Alleva polli, oche e galline. La passione per il palcoscenico, come tutti gli amori non fugaci, torna a farsi sentire. Il richiamo a raccontare e a raccontarsi bussa imperioso alla porta del cuore. Paola e Stefano decidono di ascoltare quella voce e ripensano, così, al loro modo di rapportarsi all’arte scenica. Nel 1996 sono pronti per iniziare una nuova avventura: nasce il Teatro delle Ariette, una compagnia che mescola, nei propri spettacoli, autobiografia e riferimenti alla vita contadina, e che porta i propri lavori nei luoghi della quotidianità, dalle scuole agli ospedali, dalle piazze alle case.
«Teatro da mangiare?», che vede in scena anche l’amico Maurizio Ferraresi, può essere considerato la summa della poetica dell’associazione emiliana: seduti attorno a una tavola imbandita, gli spettatori-commensali (mai più di una trentina per volta) ascoltano il racconto di un percorso artistico e umano, quello di Stefano, Paola e Maurizio. Ma partecipano anche al rito domestico di preparazione di una vera e propria cena, da consumare tutti insieme al termine della serata. Tagliatelle fatte in casa, tigelle, vino e prodotti rigorosamente biologici non mancano mai in questa curiosa performance, tra mattarelli da cucina e vecchie canzoni, del quale ha scritto anche il quotidiano francese «Le Monde».
Lo spettacolo, giunto a oltre cinquecento repliche, approda a Milano, negli spazi dell’ex ospedale psichiatrico «Paolo Pini», in occasione di «Expo Days. Il mondo a tavola», calendario di oltre ottanta eventi, tra rassegne cinematografiche, mostre, convegni e laboratori per bambini, promosso e organizzato dal Comune di Milano in vista dell’Expo 2015,  incentrato sul tema «Nutrire il pianeta, energia per la vita».
L’appuntamento con il Teatro delle Ariette, in programma fino a lunedì 30 aprile (alle 12.00 e alle 20.00, previa prenotazione al numero 02.66200646 o all’indirizzo e-mail olinda@olinda.org) inaugura il cartellone teatrale della rassegna: otto gli spettacoli in programma, che vogliono puntare i riflettori sulle contaminazioni tra il linguaggio della scena e l’arte gastronomica.
Dopo aver sperimentato il piacere antico del convivio con «Teatro da mangiare?», sarà la volta dell’impegno civile con «Mafie in pentola. Libera Terra, il sapore di una sfida», in programma nella serata di lunedì 30 aprile al Piccolo Teatro Studio (ingresso libero, fino a esaurimento dei posti disponibili). L’attrice Tiziana Di Masi porterà in scena, con un’interpretazione capace di sfumare dal drammatico al brillante, l’esito dell’inchiesta giornalistica condotta da Andrea Gruolo, premio Cronista dell’anno 2011, sui terreni confiscati alle mafie in Sicilia, Calabria, Puglia, Campania e anche nel nord Italia. Terreni, questi, che sono ritornati a nuova vita grazie al lavoro delle cooperative di «Libera Terra», un progetto di don Luigi Ciotti nato nel 1995, che ha il «sapore della legalità», che ha il gusto, buono e onesto, di olio, vino, miele, pasta, taralli, legumi, limoncello e torrone, prodotti che, a fine spettacolo, il pubblico potrà anche assaggiare, salendo sul palcoscenico.
Dalla proposta gastronomico-civile di Tiziana Di Masi, all’insegna del meglio della cucina italiana, si passerà ai mille sapori del tè con «Assaggi d’Oriente», una degustazione promossa da Barbara Sighieri prima dello spettacolo «Incendi» dell'artista libano-canadese Wajdi Mouawad, in programma presso il Teatro i. Nella stessa serata, giovedì 3 maggio, l’attrice Elena Guerrieri porterà in scena, negli spazi del ex ospedale psichiatrico «Paolo Pini», il suo «Orti insorti. In giardino con Pasolini, Calvino e il mi’ nonno contadino in Maremma» (prenotazione obbligatoria al numero 02.66200646 o all’indirizzo e-mail olinda@olinda.org), un monologo «con musica dal vivo e minestrone» che affronta, grazie a una brillante interpretazione in bilico tra serietà e ironia, temi legati all’ambiente, all’agricoltura biologica, alla biodiversità, alla vecchia civiltà contadina. L’ingresso, fissato alle 20.30, è a baratto: per entrare sarà sufficiente portare con sé un prodotto della terra o degli animali; olio, vino, formaggio, miele, marmellata o frutta al posto dei soldi, come avveniva una volta, perché dai nonni, in tempi di crisi economica, c’è sempre da imparare.
Due le proposte in cartellone anche nella giornata successiva, venerdì 4 maggio. Al Museo del Novecento, Valeria Magli presenterà «Mille modi di cucinare la signorina Richmond», una performance nella quale il corpo gioca con il testo tratto da un manuale di cucina. Tre le repliche in programma, a partire dalle 18, ogni ora e mezza (ingresso libero, fino a esaurimento dei posti). Alle 22.30 ci si sposterà, invece, all’Arci Cicco Simonetta, dove andrà in scena «TeatriFood. Improvvisazione con sapore», uno spettacolo nel quale attori e pubblico compiranno un viaggio all’insegna di gusti, profumi e emozioni che ruotano intorno a una tavola imbandita (ingresso: € 3,00, con tessera Arci).
Dalle suggestioni della cucina si passerà, quindi, al suo lessico con «Le parole del cibo», spettacolo in cartellone sabato 5 e domenica 6 maggio, alle 20, presso gli spazi del teatro Arsenale. Una performance, questa, ricca di azione, umorismo, dinamicità e informazioni culinarie, che trae spunto da alcune pagine significative della letteratura a tema gastronomico come la «Lettera del chiarissimo poeta Lorenzo Stecchetti a Pellegrino Artusi, la ricetta del «Risotto patrio» di Carlo Emilio Gadda e «Le seppie coi piselli» di Achille Campanile.
Il gran finale spetterà allo spettacolo «Pranzo d’artista. Quando si incontrano misericordia e libertà», lettura scenica del racconto «Il pranzo di Babette» di Karen Blixen, a cura del Teatro Alkaest, in programma domenica 6 maggio, alle 12.30, presso una residenza privata di Milano (prenotazione obbligatoria al numero 331.4129098 o alla e-mail stanze@teatroalkaest.it). Otto spettacoli, dunque, diversissimi tra loro quelli di «Expo Days. Il mondo a tavola». Otto spettacoli golosi, che focalizzano l’attenzione ora sull’impegno civile, ora sul piacere della convivialità, ora sulla nostra storia gastronomica, con qualche rimpianto per il passato che non ritorna. Ed è proprio il caso di dirlo: a Milano, questo maggio, ce ne sarà per tutti i gusti.

Didascalie delle immagini 
[fig. 1] Una scena dello spettacolo «Teatro da mangiare?», con il Teatro delle Ariette. Foto di Paolo Rapalino; [fig. 2 e 3] Una scena dello spettacolo «Teatro da mangiare?», con il Teatro delle Ariette. Foto di Marco Caselli; [fig. 4 e 5] Una scena dello spettacolo «Mafie in pentola. Libera Terra, il sapore di una sfida», con Tiziana Di Masi; [fig. 6 e 7] Una scena dello spettacolo «Orti insorti. In giardino con Pasolini, Calvino e il mi’ nonno contadino in Maremma», con Elena Guerrieri. 


 Informazioni utili 
 «Expo Days. Il mondo a tavola». Rassegna teatrale. Milano, sedi varie. Programma: www.expo2015.org/sites/default/files/rich_text_editor/pagine_standard/flyer_dgt_o.pdf. Fino a domenica 6 maggio 2012. 
Cartellone
- domenica 29 e lunedì 30 aprile, ore 12.00 e ore 20.00 / TeatroLaCucina, ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini (via Ippocrate, 45) / «Teatro da Mangiare?», con il Teatro della Ariette / prenotazione obbligatoria allo 02.66200646 o alla e-mail olinda@olinda.org;- 
- lunedì 30 aprile, ore 20.30 / Piccolo Teatro Studio (via Rivoli, 6) / «Mafie in pentola», di Andrea Guolo, con Tiziana Di Masi / ingresso libero fino a esaurimento posti / informazioni: mafieinpentola@gmail.com;
- giovedì 3 maggio, ore 19.00 / Teatro i (via Gaudenzio Ferrari, 11) / «Assaggi d'Oriente» /prenotazione obbligatoria al numero 366.3700770, allo 02.8323156 (dalle ore 14.30 alle 19.30) o alla e-mail: info@teatroi.org;
- giovedì 3 maggio, ore 20.30 / TeatroLaCucina, ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini (via Ippocrate, 45) / «Orti insorti. In giardino con Pasolini, Calvino e il mi’ nonno contadino in Maremma», con Elena Guerrieri, all’organetto Davide Orlando / prenotazione obbligatoria allo 02.66200646 o alla mail olinda@olinda.org / ingresso a baratto;
- venerdì 4 maggio, ore 18.00, 18.30, 19.00 / Museo del Novecento, Sala Fontana, piazza Duomo / «Mille modi di cucinare la signorina Richmond»,con Valeria Magli / ingresso libero fino a esaurimento posti / informazioni: vagastudio@gmail.com;
- venerdì 4 maggio, ore 22.30 / Arci Cicco Simonetta (via Cicco Simonetta, 16) / «TeatriFood. Improvvisazione con sapore», con Teatribù / ingresso con tessera Arci + € 3,00 / informazioni: info@teatribu.it;
- sabato 5 e domenica 6 maggio, ore 20.00 / Teatro Arsenale (via Cesare Correnti, 11) / «Le parole del cibo»/ingresso: € 5,00 / informazioni: teatro@teatroarsenale.it;
- domenica 6 maggio, ore 12.30 / residenza privata (la casa in cui si svolgerà lo spettacolo verrà comunicata al momento della prenotazione) / «Pranzo d’artista. Quando si incontrano misericordia e libertà», con il Teatro Alkaest / prenotazione obbligatoria al 331.4129098 o alla e mail stanze@teatroalkaest.it

venerdì 27 aprile 2012

Londra, il Van Dyck siciliano alla Dulwich Picture Gallery

E' l'ottobre del 1621 quando il ventiduenne Anton Van Dyck (Anversa, 1599 – Londra, 1641) parte per l'Italia, tappa obbligata nel processo formativo del bagaglio culturale e figurativo dei pittori fiamminghi. Un mese dopo, il 20 novembre, il giovane allievo di Peter Paul Rubens è a Genova, presso la casa dei fratelli Lucas e Corneil de Wael, artisti e mecenati di Anversa, stabilitisi nella città ligure dal 1610.
Qui -secondo quanto raccontano Pietro Giovanni Bellori e Raffaele Soprani- il pittore rimane fino al febbraio del 1622, quando si imbarca su una feluca alla volta di Civitavecchia per, poi, giungere a Roma, dove studia l'arte classica e dove medita sulla pittura di Raffaello, Annibale Carracci e Guercino. A questo periodo risale anche la realizzazione di un incredibile numero di schizzi ispirati ai lavori di Tiziano, nume tutelare di Anton Van Dyck, come documenta il «Taccuino Italiano» (oggi di proprietà del British Museum di Londra), nel quale sono raccolte copie di «Amor sacro e Amor Profano» (1514 ca.) e di «Venere che benda Amore» (1565).
Lasciata la «Città eterna», l’artista fiammingo -chiamato dai contemporanei «pittor cavalleresco» per i modi raffinati e per l'abbigliamento elegante- decide di trasferirsi a Venezia, dove rimane per due mesi, a partire dall'agosto del 1622. E' in Laguna che avviene la sua scoperta del colorito soffuso di Paolo Veronese, della luce del Giorgione e dell'intensità narrativa di Tintoretto, stili pittorici che ritroviamo filtrati in tanti dipinti degli anni successivi.
Ma il giovane artista che avrebbe regalato alla storia dell’arte opere come «Le età dell’uomo» (1625 circa; Vicenza, Museo civico d’arte e storia), «Gli amori di Amarilli e Mirtillo» (1631-1632 ca.; Torino, Galleria Sabauda) e «Amore e psiche» (1638-1640; Londra, The Royal Collection) non è ancora completamente soddisfatto della sua formazione; vuole approfondire tutta l'arte italiana e visita così anche Mantova, Milano, Torino, Firenze e Bologna, per poi rifare tappa a Roma, nella primavera del 1623, e ritornare a Genova, verso la fine dello stesso anno. La «Superba» diventa la sua città adottiva fino al ritorno in patria, avvenuto nel 1627, fatta eccezione per un viaggio a Palermo, risalente al biennio 1624-1625, che permette ad Anton Van Dyck di conoscere la leggendaria Sofonisba Anguissola, all'epoca più che novantenne e quasi cieca. Da lei l’artista, allora venticinquenne, ottiene «tanti buoni consigli» per il suo lavoro, come quello di non usare la luce dall'alto nei ritratti di anziani, al fine di non esaltarne troppo le rughe. Un segreto, questo, che raffina ulteriormente l'arte del «pittor cavalleresco», un'arte che il viaggio in Italia ha certamente reso più soffusa, luminosa, lirica e ricca di pathos. Lo documentano bene i due ritratti della pittrice cremonese, sposa in seconde nozze al genovese Orazio Lomellino, realizzati dall’artista durante il suo soggiorno siciliano (uno, quello dipinto sul letto di morte, fa parte delle collezioni della Galleria Sabauda di Torino), ma anche il quaderno degli schizzi, il famoso «Taccuino italiano», che al suo interno conserva un piccolo disegno a mezza figura della donna.
Alla permanenza nella città di Palermo -dove, secondo la biografia settecentesca basata sull’epistolario De Wael-Van Uffel, l’artista giunse su invito del viceré Emanuele Filiberto di Savoia- è dedicata la piccola, ma preziosa mostra «Van Dyck in Sicily: 1624-1625, painting and the plague», allestita negli spazi della Dulwich Picture Gallery di Londra, per la curatela di Xavier Salamon, oggi conservatore della pittura barocca europea al Metropolitan Museum di New York, e promossa nell’ambito dell’iniziativa «Rediscovering Old Masters», generosamente supportata da Arturo e Holly Melosi.
L’esposizione, corredata da un catalogo in lingua inglese di Silvana editoriale, prende come punto di avvio proprio il «Ritratto di Emanuele Filiberto, principe di Savoia», opera ospitata in permanenza dal museo inglese, che rappresenta senz’altro uno dei vertici della mirabile collezione ritrattistica vandychiana: una carrellata di volti e di sguardi difficili da dimenticare, tutti accomunati da una straordinaria padronanza tecnica, da un'attenzione maniacale ai particolari e da una non comune abilità nel delineare la psicologia del personaggio.
Il viceré, in Sicilia per conto del sovrano spagnolo Filippo IV, appare in questa tela nobile e deciso, marziale ed elegante. Lo sguardo e il portamento hanno tutta l’autorevolezza che conviene a un uomo di governo; questa caratteristica è sottolineata dalla spada e dall’elmo piumato ai due lati, ma soprattutto dall’abbigliamento: una splendida armatura da parata, nera e decorata con i simboli di casa Savoia. Un’armatura preziosa, questa, realizzata dal Maestro del Castello di Tre Torri e in mostra per la prima volta nel Regno Unito, accanto al dipinto di Van Dyck, grazie al prestito delle Armerie del Palazzo Reale di Madrid.
 Al quadro -esposto nel museo londinese accanto a un’altra quindicina di lavori, disposti elegantemente in tre sale- è legato un curioso aneddoto: sembra che una mattina Emanuele Filiberto avesse trovato la tela caduta a terra e avesse considerato questo fatto un pessimo presagio. Gli eventi gli avrebbero dato ragione. Poche settimane dopo, una violenta epidemia di peste, portata da una nave proveniente da Tunisi, devasta Palermo. Tra le decine di migliaia di vittime, c’è anche il viceré spagnolo. La città viene messa in quarantena per quattro mesi. Il viaggio del pittore fiammingo, che originariamente doveva essere breve, si protrae nel tempo e dura in tutto un anno e mezzo.
Si ipotizza, stando a quanto scrive Roberta D’Adda, che l’artista abbia trascorso le settimane del contagio a Messina, ospite del mercante Ettore Vanachtoven, per poi ritornare a Palermo, dove riprende a dipingere ritratti dell’aristocrazia mercantile genovese residente in città, opere sacre come il «San Giovanni Battista nel deserto» (giunto a Londra dalla Menil Collection di Houston) e immagini di Sofonisba Anguissola (in mostra è esposto il ritratto, da altri solo attribuito, della collezione di Lord Sackville).
Durante il soggiorno a Palermo Anton Van Dyck inventa anche l'iconografia di Santa Rosalia, che conosciamo oggi: l’immagine di una donna, giovane e bella, dai lunghi capelli d’oro, vestita con un saio e con lo sguardo rivolto al cielo.
Secondo la tradizione storica, mentre la peste infuriava in città, in una grotta del Monte Pellegrino furono ritrovate le presunte spoglie mortali dell’eremita; poco dopo le reliquie della santa, oggi patrona di Palermo, furono portate in processione e l’allarme cominciò a rientrare. La successione degli eventi generò un proliferare di dipinti incentrati sulla sua figura, a partire dal ritratto ufficiale di Vincenzo La Barbera, commissionato dal Senato della città e di solito ubicato nel locale Museo diocesano. Alla Dulwich Picture Gallery, accanto a quest’opera (unica pittura di un altro artista presente in mostra), sono raccolti cinque lavori di Van Dyck (provenienti da New York, Londra, Madrid, Porto Rico e Houston), nei quali la santa appare o mentre intercede per Palermo appestata o nel momento in cui viene trionfalmente sollevata in cielo da una schiera di angeli.
Nell’autunno 1625, con in tasca la committenza per la grande pala «Madonna del Rosario e santi», l’opera sacra più importante del suo periodo italiano, Anton Van Dyck lascia Palermo, portandosi nel cuore la devozione per santa Rosalia e nella testa tutti gli insegnamenti italiani: la lezione di Tiziano, l'impianto disegnativo toscano, le luci di Sofonisba Anguissola, il cromatismo delle scuole veneta ed emiliana rivivono nei suoi lavori, si fondono come in una meravigliosa sinfonia.
Il «Mozart della pittura», come lo definiscono molti manuali scolastici, deve, dunque e forse soprattutto, all’Italia la sua nomina a pittore alla corte di Carlo I, una nomina che lo porta a Londra nella primavera del 1632, per rimanervi per il resto della vita. E', infatti, all'apice della gloria quando, a soli quarantadue anni, l’artista si ammala e muore. Sulla sua lapide, nella cattedrale di Saint Paul, viene celebrata quella capacità «fotografica» di fermare l'attimo fuggente che gli arrise il favore della nobiltà di tutta Europa, con poche parole: «Qui giace Anton Van Dyck che, in vita, ha regalato a molti l'immortalità».


Didascalie delle immagini
[fig. 1] Anton Van Dyck, «Ritratto di Emanuele Filiberto, principe di Savoia»,1624. Londra, Dulwich Picture Gallery; [fig. 2] Maestro del Castello di Tre Torri, Armatura di Emanuele Filiberto di Savoia, c. 1606. Madrid, Armeria di Palazzo Reale; [fig. 3] Anton Van Dick,  «Ritratto di Sofonisba Anguissola», 1624. Knole, Sackville Collection; [fig. 4] Anton Van Dick, «Santa Rosalia», 1625 ca. Madrid, Museo del Prado; [fig. 5] Anton Van Dick, «Santa Rosalia in gloria», 1624. Huston, Menil Collection



Informazioni utili
«Van Dyck in Sicily: 1624-1625, painting and the plague». Dulwich Picture Gallery, Gallery Road - Dulwich, Londra. Orari: martedì-sabato, 10.00-17.00; domenica 11.00-17.00. Ingresso: £ 10,00 (comprensivo dell’ingresso alla mostra «Ragamala Paintings from India: Poetry, Passion, Song»). Catalogo: Silvana editoriale, Cinisello Balsamo. Informazioni: +44.08.693.5254. Sito web: www.dulwichpicturegallery.org.uk. Fino a venerdì 27 maggio 2012.