ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

lunedì 22 giugno 2026

Monira Al Qadiri e il suo «Viaggio in Sicilia»: l’arte tra i filari dell’azienda vinicola Planeta

(sam) C’è un punto, nell’entroterra siciliano, dove la terra si apre verso il lago Arancio di Sambuca di Sicilia, nel cuore dell’Agrigentino, e lo sguardo, se è abbastanza paziente, riesce a spingersi fino alla distesa bianca del «Grande Cretto» di Alberto Burri, una delle più grandi opere di Land art d’Europa e il simbolo indiscusso del progetto «Portami il futuro» per «Gibellina - Capitale italiana dell'arte contemporanea 2026». Questo sudario di cemento, insieme monumento e memoria di una ferita, è da sempre un’immagine del rapporto che la Sicilia ha con il proprio passato: qualcosa che non scompare, ma si trasforma, si stratifica e riemerge in forme nuove.


Un progetto lungo vent’anni: le origini di «Viaggio in Sicilia»
È in questo paesaggio sospeso tra natura e costruzione culturale che, negli ultimi giorni di maggio, è stata svelata al pubblico l’opera realizzata nell’ambito della decima edizione di «Viaggio in Sicilia», un progetto di residenza nomade promosso dall'azienda vinicola «Planeta» a partire dal 2004, in occasione del decennale dalla prima vendemmia dello Chardonnay Menfi Doc, con il palinsesto «Cultura per il territorio».
Il risultato è l’installazione site-specific «Falconeri» di Monira Al Qadiri (Dakar, 1983) allo Studiolo Ulysses della tenuta Planeta dell’Ulmo, ultima tappa - per ora - di un’iniziativa che, da vent’anni, invita artisti italiani e internazionali a percorrere la Sicilia non come turisti, ma come esploratori sensibili entrando in dialogo con i suoi paesaggi, la sua storia e la sua identità culturale. È nato così quello che l’azienda vinicola siciliana, con radici profonde nella Valle del Belice, definisce «un osservatorio privilegiato sul rapporto tra arte, paesaggio, memoria, architettura e narrazione del territorio», la cui formula è stata considerata positivamente anche dalla giuria del Premio Cultura + Impresa 2026. «Viaggio in Sicilia» è, infatti, nella short list dei ventidue progetti che, nel mese di luglio, si contenderanno il podio della tredicesima edizione del riconoscimento promosso da Fedeculture con The Round Table.
Ma come sono strutturate queste residenze d’artista di Planeta, che fanno parte anche del cartellone di «Gibellina 2026 Off»? Ogni biennio, tra la fine di settembre e i primi di ottobre, durante la vendemmia, gli autori coinvolti trascorrono una settimana sull’isola e, accompagnati dai curatori del progetto – Valentina Bruschi e Vito Planeta per quest’ultima edizione - e dallo staff dell’azienda, attraversano luoghi spesso lontani dai percorsi consueti, da paesaggi agricoli a siti archeologici, da architetture dimenticate a comunità locali.
Anno dopo anno, l’iniziativa ha visto il coinvolgimento di oltre cinquanta artisti, che hanno presentato, in primavera, opere e interventi permanenti in luoghi storici della Sicilia, rinnovandoli con un inedito dialogo tra passato e presente, frutto anche di una relazione virtuosa tra committenza privata e patrimonio culturale istituzionale. Tra questi siti ci sono il Museo archeologico regionale di Gela e diverse realtà di Palermo come Santa Maria dello Spasimo, il Museo «Antonino Salinas», Palazzo Abatellis, la Loggia dell’Incoronazione a Riso - Museo regionale d’arte moderna e contemporanea, oltre – ovviamente – ai paesaggi che fanno da scenario alle attività dell’azienda, da Sciaranuova sull’Etna a Buonivini a Noto, fino all’Ulmo.

Monira Al Qadiri: tra petrolio e viticoltura
L’incontro tra il progetto «Viaggio in Sicilia» e Monira Al Qadiri, che nella fase di selezione ha visto all’opera anche la Fondazione Merz di Torino, ha innescato un dialogo inedito sulla fragilità del nostro rapporto con il suolo e con le sue infinite stratificazioni. Si tratta di un argomento non nuovo nella poetica dell’artista nata in Senegal, cresciuta in Kuwait, formatasi in Giappone e residente a Berlino - con alle spalle, dunque, il peso biografico di un’esistenza vissuta tra culture e geografie radicalmente diverse -, il cui lavoro, multidisciplinare e stratificato, attraversa scultura, installazione, video e performance, radicandosi in una ricerca intorno alle storie culturali del Golfo Persico e alla cosiddetta «petrocoltura»: l’insieme di trasformazioni sociali, economiche e simboliche prodotte dall’industria petrolifera.
In Sicilia Monira Al Qadiri si è confrontata con le memorie geologiche del territorio. Tutto ha avuto inizio nel 2025, durante la vendemmia, quando l’artista ha intrapreso una residenza nomade attraverso l’isola, accompagnata dalla fotografa brianzola Federica Jannuzzi, che ha documentato il percorso con pellicola analogica.
Il viaggio ha attraversato luoghi diversissimi per natura e stratificazione: Selinunte, Gibellina, il Cretto di Burri, Enna, Noto, Palermo, l’Etna, le collezioni paleontologiche del Museo Gemmellaro, ma non solo. Ne è nato il progetto «Geologie del tempo», il racconto di «un labirinto di labirinti» e «un invisibile labirinto del tempo», per usare le parole di Jorge Luis Borges, quale è la Sicilia, regione nella quale convivono -scrive Valentina Bruschi nel saggio «Fossili del futuro» - «formazioni geologiche, tracce storiche, miti, echi linguistici, specie estinte» e una stratificazione di culture, che ha visto «arrivi e partenze» di «commercianti fenici, coloni greci, poeti arabi, sovrani normanni, dominazioni spagnole».

«Falconeri»: l’elefante nano, il Ciclope e la memoria geologica
Il momento decisivo della residenza è stato l’incontro con lo scheletro del Palaeoloxodon falconeri, un elefante nano che abitava la Sicilia e Malta durante il Pleistocene medio, all’incirca tra 500mila e 200mila anni fa. Esempio estremo di nanismo insulare, misurava meno di un metro all’altezza delle spalle da adulto, pur derivando dal Palaeoloxodon antiquus, il suo antenato continentale che raggiungeva i quattro metri.
L’isolamento geografico e la riduzione del pool genetico avevano prodotto, nel corso di migliaia di generazioni, una metamorfosi radicale del corpo: lo stesso ambiente che lo ospitava ne aveva ridisegnato la forma. A tal proposito Vito Planeta scrive, riferendosi al Palaeoloxodon falconeri, «il suo ambiente ha determinato il suo sviluppo, e il suo sviluppo ha determinato il suo ambiente faunistico in termini evolutivi»: una riflessione, questa, che, traslata su «termini storico-artistici, pittorici, letterari, storici e politici», offre una chiave di lettura potente per la stessa condizione insulare siciliana. L’animale diventa, dunque, metafora di adattamento e trasformazione, inscrivendosi in una più ampia riflessione sull’isolamento e sulle dinamiche evolutive.
I resti fossili di questo animale - conservati, tra l’altro, al Museo geologico Gemmellaro di Palermo al Museo archeologico regionale Paolo Orsi di Siracusa - hanno attraversato i millenni alimentando non solo la conoscenza paleontologica, ma anche l’immaginario mitologico. La grande cavità nasale centrale del cranio, che nell’elefante funge da ancoraggio per i muscoli della proboscide, veniva interpretata dai coloni greci come l’orbita di un unico enorme occhio. Da questa proiezione nacque, con ogni probabilità, il mito dei Ciclopi, e in particolare di Polifemo, la cui dimora, secondo la tradizione greca, era collocata proprio nelle vicinanze dell’Etna.
Monira Al Qadiri ha studiato direttamente diversi di questi reperti durante la residenza, incluse le collezioni paleontologiche del Museo Gemmellaro di Palermo, e ha riflettuto a lungo sulla sovrapposizione tra evidenza scientifica e proiezione mitica.
Dall’osservazione diretta del cranio fossile di questi animali, rinvenuti soprattutto in grotte e quindi testimoni di un rapporto diretto con il sottosuolo della Sicilia, è nata la scelta di isolare questa forma e di tradurla in marmo, un materiale inedito nella pratica dell’artista, ma strettamente legato alla tradizione scultorea mediterranea e alla monumentalità classica. L'opera introduce così una dimensione di permanenza che dialoga con il concetto di fossilizzazione e con la memoria stratificata dell’isola.
In questo senso, «Falconeri» rappresenta anche uno scarto rispetto ai lavori precedenti di Monira Al Qadiri: se nelle sculture dedicate alle trivelle petrolifere il tempo era quello dell’estrazione accelerata, qui il fossile diventa traccia di un passato remoto che riemerge come forma, come presenza silenziosa. «Radicata in un tempo geologico profondo», l’opera – scrive, a tal proposito, Valentina Bruschi - suggerisce la possibilità di un’«archeologia del futuro» come «oggetto che potrebbe essere un giorno rinvenuto, classificato e frainteso, rimane ambiguo e irrisolto», nel suo incontro tra «umano e non umano, preistorico e futuribile, reliquia e invenzione».

L’installazione all’Ulmo: il luogo, la luce, la storia

La scultura abita una piccola corte rurale rigenerata adiacente allo Studiolo Ulysses della Tenuta Planeta dell’Ulmo, luogo di pensiero e incontro situato tra i vigneti che guardano il lago Arancio, dove è conservata la biblioteca personale di Vito Planeta senior (1965–2023), figura centrale nella visione culturale della famiglia e promotore di «Viaggio in Sicilia» nel 2006. Qui vi si trovano l’opera «Corpo fragile» (2023) di Ignazio Mortellaro, trasformata in biblioteca-tavolo, e due lavori di Claire Fontaine, un brickbat che cela la copertina della prima edizione italiana dell’«Ulisse» di James Joyce (Mondadori, 1960) e il light box «On Fire» (2023), scelto anche come etichetta d’artista per il nuovo Chardonnay Planeta.
Di giorno, la scultura appare come una forma silente e stratificata che si confronta con la luce naturale e con la vegetazione circostante; di notte, un’illuminazione visionaria ne esalta la natura spettrale, rendendo visibile la tensione tra la monumentalità del passato e la fragilità del presente.
L’intervento di Monira Al Qadiri entra in risonanza con la densità archeologica dell’area. Il sito del Riparo di San Giovanni, nelle vicinanze del lago Arancio, è descritto dalla letteratura scientifica come la più ricca concentrazione di segni lineari incisi finora documentata non solo in Sicilia, ma nell’intero bacino del Mediterraneo: oltre quattrocento incisioni - per lo più verticali e disposte in sequenze ravvicinate - ricoprono le superfici rocciose di una serie di piccoli ambienti utilizzati in epoca preistorica come rifugi per comunità pastorali. Scoperto nel 1986 da Rocco Riportella e, poi, studiato insieme a Sebastiano Tusa e Cecilia Buccellato, il sito è databile all’Epigravettiano, circa 15.000 anni fa, e si ritiene abbia avuto una funzione rituale o sacra per comunità distribuite su un territorio più ampio.
L’area comprende, inoltre, il palmento greco-punico del Bosco della Risinata, l’insediamento archeologico di Adranone, il fortino arabo di Mazzallakkar, la Grotta della Lisaredda e una rete di antichi mulini ad acqua: un insieme di strati temporali che entrano in dialogo con l’«archeologia del futuro» ideata da Monira Al Qadiri, un lavoro che ha molto a che fare anche con le attività di chi coltiva le viti, che attende e interpreta i cicli geologici e climatici per creare il «nettare di Bacco».

Arte e vino come strumenti paralleli di narrazione del territorio
La residenza si è rivelata ben più che un soggiorno di lavoro: l’artista, che non conosceva la Sicilia prima di questo progetto, è tornata sull’isola più volte, affascinata dalla sua storia millenaria e dal suo essere crocevia tra Oriente e Occidente.
Sono nate così altre installazioni. Per «Costellazioni d’arte» a Noto, Monira Al Qadiri ha sviluppato «The Soul of the Sun in the Body of the Moon», una presenza luminosa sospesa nello spazio architettonico della cantina di Buonivini, che medita sullo sradicamento e sulla memoria attraverso culture e geografie, la cui fonte di ispirazione è il poeta arabo-siculo Ibn Hamdis (1056–1133, originario della zona di Noto-Siracusa). Mentre sull’Etna, alla cantina Feudo di Mezzo, verrà installata, entro la fine dell’anno, «W.A.B.A.R.» (2024), una grande installazione ambientale in bronzo originariamente concepita per l’AlUla Arts Festival nel deserto saudita.
In questo vivace alveo culturale, nel giugno del 2025, ha visto la luce il «Manifesto di Noto del vino contemporaneo», un documento in otto punti elaborato insieme ad altri produttori vitivinicoli impegnati nella cultura, che riconosce nel vino un prodotto umano realizzato in collaborazione con la natura, fondato su una rapporto profondo tra persone, terra e arte. 
In sintesi, ciò che emerge con particolare evidenza è la capacità di «Viaggio in Sicilia» di produrre non solo opere, ma relazioni: tra artisti e territorio, tra memoria e contemporaneità, tra pratiche agricole e ricerca culturale.
In un’epoca segnata da corse e accelerazioni, il progetto invita, inoltre, a una diversa postura dello sguardo: lenta, stratificata, capace di riconoscere nella complessità del paesaggio una forma di conoscenza. 
Come suggerisce il lavoro di Monira Al Qadiri, il tempo non è una linea, ma una geologia: un insieme di tracce che emergono, si sovrappongono e continuano a generare senso.
Così, tra le vigne e le rovine, tra la luce del giorno e le ombre della notte, un teschio di un elefante nano che diventa marmo, una traccia geologica che si fa scultura, un mito antico che riemerge attraverso lo sguardo di un’artista cresciuta tra il Golfo Persico e il Giappone ci raccontano che il confronto con l'altro da sé ci regala sempre nuovi occhi per guardare la geografia e la storia dei luoghi. E l’arte torna a essere ciò che, forse, è sempre stata: un modo per abitare e capire il mondo.

Didascalie delle immagini
Imm. da 1. a 5. Monira Al Qadiri, Falconeri, 2026. Installazione site-specific per Viaggio in Sicilia #10. Tenuta Planeta Ulmo, Sambuca di Sicilia (AG). Marmo, 88 × 70 × 85 cm. Foto: studio505. Courtesy l’artista e Planeta Cultura; 6. Monira Al Qadiri e la vendemmia sull'Etna. Foto di Federica Jannuzzi; 7. Catania, Etna. Tenuta Sciaranuova. Foto di Federica Jannuzzi; 8. Palermo, Galleria regionale della Sicilia a Palazzo Abatellis. Foto di Federica Jannuzzi; 9.Trapani, Parco archeologico di Selinunte. Foto di Federica Jannuzzi; 10.Noto, Tenuta Buonivini. Foto di Federica Jannuzzi; 11. Catania, Etna. Tenuta Sciaranuova. Foto di Federica Jannuzzi; 12. Monira Al Qadiri. Foto di Federica Jannuzzi

Informazioni utili
Progetto: Planeta Cultura, Viaggio in Sicilia. Artista: Monira Al Qadiri. Fotografa residenza itinerante: Federica Jannuzzi. Luogo: Tenuta Planeta di Ulmo a Sambuca di Sicilia (Arigento). Titolo: Geologie del tempo / Geologies of Time. A cura di: Valentina Bruschi e Vito Planeta. Ingresso libero. Instagram: https://www.instagram.com/planeta.cultura/. Web: https://www.planeta.it. Periodo: Dal 24 maggio 2026 - ongoing.

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