ISSN 1974-4455 (codice International Standard Serial Number attribuito il 7 marzo 2008) | Info: foglidarte@gmail.com

giovedì 30 aprile 2026

A Roma un «Cantiere aperto» per il restauro di Palazzo Venezia

Era il 1455 quando il cardinale veneziano Pietro Barbo (1417-1471), asceso nel 1464 al soglio pontificio con il nome di Paolo II, dava incarico di costruire, nel cuore di Roma, tra piazza Venezia e via del Plebiscito, con il travertino proveniente dal Colosseo e dal teatro Marcello, uno dei primi esempi di architettura rinascimentale della città: Palazzo Venezia.
Questi ambienti erano destinati a diventare uno dei luoghi più rappresentativi dell’Urbe, ricoprendo funzioni istituzionali di altissimo profilo, da sede diplomatica a luogo simbolico del potere novecentesco, soprattutto per quando riguarda le Sale monumentali, ovvero la Sala del Mappamondo, la Sala delle Battaglie e la Sala Regia.

Inizialmente residenza di papi e cardinali, fra cui Paolo III Farnese (1534-1549), il palazzo divenne, nel 1564, casa degli ambasciatori della Repubblica di Venezia presso la Santa Sede e, a partire dal 1797, con la stipula del Trattato di Campoformio fra il generale Napoleone Bonaparte (1769-1821) e il conte Johann Ludwig Josef von Cobenzl (1741-1810), dimora dei rappresentanti dell’Impero austro-ungarico.
In questi primi tre secoli dalla costruzione, centinaia di ospiti illustri, compresi lo scrittore Erasmo da Rotterdam (1466?-1536), l’imperatore Carlo V d’Asburgo (1500-1558), il compositore Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791), lo scultore Antonio Canova (1757-1822) e il pittore Francesco Hayez (1791-1882), varcarono l'ingresso della dimora, attratti dalle bellezze nascoste all’interno delle mura.
Poi, con l’Unità d’Italia e a partire dal 1916, le sale furono destinate ad accogliere il Museo del Medioevo e del Rinascimento, prima che nel 1922 Benito Mussolini (1883-1945) le scegliesse come sede di rappresentanza del governo fascista. Dal balcone affacciato direttamente su piazza Venezia, che consentiva di riunire folle oceaniche, il Duce pronunciò alcuni dei suoi discorsi più celebri, incluso quello per l’entrata in guerra del 10 giugno 1940.
All’indomani del secondo conflitto bellico, il palazzo ritornò a essere sede museale, con una spiccata attenzione per le arti applicate. Al suo interno, vennero anche accolti gli Uffici della tutela, ai tempi un centro fondamentale per il recupero e la restituzione delle opere saccheggiate dai nazisti. E si tennero importanti esposizioni temporanee come «Capolavori della pittura europea» (1944), «Arazzi francesi dal Medioevo» (1953), la «Mostra storica nazionale della miniatura» (1959) e la «Mostra di disegni delle Collezioni reali d’Inghilterra a Windsor» (1961).
Con la rassegna «Garibaldi. Arte e storia» del 1982, iniziò una nuova fase di gestione degli spazi, che prevedeva l’ospitalità, nelle Sale monumentali di Palazzo Venezia, di mostre di rilevanza internazionale e nazionale, capaci di unire qualità scientifica e alta divulgazione come le monografiche su Pietro da Cortona (1997), Lorenzo Bernini, Caravaggio (2001) e Sebastiano del Piombo (2008), quasi tutte curate da Claudio Strinati.
Questa densità storica si riflette anche nella compresenza di linguaggi artistici differenti: elementi quattrocenteschi convivono con interventi novecenteschi, in particolare quelli promossi sotto la direzione del soprintendente Federico Hermanin (1868-1953), che, attraverso soffitti lignei, lampadari e pitture parietali, reinterpretò il Rinascimento secondo una sensibilità storicista tipica del primo Novecento.

Oggi, per questi spazi, che fecero anche da scenario all’incontro tra Michelangelo Buonarroti (1475-1564) e papa Paolo III per parlare della Cappella Sistina e alla prima rappresentazione (nel 1842) dello «Stabat Mater» di Gioachino Rossini (1792-1868), si scrive una nuova pagina della loro storia, quella che porterà all’inaugurazione di un percorso stabile, con la museografia di Michele De Lucchi, dedicato al «Fatto in Italia», ovvero alla grande tradizione artistica e artigiana del nostro Paese dal Medioevo alle soglie del Made in Italy.
Le Sale monumentali sono, infatti, oggetto, in questi mesi, di un importante intervento di restauro, condotto nell’ambito dei lavori di realizzazione della stazione Venezia della Linea C della metropolitana di Roma, una delle più complesse operazioni infrastrutturali attualmente in corso nel tessuto storico europeo.

Per l’occasione, viene presentato da «Vive - Vittoriano e Palazzo Venezia», istituto del ministero della Cultura che gestisce il patrimonio culturale nel cuore di Roma, il progetto «Cantiere aperto», che trasforma un processo tecnico, tradizionalmente invisibile e solitario, in un'esperienza culturale condivisa. Ponteggi visitabili e un diario on-line permetteranno al pubblico, giorno dopo giorno, di seguire lo stato dei lavori nelle Sale monumentali.
Il visitatore viene così invitato non solo a osservare, ma anche a comprendere metodologie, criticità e decisioni che sottendono ogni intervento di restauro, in linea con i principi della moderna teoria conservativa, sviluppata in Italia a partire da Cesare Brandi, che concepisce l’opera come unità storica e estetica da preservare nella sua complessità stratificata.
Sul sito ufficiale di «Vive - Vittoriano e Palazzo Venezia», ente che in passato si è occupato anche dei «cantieri aperti» all’Altare della Patria e all’Appartamento Barbo a Palazzo Venezia, video-interviste esclusive ai restauratori illustreranno le operazioni in corso, dal consolidamento alla pulitura, fino alla reintegrazione delle superfici pittoriche. Inoltre, due volte al mese, tra maggio (il 2 e il 23) e giugno (il 6 e il 20), il pubblico potrà salire direttamente sui ponteggi del cantiere e, in compagnia degli addetti ai lavori, osservare da vicino le decorazioni del palazzo e conoscere le complesse operazioni in corso.

L’attuale intervento conservativo si confronta con una materia profondamente stratificata. I soffitti lignei, compromessi da ossidazioni e infiltrazioni, stanno rivelando - attraverso accurate operazioni di pulitura - la brillantezza originaria delle dorature. 
Ancora più complesso è il lavoro sulle superfici murarie, dove le pitture conservano tracce di interventi successivi che richiedono un’analisi stratigrafica puntuale. 
In questo senso, il cantiere si configura come un laboratorio di ricerca, in cui diagnosi scientifica e sensibilità storico-artistica convergono per restituire leggibilità all’insieme senza cancellarne la memoria. Tale approccio riflette una linea metodologica consolidata nel panorama italiano, che privilegia la conservazione delle tracce del tempo rispetto a interventi di ripristino integrale, evitando ogni forma di «falsificazione storica».
«Cantiere aperto» rappresenta, dunque, un caso emblematico di come il patrimonio storico possa essere ripensato in chiave contemporanea, suggerendo un modello in cui la tutela diventa pratica collettiva. In una città come Roma, dove ogni intervento sul tessuto urbano implica un confronto con la storia, iniziative di questo tipo indicano una possibile via: non sottrarre il patrimonio allo sguardo durante la sua trasformazione, ma renderlo occasione di conoscenza, consapevolezza e partecipazione.

Informazioni utili
Cantiere aperto. Le Sale monumentali di Palazzo Venezia. Palazzo Venezia, via del Plebiscito, 118 - Roma. 

Diario online

Visite guidate
Date e orari
Sabato 2 e 23 maggio, 6 e 20 giugno, ore 10.00 e 11.30
Le visite sono gratuite fino a esaurimento posti. È obbligatoria la prenotazione su Eventbrite:
Per partecipare occorre indossare i Dispositivi di Protezione Individuale che verranno forniti dall’organizzazione e sottoscrivere una dichiarazione di manleva.

mercoledì 29 aprile 2026

L’Africa di Buhlebezwe Siwani alla galleria Consonni Radziszewski di Milano

È Buhlebezwe Siwani (Johannesburg – Sudafrica, 1987), una delle protagoniste della prossima edizione della Biennale d’arte di Venezia, il cui progetto espositivo - per la firma di Koyo Houoh - si intitola in «Minor Keys», l'autrice scelta dalla galleria internazionale Consonni Radziszewski per inaugurare la sua nuova sede milanese.
Nell’elegante cornice di un villino dei primi del Novecento in via Gustavo Modena, che sin dall’ingresso esibisce gli stilemi tipici del Liberty, l’artista sudafricana mette in mostra, con il titolo «uYana umhlaba» (letteralmente «sta piovendo terra» o «lacrime di terra»), un nuovo ciclo di dipinti polimaterici che approfondiscono la ricerca avviata nel 2020, con la serie «Inkanyamba», esposta per la prima volta alla Galeria Municipal de Almada in Portogallo.
 
Il corpus, le cui forme astratte e sinuose evocano un paesaggio naturale selvaggio, nasce dalle memorie infantili dell’autrice, cresciuta a Johannesburg, nel quartiere-ghetto di Soweto, una delle zone aurifere più ricche al mondo, dove si ravvisano i segni di una storia segnata dal colonialismo e dalla crudele apartheid della minoranza bianca sulla popolazione locale.

In questi lavori i materiali si uniscono, si intrecciano e si sovrappongono. Ritagli di tessuti ordinari - provenienti da abiti tradizionali, carichi di identità e appartenenza - vengono stratificati e forzati a convivere insieme. Si disegna così, attraverso punti di sutura cuciti a mano o a macchina, una geografia spezzata, dove i confini non sono linee nette, ma cicatrici aperte, quelle di chi è stato costretto a vivere un’esistenza nomade. Con l’afflusso continuo dei minatori a Soweto, la famiglia di Buhlebezwe Siwani, come tante altre, aveva, infatti, dovuto abbandonare la sua casa ed era stata confinata in una zona specifica della città, vicino ai terreni delle miniere abbandonate, prima di trasferirsi nella provincia di Eastern Cape e, poi, in Olanda.

Su questi fondali complessi e stratificati, l’artista riunisce per la prima volta tutti gli elementi ricorrenti della sua ricerca. Troviamo, per esempio, il pigmento d’oro, che porta con sé la memoria delle miniere di Soweto ed è, al contempo, simbolo di sacralità. C'è la resina che trattiene e riflette, come acqua sospesa; mentre il sapone - il quotidiano «Sunlight» verde, usato nelle zone rurali del Sudafrica per lavare il bucato, i piatti e il corpo - introduce un gesto intimo, domestico, che si carica di una tensione più ampia. Lavare, qui, non è pulire. È un atto simbolico, che sfiora la purificazione e che ci interroga: cosa significa essere «puliti»? E per chi si deve essere «puliti»? Attraverso un semplice rituale quotidiano, l’artista sudafricana, che oggi lavora tra Città del Capo e Amsterdam e che è anche sangoma iniziata (ovvero una guaritrice spirituale e una mediatrice tra visibile e invisibile), sfiora, dunque, questioni profonde. La sua arte diventa strumento di indagine critica e politica sul rapporto tra pelle bianca e nera, tra corpo maschile e femminile, tra spiritualità indigena e «violenza» missionaria.

Quella che Buhlebezwe Siwani ci racconta è, dunque, una storia intima, introspettiva e di resilienza, dove si intrecciano visibile e invisibile, corpo e spirito, memoria e ferita.

La mostra rappresenta anche la prima tappa di un progetto condiviso, quella di Matteo Consonni e Dawid Radziszewski, che, unendo le loro filosofie distinte ma complementari, hanno deciso di fondere i percorsi delle loro due gallerie, la Madragoa a Lisbona e la Dawid Radziszewski a Varsavia, aprendo anche una nuova sede a Milano, dove sostenere i talenti emergenti e custodire l'eredità duratura degli artisti affermati.

Didascalie delle immagini
Mostra «uYana umhlaba». Vista dell'allestimento. Foto di Nicola Gnesi 

Informazioni utili
Buhlebezwe Siwani, «uYana umhlaba». Galleria Consonni Radziszewski, Via Gustavo Modena 6 . Milano. Orari di apertura: martedì – sabato | ore 11.00- 18.00. Ingresso gratuito. Fino al 30 maggio 2026

martedì 28 aprile 2026

Arne Quinze all’Oca – Oasy Contemporary Art and Architecture: una «natura altra» tra installazione e pittura

Che cosa significa, in questo nostro tempo segnato da crisi ambientali e da trasformazioni antropiche, fare della natura un medium artistico? A questa domanda prova a rispondere Oca – Oasy Contemporary Art and Architecture, progetto culturale di Oasi Dynamo che, da tre anni, porta sull’Appennino pistoiese, nel territorio di San Marcello Piteglio, installazioni di artisti internazionali e mostre di pittura e fotografia.

Diretta da Emanuele Montibeller, questa singolare realtà, lontana dalle definizioni più immediate di parco di sculture e di museo all’aperto per configurarsi piuttosto come una piattaforma multidisciplinare dove la natura smette definitivamente di essere scenario per diventare un’infrastruttura concettuale, ha da poco riaperto con nuovi progetti, tutti perfettamente integrati nell’ambiente, tanto da trasformare una camminata, tra macchie di conifere e boschi di latifoglie, in un atto di scoperta che coinvolge percezione, immaginazione e pensiero critico.

Grande protagonista di questa nuova stagione, aperta fino al 1° novembre, è l’artista concettuale Arne Quinze (Gand - Belgio, 1971), la cui ricerca si colloca da anni al crocevia tra spazio urbano, ecologia e percezione sensoriale e che si interessa quotidianamente alle biodiversità ambientali anche grazie al giardino di fiori selvatici intorno al suo atelier, un tripudio di colori in continuo mutamento che dà humus alla sua pittura e alle sue opere pubbliche.

La presenza dell’artista belga a Oca – Oasy Contemporary Art and Architecture si articola in un duplice intervento: la mostra pittorica «I’m a Gardener» e l’installazione «Ceramorphia», già presentata nello scenografico Chiostro della Chiesa di San Francesco della Vigna a Venezia, durante la Biennale del 2024, nell'ambito dell'esposizione «Are We The Aliens», a cura di Hervé Mikaeloff.
Quest’ultimo lavoro in ceramica si presenta come una proliferazione di forme che evocano organismi vegetali (steli, germinazioni e crescite spontanee) senza, però, alcuna volontà mimetica. Arne Quinze costruisce così una «natura altra», una riformulazione dell’esistente attraverso lo sguardo e l’azione dell’uomo. Questa ambiguità diventa un invito a riflettere su come tutti noi, pur incidendo in modo sempre più radicale sugli ecosistemi, appaiamo, al contempo, distanti dai processi naturali che contribuiamo a trasformare. In tal senso, l’opera non rappresenta la natura, ma ne mette in scena la crisi e la possibilità di una nuova alleanza.

La mostra «I’m a Gardener», nello spazio espositivo di Oca – Oasy Contemporary Art and Architecture, prosegue questa indagine sul piano pittorico. Le tele, caratterizzate da stratificazioni cromatiche e dinamiche gestuali, restituiscono un’energia vitale che sfugge alla rappresentazione mimetica del paesaggio. Si tratta piuttosto di campi di forze in cui crescita, collisione e metamorfosi diventano principi compositivi. Il riferimento al giardino dell’artista, osservato quotidianamente per oltre trent’anni, ci introduce in una dimensione intima che vede la natura come un ecosistema autonomo, irriducibile a qualsiasi ordine progettuale e con il quale convivere armoniosamente nel rispetto del ritmo delle stagioni e dei cambiamenti climatici.
 
Quella di Arne Quinze non sarà l’unica nuova installazione site specific ad arricchire il percorso di Oca – Oasy Contemporary Art and Architecture questa estate. Nelle prossime settimane, il collettivo fuse* presenterà «Vanishing Horizon», un’installazione che, attraverso strutture in acciaio corten, traduce in forma spaziale fenomeni astrofisici come i buchi neri. Mentre Stefano Boeri, con «Deus Sive Natura – What I Believe», lavoro realizzato in occasione degli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, inviterà alla contemplazione della natura attraverso un inginocchiatoio in marmo bianco di Carrara lungo dieci metri, orientato verso l’orizzonte. Il progetto si ispira non solo al «Cantico delle creature» francescano, ma anche al credo laico «What I Believe» di James G. Ballard e, più in generale, al panteismo spinoziano, secondo cui Dio e l’Universo sono la medesima sostanza immanente e necessaria.

Ovviamente, lungo il percorso sono visibili tutte le opere inaugurate in passato. Il cammino tra boschi e radure offre, inizialmente, l’incontro con il «Dynamo Pavilion» di Kengo Kuma, una struttura che si distingue per la sua capacità di dissolversi nel paesaggio, evocando una presenza leggera e quasi atmosferica, che si insinua tra le piante come una folata di vento. Si prosegue con «Nella terra il cielo», lavoro di Mariangela Gualtieri e Michele De Lucchi che intreccia poesia e architettura in una riflessione su mito e memoria. Poi, Matteo Thun, con «Fratelli tutti», un’installazione ispirata all’omonima enciclica di papa Francesco e ai valori universali di fraternità e pace, fa camminare il visitatore tra monoliti disposti in forma circolare, introducendo così una dimensione rituale e contemplativa che vuole richiamare i cicli naturali della vita. Proseguendo, si incontra «Erosions» di Quayola, dove algoritmi generativi modellano la pietra lavica, rendendo visibile la tensione tra processi naturali e artificiali. A questo lavoro si affianca «Self-regulation» di Alejandro Aravena, che trasforma una struttura preesistente in una riflessione sulle forme dell’abitare contemporaneo. Completano il percorso le opere «Home of the World», di David Svensson, e «Plastic bags», di Pascale Marthine Tayou.

Nel suo insieme, Oca – Oasy Contemporary Art and Architecture si configura, dunque, come un laboratorio in cui l’esperienza estetica diventa inseparabile da una presa di posizione critica. Lungi dall’offrire una semplice immersione nella natura, il progetto apre, infatti, uno spazio di interrogazione, in cui il visitatore è chiamato a ridefinire il proprio rapporto con il mondo. Ed è forse proprio questo aspetto a rendere la camminata d’arte fra la natura dell’Appennino pistoiese quanto mai attuale e indispensabile.

Didascalie delle immagini
fig 1. e fig 2. Quinze, Ceramorphia, 2026. OCA Oasy Contemporary Art and Architecture. ©Mattia Marasco; da fig. 3 a fig. 6.Quinze, I'am gardener, 2026. OCA Oasy Contemporary Art and Architecture. ©Mattia Marasco

Informazioni utili 
OCA Oasy Contemporary Art and Architecture. Parcheggio per visitatori SP 633 n° 15, località Piteglio (PT). Orario: dal giovedì alla domenica, ore 10.00 – 18.00.. Ingresso mostra: gratuito. Ingresso percorso guidato nella riserva, solo su prenotazione ad orari prestabiliti, consultabili sul sito web: intero 20,00 €, bambini fino ai 10 anni gratuito. Informazioni: Tel. 0573 1716197. Sito web: https://www.oasycontemporaryart.com

lunedì 27 aprile 2026

Mestre e il suo nuovo museo: apre Muvec - Casa della contemporaneità

È un periodo di grande fermento per la Fondazione musei civici di Venezia. Dopo la presa in gestione del Museo Wagner, che a Ca’ Vendramin Calergi racconta gli ultimi momenti di vita del compositore tedesco che scrisse «Tristano e Isotta», e la recente riapertura del Museo del Torcello, con i suoi reperti antichi e medioevali che documentano la storia di «Venezia prima di Venezia», la rete museale cittadina ha inaugurato, a Mestre, Muvec - Casa delle contemporaneità.
Ad accogliere il nuovo museo, le cui collezioni raccontano l’arte dal secondo Dopoguerra all’attualità, è il Centro Culturale Candiani, oggetto, negli ultimi anni, di un profondo ripensamento architettonico e concettuale che ne ha ridefinito funzioni, percorsi e missione culturale.

Il progetto di restyling ha reso il Muvec autonomo rispetto al resto dell’edificio: un accesso indipendente da piazza Candiani e una passerella sopraelevata introducono il visitatore a un’esperienza museale che si sviluppa in verticale, su due livelli, distinguendo e, al contempo, mettendo in relazione la dimensione stabile della collezione permanente, al secondo piano, e quella mutevole delle esposizioni temporanee, al terzo.
È tuttavia sul piano curatoriale che il nuovo museo veneziano esprime la sua maggiore originalità. La collezione permanente, costruita a partire dai fondi civici di Ca’ Pesaro, rinuncia a una scansione cronologica lineare per adottare un impianto tematico tripartito: «Ricostruzione», «Costruzione» e «Decostruzione». Queste tre categorie non solo organizzano il percorso espositivo, ma si propongono anche come strumenti interpretativi delle trasformazioni artistiche e sociali del secondo Novecento e dell’inizio del XXI secolo, oltre che della storia urbana e sociale di Mestre.

La sezione intitolata «Ricostruzione» affronta il trauma del Dopoguerra e la necessità di rifondare un linguaggio artistico condiviso, attraverso le esperienze di correnti artistiche come l’Informale, il Fronte nuovo delle arti e lo Spazialismo. Qui l’opera si fa testimonianza e tensione etica; la materia diventa veicolo per narrare una memoria traumatica come quella del conflitto bellico appena concluso e, contemporaneamente, strumento per creare inedite possibilità espressive. Tra gli artisti esposti ci sono: Thomas Ruff, Agenore Fabbri, Arman, Alfred Manessier, Toti Scialoja, Ennio Morlotti, Emilio Vedova, Armando Pizzinato, Renato Birolli, Giuseppe Santomaso, Ferruccio Bertoluzzi, Domenico Spinosa, Gastone Novelli, Umberto Milani, Bruna Gasparini, Luciano Gaspari, Saverio Rampin e Bruno De Toffoli.

Con «Costruzione», il discorso si sposta verso una dimensione analitica e progettuale, in cui emergono le ricerche legate alla geometria, al minimalismo e all’indagine sullo spazio e sul colore. L’opera diventa struttura, sistema, campo di forze, riflettendo un diverso rapporto tra artista, materia e percezione. In questa sezione si trovano lavori di Arnaldo Pomodoro, Alberto Biasi, Marcolino Gandini, Galliano Mazzon, Romano Perusini, Alberto Viani, Julia Mangold, David Simpson, Phil Sims e Gregory Mahoney.

Infine, «Decostruzione» introduce le pratiche più recenti, caratterizzate dalla frammentazione dei codici e dall’espansione dell’opera nello spazio. In questa sezione, le distinzioni tra linguaggi e discipline si dissolvono, mentre si affermano nuove geografie dell’arte globale e una crescente attenzione alle dimensioni politiche e identitarie della produzione artistica. Emilio Vedova, Alexandre Kyungu, Sofia Izmaliova, Claudio Parmiggiani, Michelangelo Pistoletto, Maurizio Pellegrin, Bill Viola, Joseph Kosuth, Christian Fogarolli, Shimamoto Shozo, Tony Cragg e Pascale Marthine Tayou sono gli artisti che raccontano questo sistema creativo sempre più globale e interconnesso.

Attraverso queste tre direttrici, Muvec costruisce un racconto che intreccia le grandi traiettorie internazionali con le specificità del territorio mestrino. Corpo, materia e città emergono così come categorie trasversali, capaci di mettere in relazione memoria e presente, storia e attualità.
In questo senso, il museo si propone come un laboratorio urbano, uno spazio di sperimentazione e partecipazione di pubblici diversi che riflettono la complessità di una città in trasformazione: visitatori, studenti, famiglie e comunità locali, con particolare attenzione ai nuovi cittadini di origine internazionale. Mestre, spesso percepita come marginale rispetto a Venezia, diventa così un luogo privilegiato per osservare e interpretare le dinamiche della contemporaneità: flussi migratori, mutamenti demografici, nuove forme di cittadinanza culturale. 

Il programma espositivo rafforza la vocazione dialogica del museo, in bilico tra locale e globale. Se l’apertura è segnata dalla mostra collettiva del Premio Mestre di pittura, alla sua decima edizione, il calendario annuncia, per l'autunno, un progetto dedicato alla Secessione Viennese e alle sue risonanze contemporanee, focalizzato sul tema del corpo come luogo di tensione tra identità, rappresentazione e trasformazione. Le figure sensuali e raffinate di Gustav Klimt, le anatomie tese e scarnificate di Egon Schiele e la pittura vibrante ed espressionista di Kokoschka, capaci di restituire le tensioni culturali di un’epoca alla vigilia della Prima guerra mondiale, si confrontano con la contemporaneità e con le letture del corpo di artisti come Chen Zhen, Vanessa Beecroft e Marlene Dumas.

In definitiva, il Muvec - progetto culturale inserito in una rete dedicata al contemporaneo con l’Emeroteca dell’arte (attiva dal 2024), la Casermetta 9 di Forte Marghera (aperta dal 2025) e la futura factory del Palaplip - propone un nuovo modello, dove il museo non è più solo un semplice contenitore di opere, ma una piattaforma critica capace di attivare relazioni, produrre conoscenza e accompagnare le trasformazioni della città.
In un’epoca in cui il contemporaneo coincide sempre più con il mutamento, raccontare l’arte significa, inevitabilmente, misurarsi con la complessità del presente e con le forme attraverso cui esso si rende visibile. Il Muvec diventa così un laboratorio di sperimentazione, un crocevia in cui la produzione artistica si intreccia con le pratiche sociali, una «casa della contemporaneità» nel senso più ampio del termine.

Didascalie delle immagini
1. Esterno del Muvec - Casa della contemporaneità di Mestre. Foto: Marco Cappelletti Studio; da 2. a 6. Muvec - Casa della contemporaneità di Mestre. Vista dell'installazione. Foto: Nico Crove; da 7 a 9. Muvec - Casa della contemporaneità di Mestre. Vista dell'installazione. Foto: Luca Chiandoni 

Informazioni utili
MUVEC- Casa delle Contemporaneità, piazzale Candiani - 30174 Mestre (Venezia)
Orari
Dal 01 novembre al 31 marzo: 10.00 – 17.00 (ultimo ingresso ore 16.00)
Dal 01 aprile al 31 ottobre: 10.00 – 18.00 (ultimo ingresso ore 17.00)
Chiuso il lunedì
Biglietti
● Biglietto prezzo intero: 7,00 euro
● Biglietto prezzo ridotto: 3,50 euro * Ragazzi da 6 a 14 anni; studenti dai 15 ai 25 anni;  visitatori over 65 anni; personale del Ministero della Cultura (MiC); titolari di Carta Rolling Venice; titolari di ISIC – International Student Identity Card.
● Ingresso gratuito: * Residenti e nati nel Comune di Venezia; bambini da 0 a 5 anni; persone con disabilità e accompagnatore; Guide turistiche abilitate in Italia che accompagnino gruppi o visitatori individuali; docenti accompagnatori di gruppi scolastici, fino ad un massimo di 2 per gruppo; membri ICOM; volontari Servizio Civile del Comune di Venezia; partner ordinari MUVE; possessori della MUVE Friend Card; soci dell’associazione “Amici dei Musei e Monumenti Veneziani”; possessori di Art Pass Venice International Foundation (valido per due persone); possessori della Membership Card Fondazione Venetian Heritage (valida per due persone); possessori della tessera Socio Sostenitore di Save Venice (valida per due persone).
● Offerta Seniors + Junior: biglietto ridotto per tutti i componenti paganti, per gruppi composti da due adulti e almeno un ragazzo (fino ai 16 anni)
● Offerta Scuola: 3,50 euro a persona (tariffa valida per ingresso nel periodo 1 settembre – 15 marzo) per classi di studenti di ogni ordine e grado, accompagnate dai loro insegnanti, con elenco dei nominativi compilato dall’Istituto di appartenenza.
La tariffa scuola è estesa anche a eventuali accompagnatori (fino a un massimo di 2).
● I Musei del moderno e del contemporaneo: 20 euro (le riduzioni sono consultabili sul sito). Un unico biglietto valido per: Ca' Pesaro - Galleria Internazionale d'Arte Moderna + Museo Fortuny + MUVEC- Casa delle Contemporaneità.
Le mostre temporanee sono sempre incluse nel biglietto del museo

venerdì 24 aprile 2026

«Il Quarantotto di Faustino Joli», a Bologna il Risorgimento attraverso gli occhi di un pittore

Durante il percorso verso l’unificazione del Regno d’Italia proclamata il 17 marzo 1861, furono numerosi gli artisti che, mossi da passione patriottica, presero parte attivamente alla rivoluzione politica raffigurando nelle loro opere personaggi e avvenimenti del Risorgimento di cui furono testimoni oculari, al fine di eternarne la memoria storica collettiva e di costruire un comune sentire nazionale.
A questa schiera appartiene il ritrattista Faustino Joli (1814-1876), noto soprattutto per avere impresso su tela quattro episodi delle Dieci giornate di Brescia del 1849, evento in cui la popolazione resistette strenuamente alla repressione austriaca con una forza e un coraggio che, seppure con esito perdente, valse alla città l’appellativo di «Leonessa d’Italia», ideato da Aleardo Aleardi nei suoi «Canti Patrii» e reso celebre da Giosué Carducci nelle «Odi barbare».
A questo singolare «cronista con il pennello», di cui quest’anno ricorrono i centocinquanta anni dalla morte, è dedicata la nuova mostra del Museo del Risorgimento di Bologna: «Il Quarantotto di Faustino Joli», a cura di Isabella Stancari e Otello Sangiorgi. L'esposizione, allestita fino al 19 luglio, presenta per la prima volta il corpus di figurini militari dipinti dall'artista bresciano, allievo del pittore Giovanni Renica (1808-1884) e prolifico autore di interni con animali e di vedute della sua città natale, della Valtrompia e dei laghi d’Iseo e di Garda, nonché di quadri dedicati alle battaglie risorgimentali di Pastrengo, San Martino e Solferino.

Questo corpus di proprietà del museo bolognese, ancora poco noto al pubblico e solo parzialmente esposto, raccoglie settantasette piccoli dipinti a olio su cartone, composti in nove quadri con cornici in legno, raffiguranti le uniformi delle diverse formazioni militari - corpi regolari, volontari, corpi franchi - che parteciparono alla Prima guerra di indipendenza (1848-1849). Come venne scritto in occasione del Mostra sul Risorgimento promossa a Torino per l’Esposizione nazionale del 1884, «questi quadri formano un ricordo interessantissimo di quelle fogge strane, svariate, fantastiche di cui la memoria non viveva che debolissima in qualche famiglia».
 
Nella mostra, il corpus bolognese è posto in relazione con una selezione di disegni realizzati intorno al 1849 e raccolti in un taccuino, oggi conservato dalla Biblioteca Queriniana di Brescia. Si tratta di schizzi raffiguranti scene di strada e di prime idee di progetti con gruppi di militari, corredate da precise descrizioni dei colori e degli stemmi degli abiti da raffigurare.
 
Grazie alla collaborazione con la Fondazione Brescia Musei, l’esposizione mette, inoltre, a confronto il dipinto «Le dieci giornate a San Barnaba» di Faustino Joli con la tela «Cacciata degli austriaci da Porta Galliera», opera di Gaetano Belvederi (Bologna, 1821 – ivi, 1872) sulla battaglia dell'8 agosto 1848 a Bologna.
L'accostamento non è casuale. I due episodi costituiscono, infatti, ciascuno per la propria città, l'avvenimento culminante del Risorgimento. Avvenuti a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro, questi accadimenti possiedono anche caratteristiche abbastanza simili tra loro. Entrambi sembrano svilupparsi secondo una logica propria, senza tenere conto del quadro militare e politico complessivo, fino a esplodere in modo inaspettato e imprevedibile. Entrambi presentano i tratti della rivoluzione e della guerriglia urbana, più che quelli di una battaglia in senso proprio. E a Brescia come a Bologna, il protagonista principale è il popolo - soprattutto il popolo minuto - che nelle due città sembra organizzarsi secondo logiche e solidarietà di vicinato e di quartiere, prima ancora che cittadine.
In entrambi i dipinti è, poi, grande protagonista l'ambiente cittadino: il bolognese Belvederi sceglie una costruzione prospettica in cui la profondità della scena viene sbarrata dalla monumentale Porta Galliera; Faustino Joli delimita lo spazio del combattimento con l'imponente facciata della chiesa di San Barnaba.

Il percorso espositivo si completa con alcune uniformi e oggetti originali di corredo militare risalenti al 1848, conservati al Museo del Risorgimento di Bologna. Fra le uniformi presentate, va segnalata quella, recentemente rinvenuta, della «Legione Bolognese», un corpo di volontari che combatté in Veneto durante la Prima guerra di indipendenza. Si tratta un oggetto unico, che è stato possibile attribuire ai militari felsinei proprio grazie ai figurini dipinti da Faustino Joli, a conferma di come questo pittore seppe trasformare l’arte in memoria e documento storico.

Didascalie delle immagini
1. Faustino Joli (Brescia, 1814 – ivi, 1876), Uniformi della Legione Bolognese (detta anche Legione Bignami): Caporale, 1849 ca.. Olio su cartone, legno dorato.Bologna, Museo civico del Risorgimento, inv. 2081; 2. Faustino Joli (Brescia, 1814 – ivi, 1876), Uniformi della Legione Bolognese (detta anche Legione Bignami): Capitano in tenuta, 1849 ca..Olio su cartone, legno dorato. Bologna, Museo civico del Risorgimento, inv. 2081; 3. Gaetano Belvederi (Bologna, 1821 – ivi, 1872), La battaglia dell’8 agosto 1848 a Bologna, 1848 ca.. Olio su tela, cm 59 x 76. Bologna, Museo civico del Risorgimento, inv. 2082; 4. Faustino Joli (Brescia, 1814 – ivi, 1876), Le dieci giornate a San Barnaba, 1850 ca..Olio su tela, cm 31,5 x 40,5. Brescia, Museo del Risorgimento Leonessa d'Italia, inv. DI 571. Courtesy Fondazione Brescia Musei 

Informazioni utili
Il Quarantotto di Faustino Joli. Dipingere il Risorgimento tra Bologna e Brescia. Museo civico del Risorgimento, piazza Giosue Carducci 5 | 40125 Bologna. Orari di apertura: martedì e giovedì ore 9.00 – 13.00, venerdì ore 15.00 – 19.00; sabato, domenica ore 10.00 – 18.00; sabato 25 aprile 2026 (Anniversario della Liberazione) ore 10.00 – 19.00; martedì 2 giugno 2026 (Festa della Repubblica) ore 10.00 - 19.00; chiuso lunedì, mercoledì, 1° maggio (Festa del Lavoro)- Ingresso: intero € 5 | ridotto € 3 | ridotto speciale visitatori di età compresa tra i 19 e i 25 anni € 2 | gratuito possessori Card Cultura. Informazioni: tel. + 39 051 2196520 o museorisorgimento@comune.bologna.it - Sito: https://www.museibologna.it/risorgimento. Fino al 19 luglio 2026

giovedì 23 aprile 2026

A Bologna «Pasqua in nummis», una mostra sulla Passione di Cristo nella cultura numismatica europea

Nel loro metallo inciso, consumato dal tempo e dal contatto, le monete custodiscono tracce di gesti, di sguardi e di devozioni reiterate. La numismatica, tradizionalmente indagata quale fonte per la storia economica e istituzionale di un Paese, si configura così sempre più come un ambito privilegiato per l’analisi delle dinamiche culturali di un territorio. Da questo presupposto nasce il progetto espositivo «Il medagliere si rivela», avviato nell'ottobre 2023 al Museo civico archeologico di Bologna, scrigno d'arte ubicato all'interno del quattrocentesco Palazzo Galvani, in pieno centro storico, a pochi passi da piazza Maggiore.
L’iniziativa, che ha già proposto al pubblico sei piccole mostre tematiche, si propone di valorizzare uno dei patrimoni meno noti ma più ricchi del museo, che al suo interno conserva reperti di epoca egizia, della Grecia classica e dell’antica Roma, provenienti principalmente dalla raccolta del pittore Pelagio Pelagi (1775-1860). Stiamo parlando del Medagliere, che colleziona circa 100.000 esemplari numismatici, dalle prime forme di monetazione del VII secolo a.C. fino all’euro, oltre a un importante nucleo di quasi 16.0000 medaglie, tra cui quelle papali, che vanno dalla metà del XV secolo fino ai giorni nostri.

Dopo le esposizioni su San Petronio (il patrono della città), il Natale, le due Torri (la Garisenda e l’Asinelli, che rendono inconfondibile lo skyline bolognese), l’antico Egitto, l’ingegno delle donne e il ritratto d’artista, il Museo civico archeologico presenta, fino al prossimo 6 luglio, il focus espositivo «Pasqua in nummis», a cura di Paola Giovetti e Laura Marchesini, con una selezione di una ventina di pezzi, tra monete e medaglie, raffiguranti temi iconografici legati agli episodi della vita di Gesù e ricordati nella liturgia pasquale.
Questi manufatti, con le loro raffigurazioni sulla crocifissione e la Passione di Cristo, trasmettono messaggi non solo devozionali ma anche politici e culturali. Permettono cioè di approfondire aspetti legati alle ragioni che portarono il committente a scegliere di raffigurare un determinato passo evangelico e di scoprire anche quale messaggio si volesse veicolare al pubblico di riferimento.
Si delinea, poi, un ulteriore livello di lettura che riguarda il rapporto tra la produzione numismatica e le arti figurative. Le medaglie, pur nella loro dimensione ridotta, si configurano, infatti, come luoghi di traduzione e rielaborazione di modelli iconografici e soluzioni compositive derivati da opere di più ampio formato. Emblematico è il caso di Giovanni Bernardi (Castel Bolognese, 1494 – Faenza, 1553), che ripropose su un tondello metallico la scena della Crocifissione già incisa per i medaglioni in cristallo di rocca commissionati dal cardinale Alessandro Farnese (Valenzano, 1520 – Roma, 1589), opera, oggi conservata alla Bibliothèque nationale de France a Parigi, di cui parla anche Giorgio Vasari.

Le medaglie papali rappresentano uno dei filoni più ricchi della mostra. Questi manufatti sono la principale tipologia di beni numismatici che attinge al repertorio evangelico: ogni pontefice scelse episodi della vita di Cristo molto spesso veicolando significati legati alla sua politica temporale e spirituale. Così Urbano VIII (papa dal 1623 al 1644) fece raffigurare per la sua medaglia d’elezione la scena della trasfigurazione di Cristo, suggerendo un sottile parallelismo tra la sua ascesa al soglio e quella del Signore al cielo. Mentre Pio V (papa dal 1566 al 1572) scelse come soggetto della sue medaglia la cacciata dei mercanti dal tempio per alludere al proprio programma di riforma ed epurazione della Chiesa.
In questo filone si innesta anche il doppio ducato d’oro di Clemente VII (papa dal 1523-1534), una delle più belle e rare monete del Rinascimento, incisa da Benvenuto Cellini (Firenze, 1500 – ivi, 1571) nel 1529 e raffigurante l’«Ecce Homo», il Cristo ferito dopo la fustigazione ed esposto alla folla. Il pontefice voleva così fare riferimento a un preciso momento della sua biografia, quello in cui aveva dovuto sopportare la prigionia durante il sacco di Roma.

Lungo il percorso espositivo, a fruizione gratuita, sono, poi, visibili medaglie raffiguranti la lavanda dei piedi che ricordano il gesto d’umiltà e l’esempio che Cristo volle lasciare ai suoi discepoli in occasione dell’Ultima cena, episodio rievocato nella messa del Giovedì santo celebrata prima della Pasqua. Questa iconografia si diffuse a partire dalla metà del XVI secolo, non solo a ricordo dell’episodio evangelico ma anche con l’intento di rafforzare e ribadire la centralità del rito nella liturgia post tridentina in opposizione alle critiche mosse dal Protestantesimo.
Tra le monete più interessanti sono, inoltre, esposte quelle della Zecca di Mantova che recano come raffigurazione la pisside contenente il prezioso sangue raccolto da Longino, il soldato romano che aveva ferito il costato di Cristo.

Non particolarmente pregiati dal punto di vista artistico e per i metalli utilizzati, ma particolarmente interessanti, sono, poi, alcuni esemplari a carattere puramente devozionale, destinati a pellegrini e devoti. La funzione di tali oggetti era quella di consentire al fedele di portare su di sé un’immagine sacra per favorire la preghiera e la meditazione sugli episodi centrali della vita di Gesù. Si tratta di medaglie e medagliette dotate di appiccagnolo per essere indossate al collo o forate per essere cucite su abiti e cappelli. L’aspetto è spesso consunto per l’usura causata dallo sfregamento sugli abiti o dal ripetuto tocco del fedele. Questi esemplari avevano anche una funzione apotropaica, come nel caso della medaglia della Scuola della Passione di Venezia, dove compare al dritto la deposizione e al rovescio Cristo al sepolcro, raffigurato a mezzo busto mentre emerge da un sarcofago attorniato dagli strumenti della passione (spugna, lancia, verghe, borsa con i denari, bacio di Giuda, tunica). L’iconografia, molto diffusa a partire dal Medioevo, era chiamata Arma Christi con l’evidente richiamo alla sua funzione di «arma difensiva» contro il demonio.

«Pasqua in nummis» non si limita, dunque, a restituire visibilità a un patrimonio spesso marginalizzato, ma invita anche a ripensare radicalmente lo statuto dell’oggetto numismatico. In queste superfici minute, attraversate dal tempo e dall’uso, si rivela, infatti, una straordinaria capacità di concentrare e di trasmettere significati complessi, capaci di articolare narrazioni in cui si intrecciano devozione, autorappresentazione e memoria storica, restituendo in forma concentrata la complessità dei sistemi di significato propri di una determinata epoca.

Didascalie delle immagini 
1. Zecca di Roma, Doppio ducato di Clemente VII (papa dal 1523-1534), 1529. Rovescio: Ecce Homo. Oro, mm 6,9 (diam). Bologna, Museo Civico Archeologico, inv. 67177; 2. Giuseppe Bernardi (Castel Bolognese, 1494 – Faenza, 1553), Medaglia religiosa, 1547. Rovescio: Crocifissione. Bronzo dorato, mm 6,9 (diam). Bologna, Museo Civico Archeologico, inv. 5000; 3. Anonimo della Scuola della Passione, Venezia, Medaglia religiosa, 1577. Rovescio: Cristo al sepolcro attorniato dai simboli della passione. Bronzo, mm 37,5 (diam). Bologna, Museo Civico Archeologico, inv. 5065

Informazioni utili
Il Medagliere si rivela. Pasqua in nummis. Museo civico archeologico, via dell'Archiginnasio 2 - 40124 Bologna. Orari di apertura (periodo invernale): Lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì ore 9.00 - 18.00 | Sabato, domenica, festivi ore 10.00 - 19.00 | Chiuso martedì non festivi e 1° maggio 2026 | Festa della Liberazione (sabato 25 aprile 2026) ore 10.00 - 19.00 | Festa della Repubblica (martedì 2 giugno 2026) ore 10.00 - 19.00. Orari di apertura (periodo estivo): Lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì ore 10.00 - 19.00 | Sabato, domenica, festivi ore 10.00 - 19.00 |Chiuso martedì non festivi. Informazioni: tel. +39 051 2757211 - https://www.museibologna.it/archeologico. Fino al 6 luglio 2026

mercoledì 22 aprile 2026

Venezia, il Museo di Torcello e il suo nuovo corso con Muve

Era 1870 quando il conte Luigi Torelli, allora prefetto di Venezia, dava inizio alla storia del Museo di Torcello, acquisendo e restaurando il trecentesco Palazzo del Consiglio, edificio in stile gotico, ai tempi in stato di abbandono, con l'intento di raccogliere e conservare al suo interno alcuni reperti antichi trovati nelle isole della Laguna e nella vicina terraferma.
Due anni dopo la struttura, ubicata in una zona di notevole prestigio storico-artistico, con la vicina Basilica di Santa Maria Assunta e gli importanti cicli musivi di fattura bizantina, veniva donata alla Provincia di Venezia (dal 2015 Città metropolitana di Venezia) e diveniva un museo sotto la guida del cavalier Nicolò Battaglini.
Allo studioso, autore del volume «Torcello antica e moderna», succedeva cinque anni dopo, nel 1887, l’archeologo e collezionista Cesare Augusto Levi, al quale si deve l’ampliamento della raccolta museale con reperti antichi trovati in loco e altri di sua proprietà, nonché l’acquisizione del vicino Palazzo dell’Archivio, edificio dell’XI-XII secolo che, dopo un importante intervento di restauro, apriva le proprie porte alle collezioni archeologiche. Nasceva così il Museo dell'Estuario, inaugurato il 14 maggio 1889.
Nei decenni successivi, dopo un nuovo incremento dei reperti conservati, avvenuto grazie all’attività dell’archeologo Luigi Conton, «il pescatore di cocci» che lavorò nella necropoli di Adria e scrisse il libro «Le antiche ceramiche veneziane scoperte in Laguna», si procedeva al riordino della raccolta. Iniziava un importante lavoro di inventariazione, catalogazione, restauro e pubblicazione realizzato dall’archeologo e pittore Adolfo Callegari, direttore dal 1928 al 1948, che, nei suoi due primi anni di attività a Torcello, dava origine all’attuale fisionomia del museo, con la sezione archeologica nel Palazzo dell’Archivio e quella medioevale e moderna nel Palazzo del Trecento.
Questa preziosa storia, che si è intrecciata anche con le vicende umane e lavorative di Giulia Fogolari (alla direzione fino al 1997) e di Guido Zattera, rinnova ora la sua veste con il rilancio pensato dalla Fondazione musei civici di Venezia, l’attuale ente di gestione, dopo che il complesso è stato concesso al Comune di Venezia per la durata di nove anni a uso gratuito con il decreto del Sindaco metropolitano n. 55/2025 del 30 giugno 2025.
Il Museo di Torcello è entrato così a far parte del percorso dei Musei delle isole, con Murano e Burano, completando il racconto con una dimensione finora solo parzialmente esplorata, quella delle origini della civiltà veneziana.
Torcello, tra i più antichi insediamenti della Laguna e centro vitale già in età tardoantica e altomedievale, costituiva, infatti, un importante punto di approdo e scambio commerciale tra il mare e l’entroterra già dal I secolo dopo Cristo. Era una sorta di primo scalo per la città romana di Altino connessa alle principali antiche direttrici viarie di collegamento con l'est e il nord Europa: la via Annia e la via Claudia Augusta.
Tra i primi interventi attuati per la valorizzazione del contesto espositivo, la Fondazione musei civici di Venezia ha portato a termine una serie di interventi manutentivi, aggiornamenti sugli apparati didascalici e lo svelamento del deposito posto nella loggia del Palazzo dell’Archivio che, nuovamente a vista, mette in evidenza l'importante patrimonio lapideo qui conservato.
Tra i tesori della Sezione archeologica emergono materiali preistorici rinvenuti nell’area veneziana, vasi micenei e ciprioti che testimoniano l’esistenza di traffici marittimi già alla fine del II millennio a.C., e una significativa collezione glittica che comprende, tra l’altro, una corniola incisa con le mura di Troia e un sigillo islamico in agata recante l’invocazione «il regno di Allah». Di particolare valore per il legame con il territorio è la coppa firmata «Clemens», raro reperto romano rinvenuto a Torcello, affiancata dalle ampolle di San Menas, testimonianza della diffusione di culti di origine africana introdotti in laguna in epoca bizantina. L’eccellenza della scultura antica è rappresentata dall’Erma di Hermes Propylaios, copia romana da Alcamene, e dalla testa velata del dio Kronos, opere di alta qualità stilistica.
La Sezione medievale e moderna espone, invece, reperti e documenti datati dal VI secolo all’Ottocento, raccontando i secoli in cui Torcello si affermò come centro urbano di primaria importanza. I frammenti musivi del XII secolo raffiguranti il Cristo e gli angeli rivelano strette affinità con i mosaici della Basilica di San Marco, a testimonianza di una comune cultura artistica. Afferenti allo stesso periodo sono i lacerti raffiguranti il gruppo dei Giusti e un Angelo che facevano parte del Giudizio Universale posto sulla controfacciata della Basilica di Torcello, staccati durante un restauro nell’Ottocento. Di particolare rilievo sono, inoltre, le teste musive degli arcangeli Michele e Gabriele, provenienti dalla chiesa ravennate di San Michele in Africisco, e il frammento architettonico con l’iscrizione «…MPORI…», possibile riferimento alla definizione di Torcello come «emporion mega» riportata dall’imperatore Costantino Porfirogenito.
Il percorso si arricchisce della scultura lignea di Santa Fosca (XV secolo) e del ciclo di tele e portelle d’organo della chiesa di Sant’Antonio, attribuite a Paolo Veronese (o al fratello Benedetto) e alla sua bottega. La presenza di simboli della Serenissima, come il leone marmoreo e le «bocche di leone» per le denunce segrete, testimonia il ruolo civile e istituzionale che l’isola mantenne per secoli.
Con questa nuova gestione, Fondazione Musei Civici di Venezia offre, dunque, una chiave di lettura ancora più ampia e articolata per conoscere la storia veneziana, permettendo al pubblico di scoprire anche la magia di un territorio sospeso tra acqua e terra, immerso nella natura e nella tranquillità della Laguna. La visita al museo è, infatti, solo la prima tappa di un’esperienza più ampia che permette di immergersi nelle atmosfere antiche dell’isola con il Trono di Attila, il Ponte del diavolo, le chiese di Santa Maria e Santa Fosca.

Didascalie delle immagini 
Museo del Tocello. Foto di Nico Covre
 
Informazioni utili
Museo di Torcello, isola di Torcello (Venezia). Orari: da novembre a marzo | 11.00 > 17.00; da aprile a ottobre | 11.00 - 17.30; ultimo ingresso 30 min. prima della chiusura; chiuso il Lunedì. Biglietti: il biglietto è valido per le due sezioni espositive del Museo: la sezione Archeologica e la sezione Medievale e Moderna € 7.00 intero, € 3.50 ridotto; offerta "Seniors + Junior" biglietto ridotto per tutti i componenti paganti, per gruppi composti da due adulti e almeno un ragazzo (fino al 16 anni);  offerta Scuole € 3,50 a persona (tariffa valida dal 1.09 al 15.03). Biglietto Cumulativo I musei delle isole un unico biglietto per scoprire le isole e i loro musei (Museo del Vetro, Murano | Museo del Merletto, Burano | Museo di Torcello, Torcello) € 20.00 intero, € 10.00 ridotto; questo Biglietto ha validità per 3 mesi e consente una sola entrata in ciascun museo. Sito: https://www.visitmuve.it

lunedì 20 aprile 2026

Fuorisalone 2026, a Milano una settimana all'insegna del design

Eventi
, mostre, installazioni, momenti di condivisione e di confronto delle idee che invitano a «considerare il design come processo dinamico e imperfetto, capace di mettere in dialogo menti, culture e materiali, orientando nuove visioni per il futuro»: è questo lo scopo di «Essere progetto», la nuova edizione di «Fuorisalone.it», manifestazione che, fino a domenica 26 aprile, in concomitanza con il Salone del mobile e nell’ambito del palinsesto comunale della Design Week, trasformerà l’intera città di Milano in «una piattaforma di confronto e sperimentazione sulla progettazione contemporanea».
Tra materiali innovativi, alto artigianato, nuove interpretazioni dell’abitare, ibridazioni e dialoghi tra intelligenza artificiale e saper fare dalla manualità antica, le proposte di questa edizione riflettono in modo tangibile le trasformazioni della nostra epoca, sempre più frenetica e interconnessa, e raccontano anche come l’errore, il fallimento, lo sguardo lento sulle cose possano diventare importanti scintille creative, momenti in cui l’idea si misura con la realtà e scopre nuove direzioni possibili.
Il palinsesto del Fuorisalone è come sempre ricco, in un intreccio di migliaia di appuntamenti – imperdibili e di nicchia - promossi da importanti istituzioni culturali della città, gallerie mercantili, famose aziende del settore, showroom, palazzi storici, cortili, appartamenti privati, brand emergenti, scuole e università. Tutti i distretti milanesi del design sono coinvolti in questa festa dalle dimensioni tentacolari, che spazia da Brera a 5Vie, dalla Statale a Tortona, da Paolo Sarpi a Porta Venezia.

Il percorso alla scoperta degli eventi in agenda può partire da quella che a Milano è considerata in modo unanime «la casa del design e dell’architettura»: la Triennale. In questi spazi, il pubblico avrà la possibilità di visitare «Edward Barber | Jay Osgerby. Alphabet», monografica di recente inaugurazione, per la curatela di Marco Sammicheli e con allestimento di studiomille, dedicata alla carriera del duo londinese che ha disegnato la torcia olimpica per i Giochi del 2022 e mobili iconici come la lampada «Tab» per Flos e i tavoli «Iris» per Established and sons, in un percorso all’insegna della maestria artigianale e della sperimentazione che spazia dalla metà degli anni Novanta al 2022.
Palazzo dell’Arte farà da scenario anche alla retrospettiva «Lella and Massimo Vignelli. A Language of Clarity», che racconta la vivacità culturale della Milano del Dopoguerra e l’allure cosmopolita di New York in un percorso tra oggetti, arredi, disegni, modelli e bozzetti realizzati dai due progettisti e graphic designer, che vede la curatela di Francesca Picchi con Marco Sammicheli e Studio Mut (Martin Kerschbaumer e Thomas Kronbichler), e il progetto di allestimento di Jasper Morrison Office for Design con David Saik.
Sempre in Triennale sarà visitabile «Andrea Branzi by Toyo Ito. Continuous Present», una grande monografica realizzata insieme a Fondation Cartier pour l’art contemporain, con concept e progetto di allestimento di Toyo Ito e per la curatela di Nina Bassoli e Michela Alessandrini, che allinea oltre quattrocento opere dell’architetto fiorentino tra installazioni ambientali, modelli e disegni, oggetti di piccole e grandi dimensioni, in un viaggio dalle prime sperimentazioni radicali con Archizoom, passando per Alchimia e Memphis, fino agli ultimi progetti dal carattere antropologico.
Completano il cartellone del palinsesto di Triennale il nuovo allestimento del Museo del design con quattrocentotrenta oggetti, realizzati dagli anni Venti del Novecento al Duemila, la rassegna «Nello spazio di un secolo. Rai Pubblicità, 100 anni di storia e oltre», la mostra «Ettore Sottsass. Design Metaphors», e progetti di istituzioni e aziende che, nei giorni del Salone del Mobile, hanno scelto Palazzo dell’Arte per raccontare le loro nuove visioni creative come Anonima Castelli, Eames Foundation, Fredericia, Gebrueder Thonet Vienna, Hyletech e Kvadrat.

Altro spazio milanese dedicato alla cultura del progetto è l’Adi Design Museum, che, in questi giorni primaverili, si anima con una settimana di esposizioni, installazioni e talk. In programma ci sono la mostra di chiusura della XXIX edizione del Compasso d’Oro, storico premio sul made in Italy fondato nel 1954 da un’idea di Gio Ponti, la personale «bit by bit» della designer giapponese Haruka Misawa, un’installazione di Mario Botta ispirata a Le Corbusier e una di Piaggio per celebrare l'ottantesimo anniversario del primo modello della Vespa, oltre alla presentazione di progetti realizzati dalla Chicco e da Oluce.

Ci si può, quindi, spostare a Brera, il più vecchio distretto milanese di diffusione del design italiano e tra i principali punti di riferimento del Fuorisalone, con i suoi duecentodiciassette showroom permanenti e oltre trecento eventi in agenda. 
Nel Loggiato della Pinacoteca, cuore pulsante del quartiere, American Express presenta «Serotonin – the chemistry of happiness», una scenografica installazione immersiva di Sara Ricciardi che indaga il rapporto fra bellezza e felicità attraverso forme gonfiabili che si espandono e si contraggono delicatamente.
Un’altra installazione di grande impatto è quella che Veuve Clicquot porta alla Mediateca Santa Teresa: «Chasing the Sun», una celebrazione della gioia e dell'ottimismo firmata dall’artista e designer britannico-nigeriano Yinka Ilori che, con il suo usuale approccio audace e colorato, reinterpreta alcuni stilemi tipici della celebre maison del vino, a partire dal giallo sole usato sin dal 1987 per le etichette delle bottiglie.
A Palazzo Citterio va, invece, in scena «When Apricots Blossom», mostra immersiva ideata da Gayane Umerova e curata da Kulapat Yantrasast, che reinterpreta le tradizioni artigianali dell'Uzbekistan, principalmente quelle della regione del Karakalpakstan, legate a tre mestieri tipici della zona - la panificazione, la costruzione di yurte e la tessitura di nappe -, attraverso una visione contemporanea, quella di dodici architetti e designer che raccontano l’eredità nomade della regione e la grave crisi climatica che ha vissuto negli ultimi decenni.
Palazzo Moscova fa da quinta scenografica a Y.O.U. Your Own Universe», un'installazione firmata dal collettivo artistico Numero Cromatico per glo. Al centro, un grande portale interattivo - un cerchio arancione, simbolo di connessione e appartenenza – invita il pubblico a costruire un universo dove lo spazio non si osserva, ma si abita. «Luce, colore, suono, parola, tatto e profumo creano – si legge nella presentazione - un paesaggio multisensoriale in evoluzione, dove ogni gesto genera l’opera».
Al Piccolo Teatro Studio Melato, Grohe mette in scena «Aqua Sanctuary», un viaggio sensoriale attraverso l'acqua che invita a rallentare il tempo e a ritrovare la perfetta armonia tra corpo e mente. Al Castello Sforzesco, nella Sala dei pilastri, Stark presenta, invece, l’installazione «Albori», che riflette sul processo creativo, dall’intuizione alla composizione. Mentre nella scenografia cornice della Chiesa Anglicana Tutti i Santi, in via Solferino, il noto designer londinese Bodo Sperlein presenta Menu, una mostra che vede la partecipazione di Messein, Lobmeyr, Orea, Gustav van Treeck, Garpa, Gravelli, Morath e Lzf.
Tra gli highlights di Brera si segnalano, infine, la mostra interattiva «Blooming Imperfections – Relationships in Progress» in piazza Gae Aulenti, il progetto «The Nature of Time» di Grand Seiko alla Galleria Il Castello, che esplora il profondo legame tra tempo e natura nella cultura giapponese attraverso i lavori di Atsushi Shindo, Shingo Abe, Takakuni Kawahara, e l’esposizione «Giardino alchemico» dell’artista francese Julie Hamisky da Pandolfini Casa d’aste, un viaggio tra opere e gioielli alla scoperta dell’elettroplaccatura, tecnica che consiste nell’immergere fiori, foglie ed elementi vegetali in un bagno galvanico attraversato da corrente elettrica.

Restando nel centro cittadino, ma spostandoci verso il distretto 5Vie, che ha ideato un progetto condiviso dal titolo «Qualia of Things I Qualia come protagonisti», vale la pena visitare Palazzo Litta, sede milanese del Ministero della Cultura in corso Magenta, dove sarà allestita la nuova edizione di «MoscaPartners Variations», collettiva che quest'anno si sviluppa intorno al tema «Metamorphosis» e vede la presenza di venticinque espositori - tra aziende, architetti, designer, progettisti, artisti, creativi, scuole e università - provenienti da undici paesi del mondo.
Nel Cortile d’onore del palazzo costruito da Francesco Maria Richini, gioiello del barocchetto lombardo, l'architetto franco-libanese Lina Ghotmeh, alla sua prima opera outdoor in Italia, ha realizzato uno scenografico labirinto dalle tonalità rosate, prima tappa di un percorso espositivo sulle trasformazioni del design nel mondo contemporaneo che permette di incontrare, tra l’altro, i «Glass Bridge» di Emmanuel Babled, nati dalla collaborazione tre i vetrai di Murano e il laboratorio Shanga in Tanzania, il progetto «The Bukolisch Project» di Lucia Massari, ispirato dal fascino per i guardaroba dipinti tipici della regione tirolese, una selezione di icone Poltronova come lo specchio «Ultrafragola» e il divano «Superonda», e la collezione di sedute «Kawaguch-air» di Kazuhito Ishida, che riflette la sensibilità giapponese verso le sottili variazioni della natura.

Restando nel distretto 5Vie, la Basilica di Sant’Ambrogio apre, per l’occasione, due suoi luoghi di straordinario valore storico e culturale - l’Oratorio della Passione e il Chiostro dei Canonici -, mentre al Museo nazionale della scienza e della tecnica «Leonardo da Vinci», sarà possibile vedere, tra l’altro, l’installazione «Alma Water – La stanza del mare», un progetto di Sara Ricciardi che traduce il paesaggio marino in un ambiente sonoro e partecipativo.
 
A Porta Venezia aprirà le porte Palazzo Donizetti con la quarta edizione di «L’Appartamento by Artemest», progetto espositivo che vede all’opera gli studi Sasha Adler Design, March and White Design, Rockwell Group, Charlap Hyman & Herrero e Urjowan Alsharif Interiors, impegnati a reinterpretare in chiave contemporanea l’identità di alcune tra le più emblematiche capitali culturali italiane: Venezia, Firenze, Roma, Napoli e Palermo. Mentre a Palazzo del Senato, sede dell'Archivio di Stato, Škoda Auto ridisegnerà il cortile con l'installazione «Ooooh, that’s EpiQ!». Lo Spazio Maiocchi ospiterà, invece, Ikea con «Food For Thought», una mostra immersiva, co-creata con l’architetto Midori Hasuike e lo spatial designer Emerzon, che unisce design, cibo e convivialità.

Zona Sarpi
, uno dei quartieri più dinamici e culturalmente ibridi di Milano, formatosi attraverso una quotidiana ibridazione tra Oriente e Occidente, in particolare tra Cina e Italia, presenterà per il Fuorisalone «Do it better. Together!», mostra diffusa per la curatela di Michele Brunello, Luca Fois, Vittorio Sun e Angela Zhou che sottolinea il valore della collaborazione e della condivisione come strumenti per immaginare nuove forme di convivenza urbana. Il visitatore viene accolto simbolicamente dal portale «Noi men» in piazza Baiamonti e attraverso un percorso scandito da grandi bandiere che raccontano i temi portanti del progetto espositivo - «Better District», «Better Mobility», «Better Street», «Better Connection», «Better Entertainment» e «Better Network» -incontra installazioni, arredi urbani temporanei, punti informativi e anche delle micro-capsule culturali che danno vita a una biblioteca urbana sul pensiero creativo cinese.
Tra gli interventi speciali di questa edizione, c'è l'omaggio a Matteo Ricci, figura simbolo dell’incontro tra Italia e Cina, sulla lunga cesata di cantiere all’angolo tra via Bramante e via Sarpi. Il Centro culturale cinese presenta, invece, laboratori partecipativi per i bambini e le famiglie, mentre al Teatro del Borgo, alla scuola Panzini e in via Verdi vengono proposti progetti realizzati da giovani designer cinesi che “parlano” anche di sostenibilità e responsabilità sociale.

Tra le tappe imprescindibili del Fuorisalone c’è, poi, Tortona, uno dei distretti più amati dai giovani architetti e designer, che quest’anno propone un percorso tra le sue varie anime - Base, SuperStudio e Tortona Rocks – all’insegna di installazioni immersive di grande scala e progetti sui nuovi linguaggi dell’abitare, che vedono tra i promotori anche marchi noti come Toyota, Hyundai, Swatch, McDonald’s e Maisons du Monde. Tra le tante iniziative si segnalano: l’installazione «Keep Your Bubble» dell’artista visivo slovacco Lousy Auber, un’architettura morbida realizzata con tessuti di mongolfiere dismesse che invita a riflettere sul tema della trasformazione e del riuso; l’opera «Soundsorial Design» di IQOS e Devialet, che ridefinisce i confini tra suono e spazio trasformando frequenze e vibrazioni in luce e movimento; e la mostra immersiva «Design Is an Act of Love» di Samsung, con dodici differenti aree che raccontano come il design possa rispondere alle esigenze e ai comportamenti in perenne cambiamento delle persone.

Infine, all’Università statale di via Festa del Perdono, ma anche all’Orto botanico di Brera e da Eataly Milano Smeraldo, va in scena uno degli appuntamenti più simbolici e attesi del Fuorisalone: la ormai tradizionale mostra-evento di «Interni», il magazine di interior e contemporary design del gruppo Mondadori. «Interni Materiae» è il titolo di questa edizione, che coinvolge oltre cinquanta architetti, designer e aziende, provenienti da più di dieci Paesi, chiamati a interpretare - si legge nella presentazione - «la materia non come semplice sostanza, ma come linguaggio del progetto e strumento di relazione tra spazio, corpo, tempo e società».
Tra gli ospiti ci sono: il distretto dello shopping Fidenza Village con «Wild Kong», scultura monumentale in resina rossa dell’artista francese Richard Orlinski; la maison degli yacht SanLorenzo con l'installazione «UN_Material» di Piero Lissoni, che ricostruisce il volume di un'imbarcazione a grandezza naturale; Mutti con «House of polpa», un’imponente architettura formata da ventimila lattine di passata di pomodoro; Holcim Italia con «Mater», opera site-specific sugli effetti della guerra e sui processi di ricostruzione, progettata da Alessandro Scandurra e con il progetto illuminotecnico di Deerns Italia, che ricrea un anello di macerie di circa sedici metri di diametro, attraversato da una passerella sospesa.
Milano diventa così, ancora una volta, un museo a cielo aperto e una città laboratorio per scoprire che cosa accade nel mondo del design.

Didascalie delle immagini
1 e 2. Museo del design. Foto/Photo Andrea e Filippo Tagliabue - FTfoto © Triennale Milano; 3. Barber Osgerby, Bellhop,Flos,2017/ © David Brook/  Shoot Studio; 4. Andrea Branzi, Grandi Legni – GL02, 2009. Ruy Texeira. Courtesy Nilifar; 5. Vignelli, Vignelli Associates, Milano, brochure cover for COSMIT 1994. Courtesy Vignelli Center for Design Studies; 6. Yinka Ilori, autore dell'installazione «Chasing the Sun» per  Veuve Clicquot; 7. Immagine per «When Apricots Blossom», mostra immersiva ideata da Gayane Umerova e curata da Kulapat Yantrasast, sulle tradizioni artigianali dell'Uzbekistan; 8. Grohe Spa, Aqua Sanctuary, Key Visual; 9. MoscaPartners Variations 2026, Metamorphosis in Motion by Lina Ghotmeh — Architecture, Palazzo Litta, Milano, Italy. Installation views ©️ Nathalie Krag; 10. Ettore Sottsass jr, Ultrafragola, mirror and lamp, Centro Studi Poltronova, photo Serena Eller. Opera esposta da MoscaPartners Variations 2026; 11. Ikea, «Food For Thought», MDW 2026; 12. Samsung, «Design Is an Act of Love», MDW 2026; 13. «UN_Material» di Piero Lissoni a «Interni Materiae»; 14. «Wild Kong» di Richard Orlinski a  «Interni Materiae»

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